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5.1.06

L'Italia degli scandali

Parlando con alcuni miei amici e conoscenti su molte delle attuali vicende di cronaca legate agli “scandali” sia delle veline-meretrici che del pallone-taroccato, mi sono fatto una mia personale opinione al riguardo, che ora andrò ad esporvi. Sono rimasto non poco sconcertato dalla naturalezza e dall’ovvietà con cui gli altri mi parlavano di queste cose, come se fossero le cose appunto più naturali e ovvie di questo mondo. Della serie: tanto sapevamo tutti gli altarini del viscido mondo televisivo. Se sei una ragazza appariscente e ben fornita è chiaro ed evidente che devi per forza allargare le gambe per riuscire a far strada e ad esibirti in balletti demenziali davanti a milioni di telespettatori – vestita con abiti succinti. Oppure, peggio ancora, chi non lo sapeva che Moggi fosse un mafioso e la Juve vincesse scudetti solo grazie ai suoi astuti imbrogli? Non so, forse sarò ingenuo, ma io credo di esser stato uno dei pochi sempliciotti in tutt’Italia che si ostinava ancora a vedere delle pure coincidenze, seppur molto “significative” – come direbbe Jung –, quando invece la gente più “sgamata” – come i miei amici e conoscenti – vedeva imbrogli a non finire. Quando guardai la famosa partita del rigore non dato all’Inter, su atterramento del “bandito” Giuliano, ovvero Mark Iuliano – si perché più che calciatore sembrava un killer della ‘ndrangheta – ai danni del “claudicante” Ronaldo, che aveva negato lo scudetto alla squadra nerazzurra, io da tifoso – parola questa che deriva dal greco e vuol dire, non a caso, “annebbiato” – della squadra beneficiata dall’episodio mi appellai all’errore umano del direttore di gara, grave senz’altro, ma che comunque ci poteva anche stare. Coincidenza volle che a vedere quella partita accanto a me ci fosse quell'imbestialito e sanguigno tifoso nerazzurro di mio padre, che come tutti è un po’ come se ogni volta vivesse la partita della propria squadra da vice-allenatore, vale a dire a suon d’insulti, consigli tattici dati ai giocatori – anche se dalla televisione difficilmente potrebbero sentirli – e in pratica con una partecipazione umana di tifo che non ha eguali in nessun altro campionato. Per un’intera settimana mio padre mi diede l’affettuoso appellativo “zozzo ladro bianconero”. Io – touchè! – per tutta risposta incassai, con grande sportività e grande nonchalance gli sfottò del caso: non soltanto del mio genitore, ma anche d’innumerevoli altre persone – vista l’interminabile sfilza di mie conoscenze e/o frequentazioni nerazzurre. Ad ogni modo passavano le stagioni e noi vincevamo campionati a rotta di collo (chissà perché a ‘sto punto, mi vien da dire, non si vinceva quasi mai la Coppa Campioni, tant’è che pareva “stregata” per la nostra formazione…) e intanto gli episodi sospetti a nostro favore – sempre in inflazione rispetto a quelli a nostro sfavore – si accatastavano sul nostro groppone e in Italia almeno, sembravamo la corazzata Potemkin! Ho detto bene, sembravamo… Perché a quanto pare è venuto fuori che era tutto un “tarocco”.
Discorsi a vanvera e scivoloni a gamba tesa di molti nostri politici – soprattutto da destra e il sottoscritto non aveva dubbi al riguardo – si sono accumulati in questi ultimi tempi. Ormai, a dire il vero, è da più di due mesi che se ne parla ininterrottamente nei telegiornali, notte e giorno – comprese edizioni speciali e straordinarie “fuori orario” – un po’ come quando lo scorso inverno non si faceva altro che parlare dell’influenza aviaria. Certo che i giornalisti devono avere proprio un bel “capoccione”… Critiche “molto vellutate” sono piovute a catinelle dagli “ultra-tolleranti” ambienti di destra. Del resto, c’era da scommetterci dato che tra le squadre implicate vi è – guarda caso – la squadra del nostro Innominabile Cavaliere d’Arcore “ci consenta”. Tant’è che tutte le reti Mediaset e i giornali partigiani, dell’Al Cafone di casa nostra, si sono pronunciate: o per uno proscioglimento totale delle squadre sott’accusa o per una notevole riduzione delle pene combinate. Tra le tante critiche che ci sono scappate dai suddetti ambienti della destra “oltranzista”, quella che mi ha più dato da riflettere – e che, indirettamente, mi ha fatto rivenire in mente la canzone satireggiante di Elio e Le Storie Tese, tale La terra dei cachi – è stata quella secondo cui, con questa sinistra “ultra-giustizialista” al governo, stiamo vivendo sotto un regime “poliziesco”. Certo, accusa questa quasi più “demenziale” della canzone sopra nominata di Elio, dal momento che erano anni che le Procure stavano indagando sul malaffare dell’Italia degli straricchi club calcistici e del lascivo mondo televisivo. Già… Da quando al governo c’era la destra. Poi che siano emersi soltanto ora che il Paese ha deciso – legittimamente – di voltare pagina e di cambiare guida politica, io trovo che sia un dato di certo non trascurabile. In questo senso: forse gli Organi di Giustizia del nostro Paese si sentono, oggi come oggi, più tutelati di prima, quando vi era un ex capo del governo che sbraitava a tutto spiano contro la congiura delle cosiddette “toghe rosse” della Magistratura “per giunta comunista, cribbio!”, come direbbe Lui in persona. Perciò, a conti fatti e a mente fredda – difatti ho preferito tacere a caldo sull’incriminata situazione scandalistica, solo per vederci più chiaro adesso –, mi sono preso tempo per capire gli avvenimenti odierni. Voglio dire se “regime poliziesco” è associabile al fatto che certi farabutti vengano relegati alle “patrie galere”, allora io dico: ben venga tale regime, lo approvo pienamente! La giustizia dev’essere uguale per tutti e che diamine. Non che per alcuni sia “meno uguale” che per altri, come troppo spesso – purtroppo – avviene.
L’Italia, ormai tristemente, sembra a tal punto assuefatta dagli scandali, che gli italiani sembrano neanche farci più caso. L’indifferenza è la palude in cui proliferano tali scandali e se noi andiamo ad alimentarla sempre più, di certo non faremo altro che aggravare una situazione già piuttosto compromessa. Cioè, se tutti se ne fregassero allo stesso modo, facendo i sporchi comodi propri, gente di dubbia moralità e adoratrice del dio-del-denaro continuerebbe a vivere da “parassita” sulle spalle di noi brava gente, che ci facciamo in quattro per tirare avanti la carretta e per cercare in tutti i modi di sfondare ed entrare nel giro che conta, dove però entrano solo i “soliti raccomandati”. Guarda strano, tra i tanti nomi che si sono fatti nell’inchiesta sul calcio malato, quelli più illustri dei cosiddetti “figli di…” erano in cima alla lista: figlio di Moggi, figlio di Lippi e via dicendo! Tanto a noi che "ce frega" se i “soliti sospetti” tengono per le palle il nostro Paese! Per non parlare delle solite lobby composte da uomini tutti d’un pezzo, i quali però, se andiamo a vederli da vicino, cascano a pezzi per quanto marciume hanno dentro. Prendete i reali d’Italia… A tal proposito, vi dico subito che in materia di casate reali sono un nostalgico della Rivoluzione d’Ottobre, che ha fatto letteralmente piazza pulita. Come fa, dico io, un uomo a sentirsi nobile dalla nascita per il proprio “sangue blu” – che è invece “rosso” come quello di chiunque altro – e oltretutto arrogarsi presuntuosamente la propria discendenza regale, mentre poi è soltanto un “escremento fetido” come lo siamo tutti? Beh, insomma, prendiamo il nostro “ex regale culetto d’oro” Vittorio Emanuele di Savoia. Aveva talmente tanti soldi che ha avuto la bella pensata – degna della sua stirpe – d’investire i suoi soldi “inzaccherati” in quelli che davanti erano dei Casinò, ma che dietro erano a tutti gli effetti dei Casini seppur “reali”, in cui veniva occultato un non-indifferente giro di ragazze-squillo da mettersi le mani sui capelli e strapparseli uno ad uno! Poteva benissimo investirli in opere di bene, avrei anche ammesso che li destinasse con l’otto per mille alla Chiesa cattolica – mi sento magnanimo. Invece ha scelto la via più facile dello sfruttamento della prostituzione. Fortuna che ad incastrare gli imbrogli orchestrati dal Re senza Regno “savoiardo” ci ha pensato quel “cazzo di legno” del procuratore Woodcock – il suo nome, giuro, vuol dire proprio questo e se il buongiorno si vede dal mattino io direi che con lui siamo, come si suol dire, in una botte di ferro… L’altro giorno, sentendo al telegiornale le toccanti parole dell’avvocatessa Buongiorno – chissà se è una lontana parente di quel grande “dinosauro inossidabile” di Mike –, la quale ha assicurato, con voce udibilmente commossa, i mass-media sulle discrete condizioni di salute del pur “provato” Vittorio Emanuele. Poverino, gli arresti domiciliari dovrebbero essergli andati di traverso…
Comunque, checché se ne dica, in Italia gli scandali sembrano esser diventati la “moda del momento”. Chi non ne ha almeno uno o due alle spalle, non può dirsi davvero svezzato. Insomma: avere degli scandali pendenti fa un sacco chic! Scandalo Moggi, scandalo Savoia e chi più ne ha, più ne metta… Gira e rigira riconosco in essi la stessa matrice comune: soldi soldi soldi, dappertutto! Dove circolano troppi soldi, inevitabilmente, non c’è etica capitalistica che tenga, gli affari sono sempre più sudici… Il potere è fatto di “sangue e merda” – hanno giustamente detto –, perciò, chi non si sporca almeno un po’ le mani, in pratica, non gode! I soldi, inoltre, sono come le donne: più se ne hanno e più se ne vogliono avere. Infatti non sarà mica un caso se donne e soldi per i personaggi loschi nazionali sono due affari strettamente intrecciati fra di loro, tanto da costituire un unico “intreccio inscindibile”. A furia di ammucchiare il “grano”, si finisce col aver un rapporto eroticamente sempre più malsano e artificioso con lo stesso, che crea dipendenza! In questo ci aveva visto giusto il buon Marx, che nei suoi Manoscritti economico-filosofici aveva ravvisato che il denaro serve da esca per attirare la mosca nella pania… Anche se, però, costui sbagliava ad affermare che “la religione è l’oppio dei popoli”, dal momento che – al contrario – è il denaro il vero oppio dei popoli! Poiché, infatti, se procediamo nella nostra analisi equilibrata: non c’è “guerra di religione” che non sia, anzitutto, una montatura per celare i veri motivi del conflitto, vale a dire: i soldi fruscianti, sempre e solo loro. Si pensi all’incessante e sempre più aggravante conflitto mediorientale, dietro a tutto si nasconde il vischioso, nonché schifoso “oro nero”: il petrolio, che avvince a sé tutti quelli che ci mettono sopra le mani, per difendere i loro squallidi interessi privati. Andate a dirlo a quell’interista-petroliere di Moratti di costruire macchine ad idrogeno, per porre freni al dilagante inquinamento ambientale del nostro Pianeta. Concedetemi almeno questa ben misera “ripicca” da agguerrito juventino…
Per il resto, miei cari lettori, non ho nient’altro da aggiungervi, se non un sincero e caloroso augurio di: Buon Calcio A Tutti, che mi sgorga dal profondo del cuore. Da tifoso bianconero, non mi resta che augurare alla mia amata squadra una “dolce” serie B, addolcita senz’altro dal fatto che: i brutti, sporchi e cattivi giocatori della Juventus ma non solo, si vedano anche quelli di Milan, Lazio e Fiorentina – ovvero delle squadre coinvolte nello scandalo delle intercettazioni –, ci hanno fatto vincere il Campionato del Mondo. Ora non mi resta che salutarvi sulle note di quello che è ormai diventato il “tormentone” dell’estate – che è in realtà una distorsione di una canzonetta dei White Stripes – a suon di: Poppopoppo Poppopoppo / Siamo i Campioni del Mondo / Poppopoppo Poppopoppo

Mi firmo vostro affezionatissimo,
Viktor Navorski
(: indimenticabile protagonista del film di Steven Spielberg The Terminal interpretato da uno straordinario Tom Hanks, che ha pure dovuto vedere i Mondiali di calcio, da italiano all’estero qual è, nella Repubblica “immaginaria” della Krakozia).

4.1.06

Il Gatto e la Volpe

Il mio nome è A.M. e, spinto da un naturale rigurgito di fascismo, mi sono deciso a farvi venire a conoscenza di alcuni fatti, che sono un cattivo spot per il nostro pulito sport. Tra l’Ottobre e il Novembre scorso ho frequentato un corso per diventare istruttore di tennis di secondo grado, in località “Paese dei Balocchi”, dove sono stato vittima di un’arbitrarietà davvero intollerabile per qualunque "uomo di sani principi" - quale mi definisco. Ora vorrei presentarvi i fatti così come la memoria me li detta in buona fede.
Durante la prima giornata di corso già avevo capito che le cose si mettevano male. Entrando nella sala dove si tenevano le lezioni teoriche, si respirava un’atmosfera di tensione indicibile: volti tesi, sguardi intimoriti… Sembrava di stare in una qualche specie di anticamera infernale. Poi subito mi sono voltato e ho scoperto il motivo di tale tensione: il sorrisino disinvolto del maestro “Gatto” e quello indecifrabile del maestro “Volpe”. Mi sono accomodato in un seggiolino in disparte, nella penultima fila, ben conscio che, visti i nostri famigerati educatori, sarebbe stato bene non dare troppo nell’occhio. Con costoro un minimo e impercettibile movimento delle sopracciglia avrebbe potuto trasformarmi in uno dei “capri espiatori” tanto ricercati da questi due "maestri scienziati", seguaci integerrimi del buon Galileo Galilei - che me lo figuro di già rivoltarsi nella tomba…
Per iniziare essi fecero una breve introduzione del corso, nella quale giustamente venne presentato quello che secondo loro era il prototipo del "maestro ideale", esprimendo opinioni condivisibili da noi astanti e non avrebbe potuto essere altrimenti (guai a manifestare il proprio dissenso a queste due “belve delle SS”). Mi ricordo ancora come il maestro “Gatto” abbia triturato e fatto a pezzettini la dignità di un maestro venuto addirittura dalla Sicilia in occasione del corso di primo grado a Roma, ingiuriandolo e dileggiandolo ripetutamente davanti a tutti, dopo che questo poveretto - non vi dico la pena che mi faceva - si era tradito da solo il primo giorno, facendosi beccare con il cellulare squillante in mano.
Una volta conclusa l’esauriente presentazione, ecco che i due “piccoli duce” passarono in rassegna noi sottomessi “cadetti”. Non vi dico i difetti che trovarono in ognuno di noi: chi aveva le occhiaie, chi le orecchie a sventola o il naso a proboscide, chi era frigida e sostanzialmente non “gliela dava”, chi troppo bacucco per sostenere l’esame - a detta loro -, chi con l’orecchino - dunque con tutta probabilità drogato, secondo alcune recenti ricerche sociologiche -, chi spettinato e stempiato stile “scienziato pazzo” - uno dei due predicatori peraltro, ironia della sorte, quella mattina aveva razzolato male. Mi riferisco maestro “Gatto”, che sembrava appena caduto dal letto. Ma poco importava dato che chiunque offuscava la “razza ariana” selezionata con premura dalla Scuola Nazionale Maestri - composta essenzialmente da begli uomini - meritava la fustigazione immediata.
Tra una tiritera e l’altra quella prima mattinata si avviò al termine, l’ora di pranzo stava infatti per scoccare e anche gli appetiti dei più strenui “torturatori” avevano ormai i minuti contati. Tuttavia essi, da veri marpioni, escogitarono un vecchio trucco che soleva usare la mia maestra cicciona delle elementari per spaventare noi poveri bambinetti, ossia ci dissero che nel pomeriggio ci avrebbero fatto delle domande random - cioè ad ordine sparso -, per verificare se avevamo recepito o meno i contenuti teorici del primo modulo - in teoria della serie “chi becchiamo becchiamo” e in pratica della serie “becchiamo chi diciamo noi”.
A pranzo nei tavoli non riuscivo a non sorridere orecchiando i discorsi allarmati dei miei colleghi-istruttori, la maggior parte dei quali perlopiù dalla memoria “a breve termine” e che perciò non riuscivano a ricordarsi alcuni concetti appiccicaticci e retrodatati imparati “a pappagallo” sì e no durante il primo corso.
Io tutto sommato, almeno in questo, ero abbastanza tranquillo: non mi avevano messo in difficoltà le domande di eminenti docenti universitari di filosofia, figuriamoci questi due maestri di tennis, pur coltissimi nel loro settore specifico. Fu così che scoccò l’ora fatidica del dopo pranzo. Già pronti a sondare le residuali conoscenze di noi spauriti “maestrini”, “Gatto” e “Volpe” in forma smagliante e coi denti scintillanti - da cui emanava un odore genuino di dentifricio - erano lì in tutta la loro stoica inflessibilità!
Io fui uno dei primi ad entrare. Nel frattempo avevo già avuto modo di origliare il malumore della platea, che come al solito in questi casi se la stava prendendo con la solita "Roma ladrona", che aveva delegato simili impietosi aguzzini a diffonderne il Verbo, costato a dire il vero la bellezza di “trecento testoni” circa cadauno (escluse, s'intende, le spese di vitto e alloggio, per non contare il proprio tempo prezioso). Perciò cambiai di posto, per paura di passare fra gli elementi più sobillatori, dato che la posizione in cui mi ero accomodato alla mattina, circondato da degli avvinazzati e troppo esuberanti piemontesi, non mi favoriva in tal senso. L’ultimo che chiuse la porta - che ve lo dico a fare - si prese la prima strigliata pomeridiana e venne già inserito nella lista di proscrizione dei due maestri “inquisitori”. Le ore volgevano velocemente al termine, ma gli dèi mi assistettero per tutto quel tempo interminabile. Sicché non venni chiamato all’appello. Con la sicurezza del “condannato a morte” uscii e salutai educatamente i miei colleghi, consapevole che se non mi era toccato quel pomeriggio, mi sarebbe toccato presto: senz’altro l’indomani mattina.
Casomai non l’aveste capito, sto volutamente mettendo questa storia in toni melodrammatici: per sbollire un po' la mia rabbia congenita a subire ingiustizie e comunque a vederle perpetrare ai danni di chicchessia. Francamente della vicenda di cui sono stato testimonio, m’interessa più la portata “collettiva” che la “mia individuale”. Sin da piccolo ho sempre avuto una predilezione per gli slanci altruistici stile: Don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento! Poi, oltretutto, le mie ambizioni sono tali che - vista la mia carriera studentesca - preferisco di gran lunga la “virtuosa” carriera intellettuale, a quella altrettanto “virtuosa” seppur tennistica. Nondimeno considerando il mio successo coi bambini nell’insegnamento del tennis (sport al quale ho sacrificato la mia vita sino ad un’età tardo-puberale, diventando peraltro un ottimo agonista), non vi nego che un pensierino, a pagarmi gli studi compiendo l’onesto mestiere dell’insegnate di tennis, me lo sono fatto eccome. Certamente non ambisco a diventare un Nick Bollettieri. Infatti difficilmente potrei coltivare dei piccoli Agassi in fasce, però - se non altro - il mio piccolo contributo lo potrei senz’altro dare, per quel poco che ne so…
Ad ogni modo tornai lì il giorno dopo, spaccando il secondo peggio d'un orologio svizzero, onde evitare sgradite ramanzine. Mi sono messo seduto e, tempo un paio di minuti, è iniziata la roulette russa giornaliera. I primi a finire sotto le grinfie dei due “caimani” sono stati: un timidissimo ragazzetto dall’aria spaurita che non riusciva nemmeno a mettere insieme una frase di senso compiuto, tutto tremante com’era; una ragazza completamente svampita che più che un’istruttrice di tennis pareva un’ochetta starnazzante; un capellone con la faccia tutta butterata e la “r” moscia che faceva un sacco chic, fissato con le mamme dei suoi allievi che nominava in continuazione e con quell’aria tipicamente piacionesca di chi tira il rovescio a una mano guardandosi di fianco; infine, un signore un po’ attempato dalla camminata alla Penguin - celebre antagonista di Batman - e che sembrava la copia identica di Doc - lo scienziato fuori di testa protagonista di Ritorno al futuro. Tutti questi fecero una figura magrissima e vennero letteralmente sbranati dai due summenzionati “caimani”, com’era lecito attendersi d’altronde.
L’ultimo della schiera dei chiamati in causa della mattina, guarda caso, fui proprio io. La domanda che mi venne sottoposta - stile interrogatorio di un folle omicida - riguardava un certo tizio di nome Maslow, che c’entrava qualcosa con una piramide di non so bene che cosa. Naturalmente, come mio solito, pur di non fare scena muta tentai in tutti i modi un’impervia arrampicata sugli specchi. Ma dico? Come avrei potuto ricordarmi un concettino tanto insulso, per di più sentito forse una sola volta in vita mia, cinque minuti al volo e neanche, oltretutto ben due anni prima, visto che dentro la mia scatola cranica sono farcito di concetti piuttosto complessi concernenti la filosofia iperborea? E poi, in mia difesa, mi chiedo quando mai un istruttore di tennis abbia mai avuto modo di nominare ad un suo allievo - specialmente se si tratta di un paffutello frugoletto di appena sei anni - questo benedetto Maslow? Bah, lascio a voi che mi state leggendo l’ardua sentenza…
Sulle prime resistetti alle prese in giro di questi due maestri galileiani il cui motto era “spesso non si ha una seconda opportunità di fare una buona impressione”, perciò della serie: chi sbaglia una volta, lo stronchiamo tutte le volte! Poi, però, d'un tratto non riuscii più a trattenermi: il mio temperamento sanguigno e la mia franchezza tipicamente marchigiana, mi fece venire meno a quanto mi ero ripromesso, ossia resistere ad oltranza alle ingiurie di quei due. Cosicché mi presero "i cinque minuti" - come si suol dire - durante i quali, pur senza offendere alcuno, diedi libero sfogo a tutta la mia verve critica. Grazie ad essa sin da piccolino ho imparato a difendermi da solo con le parole, senza il bisogno di tirare pugni a destra e manca, come invece molti fanno per sfogare la loro frustrazione. Nel corso di questo mio sfogo, mi misi a criticare sia l’impertinenza di quei due e sia il clima di terrore che essi avevano creato per metterci in difficoltà, per non parlare delle loro petulanti minacce di bocciatura delle quali lì per lì me ne infischiai, poiché non sopporto che mi si tratti e si trattino - più in generale - le altre persone come delle “pezze da piedi”. Chi pretende rispetto, innanzitutto, dovrebbe esser disposto a concederlo agli altri; cosa questa che non erano disposti a fare costoro, i quali - non so per quale astruso motivo - si credevano “il padreterno in persona” e camminavano tre metri sopra terra, tanto lievitavano da quei "palloni gonfiati” che erano! Finita la mia sfuriata, scorsi negli occhi dei miei colleghi un senso diffuso di compiacimento, che stava a significare l'immensa gratitudine che essi provavano nei miei confronti, il più “pischello” del gruppo. Malgrado il fattore anagrafico a mio sfavore, io ebbi perlomeno il coraggio che era a loro mancato, cioè di sfidare quei due “mostri sacri” della Scuola Nazionale Maestri, dicendo loro di moderare i toni, visto e considerato che non era quello il modo di trattare le persone, applicando una simile assurda e immotivata “strategia del terrore”.
Con quell’intervento senza peli sulla lingua, col senno di poi, mi rendo conto di aver firmato la mia irrevocabile condanna a non superare l’esame finale. Questi signori, a dir poco ipocriti e vigliacchi, addirittura poi mi presero da parte e mi diedero la loro parola d’onore di non considerare nel loro giudizio finale quel "banale" - così si espressero - incidente diplomatico. Tuttavia il mio più grosso sbaglio è stato quello di non aver capito fin da subito che questi due vendicativi personaggi, non sapevano manco cosa fosse l’onore. Vuoi però per mia ingenuità e vuoi anche perché di solito credo nella buona fede delle persone, mi fidai delle loro rassicurazioni.
E feci male, dato che vigliaccamente ben sei mesi dopo, mi arrivò a casa la perentoria comunicazione di non aver superato l’esame di fine corso. Beffa della beffa, dal momento che l’esame che sostenni irregolarmente a “porte chiuse” - cosa questa inammissibile per qualunque esame pubblico e che voglia mantenere una qualche parvenza di serietà - fu davvero impeccabile da parte mia, risposi a tutte le domande, con una sicurezza disarmante. Il mio esaminatore, la “Volpe”, con quel suo muso da ornitorinco, non poté in alcun modo controbattermi anche perché mi fece, tra l’altro, tutte domande piuttosto generiche e pure - volendo - “filosofeggianti". Domande le quali, per uno smaliziato studioso di filosofia come me, non poterono che sembrarmi un autentico “invito a nozze”, come si suol definire. Forse sottoponendomi domande inerenti alcuni virtuosismi tecnici dell’arte tennistica, essendo lui di gran lunga più aggiornato di me in proposito, avrebbe in un certo senso potuto mettermi in difficoltà. Difficilmente venendomi a chiedere roba tipo “che cos’è l’empatia” e altre menate simili, modestia a parte, io credo di saperne un po’ più di lui. Difatti su questa roba ci faccio pure oltretutto corsi all’università, tutti di un certo livello peraltro. Inoltre cosa volete che ne sappia del sapersi mettere nei panni degli altri costui - definizione questa di “empatia” -, il quale dubito fortemente sappia mettersi persino nei panni di se stesso...
Comunque, ovviamente, le domande dell’esame furono soltanto l’ulteriore riprova della sfacciataggine di costoro, che sentendosi “intoccabili” vanno perpetrando arbitri per tutt’Italia (questa è la mia preoccupazione più grande). Quel che mi dà più fastidio, a pensarci bene, non è tanto la “bastardata” che mi è toccata subire, dato che, come vi ripeto, la mia più smisurata ambizione non è quella di fare il “maestro di tennis” - mestiere questo, oltretutto, visto come fumo negli occhi dalla maggior parte delle persone e che, inoltre, non ha nemmeno un riconoscimento giuridico. Piuttosto mi urta l’idea che il “Gatto” e la “Volpe” se ne vadano in giro a rovinare le vite lavorative di “poveri cristi”, che a differenza mia sono costretti a camparci col tennis e i quali devono farci campare anche le loro mogli, amanti e i loro figli. Questi due loschi figuri decidono delle sorti altrui, a seconda delle loro antipatie o simpatie (tralasciando loro medesimi, dato che sono sì simpatici ma come una bastonata in faccia) e non del merito effettivo delle persone come dovrebbe invece avvenire.
È questa la più grande accusa che muovo contro costoro e per la quale vi prego d’indignarvi insieme a me. Il mio augurio, dunque, è molto semplice: spero che episodi poco chiari, come il mio, non si ripetano mai più. Altrimenti mi troverei costretto a ripetere a questi due maestri “repubblichini” il seguente motto distillato dalla saggezza popolare: “Siamo tutti necessari, ma nessuno è indispensabile”. Loro compresi, aggiungerei io. E con questo vi ho detto davvero tutto, non mi rimane che augurarmi che le cose cambino, prima o poi. Speriamo più prima che poi...

3.1.06

Lettere dalla Repubblica “immaginaria” della Krakozia - 3° parte

Il Signore delle Mortadelle!
di Marco Apolloni


Frodo ha vinto! Tra tagliare l’Ici e tagliare il cuneo fiscale, gli italiani hanno avuto le idee chiare – è un eufemismo – e hanno scelto di salvare quest’ultimo oggetto del mistero, il cui nome ha creato non pochi imbarazzi in chi – come il sottoscritto – non capisce un “acca” di economia. Detto così “cuneo fiscale” sembrerebbe quasi una specie di temibilissimo mostro marino, che per poco non è costata la sconfitta alle elezioni al nostro piccolo-grande hobbit bolognese.
Accidenti ci è mancato poco che non diventassi sul serio apolide. Il mio semi-dormiente popolo alla fine, tra una pennichella e l’altra, sembra aver aperto gli occhi. Al di là delle ben più rosee proiezioni elettorali rivelatesi per quel che sono, cioè una “fuffa”, la vittoria è stata piuttosto sofferta: un margine di soli 24mila voti all’incirca ha deciso le sorti di queste verbalmente furibonde elezioni politiche, caratterizzate da un atteggiamento tipico dei miei connazionali, vale a dire da un’esasperata “teatralità fascista” per dirlo con Bertolt Brecht, celeberrimo drammaturgo di Augusta. Comunque, tralasciando simili inezie, durante quest’elezioni si è manifestata una sindrome detta “dell’uomo di destra” che ha creato non poche difficoltà ai massimi esperti dei sondaggi nel pronosticare con sufficiente chiarezza il nome del vincitore. Il problema di chi ha sofferto di tale misteriosa sindrome è che questi si è vergognato a tal punto del proprio voto, che, piuttosto, ha preferito mentire spudoratamente.
La scorsa estate un mio amico argentino mi ha rivelato che nel suo Paese vi è un politico talmente temuto che, ogni volta che lo si sente nominare, tutti giurano “fino allo spergiuro” di non averlo mai votato in vita loro; però, chissà perché – lui mi ha spiegato – in Argentina cambiano i governi, ma il nome di questo emerito “spauracchio” – che la gente assicura di non aver mai votato – risulta essere sempre fra i nomi di chi governa, resistendo prodigiosamente ad ogni puntuale rimpasto governativo.
Oggi, ripensandoci, le parole del mio amico mi appaiono tanto più calzanti nel desolato scenario odierno post-elettivo. Solo che, per fortuna, il nostro Paese sembra almeno essersi parzialmente distaccato dal caso-Argentina, poiché i savi italiani all’estero, tra cui anch’io Viktor Navorski – avente, oltre a quella italiana, pure oltretutto la cittadinanza della Repubblica “immaginaria” della Krakozia – si sono rivelati decisivi nel sancire i vincitori finali di quest’elezioni.
Peraltro – mentre sto scrivendo questo terzo episodio della mia rubrica satirica – c’è ancora qualcuno che non è disposto a riconoscere la propria sconfitta elettorale e che, con quella che suonerebbe come una minaccia, ha dichiarato pubblicamente che il risultato “deve cambiare”! Tutto ciò nel segno di quella peculiare sportività, che ha sempre contraddistinto l’ormai uscente leader populista e demagogo della coalizione destrorsa, abituato com’è a comandare ovunque fuorché a casa propria, secondo quanto emerge da una recente intervista rilasciata alla trasmissione televisiva “Le invasioni barbariche” dalla sua figlia minore, che ha notevolmente ridimensionato il ruolo ricoperto dalla figura paterna nelle mura domestiche, entro le quali questi ci viene descritto più che come un “puffo”…
Ad ogni modo, questo è quel che passa il convento, vale a dire messer Frodo, il catecumeno più simpatico che ci sia e che, in uno “staterello confessionale” come il nostro, vi garantisco, è altamente il minore di tutti i mali. Siamo seri, come può un governatore puro di sinistra andare al Governo in Italia? A meno che il Vaticano non emigri in Svizzera, credo francamente che tale cataclisma difficilmente si potrà realizzare. Di certo vi starete dicendo, ma come mai questo qui ce l’ha tanto coi preti? A dire il vero, non è che ce l’abbia poi così particolarmente coi preti – almeno loro, poveretti, credono a tutte le panzane che vanno dicendo –, tutt’al più ce l’ho con chi gli dà ascolto e ogni domenica si sorbisce i vaneggiamenti sul preservativo da parte di chi non sa manco come sia fatta una donna. Se la Chiesa non ha effettivamente colpe sulla diffusione del virus dell’Hiv nel Terzo Mondo, moralmente però con le sue petulanti prediche anti-contraccettivo a tutti i costi, si rende compartecipe al più grande eccidio che vi sia sulla faccia della Terra. Comunque è mia ferma convinzione non dilungarmi troppo in critiche a scapito della Chiesa, anche perché oramai criticare tale corrotta Istituzione umana è un po’ diventato come sparare sulla Croce Rossa e ciò non mi sembra molto sportivo. Oltretutto a demolire il corrotto apparato ecclesiastico pensa già, indirettamente, un distinto e disinvolto scrittore americano, impeccabilmente vestito in giacca e cravatta e senza tanti peli sulla lingua. Mi riferisco a Dan Brown – il Martin Lutero del XX secolo – che oramai persino mia nonna ottuagenaria, che vive di pane e cicoria – alla Bernardo Provenzano – ma sopratutto della soap-opera televisiva “Beautiful”, conosce.
Addirittura ieri sera, dopo essermi goduto l’ennesima serata stravaccato sulla mia poltrona di casa – da quel buon pantofolaio quale sono – e dopo aver goduto come un caimano in calore del rocambolesco tonfo in Champions League della mia più odiata-rivale squadra calcistica – il Milan –, stavo per spegnere finalmente il malefico e radioattivo televisore di casa, quando, fortuitamente, ho sentito che in seconda serata davano sulla stessa rete la trasmissione “Matrix”, che avrebbe trattato i misteri del “Codice da Vinci”. Se non altro per curiosità, mi sono deciso a stare alzato ancora per un po’, tanto non dovevo mica svegliarmi l’indomani mattina per andare a lavorare. Tanto per la cronaca di mestiere faccio il disoccupato di lusso – nonché futuro barbone “on the bridge” –, in quanto studente universitario e per di più della materia più astrusa che vi sia: la filosofia!
Non vi dico quel che mi è toccato stare a sentire. Fra le fila della platea “colta” – si fa per dire – intendo segnalare per inettitudine: un prete dell’Opus Dei; un mezzo prete mancato d’intellettuale crociato; un volgare “ex” Ministro della Pubblica Distruzione – quello che, in linea teorica, dovrebbe chiamarsi Ministero della Pubblica Istruzione, anche se dopo la scatenata Letizia è stata fatta terra bruciata, tant’è che persino io, anti-fascista sin dalla culla, ho rimpianto quel povero fascista nonché filosofo Giovanni Gentile. Beh, bando alle ciance, non ho sentito nessuno – e quando dico “nessuno”, intendo dire proprio “nessuno” – difendere il libro del Professore americano di Storia dell’Arte, citando che ne so qualche fonte autentica, tipo la “gnosi” o roba del genere. Chissà perché, sia il responsabile della Mondadori che un celebre fumettista, hanno sì difeso entrambi il libro messo all’Indice, però – caso strano –, nessuno di essi si è permesso di citare tutta quella letteratura considerata “eretica” dalla Grande Chiesa, che altresì in un caso simile avrebbero dovuto menzionare. E poi dicono di attuare la par-condicio in televisione – che così pronunciata sembra una delle innumerevoli posizioni del “Kamasutra” – , ma quando si tratta di Santa Romana Chiesa stranamente se la dimenticano da qualche parte. E va bene, vorrà dire che dovrò fare io le veci del difensore di questo romanzetto per femminucce, che leggendolo – ad essere sincero – devo dire mi ha fatto ben sperare su una mia eventuale carriera di scrittore, un po’ come chi sogna di fare il giornalista e vedendo Fede, direttore del Tg4 – a proposito, se il nuovo Governo non metterà rete quattro come minimo nel più sperduto satellite di Alpha Centauri, giuro che emigro nuovamente in Krakozia spedito come una lucertola –, si monta la testa e crede di poter diventare Presidente della Repubblica o giù di lì…
Allora passiamo ai fatti. Innanzitutto vorrei subito chiarire il termine “gnosi”. Tradotto dal greco, sta ad indicare la “conoscenza”, della quale ciascuno di noi possiede una “scintilla” nella propria coscienza individuale. Gli gnostici – che andrebbero considerati come una specie di “intellettuali cristiani” sgraditi alla Chiesa di Roma e perciò da essa volutamente fatti estinguere – credevano, infatti, che Dio risiede in ognuno di noi e volendo parafrasare un celebre aforisma tratto dal Vangelo di Filippo: “La verità non è venuta nel mondo nuda, ma è venuta in simboli ed immagini”. Questo Vangelo“gnostico”, per così dire, fa parte del “corpus” ritrovato in Egitto, precisamente a Nag Hammadi nel 1946, contenuto in un vaso di argilla con dentro alcuni scottanti documenti che hanno fatto tremare sul serio i sotterranei del Vaticano, altro che Dan Brown e il suo fantomatico “teorema del complotto” – si veda alla voce Priorato di Sion. Probabilmente questi sono soltanto alcuni dei documenti giunti fino a noi, che comprovano in qualche modo la grande verità tenutaci nascosta a proposito di quel che il mio amico Federico Nietzsche definì “giovane ebreo”. Un certo Imperatore romano, trattasi di Costantino, in fin di vita – da quel pagano che era – si convertì a quella che era oramai divenuta la “religione di stato”, per salvare il suo vacillante Impero. Questi nel 325 d. C. convocò un concilio passato alla storia come “Concilio di Nicea”, nel quale vennero gettate le fondamenta del futuro appalto della Chiesa. Tra le tante cose che poi raggruppate vennero a formare il canone ecclesiastico vero e proprio, che di lì in avanti si sarebbe affermato perentoriamente, in quella sede venne stabilita la divinità di Gesù Cristo. La votazione per stabilire tale incontrovertibile verità canonica, peraltro, si determinò soltanto per una manciata di voti. Il Salvatore venne così definito della stessa sostanza del Padreterno, il termine tecnico corretto è “omousia”, condannando pertanto le intraprendenti tesi di un prete alessandrino di nome Ario, il quale non credeva appunto nell’“omousia” del Messia.
Ritornando all’incriminato “The Da Vinci Code”, l’unico merito papabile che ha avuto – se vogliamo – è stato quello di essere riuscito a portare alle luci della ribalta, attraverso l’indubitabile facilitazione di un godibilissimo “plot”, un tema altresì complicatissimo, che sarebbe altrimenti destinato a rimanere entro una cerchia ristretta ed elitaria di accademici molto “snob” e con l’inconfondibile “puzzetta” sotto il naso. Ad ogni buon conto, però, al di là del numero di copie vendute che non vuol dire niente per i più intelligenti – difatti si sa come la qualità e la quantità abbiano da sempre fatto a cazzotti tra di loro –, questo libro ha rielaborato alcune tesi gnostiche davvero interessanti, su tutte quelle contenute nell’occultato Vangelo di Maria, anch’esso ritrovato tra i testi di Nag Hammadi. Secondo quest’avventurosa tesi romanzesca, Maria Maddalena sta a simboleggiare il “femminino sacro” tenuto nascosto dalla Chiesa, divenuta con il suo custode-fondatore Pietro ostinatamente sessista. Ella proprio data la sua estrema pericolosità, venne fatta passare per “meretrice” così da infangarne la fama e metterla in una cattiva luce. Sempre secondo quest’avvincente tesi, costei oltretutto avrebbe portato in grembo il Sangreal, ossia il “Santo Graal” che rivelerebbe la discendenza di nostro Signore; risolvendo, pertanto, l’allegoria più indecifrabile dell’intera cristianità, sulla quale sono stati versati fiumi d’inchiostro che raccontano le mitiche gesta dei Cavalieri della Tavola Rotonda, dando poi vita all’epopea arturiana. Se dipendesse dai preti dovremmo tutti avere dei pensieri già omologati e confezionati sulle Scritture, altrimenti ci consegnerebbero volentieri alle fiamme guizzanti dei roghi di medievale memoria, nonché luoghi di massima espressione della purificatoria dottrina ecclesiastica.
C’è un altro episodio, ormai non più d’attualità, che dovrebbe servirci da lezione sulla presunta superiorità della nostra civiltà occidentale. Si pensi a quante morti – francamente risparmiabili – si sono verificate in Libia a causa di un gesto simbolico, tra l’altro di evidente cattivo gusto, di un ministro dell’ormai uscente Governo italiano, il quale dimentico del proprio carico di responsabilità, cavalcando l’onda del malcontento delle inferocite folle mussulmane – che erano state “incendiate” da alcune infelici vignette sul conto del loro profeta Maometto – ha avuto la grande trovata d’indossare un’ironica maglietta del tutto fuori luogo. Al di là dell’opinione che si può lecitamente avere sulla religione mussulmana, troviamo oltre che sbagliato inutilmente crudele dileggiare le altrui credenze religiose, quando queste sono il solo ed unico strumento consolatorio di popolazioni tradizionalmente vessate, vuoi dai loro corrotti governanti vuoi anche dai cinici governi occidentali, abituati a spremerle come dei limoni per poi gettarle nel dimenticatoio della Storia, dove innumerevoli torti si sono fin qui accatastati. Togliere a costoro la magra soddisfazione di sperare in una vita ultraterrena che li ripaghi in qualche modo di una misera vita terrena di torti, stenti e patimenti, significherebbe innescare delle disastrose reazioni a catena, le cui catastrofiche conseguenze non possono non essere temute da qualunque uomo assennato!
Chiudendo la divagazione sulle religioni, che mai come in questo momento sembrano essere ritornate tanto in voga, vorrei concludere questo mio articolo tornando a parlare del “Signore delle mortadelle”, che, non so a voi, ma a me, in coppia con Bertinotti, fa l’effetto di vedere Don Camillo e Peppone che bisticciano affettuosamente insieme. I fascisti di Via della Scrofa, i separatisti padani adoranti la divinità pagana del Dio-Po, i chierichetti “ex-democristi” e per finire i capitalisti-arrivisti “azzurrini”, oltre a delegittimare aspramente i miei due “gemellini-coglioncelli” – noti e sciagurati elettori di sinistra, secondo il nostro oramai purtroppo “congedato” Presidente del Consiglio – vanno sproloquiando sulla scarsa omogeneità del futuro Governo del nostro Paese. Beh, a costoro mi vien voglia di rispondere che a sinistra si dialoga, litigando il minimo indispensabile, poiché ogni sana democrazia che si rispetti è fondata su un vivace ed edificante dialogo. Mi rendo conto che la tradizione democratica della “destra italiana” è sempre stata un po’ deficitaria. Infatti ho ancora ben vivido l’indelebile ricordo nella memoria, di quanto raccontatomi dalla buon’anima di mio nonno sulle discutibili modalità della democrazia fascista, che ebbero la loro massima manifestazione liberticida con l’olio di ricino, le manganellate e quant’altro. Però, dico io, anche alla sfacciataggine vi dovrebbe essere un limite.
Comunque checché essi ne dicano, io credono fermamente nei nostri ruspanti Don Camillo e Peppone e in questo almeno sono d’accordo con il felice detto per cui: “L’amore non è bello, se non è litigarello”! Un democristiano e un comunista al Governo insieme, non è poi mica vero come vogliono darci ad intendere i soliti “giornalisti sensazionalisti” che l’Italia è spaccata in due. Tutt’al contrario io dico che per la prima volta dopo l’Assemblea Costituente – i cui emendamenti, dal precedente Governo del “fasullo profeta” di Arcore, sono stati messi seriamente a repentaglio – l’Italia non è mai stata così unita come oggi. I due volti della stessa medaglia, il buon Romano e il buon Fausto, sono convinto che non potranno andare meglio d’accordo – pur nel loro genuino e prestabilito litigio – come hanno occasione di fare stavolta. Indipendentemente da tutto e da tutti io credo a quest’accoppiata davvero micidiale! Non so, forse sarà perché – da uomo di sinistra – conscio delle immani difficoltà di fare una politica riformista nel nostro Stato italo-vaticano, mi sono oramai messo il cuore in pace e ho accettato di andare qualche oretta a catechismo dal petroniano Don Romano, tenendo però sotto braccetto due libri imprescindibili: “La Bibbia” e “Il Capitale” di Carletto Marx; il diavolo e l’acqua santa insomma! Del resto gira voce che Gesù Cristo sia stato il primo comunista della storia: che sia vero? Bah, chi lo sa…

Mi firmo vostro affezionatissimo,
Viktor Navorski (: indimenticabile protagonista del film di Steven Spielberg The Terminal interpretato da uno straordinario Tom Hanks).

2.1.06

Lettere dalla Repubblica “immaginaria” della Krakozia - 2° parte

I sette peccati capitali
di Marco Apolloni


Una settimana è passata e da queste parti in Krakozia sembra di stare al polo nord. Questo freddo pungente ti penetra fin dentro le ossa, tant’è che persino i pinguini non escono di casa senza il cappotto. Pensate, poi, che le renne-auto-ferro-tranviere hanno addirittura indetto uno sciopero dei trasporti della durata di ventiquattrore, facendo montare su tutte le furie il premier locale Babbo Natale, ch’è un po’ il “flagello” di questa landa desolata. Questi, infatti, dopo esser scappato dalla Finlandia per banca rotta fraudolenta della sua rinomata fabbrica di giocattoli, ha chiesto ed ottenuto asilo politico nella super tollerante Krakozia. Cosicché di lì a poco tempo il barbuto e arzillo vecchietto, senza aver minimamente risorto il suo insanabile – a quanto pare – conflitto d’interessi, ha saputo molto presto entrare nelle grazie dei krakoziani. Essi, fattisi abbindolare dalle sue demagogiche promesse, lo hanno eletto Presidente del Consiglio. Di tutte le “panzane” da lui raccontate ai suoi polli-elettori di turno, ce n’è una in particolare, che mi ha più colpito: “Più doni e condoni per tutti…”!
Comunque, ritornando ai “mali nostrani” – nonostante me la sia data a gambe levate dal mio Belpaese –, pare proprio che io non riesca a liberarmi di simili Babbi Natali ovunque vada. Se vi è sembrato che la scorsa volta abbia esagerato un po’, allora vi dico subito che oggi sarò ancora più tremendo. Perciò come dice il detto “uomo avvisato, mezzo salvato”. Il moderatismo è un comportamento estraneo alla mia persona in quanto sono un “democratico radicale”, nel senso che cerco di andare alla “radice” delle questioni cruciali. In questo mi reputo molto mazziniano, cioè non sopporto certa supponente arroganza della maggior parte dei moderati. Diciamo che la mia fiducia nella diplomazia si è leggermente inclinata in questi ultimi tempi. Ad ogni modo, ora avrei l’immenso piacere di commentarvi un’accorta frase di quel “tuttologo” di Pier Paolo Pasolini, il quale ha saputo racchiudere molto sinteticamente i “sette peccati capitali”, che contraddistinguono il nostro essere intimamente un popolo di parrucconi-trasformisti: “L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo”. Cominciamo…
Il primo, l’egoismo. Lo vediamo tutti i giorni, il nostro essere attaccati alle cose che possediamo – le quali poi, però, finiscono sempre a loro volta per possederci – delimita persino i confini del nostro striminzito-cervelletto, che ci rende così schifosamente gelosi dei nostri “averi materiali”. Poco importa se ce ne freghiamo di quanto di più importante ci è rimasto: la nostra dignità. Proteggendo gli oggetti che ci appartengono, più delle persone a cui vogliamo bene, rimpiccioliamo a tal punto da sembrare delle viscide “creaturine” noncuranti di tutto e insensibili a tutti, tranne che ai loro campati all’aria “castelli di sabbia”. Pronti a sventrare chicchessia pur che non venga messa in discussione la “sottana” materna. Ma, dico io, saranno affari delle nostre rispettive madri se hanno trastullato a pagamento qualche smanioso estraneo oppure no…
Il secondo, la stupidità. Anch’essa di certo ci appare in tutte le sue vituperevoli manifestazioni quotidiane, arrivando ad offuscare persino l’unico neurone che ci è rimasto. Basti pensare alle folli corse in macchina a rincorrere chissà quali “ideali suicidi”, per mostrarsi emuli azzoppati e da un soldo di cacio dell’eroe-ribelle per antonomasia James Dean. Corse queste che troppo spesso finiscono in “tragedie annunciate”. Cosicché giovani promettenti infrangono i loro sogni di evasione contro chissà quale pianta nel ciglio di qualche sperduta strada di campagna. Episodi che infarciscono di bei paroloni commoventi certa carta-straccia di alcuni giornali locali, che vanno letteralmente a nozze a far colare giù i “lucciconi” dagli occhi dei loro fedelissimi lettori, ma che – peccato! –, non servono a riportare in vita nessuno. Certo ce ne vuole d’ipocrisia per sprecare così tante “pompose” parole negli epitaffi, invece che preoccuparsi principalmente di evitarli. Sfogliando un giornale di qualche tempo fa, sono venuto a conoscenza che i nostri teenagers hanno la “maglia nera” in Europa, in quanto vantano la maggiore precocità nell’iniziare a bere e a fumare. Pensate c’è chi comincia addirittura intorno ai dieci o undici anni. Sono proprio queste le cose che mi danno più fastidio: ma che ci stanno a fare le famiglie? Chissà, domandiamolo ai “catecumeni”, di solito loro hanno sempre una risposta bella confezionata a tutte le domande; che predichino di meno e vigilino di più nei campi scuola della parrocchia piuttosto, dico io, che spesse volte si trasformano in veri e propri campi d’iniziazione non necessariamente religiosa…
Il terzo, l’incultura. Qui, sarebbe meglio stendere subito un velo pietoso e chiudere la faccenda prima ancora di aprirla. C’è un dato estremamente significativo che dovrebbe darci di che pensare, secondo recenti sondaggi, l’Italia è uno dei Paesi che legge di meno in Europa. Non può più funzionare la scusa che siccome noi italiani abbiamo il clima migliore al mondo, allora preferiamo spassarcela in spiagge assolate da quei “goderecci” che siamo; mentre i nordici, invece, con il loro clima schifoso non fanno altro – per ingannare il tempo – che trombare, scolare pinte di birra e leggere tutto quel che gli passa per le mani. E come se non bastasse, si è pure oltretutto appurato che, nel nostro Paese, i libri maggiormente letti sono quelli con più immagini e con più scritte a caratteri cubitali della serie: fumetti e gazzette varie... Del resto, basti pensare qual è il target dei nostri scrittori, vale a dire: comici-giallisti dell’ultima ora, calciatori improvvisatisi barzellettieri da quattro soldi, ex showman-tossicomani appena usciti da cliniche di disintossicazione, adolescenti-sporcaccione al loro primo e ultimo – almeno si spera – esordio letterario e chi più ne ha più ne metta, la lista sarebbe interminabile… Insomma, per farla breve, vendono tutti i loro libri fuorché gli scrittori stessi di professione, i quali – poveretti – se non si muoiono di fame poco ci manca e vengono giusto relegati a dire stupide cretinate in qualche squallido “salotto televisivo” tipo “Porca a porca”, condotto dal presentatore più “coleottero” che ci sia… Meglio piuttosto che si trovino un altro lavoro costoro, che ne so io magari potrebbero mettersi a fare i gelatai, i paninari o comunque sia i “venditori ambulanti” in qualche recondito angolino della “provincia denuclearizzata”; almeno lì son sicuro troverebbero senz’altro modo di divulgare le loro idee anarco-insurrezzionaliste. Proprio com’è successo ad un mio “deviante” professore del liceo, la cui genialità viene puntualmente scambiata per follia nel mio dolce e ondulato paesello, e come se non bastasse lo fa tuttora passare per il “matto del villaggio”…
Il quarto, il pettegolezzo. È davvero fin troppo facile, per me, sparare a zero su questo peccatuccio così poco veniale, che consuma e divora l’intero genere umano ma, particolarmente, un popolo di “linguacciuti” qual è il nostro. Frequentando salotti di parrucchiere, sono abituato a sentirne di cotte e di crude sugli argomenti più disparati: da chi si sbatte la moglie di quel “cervo” del macellaio, al prete che si chiude a chiave in sagrestia con la sua perpetua, eccetera… Si sa come tra una messa-in-piega e l’altra la lingua sia talmente disinvolta, che proprio non riesce a strasene attaccata al palato per più di dieci secondi consecutivi. A tal proposito vorrei raccontarvi un episodio di cui mi è giunta voce e che sintetizza perfettamente cosa intendo io per “arte bislacca dello sproloquio”. Pare che una assidua frequentatrice si fosse drammaticamente spenta all’ospedale per un male incurabile. Voce questa che risultò poi essere del tutto infondata. Mi ricordo ancora oggi la faccia sbiancatasi della titolare del negozio, quando pochi giorni dopo questa tragica notizia alzò la cornetta del telefono e per poco non cascò giù svenuta. Al telefono, infatti, lei sentì miracolosamente parlarle la sua “rediviva” cliente, la quale mai come in quel momento – ironia della sorte – godeva di così ottima salute e la quale chiamava giusto per fissare un appuntamento. Ovviamente non vi dico gli scongiuri che questa poverina si sarà fatta, quando venne messa al corrente a sua volta, ancora incredula, della voce circolata sul suo conto. Tuttavia tra un attacco isterico e l’altro il giorno dopo le “pettegole” clienti del negozio, le quali avevano inconsapevolmente seppellito la loro amica anzitempo, la riabbracciarono visibilmente commosse e fecero un po’ come Tommaso con Cristo, la toccarono tutta per accertarsi che fosse realmente viva e vegeta… Questo “grottesco” episodio mi è servito solo da esempio, per farvi capire quanto sia controproducente e di cattivo gusto spettegolare a vanvera. Finché non riusciremo a scollarci di dosso la degradante dimensione delle “dicerie” popolari, credo che resteremo sempre un popolo di “babbei”, non che ci sia niente di male, s'intende…
Il quinto, il moralismo. E qui, perdonatemi, ma vorrei rimboccarmi le maniche prima di dar fiato alle mie “trombe squillanti”, poiché di cose da dire in proposito ce ne sono a iosa. Fra le tante ne scelgo una che io credo sia meglio di tutte rappresentativa, per certi versi. Perciò, partirei e finirei – dato che sto per farvi un aggiornato quadro completo della situazione – anche dalla definizione, mica tanto scontata direi, di che cosa potrebbe significare “essere moralisti”. Innanzitutto è da moralisti aiutare la vecchietta mezza sciancata e col bastone tutto tremante ad attraversare la strada un sacco trafficata, poi magari spiattellargli davanti un “mellifluo” sorrisino e allo stesso tempo nel migliore dei casi maledirla mentalmente o nel peggiore, invece, borseggiarla addirittura.
È sempre da moralisti inoltre, aiutare la mammina a fare la spesa, portarle i stracolmi sacchi pieni di varie cibarie, buttarle giù la pasta asciutta, sgrassarle col detersivo i piatti imbrattati dal lauto pasto appena consumatosi e come ciliegina sulla torta, fregarle di nascosto parte del suo stipendio da operaia! Magari solo per fare i “bulli” e uscire fuori a cena con quella “zoccola spocchiosa” della propria seducente fidanzatina, la quale a sua volta si limita soltanto come ricompensa a fare qualche noioso lavoretto di mano. Mentre agli altri l’ha già data furtivamente milioni di volte: “Così va la vita…”.
Infine è ancora da moralisti avere un lavoraccio part-time come babysitter, dimostrandosi all’altezza delle aspettative e facendo, appunto, le coccole amorevolmente ai “paffutelli bambocci” in presenza dei genitori di questi ultimi. E poi – una volta liberatisi di codesti genitori-rompiballe dopo innumerevoli rassicurazioni di preservare l’integrità, sia corporea che morale, dei fanciulli – invitare il proprio fidanzatino e copularci sul soffice letto matrimoniale della giovane coppia di genitori, appena uscita per una cenetta a lume di candela; in uno di quei sciccosi e sciropposi ristoranti francesi all’ultimo grido, che ti servono delle deliziose lumachine striscianti condite in una meravigliosa salsa rosa salmonella. E nel frattempo che, l’assatanata bambinaia “ninfomane”, si rotola fra le lenzuola insudiciate con il proprio “ganzo”, facendo un vero e proprio match di lotta libera, i “batuffoli di ciccia” dei bambocci gattonano dappertutto per la casa, magari anche giocando con le prese della corrente e rischiando cosicché la terribile scossa, tanto chi se ne importa. E si potrebbe continuare di questo passo, portando altri centomila esempi della stessa fattispecie…
Il sesto, la coazione. Qui pure, di roba da dire ce ne sarebbe parecchia, ma vi prego di accontentarvi di questo mio onnicomprensivo predicozzo. La coazione riguarda direttamente il sistema scricchiolante, che regola i complicati ingranaggi della nostra marcescente società, ossia come dice la parola stessa: co-azione vuol dire il compiere per riflesso una qualche azione già compiuta da qualchedun altro. Mi spiego meglio… Prendiamo quel “marchingegno infernale” della playstation, ovvero un simulatore - molto coinvolgente peraltro - di azioni vere, ad esempio, di azioni legate agli sport. In questa nostro tipo di società pare, infatti, che il termine divertimento sia stato fatalmente sostituito dal termine “intrattenimento” e le conseguenze di tale irrevocabile sostituzione, per quel che ho potuto appurare, sembrano esser state a dir poco disastrose…
Un esempio tangibile in questo senso, potrebbe essere questo: molti ragazzini grassottelli e quattrocchi, per di più decisamente pigri, ora come ora preferiscono simulare il gioco del calcio – giusto per prendere il “mostro sacro” del nostro sport nazionale – smanettando come dei dannati su degli appiccicosi joystick, stravaccati sulle loro sprofondanti poltrone di casa; piuttosto che andarsi a fare una bella sudata all’aria aperta sugli infangati campetti dell’oratorio, con tutto quel che ne consegue a loro discapito. Insomma, giusti per farvi la portata di una simile sventura, facendo la fine dei loro coetanei totalmente “rincitrulliti” giapponesi, che giocano mattina e sera con i videogiochi, e i cui gloriosi “avi” samurai di sicuro si staranno rivoltando nella tomba…
La rinuncia a fare sport da piccoli comporta, inevitabilmente, una deprecabile sedentarietà precoce, con danni sempre più irreparabili sia fisici che psichici. Fisici in quanto così facendo essi sviluppano soltanto uno o al massimo due sensi, vale a dire la vista e il tatto, invece che tutti e cinque al completo come sarebbe di gran lunga più auspicabile; tra l’altro, persino questi due miseri sensi, essi rischiano pure di comprometterli ancor prima del tempo, costringendosi a mettersi gli occhiali all’incirca sin dall’asilo o a soffrire di artrite alle dita già in fasce, a furia di pigiare come ossessivamente su quei diabolici tasti. Psichici – che ve lo dico a fare – perché in questo modo si bruciano il cervello già prima di usarlo…
Il settimo ed ultimo, il conformismo. Il quale non vi dico che sia il peggiore in assoluto, ma poco ci manca. In ogni caso credetemi se vi dico che, questo sciagurato peccato capitale, su di me ha lo stesso effetto dell’urticaria: il solo pensarci m’irrita da capo ai piedi. Non a caso quale male peggiore potrebbe esserci di questo, che induce tutti a volere la stessa cosa; non perché essa sia meglio di per sé, ma perché così fan tutti e perciò deve per necessariamente andar bene a tutti. Come si fa, dico io, a non imporre il proprio volere? Guai a conformarsi, chi si conforma si uniforma e dunque merita tutto il mio più gran disprezzo in quanto si confonde con la massa informe. Mentre cosa molto più allettante sarebbe quella d’innalzarsi al di sopra di essa fino a distinguersi per qualche merito…
È roba da matti, dico io, bisogna essere un bel po’ accidiosi o ignavi di cuore, cioè pur sapendo quale sia il sentiero della virtù, bisogna infischiarsene altamente e imboccare quello del vizio. Chi non ha il coraggio delle proprie idee è un individuo abietto e va disprezzato profondamente. Noi siamo fatti per essere dei liberi pensatori e chi si fa imbavagliare merita di essere quel che è, ossia un pensatore semi-libero, che equivale ad essere un’etichetta in un barattolo di pelati oltretutto pure andati a male… “Chi tace, acconsente” recita un saggio detto. Non conosco persona peggiore di quella che tace nel momento propizio in cui, invece, dovrebbe parlare a maggior ragione liberamente, per non lasciarsi mettere i piedi sopra da chicchessia. Dissentire dovrebbe venire promosso a nostro “imperativo categorico” per opporci alle forze soverchianti dei prepotenti di turno. In definitiva, parafrasando una celebre formula cartesiana, non so voi ma: “Io mi ribello, dunque sono…”!
Detto ciò, credo di essere stato abbastanza “blasfemo” per oggi. Malgrado ciò un’ultima cosuccia da dire ce l’avrei anche, con il vostro permesso naturalmente: spero proprio che la “nefasta” profezia pasoliniana non si realizzi affatto. Mi rimetto interamente nelle vostre mani. Voi miei cari compatrioti avete il potere di scongiurare l’imminente “catastrofe”! Per evitar ciò, avete solo un modo, quello di mettere una semplice crocetta dalla parte giusta, alle prossime elezioni politiche di Aprile… Dalla Krakozia è tutto, per ora, mi rifarò vivo molto prima di quanto pensiate…
E mi firmo vostro affezionatissimo,

Viktor Navorski
(l'indimenticabile protagonista del film di Steven Spielberg The Terminal, interpretato da uno straordinario Tom Hanks).

1.1.06

Lettere dalla Repubblica “immaginaria” della Krakozia (1° parte)

Se vince quello lì divento apolide
di Marco Apolloni

Nome: Viktor
Cognome: Navorski
Cittadinanza: apolide


Nella peggiore delle ipotesi questa sarebbe la mia futura carta d’identità. Potrò sembrare matto, forse, ma giuro che lo faccio! Se chi dico io vincerà le elezioni politiche in Italia, siccome sono una persona seria e non un “pagliaccio” qualsiasi, ho fatto una promessa a me stesso: scioglierò simbolicamente il legame che mi vincola al mio “fedifrago” popolo. Mi è venuto come spontaneo, mentre parlavo in macchina con la mia ragazza. I soliti discorsi, poi all’improvviso la folgorazione: vedendo il manifesto splendente di qualcuno che avrei fatto volentieri a meno di vedere in quel frangente… Così, senza neppure pensarci, mi è venuto su un rigurgito di fascismo dritto dal cuore. In quel modo mi sono ricordato di un mio tema degli anni d’oro del liceo – che mi è valso un bel nove! – in cui manco a farlo apposta, scrissi a proposito del ventennio più buio della storia d’Italia, delle parole tanto disincantate quanto già rassegnate, manco fossi stato un piccolo “balilla” cresciuto a suon di scudisciate e olio di ricino. In realtà sono cresciuto a “pane e Unità (il giornale, a essere precisi)”, quindi figuratevi un po’ voi che razza d’infanzia “traviata” è stata la mia…
In quel tema avrei potuto dire che il fascismo era stato uno spiacevole incidente di percorso di un popolo formato all’epoca da reduci arrabbiati e delusi nonostante la vittoria – mai vittoria fu tanto più amara! – della Grande Guerra (che di “grande” ha avuto ben poco, come ogni guerra d’altronde…), con ancora ben vivida nella memoria la catastrofica disfatta di Caporetto. Popolo con un risentimento talmente vigoroso che il primo “uomo forte” mandato dalla provvidenza, seppe cavalcarlo con una tale maestria tanto da rifondergli i suoi traditi “sogni di gloria”. Sogni questi più che altro dettati dallo “spirito del tempo”, dunque imperialistici, così da rinverdire nella ferita memoria collettiva gli antichi fasti della Roma imperiale. Avrei potuto dire tutto questo, ma non l'ho detto. Anni dopo – quando ero già uno studente universitario – scoprii che questa interpretazione, che a me all’epoca sembrava e sembra tuttora fin troppo semplicistica, tuttavia era stata la linea interpretativa adottata da Benedetto (“non” XVI, quello è un altro…) Croce, grande studioso italiano nonché militante anti-fascista.
Contrariamente a ciò, io invece identificai nel fascismo, molto spietatamente e con una visione ben più truce della realtà storica italiana, “l’autobiografia della nazione”. In sostanza nella controversa figura del Duce vi rispecchiavo per contro milioni e milioni d’italiani con il vizio, a tutt’oggi rimasto insuperato, di chinare il capo e riverire il potente di turno. Da qui ho cominciato pian piano a maturare una mia “personale opinione” su noi italiani, ovvero il solo popolo al mondo ad essere buono per tutte le stagioni, come l’omonima pizza da cui prende il nome: la famigerata “quattro stagioni”…
Sul commento al voto, del mio “impegnato” tema, trovai scritte le seguenti rammaricate parole della professoressa “mi dispiace non averti potuto dare dieci dato il modo encomiabile in cui hai affrontato il tema, ma almeno potevi citare la fonte a cui ti rifacevi: Piero Gobetti…”. Piero Gobetti? Ma chi era per me a quel tempo costui? Semplice: un emerito sconosciuto! Quanto meno, però, quel tema me lo fece conoscere. In seguito andai a digitare il nome di questi su Google e mi uscirono fuori parecchi ipertesti molto chiarificanti su questo povero “sfigato”, mi sembra proprio il caso di dire, giovane intellettuale torinese, morto a causa delle percosse ricevute da feroci squadristi-fascisti. Ripensandoci rimango ancora scioccato di quanto “quel giovane” torinese ci abbia visto giusto sul conto del suo popolo; attraverso le sue parole, infatti, si può tranquillamente risalire sino ai “risolutivi” giorni nostri e ripercorrere la storia d’Italia come in uno dei tanti film scanzonati, ma non per questo meno spietati, interpretati dai vari Gassman, Sordi, Mastroianni, eccetera; e illustranti i mille e passa “vizi capitali” del nostro popolo fin troppo “maestro nell’arte dell’arrangiarsi”…
Gobetti a parte, c’è un episodio molto particolare – che risale a quando ero studente “erasmus” in Inghilterra – di cui vorrei parlarvi. Eravamo arrivati ai ferri corti, io e il mio coinquilino transalpino, tanto che incominciammo a discutere animatamente, d’insulse dappocaggini – mi sa che mi ero dimenticato di lavare i piatti o qualcos’altro del genere – così ad un certo punto volò al mio indirizzo la brutta parola “fascista”. Lì per lì me la presi, ma poi lui – resosi conto che io avevo accusato il colpo e che me l’ero particolarmente presa – si scusò immediatamente con me per quel che aveva detto, cosicché facemmo la pace. Dopo non demmo più peso all’episodio, tuttavia io feci solo finta di dimenticarmene. Nel corso di quella mia permanenza all’estero, infatti, feci caso ad una cosa, cioè il peggiore insulto che si potesse fare ad una persona, quello più annichilente – che non lasciava spazio ad alcuna replica in quanto aveva la funzione di stroncare e basta! – era appunto dirgli “fascista” e non “comunista”, come invece avviene normalmente in Italia. Paese questo dalla memoria fin troppo corta e a cui evidentemente non è bastata la lezione impartitagli dalla storia “maestra di vita”, secondo Cicerone. “Chi dimentica la storia è condannato a ripeterla” recita non a torto un filosofo dei nostri giorni di nome Carlos Santayana…
Ora io non mi capacito di come possa risultare più offensivo dire “comunista” ad una persona in Italia, dal momento che il comunismo o i comunisti – almeno nel nostro Paese – sono stati fra i “padri” del nostro attuale Stato democratico e libertario; mentre dire “fascista” offenda, ma neanche poi più di tanto, nonostante ciò abbia implicato per il nostro Paese l’alleanza disastrosa con un altro regime ancor più anti-democratico e liberticida di quello mussoliniano, quale quello hitleriano, la cui follia per giunta ha causato lo sterminio scientifico di sei milioni di persone per vari e tutti incomprensibili motivi razziali. Eppure c’è chi, sempre nel nostro Paese, ancor oggi aizza le “teste calde” fra le componenti più isteriche delle folle, smorzando i toni d’accusa e quasi arrivando a giustificare talvolta allarmanti episodi di xenofobia.
Mi ricordo di aver ascoltato, qualche tempo fa, un’intervista che mi ha molto scioccato. Era di domenica e perciò - che pretendete - in televisione mandavano in onda la giornata di campionato appena conclusasi condita in tutte le salse, con interviste a persone legate al mondo del pallone. In questa intervista, appunto, ebbi modo di ascoltare l’infelice risposta del presidente di un importante club calcistico, il quale, sollecitato da un giornalista a commentare i cori razzisti piovuti dalle curve a dei giocatori di colore, disse senza particolari remore di coscienza “son solo dei ragazzi un po’ anti-conformisti, non bisogna scordarselo” “E chi se lo scorda, brutto bacucco che non sei altro” avrei voluto rispondergli io a quel presidente. Se fare cori razzisti allo stadio significa essere anti-conformisti, allora che dire di quei giovani che si ostinano invece a scendere nelle piazze di tutta Italia a manifestare in favore della pace? Forse che siano costoro dei conformisti? Chissà… Mi piacerebbe sentire cosa ne pensa in proposito questo “tollerante” presidente-opinionista, peccato solo che sia “tollerante” proprio con chi non sa nemmeno cosa significhi la parola “tollerante”: immagino il povero Voltaire, uno dei fautori del “pensiero tollerante”, si sia rivoltato nella tomba…
Più che con lui, però, devo dire che ce l’ho con quel giornalista che gli ha posto l’incriminata domanda e che non ha saputo fare, secondo me, il mestiere per cui è pagato, ossia rispondere a tono a chi dice delle idiozie. D’altronde, però, anche qui c’è ben poco di che sorprendersi, lo stato comatoso in cui è il giornalismo-militante del nostro Paese è lampante e sotto gli occhi di tutti quelli che non hanno “travi obnubilanti” conficcate in essi. Quando uno ti dà una risposta del genere, come fai - dico io - a non fargli subito una seconda domanda, molto più scomoda della prima? Un tipo come quello dovrebbe essere inchiodato e smascherato per quel cane-razzista-perbenista che è!
Un regime comincia a prendere le mosse quando la stampa comincia ad assumere posizioni moderate ed equivoche su questioni che avrebbero bisogno invece di partigianeria e - perché no - anche di maggiore fermezza, cioè che sappiano imporre categoricamente “ciò che è giusto da ciò che è sbagliato”. Si veda per questo l’esemplare film-documentario Viva Zapatero! di Sabina Guzzanti, la quale accusata “a destra e a manca” – è proprio il caso di dirlo – di non saper fare il suo mestiere di “autrice satirica”, risponde con notevole pertinenza di contenuti a coloro che l’accusano, portando la testimonianza satirica di chi vive di satira (anche se, di questi tempi in Italia, ciò significa fare la fame o quasi…) e non secondo la discutibilissima opinione di alcuni incompetenti e quel che è peggio impertinenti burocrati, i quali preferiscono che certe verità vengano taciute per non far torto al Padrone di tutto quel che appare e “scompare” in televisione… Che lo si voglia o meno, noi italiani viviamo precisamente in un “regime psicologico” più soft di quello mussoliniano, ma pur sempre di stampo “fascista”, che è teso ad intimorire tutte quelle persone considerate “dissidenti”, le quali pur avendone di cose da dire controcorrente, talvolta non le dicono proprio per paura di perdere il loro “prezioso” posto di lavoro…
Del resto, voi direte, come biasimare questi “innocenti” lavoratori del servizio pubblico di fronte al funesto rischio di “cassa integrazione”. Probabilmente molti di noi al loro posto farebbero altrettanto ed è proprio questo il motivo che induce in Italia a non scandalizzarsi poi più di tanto a votare politici implicati con la “mafia”. Difatti che importanza volete che abbia, se costoro convivono con essa accettandone le mazzette, anzi… Questi poveretti “perseguitati” nel migliore dei casi vengono considerati “salvatori della patria” o nel peggiore relegati a qualche seggio alla Camera o al Senato, sputaci un po’ sopra… Questa è l’Italia, signori miei. È inutile prenderci in giro. Non so voi, ma io francamente sono stufo di essere preso in giro! Alle prossime elezioni politiche d’Aprile c’è in ballo la nostra credibilità internazionale, mica “pizza e fichi”. Perciò bisogna andare a votare per mandare a casa chi ha riscritto la nostra imprescindibile “carta costituzionale” per fare gli sfacciati comodi propri. Non facciamo i soliti italiani-menefreghisti: tutto quello che faremo “contro” il nostro Paese si rivolterà “contro” noi diretti interessati, non è che “altri” pagheranno al posto nostro, a meno che non vogliamo considerare i nostri “figli” quegli “altri”…
Come diceva il grande J.F.K. : “Non chiedetevi cosa può fare il vostro Paese per voi. Chiedetevi che cosa potete fare voi per il vostro Paese”. Seguiamo l’insegnamento dell’Uomo Ragno – eh già, è proprio vero che non si finisce mai d’imparare, persino i supereroi dei fumetti hanno una lezione da impartirci! – “da un grande potere deriva una grande responsabilità”. Non dobbiamo mai dimenticarci che “la libertà che abbiamo ce la siamo conquistata!” – come viene detto nella pellicola rivelazione della Guzzanti – e ora che essa è di nuovo in grave pericolo non dobbiamo aver paura a ridiscendere nelle barricate e a riconquistarcela proprio come fecero i “nostri padri parigini” nel lontanissimo ’68. La libertà di espressione nel nostro Paese è ormai ridotta ad un avanzo di “carogna putrescente” attorno alla quale si aggirano numerose “iene imbastardite”. È tempo di “cambiamento”: è tempo di “rivoluzione”! Ci scommetto quello che volete: molti di voi staranno senz’altro dandomi del pazzo farneticante che parla in questo modo di “temi tabù”, quali “rivoluzione e cambiamento”, a degli italiani: il secondo popolo più conservatore del Globo terracqueo dopo quello vaticano. In realtà, però, la rivoluzione di cui vi parlo è molto meno cruenta di quanto lascino intuire le mie “violente” parole.
Un professore all’Università me l’aveva già cantata tempo addietro “figliolo se solo adesso si pagasse con il proprio sangue ogni singola parola detta, come qualche secolo fa, tu allora saresti già morto ogni volta che apri bocca!” Non lo trovate un gran bel complimento? Io sì…
Comunque ritornando alla “rivoluzione” di cui mi sono fatto agitatore, le uniche vittime nella mia personalissima “lista di proscrizione” sarebbero gli attuali programmi televisivi - con buona pace di mia nonna, che speriamo non legga mai e poi mai questo mio scritto, altrimenti son sicuro mi lincerebbe vivo: guai a toccarle Bonolis… Scherzi a parte, se di “rivoluzione” si può parlare in Italia al giorno d’oggi: la “vera rivoluzione” da attuarsi, secondo me, è quella del “palinsesto televisivo”, ripristinando - ad esempio - programmi che oltre a “fare ridere”, riescano anche nell’arduo compito di “far riflettere” gli spettatori.
Non so, forse sarò diverso dagli altri, ma proprio per questo credo sia mio preciso dovere parlare diversamente. Tuttavia voglio sperare di non essere il solo, voglio sperare che in Italia ci siano migliaia d’altri “cervelli anomali” come il mio. Se non altro per il piacere di stare in compagnia. Piacere questo che non conosce mai eguali a dire il vero… Ma in fin dei conti voglio essere ottimista e credere che ce ne siano molti come me. Speriamo solo che, con il nostro infaticabile e rumoroso “cicaleccio”, riusciremo un po’ a smuovere dalle acque del torpore quei milioni d’italiani indecisi. A loro, infatti, vanno aperti gli occhi per veder chiaramente l’immane pericolo costituito da questa “destra anomala e nostalgica” per il bene del nostro amato Paese. Qui da noi, esattamente, non si tratta di scegliere tra una “destra conservatrice” e una “sinistra riformatrice”, come in tutti gli altri Paesi “normali” europei. Noi italiani, come al solito, dobbiamo farci riconoscere sempre nel bene come nel male. Di fatto rappresentiamo un anomalia di non poco conto nel “cuore pulsante” di un’Europa che andrebbe rafforzata invece che dileggiata, come spesso purtroppo avviene ad opera di alcuni scaricatori-di-responsabilità esponenti di una destra a dir poco “irresponsabile”. In questo do pienamente ragione al mio amico transalpino, che non me ne vogliate almeno voi miei lettori…
Ad ogni modo, in caso di nuova avvenuta catastrofe politica in Italia, io ho già pronto il rimedio per togliermi da ogni imbarazzo e non dovermi più vergognare agli occhi di compagni di altre nazionalità. Stavolta sono pronto a correre ai ripari e ad accettare la deriva con il “salvagente” in caso di “naufragio” della barca-Italia mal governata e portata in acque poco tranquille da piloti senza scrupoli e mercenari, pronti a svendere la propria e l’altrui dignità, persino della loro stessa madre… Non sopporterò più oltre gli insopportabili arbitri della “dittatura della maggioranza”. Vorrà dire che se voialtri deciderete di affondare, affonderete pure, ma non con me. E mica se tutti sono “fessi” significa che anch’io devo esser per forza “fesso”, giusto no? Se il mio Stato è rappresentato da una “manica di cretini” perché mai io dovrei sentirmi rappresentato da esso? Non sarei forse meno ipocrita di molti altri a chiamarmene al di fuori? Naturalmente ho estremizzato la questione cruciale; tuttavia l’ho fatto apposta per meglio ingigantirla con la lente d’ingrandimento, cosicché la si possa veder luccicare meglio in tutte le sue molteplici sfaccettature. Ad ogni buon conto vi prego di rifletterci sopra, ci terrei a essere preso sul serio: poiché serie sono le mie intenzioni. In sostanza, come direbbe il buon Totò, “qui lo dico e qui lo nego”: se vince quello lì divento apolide… E se idealmente vorrete venirmi a cercare, sappiate che andrò ad abitare nell’immaginaria, ma non per questo meno allettante isola d’Utopia, in buona compagnia del mio amico di “lunga data” Tommaso Moro… Ah, quasi dimenticavo, le coordinate longitudinali e latitudinari per rintracciare questa sperduta e fantastica isoletta in mezzo all’Oceano sono: da qualche parte a sinistra là dove batte il cuore…
Prima d’interrompere la comunicazione dalla Repubblica “immaginaria” di Krakozia, dove sono ospite durante questo transitorio periodo di campagna elettorale, per non sembrarvi troppo “politically scorrect” – com’era esattamente nelle mie intenzioni, tengo a precisare – vorrei in conclusione raccontarvi un altro episodio accadutomi ad un party in Inghilterra sempre in veste di studente “erasmus”, che rievoca alla mia sempre più affievolita memoria il “caro” nome di Zapatero, per me intriso di speranza in una società migliore e soprattutto “possibile”…
Si stava parlando fra ragazzi e ragazze e, come da convenevoli ci si chiedeva la nazionalità e quando fu il mio turno, una ragazza visti i miei tratti mediterranei mi fa “tu scommetto che sei spagnolo”; così io le risposi con il sorriso incorniciato sulle labbra e con l’aria di chi aveva appena ricevuto un gran bel complimento “no magari, sono italiano… però tifo Zapatero!”. Con ciò, “passo e chiudo”, non ho nient’altro da dirvi, per ora almeno…
E mi firmo vostro affezionatissimo,
Viktor Navorski
(l'indimenticabile protagonista del film di Steven Spielberg The Terminal, interpretato da uno straordinario Tom Hanks).