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27.8.07

L'ultimo saluto a colui che "diede la luce" al Divino Amore

di Silvia Del Beccaro

Sembra ancora guardare con occhi dolci, Padre Costantino Ruggeri, la sua creatura - così come un padre contempla in maniera amorevole il proprio figlio. Guarda il Divino Amore che lui stesso ha contibuito a realizzare nella capitale e al quale ha “dato la luce” attraverso le sue rinomate vetrate, simbolo di un’arte innovativa ed apprezzata a livello mondiale, che oramai rischia di svanire con lui. Guarda quell’incredibile opera, che oggi tutto il mondo si reca a rimirare, con nostalgia. È quella stessa nostalgia di colui che sa di dover abbandonare presto la cosa a lui più cara: la vita. Ho conosciuto Padre Costantino Ruggeri anni fa, forse troppo presto per poterne apprezzare la grandezza d’animo e la creatività. Ero appena una bambina quando lo incontrai per la prima volta a casa di parenti. Me lo presentarono, Padre Costantino Ruggeri, come un pittore-scultore. Un artista a trecentosessatagradi, un frate dallo spirito eclettico. Da piccola mi dilettavo a rimirare le sue opere e a tentare di riportarle su un foglio A4, imitandone colori e forme geometriche. Seppur vagamente riuscissi ad avvicinarmi ai suoi dipinti, inutile dire quanto le mie creazioni fossero distanti dalla passione e dall’entusiasmo che lui impiegava in ogni sua realizzazione. Scomparso lo scorso giugno, “Frate Sole”, come lo definivano in molti, ha lasciato un vuoto incolmabile nel mondo dell’arte contemporanea e nell’animo di amici, artisti e architetti che hanno avuto l’onore di potergli stare accanto, sia per lavoro che per piacere. Costantino Ruggeri era rinomato per i suoi quadri astratti, la sua pittura viva e le sue vetrate cangianti dal rimando “universale”. Il sole era la sua passione.Arancioni o gialli, contrasti con sfumature verdi e cieli di un blu intenso. Colori caldi e freddi erano la sua costante, il suo punto forte, il suo marchio di riconoscimento. Totalmente diversa fu la sua arte dipinta. Perché Costantino va ricordato anche - e soprattutto - per la sua pittura. Con una tavolozza minima, riusciva ad ottenere un numero infinito di accordi cromatici: toni caldi alternati a toni freddi, con una prevalenza tuttavia del nero, del rosso e dell’ocra. Le sue pennellate erano immediate e intense. Usava pennelli da imbianchino di varia misura affinché le spatole gli permettessero più ampie stesure di colore con un unico gesto. Dipinse quasi sempre a tempera, perché i frati del convento in cui viveva non potevano permettersi i colori ad olio. Soleva creare su cartoni da imballaggio, scatole, non attribuendo al supporto alcuna importanza. Raramente fece uso di tavole o tavolette di legno. Padre Costantino Ruggeri va ricordato anche per i suoi studi architettonici. In più di un’occasione infatti, partecipò allo studio di nuovi spazi sacri: dopo le distruzioni della guerra sorsero nelle grandi città nuove periferie con altri luoghi di culto. Fu proprio in questa sua lunga carriera pittorico-architettonica che lui scoprì l’atomo dell’arte: la luce. Capì che era solo essa la base di tutto, il fulcro delle armonie di uno spazio, e pertanto andava messa in evidenza. Chi - o cosa - meglio delle vetrate era in grado di poterle dare il giusto risalto?

Di lui e per lui scrissero rinomate celebrità del mondo culturale, ma qui riportiamo solo una voce, quella di Nazareno Fabbretti, che seppe cogliere appieno l’essenza di Fra Costantino Ruggeri: “Frate Sole”.
“Quando Fra Costantino Ruggeri, ancora adolescente e novizio esordì pittore graffiando (da “graffiti”) i muri dei conventi dove sostava in cammino verso il sacerdozio, della sua pittura fu dato un giudizio che resiste in larga misura ancora: “le catacombe più la luce”. Quei due valori di estetica e fantasia, di segno e di colore, hanno convissuto e convivranno sempre, senza ridursi e annullarsi a vicenda, nella pittura del frate che poi s’è rivelato anche scultore, architetto di prima statura ormai in Europa e creatore di vetrate senza pari.”

19.8.07

Modà: gruppo provinciale sulla cresta dell'onda nazionale

di Silvia Del Beccaro

Provengono dalla periferia milanese, privilegiano il genere rock-pop melodico e hanno preso parte ad una edizione del Festival di Sanremo. Accomunati da una sfrenata passione per la musica, i Modà tentavano di distinguersi all’interno del vasto panorama musicale italiano già da qualche anno. In tutto questo tempo, sono sempre rimasti legati allo stesso genere musicale, prestando anche particolare attenzione ai testi per non dimenticare la tradizione cantautorale italiana. La loro musica è davvero ad alto potenziale acustico e la loro dimensione live è la testimonianza che di strada sui palchi di provincia ne hanno fatta davvero tanta.
Nonostante la volontà e la grinta, i Modà sono però diventati un nome noto a livello nazionale solo da poco tempo. Il loro esordio discografico risale a tre anni fa, con l'uscita del singolo “Ti Amo Veramente”. Un brano di grande impatto, che ha mostrato fin da subito i primi risultati radiofonici. La band, infatti, ha riscosso un meritato successo nelle piazze italiane partecipando a feste di radio, all’ I-TIM Tour, e a varie serate organizzate nel corso dell’estate. Nel 2004 questi sei amici - come amano definirsi - sono così riusciti a conquistare un’intera nazione: dai più grandi ai giovanissimi, dalle donne agli uomini… Nessuno escluso.
“Dimmi che non hai paura” è il secondo singolo, che ha messo in rilievo le capacità artistiche del gruppo e che, ancor più del precedente, ha guadagnato la stima e l’approvazione della radiofonia e della gente. Kekko, Paolo, Tino, Stefano, Manuel e Diego: sei amici che hanno visto realizzare un grande sogno, quello di calcare il palcoscenico di Sanremo con un proprio brano. Si sono presentati, infatti, alla cinquantacinquesima edizione del Festival con il brano “Riesci a innamorarmi”, attraverso il quale hanno voluto trasmettere un messaggio fondamentale o meglio un consiglio: “C`é bisogno di innamorarsi ogni giorno di nuovo del proprio partner”. Che significato ha assunto per loro il fatto di poter prendere parte ad un Festival così rinomato? Con quali sentimenti hanno affrontato il pubblico sanremese? Lo abbiamo chiesto direttamente a loro…

«Sicuramente con lo spirito di quelli che un anno fa suonavano all’Indian Saloon di Bresso e che quest’anno si trovavano sul palco dell’Ariston… Quindi, diciamo con lo spirito di quelli che avevano già vinto solo per essere arrivati fin lì».

Commenti sui risultati ottenuti?

Direi buoni, anche se abbiamo notato che passavano il turno le canzoni più “classiche”. Persino i Negramaro, che erano favoriti, sono usciti. Ciò significa che comunque la giuria demoscopica ha apprezzato più le canzoni classiche e meno quelle alternative. Noi siamo rimasti comunque contenti e abbiamo perfino festeggiato.

Come definireste il brano presentato a Sanremo?

Una canzone d’amore, con la quale vogliamo ringraziare chi sta a casa ad aspettarci, chi ci comprende, chi soffre con e per noi, chi ci protegge e sa accettarci (una fidanzata, ma anche una mamma…)

Cosa significa essere passati da semplici ragazzi di provincia a musicisti che hanno calcato il palco di Sanremo?

Direi che è fantastico, nessuno di noi se lo sarebbe mai aspettato. Sicuramente la popolarità che ti può dare il palco dell’Ariston è qualcosa di veramente grande, però per noi il risultato che conta è continuare a fare musica. Spero che quello che abbiamo fatto dia coraggio a tutti i ragazzi giovani che stanno tentando di tagliare i nostri stessi traguardi.

1.8.07

La Via del Guerriero

di Marco Apolloni

L'essere del guerriero – potremmo dire con il filosofo tedesco Martin Heidegger – è un essere-per-la-morte. Ma non bisogna lasciarsi ingannare. Vivere in funzione della propria inevitabile quanto ineluttabile fine, non vuol dire diventare schiavi di questo pensiero fisso – che ci assilla con il suo truce sentore, ad ogni istante della nostra incerta esistenza. All'opposto, vivere con la consapevolezza di dover-morire significa liberarsi da questo pensiero intollerabile. Lo stesso Heidegger distingue due categorie di pensiero: la paura da un lato e l'angoscia dall'altro. Se la prima è diretta verso qualcosa di determinato, ovvero si ha paura di qualcosa di preciso – di una malattia o di una qualsiasi altra catastrofe –, diversamente la seconda è diretta verso qualcosa di indeterminato, ovvero si prova angoscia per la propria condizione di finitezza umana – sapendo che, prima o poi, si dovrà morire. Mentre l'una ha degli effetti palesi – la paura è un sentimento che si manifesta potentemente –, l'altra s'insidia negli abissi insondabili dell'animo umano – l'angoscia è un serpente silenzioso, che ci striscia dentro e ci inietta il suo veleno mortifero che, a poco a poco, farà il suo lento corso fino ad avvelenare l'intera nostra esistenza. I samurai, guerrieri del medioevo giapponese, escogitarono un rimedio efficace per sputare fuori questo veleno esistenziale. Essi vivevano ogni secondo immaginando di morire in mille maniere differenti: trafitti da un colpo ferale di katana, infilzati da una freccia in mezzo alla mischia, accoltellati durante una rissa in taverna, eccetera1. L'essenza di questa loro etica è contenuta in nuce nell'Hagakure – Il Codice Segreto dei Samurai. Libro misterioso del monaco buddista – ex samurai – Yamamoto Tsunetomo, che lo voleva destinare alle fiamme e che è stato invece salvato dall'oblio da un suo discepolo disubbidiente (Tashiro Tsuramoto). Ad una prima lettura, questa pietra miliare della saggezza giapponese si presenta come un testo ricco di aneddoti, di ricordi e di citazioni disarticolate; in un secondo momento si rivela essere la Repubblica platonica dei samurai – per usare un degno paragone appartenente al nostro immaginario occidentale.
Già la parola stessa “samurai” potrebbe bastarci per comprendere la semplice ma profonda mentalità di questi romantici guerrieri giapponesi – che paiono collocarsi fuori da ogni epoca storica e da ogni contesto specifico. Essa designa l'atto del servire un padrone. E in questo coscienzioso servizio, precisamente, si esauriva ogni loro compito. Chi crede che oggi in Giappone la mentalità del samurai non esista più, si sbaglia. Il fenomeno della “samuraizzazione” ha contagiato ogni singolo strato della società nipponica ed ora sopravvive nell'etica lavorativa dell'impiegato giapponese, il quale lavora con grande attaccamento e dedizione alla propria azienda. Al posto del padrone da servire, l'impiegato medio nipponico di oggi si ritrova a servire il proprio datore di lavoro. Questo sistema gerarchico, quanto meno eccessivo per noi osservatori occidentali, è alla base del processo d'industrializzazione accelerato che ha riportato la patria del Sol Levante al posto di tutto rispetto che più gli spetta fra il lotto delle super-potenze mondiali.
Lo spettacolare harakiri – modo in cui i samurai, sventrandosi, si davano la morte – dello scrittore nipponico Yukio Mishima2, avvenuto in diretta televisiva il 25 novembre del 1970, riportò in auge l'Hagakure – testo basilare della cultura giapponese posto all'indice dagli americani, usciti vincitori dalla Seconda guerra mondiale e che riconobbero proprio in esso una sorta di Bibbia nichilista, che aveva spinto il fiore della gioventù nipponica ad arruolarsi fra le fila dei kamikaze, i quali andavano a sfracellarsi a bordo dei loro aerei sulle navi da guerra americane per servire la loro patria e il loro imperatore. Certo il comandamento «la Via del Samurai è la morte» si prestò molto bene al fraintendimento degli yankees, che da occidentali non capirono affatto l'autentico significato di questo insegnamento – che invitava ad accettare la morte per vivere appieno la vita e fugare così ogni paura vana.
L'unico insegnamento che in Occidente potrebbe venire – seppur lontanamente – paragonato a quello appena citato e tratto dall'Hagakure, lo impartì Epicuro. Costui invitò a non temere la morte, in quanto riconosceva in essa qualcosa di totalmente assente dalla realtà stessa della vita, dato che – estrapolando il succo del suo pensiero – quando c'è la vita non c'è la morte e quando c'è la morte non c'è la vita! In Occidente, patria della filosofia, si contano infatti sul palmo di una mano le rare eccezioni di autori – sia antichi che moderni – che potrebbero venire ricondotti ad una certa saggezza tipicamente orientale. Si tratta dei già citati Heidegger ed Epicuro, a cui si aggiungono Nietzsche, Schopenhauer e l'illustre Socrate, il più sapiente fra gli uomini secondo la nota profezia dell'Oracolo di Delfi. In un passo riportato da Platone, ne L'apologia di Socrate, lo stesso cittadino esemplare ateniese, dopo esser stato processato e condannato a morte per empietà3, afferma: «Ma ecco che è l’ora di andare: io a morire, e voi a vivere. Chi di noi due vada verso il meglio è oscuro a tutti, fuori che a Dio».4
Nel pensiero di Socrate, fondatore della filosofia occidentale, era già contenuto – come traspare inequivocabilmente dalla citazione sopra riportata – il germe del nichilismo. Difatti il suo dubitare che la morte fosse tanto peggio della vita, cos'è se non il più antico esempio di nichilismo di cui ci è giunta memoria? La supremazia della vita sulla morte qui viene tenacemente rigettata da Socrate, che sembra addirittura augurarsi quest'ultima come il minore dei mali. Certo questa sua massima potrebbe venire interpretata basandosi sul contesto da cui è scaturita, ovvero: quale ultima volontà di un condannato a morte, che sta per assaporare il calice amaro della cicuta. Sia quel che sia, riflettendo attentamente, che cos'è in fondo la filosofia se non la cristallizzazione della vita? Del resto la filosofia, direttamente o indirettamente, ha comunque a che fare con la morte; potremmo dire che essa sia uno strumento di consolazione alternativo alla religione. E niente lo testimonia meglio dell'aforisma sopra riportato di Socrate. Il modo in cui lui va incontro alla sua inesorabile sorte, ci ricorda la saggezza degli indiani d’America. Quando si approssimava la loro ultima ora, essi erano soliti prendere congedo dai loro cari senza tante smancerie, togliendo il disturbo da questa vita quasi in punta di piedi – oseremmo dire. Analogo è senza dubbio il caso dei samurai, i quali, con lo stesso senso dell'ignoto presente in Socrate, solevano andare in battaglia, dove si dimostravano impavidi perché si erano liberati della spada di Damocle che era calata sopra le loro teste quale: la Morte appunto.
Proprio il pensiero della morte, invece che appesantire l'esistenza dei samurai, la rendeva più lieve e sopportabile5. Il loro spirito alleggerito li rendeva dei guerrieri formidabili. Solo con uno spirito del tutto rinnovato, come quello dei samurai, si possono affrontare trionfalmente le mille e più battaglie che la vita ci pone davanti ogni giorno. Il samurai, munito del suo inseparabile spirito guerriero, queste battaglie sapeva affrontarle con coraggio impareggiabile e come nessun altro seppe mai fare, consapevole che solo nell'ora più estrema si può misurare l'effettivo valore di un uomo. In definitiva l'etica del samurai può venire così riassunta: chi ha paura di morire, ha paura anche di vivere... Morte e Vita sono perciò il rovescio della stessa medaglia, pertanto: non saper accettare l'una significherebbe non saper accettare neppure l'altra!
Di ciò i samurai erano consapevoli. Questa loro semplice, ma pressoché indubitabile, consapevolezza li fece elevare al di sopra dei loro simili. Solo sconfiggendo le proprie paure ci si potrà liberare, infatti, dal dominio della morte e dirsi veramente degli uomini liberi. Per far ciò occorre, però, prima capire a fondo la Via del Guerriero che è: l'essere-per-la-morte heideggeriano. Per dirlo con il sommo maestro Yamamoto Tsunetomo: «Io ho scoperto che la via del samurai è morire. Davanti all'alternativa della vita e della morte è preferibile scegliere la morte. Non c'è bisogno di pensarci; presa la decisione si va avanti. Morire senza aver raggiunto lo scopo è una morte da cani e un Bushido6 da mercanti [...] Questa è l'essenza del Bushido: pensando alla morte, mattina e sera, nel silenzio e stando pronti a morire ad ogni momento, si assimila il Bushido e per tutta la vita, senza commettere errori, si adempie il dovere del samurai»7. Solo chi, come il samurai, sarà capace di morire infinite volte, saprà rinascere alla vera vita del guerriero. E scopo del guerriero è appunto quello di vivere e, soprattutto, morire con onore.


***


1 Vale la pena riportare per intero questo mirabile aforisma: «La meditazione sulla certezza della morte deve essere praticata tutti i giorni. Ogni mattina in profondo raccoglimento del corpo e della mente, devi immaginarti di venire fatto a pezzi da frecce, fucilate, lance e spade, oppure di venire travolto dalle onde, di trovarti in mezzo a un vasto incendio, di venire colpito da un fulmine, di venire scosso da un grande terremoto, di cadere in un profondo precipizio, di morire di malattia e infine di dover fare harakiri per la morte del tuo signore. Ogni mattina, senza alcuna negligenza, devi considerarti come morto.». Tsunetomo, Y., Hagakure – Il Codice Segreto dei Samurai, Einaudi, Torino, 2001, cit. p. 184.
2 L'opera di questo autore è tutta pervasa da una dura critica al processo sfrenato di modernizzazione del suo Paese, dimentico di quei valori originari e tradizionali che lo avevano reso grande in passato.
3 La pena prevista nell'antica Atene per questo reato era l'esilio, ma a Socrate gli venne commutata in pena capitale, visto che si era rifiutato di abbandonare la propria polis, per non infrangere quelle leggi in virtù delle quali lui si era sempre battuto. Per l'incredibile dedizione dimostrata per la sua patria, al servizio della quale lui si immolò, Socrate potrebbe dirsi il “Primo Samurai” di cui ci è giunta l'eco. D'altronde, la filosofia stessa di Socrate serve ad uno scopo terapeutico, ossia: preparare alla morte...
4 Platone, Apologia di Socrate – Critone, a cura di M. Valgimigli, Laterza, Roma-Bari, 2000, cit. p. 65.
5 L'essenza della vita per un samurai si riassume in questo folgorante aforisma del monaco Tannen: «L'insegnare soltanto il vuoto mentale non è una cosa convincente. Il non pensare significa pensare rettamente». Tsunetomo, Y., Hagakure – Il Codice Segreto dei Samurai, Einaudi, Torino, 2001, cit. p. 23.
6 Il Bushido è «la Via del Samurai».
7 Tsunetomo, Y., Hagakure – Il Codice Segreto dei Samurai, Einaudi, Torino, 2001, cit. pp. 11-12.