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10.5.06

NoIperborei, ovvero il racconto di com’è nato il nostro Blog “iperboreo”

di Marco Apolloni

L’origine è di chi ha una meta… Non mi ricordo da chi l’ho sentito dire o da chi l’ho letto, può darsi anche me lo sia sognato da solo la scorsa notte, che ho trascorso tra l’altro abbarbicato al mio letto semi-sfondato e in preda ad un sonno alquanto turbato. Comunque sia andata la mia reminescenza, l’origine per chiunque dia inizio ad un qualunque progetto – piccolo o grande che sia – è davvero cruciale. Tanto più per dei pensatori “in proprio”, quali noi amiamo presuntuosamente definirci. Dal momento che io sono il “battezzatore” di questo progetto, nel senso che gli ho dato un nome seppur unicamente simbolico, spetta dunque a me raccontare – in poche parole – come sono andate veramente le cose. Già, raccontare… Non conosco miglior espressione di questa, nonché più felice e più bella. Non so voi, ma io ogni qualvolta sento pronunciare la mitica parola “racconto” mi emoziono tutto, manco ritornassi bambino. Non so, sarà che sin da quand’ero piccolo non mi sono mai lasciato prendere dal sonno, senza però prima sorbirmi un delizioso “racconticino” di quella buon’anima del mio nonno materno – perlopiù legato alla Seconda Guerra Mondiale da lui vissuta in prima linea e conclusasi per sua immensa fortuna in una docile e incruenta prigionia nella lontana Algeria. Ma veniamo alla nostra origine “iperborea” vera e propria…
Questo Blog nasce innanzitutto dalla nostra esigenza di esser letti. Chi dice di scrivere solo per se stesso: mente spudoratamente, pur sapendo di mentire. All’incirca l’idea mi è venuta di comune accordo con uno dei miei soci, in un insulso pomeriggio invernale in cui non avevamo granché voglia di studiare e così non sapevamo come perdere il nostro tempo prezioso, o forse lo sapevamo pure fin troppo bene – dipende dai punti di vista. Sta di fatto che trascorremmo un’ora o poco più, in tortuosi ragionamenti a voce alta, anche se dovremmo meglio definirli sragionamenti, sui nostri due rispettivi stili di scrittura piuttosto agli antipodi: barocco ed elegante il mio, più sobrio ed asciutto il suo!
Tant’è vero che ad un certo punto cominciammo entrambi a prendere appunti, quasi addirittura in scrittura semi-automatica su quanto stavamo blaterando. Quel che ne venne fuori poi, potrei così sintetizzarlo: una pagina intera bagnata d’inchiostro in ogni ordine di spazio per me, una riga nemmeno e per di più mezza stiracchiata per lui. Ci battemmo a colpi di fioretto “dialettico” come due studenti sessantottini, argomentando e battagliando a lungo su questioni di pura teoria, forse le più consone per due fannulloni-perdigiorno par nostro. I nostri due pur divergenti approcci all’universo dell’intelletto ci distinsero nei seguenti termini: il mio sembrava un approccio prettamente più filosofico, il suo più poetico. Ossia la mia visione delle cose era più d’insieme e globale, mentre la sua era molto più minimalista e si concentrava maggiormente sull’essenziale o almeno su quel che lui reputava tale. Dove il mio sguardo coglieva l’universale, il suo coglieva il particolare: se la parola per me significava riempimento, per lui invece significava svuotamento. Proiettarmi al di fuori era la mia specialità, proiettarsi al di dentro la sua. Vena esplosiva era la mia, vena intimistica la sua. Insomma il nostro risultò essere un dualismo intellettuale con una serie di regressi all’infinito…
Detto ciò, non mi resta che riportare qui di seguito quanto dettoci durante il nostro primo fatale incontro-scontro intellettuale, ch’è la ragione dei nostri ambiziosi progetti. Un’ultima cosa, prima di passare ai fatti… Ci piacerebbe pensare che qualcuno possa leggere quello che noi riteniamo innanzitutto “un’interessante esperimento culturale” tra due individui-soggetti, che, pur pensandola in maniera diversa ed avendo diverse sensibilità, si sentono a tal punto avvolti nel vortice della “dialettica delle idee” e arricchiti dalle altrui opinioni, che hanno perciò deciso di rendere di dominio pubblico le loro verbose diatribe. Ci auguriamo vivamente possiate trovarle di vostro gradimento. L’unico palese obiettivo che ci siamo ripromessi è quello di rendere ciascuno giustizia delle ragioni altrui, animati dal sanissimo principio della tolleranza siamo straconvinti che soltanto da un vivificante confronto con l’altro si possa imparare a crescere e maturare, sia come umanisti che soprattutto come uomini. Allo stesso tempo ben consapevoli, però, che il “confronto” deve essere necessariamente uno “scontro”, anche senza inutili spargimenti di sangue. Ad ogni modo sempre di quello si tratta….


P.S. Questo nostro “progetto virtuale” rimase a lungo sepolto in noi, quando un bel giorno Silvia ce lo fece rivenire a galla, disseppellendolo dal fondo della nostra coscienza intorpidita da una lunga inazione, dovuta prevalentemente al nostro abbandono totale allo status quo. Naturalmente il nostro progetto non avrebbe visto la luce, senza che costei (la “migliore” ragazza che esista al Mondo – se non altro anche solo per il fatto che mi sopporta –, la mia musa ispiratrice, nonché mia dolce metà e co-autrice del nostro ambizioso Blog) non mi avesse dapprima stimolato in proposito e dopodiché indotto a fare altrettanto con il mio amico-collega Paolino. Insomma meno male che è venuto a bussare alla mia porta l’Amore e ch’io mi sono fatto trovare bello e pronto, altrimenti questo, come tanti altri nostri progetti da quei “pazzi idealisti” quali siamo, si sarebbe seppellito in quel “dimenticatoio” delle nostre caotiche coscienze…

L’idea mi venne spontanea… Stavamo passeggiando io e il mio amico Paolino, allorché io venni letteralmente folgorato sulla via di casa, un po’ come San Paolo sulla via di Damasco oppure Rousseau sulla via di Vincennes… Cosicché lanciai lì per lì, su due piedi, il “guantone” di sfida che il mio amico raccolse ben volentieri e soprattutto ben conscio delle sue potenzialità di trionfo su un “pivellino” quale il sottoscritto! La sfida da me lanciata, appunto, consisteva nell’ideare un racconto a nostra scelta avente per tema la nostra decadente e nichilista vita studentesca urbinate. Venendo direttamente al “dunque”, il nostro scontro d’ingegni si concluse – come era lecito attendersi – con un perentorio nulla-di-fatto. O meglio, lui rimase convinto di aver fatto un lavoro migliore del mio e io – indovinate un po’ – rimasi persuaso esattamente del contrario. Insomma da questo nostro edificante scontro, tuttavia, ne traemmo poi spunto, in seconda battuta, per dare così l’avvio al nostro summenzionato Blog. Infatti, nonostante le nostre appianabili divergenze legate essenzialmente a due contrapposte weltanschauung, notammo a mente fredda, e quindi senz’altro più lucida, numerose “affinità elettive” da quei due aspirati – non nel senso di due “aspirapolvere”, anche se poco ci manca – scrittori quali ambivamo e ambiamo tuttora ad essere. Del resto la ricchezza consiste proprio nella diversità e perciò più si è diversi e più ci si può arricchire reciprocamente, finanche a costruire un prodotto finale migliore.
Venendo alla cronaca degli argomenti che trattammo la sera di questa sfida, il primo punto sul quale ci confrontammo consistette in questo: meglio dire una “verità fasulla” oppure una “bugia veritiera” quando si scrive? Naturalmente io da quello strenuo difensore del Santo Vero manzoniano quale mi definisco, optai per la prima delle due ipotesi. Il mio amico, invece, fedele al suo imprescindibile principio letterario di “verosimiglianza”, optò per la seconda ipotesi.
Ossia, in definitiva, io rimasi dell’avviso che chi scrive non fa altro che raccontare ciò che vive o che, comunque, ha vissuto sulla propria pelle e per questo motivo dovrebbe narrare in “prima persona” le proprie avventurose vicende personali. D’altronde il mio cavallo di battaglia è: “Vivo ciò che scrivo e scrivo ciò che vivo!”. Per me, infatti, molti scrittori di fantascienza non fanno altro che usare delle “allegorie” per celare altresì dei contesti o scenari loro contestuali. Dicendo ciò ho bene in mente l’esempio del grande Tolkien autore de “Il Signore degli anelli”, romanzo fantasy in cui sia gli orchi cattivi che gli elfi buoni di cui lui ci narra le conturbanti vicissitudini, sono frutto dell’ispirazione a personaggi presumibilmente reali o comunque realmente esistiti, seppur di certo non nelle fattezze o sembianze ivi descritte. Dunque anche i personaggi più fantasiosi non sono altro che delle coperture di personaggi in carne ed ossa e non soltanto in celluloide. Ed è proprio per questo motivo ch’io ho da sempre ammirato particolarmente la schiettezza autobiografica di maestri quali Hemingway, Kafka, Joyce, Kerouac, ecc. Essi sì che hanno saputo trarre i personaggi dei loro racconti dal loro esclusivo bagaglio di esperienze da loro effettivamente vissute. Poi magari unicamente per particolari esigenze editoriali, li hanno presentati al pubblico dei lettori con nomi fittizi, i quali però – ad ogni buon conto – si riferiscono indubitabilmente alla corrispondente persona esistente o esistita appunto.
Inoltre parlammo dell’intelligenza umanistica e di come la si può riconoscere a botta-sicura dal modo in cui si è capaci di saper ascoltare tutti e cinque i propri sensi, che acuendosi sempre più ci permettono di vedere cose che altri non vedono, di sentire cose che altri non sentono, di toccare cose che altri non toccano, di annusare cose che altri non annusano, di gustare cose che altri non gustano… Queste sono le caratteristiche predominanti, a nostro avviso, che fanno di un uomo uno scrittore, dunque un’umanista! Chi soffoca la propria sensualità, presto o tardi ne verrà irrimediabilmente risucchiato. I sensi sono il nostro “tramite” vorticoso con la realtà fenomenica, che assaporiamo nostro malgrado e che ci entra in circolo nel sangue anche se noi non ce ne accorgiamo. Lo scrittore, a dire il vero, affina i propri sensi così come l’arrotino affila le lame dei propri coltelli.
Poi ancora parlammo di politica, un tema al quale io ero decisamente più sensibilizzato, per così dire; mentre il mio amico, n’era molto più disilluso di me. Fateci caso, quando alla maggior parte delle persone si chiede un’opinione politica, di solito essi tendono a risponderti sulla difensiva oppure in maniera qualunquista, propinandoti i consueti luoghi comuni, ossia che la politica è un affare sporco, che non piace a nessuno, ma del quale – mi sentirei di ribattere io – tuttavia nessuno può suo malgrado fare a meno… L’uomo è un “animale politico” diceva un uomo di gran lunga più saggio di me e di voialtri che mi state a sentire. Quindi, a quanto pare, tutto quel che ci riguarda da vicino, ci connette immancabilmente al Sole politico del quale noi siamo tanti piccoli pianeti-satelliti, ad esso irresistibilmente attratti a furia di ronzarci intorno come uno sciame di api brulicanti. La rinuncia alla politica comporterebbe il conseguente abbandono al proprio destino di questo nostro malmesso mondo. È a questo proposito serve il politico, un uomo per il popolo e non del popolo, il quale dovrebbe salvaguardare gli interessi sì delle presenti ma soprattutto delle future generazioni! Per ciò stesso, il mondo si divide essenzialmente in due categorie di pensatori: i catastrofisti e gli evoluzionisti. Ossia: in chi crede nell’ideale pur altamente problematico di “progresso” ed è convinto che si vada incontro al meglio e chi non vi crede ed è altresì convinto che la catastrofe incomba dietro l’angolo.
L’uomo dacché si è riunito in società con l’intento di migliorare la qualità della propria vita è stato costretto per ciò stesso a fare politica, vale a dire a prendere delle decisioni per le quali ne va del suo stesso quieto vivere societario. La politica e la sua “costola”, la diplomazia, sono sempre servite ad evitare obbrobriosi scontri di civiltà oppure a stati di guerra di tutti contro tutti. Chi non si ricorda il celebre motto hobbesiano: Homo homini lupus, ovvero l’uomo è lupo all’altro uomo. Certo finalismo escatologico profetizzato dai catastrofisti andrebbe preso con maggiore cautela. Infatti, anche una volta che sia esploso l’intero nostro sistema solare e con esso l’intera galassia, chi può dire che il destino dell’umanità sia irrimediabilmente segnato? Chi vi scrive è profondamente convinto, dal canto suo, che con l’aiuto di una scienza sapientemente condotta per mano dalla filosofia, si possano fare letteralmente dei “passi da giganti” nelle conquiste del nostro genere umano. Pur tenendo conto, però, di un certo grado d’ineffabilità o sfuggevolezza di alcune grandi questioni che, a mio avviso, temo rimarranno per noi insolute vista la loro pressoché totale inaccessibilità. Questo mio punto di vista tiene conto di una personale concezione religiosa, secondo la quale rimarrà in ogni caso un “ultimo tassello” che sfuggirà immancabilmente all’intricato puzzle delle nostre vite: poiché se è vero che il mistero sta nel fatto che non c’è nessun mistero, allora è altresì vero che – per dirlo con Shakespeare – “noi siamo fatti della stessa materia dei sogni” (detta da Prospero in: The Tempest), cioè svaporiamo nel nulla dal quale siamo stati tratti dall’oscura Potenza oltremondana…
Per finire, la nostra impresa su questa Terra è a dir poco “titanica”, ossia noi viviamo un po’ la stessa condizione dei figli-ribelli degli Dèi appunto i Titani stessi, i quali pur sapendo di essere già sconfitti in partenza ebbero tuttavia il coraggio e la presunzione di affrontare l’impresa della scalata dell’Olimpo, cercando cosicché di scalzare i loro despoti genitori. In definitiva io credo che ognuno di noi abbia una “propria stella” (chi è interessato a questa intrigante tematica filosofica si guardi “Il Timeo” di Platone) e debba seguirla infaticabilmente, per ricondursi alla meta che però, come abbiamo già detto all’inizio, coincide con l’origine. Un po’ come il Serpente che si morde la coda, così funziona il nostro “circolo ermeneutico”, che caratterizza appunto l’andamento circolatorio delle nostre stesse vite. Paradossalmente alla fine veniamo ricondotti all’inizio! A dirla tutta io dubito fortemente vi sia un inizio e una fine in ogni cosa, mentre sono certo del procedimento, ch’è la sola ed unica cosa che conta davvero. In sostanza non importa arrivare, l’importante è mettersi in viaggio.
Già, il “viaggio”… Metafora esistenziale prediletta per descrivere la nostra condizione fisica e metafisica su questa Terra: noi godiamo appieno di una condizione di “libertà assoluta” che significa per noi “solitudine assoluta”. Per capire questa piccola-grande verità basta semplicemente che ritorniamo in noi stessi e soprattutto che siamo felici come dei bambini, la prima volta che alzano gli occhi a contemplare l’azzurro immacolato del cielo; ecco però che non appena ci diciamo felici già non lo siamo più. Dunque, ecco qua, non facciamo altro che rimorderci la coda come il succitato Serpente. Il bello e il brutto della filosofia è proprio questo e cioè: essa è sì una sublime “macchina per fare discorsi”, ma che tuttavia non hanno mai un termine, dato che non hanno mai nemmeno avuto un inizio. Questi discorsi esistono dapprima che noi esistiamo e ci appartengono ancora prima che noi stessi li esprimiamo. Non siamo noi a parlare bensì è il linguaggio che parla attraverso noi; Jacques Lacan disse qualcosa di analogo. L’eterno ritorno è ciò che uccide la singolarità delle nostre vite, che sono state già vissute da altri prima di noi e le quali verranno poi ancora rivissute da altri dopo di noi, e così via infinite volte! Se c’è un mito che può dare un’efficace idea su ciò che siamo, questo è senz’altro il mito di Sisifo, il quale venne condannato per l’eternità a trascinare spalle-in-groppa il peso di un’opprimente macigno fino in cima ad una montagna e poi da lì farlo rotolare giù dal crinale, per poi andarselo a riprendere e ripetere daccapo ogni volta la stessa alienante mansione. Allo stesso modo noi uomini, specialmente noi umanisti – che vuol dire, come già precisato, dotati di una sensibilità più sopraffina –, ci sobbarchiamo sulle nostre spalle il peso del Mondo che però ci schiaccia insostenibilmente. D’altronde la mitologia serve proprio a questo, ossia a decriptare in una forma più semplice e d’immediata comprensione ciò che in altri termini ci apparirebbe molto più complicato e di difficile comprensione, ovvero la nostra criptica Realtà attorniante…
Ritornando, infine, a me e a Paolino e al nostro vivificante scontro-confronto intellettuale, credo che da esso ne abbiamo potuto ricavare dei preziosi insegnamenti reciproci e l’unica cosa forse in cui divergiamo sostanzialmente, ma neanche poi più di tanto, è la nostra inclinazione: la mia decisamente più marxista e la sua più buddistica, o meglio ancora la mia che predica più il ritorno alle questioni meramente terrene; la sua riguardante più le questioni esclusivamente ultraterrene. Ciò non toglie, però, come ho già detto in altri luoghi e come non mi stancherò mai di ripetere, che io sono profondamente convinto che i materialisti marxisti siano dei pensatori spiritualisti del tutto incompresi. Cito testualmente lo “zio” Walt Whitman: “Farò i poemi della materia, poiché credo che siano i più spirituali poemi”. E così sia fatto! Mi auguro…

P.P. (Post Postatum): Credere in noi stessi e nelle nostre enormi potenzialità “in quanto uomini” io credo sia il miglior modo per vivere appieno la “scintilla divina” ch’è in ognuno di noi. Per far ciò occorre da parte nostra perseverare nella ricerca spasmodica della vera gnosis (dal greco “conoscenza”) discesa su di noi con il “gettito” su questa Terra della Sophia o Sapienza. Dopo di che dobbiamo ricordarci il più infinitesimale insegnamento, ma non per questo meno grandioso e cioè: Cogliere l’attimo prima che l’attimo colga noi!

“Onestà e spietatezza” (questo è il nostro “motto”…)

3.5.06

La macchina dei discorsi

di Marco Apolloni
La domenica è il giorno della settimana che più si presta all’ozio, ossia al dolce far nulla. Durante tutto l’arco della settimana non facciamo altro che rincorrere i nostri sogni e le nostre illusioni, per poi trovare nell’agognata pace domenicale un surreale ma meritato riposo. Tra l’altro nel mio immaginario questo giorno ha sempre trasmesso una sorta d’indefinita malinconia. Questo è infatti, oltretutto, il giorno in cui muore la settimana, pienamente vissuta. L’immagine scolorita di una vita che sta per giungere al termine, ecco cosa mi riecheggia in mente questo giorno dolente. Comunque, bando alle note tristi, una caratteristica peculiare della mia famiglia è: 1) l’abbondante pranzo domenicale della mamma con un sugo vecchia-maniera, fatto con carne macinata, salsicce, involtini di mortadella e quant’altro un essere umano possa ficcare dentro un sugo del genere; 2) la consueta passeggiata con mio padre in riva al mare, disquisendo attorno ai massimi sistemi.

Questa perlomeno è la scaletta che contraddistingue la mia domenica reale, anche se ad essere sincero la mia domenica ideale è ben altra. Infatti mi piacerebbe starmene tutto il tempo stravaccato sul mio sprofondante divano, in mezzo ad una montagna di morbidi guanciali ed abbandonarmi alle più deliziose fantasticherie di viaggi mozzafiato, magari tra le dune sabbiose del Sahara seguendo le orme del mitico Lawrence d’Arabia, oppure balenante in burrasca in mezzo agli oceani tempestosi, arruolato in qualche vascello pirata in compagnia del leggendario Sindbad “il marinaio” e co-protagonista delle sue avventure mirabolanti tra principesse dall’esotica bellezza e mostri marini dalle fauci spalancate… Il tutto naturalmente avvolto da conturbanti melodie che sanno di paesi lontani che mai ho visitato e che forse mai visiterò, dalle tinte torbide e trasognate rinverdenti oniriche visioni provenienti dal mio lontano passato, che pare star lì mite ad aspettarmi e a dirmi “guarda come hai ben vissuto fin qui, continua così ragazzo mio…”. La musica è un balsamo per le nostre anime martoriate da mille affanni, non c’è nulla al mondo come le canzoni che ti fa associare i più bei ricordi della tua vita passata. Più volte ho pensato e ripensato di scrivere la mia biografia personale, in modo da ripercorrere ogni singolo momento speciale della mia vita, accordandolo alle note suadenti di qualche bella canzone, che abbia per me dei profondi significati. Come potrei mai dimenticarmi di Pride (In the name of love) degli inossidabili U2, una canzone che, ogniqualvolta l’ascolto, mi fa venire i brividi e mi rende felice come un bambino la prima volta che sale sulle montagne russe al luna park. Oppure Un monton de estrellas dello scomparso artista sudamericano Polo Montanez, che rievoca la prima volta che conobbi colei alla quale ho consacrato interamente la mia devota anima e di quel “galeotto” ballo che di lei mi fece perdere la testa, ma che con tutta probabilità mi riconciliò con il mondo intero dopo aver attraversato un lungo momento di “crisi mistica”, contrassegnato da una sconfinata tristezza e da una prematura disillusione. Beh, questa sarebbe la mia domenica ideale, anche se un mio amico di altri tempi di nome Ernesto direbbe: “Siamo realisti, vogliamo l’impossibile!”

Quindi dopo esserci abbuffati nel ben-di-dio del buonissimo pranzetto materno, io e mio padre – entrambi con una più che vistosa pancia alla budda – ci avviammo in direzione mare a fare quattro passi all’aria aperta e a smaltire quanto appena ingozzato. Al ché, appena arrivati nel posto, parcheggiammo comodamente nel solito ampio spazio nei pressi della banchina portuale. Dopodiché ci mettemmo in marcia di buona lena, visto che tra andata e ritorno il nostro tragitto si sarebbe snodato per ben sei chilometri. Mi vergogno a dirlo ma quasi che quel “ganzo” di mio padre se la viaggiava ad una velocità di crociera molto più sostenuta della mia, dato che lui se la faceva a piedi quasi ogni giorno e perciò era decisamente più allenato di me, che oramai al massimo me la sarei potuta cavare soltanto nel picchiettare i tasti della mia tastiera, per coronare il mio sogno di scribacchino.

Un clima spettrale e nebbioso si spargeva denso tutt’intorno a noi. I marciapiedi erano semi-deserti e una brezza tonificante spirava dal mare, che a piccoli gorghi si rotolava stancamente lungo la battigia formando la caratteristica schiuma, che profumava l’aria di un sensuale e avvolgente odore di salsedine. Per finire il cielo azzurro era dello stesso colore del mare incontaminato di Numana – questo è il nome della località delle nostre “meditabonde” passeggiate. Tra padre e figlio, da che mondo è mondo, si riscontra sempre una certa incomunicabilità di fondo; per fortuna però un problema simile non ha mai riguardato noi due, dati i miei trascorsi tennistici. Difatti mio padre mi ha sempre fatto da chauffeur per i tornei del circuito giovanile italiano, dei quali io fui un onesto comprimario. Mentre oggi sono passato dalla racchetta alla penna, ovvero dai campi da tennis alla scrivania…

Il primo a rompere gli indugi fui io. Così da lì in poi ci avventurammo in un’eclettica conversazione, che toccò i più svariati temi e che vale la pena vi racconti fin nei minimi dettagli…
«Ti gira storto oggi, non hai aperto bocca da quando siamo partiti», dissi io giusto per gettare l’amo della conversazione.
«Tua madre come al solito mi ha fatto incazzare…», mi rispose lui in tono complice, cercando di farmi prender partito a suo favore, a cui risposi svicolando in pieno il suo tentativo abbozzato di cameratismo maschile…
«Scusa se te lo dico, ma non è una gran novità. A sentire lei è quasi sempre il contrario.»
«Eh le donne, sai come sono fatte…». Anche qui, cercò di trovare una certa complicità, che io rispedii direttamente al mittente…
«No che non lo so. So soltanto che meno male ci sono loro, che si prendono cura delle nostre stranezze. Saranno sì una costola nel fianco, nel vero senso biblico del termine, però almeno sono una buona spalla su cui piangere.»
«Dai tempo al tempo, figliolo. Ora parli così, fra un po’ chissà se non la penserai diversamente… Comunque stavo scherzando prima, se non ti ho parlato è per colpa di quel figlio di una buona donna del dentista. Ieri sera mi ha sventrato tutta la bocca, manco fossi una nigeriana…». Effettivamente notai una strana protuberanza nella sua faccia sinistra, mentre quella destra sembrava piuttosto normale.
«Brutta razza quella dei dentisti, per fortuna io non sono ancora finito sotto la loro mannaia!». Ci sarò andato sì e no una volta o due, per fare una generica pulizia dei denti, tutt’al più…
«Soltanto i commercialisti sono una razza più infima della loro! Se potessero spremerti come un limone, lo farebbero in un battito di ciglia senza neanche indugiare. Dai retta a me finché sei in tempo, stai alla larga da certi coccodrilli e soprattutto non ti fidare mai dei loro finti pianti. Studia e sii un uomo onesto: tuo nonno, ovvero mio padre, sarebbe stato fiero di un nipote simile. Non fare come me, che non avevo voglia di studiare. Sopra i libri cerca di rimanerci più a lungo che puoi…». Sagge parole, che mi avrà ripetuto, non so, forse qualche decina di migliaia di volte dai tempi della culla…
«Anche a me avrebbe fatto piacere conoscere un uomo tutto d’un pezzo come mio nonno. Dovrebbe essere stato un gran padre! Con me puoi pure star tranquillo pa’, lo sai quanto sono allergico ai lavori manuali. Sopra i libri ho intenzione di passarci il resto dei miei giorni s’è per questo, con buona pace per i tuoi risparmi. Mettetevi già in testa, tu e mamma, che se va tutto bene dovrete mantenermi fino trent’anni. Per ora posso solo dirti ch’io sono il miglior investimento che voi abbiate mai fatto…», glielo ribadisco fino alla nausea!
«Sono contento che sei sicuro di te e che hai delle specie di certezze, per quel che un uomo può averne di questi tempi… Non vorrei essere nei panni di voialtri giovani, con un mercato del lavoro talmente precario c’è il rischio che domani vi assumano e dopodomani vi licenzino… Sai qual è il problema di voi studenti italiani? È che non avete le “palle” dei francesi, loro sì che sono maestri della rivoluzione e sanno mobilitarsi quando serve!». Qui emerse ancora una volta, il lato “giacobino” di mio padre.
«Mi sembri peggio di quel maoista del mio professore all’università, ma te lo vuoi ficcare bene in testa che il popolo italiano è un popolo essenzialmente reazionario?! La più grande rivoluzione che abbia saputo fare è stata la marcia su Roma da parte di un manipolo di manigoldi fascisti, nonché cesaropapisti!». Difatti io penso, come Gobetti, che il fascismo sia stato non un episodio casuale della nostra giovane democrazia, una specie di “anomalia” per dirlo con Benedetto Croce, bensì l’autobiografia di una nazione fondamentalmente “piccina”, trasformista e parruccona, che si è unificata soltanto a parole e tra l’altro adesso con la devolution messa in opera dai secessionisti padani, è ritornata a prima dei gloriosi anni di Mazzini e di Garibaldi: ancora tra guelfi e ghibellini ci scanniamo a vicenda, come ai tempi del “divin poeta” Dante…
«Ci manca solo che tu mi dica che Mao non ha fatto bene a fare quel che ha fatto!? Ma si può sapere cosa ti passa per la mente? Spiegamelo… Come diceva sempre il mio babbo, che sarebbe stato tuo nonno se il fumo non ce l’avesse strappato via prima del tempo, il problema dell’Italia sappiamo tutti qual è: solo ci vergogniamo a dirlo per quegli ipocriti che siamo», disse lui in tono risoluto, di chi s’illudeva di saperla lunga…
«Forza, sentiamo quale sarebbe… Non so perché, ma il mio intuito mi dice che lo so già». “Udite e udite” pensai tra me e me…
«Il Vaticano!» disse concludendo la frase precedente e non senza un ghigno trionfante, che trapelava dai suoi baffoni staliniani.
«Bingo! Finalmente l’hai sganciata ‘sta stronzata. E che diamine! Mi meraviglio di te, che non l’hai detta subito. Se potevi dire una banalità, sappi che ci sei appena riuscito. Lo sa pure mia nonna fra poco… Il fatto è che ogni popolo ha quel che si merita. Così anche noi, evidentemente, ci meritiamo ciò che abbiamo! Con me sai di sfondare una porta già spalancata e sai quanto io sia anticlericale convinto, però io credo che questo tuo vittimismo catto-comunista non aiuti granché a cambiare le cose. Mentre fare della sana autocritica ci aiuterebbe eccome. So che non sai chi è, ma c’è stato un signore russo, che era uno scrittore niente male, il quale in una sua opera scrisse che “il Papato romano è la continuazione dell’Impero romano d’Occidente”», il riferimento a Dostoevskij sicuramente non potrà sfuggire al lettore più smaliziato.
«Non so chi sia, ma già a pelle sento che mi sta simpatico ‘sto tizio. Poi magari una volta mi dici come si chiama. Ma ritorniamo a Mao, di lui che mi racconti…». Sempre ‘sto Mao, manco ci fosse andato a letto insieme e manco fosse stato una bella signorina, lo nominava sempre in continuazione!
«Ascoltami bene, io non biasimo le scelte di Mao, dico solo che da quell’umanista che sono, quelle scelte che lui ha fatto, politicamente sacrosante, mi hanno dato fastidio. Io sono più un erede della Beat Generation, che significa Generazione Beata secondo la definizione del suo stesso profeta Jack Kerouac. E nel mio essere beat, che vuol dire appunto beato, non posso approvare ammazzatine di monaci tibetani pacifisti, che come unico passatempo nella vita hanno quello di suonare il Gong e recitare l’Om trattenendo il fiato. Mi dovresti spiegare che bisogno c’era di farli secchi, e non mi venire a dire che la religione è una seria minaccia per il socialismo reale perché non me la daresti a bere. Devi sapere, infatti, che la religione serve all’instaurazione del Paradiso in Terra tanto quanto, se non di più pure, l’applicazione del socialismo reale stesso…». Dicendo ciò, mi prevenni da una scontata contro-argomentazione…
«Voi studenti scansafatiche, saprei io di cos’avreste bisogno… Ha fatto bene Mao a mettervi la vanga in una mano e a spedirvi nei campi di riso a lavorare. Con dei bambini che morivano di fame, la sua fu la miglior soluzione possibile per il popolo affamato. Volete studiare? Bene, però almeno sperimentate per un certo periodo quel che significa “sudarsi duramente la pagnotta”, con il sudore della propria fronte».
Al ché mi snervò il suo populismo spicciolo, quello di chi è in difficoltà e non sa come giustificarsi, che si rivolge al popolo come Giudice infallibile e insindacabile delle proprie decisioni politiche.
«Ma che c’entra, quando fai così ti darei il “libretto rosso” in testa. Chi ti dice niente! Lui avrà avute le sue ragioni nel svuotare le università e mettere gli studenti nei campi. Sta di fatto che in una società civile e matura c’è bisogno sia dei zappatori che dei sapientoni, poiché se gli uni ci regalano le primizie della Terra è altresì vero che gli altri ci regalano il più inestimabile dei doni: la cultura! Che è la “forza motrice” di un popolo ed è ciò che lo fa progredire da uno stato di barbarie ad un massimo grado di civilizzazione.»
«Voi intellettuali – con tono sprezzante – dovreste spiegarmi a cosa servite?! Siete sempre stati la dannazione della sinistra, non sapete far altro che criticare le scelte di chi vi governa, anzi a dirla tutta non sapete affatto scegliere. La politica è scelta, lì non funzionano i vostri teoremi astratti e c’è bisogno di concretezza: “Fatti e non pugnette”, come dice quel comico alla televisione.»
«Sarà come dici tu, cioè che la politica è scelta e la mia di scelta, francamente, è quella di starne alla larga il più possibile. Ammiro e rispetto chi fa politica e compie delle scelte basilari per l’intera società civile, però ti dico che se non ci fosse il filosofo a tirare per le orecchie il politico quando occorre, quest’ultimo farebbe soltanto gli sporchi comodi propri e si dimenticherebbe di essere non tanto un uomo del popolo, quanto un uomo per il popolo… Dal mio punto di vista è meglio se il filosofo, in genere, si tenga alla larga dalla politica ma non per questo rinunci a fare della politica a modo suo. Semplicemente dovrà farla dall’esterno, esponendo garbatamente la propria opinione e lasciando che i politici di mestiere si scannino tranquillamente in Parlamento».

Dopodichè la conversazione si placò placidamente e rimanemmo entrambi muti fino al termine del nostro tragitto. C’è un’annotazione che vorrei farvi prima di chiudere, e cioè: non so perché, ma ogni volta che discuto con mio padre ho la netta impressione sì di pensarla come lui, solo che il nostro differente modo di esprimerci ci porta inevitabilmente a fraintenderci su alcuni punti. In particolare ogni volta che affrontiamo la questione politica, in cui, pur pensandola allo stesso modo, non posso divergere di una virgola che subito, secondo lui, la penso in maniera diversa. Trovo quest’aspetto a dir poco curioso. Il bello delle discussioni, in generale, è che non si esauriscono mai e lasciano sempre qualcosa in sospeso, cosicché le conclusioni sfuggono irrimediabilmente. In esse non c’è mai un inizio e una fine, cominciano così per puro caso per poi non esaurirsi più! Nel prosieguo degli anni, gira e rigira, ritorniamo sempre a discutere delle stesse cose. Certamente fra i due sono io quello che studia filosofia, ma credo che entrambi, a modo nostro, siamo filosofi. In questo do ragione ad Antonio Gramsci, quando affermò che chiunque abbia un sistema di pensiero sia da considerarsi un filosofo in piena regola, perché questi ha indubbiamente una propria filosofia di vita! La filosofia, già… È davvero una magnifica macchina per fare discorsi. E che discorsi, dico io…

2.5.06

La ragazza della jeep

Racconto di Marco Apolloni


Le vicende qui narrate non sono autobiografiche. Vige la finzione letteraria. I personaggi del racconto sono frutto di pura fantasia.

In un affollato villaggio del litorale adriatico lavorava un ragazzo di nome Esteban, che di mestiere faceva l’istruttore di tennis e nel tempo perso anche l’animatore, pur non avendone decisamente i connotati. Come consuetudine domenicale se ne stava all’accoglienza, davanti alla sbarra d’ingresso del brulicante luogo di villeggiatura. Ad essere sinceri, dall’aspetto sembrava avere ben poca voglia di lavorare o comunque di svolgere quella alienante mansione. Addirittura, da vero stacanovista quale era, se ne stava tranquillamente stravaccato su una ciondolante sedia di plastica ed era immerso in una delle sue letture alquanto impegnative. Non a caso studiava all’università una materia decisamente ostica: la filosofia. Durante tutto l’arco della mattinata, e gran parte del pomeriggio, gli era sfilata davanti una sfilza di vetture di villeggianti visibilmente sconvolti. Tutta colpa dell’estenuante viaggio, che li avrebbe portati alla destinazione delle loro sudate vacanze, così lungamente vagheggiate nelle nebbiose giornate invernali in Val Padana – da dove proveniva la stragrande maggioranza della clientela.
Era il primo di agosto ed il clima era piuttosto afoso. Saranno state all’incirca le sei e mezza di quel pomeriggio asfissiante – vale a dire l’orario in cui il giovane avrebbe dovuto ricevere il cambio alla sbarra da un altrettanto svogliato collega – quando una jeep mezza scalcinata, dall’inconfondibile ronfare singhiozzante, aveva imboccato in piena velocità il viottolo alberato. Esteban un po’ seccato mise da parte il libro che stava leggendo, Il diario del seduttore di Soren Kierkegaard. E alzandosi in piedi in tutta la sua considerevole mole, seppur con un pizzico di malavoglia, richiamò all’ordine la spericolata autista di turno.
«Senti un po’… Volevi sfondarci la sbarra arrivando a quella velocità furibonda? Ti sembra il modo di guidare dentro un posto del genere? Avrebbero potuto esserci dei bambini nei paraggi».
Il giovane istruttore-animatore vide che nella jeep incriminata vi erano tre ragazze, due davanti e una dietro. Preso dall’incavolatura del momento, però, non ebbe modo di vederle bene in viso.
«Ma no, mi scusi, non volevo di certo, ci mancherebbe altro. Il fatto è che siamo letteralmente distrutte dal viaggio e la voglia d’arrivare era tanta, perciò…»
«Va bene ho capito. Immagino abbiate trovato, come al solito, traffico a Bologna. In quella fogna di svincolo si rimane sempre intrappolati come dei topi, a tutte le ore del giorno e della notte. Io in vita mia non ricordo d’aver mai trovato via libera da quelle parti»
«Già, pazzesco. Scusa la domanda ma… È questo l’ingresso del ricevimento? No perché io ho seguito ciecamente le indicazioni»
«Certo. Ah, scusatemi voi se non mi sono ancora presentato. Mi chiamo Esteban e sarò il vostro istruttore di tennis, ammesso che vogliate venir a provare qualche colpo. Per qualsiasi informazione riguardo ai campi, l’affitto delle palline o delle racchette, d’ora in poi sapete pure a chi rivolgervi, sarò a vostra completa disposizione»
«Niente di personale, sul serio, ma io e il tennis non andiamo granché d’accordo. Non so le mie amiche… Comunque io mi chiamo Isa mentre loro sono Jessica e Katrina. Veniamo dalla Brianza»
«Ciao»
«Ciao»
«Ciao a tutte. Io invece sono di queste parti, marchigiano purosangue, non so se si sente dall’accento. Che volete… Cerco di nasconderlo ma a volte mi scappa di sfuggita qualche parolina con la cadenza locale. Conosco poco la vostra zona, a dire il vero, ma da come se ne parla non si dovrebbe star poi così male; posti per divertirsi dovrebbero essercene parecchi, poi avete vicino Milano, la “City”, quindi figuriamoci…»
«A quanto pare non ci possiamo proprio lamentare»
«Beh, non mi resta che augurarvi una buona villeggiatura, tanto presumo ci rivedremo presto. Magari già da stasera in discoteca, dopo lo spettacolo di presentazione in anfiteatro. Sono sicuro che se verrete, di certo non ve ne pentirete»
«Grazie per il suggerimento e scusa ancora per prima. Beh, che dire… Intanto piacere d’averti conosciuto, ci si ribecca in discoteca»
«Senz’altro. Il piacere è tutto mio. Ora se non vi dispiace vi alzo la sbarra così almeno potete scaricare in pace i vostri bagagli. Una volta entrate ci sarà una specie di facchino di fronte all’ingresso, che vi darà una mano nell’arduo compito di scaricamento»
«Grazie mille, a più tardi…»
Nel frattempo, dentro la jeep, le ragazze discutevano animatamente della fresca conoscenza maschile appena fatta.
«Belloccio l’istruttore di tennis, che ne dite belle? Ad essere sincera, una partitella con lui la farei volentieri, ma non necessariamente a tennis…»
«Sei la solita “zoccolaus” Jessy. Tutti quelli che vedi vorresti farteli lì per lì»
«Zitta tu Katrina, non fai testo. Poi senti chi parla: la Moana Pozzi della Brianza, almeno nelle intenzioni. Anche se poi negli effetti... Scherzo! Dimmi un po’ Isa, ma a te che impressione ha fatto quel tizio? “Fattibile”, non trovi?»
«Ma che ne so. Lo sapete che non ho intenzioni bellicose quest’estate: sono venuta qui al mare solo per rilassarmi, abbronzarmi e bailar in discoteca. E anche se fosse, di certo non cerco quella tipologia di maschio: l’animatore. Anche se è carino e so che ci sono decine di teen-agers che gli sbavano dietro, non me lo filo per principio. E poi mi sta pure antipatico»
«Inutile che fai tante storie Isa, non sei credibile nei panni di Maria-Goretti-la-santarellina. Vallo a raccontare a chi non ti conosce, furbetta che non sei altro. Riparliamone fra qualche giorno. Voglio proprio vedere come ti comporterai al cospetto di una preda così ghiotta»
«Te l’ho già detto Jessy, però pensala un po’ come ti pare. Tanto parlare con te o parlare con un muro è la stessa cosa».

Intanto Esteban aveva da poco finito di cenare e se ne era ritornato in camera – una bettola d’appartamento – per il consueto sonnellino pre-serale. Insieme a lui dormivano altri due colleghi-coinquilini: "Anaconda", trentenne bagnino amazzone proveniente direttamente dalla Foresta amazzonica, e Riky, mite arciere del gruppo, peraltro compaesano di Esteban. I due erano distesi nei loro rispettivi letti e russavano beatamente, felici come dei cuccioli di lupacchiotti. Cosicché anch’egli si risolse a distendersi e a chiudere finalmente gli occhi, che a malapena riusciva a tenere aperti. Già, perché le stanchezze della stagione cominciavano a farsi sentire: le interminabili ore di lezione sui campi durante il giorno, le ore piccole la sera. E come se non bastasse, ci si mettevano pure le giornate d’accoglienza degli ospiti. A dir poco snervanti…
Quasi rimpiangeva gli anni d’oro del liceo, quando si sparava delle pallosissime ore di religione. Almeno lì poteva costruire gli aeroplanini coi suoi compagni di banco oppure tirare rotoli di carta igienica inzuppata addosso a quel “ciellino” nonché “pederasta” del suo professore. Anche perché, si sa, a quell’età basta davvero poco per divertirsi, purché si resti tutto il tempo in compagnia...

Da qualche giorno l’abbacchiato giovane era straniato e giù di corda. Gli giravano le scatole e se ne stava parecchio tempo in catalessi, solitario, trasognato... Apparentemente senz’alcuna ragione, anche se interiormente si sentiva pressoché svuotato, tipico segnale di un’imminente “crisi mistica”. Era già da un po’, infatti, che l’invisibile reticolato dei suoi pensieri lo portava a sragionare nel seguente modo: “Che ci sto a fare qua dentro? È un posto talmente grottesco, non fa decisamente per me. Non mi ci ambiento. Non riesco a combinare niente di buono e non ho mai tempo per fare le mie cose. Per giunta ho perso i miei spazi e litigo un giorno sì e l’altro pure per futili motivi, con chiunque…” e via dicendo. Insomma, le cose per lui non andavano affatto bene, avrebbe dovuto rimboccarsi le maniche e farsi coraggio per conto proprio, come aveva sempre fatto da molti anni a quella parte.
Del resto il suo caratterino non gli difettava più di tanto; anzi era quasi sempre stata la sua arma in più che lo tirava fuori dai pasticci quando vi si cacciava, per quel mulo che era. Alla formazione di questa sua personale inclinazione avevano contribuito anni e anni di feroce agonismo sui campi da gioco, che lo avevano anzitutto plasmato a immagine e somiglianza di un gladiatore. Quando si trattava di risollevare il capo, infatti, lui non si tirava mai indietro; anzi, ci andava a nozze. Sembrava fatto apposta per combattere, nelle maniere più impensabili e inimmaginabili. Non gettava mai la spugna! Indomito era l’aggettivo migliore per descriverlo.
Tuttavia era da un po’ di tempo che avvertiva dentro di sé un lancinante bisogno. Ogni sacrosanta mattina si svegliava completamente a bocca asciutta, con la perenne convinzione maturata nell’animo che gli mancava davvero qualcosa di non meglio precisato. Una sensazione d’incompletezza dominava la sua sciatta esistenza. Non ne poteva più del suo cinismo e di passare le sue ore interminabili di studio leopardiano sopra i libri. Era diventato glaciale e si odiava per questo! Dentro di lui ardeva un “fuoco segreto”, pronto a divampare da un momento all’altro in una sola fiamma guizzante. Ma per accendersi aveva bisogno di quel qualcosa sconosciuto, che venisse a risanare le ferite della sua anima lacerata.

Nel frattempo, in una stanza d’albergo qualche piano sopra, tre ragazze stavano pianificando la loro folle e devastante serata di divertimenti.
«Ragazze, vi dirò… Sono stremata dal viaggio, ma che importa?! Non vedo l’ora che arrivi stasera per scatenarmi in pista. Voglio buttarmi alle spalle lo stress della città e darmi alla pazza gioia»
«Hai proprio ragione Isa. Io non ne posso più: quel caldo incredibile, per non parlare poi delle code interminabili lungo il tragitto. Mi hanno distrutta! Mi sa tanto che stasera nemmeno esco»
«Ma tu sei già uscita… Di cervello, però. Come fai, dico io, anche solo a concepire simili idiozie? Certe volte, sai, proprio non ti capisco. È da un anno che aspettiamo questo momento e tu vuoi rovinare tutto rimanendo in camera la prima sera, quando bisogna prendere maggiore confidenza con il posto, ampliare le conoscenze, divertirsi come delle forsennate, ballando e magari anche… Finisce sempre con “ando”…»
«Sei la solita esagerata Jessy. Comunque non hai tutti i torti. Katy, ma si può sapere che ti prende, scuotiti un po’. È tutto l’anno che aspettiamo questo momento e tu vuoi sciupare il primo giorno standotene a dormire. Eh no, così non si fa. Lascia perdere Jessica e il modo poco carino con cui ti ha detto quelle cose, però vedi di darti una mossa e di strisciare veloce in doccia, così dopo ce la facciamo anche noi. Non vorremo certo presentarci di sotto in questo stato. Sembriamo tre sconvolte»
«Sentito cosa ti ha detto? Muovi le chiappe e sbrigati, mi raccomando…»
«Uffa, mi avete convinta. Vado e torno!»
«Prima che si faccia tardi, però… Noi intanto finiamo di disfare i bagagli»
«Concordo in pieno. Vedi di fare in fretta, piuttosto…»
Dopodiché Katy se ne andò dritta in doccia, mentre le altre due conversarono un po’ della loro vacanza in generale.
«Spero tanto che qualche uomo possa deflorare quella bestiola…Povera ciccina!»
«Hai perfettamente ragione, Jessy. Ma d’ora in poi facciamo in modo che non sia più così. Io voglio far baldoria tutte le sere. Tu vienimi incontro e vedrai che ci piglieremo qualche bel maschione»
«Affare fatto!»
Le tre ragazze, dopo essersi date una bella rinfrescata, si acconciarono per bene ed andarono a cena nel sontuoso ristorante del villaggio, dove consumarono un lauto pasto. Dopodiché seguirono il suggerimento dell’animatore, conosciuto nel pomeriggio, ed andarono in anfiteatro a vedere lo spettacolo di presentazione dell’equipe: videro sfilare i ragazzi dello staff uno ad uno. Lì riconobbero il giovane che le aveva accolte al ricevimento. Era vestito come un impeccabile tennista-baronetto, in un classico completo bianco immacolato in perfetto wimbledon style, con in mano il diabolico attrezzo tennistico: la racchetta, una Babolat Pure Control che sparava dei missili terra-aria da far paura. Esteban la sapeva maneggiare con esibita professionalità, eccome, così da far invogliare la clientela.

La serata soporifera annoiava mortalmente le tre brianzole indemoniate, che fremevano dalla voglia di andare a sfogarsi in discoteca, per culminare nel migliore dei modi quella loro serata battesimale. Presto furono accontentate. Lo spettacolo terminò come da copione per le undici in punto, dopo nemmeno un’ora dall’inizio. I ragazzi dell’animazione accompagnarono i mille e passa ospiti nella discoteca del villaggio, suddivisa in tre sale - molto capienti - a seconda del genere musicale che i rispettivi Dee-jays vi facevano pompare all’interno: una commerciale, una revival e una latina. Le tre ragazze si diressero senza esitare verso la sala latina, che prediligevano rispetto alle altre in quanto erano amanti di quel genere musicale, che adoravano bailar. La sala oltretutto era anche la meno affollata: quella commerciale era piena di “truzzi” dalle movenze sincopate, mentre la revival era gremita di “discotecari” d’annata. Così le brianzole rimasero tranquillamente in disparte, finché un paio di animatori vennero, per così dire, ad importunarle e le invitarono a ballare. Invito peraltro accettato da esse.
«Ehi, ragazze… Mi chiamo Mario. Nuove arrivate? Prima volta… In un villaggio, intendo? Da dove venite?»
Un po’ seccate dall’imbecillaggine del tipo, risposero in coro: «Da Monza e Brianza».
«Ah, com’è che si dice… Vai a Monza e torni lonza. Ah ah ah!»
«Ma quanto è babbo questo?» si dissero di nascosto le tre, piantandolo in asso. Però Jessica, intravedendo una possibilità di sfogare la sua ninfomania, ci fece un pensierino e, dopo qualche bicchierino di troppo, scomparve col tipo.
Quel che succede nei paradisi per turisti, quali sono i villaggi, è risaputo ma troppo spesso taciuto. Mentre in realtà sarebbe un ottimo esperimento sociologico quello di indagare a fondo le motivazioni che portano mandrie di ragazze a cedere così facilmente al fascino dell’animatore. Forse perché, facendo le santarelline in città, fuori casa si sentono liberate da ogni preoccupazione di apparire per quelle che sono realmente: delle normali ragazze con delle normali pulsioni. Lo stesso discorso vale per i ragazzi, anche se nel loro caso, ai giorni nostri, più che parlare di sesso sfrenato si dovrebbe parlare piuttosto di sesso problematico. Già, perché nel settore si sta avendo una grossa “crisi”, perlomeno a livello giovanile. Infatti sempre più ragazzi incontrano molteplici difficoltà nell’avere un rapporto sessuale degno di questo nome e si accontentano pertanto di tristi surrogati, quali nel migliore dei casi la fellatio e nel peggiore invece l’auto-erotismo. Giovani “segaioli” crescono, mentre le povere adolescenti si trovano costrette ad affidarsi a sedicenti professionisti del settore (gli animatori, appunto), libertini sfaccendati e girovaghi, né carne né pesce, senza arte né parte, i quali si sacrificano per la causa, inneggiando alle sessantottine libertà sessuali e deflorando le “Maria Goretti” della situazione.
Gli animatori sono come degli orsi Grizzly: d’estate si fanno una bella scorpacciata sessuale leccandosi i baffi come fossero spalmati di miele; d’inverno invece si mantengono sessualmente attivi con le riserve letargiche delle loro conquiste estive. Infatti, i villaggi sono luoghi di protervia e lascivia, ove il peccato regna sovrano e all’ordine del giorno perdurano le “batterie” – lussuriose abbuffate di sesso in perfetto stile Eyes Wide Shut di Kubrick.

Intanto Katrina e Isa, per ammazzare un po’ il tempo, accettarono di ballare con altri due animatori, che si erano presentati e offerti come ballerini da strapazzo.
Nel frattempo l’adone-tennista del villaggio, in versione serale, s’aggirava sconsolato per le sale della discoteca e come di consueto, per ultimo, si diresse anch’egli nella sala latina, ideale per svolgere in un clima umano e confortevole la sua mansione serale di public relations, che in fin dei conti non gli era del tutto sgradita. Di sicuro, infatti, lui preferiva farsi quattro chiacchiere con la gente piuttosto che esibirsi in quelli che lui reputava dei banali e demenziali “balli guidati”. Vista la sua buona parlantina, il capo animazione era condiscendente a questa oramai consolidata abitudine del giovane indigeno. Del resto, in uno staff così ben nutrito, avevano bisogno di persone del calibro di Esteban, capaci di intrattenere piacevolmente la clientela in una brillante conversazione senza dover fare a tutti i costi “il Fiorello” della situazione. Un vero e proprio complesso di cui soffre la stragrande maggioranza degli animatori del Belpaese, fatta eccezione per quelli che, come lui, se ne fregano altamente di diventare fenomeni da baraccone.

Come al solito, il giovane si fece servire un daiquiri, consistente in rum chiaro con tanto ghiaccio e succo di limone, nonché bibita prediletta da Hemingway, uno dei suoi beniamini letterari. Questo cocktail, a dire il vero, non è che gli piacesse un gran ché, ma secondo lui faceva un sacco chic berlo e perciò si tappava il naso e ingoiava il rospo tutto in una volta.
Appoggiato di schiena al bancone del bar posò il suo sguardo scrutatore qua e là, in giro per la sala, per controllare la fauna umana e per vedere con chi era meglio attaccar bottone per primo, giusto per rompere il ghiaccio e guadagnarsi i soldi dello stipendio. Inizialmente conversò con due fidanzatini emiliani piuttosto simpatici. Poi avvistò un altro duo, stavolta marito e moglie, dall’accento spiccatamente romano (le coppie erano la sua specialità): erano accaldati dal ballo appena concluso e se ne stavano seduti in disparte su delle poltroncine a rifiatare. I suoi modi risultarono talmente affabili e cortesi, tanto da convincere entrambe le coppie a fare una lezione con lui l’indomani pomeriggio. Una cosa era certa: quel giovanotto aveva l’aria di saperci fare con la gente. D’altronde, dopo ben quattro stagioni alle spalle in luoghi di villeggiatura, sapeva come le persone in vacanza si trasformano e sono facilmente conquistabili; persino le più spilorce, pur di farsi vedere magnanime in vacanza, sono disposte a sborsare somme impensabili, contrariamente a quanto farebbero nelle loro opache città.
Per quella serata Esteban aveva già dato abbastanza e si era procurato una discreta clientela per il giorno successivo. Niente male come primo giorno della settimana!

In mezzo alla pista il trio brianzolo si era ricompattato, dal momento che Jessica aveva lasciato il suo nuovo “amichetto”, appena spolpato, per tornare dalle compagne di ventura.
«Bentornata “zoccolaus”. Divertita?»
«Lasciamo perdere. Dopo qualche innocente bacetto e dopo frasucce strappalacrime del tipo “appena ti ho vista, sono stato rapito dalla tua bellezza”, subito le sue mani si sono spinte oltre il dovuto…».
«Il solito maiale!» sentenziò “l’esperta di molestie sessuali” Katrina, immacolata dalla nascita.
«A parte questo spiacevole episodio, voi cos’avete combinato?»
«Abbiamo ballato un po’ con due animatori sciamannati, ma li abbiamo mollati immediatamente».
Finite le danze, infatti, si erano congedate dai loro rispettivi ballerini, dato che non erano disposte a spingersi oltre.
Dopo un po’ Jessica avvistò per prima, a ore dodici, la nuova “preda” Esteban e subito fece un cenno col capo alle altre per farsi seguire all’arrembaggio.
«Cosa ci fa un bel tenebroso come te, solo soletto, ai margini della pista? Che fai, non balli?»
Lì per lì lui non ricollegò le facce delle ragazze che aveva davanti, anche se intuì dal loro tono di averle già conosciute, magari durante le sue recenti ore di ricevimento. Comunque fin da subito, con la coda dell’occhio, si interessò a una delle tre. Ad essere esatti, non si trattava di quella che aveva aperto bocca e che evidentemente doveva essere la più loquace del gruppo, bensì una delle due che non aveva ancora fiatato.
«Infatti non ballo. Non ho mai ballato da quando sono qua, né ho mai avuto un buon motivo per farlo»
«Che strano! Eppure, visto che siete animatori, dovreste saper ballare più o meno tutti» disse Isa.
Quella voce gli fece venire subito in mente la ragazza della jeep, quella che per poco non si era schiantata contro la sbarra del ricevimento per quanto guidava a folle velocità. Finalmente il tennista vide bene chi aveva davanti, dato che il pomeriggio aveva avuto poco modo di vederla chiaramente in viso. E bisogna dire che quel che scorse gli piacque molto, ma non solo… C’era qualcosa in lei che non gli era ancora chiaro, ma che avrebbe compreso da lì a poco…
«Esattamente, tutti ballano tranne me. Diciamo che non sono un conformista. Odio quelli che si impasticcano con la stessa musica caotica. Proprio non mi piace. Preferisco restarmene in disparte e parlare con la gente. Sono un umanista io e questo lavoro perlomeno mi permette di incontrare un gran numero di persone ed ampliare il mio già nutrito campionario di conoscenze. Credo di non far torto né alla mia né alla vostra sensibilità, se vi confesso in tutta libertà di vederne di cotte e di crude».
Si dà il caso che nei villaggi si possano incontrare delle giovani e fresche coppiette, che durante la loro romantica luna di miele si cornificano a vicenda rispettivamente con l’animatore e l’animatrice di turno. Ma fortunatamente le coppie non sono tutte così; ci sono pure quelle che passano più tempo in camera ad assicurarsi la progenie, piuttosto che in sala-ristorante, in spiaggia o in anfiteatro… Esistono anche giovani mammine, apparentemente perbene e puritane, che si fanno “coprire d’attenzioni” (solitamente nei cessi-tuguri o ripostigli-topaie annessi alla discoteca) dai fortunati Dj di turno, i quali sono i veri e propri “Re del pollaio-dance”. Una volta finiti i loro “servizietti”, tali matrone-meretrici ritornano come se niente fosse dai loro graziosi figliocci e li ricoprono a loro volta di baci affettuosi, dopo averli appioppati ai rispettivi maritini rincretiniti. Alla faccia della fedeltà! Si vedono certe scornate, peggio dei cervi a primavera. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di mariti ultra-quarantenni, brizzolati e grigiastri – stile Richard Gere in Ufficiale gentiluomo –, perlopiù affaccendati uomini d’affari, in vacanza con le loro “strafedeli” e pimpanti mogliettine.

«Ma ci hai riconosciute almeno?» chiese Jessica rivolgendosi a Esteban.
«Certo che sì. Ho solo ventidue anni, ragazze, non sono mica rincoglionito. Ci è mancato poco che mi mettevate sotto stamani»
«Loro non hanno nessuna colpa. C’ero io al volante. Sai di solito non guido così male, ma oggi non ce la facevo veramente più, non vedevo l’ora di arrivare e appena ho visto il cartello d’indicazione del villaggio… Non so cosa mi abbia preso» si giustificò Isa. E mentre diceva queste parole il suo sguardo penetrò nel suo e percepì immediatamente una strana sensazione, completamente inaudita e mai provata prima. Lì per lì non capì la portata della sua attrazione nei suoi confronti.
«Donna al volante, pericolo costante… eh?! Non ti preoccupare, stavo scherzando. Del resto chissà cos’avrei fatto al posto tuo. Tuttavia, episodio a parte, com’è andata la vostra sistemazione in camera? Tutto regolare, no?»
«Tutto regolare…» rispose lei.
«Dite qualcosa anche voi. Possibile che dobbiamo essere sempre noi animatori a far domande?»
«Io ho ventiquattro anni, studio Scienze del turismo e mi sto per laureare» disse inaspettatamente per prima Katrina.
«Davvero interessante!» disse Esteban.
«Anche io ho ventiquattro anni e lavoro in un ufficio di trasporti internazionali. Mi occupo del reparto import-export. La sera, appena posso, mi diverto nei locali e il mio hobby preferito è collezionare bei maschioni»
«Ho afferrato il concetto. E tu, invece, cosa fai?» domandò Esteban a colei che aveva rapito veramente il suo interesse.
«Io invece ho ventitré anni, studio Scienze della comunicazione ma soprattutto lavoro come giornalista, collaborando con alcune importanti testate locali»
«Dici sul serio?! Sai che anch’io sono stato molto combattuto all’inizio? Non sapevo se iniziare la collaborazione con qualche quotidiano della zona o meno, ma alla fine ho rinunciato. Credo d’aver fatto bene. Penso d’avere capito di non essere granché tagliato per quel tipo di lavoro, troppo sbattimento e poi francamente preferisco filosofeggiare. D’altronde tutto ciò che è dozzinale è lontano dai miei interessi e dalla mia visione del mondo: io sono per la qualità»
«Quindi che fai di bello?» gli chiese Isa.
«A parte studiare filosofia, sono uno sciupafemmine patentato. E come avrai notato dalla battuta sono particolarmente simpatico…»
«Beh, allora sei un filosofo?»
«È una parola grossa, anche se non ti nascondo che aspiro a diventarlo. D’altronde credo che, chi più chi meno, tutti lo siamo senza neppure saperlo»
«Molto “filosofica” come risposta, non c’è che dire» ironizzò lei.
«Grazie per il complimento. A tal proposito, c’è un episodio astrale che ha segnato la mia venuta al mondo: l’anno prima che nascessi morì il mio nonno paterno, anch’egli curioso e insaziabile divoratore di libri. Strana coincidenza, non trovi? È proprio vero quel detto che recita: “Laddove ha termine un uomo, ha inizio un altro uomo” »
«Non è poi così tanto strana se tu ne sei stato il risultato…» gli sussurrò Isa con tono alquanto enigmatico.

In verità la ragazza percepiva in lui una forza misteriosa. Quel ragazzo dal viso sbarbatello, tanto da parere più giovane di quanto non fosse, era un tipo alquanto intrigante; da ogni poro della sua pelle emanava un fascino indefinito, che faceva incuriosire molto la ragazza. D’altro canto lui avvertiva in lei una forza altrettanto enigmatica. Quella ragazza dal viso acqua e sapone, tanto da farla sembrare la ragazza della porta accanto, lo attraeva irresistibilmente. Vedendola, sentiva montargli dentro una strana e avvolgente sensazione di beatitudine celeste. Era stanco di combattere. Aveva bisogno di riposo lui. Esattamente, aveva bisogno del meritato “riposo del guerriero”…
«Senti, che ne diresti se ti invitassi a ballare? Però t’avverto, non sono per niente bravo e spero tanto di non pestarti i piedi» le propose.
«Correrò il rischio» accettò con una complicità sottintesa.
Così, estraniando completamente le sue due amiche-comprimarie, lei si fece prendere per mano e portare al centro della pista, dove lui la cinse con inaspettato vigore, facendole sentire la sua calda mano lungo la schiena.
«Non avevi detto che avevi bisogno di un “buon motivo” per gettarti nella mischia?»
«Sei tu il mio buon motivo…»
Detto ciò, i due non parlarono più per tutta la durata del ballo. Sorprendentemente il giovane animatore-tennista si fece onore, muovendosi dapprima un po’ impacciato poi sempre più sciolto, anche perché aiutato dalla maestria di lei – si vedeva ad occhio nudo che ballava con passione. Sembrava avere un diavolo in corpo tanto era brava e si dimenava piuttosto abilmente. La mano di lui pian piano scese sempre più in basso sulla coscia di lei, che dal canto suo non faceva una mossa, anzi rispondeva alla velata provocazione lasciandosi avvolgere con maggiore vigoria. I loro corpi erano avvinghiati in una morsa stritolante, tanto che parevano due serpenti attorcigliati, peccaminosamente, l’uno attorno all’altra. Cosicché il loro ballo si fece di minuto in minuto sempre più sensuale.
Ad un certo punto il Dj mise su una salsa e lui le chiese di concedergli un altro ballo. Lei assentì meccanicamente col capo. La pista si svuotò. Rimasero solo loro due e la musica. Galeotta fu la canzone di Polo Montañez Un monton de estrellas. Fu così che scoccò la “scintilla”. I loro sguardi si baciavano già, mentre le loro labbra fremevano dalla smania inconsulta. Intorno si era creata un’atmosfera surreale, che faceva da scenario alla nascita di un sentimento infinitesimale. La canzone poi si concluse e con essa il loro ballo da immortalare. Lui la invitò a sedersi su un divanetto all’aperto, a pochi passi dalla pista. Lei assentì, piena d’aspettativa. Così i due si sedettero e conversarono un po’ di varie cose, scoprendo d’avere molte cose in comune, vale a dire la passione per: l’avventura, la scrittura, la lettura, la musica, il cinema e tanto altro… Ad un certo punto lui prese in pugno la situazione.
«Che ne diresti se ti facessi da Cicerone e ti mostrassi qualche bel posticino?»
«Perché no» rispose fiduciosamente lei.

Così lui la portò in spiaggia. Lo scenario era davvero magnifico: un cielo sconfinato trapunto di stelle, una sabbia soffice e vellutata, un mare lievemente increspato sul quale spiccava il gioco dei riflessi giallognoli della luna a picco, tanto da far apparire il tutto come il dipinto di Van Gogh Notte Stellata. Come se non bastasse, la loro colonna sonora era costituita dal soave e cadenzato frangersi delle onde sulla battigia. I due si sdraiarono vicino alla riva, stendendo al suolo un telo di panno e coprendosi con una coperta di lana grezza. L’aria profumava di salsedine, che veniva inalata dolcemente dai due giovani, sempre più presi l’uno dall’altra.
«Bel posto, non trovi?»
«Il migliore in cui possa stare in questo momento! Complimenti per la scelta, hai saputo essere un ottimo Cicerone, all’altezza delle mie aspettative»
«Sono lieto che ti piaccia. Guarda lassù in alto: non avevo mai visto, prima d’oggi, un cielo più stellato di questo. Ma mi reputo fortunato, dal momento che ho qui con me la più bella stella…»
«Non ho parole…»
«Non ce n’è bisogno: parlare in questi momenti è del tutto superfluo»
Dopodiché, senza neanche darle il tempo di rendersene conto, egli la baciò fulmineamente sulle labbra. Quello fu un bacio di avvicinamento, quasi un bacio di studio per sondare il terreno. Mai bacio ebbe migliore accoglienza. Dall’altra parte, infatti, lui incontrò una totale accondiscendenza. Le labbra di lei accolsero attivamente quelle di lui. Un po’ come se, ad un livello inconscio, lei avesse già la guardia abbassata e si aspettasse quel gesto, da un momento all’altro; gesto che finalmente venne compiuto con la migliore naturalezza possibile e anche con il miglior tempismo possibile. Lui seppe sfruttare quel momento di debolezza, che immediatamente precedeva l’incontro appassionato di quelle due “materie spirituali”, che si liquefacevano in una perfetta alchimia dei cuori. Cosicché il “velo di Maya” che avvolgeva le cose venne finalmente calato e lui capì che lei era la parte mancante della sua anima, e viceversa. Anche lei capì lo stesso di lui, un po’ come racconta Platone nel Simposio: essi erano originariamente un unico essere, con due teste, quattro braccia, quattro gambe. Ma un bel giorno Zeus e gli altri dèi, minacciati da queste potenti creature e vista la spiacevole ribellione dei Titani – sedata con il loro conseguente annientamento –, decisero di dividerli in due metà separate. Da quel momento in avanti queste creature dimezzate (uomini e donne) furono costrette a vagare nel buio, senza bussola, alla cieca ricerca l’uno dell’altra. Di modo che per unificare le loro scissioni interne, esse furono costrette dapprima a trovarsi, dopodiché a congiungersi, per colmare la loro incessante sensazione d’incompletezza. Sensazione che Esteban e Isa sentirono d’un tratto di aver soddisfatto insieme. Può sembrare incomprensibile ai non esperti ma tale è la potenza di Eros, secondo alcuni il più giovane e secondo altri il più vecchio degli dèi, ma secondo tutti quello indiscutibilmente più potente. Così quel qualcosa d’indefinito che entrambi avevano spasmodicamente ricercato fino ad allora, ecco che inaspettatamente – come tutte le cose belle – si manifestò nella sua pienezza abbagliante: l’Amore…