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29.1.07

Corsivi filosofici - Lo spirito del capitalismo e il destino della tecnica

di Marco Apolloni

Alcune considerazioni sull'intervento tenuto dal filosofo Emanuele Severino al Teatro Manzoni di Monza l'11 Gennaio 2007, nel corso della rassegna culturale “Abitatori del tempo”.

Il capitalismo è il perno economico e sociale attorno a cui ruota la nostra civiltà e fa esercizio di potere. Ma se la potenza esercita un irresistibile ascendente su tutti gli uomini, figuriamoci sui capitalisti! Sarebbe profondamente sbagliato vedere nel capitalismo un mera forma di pragmatismo, poiché esso è molto di più: è una vera e propria filosofia di vita, un'originale visione del mondo e degli uomini che vi dimorano. E i capitalisti? Sono nientemeno che degli uomini liberi e intraprendenti, governati unicamente dalla ragione. Secondo quest'ottica particolare, dunque, il rivoluzionario è un “puro folle” che nega l'evidenza empirica del capitalismo.


(n.d.r. Qui non mi trovo granché d'accordo con Severino. Non credo che il capitalismo sia una scienza così esatta e, pur ammettendolo, temo che il bagno di sangue delle rivoluzioni sia stato - purtroppo - necessario per lavar via le brutture di certi esasperati sistemi dispotici. Questo naturalmente è un paradosso... Non mi sognerei neppure lontanamente di auspicare una rivoluzione ai giorni nostri. In passato le rivoluzioni sono state degli eventi scioccanti provocati però da eventi ancor più scioccanti, quali appunto i regimi dispotici. Dunque in quest'ottica storica le rivoluzioni - a mio parere - sono state non dico giustificabili, badate bene, ma perlomeno comprensibili. In questo la penso allo stesso modo dello scienziato Isaac Newton : "Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria"! Ovvero: "Ad ogni abominevole azione del dispotismo corrisponde una reazione uguale e contraria - e altrettanto abominevole - della rivoluzione"!)

La parola ethos significa luogo, dimora. Dunque l'espressione “etica del capitalismo” sta per: luogo dove il capitalismo dimora. Il nodo cruciale è che il capitalismo con il suo sistema di produzione senza freni sta distruggendo il pianeta. Un grande economista (Joseph Schumpeter) ha affermato che il capitalismo in realtà non può essere criticato su basi scientifiche, semmai sociologiche. L'errore di Marx fu quello di operare invano una critica scientifica, cioè razionale, del capitalismo – anche se va naturalmente precisato che, per Marx, la scientificità era un concetto assai vasto. La verità però è ben diversa da quanto egli afferma, poiché per questi esistevano dei “nessi necessari”, dicasi: sorta di pensiero teologico marxiano – tutto, dunque, fuorché scientifico. Difatti, accettando certe premesse odierne è dimostrato come non sussistano più dei “nessi necessari”, ammesso e non concesso che siano mai esistiti prima.
Paradossalmente, in un contesto dove i nemici del capitalismo sono molti, il capitalismo è il peggior nemico di se stesso. Occorre procedere ad una definizione precisa di “nemico”: il nemico è una forza estranea che ha la pretesa di subordinare i tuoi scopi ai suoi. Rapportando questo concetto al capitalista: la società non è un'opera di beneficenza.


(n.d.r: Pur rispettando questo sacrosanto principio, non vedo perché uno Stato non possa limitare le possibilità di chi vive e gode del superfluo, come i capitalisti appunto, e fregarsene altamente di chi si fracassa la schiena ogni giorno per sfamare i proprio cari, facendo duri lavori non da tutti e, malgrado ciò, percependo salari fin troppo miseri. Compito di uno Stato pienamente responsabile e autocosciente – a mio avviso – è far sì che ciascun suo cittadino viva del necessario e il resto, il superfluo cioè, venga ripartito – com'è giusto d'altronde – fra i più meritevoli. Ciò non presuppone alcuna forma di comunismo, bensì una semplice forma d'umanità, tanto più elementare in una civiltà come la nostra che si richiama ai nobili valori di carità e di pietà del cristianesimo...)


Nell'opera del sociologo Max Weber, intitolata L'etica protestante, il successo – inteso come l'incremento dei propri averi terreni – è un segno tangibile della benevolenza divina.


(n.d.r: Poco importa se nei Vangeli si leggono molteplici episodi in cui la ricchezza dello spirito non viene affatto commisurata in termini di ricchezza materiale. Certo si potrebbe obiettare a questa mia semplice constatazione che i Vangeli sono spesso e volentieri contraddittori, quindi se in alcuni punti sembrano assegnare punti a favore dei più poveri, in altri invece sono i ricchi a sembrare più accreditati. Tuttavia non credo sia questo il punto. Piuttosto credo che la ragionevolezza umana si renda conto benissimo da sola che tanti poveri non fanno comodo a nessuno, compreso ai più ricchi. Mi sembra una cosa ovvia auspicare una ripartizione più equa degli averi fra tutti i ceti di una popolazione, abbienti e non. Non mi sembra vi sia niente di deprecabile nel parteggiare per un incremento della equità nonché della giustizia sociale. A pensarci bene non è poi così utopico pretendere che: anche i poveri ridano ogni tanto o no?)


Il capitalismo ha tra i suoi scopi precipui l'uso dei beni prodotti, pertanto il suo scopo principale è il consumo. Dunque è necessario che un prodotto sia consumabile, altrimenti non avrebbe alcun senso produrlo. Si fabbrica soltanto ciò che si può vendere – lo scopo definisce già un'azione, direbbe Aristotele. Contraria è l'opinione espressa sia dal cristianesimo che dal marxismo, i quali si sono entrambi posti il problema di soppiantare il capitalismo


(n.d.r: Anche qui, a mio parere, occorre operare una dovuta precisazione. È vero che il cristianesimo non vede di buon occhio l'accumulo di capitali e lo sperpero di tante preziose risorse per il genere umano, però trovo quanto meno bizzarro il modo in cui nel corso della storia la Chiesa abbia fatto di tutto per scoraggiare l'accumulo dei capitali: a parole, però, perché nei fatti si è preoccupato più di custodire gelosamente i tesori papali. Inoltre la spiccata ambiguità della Chiesa, per quel che concerne la ricchezza materiale, è stata ben dimostrata dall'atteggiamento assunto dai peggiori despoti della storia universale, i quali hanno assicurato la propria salvezza ultraterrena facendo assolvere i propri peccati mondani dai ministri della Chiesa. E associandosi a questa istituzione spirituale hanno accresciuto a dismisura la propria dispotica istituzione temporale...).


Cambiare lo scopo di un'azione sottende trasformarla, snaturarla, farla diventare qualcos'altro. Se il capitalismo dunque cambia la sua essenza – che è il profitto – cessa di esistere, poiché diventerebbe qualcosa di diverso; quindi non sarebbe più la stessa cosa. La scienza ci sta sempre più persuadendo che il capitalismo sia uno dei principali responsabili degli sconvolgimenti climatici che stanno avvenendo sulla terra e che ci fanno temere scenari a dir poco “apocalittici” in un futuro prossimo


(n.d.r: Sulla scia di quanto suggeritoci dal grande maestro, occorrerebbe quindi magari modificare certe componenti sregolate del capitalismo, che sfrutta ciecamente le risorse limitate del nostro pianeta senza presupporre minimamente le conseguenze disastrose di quel che sta facendo. Però ciò non vi sembra in aperta contraddizione con la natura stessa del capitalismo, che non vuole avere limiti davanti a sé? Non a caso i capitalisti ortodossi sono da molti creduti senza scrupoli. Perciò, in definitiva, pretendere che il capitalismo si auto-limiti da sé ci sembra quasi un assurdo. Ecco che a questo punto il bisogno che qualcuno intervenga e diriga la fantomatica mano invisibile teorizzata da Adam Smith. Questo ruolo di correttore delle anomalie capitaliste altri non potrebbe essere che uno Stato in grado di esercitare i suoi poteri in completa autonomia. Uno Stato, insomma, che non sia soltanto il prolungamento delle proprie multinazionali; perché se così fosse non sarebbe altro che un pessimo Stato, impotente e perciò del tutto superfluo...).


Occorre operare una netta distinzione tra capitalismo e tecnica. Quest'ultima non è – come erroneamente si pensa – l'ancella di chicchessia, tanto meno del capitalismo. Anzi, semmai è il capitalismo che ha fatto della tecnica il suo dio pagano. “Dio è la prima tecnica e la tecnica è l'ultimo Dio” – sostiene Severino. La tecnica oltretutto esclude le esclusioni, inventa di continuo – a differenza del capitalismo che si limita a vendere ciò che già esiste, ma che tuttavia non si possiede totalmente – ed include tutto il plausibile, ossia essa ha le antenne perennemente rizzate per captare il minimo segnale di apertura, di novità, di cambiamento. La tecnica è “volontà di potenza” assolutamente disarcionata, che nel suo volere instancabile, si potrebbe dire non voglia altro che se stessa! In definitiva il capitalismo non possiede la tecnica, semmai ne è posseduto a sua volta. Citando un passo dei Vangeli: “Salverà la propria anima chi la perderà”. Ed è esattamente ciò che pretende di fare il capitalismo, rimettendosi nelle mani della divinità pagana della tecnica e dicendo ad essa: sia fatta la “tua” volontà. Il capitalismo quindi non fa che vendere la propria anima al demonio della tecnica, manifestando la propria totale impotenza.


(n.d.r: L'insegnamento che se ne può ricavare è: solo chi prima si perde, può poi ritrovarsi...)


Il futuro e il passato non sono meno reali del presente. Ogni istante sta perché è eterno. Dunque ogni singolo istante non è che il manifestarsi dell'eterno.


(n.d.r: Noi abitiamo il presente, viviamo in funzione del futuro, senza per questo tralasciare la meta che è l'origine, ovvero: il nostro passato, che è lì fisso davanti a noi e che ciononostante si allontana gradualmente all'orizzonte. Premettendo quindi la simultaneità di questi tre elementi costitutivi della nostra temporalità: passato-presente-futuro, possiamo dire che ogni nostro agire umano ha senso solo se lo si proietta in un'ottica utopica futura, che sia poggiata su solide basi, quali quelle costituitesi nel passato. Prima o poi, io credo, persino le scienze cosiddette matematiche – su tutte la fisica quantistica – dimostreranno come sia possibile trovare un punto di congiunzione che connetta passato-presente-futuro, permettendo forse persino la realizzazione di fantomatici viaggi nel tempo, attualmente possibili solo nella letteratura o nella filmografia fantascientifica, ma non per questo pressoché irrealizzabili in un ipotetico quanto vicino futuro. Tale punto di congiunzione è quel che un umanista chiama: istante infinito, che pesa come un macigno sulle nostre esistenze individuali rendendole pertanto degne di essere vissute...)



Severino è uno dei pochi filosofi italiani che vi siano rimasti in circolazione e si distingue da tutti quegli studiosi di filosofia – tra le due categorie intercorre una bella differenza. La sua logica raffinata è solo apparentemente contraddittoria. Difatti non bisogna lasciarsi ingannare dal modo in cui questi, da buon filosofo, gioca abilmente sulle diverse sfumature di significato delle singole parole. Ogni suo intervento si struttura all'interno del circolo ermeneutico: domanda-risposta-domanda, dove la domanda conclusiva non fa che porre sotto una nuova luce la questione cruciale: riflettere sulla nostra drammatica ma nondimeno titanica condizione umana...

23.1.07

Il rapporto tra follia e normalità ne "La Stanza Bianca" di Don DeLillo

di Silvia Del Beccaro

Che cos'è la follia? O forse sarebbe meglio domandarsi, prima: che cos'è la normalità? Il filo che tiene legati questi due universi è sottilissimo e mai come ne "La Stanza Bianca" Don DeLillo è riuscito a trasmettermi questa certezza. Chi è lo psichiatra e chi il folle nella vita di tutti i giorni? L'uno è colui che si mostra apparentemente "normale" e che vive in un universo che lo porterà, prima o poi, certamente alla pazzia: stress, angosce, paure, ansie, incertezze... Un vortice di frenesie ci sta travolgendo tutti quanti e, pian piano, ci sta annientando. L'altro, il diverso instabile, è colui che ha deciso di creare un mondo proprio in cui vivere, utilizzando la sua immaginazione fervida, che lo inganna e gli fa credere che tutto intorno a lui sia reale.
La commedia grottesca di DeLillo affronta un po' questo delicato rapporto. Il primo atto si svolge in una stanza d’ospedale, presentando un intrico di personaggi inquietanti che entrano ed escono dalla scena. I ruoli si rovesciano di continuo, fino a non capire più chi sia il paziente e chi il medico, chi il matto evaso silenziosamente dal reparto psichiatrico Arno Klein e chi lo psichiatra che lo cura. Tutto si confonde agli occhi dello spettatore, che, messo di fronte a continui sviluppi e colpi di scena, comincia a porsi eterne e irrisolte domande sul senso della vita. Rimane però il costante quesito su chi possa essere il medico e chi il paziente...
La barriera che separa i due universi, quello della normalità e quello della pazzia, è estremamente fragile e molto spesso impercettibile. Già, perchè in fondo (per dirla citando Coehlo): “Tutti in un modo o nell’altro siamo folli”. Parliamoci chiaro, che mondo sarebbe senza follia? Occorre un po' di pepe nella vita, un minimo di stranezza, di particolarità! Ma soprattutto occorre immaginazione: questa nostra cruda realtà, infatti, dev'essere messa in contrasto di tanto in tanto con la fantasia, attraverso la quale riusciamo ad avere una visione diversa del mondo, costruita sulla base dei nostri desideri e delle nostre speranze.

Il concetto di "visione differente del mondo" è ben espressa nel secondo atto de "La Stanza Bianca". Ci troviamo in un edificio che i protagonisti credono (e fanno credere allo spettatore) sia un motel. In scena: un letto matrimoniale e un televisore che fa da sfondo, quasi sempre acceso (interpretato da un'attrice che indossa una camicia di forza). Una giovane coppia, Gary e Lynette, è alla ricerca disperata di una compagnia teatrale fantasma, che recita in luoghi e orari non precisati, e i cui spettacoli abbiano effetti miracolosi, per chi ha la fortuna di vederla. Si tratta della leggendaria compagnia degli Arno Klein (non a caso il nome è lo stesso del reparto psichiatrico).
Ma il motel sarà davvero un motel? O si tratta di qualcos'altro? Eppure i protagonisti sembrano essere convinti della loro versione. Insomma, sembrano davvero "normali"! Allora, cosa li differenzia dagli altri (per esempio dagli spettatori che seguono la loro vicenda)? L'estro, la vivacità, la spensieratezza? Ma, riflettendo, non sono forse queste caratteristiche comuni, che si addicono ad ognuno di noi? E allora torniamo al quesito iniziale: chi è veramente il folle tra di noi? Ai posteri l'ardua sentenza su questo circolo vizioso.
“La stanza bianca” dello scrittore italo-americano Don DeLillo è una commedia dallo humour angosciante. La messinscena monzese si è svolta in maggio al Teatro Binario 7 ed è stata diretta da Corrado Accordino. Protagonisti tredici attori monzesi che, formatisi nel corso degli ultimi anni sotto la guida del loro regista, costituiscono il nucleo originario di una nuova realtà teatrale territoriale.

21.1.07

"Vangeli gnostici"

di Marco Apolloni

Premessa

Gli autori dei Vangeli gnostici sono degli intellettuali cristiani e in quanto tali non sono facilmente allineabili tra le fila dell’ortodossia. La loro conoscenza è eterodossa, ossia dotata di una forte spinta innovatrice e proprio per questo non in perfetta sintonia con una conoscenza ortodossa, che diversamente si basa su un apparato strutturale molto più rigido ed ancorato in salde convinzioni dogmatiche. In questi testi vi sono delle illuminate considerazioni sull’operato irreprensibile e i discorsi illuminanti del Salvatore. Il loro vero protagonista è il pensiero in azione del Nazzareno. Qui vi è sapientemente argomentata una certa prassi di costui. L’insegnamento più utile, secondo noi, che si può trarre dal vivificante esempio del Cristo è senz’altro: “Credere fortemente in noi stessi, poiché ognuno è Cristo in sé”.
In questo nostro scritto non ci occuperemo della Fede vera e propria, che può essere creduta o meno a seconda delle proprie convinzioni. D’altronde essa altro non è che una comprensione sconosciuta che s’occupa di comprendere quelle ragioni talmente profonde, che altrimenti la ragione da sola non può comprendere. La nostra concezione della Verità è ancora ben lungi dall’essere vicina ad alcuna Rivelazione divina ed è, quindi, ancora in cammino verso l’Uomo. Per farla breve, noi crediamo con Socrate che il nostro compito precipuo sia quello di auto-conoscerci per poi conoscere meglio il Mondo che ci circonda. Del resto, presso l’Oracolo delfico vi era impressa questa emblematica iscrizione: «Conosci te stesso». Chiarita questa nostra disincantata concezione, ci agganciamo subito al testo da noi attentamente esaminato. Nel Vangelo di Tomaso, detto 67, Gesù dice:

«Colui che conosce il tutto, ma è privo della conoscenza di se stesso, è privo del tutto» [1].

La conoscenza di sé, infatti, qui rappresenta il primo gradino da scalare nel proprio percorso d’ascesa-elevazione spirituale per raggiungere la conoscenza del Padre celeste. In un certo senso possiamo parlare di volontà di potenza del Cristo. Avere fede in colui che si è immolato per la causa dell’umanità significa avere fiducia nell’uomo. Per far ciò occorre innanzitutto riporre fiducia in noi stessi.
Solo chi crederà nel dio che è dentro di sé, potrà così salvarsi e non gustare il sapore pestilenziale della morte. Il regno del Padre è una mera dimensione interiore. L’essenza profumata di questi Vangeli ci ottunde i sensi e sta a noi riuscire ad assaporarli in pieno: gustando quelli che sono gli insegnamenti di Cristo incarnatosi non per legiferare, bensì semplicemente per indicarci la Via della Salvezza. Cito testualmente dal detto 3 del Vangelo di Tomaso:

«…Il Regno è invece dentro di voi e fuori di voi. Quando vi conoscerete, allora sarete conosciuti e saprete che voi siete i figli del Padre che vive…» [2].

Il messaggio che trapela da queste parole è chiaro: il Regno è in ognuno di noi, solo che per trovarlo occorre anzitutto trovare il proprio dimenticato sé. Per far ciò, però, occorre prima perdersi infinite volte, poiché è assai tortuosa la Via che conduce al proprio vero sé. La testimonianza messianica dell’avvento del Redentore è un po’ come l’invenzione della dinamite: tutto dipende dall’uso che se ne fa! In definitiva essere partecipi della conoscenza-rivelazione divina significa essere: Una cosa sola con il Tutto. E in questo aspetto, almeno, tutte le religioni si assomigliano. Ossia nel riconoscere una dimensione ideal-paradisiaca, dove ciascuno possa eliminare le proprie scissioni o lacerazioni interne per affrancarsi così nell’inter-connessione con tutti gli altri Enti del Creato…

Vangelo di Tomaso

Il Vangelo di Tomaso è suddiviso in diversi detti. Prendiamo il detto 2:

Gesù disse: «Colui che cerca non desista dal cercare fino a quando non avrà trovato; quando avrà trovato si stupirà. Quando si sarà stupito, si turberà e dominerà su tutto» [3].

Questa affermazione, che Tomaso attribuisce al Nazzareno, è molto simile alla concezione aristotelica della filosofia intesa essenzialmente come meraviglia. Secondo Gesù, infatti, solo chi ha stupore delle cose può turbarsi per poi dominare su di esse. Chi non si stupisce non ha la benché minima possibilità di turbarsi e chi non si turba è condannato a vivere nell’indifferenza quotidiana: schiavo delle proprie passioni negative. Chi si renderà partecipe della conoscenza rivelata, invece, sarà liberato da esse. Cosicché si ergerà sopra gli altri e s’incamminerà sul Sentiero della Rettitudine (ovvero il «Ren» di cui parlava Confucio nei suoi Dialoghi). Notiamo ora questa basilare definizione tratta dal detto 18:

«Avete scoperto il principio voi che vi interessate della fine? Infatti nel luogo ove è il principio, là sarà pure la fine. Beato colui che sarà presente nel principio! Costui conoscerà la fine e non gusterà la morte» [4].

Il principio di tutte le cose coincide, appunto, con la fine delle medesime. Ciò che non ha mai avuto un inizio, non avrà neanche una fine! Dunque dal momento che il Mondo ha avuto inizio, esso prima o poi finirà; così come noi dal momento che nasciamo, moriamo pure. Questa sorta di determinismo è presente nell’escatologia paolina preconizzatrice della Fine dei Tempi. Tutto ciò ha origine da una ben precisa concezione circolare (nietzscheana) della Storia, con molti eventi tendenti a ripetersi nel corso dei secoli, avente però un estremo punto di non ritorno, di discontinuità, dal quale ci è impossibile tornare indietro e dove il Giudizio Finale verrà compiuto secondo le Scritture. Il Tempo stesso cesserà il suo inarrestabile fluire, causa ultima di quel flagello in Terra qual è la Morte, la cui falce inesorabile è stata calata sul genere umano sin dalla “notte dei tempi” come conseguenza del peccato originale di Adamo ed Eva. Tale peccato primigenio si dovette all’insaziabile e divoratrice curiosità di costoro, i quali pretesero a tutti i costi di essere resi partecipi dei frutti dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male. Ecco perché da questo momento in poi la curiosità stessa ha costituito il “tratto distintivo” degli uomini-senzadio. Ossia senza l’indispensabile “bussola celeste” rappresentata dal Padreterno.
Ritorniamo adesso laddove la nostra riflessione aveva preso le mosse. Il tema del Giudizio ha precorso e dominato tutte le fila della cristianità determinando quella corrente di pensiero comunemente chiamata “messianismo”. Ovvero quella corrente basatasi sul presupposto di un ritorno del Messia per redimere gli oppressi e condannare i loro oppressori. Tra l’altro possiamo far notare come tale corrente di pensiero sia tale anche per un certo marxismo di stampo benjiaminiano. Per esso, infatti, è altrettanto plausibile nonché verosimile l’idea che un Messia un giorno si materializzerà per ristabilire la cosiddetta Società Perfetta marxiana, dove le classi vessate possano finalmente venire da costui redente. Appunto per questo i paralogismi tra quel che è il messaggio cristiano e quel che è, invece, il messaggio marxiano si sono sprecati per molta parte della critica moderna. Procediamo ora per gradi e vediamo il detto 24:

Gesù disse: «Beato l’uomo che ha sofferto. Egli ha trovato la vita» [5].

Qui l’insegnamento del Cristo rivela la preminenza della sofferenza, carattere irrinunciabile per il cristiano, il quale domina su tutti ma allo stesso tempo è soggetto a tutti. La vocazione al martirio, specialmente nel Cristianesimo delle origini, è assai emblematica. La pervicace sottomissione dei cristiani è riuscita a minare per poi disintegrare nelle fondamenta la portentosa costruzione dell’Impero Romano, già peraltro minato da inverecondi “vizi capitali” su tutti: la corruzione e l’ozio. Quest’ultimo aspetto, in particolare, è stato rigettato completamente dai cristiani, la cui laboriosità cominciò a delinearsi sempre più nitidamente sin dai loro primi vagiti. Non a caso la stessa fine dell’Impero Romano, la fece anche in un certo qual modo - pur arginando, almeno in parte le “falle”, ed evitando così il naufragio dell’intera imbarcazione - il potente papato romano, ferocemente attaccato da quel “cinghiale selvatico” tedesco di Martin Lutero. Questi, profittando anche della degenerazione dei costumi della curia romana, diede adito alla diaspora fra i cristiani ma anche paradossalmente alla benefica ristrutturazione dell’intero apparato della cristianità in decadenza. La verità è che il Cristianesimo si è sempre cibato di eresie senza le quali non sarebbe mai e poi mai riuscito a sopravvivere: predicando quasi tutte il ritorno alle Sacre Scritture, esse hanno fortemente cementato antiche, ma altresì preziose, usanze cadute in disuso. A questo proposito vi è un imprescindibile libro del sociologo tedesco Max Weber, ossia L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904), che sottolinea la stretta consonanza tra l’importanza assegnata dal cristiano-riformato, cioè protestante, al lavoro e il conseguente sviluppo di quel fenomeno economico detto “capitalismo”.
Richiudendo questa parentesi doverosa, in effetti, comprendere la radice della nostra sofferenza significa comprendere anche l’essenza stessa della nostra esistenza, che si compone prevalentemente di sofferenza. Infatti quando si viene al mondo lo si fa piangendo e sin da quel primo “atto di potenza” compiuto, si diventa istantaneamente consapevoli che, fuoriuscendo dal caldo e confortevole utero materno, si è sì iniziati alla vita che è, però, costituita sin dal principio da una sofferenza indicibile. Da ciò si dovrebbe subito avere un’idea chiara di cosa significa realmente stare al mondo. Dunque la sofferenza va intesa - in questo senso - come condizione stessa dell’essere uomo: il quale se non soffrisse, nemmeno vivrebbe! Tornando al Vangelo di Tomaso, esso contiene una precisa morale, che talvolta affiora improvvisa folgorandoci letteralmente, come d’altronde avviene in questo detto 63 ad esempio:

Gesù disse: «C’era un uomo ricco che aveva molte ricchezze. Disse: Mi servirò delle mie ricchezze per seminare, mietere, piantare e riempirò i miei granai di frutta, e non mancherò di nulla. Così pensava in cuor suo, ma in quella notte morì. Chi ha orecchie, intenda» [6].

Difatti ci sono stati assegnati appositamente due orecchie per ascoltare maggiormente e una sola bocca per parlare minimamente. In questo episodio narrato da Gesù, il messaggio sembrerebbe sin troppo esplicito: la nostra vita è molto labile ed è appesa ad un sottilissimo filo, che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro destinandoci, così, al riposo eterno senz’alcun preavviso e con un’intempestività davvero impareggiabile. Data, appunto, la fragile consistenza del materiale con cui è plasmata la nostra precaria esistenza, dobbiamo proprio per questo gustarcela tutta vivendo intensamente ogni singolo istante datoci in sorte, pur avendo la massima cognizione di causa che: tutto potrebbe finire da un momento all’altro! Tuttavia tale detto non insegna la pesantezza del vivere o ancor peggio un infruttuoso fatalismo di circostanza, semmai la leggerezza. Per certi versi l’etica di Cristo non differisce granché dall’etica dei samurai, impavidi guerrieri-medievali giapponesi, ai quali veniva inculcato il pensiero incessante della morte; che, tuttavia, invece di appesantirli, li alleggeriva notevolmente permettendo ad essi di servire nel miglior modo possibile, sino alla morte, il loro signore. Inoltre questa senz’altro atipica predisposizione mentale, li metteva anche nelle migliori condizioni di guerreggiare con la mente totalmente libera da qualsivoglia cattivo pensiero, che potesse in qualche modo influire negativamente sulle loro gesta guerresche nel bel mezzo del fulgore scintillante della battaglia! In questo si può, infine, scovare un forte richiamo al messaggio dell’apostolo Paolo secondo cui: tutto accade una volta sola; e proprio in virtù di ciò: ogni istante è pressoché irrefutabile; a differenza di quel che dirà, poi, Nietzsche: tutto viene eternamente ripetuto. Nel detto 87 Gesù afferma:

«Le volpi hanno le loro tane, e gli uccelli hanno i loro nidi, ma il figlio dell’uomo non ha alcun luogo ove poggiare il capo e riposare» [7].

In questo detto il Nazzareno sembra riferirsi allo spirito errante dell’uomo. Questi non avendo radici come le piante o nidi come gli uccelli è costretto a navigare gli oceani burrascosi dell’esistenza. La sua casa è il vasto Mondo pieno d’insidie. Nella sua bellissima poesia Il viaggio, il poeta francese Charles Baudelaire ci fornisce una splendida metafora di quella che è la condizione umana sulla Terra, e cioè: l’uomo è simile ad un aerostato che si libra altissimo nel cielo incontaminato e non riesce a fermarsi se non per poco tempo in ogni luogo, dov’egli è solo di passaggio durante il suo Viaggio esistenziale, che troverà - prima o poi - il suo estremo compimento. Infine vorrei citare un’ultima “perla” di questo primo Vangelo da noi esaminato, ossia il detto 110:

Gesù disse: «Colui che ha trovato il mondo ed è diventato ricco, deve rinunciare al mondo» [8].

Poiché il cristiano non appartiene a questa Terra, dove evidentemente egli è solo di passaggio, essa è semplicemente un transito verso quello che è il meraviglioso mondo celeste, che lo attende dopo il suo irrefutabile trapasso. Alla rinuncia al Mondo consegue la rinuncia al proprio sé e ai propri simili. Ciò potrebbe apparire in stridente contrasto con il suo comandamento supremo che è l’amore verso il prossimo. Come tutti i profeti anche Gesù si contraddice volutamente più volte, poiché il suo messaggio ha un significato plurimo. Ciononostante sempre di significato, e non di significati, dobbiamo tenere conto. Consideriamo brevemente quest’affermazione roussoniana:

«Il Cristianesimo è una religione tutta spirituale, dominata unicamente dalle cose del cielo; la patria del cristiano non è di questo mondo» [9].

Nella sezione La religione civile, del Contratto sociale, Rosseau teorizza il suo forte scetticismo a lasciare il Mondo nelle mani dei cristiani, in quanto - egli argomenta - non essendo essi creature di questo mondo (si consideri la rilettura del messaggio di Cristo operata dall’apostolo Paolo), che interesse hanno costoro ad occuparsene? Apparentemente nessuno, noi diremmo. Il cristiano è straniero a questo mondo - al quale non appartiene. Questo è quanto sostiene l’apostolo Paolo, appunto, il quale definisce l’identità del cristiano intendendola paradossalmente come sorta di non-identità; come a voler dire che l’importante per un cristiano deve essere non sbilanciarsi mai troppo e oscillare tra potere temporale e potere spirituale stando sempre attenti, però, a tenere i piedi su due staffe: di modo che quando viene meno l’una, c’è sempre l’altra su cui riporre le proprie speranze. È da cristiani, insomma, star sempre dalla parte dei poteri più forti - lo stesso Riformatore, Lutero, è stato accusato di concussione con i potenti dai cosiddetti “settari”, su tutti dal rivoluzionario Thomas Muntzer. Proprio questa, oltretutto, è stata la grande accusa mossa da un po’ tutti gli eretici, a partire dagli gnostici. In sostanza, gli eretici andrebbero considerati dei credenti fuori dal comune e proprio per questo molto più intransigenti della norma. E il loro apporto al mantenimento imperterrito dell’intera cristianità, ribadiamo, è stato assolutamente decisivo.
Vangelo di Maria

Suggestivo in questo Vangelo è il racconto dell’avventurosa trasmigrazione dell’anima. Durante il proprio tragitto d’ascesa fino all’Altissimo, essa si trova a dover affrontare delle potenze ostili, che la mettono a dura prova. Su tutte la quarta potenza, che si compone delle sette potenze dell’ira: l’ignoranza, l’oscurità, la bramosia, l’emozione della morte, il regno della carne, la stolta saggezza della carne, la stizzosa sapienza. Purtroppo la narrazione procede in maniera dissestata poiché il testo ci è pervenuto con ampi rimaneggiamenti. Riportiamo qui di seguito un’affermazione che Maria attribuisce a Gesù:

«Per questo vi ammalate e morite, perché voi amate ciò che è ingannevole, ciò che vi ingannerà. Chi può comprendere, comprenda» [10].

Perciò noi viviamo e periamo nell’effimero. Dunque è un po’ come se la morte fosse per ciascun cristiano il risveglio da un lungo sogno durato una vita intera. A tal proposito, ci sembra sufficientemente ragionevole azzardare l’ipotesi di una condizione di fallacia che domina l’esistenza del cristiano. Proprio in virtù di tale fallacia si può ragionevolmente parlare di una sorta di “velleitarismo” cristiano. Nella fattispecie si dice così l’atteggiamento di rassegnata e tacita obbedienza proprio di ciascun cristiano, che ritiene ogni suo operare al di fuori della fede del tutto vano. A dire il vero, questa è l’essenza della teologia luterana che non fa il benché minimo assegnamento sulle buone opere, in quanto la Salvezza del cristiano dipende unicamente dalla sua fede. In quest’ottica luterana, il cristiano deve essere timoroso del Padre Celeste e sentirsi come un “moscerino” nelle mani di Dio. Perciò questi si rimette alla grazia dell’Onnipotente, sinceramente contrito per i peccati commessi, poiché talmente oppresso dal peso schiacciante del Dio-Onniscente. Riallacciandoci al testo, Maria riporta la seguente asserzione del Salvatore:

«…Il Figlio dell’uomo è infatti dentro di voi. Seguitelo! Chi lo cerca lo trova (…) Andate, dunque, e predicate il Vangelo del Regno. Non ho emanato alcun precetto all’infuori di quello che vi ho stabilito. Né vi ho dato alcuna legge come un legislatore, affinché non avvenga che siate da essa costretti (…)» [11].

La costrizione è estranea al cristiano. Ognuno è libero di scegliere autonomamente quel che ritiene più opportuno credere. Gesù non vuole essere confuso con il legislatore che implica il promulgamento e il rispetto di determinate leggi da lui stesso emanate. Il compito di Cristo è semplicemente quello di farsi testimone della Verità, che va soltanto annunziata, predicata e rivelata. Il suo unico precetto, per così dire, è quello di amare il prossimo e di porgere l’altra guancia rendendo bene per male, poco importa.
La particolarità senz’altro più straordinaria di questo Vangelo è l’autrice, ossia una femmina. Ciò sta ad indicare l’ampiezza di vedute dello Gnosticismo, la cui vena eterodossa è tale da rovesciare degli autentici “luoghi comuni” sviluppati nel dogma ortodosso, intendendo con essi tutti quelli che interpretano “alla lettera” i Testi Sacri del canone cristiano e risalenti alla scuola d’Antiochia. L’esegetica gnostica risale, invece, alla scuola d’Alessandria interpretante la Sacra Scrittura in forma platonica, vale a dire “al di là della lettera”, dunque in chiave allegorica. Si pensi a Simon Mago, “illuminato” rappresentante dello Gnosticismo, che era solito andare in giro con una certa Elena - ovvero una prostituta - spacciandola per l’incarnazione della spiritualità divina in Terra e dunque in “lieve” controtendenza con la visione dataci nella Genesi della donna, cagione d’ogni male per l’intero genere umano.
La Maria autrice di questo Vangelo è con tutta probabilità la Maddalena considerata, in alcuni Vangeli non ortodossi, la compagna di Gesù. Nel testo, inoltre, vi è un episodio estremamente significativo in cui l’apostolo Levi intercede a favore di Maria, verbalmente aggredita dall’apostolo Pietro - lo stesso che verrà poi elevato a rango di custode della Santa Romana Chiesa. Dalle testimonianze di alcuni gnostici, come il già citato Simon Mago, la femmina in realtà sembrerebbe venire rappresentata come sorta di ponte teso incontro alla divinità. L’apice di questo anti-femminismo gettato dall’apostolo Pietro è stato toccato con i tristemente celebri roghi innalzati in mezz’Europa nel Medioevo per bruciare, il più delle volte senz’alcuna prova a loro discapito, delle giovinette innocenti oppure delle vecchie farneticanti. Tutto ciò, naturalmente, con il beneplacito dell’ignorante popolino acclamante i “molto presunti” giudici di Dio, ciechi e devoti discepoli dell’irruente apostolo Pietro. Ma veniamo alla narrazione stessa dell’episodio:

Levi replicò a Pietro dicendo: «Tu sei sempre irruente, Pietro! Ora io vedo che ti scagli contro la donna come (fanno) gli avversari. Se il Salvatore l’ha resa degna, chi sei tu che la respingi? Non v’è dubbio, il Salvatore la conosce bene. Per questo amava più lei di noi. Dobbiamo piuttosto vergognarci, rivestirci dell’uomo perfetto, formarci come egli ci ha ordinato, e annunziare il Vangelo senza emanare né un ulteriore comandamento, né un ulteriore legge, all’infuori di quanto ci disse il Salvatore». Quando Levi ebbe detto ciò, essi presero ad andare per annunziare e predicare [12].

Oltre a ciò che abbiamo sopra detto, in questo spezzone Levi predica un ritorno al messaggio originario di Cristo. A noi posteri non può non venire in mente ancora una volta il buon Lutero, anch’egli richiamante un esplicito ritorno alle Sacre Scritture. Appare sconcertante come il decreto ereditatoci dal Nazzareno di non emanare né un ulteriore comandamento, né un ulteriore legge sia stato del tutto disatteso dalla curia romana. Si figurino le innumerevoli bolle papali e i vari decreti rilasciati dai numerosi concili di cui si perde il conto - tanti ve ne sono stati -, assolutamente inattendibili in quanto scritti da degli uomini-peccatori, dunque fallibili, e proprio per ciò privi dell’originaria ispirazione divina delle Sacre Scritture, diversamente infallibili. Questo è quel che più dovrebbe farci riflettere senz’altro sul travisamento operato da molti dei suoi seguaci dell’autentico messaggio di colui che Nietzsche definì giovane ebreo. Chissà che forse non abbia ragione il succitato filosofo tedesco a sostenere che il Cristianesimo delle origini, vale a dire l’insegnamento originario del suo fondatore, sia stato mistificato da alcuni suoi discepoli: su tutti gli apostoli Paolo e - aggiungeremmo noi, alla luce di questo Vangelo di Maria - anche Pietro…

Vangelo di Verità

Molto presumibilmente questo Vangelo è opera del vescovo Valentino, il quale per poco non divenne papa. Infatti questi venne battuto proprio all’ultimo dal vescovo Aniceto. Secondo la concezione valentiniana si possono raggruppare le persone entro tre gruppi: ilici, coloro i quali conducono una vita nella più imperfetta ignoranza e quindi sono molto simili a delle bestie, e per cui la Salvezza è un traguardo pressoché irraggiungibile; psichici, coloro i quali invece essendo dotati di libero arbitrio hanno raggiunto un minimo livello di comprensione della Rivelazione divina, ciononostante sono in bilico tra il credere e il non credere, la loro Salvezza è tutta nelle loro mani; pneumatici, coloro i quali hanno raggiunto la pienezza della comprensione degli Eoni (particelle conoscitive emanate dal Pleroma, che è la pienezza primigenia del Padre da cui essi sono stati promanati): la Sofia, Sapienza è stata il primo Eone a venire al Mondo. Infine il Logos, cioè Gesù, il quale ha saputo squarciare il velo Maya delle apparenze di questo illusorio Mondo per liberare l’umanità dalla schiavitù ottenebrante dell’ignoranza, rivelando così la luce della conoscenza divina. Quest’ultima prende il nome di gnosi, vale a dire la conoscenza mistica del Padre che risiede in ogni singola particella del Creato. Lasciamo parlare il testo:

L’ignoranza del Padre fu sorgente di angoscia e di paura. L’angoscia si è condensata come una caligine, sicché nessuno ha potuto vedere. Perciò l’errore si è affermato: ignorando la verità, ha elaborato la sua materia nel vuoto. Si industriò a formare una creatura sforzandosi di ancorare nella bellezza l’equivalente della verità [13].

Come disse un famoso poeta romantico inglese: “La verità è bellezza, la bellezza è verità”. È nostra intenzione rielaborare tale sublime intuizione poetica in chiave, però, gnostica. Ossia Cristo è al contempo Verità e Bellezza. In lui si concretizza la Rivelazione del Padre celeste. La verità-bellezza del Figlio diviene, perciò, conoscibile e cosicché alla portata di tutti coloro i quali vogliono colmarsi nella sua pienezza rinfrescante, che ridona serenità ai cuori angosciati dall’ignoranza obliante. Nel testo si riporta:

L’oblio, infatti, pervenne all’esistenza perché non conoscevano il Padre: dal momento, dunque, in cui conoscono il Padre, l’oblio non sarà più [14].

Il Dio Sconosciuto si rivela, secondo Valentino, attraverso gli Eoni. Essi dopo essere caduti sulla Terra si sono dispersi in singole particelle conoscitive. Questa concezione valentiniana ci richiama in mente il mito dell’oscuro dio greco Dioniso Zagreo. Questi, secondo il mito, dopo innumerevoli metamorfosi tentate per scongiurare la cattura, viene prima scovato dopodichè fatto a pezzi dai Titani, i quali ne disperdono poi i brandelli ovunque. Ciò a testimonianza della commistione nel Cristianesimo primitivo di alcuni elementi mitologici riconducibili alla tradizione ellenica. Proseguiamo nella lettura del testo:

Colui, infatti, che non conosce è nel bisogno; e ciò di cui ha bisogno è grande, giacché ha bisogno di ciò che lo rende perfetto [15].

L’uomo, dunque, è bisognoso di conoscere. Egli necessita di rapportarsi con Dio ed ha, perciò, bisogno di discernerne la natura veritiera; liberandosi così dalle proprie afflizioni in modo da cogliere quel barlume divino rilucente negli Eoni, che rappresentano il suo tramite con la divinità. In essi, infatti, zampilla rigogliosa la sorgente di pienezza del Padre. Chi s’immergerà in essa raggiungerà così l’unità con il molteplice e:

Nell’unità ognuno ritroverà se stesso. Nell’unità, per mezzo della conoscenza, egli purificherà se stesso dalla molteplicità; come una fiamma, divorerà in se stesso la materia: l’oscurità per mezzo della luce, la morte per mezzo della vita [16].

Dalla purificazione del molteplice si ottiene l’unificazione della conoscenza. Essendo l’errore la manifestazione più sconcertante del vuoto che tutti ci avvolge, esso consiste in nulla; come rimedio a ciò, vi è la conoscenza rivelata del Padre, appunto, che colma ogni margine d’errore, cioè di nullità. L’errore ricopre la superficie effimera delle cose. Perciò occorre rivestirsi dell’uomo perfetto, usando un’immagine evocata dall’apostolo Levi nel Vangelo di Maria, e rifugiarci in Dio che è, invece, riparatore d’ogni errore in quanto ripieno di perfezione. In estrema sintesi, Dio è Volontà! Infatti:

Nella volontà il Padre si riposa, e si compiace. Nulla avviene senza di lui, nulla accade senza la volontà del Padre. Ma la sua volontà è imperscrutabile. La sua orma è la sua volontà, ma nessuno la può conoscere, ne è possibile scrutarla per comprenderla. Ma quando egli vuole, avviene quanto egli vuole; anche se la vista di ciò non piace loro affatto; davanti a Dio questa è la volontà del Padre [17].

Vangelo di Filippo

Per entrare nella giusta ottica di questo Vangelo, ne riportiamo un pezzo davvero emblematico:

Quelli che seminano d’inverno raccolgono d’estate: l’inverno è il mondo, l’estate è l’altro eone. Seminiamo in questo mondo per poter raccogliere nell’estate [18].

A quanto pare occorre gettare la semina in questo mondo terreno, per poter poi raccoglierne i frutti nel mondo celeste. L’estate sta a simboleggiare il mondo laddove il Sole della conoscenza splende imperituro rischiarando il volto degli uomini savi, la cui fede nell’Onnipotente li condurrà verso la Salvezza ultraterrena. Secondo Filippo la verità è unità nella molteplicità e a tal proposito afferma:

Ma la verità addusse nel mondo dei nomi, poiché è impossibile insegnarla senza nomi. La verità è una unità, ma è anche molteplicità per noi, affinché impariamo tale unità nella molteplicità [19].

Addurre dei nomi è indispensabile alla verità per divenire manifesta, cioè di pubblico dominio. Ossia la verità va alfabetizzata attraverso l’inestimabile dono del Verbo incarnatosi nel Figlio, il quale per mezzo delle proprie “parabole” espresse la volontà irrefrenabile del Padre. In aggiunta vi è una temeraria affermazione molto interessante:

C’è chi dice: «Maria ha concepito per opera dello Spirito Santo». Sbagliano. Non sanno quello che affermano. Quando mai una donna ha concepito per opera di una donna? [20].

Dunque lo Spirito Santo è femmina. Proprio qui, a nostro avviso, possiamo rintracciare la vera eterodossia degli gnostici. Ossia l’incredibile valenza che essi assegnano alla femmina. Eva ha sì offerto la mela ad Adamo, però, questi non si è fatto alcuno scrupolo a mangiarla senza minimamente riflettere sulla conseguenza sciagurata della sua azione. Ciò vuol dire che essi sono entrambi colpevoli. Perciò ecco qui che la forte valenza negativa della donna, fornitaci da una certa ortodossia largamente prevalente, decade almeno in parte. D’altronde se la Maddalena è stata effettivamente la prediletta del Messia una ragione dovrà pur esserci. Secondo noi proprio la sua ammissione di colpa, le ha permesso di entrare nelle grazie del Salvatore. L’impurità della carne è una conseguenza inevitabile dell’imperfezione costitutiva dell’uomo. Quindi il fatto è che: la natura umana è impossibilitata a rimanere pura nella carne, poiché il corpo è corruttibile ed è plasmato nell’errore, bensì la vera purezza risiede proprio nello spirito. Proprio perché ha molto peccato, molto le sarà perdonato; dice Gesù riferendosi a Maria. Ecco che involontariamente ritorniamo a Lutero: solo passando attraverso una sincera e attiva contrizione si può essere perdonati. Le opere da sole non bastano. Esse, infatti, sono consequenziali, e cioè: in virtù della propria contrizione si compiono nobili gesta per riscattarsi dai precedenti peccati commessi. Le une, le opere, dipendono dall’altra, la contrizione; ma non viceversa. I santi non hanno alcun fondamento nelle Sacre Scritture e dunque sono una mera invenzione del clero per avvicinare le persone all’esempio, altresì, inavvicinabile di Cristo. La condotta impeccabile è soltanto ipocrisia, come insegna Cristo.
«Colui che non mangia la mia carne e beve il mio sangue non avrà in sé la vita». Che cosa significa? La sua carne è il Logos, e il suo sangue è lo Spirito Santo. Colui che ha ricevuto questo ha cibo, bevanda, e vestito [21].

Se lo Spirito Santo è femmina, come abbiamo già detto, il Logos invece è maschio o meglio ancora il Verbo fattosi Carne, vale a dire Gesù. Se Cristo è stato un uomo, come vi è stato ampiamente documentato, tale deve esserlo stato a trecentosessanta gradi. Ossia deve esser stato dominato, come tutti del resto, dalle stesse pulsioni che caratterizzano ciascun uomo, tra cui la concupiscenza. E non è da escludere, perciò, che questi abbia concupito effettivamente con Maria, la sua discepola prediletta. Tale concezione - mettendo da parte una certa quanto meno “discutibile” ortodossia - non sembrerebbe poi tanto assurda, semmai scomoda per alcuni. Tuttavia non è nostro intento gettare benzina sul fuoco. Altri lo hanno fatto e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Leggendo il Vangelo di Filippo s’incontrano ripetutamente delle forze nemiche rappresentate dagli Arconti, i quali si frappongono agli Eoni tentando in tutti i modi di disturbare la loro opera di chiarificazione dei cuori turbati degli uomini e di conquistarli alla vera fede. Generare significa creare per la prima volta. Il generare ha una funzione decisamente più radicale del semplice creare. Perciò un solo uomo è stato generato, tutti gli altri sono stati creati. E costui è il Cristo vivente. Seguitando citiamo alla lettera il testo:

La fede riceve, l’amore dà. Nessuno può ricevere senza la fede. Nessuno può dare senza l’amore. Per questo, appunto, crediamo, per ricevere veramente; è così che possiamo amare e dare, giacché se uno non dà per amore, non trae profitto da ciò che dà [22].

L’inscindibilità tra fede e amore viene qui pronunciata in tutta la sua deflagrante potenza. Il dare, a quanto pare, è sinonimo d’amare. Dunque più si dà e più vuol dire che si ama. La caratteristica che fa del cristiano un’autentica “forza della natura” è proprio la sua incrollabile fede nell’amore verso il prossimo. Infatti rispondere ad un affronto con un altro affronto è sin troppo facile. Mentre molto più difficile è rispondere ad un affronto con un “atto di amore”, poiché così si disarma letteralmente chi ha commesso l’affronto. Alla violenza non si deve rispondere con altrettanta violenza. La funzione dell’amare il prossimo attuata dal cristiano serve giusto per placare questo altrimenti inarrestabile “circolo vizioso”. Infatti:

Se dici: «Sono ebreo», nessuno si commuove; se dici: «Sono romano», nessuno trema; se dici: «Sono greco, barbaro, schiavo, libero», nessuno si agita. Se dici: «Sono cristiano», trema il mondo. Riceva io questo segno che gli arconti non possono sopportare, allorché odono il suo nome [23].

Basti pensare all’edificio dell’Impero Romano sbriciolatosi miseramente grazie all’azione non-violenta di coraggiosi martiri, i quali - invece di rendere pan per focaccia - combatterono l’odio dei loro persecutori con l’amore che tutto comprende, parafrasando un’espressione tanto cara all’apostolo Paolo. Inoltre vi è una magnifica metafora di Gesù come tintore, che vorremmo commentare:

Il Signore entrò nella tintoria di Levi, prese settantadue colori, lì gettò nel calderone e lì ritrasse tutti bianchi e disse: «Il Figlio dell’uomo è giunto invero come un tintore» [24].

Compito di Cristo è stato quello, fra gli altri, di riportare il colore nelle esistenze altrimenti opache degli uomini. E il colore più neutro di tutti è il bianco-purificatore! D’altronde anche nella concezione platonica i colori qualificavano dei “valori spirituali”. Per giunta da sempre il colore rappresenta nell’immaginario collettivo la speranza che tutto ingloba a sé. Infatti le tre virtù teologali sono in ordine crescente, cioè da quella meno a quella più importante: la fede, l’amore e, soprattutto, la speranza. In fin dei conti una fede così come un amore senza speranza sarebbero del tutto vani, poiché tutto spera la speranza. Il testo, poi, prosegue:

In questo mondo c’è del buono e c’è del cattivo: il suo buono, non è buono, e il suo cattivo non è cattivo. Ma, dopo questo mondo, c’è qualcosa di veramente cattivo, ed è il luogo di mezzo. Esso è la morte [25].

La morte è il “terrificante” luogo di mezzo. Ossia: l’oblio vertiginoso che tutto fa sprofondare, il nulla eterno che tutto inghiotte, la disperazione angosciante che annichilisce ogni speranza. E chi non ha mai sperato è come se non avesse mai vissuto. La speranza costituisce il “tessuto connettivo” del quale si compone la fede. Il messaggio di questo Vangelo è essenzialmente di carattere ermetico. Infatti, per l’autore di questo ricchissimo testo, la Verità è un fittissimo reticolato di “segni” solo apparentemente indecifrabili, che possono venire colti nell’intricata foresta dei simboli e delle immagini solo attraverso il loro baluginante scintillio, che ci svela orizzonti inesplorati dando un autentico significato alle nostre altrimenti scialbe e insignificanti esistenze. Impreziosiamo la nostra osservazione con la frase-chiave che può volendo racchiudere l’intero testo:

La verità non è venuta nuda in questo mondo, ma in simboli e in immagini (…) [26].






[1] Vangeli gnostici, a cura di Luigi Moraldi, Adelphi Edizioni, Milano, 2005, cit. pp. 15.
[2] Idem nota uno, cit. pp. 5.
[3] Idem nota due, cit. pp. 5.
[4] Idem nota tre, cit. pp. 8.
[5]Idem nota quattro, cit. pp. 13.
[6] Idem alla nota cinque, cit. pp. 14.
[7] Idem nota sei, cit. pp. 17.
[8] Idem alla nota sette, cit. pp. 20.
[9] Il contratto sociale, J.J. Rousseau, a cura di Maria Garin, Editori Laterza, Bari, 2003, cit. pp. 201.
[10] Idem alla nota otto, cit. pp. 23.
[11] Idem alla nota dieci, cit. pp. 24.
[12] Idem alla nota undici, cit. pp. 26.
[13] Idem nota dodici, cit. pp. 29.
[14] Idem nota tredici, cit. pp. 30.
[15] Idem alla nota quattordici, cit. pp. 32.
[16] Idem alla nota quindici, cit. pp. 84.
[17] Idem alla nota sedici, cit. pp. 42.
[18] Idem alla nota diciassette, cit. pp. 50.
[19] Idem alla nota diciotto, cit. pp. 51.
[20] Idem alla nota diciannove, cit. pp. 52.
[21] Idem alla nota venti, cit. pp. 53.
[22] Idem nota ventuno, cit. pp. 57.
[23] Idem alla nota ventidue, cit. pp. 57-58.
[24] Idem alla nota ventitre, cit. pp. 58.
[25] Idem alla nota ventiquattro, cit. pp. 60.
[26] Idem alla nota venticinque, cit. pp. 61.

I sei principi-chiave del realismo politico

di Marco Apolloni

Lo studioso tedesco Max Weber fu il primo a parlare di un'etica della responsabilità e lo fece nel suo noto saggio intitolato La politica come professione (1919) in cui egli affermò che non ci poteva essere un'etica che non calcolava gli effetti e agiva pertanto di conseguenza. Diversamente lo studioso americano Hans Morgenthau invitò più ad una sorta di prudenza smisurata, poiché secondo lui gli effetti restavano difficilmente immaginabili tanto meno calcolabili. Il numero dei fattori d'imprevedibilità era talmente alto che non si potevano prevedere a medio-lungo termine gli effetti che si potevano verificare. Ossia, in definitiva, le previsioni politiche risultano un po' come le previsioni meteo: possono avere un raggio di previsione solo a breve termine – ammesso, poi, che ce l'abbiano. Dunque la geopolitica – disciplina che intende fare delle lucide e ponderate analisi politiche – non può avere anch'essa alcun carattere predittivo! Bensì essa si avvale di analisi puntuali, precise e determinate. Ragionare in termini geopolitici significa quindi escludere ogni forma d'ideologia ed, inoltre, escludere anche le spiegazioni mono-causali – come ad esempio: è vero che l'energia è una delle più importanti poste in gioco nel dibattito geopolitico odierno, pur tuttavia non è la sola, come sono convinti invece i mono-causalisti!
Secondo Morgenthau, nel suo saggio-manifesto del realismo politico intitolato Politica tra le nazioni, si possono rintracciare due diverse scuole di pensiero politico, che si sono scontrate e combattute fra di loro nel corso della storia. L'una profondamente convinta dell'ottimismo antropologico della natura umana e che esistono giusto sporadici gruppi di individui malvagi, i quali ostacolano la proliferazione della pace nel mondo. Questa corrente viene detta “idealista”. Essa ritiene, tra le altre cose, che vi siano leggi astratte universalmente valide, che favoriscono il perseguimento dei suoi nobili scopi di armonia cosmica. L'altra scuola invece è più scettica sulla natura umana ed è convinta appunto che il mondo sia sostanzialmente il prodotto dell'irrazionalità umana. Quest'ultima si prefigge come scopo di ripristinare nell'uomo, se non altro, un briciolo di assennatezza. Essa viene detta “realista”. Il suo scopo – non meno nobile di quello dell'altra scuola – intende perseguire il male minore, preferendolo di gran lunga al bene assoluto, che sa pressoché irrealizzabile. Qui di seguito elenchiamo, spiegandoli singolarmente, i sei principi-chiave del realismo politico...
1) La scuola realistica ritiene essenziale distinguere tra verità e opinione in materia politica, poiché ha la convinzione che, conoscendo la natura umana per quel che è realmente, si possano pertanto scovare delle leggi oggettive che la regolino. Conscio del fatto che la natura umana è pressoché rimasta immutata nel corso dei millenni, allora il realista è convinto che una teoria già in uso presso gli antichi non sia da considerarsi necessariamente superata. Ossia il realista non ha la benché minima presunzione di ritenere la modernità migliore del passato, anzi semmai è più persuaso del contrario. Difatti una teoria ancora oggi valida ed efficace per un realista è quella del balance of power, ovvero dell'equilibrio di potenza! Inoltre il realista è a conoscenza di un nesso causale esistente tra le scelte politiche di uno statista e le sue prevedibili conseguenze. Da tale schema il realista ne deduce quelli che potrebbero essere gli obiettivi intenzionalmente perseguiti dal suddetto statista – ammesso che costui sia una persona razionale, dunque capace di scegliere razionalmente. È proprio da questo tentativo di comprensione razionale, che si fondano le pretese del realista di ottenere una teoria generale, sia della politica estera che interna, il più plausibile possibile...
2) Chiodo fisso del realismo politico “è il concetto d'interesse definito in termini di potere”. Sia in politica estera che in politica interna ciascuna scelta dello statista sarebbe incomprensibile e, sopratutto, invisibile se non la si osservasse con la lente d'ingrandimento della potenza da questi volontariamente perseguita. Spesso e volentieri nelle scelte di un uomo politico ci si lascia ingannare da due effimere ragioni: dalle motivazioni e dalle preferenze ideologiche; ragioni queste, per un realista, del tutto secondarie e inefficaci se si vuol perseguire una buona politica, sia entro che fuori dei propri confini nazionali. Se pensiamo alle buone intenzioni insite in molti decisori politici nel corso della storia, non possiamo non tenere conto degli incalcolabili disastri da ciò derivati. Si pensi allo statista inglese Neville Chamberlain e alla sua lodevole politica di appeasement, nonostante le buone intenzioni dell'uomo la sua politica fu all'origine della catastrofe umana qual è stata la seconda guerra mondiale. Diversamente si pensi ad una figura molto più ambiziosa e – in un certo senso – anche più cinica, come l'altro statista inglese Winston Churchill. I suoi calcoli meramente razionali portarono a delle scelte politiche coraggiose e di maggiore levatura morale in politica estera, che fecero uscire vittoriosa l'Inghilterra dalla battaglia all'ultimo sangue contro il Terzo Reich nazista. D'altronde Marx ci vide giusto quando disse: “La strada per l'inferno è lastricata di buoni intenzioni”... Oppure si pensi ad un uomo moralmente ineccepibile, la cui virtuosità è tristemente passata alla storia, quale Robespierre. Le sue stesse virtù lo portarono a tagliar teste a tutti coloro che non gli erano pari, finanche a perderci la testa lui stesso – da ciò si è originata la seguente distinzione: le democrazie non tagliano le teste, semmai le contano... Questo per dire, in sostanza, come l'etica non sempre riesce a prevenire una cattiva politica, anzi talvolta n'è la causa scatenante. Perciò ecco qua che occorre rivendicare l'autonomia decisionale della politica e finalmente staccarla dall'etica, la cui sfera d'azione non può né deve più ingerire deliberatamente. Facendo con ciò tesoro del prezioso insegnamento del Presidente americano Abramo Lincoln, il quale per primo distinse il “dovere ufficiale” dai “desideri personali”, cioè il desiderabile dal possibile, ponendo maggiormente l'accento su quest'ultimo, per poi magari impegnarsi a fondo nell'inseguire la chimera del desiderio visceralmente connaturata a qualunque uomo. Per quel che riguarda invece le preferenze ideologiche bisogna assolutamente rifuggire dall'approccio demonologico. Evitando pertanto l'approccio banalmente semplicistico e perlopiù fallimentare avuto dall'America nei confronti del suo nemico storico, l'Unione Sovietica. Invece di fermarsi a comprendere a fondo le leve, intrinsecamente connaturate e capaci di dare una giustificazione alle decisioni del regime sovietico, i decisori americani con il maccartismo ritornarono ai tempi del Medio Evo e della caccia alle streghe – dove riduttivamente si credeva possibile estirpare alla radice il problema smascherando quale fosse la “fonte del male”. Peccato che così non è mai stato, prova ne fu il fatto che se non fosse stato per l'auto-implosione della superpotenza sovietica – l'unico impero ad essere collassato per cause naturali – ancora oggi staremo qui a vivere in prima persona la guerra fredda... Infine Morgenthau sostiene che la differenza che intercorre tra la politica internazionale ed una teoria razionale da essa derivata è la stessa che c'è tra una fotografia e un dipinto. Laddove la prima ritrae un qualcosa così come lo si può vedere ad occhio nudo, mentre il secondo cerca invece di scovare l'essenza che si cela in una determinata cosa. Perciò: “[...] il realismo politico vuole che la fotografia del mondo politico assomigli il più possibile al suo dipinto [...]”.
3) Avere interessi coincidenti è il principio regolante e determinante la concordia universale degli stati. Come ha mirabilmente stabilito Tucidide “l'identità d'interessi è il più sicuro legame tanto tra gli stati che tra gli individui”. Definizione questa poi ripresa e integrata da uomini del calibro di: Salisbury, George Washington, Max Weber. Interesse naturalmente definito – come vogliono i realisti – in termini di potere e del resto cos'è il potere se non quel preciso vincolo che sancisce, in una democrazia oppure in una dittatura, il dominio dell'uomo sull'uomo, scongiurando quindi pericolosi stati d'anarchia generale. Non a caso l'equilibrio di potere – come ben sapevano gli autori del Federalista (Hamilton, Madison, Jay) – è stato il principio fondativo che ha permesso e permette tutt'oggi ad una nazione variegata come gli Stati Uniti di far coesistere pacificamente diverse realtà statali, senza inutili spargimenti di sangue dovuti a sciagurate guerre intestine, che hanno invece dilaniato e percorso ininterrottamente la storia millenaria europea. Il realista è nemico dell'astrattismo sotto ogni forma, tuttavia il suo concreto e lucido pragmatismo non gli impedisce affatto di credere irrealizzabili determinati scenari, come ad esempio un possibile superamento del restrittivo modello odierno degli stati-nazione in entità più ampie e decisamente più consone alle insopprimibili esigenze di pacificazione universale. La ragione per cui il realista si distingue dall'idealista è unicamente nel modo in cui questi intende attuare quest'opportuno cambiamento, ovvero attraverso un concretissimo approccio diretto ed esclusivamente razionale ai problemi, mettendosi al riparo da certe improduttive derive astrattiste.
4) Il realismo politico non si rifiuta di adottare principi morali, soltanto cerca di filtrarli opportunamente, adeguandoli così alle esigenze contingenti, senza mai dimenticarsi un po' di sana prudenza. Difatti Morgenthau afferma: “L'etica astratta giudica un'azione in base alla sua conformità alla legge morale; l'etica politica giudica un'azione in base alle sue conseguenze politiche.”!
5) Il realista tenta in tutti i modi di scongiurare il “complesso del messia”, ovvero di giustificare i propri disegni e fini politici in un'ottica di benevolenza divina. Evitando i vaneggianti toni “da crociata” del tipo: se Dio è con me, chi può essermi contro? Distinguendo, dunque, verità e idolatria – così come si era distinto tra verità e opinione. Giustificare l'agire di un'altra nazione in termini d'interesse-potere può essere utile a rispettarne le decisioni politiche, in quanto stato tra gli stati che adotti una politica specifica, atta ad incrementare la sua potenza e il suo prestigio internazionale...
6) Infine, il realismo politico intende sancire l'autonomia della sfera politica dall'interferenza o ingerenza di altre sfere quali: l'economia, la giurisprudenza, la morale, eccetera... Infatti Morgenthau ci fornisce una definizione dettagliata del realista: “Egli ragiona in termini d'interesse definito come potere, come l'economista pensa in termini d'interesse definito come ricchezza, il giurista in termini di conformità delle azioni alle norme giuridiche, il moralista in termini di conformità delle azioni a principi morali.”! Il realista è dunque nemico di un approccio legalista ai problemi di politica estera – che gli impedisce di fare strappi alle proprie leggi – pur non essendo contro il diritto internazionale; sia come ad un approccio moralistico – che non sa scendere a compromessi con la logica del male minore – pur non essendo contro la morale stabilita; sia come ad un approccio economicista – che non riesce a vedere oltre i propri biechi interessi materiali – pur non essendo contro l'economia. Sfortunatamente troppe volte queste infauste ingerenze, nel corso della storia della politica estera degli stati, hanno prodotto nientemeno che catastrofi del tutto evitabili, ma che sono dipese da una voluta e cocciuta cecità auto-imposta dai singoli stati, che si sono così comportati come una persona che pur godendo del beneficio della vista decide coscientemente di bendarsi entrambi gli occhi, pur di non vedere più quel che gli sta accadendo intorno. Il realismo rifugge dalle esemplificazioni mono-causali, imperniate sulla logica ristretta della sola causa, bensì si prefigura come una teoria olistica, che tiene conto di tutte le dimensioni proprie dell'uomo: politiche, economiche, morali, religiose, eccetera, senza porre tuttavia l'accento su nessuna in particolare, bensì su tutte in generale... Ritornando al realismo polito, esso non traveste la politica cercando di darle a tutti i costi delle parvenze economiche, legali, morali, religiose, che in verità essa non ha affatto. Piuttosto si limita a presentarla così com'è realmente: sì impresentabile, però indispensabile per chiunque. In definitiva, per dirlo con il “sommo” Aristotele: l'uomo è prima di tutto un “animale politico”...

16.1.07

Guerre irachene

di Marco Apolloni

Dopo il successo della trilogia Guerre Stellari la premiata ditta “Bush senior & Bush junior” è lieta di presentarvi il successone megagalattico: Guerre irachene! I primi due episodi sono già andati in onda nelle principali emittenti televisive mondiali – su tutte Al Jazeera, che ne ha avuto l'esclusiva, insieme ai video (degni almeno di una nomination ai prossimi Mtv Music Awards) del redivivo “sceicco del terrore”. Assoluta segretezza pare vi sia invece sul terzo ed ultimo episodio di questa nuova saga intergalattica, che dovrebbe sciogliere finalmente gli interrogativi lasciati irrisolti dal secondo episodio. Non si sa ancora di preciso quando verrà girato, anche se trapelano già le prime indiscrezioni. Il titolo provvisorio è Il conflitto finale ed ha per sottotitolo Il trionfo della democrazia. Alcuni vociferano che il regista prescelto – non ci crederete – sia proprio lui: Mel Gibson. Pare che questi, dopo aver sbancato i botteghini di tutto il mondo con splatters in lingua originale quali The Passion e Apocalypto, anche in questa nuova pellicola avrà modo di cimentarsi nella sua specialità preferita, ovvero: la pornografia della violenza, roba che farebbe impallidire persino il “divin marchese”. La pornostar Cicciolina e il grande cineasta nostrano Tinto Brass hanno già protestato, minacciando il boicottaggio della prossima pellicola di Gibson se questa conterrà un solo contenuto violento. L'attrice ha inoltre aggiunto che intraprenderà – sulla scia dell'onorevole Marco Pannella – uno sciopero particolare cosiddetto: “sciopero della carne (dei volatili)”!
Com'è lecito attendersi, il film sarà girato esclusivamente in iracheno stretto e sarà commentato dalle tre voci fuori campo della Gialappa' s Band, che tradurranno grosso modo i profondissimi dialoghi, degni di capolavori intramontabili della filmografia come Via col vento – ma temiamo che il picco emotivo raggiunto dalla battuta finale “domani è un altro giorno” non verrà qui minimamente insidiato. C'è chi dice inoltre che Saddam risorgerà a furor di popolo in perfetto stile Beautiful – solo in questa soap, oltre alla Bibbia naturalmente, vengono fatti risorgere i morti –, dopo le proteste di alcune “casalingue” inviperite e fin troppo deluse dall'uscita di scena violenta del raìs, che queste reputavano il loro beniamino e il cui carisma veniva ritenuto quindi insostituibile – un po' come quello di Ridge Forrester...
In internet circolano già alcuni spezzoni del trailer originale. Su questo presunto trailer si vedono missili pseudo-deficienti, di nuovissima generazione, mentre colpiscono con la solita perizia chirurgica un gregge di pecore pascolanti, scambiato per un gruppo di terroristi camuffati, compiendo pertanto una truculenta strage di innocenti: le pecore, appunto! Peccato che il filmato – non si sa se fasullo o meno – duri appena sessanta secondi e non lasci trapelare altro. Riusciranno dunque i nostri eroi-marines (versione hi-tech dei “cavalieri jedi”) a radere al suolo, per l'ennesima volta, l'esotica Baghdad e ad abbattere nuovamente la statua di un resuscitato Saddam Hussein? Ai posteri l'ardua sentenza... Prossimamente sulle televisioni di tutto il mondo potrete vedere la resa dei conti finale : Guerre irachene – Episodio tre!
Parafrasando il titolo di un celebre film, interpretato dalla fenomenale accoppiata Benigni-Troisi: Non ci resta che piangere! Una volta ancora la realtà ha di gran lunga superato la finzione. Finora ho voluto farci sopra una risata, ma su questa seconda “sporca” guerra in Iraq, a dire il vero, c'è ben poco da ridere. Oramai infatti, cifre alla mano, siamo sulla buona strada per eguagliare l'altra disastrosa campagna militare americana di sempre: quel Viet(fottuto)Nam!
Che questa guerra non fosse una Blitzkrieg l'avevamo capito più o meno tutti – tranne gli ideologi neo conservatori seduti sugli scranni della Casa Bianca. Ma che addirittura arrivasse ad insidiare il primo posto della guerra in Vietnam e si posizionasse solidamente al secondo posto nella storia delle guerre americane, questo non era neanche lontanamente ipotizzabile. E pensare che all'origine del conflitto c'erano le fantomatiche e micidiali “armi di distruzione di massa”, anche se poi è venuto fuori che si trattava solo di una “bufala mediatica” organizzata dagli anglo-americani per scalzare un dittatore oramai divenuto troppo scomodo: Saddam. Anche se, ora come ora, dovremmo piuttosto parlare della “buon'anima” di Saddam, dato che una volta di più la superiorità etica americana si è rivelata degna della Cina comunista, legando il cappio al collo all'ex dittatore iracheno trasformandolo così da “carnefice” ad “agnellino sacrificale”. Una domanda mi sorge spontanea: ma è valsa davvero la pena quest'opera di esportazione di massa della democrazia nel suolo iracheno? Cioè, è ammissibile che essa sia venuta a costare, e tuttora costi, un “prezzo di sangue” tanto alto? E poi: a che pro? Invece che avere i sunniti al governo – ovvero degli islamici moderati – ora al potere ci sono gli sciiti – ovvero degli islamici più radicali – dietro ai quali si erge mastodontica l'ombra spettrale del regime di Teheran, che è calato come una spada di Damocle sopra le teste dell'attuale amministrazione statunitense.
Il dato più allarmante resta l'ostinata testardaggine dell'attuale presidente Bush jr. che nelle sue dichiarazioni pubbliche sembra avere – purtroppo – le idee molto chiare sul da farsi: “In Vietnam perdemmo perché abbandonammo la lotta”. Della serie: gli americani non molleranno mai e poi mai l'osso, altrimenti come faranno a salvaguardare gli interessi della Nazione, tra cui i giacimenti petroliferi iracheni? Quando ci sono di mezzo gli interessi americani è sempre la solita solfa: petrolio, petrolio, petrolio. È questa la parola d'ordine. Altro che esportare la democrazia; gli americani sono andati in Iraq per importare petrolio. Basta accendere la televisione per ammirare le performance di tracotanti analisti, che – da veri seguaci di Giuda Iscariota – svendono le loro opinioni per soli trenta denari, inventandosi la solita panzana della “guerra come prolungamento della politica con altre armi” in nome di un'insipida Realpolitik. Non c'è peggior spettacolo di vedere all'opera degli intellettuali venduti: offendono quei nobili ideali per cui la cultura, con la “C” maiuscola, si batte da sempre.
A parte questo c'è ben poco da salvare della cieca strategia imperialista americana. Invece che procurar da mangiare a chi ne ha più bisogno, come le popolazioni più povere del Pianeta, gli americani piuttosto le bombardano: eliminando così il problema alla radice. Ammazzandoli da piccoli, non devono poi preoccuparsi di combatterli da grandi. Paradossi a parte, la guerra in Iraq – è sotto gli occhi di tutti – invece che nuocere alla causa dei terroristi (a proposito di caccia ai fantasmi: chi si ricorda più di quel fantasma di Bin Laden? Il suo caso meriterebbe come minimo una puntata di Chi l'ha visto?) non ha fatto altro che giovare a questi ultimi, cavalcatori del malcontento dilagante delle masse affamate, dove essi fanno più proseliti che altrove. Infatti, c'è da aver paura di chi non ha nulla da perdere. Questi sì che sono i nemici peggiori...
In definitiva, è speranza largamente diffusa che le recenti elezioni americane di mid-term abbiano fatto aprire gli occhi agli americani sulla scottante “realtà dei fatti”, e cioè che: se si vuole esportare quel bene prezioso qual è la democrazia occorre mandare avanti gli operatori di pace, da non confondersi con l'eccentrica formula dei peace-keeping, ovvero militari in piena regola – con tanto di attrezzatura bellica al seguito: fucili, bombe, giubbotti antiproiettile, eccetera – travestiti però da pacifisti. È vero che al paradossale non vi è mai fine: ma da qui a reclamizzare gli ideali della democrazia a suon di cannonate, si spera che il passo non sia poi così breve. Fermo restando, naturalmente, quei casi in cui la presenza dei militari è reputata opportuna per salvaguardare la pace in teatri d'operazione particolarmente instabili – come il Medio Oriente – ed ha pertanto il beneplacito dell'Onu: unico Organismo transnazionale che dovrebbe stabilire la legittimità di “eccezionali” conflitti bellici (come nelle “eccezioni” della Serbia di Milosevic e dell'Afghanistan dei talebani) . È ora che gli Stati Uniti smettano di soprassedere alle risoluzioni Onu e contribuiscano in maniera determinante nella loro veste di potenza egemone, a rafforzare questo organismo troppo importante per essere snobbato.

14.1.07

Shakespeare e l'omosessualizzazione dei testi

di Silvia Del Beccaro

Nato a Genova nel 1948, il comico Tullio Solenghi ha costituito in passato un trio di grande successo insieme ad Anna Marchesini e Massimo Lopez. Ha recitato sia in teatro che in televisione. Attualmente è impegnato ne "La bisbetica domata", la celebre commedia di William Shakespeare. Messo in scena da Matteo Tarasco, lo spettacolo è interpretato da una compagnia di soli uomini come accadeva ai tempi di Shakespeare: motivo in più per garantire il forte coinvolgimento comico della commedia, ma anche per riscoprire la misteriosa forza dei personaggi femminili shakespeariani, tutta la loro valenza contemporanea.

Come viene trattato il rapporto uomo-donna all’interno de “La bisbetica domata”?

Viene sicuramente rappresentato, in primo luogo, un rapporto di dominazione, che fa parte del gioco amoroso tra uomo e donna e che va dall’eros alla psiche Sicuramente è una storia d’amore, resa estrema dalla predominanza dell’uomo sulla donna. Ovviamente noi non parteggiamo per questa posizione; forse ai tempi di Shakespeare tutto ciò era più naturale, più quotidiano. Allora, però, non esistevano i movimenti femministi. Ecco perché ritengo che oggi questo atteggiamento risulti anacronistico. Allo stesso tempo, però, abbiamo voluto riproporre questo schema amoroso per aiutare a svelare “le cose dette e non-dette”, che esistono all’interno di un rapporto uomo-donna.

Lo stile di Shakespeare si basa sulla metafora in un continuo susseguirsi di immagini, che però non sono mai puro gioco ornamentale, ma la sostanza stessa del pensiero. Qual è la metafora più rilevante che compare ne “La bisbetica domata”?

È certamente quella del sogno. Nella ricostruzione dello spettacolo abbiamo tentato di recuperare l’originale “Bisbetica domata”, quell’opera shakespeariana che rientra nel ciclo delle commedie del teatro-nel-teatro. All’interno della storia si svolge un gioco, ai danni di un barbone, al quale viene fatto credere di esser divenuto un gran signore. Alla fine della vicenda, il barbone sarà risbattutto ai bordi della strada, ma alla fine gli rimarrà quello scherzo-sogno-immaginario-desiderio intrinseco di vivere al di sopra della banalità e dei lati oscuri della nostra vita quotidiana.

A parte qualche sommaria indicazione, ai tempi di Shakespeare era lo spettatore a dover immaginare o dedurre dall’azione e dalle parole del testo l’ambiente in cui la scena aveva luogo. Molti studiosi hanno sostenuto che l’assenza di scenografia positiva era sopperita dalla fervida immaginazione del pubblico elisabettiano. Lei crede che il pubblico odierno possa comportarsi allo stesso modo, ovvero possa dedurre spazio e luogo dell’azione solamente attraverso le parole del testo? O meglio, crede che gli spettatori odierni abbiano ancora la fantasia di una volta?

Penso che lo spettatore possa utilizzare la sua immaginazione se lo si mette in condizione di scatenarla. Nel caso di un regista voglia contestualizzare unìopera antica famosa sulla base dell’eco dei tempi moderni, allora la fantasia dello spettatore sarà legata. Nel nostro caso, invece, abbiamo cercato di attenerci il più possibile all’accezione di “recitare” secondo la lingua anglosassone. In inglese infatti “recitare” è tradotto in “to play”, che significa anche “giocare”. In questo modo abbiamo cercato di dare una nostra interpretazione all’opera, senza farci prevaricare dall’eco dei tempi attuali.

La scuola romantica elesse Shakespeare a modello assoluto e lo esaltava proprio perché nei suoi drammi mescolava il tragico e il comico, il serio e il ridicolo «come succede nella vita» (diceva l’autore). Lei crede che sia realmente così? Crede che la vita sia fatta della contrastata presenza fra il tragico e il comico, il serio e il ridicolo?

Assolutamente sì. Credo che il comico e il ridicolo facciano entrambi parte dell’ironia, ovvero quella lente di ingrandimento – o di rimpicciolimento – attraverso la quale poter guardare la vita e viverla senza lasciarci le penne.

La curiosità de “La bisbetica domata”, di cui è interprete, sta nel fatto che per protagonista vi sia una compagnia tutta al maschile, proprio come ai tempi di Shakespeare. Al giorno d’oggi, in particolare al nord, la compagnia più famosa composta da soli uomini è quella dei Legnanesi di Felice Musazzi. Vi sono delle sostanziali differenze, però, tra le due formazioni. La prima consiste nel fatto che essi propongono pezzi del loro repertorio personale, mentre voi portate in scena una commedia shakespeariana. Cos’altro però vi differenzia?

A prescindere dal fatto che Musazzi e i Legnanesi hanno segnato momenti importanti della mia formazione, credo sostanzialmente che differiamo per un particolare importante: loro giocano a fare la donna, mentre noi indossiamo solamente abiti femminili. Per il resto, dal punto di vista fisico, mostriamo capelli corti e recitiamo con voci maschili. Abbiamo preferito attenerci alla tradizione elisabettiana per rispetto del testo e per non farlo cadere in un travestimento. Questo è stato il primo ostacolo che abbiamo dovuto superare: cercare di non cadere in errore e di non far risultare il brano una “omosessualizzazione” dei personaggi. E nonostante gli attori siano tutti uomini, alla fine la magia di Shakespeare e le sue tematiche amorose riescono ad emergere, sempre.

Cambiando discorso, ho visto che nel suo curriculum ha debuttato in teatro nella stagione 1970- 71 con “Madre Courage” di Bertolt Brecht. Quest’anno si celebra il cinquantesimo anniversario della morte dell’autore ed al teatro Piccolo di Milano era in programma proprio “Madre Coraggio”, diretto da Robert Carsen. Vorrei sapere quanto è stato importante Brecht e quanto è stato rilevante questo spettacolo nella sua carriera artistica?

Brecht è stato fondamentale per la formazione di noi attori, nati e cresciuti in quell’epoca. Sicuramente Brecht rappresenta l’altra faccia della medaglia su cui è inciso Stanislavskij. Il primo diffondeva l’idea di un teatro “epico”, che impegnasse la mente e il cervello dello spettatore e che segnasse un distacco dal personaggio. Brecht esemplificava il suo concetto di teatro con un incidente stradale e con un passante che assisteva all’accaduto e raccontava agli altri ciò a cui aveva assistito. Brecht dunque parla di raccontare non di rifare o immedesimarsi. Tutto il contrario del metodo Stanislavskij, che ha influenzato la regia e la recitazione del teatro novecentesco. Brecht è stato fondamentale anche dal punto di vista drammaturgica: ha inserito tanto didascalismo e temi di tipo politico-sociale. Forse eccedo, ma era come se l’attore, interpretando Brecht, si impegnasse politicamente diventando quasi un militante. In ogni caso si sa che, inscenando Brecht, sia per quanto riguarda la regia sia per quanto concerne la recitazione, ci si impegna politicamente. Per quanto riguarda invece lo spettacolo “Madre Coraggio”, che dire… Ho molti ricordi legati a quel testo, ma sicuramente il fatto di aver recitato insieme a Lina Volonghi ha reso quell’eperienza ancora migliore. Posso dire che la Volonghi è stata come una madre per me, dal punto di vista teatrale; una tutor, così come lo è stato Alberto Lionello. Aver lavorato all’ombra di simili artisti ha significato molto nel corso della mia carriera.
Quale testo di quale autore vorrebbe maggiormente interpretare? Ovviamente secondo le sue preferenze teatrali…

Quello a cui stiamo lavorando: il “Tartufo” di Molière. Attraverso quest’opera, intendiamo portare in scena la metafora della censura e della lotta tra il potere e la creatività artistica. La nostra idea è di riuscire ad affrontare l’opera da un punto di vista storico-contestualizzante, inserendo anche la figura del Re Sole, colui il quale vietò espressamente la rappresentazione scenica del “Tartufo” di Molière.

7.1.07

"I sotterranei" di Jack Kerouac

di Paolo Musano

E' significativo che questo libro, uscito per la prima volta in Italia nel 1960, sia arrivato alla venticinquesima edizione nella collana Universale Economica Feltrinelli. Segno che Henry Miller (“Tropico del Cancro”, “Tropico del Capricorno”) nella prefazione c'aveva preso in pieno. E non gli si può dare torto quando dice: «Credetemi, non c'è niente di pulito, non c'è niente di sano, nulla promette un'era di meraviglie- nulla tranne la parola. E l'ultima parola l'avranno probabilmente i Kerouac.» Fernanda Pivano (la più importante traduttrice della letteratura americana in Italia: se volete capire nel profondo la Beat Generation leggete i suoi saggi) nell'introduzione ci fa capire la maestria di Kerouac. Come tutti i grandi scrittori era un grande ascoltatore e osservatore: prendeva appunti in continuazione sul suo taccuino, dovunque si trovasse, e soprattutto registrava tutti i particolari più significativi con la sua prodigiosa memoria (i suoi amici lo soprannominarono per questo ‘Gran Ricordatore’, avvicinandolo a Proust). Con lo slang, che parlavano i giovani “hip” che frequentava, e il jazz, che ascoltava dal vivo nei locali fumosi di New York e San Francisco, è riuscito a creare una prosa che è musica. Il suo stile, la “prosodia bop”, si ispira alla scrittura automatica dei surrealisti, a Yeats, ma anche al be bop dei musicisti afro-americani e al buddismo zen. E' una scrittura che toglie il sigillo alla ragione (assimilando e superando le scoperte della psicoanalisi di Freud e di Reich), che avvince, che commuove, che arriva al nucleo essenziale delle cose. “I sotterranei”, al di là del titolo (che si riferisce agli hipsters “cool” che fanno da sfondo al romanzo) è la storia di un amore maledetto tra Jack Kerouac e ‘Mardou Fox’, una ragazza afro-americana tossicodipendente. Si dice che Kerouac abbia scritto l'intero libro in soli tre giorni, in una maratona simile a quelle leggendarie legate alla composizione delle varie versioni di “Sulla strada”.

1.1.07

Il sacrificio fondativo

di Marco Apolloni

L'elemento che hanno in comune le società umane è il sacrificio fondativo[1]. Si tratta di un omicidio collettivo di una vittima esemplare, un cosiddetto capro espiatorio, atto a spezzare il cerchio della ritualità e a placare così il circolo vizioso innescatosi con la violenza primigenia. Proprio tale meccanismo sacrificale rende possibile il salto qualitativo dal mito alla religione, ovvero dal rito al culto. All'origine infatti – in ciascuna società umana – vi è il mito, ossia quella fitta e intricata rete di storie che non sono altro che spiegazioni fantastiche di accadimenti reali. Ai primordi dell'umanità – quando cioè non si disponeva ancora degli attuali strumenti conoscitivi – le spiegazioni mitiche venivano credute, in mancanza di ragioni migliori a cui credere. Da sempre la curiosità insita nella natura umana ha fatto sì che l'uomo avesse bisogno di spiegazioni o suoi surrogati. Con l'avvento della filosofia, quindi della razionalità, il mito è passato automaticamente in secondo piano. La filosofia – che al pari della religione è da intendersi come un discorso sul logos[2] – ha privato di valore il mito. In sostanza, si potrebbe raffigurare lo stato pre-filosofico e pre-religioso come momento di ottenebramento per l'umanità, che ha cominciato a vedere solo con l'avvento messianico della filosofia e vuoi anche della religione. Il discorso sia filosofico che religioso si poggia infatti su fondamenti razionali, a differenza del discorso mitico che è altresì totalmente irrazionale. Ciononostante un periodo culturale pieno di fermenti, quale il Romanticismo, ha rivalutato l'esigenza di teorizzare una «nuova mitologia»[3]. A proposito del mito, occorre distinguere due diversi approcci: uno appunto romantico, che dà al mito un'importanza basilare e lo riconduce all'originario (origine che è la meta); e un altro invece illuministico, che rintraccia nel mito una spiegazione piuttosto rozza ai fenomeni naturali e ascrivibile a un'età umana di minorità, ovvero quando ancora il Medioevo della ragione oscurava le menti superstiziose di popolazioni perlopiù barbare. Malgrado questi due differenti approcci, una cosa almeno su cui sia romantici che illuministi concordavano era che la fase mitica fosse stata la prima per tutte le società umane.
Rimanendo entro l'ambito ristretto della civiltà occidentale, due sacrifici cruciali ne hanno gettato le fondamenta, e cioè: in ambito cristiano – dunque religioso – il sacrificio di Cristo; in ambito filosofico, invece, il sacrificio di Socrate. Tali sacrifici hanno infranto le catene che tenevano avvinta questa civiltà al mito e ai suoi meccanismi rituali, in cui la violenza veniva addotta a motivo di ricongiungimento con il divino offeso. Nella tradizione semitica, appunto, il sacrificio svolgeva questa funzione riconciliatoria. Basti sfogliare le pagine dell'Antico Testamento per appurare la ricorrenza di episodi sacrificali. In un simile scenario di violenza si erse mastodontico un falegname palestinese, Cristo appunto, che versando il suo sangue per una Nuova Alleanza pose fine al meccanismo rituale-sacrificale. Ma già prima di lui, ad Atene – culla della civiltà occidentale –, venne immolato un uomo di nome Socrate, che dedicò la sua vita ad interrogare i suoi concittadini alla ricerca di chi poteva dirsi “sapiente”. Così facendo, però, egli non fece altro che smascherare l'ignoranza altrui, non trovandone nemmeno uno degno di sì lusinghiero appellativo. Se uno poteva dirsi “sapiente”, secondo la Pizia – sacerdotessa di Apollo, che parlava per bocca del dio –, questi era Socrate stesso. Perciò il sapere di non sapere socratico divenne l'unica vera forma di sapienza. Ad ogni modo, l'umiltà sfacciata di Socrate non poteva risultare cosa gradita a quei suoi concittadini più meschini. Proprio la malignità di certi suoi concittadini segnò la sua irrefutabile condanna, che lui poté decidere di scontare o con l'esilio o con la pena capitale. Socrate, per non venire meno a tutti quei valori in cui aveva sempre creduto, scelse la morte piuttosto che la fuga dalla sua polis. Da questo nobile sacrificio Platone trasse lo spunto per teorizzare la sua Repubblica ideale, in cui nessun uomo giusto sarebbe più dovuto morire per colpa di leggi ingiuste. In estrema sintesi, esiste un nesso inscindibile che lega l'evento sacrificale alla fondazione della civiltà occidentale e come essa, d'altronde, anche di ogni altra civiltà umana.
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[1] Sull'importanza del tema sacrificale si rimanda alla lettura dell'opera omnia di R. Girard, autore che ha più indagato le implicazioni del sacrificio come momento fondativo delle civiltà umane.
[2] Parola questa dalle mille accezioni, tra cui: parola, discorso, ragione; tutti attributi questi della teologia cristiana, legati cioè alla divinità.
[3] Hölderlin, F., Scritti di estetica, Milano, 1996, p. 162.