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19.6.06

Perchè nelle coppie si litiga

di Corrado Campa

Perché uomini e donne spesso non si capiscono quando parlano?
Quante volte nelle coppie si parte da un’innocuo scambio di battute e si finisce per litigare? Perché tanti uomini, mentre la donna sta parlando, prima o poi si ritrovano a pensare sconcertati: “Ma che vuole da me?!?”? E perché tante donne, nelle stesse condizioni, ascoltano ma hanno come la sensazione di non sentirsi comprese, si sentono frustrate e provano un senso d’isolamento?
Il motivo per cui nelle coppie ci sono tanti problemi é che non ci si capisce a vicenda. Ad esempio, una delle ragioni per le quali le donne non si sentono capite dagli uomini é che quando parlano il più delle volte hanno soprattutto l'esigenza di sfogarsi, di trasmettere il proprio stato d'animo, di essere ascoltate ed aiutate a esprimere quello che pensano e sentono.
Molti uomini in genere non capiscono che le donne quando parlano hanno bisogno di queste forme d'appoggio e pensano che chiedano il loro aiuto perché vogliono prima di tutto trovare una soluzione a un loro problema -altrimenti, secondo l'ottica maschile, non avrebbero bisogno di sfogarsi- e, quando é il loro turno nel dialogo, rispondono proponendo direttamente un rimedio, oppure spiegando dove secondo loro la donna avrebbe sbagliato, offrendo suggerimenti, consigli, critiche e presentando un piano d’azione. A questo punto di solito la donna si innervosisce o si scoraggia, perché il fatto che l'uomo le faccia una “lezione”, sottolinei i suoi errori e proponga la soluzione interrompe il flusso delle emozioni che vorrebbe ancora esprimere, quindi rinuncia ad aprirsi, o tenta di riportare il discorso sulle sue coordinate, oppure ancora diventa aggressiva e comincia a provocare. L'uomo a sua volta si sente inadeguato e non capito perché ai suoi occhi il quadro che ha fatto con la soluzione che ha proposto é quanto di più prezioso aveva da offrire e crede che la donna in realtà non apprezzi i suoi sforzi: in questo modo si crea o si alimenta un circolo vizioso di equivoci e fraintendimenti.
Tutto questo accade perché esiste una differenza biologica fra uomini e donne, cioé una differenza nel modo in cui funzionano il cervello maschile e quello femminile: nel gruppo primitivo gli uomini uscivano dalla caverna perché dovevano provvedere alla sopravvivenza e difesa delle famiglie, e nel corso dell’evoluzione hanno imparato ad affrontare le emozioni forti come la paura, l’angoscia e la rabbia risolvendo problemi; le donne che rimanevano nella comunità erano molto più vulnerabili -in special modo quelle che dovevano allevare i figli- perché, se il loro uomo fosse morto, sarebbero finite per dipendere dalla famiglia e dal gruppo, quindi parlare in modo non finalizzato agli scopi, dare e ricevere comprensione era per loro indispensabile a provare un senso di sicurezza e appartenenza ed a costruire rapporti molto solidi con coloro che le circondavano.
Questo ci spiega perché le bambine scelgono giochi in cui si ritrovano in piccoli gruppi dove vivono un senso d’intimità molto forte: ciascuna si impegna attraverso il dialogo a massimizzare la cooperazione e ridurre al minimo ostilità e aggressività.
I giochi dei maschi invece privilegiano azione e movimento: i gruppi sono più
numerosi ed enfatizzano la competizione.
E’ molto interessante osservare cosa accade quando i giochi si interrompono perché qualcuno si fa male. Quando qualcuno si infortuna in un gruppo di maschi, gli altri si aspettano che si ritiri dall’azione e dalla partita perché il gioco possa proseguire; se lo stesso accade in un gruppo di bambine il gioco si ferma e tutte si raccolgono attorno all’amica per aiutarla.
Questo ci fa capire che le bambine, e più tardi le donne, “si interpretano come elementi di una rete di connessioni”, non a caso l’evento da cui si sentono più minacciate é proprio una rottura nelle loro relazioni con gli altri; i bambini invece prendono a modello l’eroe solitario -o al massimo con qualche amico- che combatte il nemico con coraggio, risolve i problemi a vantaggio di tutti e non tradisce le emozioni: di conseguenza tendono ad avere molta più paura di possibilità diverse che possano comprometterne libertà e autonomia.
La stessa differenza biologica fa sì che le bambine nella prima infanzia abbiano l'impulso a parlare, a volte anche senza pensare, i bambini ad agire, anche nel loro caso a volte senza pensare. Ricordo di aver letto di un esperimento dove i bambini piccoli venivano messi a giocare separati dalla madre da un vetro: si studiava la loro modalità di attirare l’attenzione quando interrompevano il gioco. Il risultato fu che le femmine cercavano di parlare o di chiamare la madre, oppure di incrociare il suo sguardo attraverso il vetro; i maschi invece camminavano o correvano per andarle direttamente incontro, si affidavano insomma al movimento.
Questa diversità porta gli adulti dei due sessi ad una sostanziale differenza nel modo di affrontare le emozioni: le donne quando sono arrabbiate o angosciate sentono il bisogno di comunicare con qualcuno disposto ad ascoltarle, mentre gli uomini nelle stesse condizioni provano l’istinto di movimento (anche solo di camminare avanti e indietro nella stanza) per trovare la soluzione, passare all'azione e risolvere il problema.
In conclusione, uomini e donne non si capiscono quando parlano perché vogliono e si aspettano cose molto diverse da una conversazione: i primi sono contenti se possono parlare di fatti, le seconde di sentimenti, stati d’animo ed emozioni.
Dunque, quando la donna dice: "Ho mal di testa", l'uomo sbaglia se risponde: "Prendi un'aspirina, cara", perché la donna in realtà ha bisogno di parlare di quanto gli fa male la testa, di come si sta male con il mal di testa, di com'é andata la giornata e di quanto é antipatica la commessa del negozio sotto casa.
Nel prossimo articolo proporrò un metodo di ascolto infallibile per fare sentire le persone capite nei loro sentimenti: quanto più si riesce ad aiutare gli altri ad aprirsi e parlare di sé tanto più si diventa persone ricercate, piene di fascino e vincenti nei rapporti con gli altri.

18.6.06

Quando le paure parlano per noi

di Corrado Campa

Quella che segue é una raccolta di lettere che sono state indirizzate in tempi diversi, qualche anno fa, al Direttore di una rivista sportiva.
Vale la pena di leggerle perché, nella loro visione d'insieme, ci fanno capire molto bene una dinamica che, se non identificata e risolta, può essere causa di incomprensione e creare equivoci e fraintendimenti fra noi e gli altri.

UNA PATENTE DI ONESTA'

Egregio direttore,
(beh, egregio, si fa per dire), butti la maschera. Le recenti vittorie internazionali del Milan l'hanno fatta impazzire di felicità: lo si é capito dall'enfasi con cui le ha raccontate. Non trovo giusto che un giornalista faccia pesare, sul lavoro, il proprio tifo. Dunque non trovo giusto il suo atteggiamento.
Libero Mazza- Roma

Caro direttore,
essere tifosi non é una colpa: ma allora perché non dichiararlo apertamente!
Sono due anni che la "studio": lei é juventino fino al midollo, ovvero fino al tentativo di difendere… l'indifendibile. Ma non ha capito (vista anche una sua recente risposta) che l'Impero bianconero é finito per sempre?
Antonio Grassi- Ivrea

Gentile direttore,
sono un fedele lettore napoletano del suo indubbiamente eccellente giornale.
Napoletano, ma interista. E' da molto tempo che volevo scriverle per contestarle una sua eccessiva "simpatia" nei confronti del Napoli.
Io credevo che anche lei fosse interista, ma non é questo il punto. Il punto é che trovo eccessivo difendere sempre e comunque Maradona (come fa lei) ed essere così indulgente con i tifosi napoletani (come é lei).
Mi creda, la perfezione (calcistica) non appartiene a questa città.
Trasferisca altrove le sue ingiustificate simpatie.
Onofrio D'Angelo- Napoli

Egregio Bartoletti,
va bene che il Guerin Sportivo si stampa a Bologna, va bene che dobbiamo tutti campare, va bene che é giusto tifare per la squadra della regione in cui si é nati, ma a Lei non sembra di esagerare?
Bologna qua, Bologna là, Maifredi sotto, Maifredi sopra, oh come sono bravi i rossoblù, oh com'é bello Cabrini! Lei appoggia sfacciatamente il Bologna che, in fondo, é solo una squadra di metà classifica: non potrà mai eguagliare i livelli (anche storici) della mia Roma.
Romolo Giusti- Roma

Caro Bartoletti,
mi consenta il rilievo (bonario ma necessario): io la seguo con simpatia sin dall'epoca del Processo del Lunedì che lei condusse con indubbia bravura.
Ma sin da allora (era, mi sembra, l'anno dello scudetto giallorosso) il suo atteggiamento mi parve curiosamente e innaturalmente filo-romanista.
Ricordo le sue "gentilezze" nei confronti di Viola, ricordo i suoi sorrisetti anti-juventini, ricordo il suo compiacimento per quella vittoria che -é il caso di ricordarlo- é rimasta unica nel decennio (al contrario di tutto ciò che ha conquistato la mia Juve). Anche nel caso Manfredonia l'ho trovata -come dire- troppo partecipe.
Per caso, tutta la vicenda ha toccato anche il suo cuore oltre che quello del grande Lio (grande in quanto ex-bianconero)?
Mario Cabassi- Torino

Caro Marino,
ho letto da qualche parte che sei un interista convinto. La cosa non mi offende, ma mi lascia perplesso. E' possibile, nel tuo lavoro, dimenticarsi della propria passione sportiva? A giudicare da come il Guerino enfatizzò lo scudetto nerazzurro dello scorso anno direi proprio di no.
Con amicizia.
Saverio Trotti- Verona

Caro direttore,
ho contato i servizi dedicati dal Guerino alle varie squadre dall'inizio della stagione.
Quelli "juventini" sono addirittura più numerosi di quelli del Milan mondiale.
Va bene essere accecati dal fascino della Vecchia (ma proprio "vecchia") Signora, va bene che in Italia ci sono tanti tifosi bianconeri, va bene che la Juve "fa vendere", ma lei non può comportarsi da tifoso nell'esercizio della sua professione.
Riponga in un cassetto la sua tessera di juventino e faccia un Guerino più imparziale.
Sergio Garbi- Ferrara

Cari amici,
credo che questa pagina sarà l'unica che ritaglierò e incornicerò quando me ne andrò dal Guerino. Pochi colleghi hanno avuto la fortuna di ricevere una "patente" di imparzialità e -consentite l'immodestia- di onestà più esplicita di questa che, inconsapevolmente, mi avete regalato.
Grazie di cuore.


Tutte queste lettere non ci dicono molto della persona a cui si rivolgono (che é la stessa persona: l'allora Direttore del Guerin Sportivo Marino Bartoletti) ma ci dicono anche troppo dei tifosi che le hanno scritte: ognuno é convinto di conoscere il Direttore nel senso di aver capito per quale squadra fa il tifo leggendo i suoi articoli fra le righe, o osservandolo in TV e ascoltando e interpretando le sue frasi, i suoi comportamenti, perfino i non detti.
Simpaticissimo il lettore che lo ha studiato per due anni e si é convinto che fosse juventino, o l'altro che ha visto nei sorrisi di circostanza o di gentilezza del Direttore dei "sorrisetti" più equivoci nei confronti di Viola, l'allora presidente romanista, e si é convinto che fosse, appunto, romanista. Una persona che ne studia un'altra per due anni si penserebbe che ne dia alla fine un giudizio obiettivo, e invece…
Nella realtà ognuno degli autori delle lettere tende a vedere di quello che osserva nel Direttore ciò che vuole vedere, o meglio, ciò che ha più paura di vedere: talmente paura che lo vede dappertutto, in qualunque frase, occhiata, o gesto.
La Psicologia cognitiva ci insegna che quando ci formiamo un'idea su di una persona, o un argomento, anche se siamo obiettivi e razionali, tendiamo in tutta inconsapevolezza a cercare dall'esterno tutti i segnali che confermino questa idea e a escludere tutti gli altri: ecco perché la prima impressione che ci facciamo di qualcuno é la più difficile da disconfermare, sia essa positiva o negativa.
Johnson-Laird e Wason nel 1977 hanno chiamato questo fenomeno bias della conferma: la tendenza a cercare dati a favore di un'ipotesi piuttosto che contro.
Ecco perché alcune volte ci sembra così complicato fare cambiare idea alle persone attorno a noi: "Ma perché non cambia idea? Eppure é intelligente… Mah…", pensiamo fra noi e noi: il punto é che siamo noi che dobbiamo avere pazienza e darle tempo, e allo stesso tempo chiederci se possiamo trovarci "dall'altra parte", ossia vittime noi stessi di qualche pregiudizio o idea preconcetta di cui non siamo consapevoli, e che l'altro ci sta facendo vedere.
E' lo stesso motivo per cui alcune persone, anche del tutto ragionevoli e lucide in altri campi di vita, portano avanti per anni idee prive di fondamento, o di senso pratico: é il caso di alcuni uomini o donne convinte che il partner che le tradisce o addirittura le maltratta sia quello della loro vita, di alcuni scienziati che si attaccano e combattono per sostenere teorie che la comunità scientifica ha scartato ormai da tempo, di alcuni genitori certi che il figlio spacciatore sia in realtà un bravo ragazzo, in tanti casi anche negando l'evidenza e sfiorando il ridicolo. Scommetto che qualcuno degli autori delle lettere di prima rimarrà convinto della propria idea anche dopo aver visto la sua lettera nel quadro d'insieme e letto la risposta del Direttore!
Il problema é che, prima o poi, la realtà si impone da sola. Quando le persone di prima (fra cui se non stiamo attenti possiamo esserci anche noi, beninteso) sono messe con le spalle al muro, cioé sono costrette -dagli eventi, dalle circostanze, insomma dalla vita- a riconoscere che nella loro idea c'é qualcosa di sbagliato che andrebbe rivisto e cambiato, non é facile per loro perché subentra una fase di crisi, cioé di cambiamento attraverso la sofferenza.
La difficoltà della crisi, é banale dirlo ma va detto, é soprattutto emotiva: tanto più una crisi é profonda quanto più abbiamo investito (cioé abbiamo riversato le nostre energie, le nostre emozioni e aspettative) nella nostra idea e, più in generale, in una certa immagine di noi. La crisi ci obbliga a disinvestire le nostre emozioni dall'idea precedente per investirle nuovamente in un pensiero diverso o in una visione più generale, a fare in un certo senso marcia indietro.
Con questo voglio dire che quando scopriamo qualcosa che mette in discussione le nostre convinzioni, o comunque sia il nostro lavoro mentale, in tanti casi scopriamo anche che le nostre idee non erano poi così completamente sbagliate da venire cancellate ma erano sbagliate solo in parte da venire modificate, o erano addirittura giuste da venire integrate, appunto, in una visione più generale.
Karl Correns era un botanico tedesco che ampliò le leggi di Mendel: egli fece accoppiare piante a fiori rossi e piante a fiori bianchi, aspettandosi che le discendenti della prima generazione presentassero fiori rossi o fiori bianchi a seconda di quale gene per il carattere del colore della pianta fosse dominante o recessivo, quindi dando per scontato che le previsioni di Mendel in questo senso fossero esatte.
Ecco, quando ho letto di questa storia sul mio libro di Biologia ho immaginato questo botanico seminare le piante e andare a letto, aspettandosi di vedere l'indomani mattina le piante con i fiori rossi o bianchi.
Nella realtà si é alzato e ha visto le piante con i fiori rosa!!! Mi sono visto questo pover'uomo sconvolto che é andato in crisi chiedendosi il perché!
Continuo a immaginare che sarà andato in crisi sì, ma era anche un uomo di scienza, e sapeva benissimo che "in campo scientifico i risultati che differiscono dalle aspettative devono portare il ricercatore a riesaminare e modificare le sue supposizioni per giustificare il dato sperimentale inaspettato".
In sintesi, dopo aver rotto le palle alla moglie che avrà pensato che fosse impazzito, si sarà chiesto: "Ma perché escono fuori 'sti fiori rosa???" e ha fatto la cosa più logica che ci fosse da fare: incrociare due di queste piante a fiori rosa e aspettare di vedere cosa sarebbe successo.
I discendenti della terza generazione avevano fiori rossi, rosa e bianchi.
Questo vuol dire, in Biologia, che una certa specie per un dato carattere -qui abbiamo fatto l'esempio del carattere "colore della pianta"- può non presentare un gene completamente dominante e l'altro completamente recessivo, cioé possono agire tutti e due i geni (o gruppi di geni) anche se in misura diversa: i fiori della pianta di prima uscivano rosa perché era attivo sia il gene del colore "rosso" che quello del colore "bianco".
Correns ampliò le teorie di Mendel e scoprì la dominanza incompleta.
Ma quello che a noi interessa é il fatto che le teorie di Mendel non erano sbagliate, erano solo incomplete perché mancavano di alcuni presupposti ed andavano semplicemente modificate.
Spesso la soluzione non é così complicata come crediamo ed é a portata di mano, solo che non la vediamo al momento perché siamo troppo coinvolti dentro il problema che stiamo risolvendo: ci appare facile solo dopo che l'abbiamo trovata.
Se a qualcuno rimarrà impresso quest'esempio del biologo tedesco che ha attraversato una crisi ma ha fatto una scoperta ne sono contento. Per questo ci ho messo dentro che é andato a letto dopo aver seminato la pianta e la moglie che pensava fosse impazzito (del resto, scusate, voi che pensereste di uno che vi fissa con gli occhi spalancati e vi fa: "I FIORI SONO ROSA! I FIORI SONO ROSA! PERCHE' I FIORI SONO ROSA?"?): per farvelo vivere e, possibilmente, memorizzare, perché a mio parere é molto importante vedere i problemi alla luce di quest'ottica ottimista.
"Crisi" é una parola che in giapponese si esprime attraverso due ideogrammi (dove ogni ideogramma esprime un concetto), di cui il primo vuol dire "problema" ed il secondo "opportunità". Quindi: opportunità di crescita attraverso un problema, il superamento del quale implica un passaggio attraverso la sofferenza.
E' lo stesso motivo per il quale persone che hanno avuto problemi e che sono passate attraverso delle crisi, una volta risolte e superate, finiscono per essere umanamente più ricche, più tolleranti e comprensive, mentre all'opposto altre persone che hanno sempre gli stessi problemi, o le stesse idee, o la stessa visione della vita che non mettono mai in discussione, generalmente sono più rigide e in casi più estremi anche un pò fanatiche.
Se ci pensiamo, "cambiamento" é un concetto associato all'idea di trasformazione, movimento, instabilità e dinamicità, tutti concetti associati a loro volta all'idea della vita, mentre il contrario di cambiamento é "immutabilità", tutto ciò che rimane sempre e in ogni momento identico a se stesso, ed é associato all'idea di immobilità, rigidità, stabilità, inflessibilità, e quindi alla morte.
Tornando da dove siamo partiti (lettere scritte da tifosi che vedevano tante cose diverse dello stesso aspetto -il tifo per una squadra di calcio- nella stessa persona del Direttore), cosa possiamo fare noi per non correre lo stesso rischio di confondere ciò che é reale da ciò che é semplicemente qualcosa di noi stessi che stiamo proiettando sull'altro?
Nell'esempio delle lettere i tifosi proiettavano sul Direttore una loro paura, la paura della squadra avversaria: in senso lato é la paura del nemico, in senso ancora più esteso può essere interpretata come la paura di qualcuno o qualcosa che si frappone fra noi e il raggiungimento delle nostre mete.
Possiamo riuscire a vedere la realtà che ci circonda con obiettività di giudizio solamente attraverso un percorso di consapevolezza su di noi, cioé rendendoci conto di noi stessi, di chi siamo nella nostra completezza. Questo vuol dire individuare con chiarezza i lati di noi stessi e le nostre infinite sfaccettature e distinguere i nostri punti di forza da quelli deboli: gli aspetti della vita dove riusciamo ad essere sicuri ed intraprendenti da quelli dove abbiamo più paura e ci sentiamo meno fiduciosi, ma dove sentiamo allo stesso tempo di poterci migliorare.
Sono questi ultimi i lati di noi stessi su cui dovremmo lavorare, cioé identificare e modificare per cambiare noi stessi e la realtà che vediamo attorno a noi.
Essere consapevoli di sé, in breve, significa essere consapevoli sia del nostro stato d’animo che dei nostri pensieri su di esso. (*)
Solo se siamo aperti all'esperienza, al confronto e soprattutto all'ascolto di noi stessi, riusciremo a distinguere la realtà dalle nostre proiezioni, a guardare agli altri per quelli che sono e a non filtrarli attraverso le nostre emozioni, le nostre paure o i nostri desideri.

(*) Daniel Goleman, “Intelligenza Emotiva”, pp. 69

16.6.06

"Immigrazione" non coincide con "guerre di religione"

di Silvia Del Beccaro
Immigrati e religioni… Più cerco di pensare in maniera distinta a questi due termini e più la mia mente, inequivocabilmente, mi porta ad associarli. Purtroppo la successione di eventi terroristici, l’avvento della jihad e la paura di una nuova crociata hanno portato la società odierna a pensare che “immigrazione” coincida con “terrorismo religioso”. È giunto il momento di sfatare questo spauracchio. Basta con i qualunquismi! Molti cattolici, temendo una prossima rivoluzione religiosa, provano paura al solo vedere un musulmano, credendolo inevitabilmente un potenziale suicida: o per meglio dire, un terrorista.
Ma avreste paura se vi trovaste di fronte uno Zinedine Zidane? Lui, lo spot della riconciliazione, il figlio di immigrati della Cabilia, la faccia della Francia multirazziale, il campione del mondo e d’Europa… Lui, musulmano non praticante che sulle strade di Marsiglia chiamavano Yazid. Per il sesso opposto dicasi lo stesso per Afef Jnifen. Come può mettere paura un’ex modella tunisina della sua portata? Eppure Afef è un’opinionista musulmana. Cittadina straniera di origine islamica, vive da tempo in Italia ma da altrettanti anni lotta per avvicinare il mondo politico a quello islamico. Come lei, sono molte le giovani donne musulmane emigrate in paesi come l’Italia, la Germania, la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti per avere la possibilità di studiare, di lavorare e di poter vivere senza paura ma soprattutto… senza veli. Nei paesi del Medio Oriente questa occasione non capita a tutte le ragazze: solo alcune possono farlo ringraziando i genitori che, invece di programmare per loro un matrimonio di convenienza, decidono di offrire alle figlie tutte le opportunità per realizzarsi nella vita futura. Avreste dunque mai timore di simili ragazze? Potreste mai immaginarle nei panni di potenziali terroriste? Certo che no. E questa purtroppo è la mentalità che, oggi, condiziona i nostri pensieri. Anche se si tratta di una mentalità inesatta.
Dunque, siamo arrivati alla conclusione che non tutti i musulmani sono dei killer pronti a dare la vita per una causa (giusta o sbagliata che sia, a seconda dei punti di vista). Ma è altrettanto chiaro che non tutti gli immigrati sono musulmani/terroristi religiosi. In particolare, limiterò questo discorso agli arabi per due motivi. In primo luogo, se indicassi tutte le popolazioni immigrate esistenti rischierei di divagare troppo e renderei il discorso alquanto banale. Inoltre, il mondo arabo oggi è costituito da una popolazione al centro dell’attenzione mondiale, visti i recenti fatti di cronaca. In questo editoriale non intendo assolutamente fare dei paternalismi, sto solo cercando di far capire quanto sia necessario opporsi a chi generalizza e confonde la fede con il fanatismo per diffondere l’odio e la paura. Non bisogna dimenticare che gli arabi non sono tutti musulmani. È vero che esistono terroristi islamici, ma c’è anche una maggioranza araba che ne è vittima come tutti noi.
Qui si dimentica troppo spesso che ci sono anche arabi cristiani e arabi ebrei. In Terra Santa, ad esempio, cristiani e musulmani vivono insieme da pressoché 1400 anni, perché vige un principio fondamentale che anima le relazioni tra i due gruppi: gli arabi, siano essi cristiani o musulmani, appartengono ad un unico popolo che ha in comune una lunga storia, una lingua, una cultura e una società. È questa la mentalità giusta da adottare se si vogliono ricreare dei rapporti ormai perduti. A questo proposito, da tempo la Chiesa di Gerusalemme cerca un dialogo e una collaborazione con i “fratelli e sorelle” musulmani, anche se conosce le difficoltà che un simile progetto può incontrare. Nonostante le relazioni tra cristiani e musulmani siano generalmente buone, infatti, in Terra Santa ogni giorno si affronta una sfida diversa. Tra queste la reciproca ignoranza e un’autorità carente che produce insicurezza, discriminazione e tendenza all’islamizzazione da parte di certi movimenti politici. Questi ultimi, infatti, mettono in pericolo non solo i cristiani ma anche i molti musulmani che desiderano una società aperta. Probabilmente questo dilemma, che affligge la società da secoli, non verrà mai risolto, ma se non altro rifletterci sopra è già un buon inizio.

15.6.06

I colori dei mondiali

di Silvia Del Beccaro

Mondiali, mondiali, mondiali! La febbre per questi campionati 2006 sta dilagando sempre più. Ovunque, non si parla d’altro: negli uffici, sotto l’ombrellone, in bicicletta... Il calcio è diventato l’argomento di punta in ogni conversazione. Si comincia discorrendo del più e del meno, ma poi si giunge sempre a pronunciare frasi del tipo: “Ho penato per novanta minuti” oppure “Abbiamo rischiato grosso”. Senza rendercene conto, cominciamo a parlare come se stessimo giocando noi: ci sentiamo parte della squadra. Come mai? La spiegazione è semplice… Perché i Mondiali siamo noi che con le nostre bandiere, i nostri colori e i nostri entusiasmi rendiamo grandi questi Campionati. Noi che ci esaltiamo, soffriamo, ci agitiamo, rimaniamo delusi; noi che ci riuniamo in grandi compagnie, composte da perfetti sconosciuti ma che per l’occasione formano una grande famiglia.
Verdi, rossi, gialli, blu: i colori delle nostre squadre si mescolano sugli spalti e formano una grande distesa multicolore. Le immagini parlano chiaro. Facce dipinte, vestiti in tinta e parrucche. Ogni scusa è buona per colorarci e per far sapere, così, alla propria squadra che ci siamo, che siamo lì a sostenerla. Senza i tifosi il calcio non esisterebbe, così come non avrebbe luogo nessun’ altra forma di spettacolo. Perché il football è questo: spettacolo, e niente più. Forse è per questo motivo che ci sentiamo tutti un po’ protagonisti di questo “big show”. In fondo siamo tutti un po’ attori e dunque, come tali, amiamo mascherarci.
La passione per il calcio e l’entusiasmo, però, non sono sentimenti falsi. Non recitiamo quando esultiamo per un goal, non facciamo finta di arrabbiarci per un’ autorete, non interpretiamo un ruolo quando, nell’attesa che venga battuto un rigore, tratteniamo il respiro per poi farlo esplodere in un urlo di gioia se il pallone buca la rete. Per non parlare degli inni. Ogni canto racconta e rievoca una storia diversa. L’inno nazionale italiano, per esempio, si apre con: “Fratelli d’Italia”. Quale migliore espressione se non questa per comunicare quel senso di patriottismo e di fratellanza che unisce gli italiani all’estero o in occasioni simili ai mondiali?! Ma il seguito è ancora meglio: «Uniamoci, amiamoci, l’Unione e l’amore rivelano ai popoli le vie del Signore; […] Uniti per Dio chi vincer ci può?». Con quanta enfasi i tifosi azzurri cantano questo testo a squarciagola, mano al petto, prima di ogni calcio d’inizio! E come noi italiani, anche i francesi, i tedeschi, i brasiliani, gli spagnoli, gli ivoriani recitano il proprio inno in questo modo… In fondo, allora, non siamo poi così tanto diversi.A mio parere, però, c’è un’altra spiegazione altrettanto plausibile a questa “mania dei colori”. E la soluzione è semplice: in noi esiste un desiderio profondo di creare un’unica grande comunità mondiale, che riesca a convivere serenamente. Certo si tratta di un’utopia, ma non a caso ho parlato di “desiderio”. Ad ogni modo, questa tendenza a voler puntare tutto sui colori induce a pensare che nel mondo perduri una forte speranza di convivenza fra etnie. Certo, ogni squadra ha un colore per contraddistinguersi dalle altre, ma questo non cambia il fatto che permanga il sogno di abolire le barriere fra persone di colore differente. Gli spagnoli, ad esempio, indossano maglie che richiamano il colore dei pellerossa; il Brasile invece veste una divisa che ricorda i cosiddetti “musi gialli”, e così via. Ma allora, eccoci dunque tutti uniti, tutti compatti. Almeno per ora, in occasione di questi mondiali. E una volta terminati, cosa accadrà? Ai coscienziosi l’ardua sentenza.

13.6.06

Il miracolo del Sole

di Silvia Del Beccaro

Nel mese di maggio un gruppo di pellegrini si era messo in viaggio per Medjugorje. Durante l'escursione, a bordo di un pullman, i pellegrini assistettero ad un fatto incredibile: il sole, alto nel cielo, diventava sempre più grande e pulsava a più non posso. In merito a questo inverosimile evento, il mondo ha preso due differenti posizioni.
I "fedeli" hanno rafforzato la loro fede e si sono convinti del fatto che quella era una delle tante apparizioni della Madonna, che ben 25 anni prima sarebbe già apparsa per la prima volta a sei abitanti del luogo. Si sarebbe presentata loro mentre teneva in braccio un bambino, senza dire nulla ma facendo segno di avvicinarsi. Secondo quei sei le apparizioni a Medjugorje (minuscolo paese della Bosnia-Erzegovina) proseguono ancora oggi, con modalità diverse per ciascuno di essi: quotidianamente, mensilmente, annualmente. Un caso simile al recente "miracolo del sole" è avvenuta il 13 ottobre 1917 a Fatima, altro luogo genitore di miracoli.
Differente la posizione assunta dagli "atei" che, dal loro canto, sono rimasti alquanto scettici e hanno definito il miracolo un puro e semplice fenomeno scientifico. Si è scoperta infatti l'esistenza di pulsazioni radiali, nel corso delle quali il Sole aumenta e diminuisce periodicamente il proprio raggio di quantità infinitesime (circa 70 km), e pulsazioni non radiali, che cioè non avvengono lungo il raggio, ma vengono osservate come l'allontanarsi e l'avvicinarsi di parti diverse della superficie solare in modo anche molto complesso. Ciò è dovuto al fatto che la materia in superficie va soggetta ad oscillazioni con un periodo di 5 minuti; in anni recenti se ne sono identificate altre con periodo più lungo, come per esempio quelle di 50 minuti e quelle di 2 ore e 40 minuti. La massa di gas oscilla quindi come un budino quando si agita il piatto che lo contiene.
Che si tratti di un'anomalia alla StarGate o di un'apparizione religiosa, il fenomeno merita in ogni caso una particolare attenzione per la sua rarità ed eccezionalità.

12.6.06

Combat Kali: l'essenza del combattimento

di Silvia Del Beccaro

Combattere: sfidare il pericolo, sovrastare il nemico, elevarsi a titolo di Guerriero. Da che mondo è mondo lo scontro è parte della natura umana. Vincere o perdere non è importante, ciò che conta è lottare. Simulando, disorientando e ingannando, si cerca di sfuggire al proprio avversario per passare al contrattacco quando meno se lo aspetta. L’imprevedibilità e la varietà sono fondamentali durante un combattimento. Come dice Sun Tzu: “Le azioni d’attacco in battaglia sono soltanto due, l’attacco frontale ordinario e quello laterale di sorpresa, ma le loro combinazioni sono infinite e nessuno può dire di conoscerle tutte”. Fin dalla sua nascita, la Combat Dept. (nella figura di Vinicio Del Beccaro) ha sempre cercato di seguire questo filone, che combinasse insieme ad un attacco a sorpresa anche altre due fondamentali caratteristiche, ovvero la velocità e la precisione: una miscela esplosiva, insomma, che ci facesse sentire “invincibili”. Attenzione, non intendiamo peccare di presunzione (non a caso ho detto “facesse sentire” e non “rendesse” invincibili). Semplicemente siamo convinti che queste tre componenti, combinate, siano un abbinamento vincente in uno scontro. Il grande Muhammad Alì ironizzava sulla sua rapidità, affermando di essere così veloce da riuscire a spegnere la luce della propria camera da letto ed essere sotto le lenzuola prima che la stanza si oscurasse. Anche Sun Tzu ne “L’arte della guerra” proferisce: “L’acqua torrenziale scorrendo svelle le rocce, grazie alla sua velocità. Il falco in picchiata spezza in due il corpo della preda, perché colpisce con precisione. Così la velocità di chi è abile nell’Arte della Guerra è fulminea, e il suo attacco è assolutamente preciso. […] Tumulto e fragore; la battaglia sembra caotica, ma non c’è disordine”. I nostri metodi possono sembrare “caotici”, come giustamente afferma Sun Tzu, ma in realtà non esiste alcun disordine. Chi assiste crede di vedere un miscuglio di movimenti e tecniche non ben distinte; ma chi combatte sa che in quell’istante uno fra quei cento colpi, così ben assestati dall’avversario, può essere decisivo per la sua sconfitta. Tutto questo ricorda un po’ l’atteggiamento di chi assiste ad un incontro di Vale Tudo: ci si esalta nel vedere due corpi aggrovigliati che lottano ferocemente e si scontrano, ma non si capisce realmente cosa stia accadendo. I nostri combattimenti sono più o meno lo stesso: una persona inesperta in materia può apparentemente ignorare cosa stia accadendo nel corso del combattimento, ma i due sfidanti sanno perfettamente che le loro tecniche devono essere pulite, veloci e precise se intendono prevalere l’uno sull’altro. Ecco perché il nostro sistema può essere definito “Kali Tudo”, sfruttando una definizione coniata da Marc “Crafty Dog” Denny. Ma non è solo questo che accomuna il nostro sistema di combattimento coi bastoni (kali) al Vale Tudo. Si dà il caso che la disciplina dei gladiatori, ad esempio, richieda uno scarso utilizzo delle protezioni: conchiglie, paradenti, guantoni. Noi, dal canto nostro, esigiamo solamente maschere da scherma per il viso, guanti da hockey per le mani, ginocchiere per le basse articolazioni. Essenziali, ma efficaci. Nel corso delle nostre competizioni, che prevedono l’impiego di uno o due bastoni privi di imbottitura, inoltre, pretendiamo razionalità e correttezza, anche se riteniamo necessario pure un pizzico di grinta. D’altronde lo stesso Carlos Castaneda, ne “La ruota del tempo”, ricorda: “Un uomo si avvia verso il sapere come se andasse in guerra: perfettamente vigile, con timore, rispetto e assoluta sicurezza. […] Quando un uomo ha soddisfatto questi quattro requisiti […] non dovrà rendere conto di nessun errore; quando è in questa condizione, le sue azioni perdono la fallibilità delle azioni di uno stupido. Se l’uomo sbaglia, o subisce una sconfitta, avrà perso soltanto una battaglia e non dovrà pentirsene amaramente”.

11.6.06

Un uragano chiamato Letizia

di Silvia Del Beccaro

Katrina ha devastato totalmente la Louisiana. Mary ha sconvolto così tanto il cantante Eros Ramazzotti da meritarsi il ruolo di protagonista in una sua canzone. Rita ha fatto tremare per giorni la città di Miami. Mancava solo Letizia alla lunga lista di nomi femminili attribuiti agli uragani. Spesso incredibili, sempre indomabili, infinitamente indimenticabili, gli uragani sono dotati di una potente forza distruttiva, capace di devastare intere nazioni già al momento del loro arrivo, lasciando dietro sé centinaia di vittime. Nelle prossime settimane una nuova forza distruttrice si abbatterà su Milano. Le previsioni infatti hanno annunciato che a breve si scatenerà una potenza sterminatrice che sconvolgerà gli abitanti della città. Le conseguenze saranno terrificanti: gli esperti pronosticano progetti diseducativi, riforme disordinate e decisioni contestabili.
Questo nuovo uragano, che i meteorologi hanno battezzato con il nome di Letizia, deve la sua nomenclatura al celebre (fortunatamente ex) Ministro all’Istruzione, che ha sacrificato anima e corpo (ma soprattutto la pazienza altrui) per veder realizzati i propri desideri.
Stando alle dicerie, pare che Letizia Brichetto Arnaboldi Moratti volesse portare avanti l'iniziativa di Berlinguer: un sistema scolastico che fosse in grado di formare “i lavoratori del domani”, ovvero giovanissimi laureati ai quali il mondo del lavoro avrebbe aperto subito le proprie porte. Niente di più falso. La riforma universitaria ha portato solo innumerevoli guai e perdite di tempo dilatate.
È stato riscontrato un evidente aumento, a dir poco esagerato, degli esami (che da 19 in 4 anni hanno superato la trentina in soli 3 anni); per non parlare poi del fatto che gli studenti-lavoratori sono stati inequivocabilmente penalizzati.
Nessuno sa più come comportarsi. Da un lato esistono “i diligenti”, quelli che per tre anni non fanno altro che dare esami su esami allo scopo di terminare gli studi in tempo e, una volta laureati, muovono i primissimi passi (alcuni ancora gattonano) nelle aziende, che li sfruttano, facendoli lavorare gratuitamente per mesi e mesi promettendo loro un futuro migliore. Dall’altro esiste “la classe lavoratrice”, che racchiude tutti coloro che impiegano minimo 5 - massimo ignoti anni per laurearsi. Questi ultimi, però, durante la carriera scolastica lavorano a più non posso, sbattuti da un ufficio all'altro, cercando di affermarsi in un’attività più o meno (più “più” che “meno”) precaria ma che tuttavia li aggrada.
Ha proprio ragione però Maurizio Chierici quando, in un articolo dell'Unità intitolato “Quella laurea di carta”, denuncia questa incresciosa situazione affermando che “dopo la tesi comincia l’angoscia” e che “il passare del tempo rassegna ad una provvisorietà che può essere eterna”.
Riflettendo su tutto questo, allora non mi resta che dire: parliamoci chiaro… Come può Letizia Moratti, definita una fra i più noti imprenditori europei, rivoluzionare un intero mondo scolastico senza causare danni ai diretti interessati? Come può una persona come lei, che si è sempre occupata di fabbriche e di numeri, poter tenere conto di un sistema fondato su essere umani, che proprio in quell'organismo ripongono le basi della loro futura esistenza?
Tra l’altro, mentre facevo ricerche su L.B.A.M. ho scoperto che la-donna-della-riforma, in passato, ha avuto la responsabilità operativa di importanti gruppi italiani e stranieri, impegnati in complessi progetti di ristrutturazione e sviluppo. Ciò che più mi ha sconcertata, è stato vedere affiancati i termini “Moratti” e “ristrutturazione”. Credo che questo binomio sia scorretto; personalmente avrei visto meglio un “Moratti-rivoluzione” (seppur credo che “rivoluzione” contenga una qualche accezione positiva) o un “Moratti-agitazione” (a mio modesto parere più consono).
Ho ritenuto necessario questo excursus sull'ex Ministro per far capire meglio la gravità della calamità che molto probabilmente (ma non ancora sicuramente) si abbatterà su Milano a maggio, in occasione delle elezioni amministrative. I risultati generali delle nazionali e delle passate regionali farebbero pensare ad una probabile vittoria del centro-sinistra, anche se gli episodi accaduti recentemente nel capoluogo lombardo portano a supporre che potrebbe avvenire la svolta, decisiva. Purtroppo, infatti, in più di un corteo, alcuni incoscienti estremisti hanno insultato e spintonato la Moratti, subissandola di fischi, offendendo addirittura anche il padre (partigiano ed ex deportato nonché invalido). Considero questa volgare e stupida aggressione nei suoi confronti come un atto di falsi pacifisti, che potranno ringraziare solamente se stessi se la loro acerrima nemica salirà al potere, per guidare il loro tanto amato capoluogo.

10.6.06

Pago vince "Music Farm", il reality della Rai

di Silvia Del Beccaro
«Sognava di affermarsi nel panorama della musica a livello nazionale e finalmente, dopo anni di esibizioni in una cover band, si è avverato il suo desiderio». Così ha inizio la prima intervista che ho rivolto a Pago (vincitore della terza edizione di “Music Farm”) in occasione dell'uscita del suo primo singolo, intitolato “Parlo di te”. Ricordo come fosse oggi che, durante la nostra chiacchierata, nelle sue parole echeggiava un sentimento di speranza, o meglio il desiderio di colui che vuole riuscire a realizzarsi nel campo che più ama: per Pago quel mondo era (e rimane tuttora) la musica. L'arco di tempo trascorso dagli esordi ad oggi è stato per lui lungo, intenso e travagliato, ma sicuramente divertente ed entusiasmante. Numerosi concerti lo hanno sballottato da Cagliari a Napoli, da Roma a Perugia, da Firenze a Milano passando Bologna, ecc...; ma sono stati proprio quei concerti a condurlo fin qui, ovvero al successo. Dall'esordio come solista ad oggi, Pago ha vissuto un susseguirsi di emozioni concatenate, che hanno dato vita ad amicizie e sentimenti sempre nuovi. Uno di questi è sicuramente quello che lo ha legato a Franco “Il Califfo” Califano e a Laura Bono, due personaggi di spicco nel programma “Music Farm” che hanno significato molto per Pacifico Settembre. Non a caso, in un'intervista rilasciata prima di entrare nel loft, alla domanda “Con chi pensi legherai di più nella farm?” Pago aveva risposto: “Con Laura Bono”; mentre al quesito “Per quale dei concorrenti hai più stima, professionalmente parlando?” Pacifico aveva dato questa risposta: “Per Califano e Alberto Fortis”. Ma tornando proprio a “Music Farm”... Dopo Festivalbar, la vittoria di questa terza edizione del reality firmato Rai significa tantissimo per il giovane cantante: non solo lo ripaga di tutta la fatica affrontata, ogni giorno, durante le sfide (raucedini comprese), ma questa sua vittoria (apparentemente un nuovo traguardo) rappresenta solamente l'inizio di una scintillante carriera che gli auguriamo possa rivelarsi incredibilmente soddisfacente (proprio come i momenti che Pago sta vivendo)... Inutile scrivere: “Ve l'avevo detto!”
Ma chi è Pacifico Settembre?
Pago (nome d'arte) nasce a Cagliari il 30 agosto 1971. Da ragazzo il cantante sardo coltiva in parallelo le due grandi passioni della sua vita: il tennis e la musica. In campo sportivo si dimostra un talento, vincendo i campionati regionali e riuscendo a raggiungere la serie B nazionale. Con alcuni amici, nel frattempo, fonda un gruppo rock melodico chiamato "New Rose". A questo punto Pago decide di dedicarsi solo alla musica: il cantante, per riuscire a realizzare il sogno di diventare un musicista affermato, lascia la Sardegna alla volta dell’Europa (prima) e del Sud America (dopo).
Proprio i numerosi viaggi in giro per il mondo affinano la tecnica del cantante. Iniziano le prime collaborazioni con Sabrina Salerno e Papa Zinnie.
Nel frattempo, Pacifico viene scelto come protagonista del musical "Luci nella foresta", scritto da Antonello Severino e Antonello Dessi e diretto da Massimiliano Medda.
Dopo una carriera insieme alla cover band dei "Super Up", arriva il successo vero e proprio. Nel 2005 infatti esce il singolo "Parlo di te" che spopola nelle radio italiane. La canzone diventa il tormentone dell’estate, rimanendo per oltre cinque mesi fra le cinquanta più trasmesse e per i tre mesi successivi nelle prime trenta assolute. Le venti settimane nelle classifiche ufficiali di vendita portano il singolo ad ottenere il disco d’oro con oltre diecimila copie vendute.
Nell’autunno 2005 esce il secondo singolo dell’artista, "Non cambi mai", che precede il primo album, la cui uscita è prevista per quest'anno.

9.6.06

Presentata alla "Fiera del Libro" la collana filosofica "I 100 talleri"

di Silvia Del Beccaro
In occasione della “Fiera del Libro” torinese, è stata presentata la collana filosofica “I Cento Talleri”, ideata da Diego Fusaro e Jacopo Agnesina.
Qualcuno ha definito Diego come un “giovane Gobetti”. «Sono onorato da questa descrizione, in quanto sono molto legato alla figura di Gobetti, che considero un grande martire del pensiero e dell’antifascismo. Ci ha insegnato tante cose, e penso che dobbiamo sempre ricordarlo con rispetto e passione. Gobetti e Gramsci sono due delle figure di intellettuali “torinesi” a cui mi ritengo più legato». Jacopo, invece, si è autodefinito, ironicamente, un “eterno studente”. Iscritto in passato alla facoltà di informatica, Jacopo ha poi trovato la sua vocazione nella filosofia frequentando l’Università di Vercelli. «Già da piccino avevo un’indole “riflessiva”: pensavo molto, costruivo tanti castelli per aria, preferivo guardare gli altri piuttosto che essere mitten im leben. Per un errore di gioventù ho scelto una scuola superiore pessima, che mi ha condotto su binari distanti dalla filosofia. Ma, si sa, quando una cosa nasce dentro è ben difficile che non venga alla luce. Così, grazie a letture private di Freud, sono entrato nel mondo della filosofia: totalmente ignorante e tremendamente curioso».
Entrambi giovanissimi (classe ‘83), questi due ragazzi sono attualmente a capo di una fresca collana filosofica, che si appoggia alla casa editrice veneta “Il Prato”. «L’idea è venuta in mente a me e a Jacopo – racconta Fusaro –. Allora, come oggi, gestivamo due siti filosofici: http://www.filosofico.net/ il mio, http://www.portalefilosofia.com/ il suo. Così ci siamo detti: “Perchè non dare vita a qualcosa di cartaceo, ora che abbiamo pubblicato tantissimo materiale in formato elettronico?”. Da qui l’idea di contattare i responsabili de “Il Prato”, proponendo loro di dar vita a una nuova collana filosofica».
La denominazione della collana è alquanto bizzarra, ma altrettanto curiosa. “Cento talleri” infatti è una felice espressione di Kant, impiegata nella Critica della ragion pura (Dialettica trascendentale) per smontare la cosiddetta “prova ontologica” di Anselmo: secondo tale prova, Dio non può esistere solo come concetto, ma deve di necessità avere un’esistenza reale (pena il non essere più l’essere di cui nulla si può pensare di maggiore). «Kant dice: “Se prendiamo 100 talleri come concetto e 100 talleri reali, non è che questi ultimi siano “più perfetti” dei primi! L’esistenza non ha nulla a che vedere col concetto, è un di più che può essere posto» spiega Diego.
Seppur recente, la giovane collana filosofica vanta già due pubblicazioni: Filosofia e speranza. Ernst Bloch e Karl Löwith interpreti di Marx (2005) di Diego Fusaro; Trattato Decisivo sulla natura della connessione tra religione e filosofia di Averroé, curato da Jacopo Agnesina. «Premetto che il mio trattato non è stato tradotto dall’arabo – precisa Agnesina – ma dalla versione di riferimento in inglese, con diversi riferimenti all’ottima traduzione francese. Il lavoro non è stato in sé difficilissimo: l’inglese è lingua chiara. Il problema è a monte: i trattati medievali, siano in latino o in arabo, hanno un’andatura complessa, assai poco lineare. È difficile rendere il discorso chiaro senza tradire il testo. In questo senso bisogna talvolta operare delle scelte dolorose a scapito di un aspetto o di un altro».
Il successo di Diego e Jacopo è solo agli inizi, ma vista la loro volontà questi due giovani aspiranti filosofi faranno molta strada. «Devo gran parte del mio attuale “successo” alle seguenti persone – elenca Fusaro –: Giuseppe Girgenti, professore di Filosofia al San Raffaele nonché mio carissimo amico; Giovanni Reale, che ha da subito creduto in me; Enrico Donaggio, mio professore qui a Torino. In particolare è a lui che devo la mia formazione».
Sotto, nella foto, un momento della presentazione.
Da sinistra: Giuseppe Girgenti (docente all'Università San Raffaele di Milano), Marco Apolloni (ideatore del blog NoIperborei nonché studioso di filosofia), Andrea Pesce (studente di filosofia), Silvia Del Beccaro (giornalista).

8.6.06

Attraverso la sacra via di Santiago, un pellegrinaggio ai confini del mondo

Approfondimento di Silvia Del Beccaro

Il pellegrino Ermanno Monticelli, 73enne, in più di un’occasione, ha camminato attraverso le antiche vie medievali e i paesaggi inimmaginabili di Francia e Spagna. L’ultima impresa, che lo ha tenuto lontano da casa per ben due mesi, è iniziata a giugno del 2003 e si è conclusa il 29 agosto. Il suo pellegrinaggio aveva come meta principale Santiago de Compostela, ma la sete di conoscenza lo ha spinto verso la costa atlantica, a 100 km più in là, fino a Capo Finisterra.
«È la propaggine più ad ovest del continente europeo» spiega Monticelli. «Era l’ultimo punto di terraferma conosciuto nel mondo antico, prima della scoperta dell’America. Intorno alla fine del 1400 si pensava che la terra finisse lì, dove si trovava lo stretto di Gibilterra, le colonne d’Ercole per i romani. Al di là di quel confine c’era il mare dei mostri, del mistero: la fine di tutto».
Il primo pellegrinaggio risale al 2001. Partito da Saint Jean Pied-de-Port, ha scelto di viaggiare per 800 km fino a Santiago in una maniera alquanto avventurosa, data la scarsità di informazioni da lui reperite prima di partire. Alla fine è rimasto talmente soddisfatto della sua impresa che ha deciso di ripetere l’esperienza l’anno successivo. Questa volta però è partito da una città in cima ai Pirenei, dal passo del Son Port, scegliendo un tratto mai percorso, l’Aragonese, per poi raggiungere Capo Finisterra, per un totale di 1000 km. Nel 2003, poi, ha scelto di rifare lo stesso tratto, aumentando però i km da percorrere. È partito infatti da Le Puy-En-Velay, distante 800 km dai Pirenei. Dai monti, poi, mancano altrettanti chilometri per giungere a Santiago de Compostela sommati ad altri 100 per raggiungere Finisterra.
La scelta della meta si è basata soprattutto sulla curiosità di scoprire tratti nuovi e fare qualcosa di diverso dalle solite escursioni in montagna.
«Sono venuto a conoscenza dell’esistenza di questa via di Santiago, una delle tre vie sacre della chiesa Cattolica insieme a Gerusalemme e Roma. Ho visto un servizio in televisione su Santiago, ho cominciato a leggere libri e mi sono informato sui pellegrinaggi del Medioevo. Dato che questa è una via che viene battuta da più di 1200 anni e visto che in Spagna il percorso originale è stato conservato, diversamente dall’Italia dove la strada è stata asfaltata, ho voluto fare questa esperienza» dichiara Monticelli.
Il pellegrino racconta che questo viaggio ha avuto un valore simbolico soprattuto la prima volta. Le altre due successive, avendo già conosciuto il percorso, è stato spinto da una motivazione un po’ diversa, ovvero quella di ripetere un’esperienza fantastica che includeva ad esempio il fatto di incontrare gente di ogni tipo, proveniente da tutte le parti del mondo; persone interessanti con le quali instaurare rapporti d’amicizia. Il cammino per Ermanno Monticelli ha un significato particolare.
«Lungo un pellegrinaggio si cammina con i piedi ma anche con lo spirito. Camminando da solo, per ore ed ore, hai molto tempo per riflettere. In quei momenti bisogna pensare a qualcosa; non si può camminare con la mente vuota, altrimenti si rischia il neuro-delirio. A me è successo di percorrere le ultime dieci tappe del percorso da solo. E’ stato un momento abbastanza duro, ma allo stesso tempo molto gratificante».
Se si chiede a un viaggiatore, come Monticelli, se ci sia un posto che gli è rimasto nel cuore tra tutti quelli che ha visitato, lui risponderà certamente: «Tutti e nessuno. Non è possibile fare paragoni. In Francia non conoscevo il tratto che ho percorso quest’anno e mi è piaciuto molto dal punto di vista paesaggistico. Ho potuto ammirare posti bellissimi, magici, come Conques, un piccolo borgo di un centinaio di abitanti, con una grande abbazia, situata in un posto eccezionale in mezzo alle montagne. Ci sono anche zone in Spagna che sono affascinanti senza essere estremamente belle, come la Castiglia: 200 km di altipiano in mezzo a distese di frumento, senza alberi. Un posto spettacolare dal punto di vista dei colori, degli orizzonti, degli spazi e dei panorami magici».
Un viaggio stupefacente, non c’è che dire, che però come tutto ha un rovescio della medaglia: gli inconvenienti. Prima di tutto la fatica. Seguono poi gli eventuali acciacchi che possono venire da questo tipo di prestazione. I piedi sono i primi a soffrire, tra vesciche, distorsioni, infezioni. Possono venire anche tendiniti alle spalle, perchè occorrono giorni prima di abituarsi a portare lo zaino continuamente. Per quanto riguarda altri disagi, si può citare la mancanza di comfort. Per non parlare delle eventuali condizioni atmosferiche sfavorevoli. A volte poi ci si può trovare senza acqua. E questo è il problema più grave perchè si rischia la disidratazione.
Comunque Monticelli non si è fatto scoraggiare da niente, tant’è che sta già progettando il prossimo viaggio che avrà come città di partenza Siviglia. «Tra l’altro il prossimo sarà l’anno compostelano – svela il pellegrino – un anno santo, dedicato alla decapitazione di San Giacomo (Santiago in spagnolo), avvenuta il 25 luglio». Quando questa data cade di domenica l’anno diventa “giubilare”, dunque santo. L’ultima volta risale al ’99.
Questo è un cammino particolare, per le caratteristiche proprie del percorso. Per questo Monticelli, per il prossimo viaggio, sta già pensando di cercare eventuali compagni che si avventurino con lui.
E a chi gli domanda qualche consiglio per intraprendere un viaggio simile al suo, Ermanno Monticelli risponde: «È essenziale viaggiare con persone con le quali si è certamente affiatati. Bisogna essere disponibili a rispettare le esigenze altrui e occorre sapersi adattare alle varie situazioni. Bisogna anche saper camminare da soli, perchè ognuno ha il proprio passo. Ma prima di tutto ci vuole volontà e predisposizione per camminare. Infine bisogna avere la consapevolezza della fatica che ci aspetta».

6.6.06

La corruzione delle Ong in Etiopia

di Silvia Del Beccaro

Lasciare la propria casa per tre mesi e vivere all’estero, a stretto contatto con le popolazioni straniere del Sudamerica e dell’Africa, per aiutarle a trovare un lavoro e sostenere così la propria famiglia. È stato questo lo scopo del viaggio di Giancarlo Ottaviani e della fidanzata Jenny Marin, partiti a febbraio per la Colombia e l’Etiopia. «Abbiamo lavorato alla creazione di una cooperativa di donne che, attraverso la realizzazione e la vendita di prodotti artigianali, possano sostenere i propri cari» ha raccontato Ottaviani. Giunti il primo marzo nel paese africano, i due sono stati ospiti di una missionaria brugherese, Suor Teresina Generoso, presso la missione comboniana di Haro Wato (nella provincia del Sidamo).
Il soggiorno in Etiopia non è stato affatto roseo. Fin dal loro arrivo, Jenny Marin e Giancarlo Ottaviani hanno capito sotto quale governo avrebbero dovuto vivere nei due mesi successivi. Sono atterrati ad Addis Abeba il primo marzo e poco dopo il loro arrivo si sono diretti verso l’ufficio immigrazione. Mentre erano all’interno per svolgere delle pratiche burocratiche le porte si sono velocemente serrate e hanno visto morire ben sei persone di fronte al loro palazzo, durante una manifestazione. Il giorno seguente sono ripartiti per il sud in direzione Haro Wato, nella provincia del Sidamo. Speravano di trovare un po’ di tranquillità, ma anche in quella zona hanno assistito a scene di lotte tra tribù. A cinque chilometri dalla missione comboniana di cui Giancarlo e Jenny erano ospiti, infatti, sono state uccise due persone. Lo stesso è accaduto a trenta chilometri di distanza, dove circa una trentina di case sono state abbattute. Per non parlare poi della città di Dilla, dove numerosi negozi sono stati distrutti e addirittura sei persone sono morte. A Dilla, però, è accaduto anche un evento particolare: una tribù aveva intenzione di disintegrare la moschea locale, ma un gruppo di cristiani ortodossi è insorto in sua difesa; il gesto è stato molto apprezzato dai musulmani della zona. Stando ai racconti di Otta e Jenny, è stato strano ma allo stesso tempo piacevole vedere come la religione in Etiopia non costituisca ancora un motivo di scontro.

Come definireste lo scenario africano al vostro arrivo?

Un po’ complicato, prima di tutto per quanto concerne la lingua: in Etiopia si parla l’Amarico, di per sé già difficile da capire. Per di più ogni tribù ha un proprio modo d’esprimersi. Capirai che è tendenzialmente impossibile imparare a parlare quelle lingue da soli, in appena due mesi. Una seconda difficoltà riguarda l’alimentazione. In questa zona, ad esempio, è molto misera: non sempre a causa delle condizioni ambientali, ma piuttosto perché non c’è interesse a cambiarla o a migliorarla. Sono qui da poco e devo analizzare meglio la situazione, ma mi sembra che il lavoro da fare sia, prima di tutto, a livello culturale: non nel senso di esportare le nostre idee, spesso malsane di sviluppo, bensì insegnare loro come sia necessario fare qualche passo in più. Ad esempio, potrebbero migliorare le tecniche di coltivazione, introdurre nuovi alimenti integrando la loro dieta povera, e quindi dare qualche possibilità in più ai bambini che spesso risultano denutriti e vittime facili di qualsiasi malessere. So che si tratta di un lavoro lungo, ma spero di riuscire a dare il mio piccolo contributo.

Di cosa si occupa la missione in cui avete risieduto?

Approfondisce nello specifico i campi della salute e dell’istruzione. Per questo Jenny, che è fisioterapista, lavora nel dispensario sanitario e in riabilitazione e segue le vaccinazioni e le donne incinte. Sono tanti i pazienti da riabilitare, la maggior parte dei quali colpiti da tubercolosi. Pian piano stiamo facendo progressi, per cui lei è molto soddisfatta. Anche se comunque non ci si presentano sempre davanti situazioni semplici.

Puoi farci qualche esempio?

Una volta è arrivata in clinica una ragazza di vent’anni che aveva appena partorito, ma sfortunatamente non le era uscita del tutto la placenta. Per cui si stava dissanguando (n.d.r. Questo è uno dei principali casi di morte per le donne, in quella zona). In clinica non potevamo fare molto perché anche dopo aver estratto la placenta serviva una trasfusione e quindi dovevamo raggiungere l’ospedale più vicino, che stava a 75km di distanza. Ciò significava attraversare una lunghissima strada di montagna non asfaltata nel minor tempo possibile. La suora responsabile della missione mi ha chiesto di accompagnarla, così mentre Jenny accudiva la ragazza io dovevo guidare il più velocemente possibile… “Evita solo le buche più grosse e muoviti!”: questo era il mio compito. La strada era talmente liscia che la placenta è uscita durante il viaggio e così all’ospedale hanno fatto presto. Così alle 19 siamo tornati indietro, verso la missione. Pensavo che la parte complicata del lavoro fosse finita. Invece non è stato così. Lungo la strada del ritorno non c’era una luce sulla strada e pioveva a dirotto, per cui abbiamo percorso i primi 40 km nel fango. Era come guidare sopra un manto di sapone. Fortunatamente avevamo in dotazione una jeep, per cui in tre ore circa siamo arrivati “sani e salvi”.

Non è stato certo facile, posso immaginarlo. Comunque le soddisfazioni alla fine sono altrettanto smisurate… Non è così?

Puoi ben dirlo. Era la prima volta che facevo l’autista dell’ambulanza e contribuire nel mio piccolo ad aiutare una madre, e quindi una famiglia, è stata un’esperienza unica. Nella macchina c’era anche il marito, altrettanto giovane. Per tutto il tempo del viaggio d’andata ha pregato a voce bassa, mentre al ritorno ha cantato per ringraziare Dio del fatto che sua moglie fosse salva.

Credo che la realtà africana sia totalmente differente dalla nostra. Come hai già accennato prima, già da un punto di vista culturale potremmo dire di essere agli antipodi. Tu cosa ne pensi?

Sono molte le riflessioni che nascono vivendo in mezzo a questa gente. In primo luogo, stare qui è qualcosa di realmente incredibile. Sembra di vivere in un’altra dimensione, dove la gente che incontro è serena e felice anche se, secondo i nostri parametri materialistico-consumistici, non ha niente. Loro vivono una vita più che semplice e il fatto di non avere particolari ambizioni non sempre è così malvagio. Invece noi, nel nostro mondo ricco di soldi, siamo troppo spesso schiavi del sistema economico e dell’apparire. Siamo gli opposti, è vero: ma forse esiste un equilibrio tra queste due filosofie di vita. In secondo luogo, vivendo qui ho anche capito cosa voglia dire l’importanza della tribù, della comunità, del clan, degli anziani. Da un punto di vista antropologico per loro è povero chi non ha relazioni, chi non ha amici, chi non ha famiglia. E si potrebbe dire che l’etica, i valori, sono quelli che nascono e si trasmettono nella comunità. Nella nostra parte di mondo vale il pensiero razionale e cartesiano del “Penso dunque sono”; qua si potrebbe dire che varrebbe “Sono in relazione con altri quindi esisto/esistiamo”. Addirittura spesso, in una coppia composta da uomo e donna di due tribù differenti, in caso di contrasti tra le comunità, il vincolo matrimoniale non si dissolve ma va sicuramente in secondo piano. Ciò genera facilmente aspetti per noi incomprensibili e che è affascinante scoprire come il fatto che la cultura nasce e si tramanda all’interno della tribù ed è essenzialmente orale.

Puoi accennare invece qualcosa sulla tribù del posto in cui ti trovi?

Si chiama Guji. Le sue attività principali sono la pastorizia/allevamento e l’agricoltura. La società è patriarcale e le donne contano molto poco: hanno il compito di curare la famiglia e sostanzialmente devono essere schiave dei loro mariti, che ovviamente possono avere più mogli e all’incirca una ventina di figli a testa.

L’Africa è facile preda di conflitti e lotte armate… Com’è la situazione, vista da stranieri come voi?

L’Africa vive un presente di instabilità, emergenza e crisi. È molto facile assistere a scontri e, a volte, a vere e proprie guerre fra tribù; e difficilmente i governi si impegnano per portare pace e giustizia. Si tratta di processi lunghi e per un politico è molto più facile cercare successi e soldi nel breve, piuttosto che lavorare a lungo termine e magari rischiare di non vederne i risultati. Chi è interessato a mantenere vivi i conflitti, lo è essenzialmente per ragioni di sfruttamento economico.

E per quanto concerne le agenzie internazionali quali Onu, Unicef e Croce rossa?


Complessivamente mi sembra ci siano tanti sprechi. Si dice sempre che più il progetto è grande e più raccoglie fondi, più coinvolge tante realtà famose e più funzionerà. Ma non è così. È ovvio che le risorse necessarie siano molte, ma il più delle volte i grandi progetti necessitano (e quindi sprecano) una grossa percentuale dei soldi impiegati. Il più delle volte si tratta di corruzione di politici locali, ma anche di utilizzo dissennato di soldi da parte dei dipendenti delle organizzazioni che lavorano per lo sviluppo. I progetti, a parer mio, devono essere condivisi con la popolazione, altrimenti si rischia di costruire un ospedale bellissimo e all’avanguardia e, dopo pochi anni, buttare via tutto per la mancanza di finanziamenti, lasciando di quella struttura solamente uno scheletro. Con gli stessi soldi magari si sarebbero potute finanziare 20 piccole cliniche da distribuire nel paese, da far gestire a personale locale e non. Almeno 15 di queste sarebbero in vita e darebbero alla popolazione.

Particolarmente inciso nei ricordi del vostro soggiorno è il fatto che molti fondi, provenienti da Paesi come l’Italia e destinati alle Ong, vengano dispersi nel nulla...

Siamo testimoni del fatto che molti progetti non vadano a buon fine. Ne è un esempio una costruzione realizzata dalla Cooperazione Italiana, rimasta totalmente inutilizzata. Così come molte altre strutture presenti in Etiopia. Noi crediamo sia fondamentale far sì che i progetti partano da e con il popolo, collaborando con lui, insegnandogli cosa rappresenti quella struttura e spiegandogli il suo funzionamento. Nel corso del nostro soggiorno etiope, inoltre, abbiamo potuto assistere anche alla campagna di prevenzione dell’Unicef contro il morbillo. L’organizzazione ha coinvolto nell’iniziativa migliaia di bambini, spesso vaccinando anche ragazzi che avevano già ricevuto il vaccino in passato, aumentando così il rischio di malattia. Sono convinto che l’Unicef faccia tante belle cose, ma credo che sia stata troppo precipitosa nel realizzare una simile campagna, conclusasi con un semplice report, ovvero un resoconto scritto della situazione etiope. Sembra infatti che l’associazione abbia richiamato a sé centinaia di famiglie locali, dimenticando però, a causa della sveltezza, tutte quelle persone che vivono in abitazioni isolate, talvolta situate a due o tre ore di distanza dalle strade principali.

L’Africa vi ha segnato profondamente, non è vero?

I ricordi dell’esperienza in Etiopia sono bellissimi. All’interno della missione Jenny ha potuto operare nel suo campo, ovvero la fisioterapia, riabilitando diversi pazienti, la maggior parte dei quali colpita da tubercolosi, ustioni, ferite, parassiti, lebbra, epilessia e malattie agli occhi. Ha imparato molto da questa esperienza, che ha ritenuto altamente costruttiva, anche perché si è trattato di malattie con cui raramente è a contatto in Italia. Io invece ho svolto il ruolo di factotum: muratore, imbianchino, autista, insegnante di informatica. Mi sono adattato a fare quello che potevo. Oltre a queste piccole mansioni, però, ho anche cercato di realizzare un progetto di microcredito per far partire un’attività di calzoleria: tutto ciò allo scopo di dare una maggiore possibilità di lavoro e creare un tessuto economico stabile, per scoraggiare quelle persone provenienti dalla periferia e intenzionate a trasferirsi in città più grandi, dove le difficoltà sarebbero maggiori. Se tutto funzionerà come speriamo, potremmo anche pensare di raccogliere dei piccoli risparmi da coloro che, vendendo i frutti del campo o possedendo qualche animale, si trovano ad avere delle disponibilità da investire. Sappiamo che non è semplice, perché i concetti di “investimento”, “risparmio” e “consumo” sono molto differenti da ciò che intendiamo noi. Ma è proprio per questo che vogliamo calibrare bene i passi futuri. Ci sarebbero tante cose ancora da raccontare e altrettante che avremmo voluto condividere con i nostri amici, a partire dal cielo immenso che ospita tre volte le stelle che si possono vedere in Italia, quando c’è il massimo buio possibile. Intanto posso solo dirvi. “Nageakiyaani” (n.d.r. arrivederci). Ve l’ho detto che la lingua locale è difficile…

5.6.06

Pago a "Music Farm", il nuovo reality show firmato Rai

Intervista di Silvia Del Beccaro


Sognava di affermarsi nel panorama della musica a livello nazionale e finalmente, dopo anni di esibizioni in una cover band, si è avverato il suo desiderio. Il cantautore cagliaritano Pago, la scorsa estate, ha fatto il grande salto, approdando nel mondo televisivo e radiofonico con il singolo “Parlo di te” (prodotto da Flavio Ibba). Il jingle è stato utilizzato per la prima volta dalla Citroen C3 per il suo ultimo spot, che vedeva come protagonisti i guanti di un pilota che cominciavano a portare l'auto in pista senza il loro “padrone”. Nel 2005 il suo singolo è stato sulla cresta dell’onda ed è stato emesso da tutte le stazioni radiofoniche nazionali; i Dee Jay hanno indicato Pago come migliore esordiente e molti ascoltatori hanno richiesto la sua canzone. Alcuni lo hanno addirittura definito "il tormentone dell'estate", data la piacevole sonorità pop del brano e la simpatia del personaggio, carismatico, romantico e coinvolgente. Ma a chi si è ispirato Pago mentre scriveva le parole del suo successo? «A nessuno in particolare… Si tratta di una canzone che ho composto cinque anni fa, quando non ero ancora legato sentimentalmente».
Per lunghi anni Pago, il cui vero nome corrisponde a Pacifico Settembre, ha cercato questo momento, impegnando tutte le energie in quella che era – e resta – la sua grande passione: la musica. «Dicono che sono nato cantando e suonando – spiega sorridendo il cantautore –; in effetti, il mio è un talento innato: già da piccolo suonavo l’organetto, poi sono passato alla chitarra. Per tutti gli amici, fin da bambino, io ero quello che cantava».
Purtroppo, però, non è stato facile diventare qualcuno e riuscire ad emergere nella giungla della musica. Il cantautore, infatti, ha dovuto trascorrere la sua adolescenza all’insegna della gavetta, fatta di cover band e di viaggi in giro per l’Italia, alla ricerca di collaborazioni importanti. «Giravamo l’Italia in camper, cercando di proporre la nostra musica, ma niente da fare. Così ho deciso di lasciare tutto e di partire, alla ricerca di una meta, un posto dove poter fare della mia passione un vero lavoro».
Cagliari, Napoli, Roma e Perugia, alle quali sono seguite Firenze e Bologna. Ma la vera svolta, da un punto di vista artistico, è avvenuta con il suo arrivo a Milano, dove Pago ha conosciuto Flavio Ibba e Carlo Palmas (con i quali collabora tuttora). Insieme a loro, la sua voce ha trovato spazio in vari spot, sia televisivi che radiofonici (Knorr, Coca Cola, Renault Clio, Valfrutta ecc...). Ma il suo sogno rimaneva sempre quello di crearsi uno spazio all’interno del mondo della discografia italiana. Ed eccolo finalmente oggi: i sui singoli ("Parlo di te" e "Non cambi mai") risultano fra i più richiesti; le sue parole sono canticchiate da tutti e le sue canzoni vengono apprezzate dai migliori Dee-Jay. È chiaro che registrare il jingle di una pubblicità non sia cosa da tutti i giorni (nemmeno da tutti). Ma come definisce Pago questo momento di successo? Un semplice colpo di fortuna o soprattutto il frutto di anni di lavoro? «Certamente è una grande occasione che mi è capitata per caso, ma è anche un obiettivo cercato a lungo, visto soprattutto che il mio produttore fa spot pubblicitari da vent’anni».
Pago deve molto anche alla sua testardaggine tipicamente sarda (ovvia, date le sue origini cagliaritane), che lui stesso definisce una spiccante caratteristica del suo comportamento. Oltre ad essere simpaticamente “ostinato”, però, Pago è una persona onesta, energica, coinvolgente e brillante: qualità che decisamente lo guideranno verso al successo. Inoltre, ama il suo lavoro, i concerti, le sue canzoni. Senza dubbio, la musica è la sua vita. Attualmente sta vivendo un momento da sogno, come lui stesso lo ha definito. Ma come ci si sente sapendo che molte persone in macchina, nei supermercati o nelle case, lo ascoltano e canticchiano le sue parole? «Prima devo verificare se effettivamente accade tutto questo – risponde Pago sorridendo – Ovviamente gli amici non fanno testo. Sinceramente non ho ancor ben realizzato quello che mi sta capitando. Mi sembra ancora tutto un po’ irreale, quasi un sogno. Devo ancora abituarmi alla bellissima sensazione di poter sentire le mie canzoni in radio. Sto vivendo il momento più bello della mia vita, dal punto di vista musicale s’intende, e spero che tutto vada in crescendo».
Un successo che gli auguriamo anche noi, vista la volontà, la grinta e le doti artistiche (sia strumentali che canore) che lo caratterizzano.
I Dee-Jay lo inseriscono nella categoria “giovani”, anche se in realtà non è proprio un esordiente nel panorama musicale italiano… Infatti la sua avventura è iniziata quando era un adolescente… Più precisamente all’età di 17 anni. «A livello musicale sono in giro da più di dieci anni, anche se solo da poco ho fatto "il grande salto". Ho iniziato con un gruppo formato da amici, che si è sciolto però dopo qualche tempo. Poi ho collaborato con alcuni artisti famosi e infine mi sono inserito in varie cover band, tra cui i “Super Up”».
Quella con i “Super Up” però era una collaborazione destinata a scemare, dato che con l’uscita del suo primo album Pago è stato impegnato nella sua carriera da solista. Un traguardo che molti cantanti aspettano per anni e che li porta davanti a un bivio: andare avanti con il proprio nome o rimanere legati ad un gruppo. Fortunatamente, però, i “Super Up” e Pago sono amici da anni e, nonostante siano costretti a cercare un nuovo cantante, Lallo, Paolo e Marcello (componenti del gruppo) rimangono legati al loro ex leader. Insieme a loro Pago ha provato alcune tra le esperienze più belle. «Con i “Super Up” ho girato i locali più belli di Italia: Twiga, Billionaire, Zanzibar... Siamo stati definiti tra le migliori cover band. In più, la gente riempiva i locali solo per sentire suonare noi. Ho vissuto momenti indimenticabili».
Dunque per Pago il mega-successo è “in agguato”… e noi speriamo lo catturi presto, incidendo il suo nome nelle stelle della musica italiana pop.

4.6.06

La boxe femminile in Italia: un fenomeno in crescita

di Silvia Del Beccaro

Stefania Bianchini, campionessa mondiale, racconta la sua vita da agonista
Molte persone sono riluttanti all’idea di incoraggiare l’espansione della boxe in Italia. Parecchia gente manifesta, a parole, per censurare questo sport, considerandolo insicuro e incivile, specie se a praticarlo sono donne. Di frequente la boxe femminile deve fare i conti con alcuni luoghi comuni del maschilismo: “avverto molto l’inferiorità fisica delle donne”, oppure “sinceramente perdono gran parte della loro femminilità”, o addirittura “la boxe comporta troppi pericoli per i connotati dei bei visi femminili”. Il problema non è, a mio parere, se la boxe sia adatta o meno alle donne. Il problema è: perchè si dovrebbe proibire alle donne di farlo? Sono sempre più numerose le ragazze che decidono di tenersi in allenamento e divertirsi, infilando un paio di guantoni e salendo sul ring. E’ un fenomeno in crescita. Vere atlete che, non disdegnando l'emozione delle gare, arrivano a conquistare titoli importanti. Senza rinunciare, ovviamente, alla propria femminilità. La vera nascita della boxe femminile italiana risale al 22 aprile 1996, quando la milanese Stefania Bianchini e la romana Stefania Proietti si sono affrontate a Milano nel primo match valido per un titolo italiano non ufficiale (visto che la Federazione Pugilistica Italiana non ne voleva sentire di aprire l'agonismo alle donne). La vittoria è andata a Stefania Bianchini e si è cominciato a parlare sul serio di boxe tra donne.
Ci sono voluti altri cinque anni prima che la boxe femminile potesse ottenere la propria rivalsa. Ecco che dopo anni di battaglie, il 21 febbraio 2001 Veronesi ha firmato un decreto per il quale anche in Italia le donne potevano salire sul ring. Il ministro per le Pari Opportunità, Katia Bellillo, ha annunciato che “in Italia adesso c'è una discriminazione in meno, c'è più spazio per le donne ed è bello che proprio gli uomini si siano battuti per raggiungere questo risultato”. Da quel giorno il numero delle donne che si allena nella boxe è cresciuto notevolmente.
Ma cosa spinge a praticare uno sport così poco femminile? Lo abbiamo chiesto proprio a Stefania Bianchini, Campionessa Europea di Pugilato Professionisti (Wibf, Ebu) e Pluricampionessa Mondiale di Kick-boxing (Wka, Iska, Wpkl, Wako Pro): “Ho scelto undici anni fa il Karate e la Kick Boxing per curiosità e perchè volevo continuare un'attività sportiva. Non credevo che la Kick mi sarebbe poi piaciuta così tanto e, soprattutto, non avevo nessun intento agonistico. La palestra era vicina a casa e l'ambiente allegro. Quando ero piccola non sognavo certo di fare la pugile da grande! E’ stata una serie di circostanze fortuite che mi hanno portata a questo sport. Sono passata a praticare anche il pugilato perchè, allenandomi nella Kick mi ero accorta di avere grosse carenze nella boxe. Solamente più tardi ho deciso di praticare solo pugilato: è stata una conseguenza...”
Stefania oggi è una delle migliori atlete a livello mondiale. E’ dotata di una preparazione tecnica adeguata e di una precisione di colpi davvero notevole. Sul ring riesce sempre a dare il meglio di sè, ma soprattutto mantiene sempre il controllo della situazione. Le abbiamo domandato, inoltre, per quale motivo ha scelto di praticare agonismo: “Mi piace combattere e per farlo bisogna allenarsi bene, facendo anche tante richieste al proprio corpo (allenamenti, diete, stress di ogni tipo). E’ per questo che dopo ogni incontro si ha poca voglia di lavorare, molta di dormire e di mangiare. Comunque, dopo una settimana circa, riprendi di nuovo il controllo e ti ritorna anche la voglia ed il bisogno di allenarti”.

3.6.06

Dove finirà la libertà di espressione se ci censuriamo fra di noi?

di Silvia Del Beccaro

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.
Così recita l’Articolo 21 della Costituzione Italiana e così dovrebbe riflettere ogni libero pensatore. Ognuno dovrebbe ritenersi libero di esprimersi senza essere sottoposto a vincoli, senza essere attaccato per fatti che non sussistono, senza subire insulse insinuazioni, senza sentirsi accusato di aver causato imbarazzo a chicchessia.
Perché a questo riguardo, se andiamo a vedere, nessuno potrebbe più scrivere niente dato che si troverebbe sempre di fronte qualcuno pronto ad offendersi per qualcosa che non lo riguarda.
Purtroppo l’ignoranza, intesa come “ignorare i fatti”, porta a volte a reazioni dettate da un’eccessiva impulsività, scusabili solo fino a un certo punto.
Forse molti non sanno che i blogs (come questo), fin dalla loro nascita, sono serviti a diffondere liberamente le proprie idee. Non a caso, la blogsfera è considerata “il dominio della libertà di parola dei singoli”. Inizialmente intesi come diari in rete, infatti, i blogs si sono estesi a luoghi di confronto, di espressione e di libertà creativa.
Una libertà, quest'ultima, che troppo spesso si scontra contro l'incompetenza di coloro che, limitati, cercano di “tarpare le ali” alle idee e ai pensieri altrui. Politici di spicco, giovani sedicenti intellettuali, opinionisti "vecchio" stampo, ecc... Tutti ritengono di poter criticare, purtroppo sempre più spesso, senza avere le conoscenze appropriate.
In America Latina, nonostante la libertà di espressione sia estremamente a rischio, i liberi pensatori sono meno censurati rispetto a quanto sta accadendo Italia (e non mi riferisco solo al conflitto di interessi berlusconiano). Se non altro infatti, nei Paesi del Sud America, la censura proviene solamente dagli alti funzionari dello Stato. Tanto per fare un esempio... I giornalisti indipendenti dell'America Latina continuano a subire attacchi e violenze da parte dei loro governi. In particolare, la libertà d'espressione è notevolmente a rischio nel Venezuela di Hugo Chávez, a Cuba – dove le possibilità di un miglioramento sono alquanto limitate – e in Argentina, dove si sono intensificati gli abusi contro i mezzi d'informazione da parte del governo Kirchner.
In Italia, contrariamente a quanto appena detto, ciascuno si ritiene libero di censurare. Dalla più alta alla più piccola particella della nostra scala sociale, ciascuno si ritiene in dovere di criticare il lavoro altrui. Si trattasse almeno di giudizi costruttivi... Nella maggior parte dei casi giungono solo insulti... E a mio parere tutto questo non è giusto.
Dove finirà la libertà di espressione se tutti (dai giovani - che sono le fondamenta della società futura - agli anziani) si censurano tra di loro?
Occorre riflettere su quanto sta accadendo... Ragionate... Siamo liberi di censurare ma non di pensare... Siamo liberi di "tarpare le ali" agli altri ma non di promuovere le nostre idee...
Perché questo accade? Purtroppo non ho ancora il dono dell'onniscenza. Ma posso solamente sperare che qualcosa, in questo mondo, possa presto cambiare!

2.6.06

Armando Spataro difende la Magistratura dalle accuse del premier

Mentre da un lato il premier si affanna a rilasciare dichiarazioni accusatorie nei confronti della magistratura italiana, dall’altro c’è chi, fortunatamente, difende questo ordine, autonomo e indipendente da ogni altro potere. Armando Spataro, Procuratore aggiunto di Milano, è recentemente intervenuto in una cittadina dell’hinterland milanese, difendendo a spada tratta l’organo per il quale lavora da più di trent’anni.

Ritengo sia importante incontrare i cittadini per far capire come funziona il sistema giudiziario. Spesso infatti il nostro mondo, oltre ad essere difficile da comprendere, è esposto ad attacchi e accuse volgari che gettano fango sul vero ruolo della magistratura.

A seguito di leggi come quella “Pecorella” sull'inappellabilità, che prende il nome dall’omonimo deputato Gaetano Pecorella, la Magistratura oggi ha le mani abbastanza legate. Tale provvedimento, infatti, prevede che, nel caso in cui il Tribunale assolva l’imputato, il Pubblico ministero non possa più presentare ricorso in appello. A meno che non emerga una prova che debba essere considerata “decisiva”. Altrimenti l’unica soluzione che rimarrà alla pubblica accusa sarà quella di rivolgersi alla Corte di Cassazione. Tutto questo, oltre ad essere di dubbia costituzionalità, limita in maniera estrema i compiti della Magistratura.

Diciamo che vi sono degli obiettivi ostacoli. Diciamo anche che abbiamo alle spalle cinque anni di devastazione del sistema della giustizia penale, a seguito di leggi che non rispecchiano gli interessi generali, ma piuttosto rispecchiano gli interessi di pochi. Io dissi questo quando facevo parte del Consiglio Superiore della Magistratura e lo confermo ora che sono dirigente dell’Associazione Magistrati Italiani. Io credo che non solo la legge “Pecorella”, ma anche quella sul falso bilancio, quella relativa alla riforma dell’ordinamento giudiziario e quella sulla legittima difesa – che è stata approvata su precisa richiesta della Lega – siano leggi che debbano essere cancellate, in un prossimo futuro, se vogliamo riportare gli standard del rispetto delle regole in Italia a livelli internazionalmente riconosciuti. Anche perché a questo proposito, attualmente, ci sono seri problemi.

In un suo discorso, Armando Spataro ha accennato al fatto che il nostro sistema è molto apprezzato all’estero. Si sarà riferito alla Magistratura o al sistema politico?

Parlo della Magistratura. Avevate avuto dei dubbi?!

Questa innocua provocazione voleva solo essere un punto di partenza per capire se davvero il nostro sistema giudiziario sia così tanto apprezzato all’estero.

Assolutamente sì. Su questo non faccio né retorica né sciovinismo. Io sono Pubblico ministero da trent’anni ormai, eccetto i quattro anni passati al Consiglio Superiore. Ho trascorso molto tempo nel settore dei rapporti internazionali e posso affermare con sicurezza che in molti Paesi stranieri il nostro sistema viene visto come un modello da seguire. Ovviamente parte del merito va anche ai nostri Corpi di Polizia, non solo alla Magistratura.

Sicuramente un bel traguardo per il sistema italiano, che però ha conquistato questo titolo dopo anni e anni di duro e faticoso lavoro.

Evidentemente l’esistenza di fenomeni criminali di alto livello in Italia, compreso il terrorismo delle Brigate Rosse, ha fatto maturare anticorpi efficaci.

1.6.06

Al via le Paralimpiadi

di Silvia Del Beccaro
Anche se il 2006 è ancora agli inizi, si può già pronosticare che Marzo sarà sicuramente nominato “il mese dello sport” per eccellenza. Certo, si è appena conclusa la XX edizione dei “Giochi Olimpici Invernali” di Torino. E assistere ad un evento simile è stato bellissimo, si può dire “un sogno divenuto realtà”.
Ma a marzo si terranno anche le “Paralimpiadi” (o “Giochi Paralimpici”), ovvero l’equivalente delle Olimpiadi per atleti con disabilità fisiche, visuali o mentali. Si tratta di una grande festa all’insegna dello sport e della fratellanza che si svolgerà dal 10 al 19 marzo, periodo in cui centinaia di atleti si cimenteranno in cinque discipline: biathlon, curling, sledge hockey, sci alpino e sci di fondo (clicca qui per il calendario).
Si prevedono dieci fantastici giorni di leale competizione sportiva, di successi e di amarezze, di entusiasmi e di rimpianti, di passione e di voglia di vincere: tutte caratteristiche proprie di ogni sport.
Ma non sarà tanto il desiderio di conquistare un posto sul podio che spingerà questi atleti a fronteggiarsi sulle piste e negli impianti piemontesi. Certo, l’idea di ricevere una medaglia d’oro fa acquolina a chiunque. Ma la loro vera forza, ciò che li sprona davvero a combattere per ottenere quei primi, secondi o terzi posti che siano, è la voglia di sconfiggere la loro disabilità.
Tempo addietro un amico mi raccontò di come lo sport, dopo un incidente in moto, lo avesse aiutato a superare le proprie difficoltà fisiche, ma soprattutto a coltivare un pensiero positivo che lo aiutasse a credere in futuri miglioramenti. E così è stato. Alessio, questo il suo nome, nel luglio 1994 ha partecipato ai campionati italiani assoluti di nuoto per disabili. Ha preso parte a tre gare, vincendo ben 3 medaglie d’oro. Ma la sua grande vittoria non è rappresentata da una medaglia; dopo l'incidente lo staff medico preannunciò un periodo di ospedali (operazioni e riabilitazione) per almeno 1 anno e mezzo. Alessio ha partecipato a questi campionati appena dopo 7 mesi dal giorno dell'incidente.
Nel 1996, inoltre, ha preso parte ai “Giochi Paralimpici” di Atlanta, dove ha raggiunto due gare finali di nuoto (100 rana e staffetta 4x50 stile).

Oggi Alessio lotta per realizzare un centro dotato di palestra e di piscina per la riabilitazione fisica e la pratica dello sport, di aree di massaggio, di speciali saune terapeutiche e di un qualificato staff di supporto medico- psicologico- morale- spirituale, di un’area per il pernottamento e di una sala per conferenze ed incontri. Il suo centro vuole essere un punto di riferimento per attività di cure ambulatoriali, attività sportive, rieducative e quant’altro necessario alla ri-socializzazione dei soggetti interessati, con particolare riguardo alla formazione lavorativa. Con la realizzazione del centro, Alessio (www.alessio.org) spera di aiutare le persone che si trovano nella sua stessa situazione a mettercela tutta, ad avere fede e a puntare alla guarigione.

Lo sport sarà un punto cardine del centro, anche perché è stata proprio l’attività fisica a far reagire Alessio.

Un ex ospedale psichiatrico viene trasformato in location per esposizioni

di Silvia Del Beccaro
Fino al 14 maggio sarà possibile visitare il progetto di arte contemporanea denominato “OSSERVANTI-OSSERVATI” presso l’ex ospedale psichiatrico dell’Osservanza di Imola. Gli artisti, circa una cinquantina (provenienti da Imola stessa e da diverse regioni italiane), occupano gli spazi interni ed esterni dell’area, reinterpretando quei luoghi carichi di storia con proprie opere e installazioni.
Le forme espressive sono a tutto campo: dalla pittura, alle installazioni materiche e audiovisive, alla fotografia, alla musica, alla scrittura, alla poesia, alla prosa, al teatro, al cinema.
La manifestazione ha acquistato un particolare significato, perchè ha offerto alla cittadinanza l’ultima occasione per riattraversare questo luogo di memoria e di sofferenza sotto i “riflettori” di quell’emozionalità che solo l’arte può trasmettere. Va sottolineato che la grande maggioranza della popolazione imolese, in più di un secolo di storia di questa struttura, non ha mai avuto la possibilità di entrarvi.
Oggi l’Ex Ospedale Psichiatrico non ospita più pazienti ma resta un luogo vuoto che conserva in se stesso la memoria di un passato di aberrazioni e sofferenze umane. La ricchezza di tracce e di segni ancora evidenti testimoniano quelli che furono il clima e la vita interna all’Ospedale. Si tratta dunque di un intervento in uno spazio-memoria tuttora vivo, ma lontano dagli eventi che lo segnarono nel passato remoto e in quello più recente.
Ente ideatore del progetto è l’associazione culturale “Koinè”. L’associazione è formata da un gruppo di artisti operanti sul territorio nazionale con alle spalle un rilevante curricolo artistico. Essi propongono un’arte non allineata, aperta sul mondo e partecipe degli eventi; un’arte non facile, certamente complessa, enigmatica, ma ricca di magia e direttamente rivolta allo spirito dell'uomo.
Più precisamente il progetto raccoglie un’area di artisti di rilievo nel panorama nazionale, (complessivamente oltre 40) che privilegiano gli interventi nel mondo reale fuori dai “recinti” e dagli spazi canonici d’esposizione. Questa tendenza comune, pur non conferendo a quest’area i caratteri di movimento, evidenzia il bisogno di un’arte aperta sul mondo, non rinchiusa in problematiche circoscritte agli “addetti ai lavori”, aperta alla vita, partecipe degli eventi, capace di mescolarsi alle cose reali pur senza confondersi con esse, affermando la propria “follia” come elemento di vitale propulsione; un'arte non facile, certamente complessa, enigmatica, ma ricca di fascino e di magia, che si rivolge direttamente allo spirito dell'uomo. L’apertura della città a diverse provenienze artistiche esterne, costituisce una preziosa occasione di scambio culturale per gli artisti locali e per il pubblico imolese.