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23.12.06

Finanziaria 2007: giovani e anziani lavoreranno insieme

di Silvia Del Beccaro

Scatterà nel 2007 un nuovo progetto nazionale dedicato agli anziani. Si tratta del servizio civile per i pensionati, “perché gli anziani sono una risorsa e non una zavorra per la società” – come ha dichiarato Paolo Ferrero. Il ministro delle Politiche sociali, infatti, ha recentemente presentato un piano di lavoro, il cui obiettivo sarà quello di collegare tra loro le associazioni di volontariato formate da pensionati e renderle un tutt’uno: un gruppo omogeneo di milioni di persone, pronte a collaborare e ad organizzarsi insieme. “Come già avviene per il servizio civile dei ragazzi – ha spiegato il ministro – stiamo preparando progetti mirati. Proporremo nei prossimi mesi a duemila giovani napoletani di lavorare come volontari nei loro quartieri. Potremmo avanzare proposte simili anche ai pensionati”. La figura del nonno civico ormai è nota in tutta Italia: quell’anziano signore che sosta fuori dalle scuole e che aiuta i piccoli ad attraversare la strada e ad evitare i pericoli al di fuori dell’istituto scolastico, è diventata una figura di riferimento per tutte le famiglie, che vedono nei “nonni vigili” una fonte di sicurezza per i loro bambini. Oggi, consolidate simili figure, però, sarebbe giusto operare anche in altri ambiti. “Per il 2007 – rivela ai giornali il ministro del Lavoro, Cesare Damiano – abbiamo intenzione di affiancare i lavoratori prossimi alla pensione a dei giovani assunti part-time. In questo modo il lavoratore più anziano verrebbe retribuito in parte dall’azienda e in parte dallo Stato, col riconoscimento di insegnante di un corso di formazione professionale.
Tutto questo fa parte del progetto “patto tra generazioni” inserito nella Finanziaria, al quale abbiamo inizialmente stanziato 3 milioni di euro. Se l’esperimento funzionerà, siamo disposti ad aumentare la cifra per gli anni successivi”. Questa ed altre iniziative legate ai pensionati partiranno con degli esperimenti in aree circoscritte, per poi essere estesi a tutto il territorio italiano. Si pensa di promulgare perfino una legge nazionale. Intanto, però, si parla di un sito internet, che rientra fra i punti del piano, e che sarebbe messo a disposizione delle associazioni. “Non vogliamo sostituirci a ciò che già esiste e funziona – spiega Ferrero – e l’idea del sito ha proprio lo scopo di far conoscere a tutti le opportunità che esistono per creare una rete nazionale di associazioni e progetti”.

19.12.06

Verità e menzogna nell'odierno mondo televisivo

di Marco Apolloni
Quando si dice: “il potere del telecomando”! In effetti, il telecomando oltre ad essere uno strumento di potere all'interno dei nuclei familiari – solitamente il capo-famiglia è colui che detiene questa sorta di scettro ante litteram – è anche un notevole strumento di libertà. Basta infatti premere un misero pulsante per porre fine ai soliti scempi televisivi e al giorno d'oggi questo non è poco. Ma cosa fare se a dover premere quel pulsante sono dei minori o comunque degli individui per qualche motivo fragili? Da che mondo è mondo, di solito il proibizionismo, o comunque sia il proibire un determinato comportamento, ha sempre provocato una reazione opposta. Dunque secondo quest'ottica non appare granché efficace proibire certi programmi televisivi, ritenuti dagli esperti: diseducativi. Piuttosto miglior cosa sarebbe indirizzare su un giusto binario o in ogni caso fornire alcune chiavi di lettura, in modo tale da facilitare la visione di quei programmi considerati problematici. Appurato che il metodo proibizionista non funziona poiché è molto poco aderente alla realtà – quasi schizoide –, bisognerebbe provare a coltivare nei fanciulli una sorta di educazione negativa, ovvero quel metodo pedagogico che escogita di educare un fanciullo mediante l'esperienza diretta dei propri errori. In questo ha pienamente senso il celebre detto popolare secondo cui: sbagliando s'impara!
Teorico di quest'innovativo sistema educativo fu il ginevrino Jean-Jacques Rousseau, anche se all'atto pratico come padre non fu un altrettanto fulgido modello – non dimentichiamo infatti che lui abbandonò all'Enfants de France i suoi cinque figli, ma si sa: i buoni predicatori spesso sono i primi a razzolare male... Comunque quel che a noi importa non è tanto il Rousseau-padre, quanto il Rousseau-pedagogo. Nell'esplicare la sua concezione dell'educazione negativa, Rousseau nell'Emilio si serve di questo efficace esempio: racconta che il fanciullo protagonista di questo “romanzo di formazione”, rompe il vetro della finestra della sua camera, scagliandovi contro un masso; per questo l'educatore lo condanna a scontare sulla propria pelle tale monelleria, facendogli trascorrere tutta la notte in preda ai gelidi spifferi provenienti dalla finestra rotta. Svegliandosi la mattina – ammesso questi sia riuscito a chiudere occhio – avrà imparato qualcosa dall'esperienza negativa dell'errore commesso.
Tutto ciò per dire che: bisogna abituare il fanciullo all'odierna “giungla televisiva” – fitta di programmi davvero poco edificanti. Occorre che questi venga preparato dalle due autorità che dovrebbero tutelarne l'educazione. Ci riferiamo ai due sacri e inviolabili pilastri: in primis la famiglia e, in seconda battuta, la scuola. Entrambe queste autorità dovrebbero prendere per mano i fanciulli e vedere insieme a loro certi prodotti della cosiddetta “tv-spazzatura”, fornendo ad essi gli strumenti necessari di comprensione, senza imporre né tanto meno forzare alcuna presa di coscienza. Basta solo limitare i condizionamenti negativi visti come fattori esterni interferenti, per far sì che un giovane fanciullo cresca diventando un adulto maturo e pienamente coscienzioso. Nel dir ciò come dimenticare le terrificanti scene del capolavoro kubrickiano Arancia meccanica – tratto dall'omonimo romanzo di Anthony Burgess –, in cui al giovane protagonista Alex viene fatto il lavaggio del cervello da scienziati svitati, i quali decidono di curare il suo “teppismo cronico” con un originale metodo, ovvero facendogli vedere fino alla nausea una sequela di immagini sanguinolente e orripilanti, di barbari stupri, efferati omicidi e quant'altro possa venire partorito da una mente violenta. Proprio la violenza di queste immagini curerà la mente bacata del “povero” Alex, che addirittura si tramuterà da “lupo cattivo” in “agnellino indifeso”. Dicasi: il paradosso delle immagini, cioè esse possono curare e provocare l'effetto contrario.
Per riportare questo discorso ai giorni nostri, sarebbe una grande conquista pedagogica riuscire a portare i teen-ager di oggi a dire: “Accidenti quanto sono stupidi e menzogneri i reality show!”. Già perché la menzogna permea visceralmente grandi fette del mondo televisivo. E per di più programmi, appunto, come i reality vengono addirittura mandati in onda in prima serata, secondando pertanto la logica perversa degli ascolti. Mentre magari programmi di ben diversa levatura morale e culturalmente più sostanziosi vengono relegati in seconda o peggio ancora in terza serata. Comunque siamo arrivati a un punto tale che dir male dei reality è un po' diventato come sparare alla Croce Rossa! Essi sono nient'altro che la manifestazione più grottesca del kitsch – letteralmente: il cattivo gusto che, però, piace – imperante in televisione e seppur non andrebbero vietati – com'è stato detto occorre abituare infatti il pubblico, anche dei minori, a poter digerire qualsiasi immagine, per poterne così essere vaccinati a vita –, se non altro andrebbero ricollocati in una fascia oraria meno agevolante la visione di un pubblico pre-puberale. Di solito al cambio di governi succedono spesso delle specie di “rivoluzioni dei palinsesti televisivi”, ora con il centro-sinistra al governo aspettiamo e vediamo se ciò avverrà. Al momento attuale, questo provvidenziale cambio di rotta si fa ancora attendere e i soliti noti “insetti” continuano a infestare il vespaio televisivo del nostro Paese...

14.12.06

La febbre del... televisore!

di Silvia Del Beccaro
Che la tv influenzi nettamente i pensieri dei suoi spettatori, questo è risaputo. Ma che diventi addirittura spunto per atti osceni e violenze non è da sottovalutare.
Negli ultimi mesi vari centri di ricerca hanno ricevuto segnalazioni per scene di stupri, droga, alcool, omicidi, orge tra uomini travestiti da pupazzi animali, pratiche sadomaso e sette sataniche. Scene non raccontate, ma mostrate nella loro interezza in prima serata su Italia Uno – rete riconosciuta da sempre come la rete “dei ragazzi” – durante la serie del telefilm “C.S.I.” (Crime Scene Investigation).
Le denunce sono giunte dal Movimento Difesa del Cittadino al Comitato di applicazione del Codice di autoregolamentazione Tv e minori, insediato presso il Ministero delle Comunicazioni. “Nelle ore serali, quando le famiglie sono ancora a cena – ha detto Antonio Longo, presidente del Movimento Difesa del Cittadino – si deve assistere a scene come quelle sopra descritte. E pensare che prima dell’inizio del telefilm, appare soltanto una scritta di cinque secondi in cui si informa che il programma è riservato a un pubblico di soli adulti”.
Il caso di “C.S.I.” è solo un esempio di come la programmazione mediatica si sia trasformata nell’arco degli anni ma, soprattutto, di come la ricezione di questi messaggi sia mutata. L’allarme è stato lanciato da Adoc, Adusbef e Codacons che hanno dichiarato: “Basta con i reality e i programmi clonati. Occorre distribuire il canone che attualmente viene pagato dai cittadini alla Rai, in favore di quelle reti, anche private, che trasmettono programmi sociali e di servizio, in proporzione ai tempi di tv utile trasmessa”.
Il primato negativo è stato assegnato a Italia 1, nella programmazione per bambini e ragazzi; a Rai Uno invece il plauso dei genitori. Le maggiori proteste hanno riguardato non singoli film, ma la programmazione stabile in particolar modo di reality (La pupa e il secchione), cartoni animati (I Simpson) e telefilm (C.S.I. Miami). Non si è salvato nemmeno “Studio aperto”, per aver mostrato immagini senza veli. La programmazione migliore per i minori, invece, è risultata quella di Rai Uno che questa volta ha superato in gradimento Rai Tre grazie alla mini serie “Papa Luciani. Il sorriso di Dio” e al nuovo taglio di conduzione di “Affari tuoi”.
Finora abbiamo parlato di programmi tv, ma non è solo la televisione ad influenzare negativamente il comportamento di uno spettatore. Anche i libri, le canzoni o le riviste sono suoi complici.
Trevanian, ad esempio, nel suo romanzo “Il ritorno delle gru” ha dovuto auto-censurarsi per non essere considerato aizzatore di fantasie perverse nei lettori. Lo ammette lui stesso nelle note didascaliche, quando scrive: “In un libro precedente l’autore descriveva una pericolosa ascensione in montagna. Durante la trasformazione di tale romanzo in un insipido film, un giovane e brillante scalatore rimase ucciso. In un libro successivo l’autore illustrò un metodo per rubare dei quadri in qualsiasi ben protetto museo. Poco dopo la pubblicazione della versione italiana di questo libro, tre dipinti furono rubati a Milano con lo stesso identico metodo descritto, e due di essi rimasero irrimediabilmente mutilati”.
Lo spirito di emulazione è una brutta piaga sociale, che va affrontata con molta cautela. Questo desiderio di copiare, di imitare ciò che si vede in tv è sintomo di alcune lacune, in particolar modo psicologiche: avere una personalità debole, adorare qualcosa di inesistente o di troppo trasgressivo, sentirsi più forti agendo come degli irresponsabili, interpretare la vita come un gioco. Queste lacune, nella maggior parte dei casi, sono causate da una scarsa comunicazione all’interno della famiglia, come molti studiosi sostengono; ma soprattutto, occorre ammetterlo, sono causa dei messaggi che i mass media odierni lanciano alle loro “vittime”, giovani e non.
Sconfiggere l’emulazione non è facile. Dimostrare che si tratta di un mero comportamento infantile, è impresa assai ardua. Ma tutto è possibile. Trevanian, ad esempio, ha ammesso di dover censurare se stesso, per evitare che qualcuno prenda ispirazione dalle sue parole, fatte di pura immaginazione. Come lui, ciascuno dovrebbe attingere al proprio senso di responsabilità e tentare dunque di limitare i frequenti input di violenza provenienti dai mass media. Il fatto di proporre simili scene, continuamente, non fa altro che esaltare la fantasia dello spettatore, e lo invita ad annientare la routine quotidiana emulando quelli che lui considera “atti eroici”.
L’incapacità di distinguere tra realtà e finzione, poi, non fa altro che peggiorare tali situazioni. Finché i reality show non cesseranno di mostrare immagini fatte di demenza allo stato puro, senza dichiarare apertamente al pubblico che si tratta in ogni caso di mera finzione e che esistono sempre – e comunque – dei limiti da rispettare, lo spettatore si crederà padrone di fare quello che più lo aggrada. Ma in quel caso non si atterrà a dei limiti; le sue parole d’ordine saranno: nessuna regola, nessun codice di comportamento, nessuna barriera.
Perché purtroppo finché la verità sarà la prima vittima di questo mondo mediatico, che l’ha completamente annullata, lo spettatore non riuscirà a distinguere fra: falsità e verità, giusto e sbagliato, responsabilità e sconsideratezza. Questo discorso vale in generale per tutti, ma in particolare per la neotelevisione, che è stata creata appositamente per proporre anti-cultura e bugie. Contro ciò si sono mosse le associazioni Adoc, Adusbef e Codacons, che hanno annunciato l’intenzione di indire prossimamente uno sciopero generale degli utenti contro la “tv deficiente”, da attuare spegnendo per un’ora i televisori di tutta Italia.
Siamo sinceri, però. La programmazione televisiva è solo un appiglio al quale ci attacchiamo – e che attacchiamo – per giustificare una grave lacuna da parte nostra: la mancanza di una corretta “formazione mediatica”. Al giorno d’oggi bisognerebbe prima di tutto insegnare ad interpretare correttamente i messaggi (a volte subliminali) che la tv e gli altri “trasmettitori” ci inviano continuamente, giorno e notte, ventiquattro ore su ventiquattro. E forse, dopo questo primo passo, tutto sembrerà più facile.

5.12.06

Scorci di vita (aforismi, aneddoti e altro ancora)

di Marco Apolloni

Non è facile incontrare dei tipi poetici, tipi beat, tipi selvaggiamente rock & roll come Anaconda. Pur appartenendo ad un’altra generazione, lui non era poi così diverso dagli altri tipi della mia generazione. Del resto tutte le generazioni inseguono le stesse speranze, le stesse illusioni e le stesse vanità. Tutte le volte che ho avuto la fortuna di incontrare persone come lui, con le quali sentivo di viaggiare sulla stessa lunghezza d’onda, allora sì che mi sono sentito un po’ meno solo. In fondo credo abbiamo tutti un unico dovere: quello di farci compagnia a vicenda, avvertendo così un po' meno la dura asprezza di questo mondo, altrimenti fin troppo arido da sopportare. Tanti muscoli uniti a tanti buoni sentimenti facevano di Anaconda un buon diavolo. Per non parlare di quella sua aria tragica e malinconica, tutta squisitamente argentina, che ti trasmetteva al contempo la passione infinita e la struggente bellezza della sua terra ammaliante...
Nei gruppi rock che hanno composto la colonna sonora della mia vita, posti di tutto rispetto li occupano due gruppi che mi ha fatto conoscere lui: The Cult e The White Snake. E di questo gliene sarò sempre grato. Una vita senza musica mancherebbe di quel pizzico di nostalgia indispensabile per ricordarsi i momenti più belli del proprio passato. Poiché chi non riesce a lasciarsi trasportare sulle ali del ricordo - ascoltando della buona musica - è come se non avesse mai vissuto. Infatti, cos'è la vita di un uomo se non uno sterminato disco che va riempito giorno per giorno?
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Sono molto occupato per potermi dire libero.

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La conoscenza è salvezza!

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È il mistero che ci spinge a conoscere e il mistero di tutti i misteri è che non c'è nessun mistero.

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Come si fa a non credere in Dio, dico io, contemplando le sette bellezze di un cielo estivo: c'è da perdersi in tutto quell'azzurro sconfinato.

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Un vero amico loda in segreto e rimprovera in privato.

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Una volta in treno ho incontrato un vecchio. Era pieno di rughe e il fatto che in ognuna delle sue rughe vi fosse impressa la storia della sua vita mi elettrizzò tutto. Lì per lì il mio primo pensiero fu: chissà che razza di vita avrà mai vissuto un uomo di tale tempra. Chissà… So soltanto che mi sembrò proprio quel tipo d’uomo che ne aveva viste tante nel corso della sua turbolenta esistenza. Dietro ad ogni centimetro della sua pelle raggrinzita vi si leggeva qualche risvolto della sua vita. Datemi retta, la prossima volta che vi capiterà d'incrociare il vostro sguardo con quello di un vecchio: provate a leggervi dentro tutta la storia dell'umanità.

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Si muore una volta sola, per fortuna.

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Generalmente, più si è padroni e meno si è signori.

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Non lasciatevi ingannare dal mio cognome: Apolloni... Poiché il mio spirito è tutt'altro che apollineo. In me prevale il dionisiaco.

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Preferisco rivestire l’anima di libri che il corpo d'indumenti.

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Si possono dire molte più cose con un solo bacio che con mille parole.

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La bellezza non ha bisogno di giustificazioni. Qualunque bellezza si giustifica da sé!

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Preferisco il sublime al bello. Che cos’è il sublime, vi domanderete? Beh, il sublime è lo scintillio baluginante delle cose, la perla preziosa che si cela dietro ognuna di esse, quel che ci fa apprezzare l’essenza

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L'artista è colui che riesce a racchiudere il mondo in una scintilla.

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Nietzsche, checché se ne dica, è stato il primo nazista della storia, ancor prima che venisse alla luce il nazismo stesso. Chi vuole andare oltre alla morale stabilita conduce l'uomo verso il baratro della violenza, che è all'ordine del giorno fra le bestie feroci. Siccome noi siamo uomini e non creature ferine, dopo una rilettura più attenta delle opere nietzschiane – andando oltre ad una prima spontanea adesione ad un pensiero, indubbiamente fra i più "esplosivi" mai concepiti – non possiamo non renderci conto che abbiamo bisogno della morale così come della politica, nonostante le limitazioni e gli arbitri da esse perpetrati. Questo per tenere unita la nostra già di per sé frammentata civiltà. Come diceva Kant: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me! Così sia...

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Per spezzare la catena della violenza il solo modo efficace è compiere un’azione sovrumana, reagendo perciò non violentemente alla violenza subita. Dicasi: “resistenza attiva”.

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Non decidiamo noi cosa essere, lo siamo e basta.

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“Tu vuoi mettere insieme il cazzo e il padre nostro, ecco quel che vuoi fare figliolo mio. Tu capisci, non è mica facile...”. Questa è stata la risposta che ha dato un parroco di provincia ad un mio amico, dopo che quest'ultimo gli aveva azzardato un parallelo tra il Partito comunista e la Chiesa cattolica.

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Siamo tutti ribelli nella misura in cui siamo tutti capaci di indignarci.

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I filosofi sono necessari alla stirpe umana, poiché altrimenti tutto sarebbe già svelato e nessuno quindi si prenderebbe più la briga di svelarlo.

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Il miglior metodo è non averne alcuno. Ciò significa fregarsene altamente delle convenzioni, stipulate solo per contenere entro certi limiti quel che è altresì incontenibile: lo spirito… Bisogna distinguere infatti uno scienziato da un creativo – geni, questi, entrambi indispensabili al genere umano –, poiché: se il primo necessita di “un metodo”, il secondo invece necessita di distruggere “il metodo”! L’uno si dà delle regole precise da rispettare, l’altro si dà delle regole altrettanto precise da infrangere.
L’anticonformismo – ossia quell’insofferenza congenita di chi non riesce a farsi vincolare dalle convenzioni – è il tratto distintivo di ciascun creativo. Il creativo, in realtà, deve e vuole andare al di là dei bastioni di Orione e creare mondi verosimili laddove questo mondo non è più sufficiente, in quanto troppo grigio oppure troppo ristretto. Emblematica, a tal proposito, è una scena del film L’attimo fuggente, in cui il professor Keating invita i suoi allievi a stracciare alcune pagine del loro libro di letteratura, scritte da un critico che ha l'assurda pretesa di spiegare l’universo composito della poesia con una serie di diagrammi matematici. Questo a voler dire che: tutto ciò che è poesia, infatti, esula la fredda e asettica ragione...

1.12.06

Commento alla "Lettera agli Ebrei"

di Marco Apolloni
La Lettera agli ebrei – ascrivibile alla tradizione paolina – è uno dei capolavori della letteratura neotestamentaria. Qui viene fatto un magnifico sunto del pensiero cristiano – in generale – e del pensiero paolino – in particolare. I tre punti cruciali che si possono facilmente individuare sono: 1) si ottiene la salvezza per mezzo della fede – e con il concorso della grazia, non già mediante le “opere morte”; 2) Cristo è il fautore di una Nuova Alleanza ben più salda della precedente, perché ancorata su promesse migliori – quali la vita e la beatitudine eterna; 3) i cristiani si considerano stranieri a questo mondo – per questo esistono delle similitudini tra il paolinismo e lo gnosticismo cristiano, vuoi per il disprezzo del corpo e vuoi anche per la svalutazione di questo mondo.
Cristo è innanzitutto (c 3): apostolo e sommo sacerdote, dunque nunzio e custode della fede professata fin dagli antichi padri e profeti d'Israele. Con la sola eccezione però che, a differenza di Mosè stimato a rango di fedele servitore, lui è invece il figlio della casata di Dio. Nel dir ciò, l'autore della lettera ricorre al seguente esempio: il costruttore della casa è superiore al padrone della stessa, in quanto è stato colui che l'ha progettata. Superiore a tutti è Dio (il quale è naturalmente: il Sommo Architetto!). Inoltre, qui viene detto come la casa è costituita da tutti coloro che perseverano nella fede. Di questi ne è stato fulgido esempio Abramo (c 11), il quale credendo ciecamente alla promessa divina si tuffò nell'ignoto, raccogliendone poi il frutto con Abramo, concepito insieme alla moglie Sara e appunto detto: “figlio della promessa”.
Si diceva della salvezza che viene attuata dalla fede – quindi si può dire come questa scenda “dall'alto”, per intercessione della grazia. L'autore della lettera si esprime in questi termini: “[...] È dunque riservato ancora un riposo sabatico per il popolo di Dio. Chi è entrato infatti nel suo riposo, riposa anch'egli dalle sue opere, come Dio dalle proprie. [...]” (Eb 4, 9-10). Il riposo sabatico che qui viene sotteso altro non è che il riposo di Dio il settimo giorno della sua creazione mondana – episodio questo riportato nella Genesi. Allo stesso modo coloro i quali avranno fede verrano esonerati dalle opere – queste ultime infatti da sole non bastano, la salvezza appunto non può venire procurata “dal basso” senza il requisito indispensabile: la fede stessa. Al Dio onniveggente nulla può sfuggire, egli è Occhio Vivente che tutto scruta e a cui, perciò, è inutile rendere conto, poiché sa scandagliare a fondo i sentimenti e i pensieri del cuore (Eb 4, 12- 13).
Agli inizi del c 5 viene introdotta la netta distinzione tra i sacerdoti precedenti e Cristo – sommo sacerdote. Essi erano stati plasmati nell'ignoranza e nell'errore, in quanto rivestiti di debolezza (Eb 5, 2). Qui l'autore usa lo stesso linguaggio gnostico-cristiano, precisamente valentiniano. Infatti nella distinzione valentiniana vi erano tre classi umane: ilici (o somatici, da soma = corpo) i quali costituivano appunto il gradino inferiore della discendenza umana; psichici (classe intermedia, da psiche = anima); pneumatici (da pneuma = spirito). Questa distinzione viene poi ripresa e ampliata nel c 6, dove si legge verso la fine che Gesù viene dalla stirpe di Melchìsedek e quindi sarà anch'egli sommo sacerdote per sempre. Melchìsedek sarà un nome che ricorrerà spesso da qui in avanti, come parallelo per testimoniare il grado di sacerdozio superiore – perché eterno – di Gesù, che sancirà una Nuova Alleanza, infrangendo pertanto la precedente, purtroppo fallace. Inoltre l'autore precisa come persino Abramo pagò la decima a Melchìsedek – designato come “re di giustizia” nonché “re di Salem (che vuol dire: di pace)”. Infatti si era soliti pagare la decima ai ministri del culto per il loro ufficio cultuale. Il gesto di Abramo, dunque, sta a significare il riconoscimento della superiorità di Melchìsedek, il quale viene detto: “[...] Egli è senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio e rimane sacerdote in eterno. [...]” (Eb 7,3). A tal proposito, l'autore intende ancorare alle antiche scritture, una volta di più, la venuta messianica del Figlio di Dio, come segno della nuova promessa escatologica, ossia: Gesù è venuto sì a lavare i peccati degli uomini, a patto che essi però abbiano fede in lui per essere salvati. Perciò Gesù fa legge a sé – alla maniera di Melchìsedek –, essendo lui il viatico alla nuova legge. Essa sancisce la Nuova Alleanza, che ci delinea la figura di un Dio non più vendicativo – come ci viene raffigurato nelle scritture veterotestamentarie –, bensì misericordioso: disposto a perdonare e a lavare la macchia indelebile del “peccato originale” che, fino al momento dell'estremo sacrificio compiuto da Gesù, pesò come un macigno nell'economia della salvezza umana. Per usare un linguaggio girardiano: Gesù, facendosi crocifiggere e morendo così per redimere gli uomini dai loro peccati, placa una volta per tutte l'immonda spirale della violenza dovuta al sacrificio rituale. Il suo sacrificio infatti, unico e definitivo, interrompe la ritualità dei sacrifici dell'Antica Alleanza, dove i sacerdoti – loro stessi imperfetti e per di più peccatori – cercavano invano di lavare i propri e altrui peccati sacrificando tori e capretti, poiché: “[...] Secondo la legge, infatti, quasi tutte le cose vengono purificate con il sangue e senza spargimento di sangue non esiste perdono. [...]” (Eb 9, 22). In virtù di ciò, la misericordia divina ha maturato il sacrificio catartico, cioè purificatorio, di Gesù. Questi segnò una decisiva linea di demarcazione, ovvero: prima di lui solo disperazione; dopo di lui, invece, solo la speranza di una vita ultraterrena – di gran lunga migliore di quella terrena.
Nel c 11 l'autore usa un'ulteriore immagine gnostica quando afferma: “[...] Per fede noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sì che da cose non visibili ha preso origine quello che non si vede. [...]” (Eb 11, 3). Quest'allusione infatti ritiene implicito che vi siano “altri mondi”. Con ciò afferma l'inferiorità di questa creazione mondana che è regno di Satana – il famigerato “angelo caduto” – oppure, secondo le oscure pagine del Vangelo di Giuda (di recente ritrovamento e ascrivibile alla tradizione gnostico-sethiana), frutto della creazione di un dio sanguinario-vendicativo e di un dio stolto, rispettivamente: Yaldaboath (riferimento, questo, non casuale al Dio ebraico: Yaweh) e Saklas. Sempre nel c 11 viene enunciato come i cristiani aspirino ad una patria celeste e perciò essi sono “stranieri e pellegrini sopra la terra” (Eb 11, 13). Seguendo questa linea di pensiero si arriva fino alla formulazione teorica della De civitate dei: opera questa, di un “paolinista radicale”, del calibro di Sant'Agostino, artefice del celebre motto “ama e fa ciò che vuoi”, che ci dà un'interpretazione a dir poco estremizzata del sacro comandamento “amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19, 18). Poi ancora in un altro prezioso passaggio del c 11 si afferma: “[...] Per fede Mosè, divenuto adulto, rifiutò di esser chiamato figlio della figlia del faraone, preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere per breve tempo del peccato. Questo perché stimava l'obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d'Egitto; guardava infatti alla ricompensa. [...]” (Eb 11, 24-26). Questa enunciazione presupporrebbe che l'autore fosse convinto della preesistenza divina di Cristo fin dalla fondazione del mondo – espressione questa che, peraltro, ricorre spesso in questa Lettera agli ebrei – e quindi anche fin dalla Luce della Genesi. In chiusura del c 11 vengono elencate tutte le tribolazioni e i maltrattamenti a cui dovettero soggiacere i paladini della fede dei quali “il mondo non era degno!” (Eb 11, 38). Nei vertiginosi cc finali 11-12 della Lettera l'autore sembra dare il meglio di sé e la retorica qui promanata è molto potente. L'aforisma che meglio racchiude la quintessenza di queste bellissime pagine – così ricche di pathos – è forse il seguente: “[...] Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! [...]” (Eb 13, 8). E così sia!