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27.10.07

"Tristano & Isotta" (2005)

di Marco Apolloni

Già dal titolo, con la & commerciale, si capisce che qualcosa non va in questa pellicola diretta dal regista texano Kevin Reynolds – già Fandango, Robin Hood, Waterworld. Dopo quella di Giulietta e Romeo, di Ginevra e Lancillotto, quella di Tristano e Isotta è una delle storie d'amore che più hanno suggestionato l'immaginario del pubblico. Nonostante qualche grossolanità nella sceneggiatura, comprensibile se si pensa al necessario riadattamento in chiave odierna, la trama del film si snoda in maniera lineare ed abbastanza fedele a quella della summa del mito operata dal filologo francese Joseph Bédier – Il romanzo di Tristano e Isotta.
Tristano – interpretato dal sanguigno James Franco – rimane orfano e viene preso in custodia dall'amorevole zio Lord Marke – interpretato dall'impeccabile Rufus Sewell –, che lo vorrebbe come suo successore al trono. Durante una battaglia nella foresta, dove lui ferisce mortalmente l'eroe irlandese, Tristano rimane anch'egli ferito al suolo. I suoi compagni d'armi credendolo morto lo affidano ai flutti marini, che lo condurranno fino in Irlanda dalla bella Isotta – interpretata dall'eterea Sophia Myles. Qui viene da lei soccorso e rianimato. E tra una carezza e l'altra, i due si innamorano perdutamente. La prima differenza da notare, rispetto al mito vero e proprio, è l'assenza del filtro come fattore scatenante il loro innamoramento. Del resto il pubblico di oggi mal comprenderebbe un artificio narrativo medievale, qual è appunto il filtro, seppur simboleggiante il destino – nel tal caso il destino fatale dei due amanti. Ma il destino, anche se non sotto forma del filtro, si manifesta quando i piani politici del re d'Irlanda e di Lord Marke si frappongono all'appassionata storia d'amore appena nata. Difatti per sancire l'alleanza tra l'Irlanda conquistatrice e le divise baronie inglesi Lord Marke deve sposare la principessa d'Irlanda, Isotta appunto. Dopo le mille peripezie, proprie di un film come questo di cappa e spada, Tristano dimostra tutta la sua fedeltà allo zio e alla patria, sacrificandosi nel finale per difendere la propria roccaforte dall'assalto degli irlandesi. (Non a caso Tristano è il prototipo dell'eroe-restauratore.)
Un'altra differenza tra le versioni ufficiali del mito e la versione cinematografica affiora proprio nel finale, dove Isotta sopravvive mentre il povero sfortunato Tristano perisce come da copione. Questo finale completamente stravolto fa perdere d'efficacia la vicenda dei due amanti tormentanti. Da che mondo è mondo, nelle tragedie amorose entrambi gli innamorati periscono; altrimenti (come nel caso di questo film) si ha la netta impressione di assistere ad una tragedia dimezzata. Insomma, vedendo sopravvivere la dolce Isotta vien voglia di gridare allo scandalo oppure, peggio ancora, al solito polpettone hollywoodiano...
Una particolare menzione merita l'incantevole fotografia del film, che ci fa saltare agli occhi paesaggi selvaggi e incontaminati: verdi prati immacolati, laghi scintillanti, montagne profilarsi all'orizzonte. Dunque più che dalla sceneggiatura, la poesia della pellicola scaturisce dalla fotografia. D'altronde, però, quando le aspettative sono troppo elevate – come in questo caso – sono a maggior ragione comprensibili eventuali fiaschi. E se proprio non si può dire che questa sia una pellicola azzeccata, tutto sommato non si può neppure dire il contrario. In fin dei conti, dopo il capolavoro wagneriano Tristan und Isolde, è impossibile poter pensare di riuscire a toccare di nuovo le sublimi vette del Parnaso.
Merito del film, se non altro, è quello di aver sensibilizzato una buona fetta del grande pubblico – attratto soprattutto dai bicipiti di James Franco o dalla timida bellezza di Sophie Myles – , che altrimenti non sarebbe mai e poi mai venuto a conoscenza delle fonti autentiche del mito – gelosamente custodito da amorevoli filologi. In definitiva, di questi tempi bisogna accontentarsi di quel che ci passa il convento.

24.10.07

Laboratorio Beat 1.0

Quello scritto e diretto da Corrado Accordino (“Cattivi Maestri, ovvero i sacri Idioti d'America”, al teatro Binario7 di Monza) è uno spettacolo che parla di una generazione intera, di un movimento nato sulle strade dell’America ed esploso in tutto il mondo, di uno spaccato di artisti coraggiosi e sperimentali, di un affresco degli anni ’50 e ’60 – in cui musica e parole, intelligenze e cuori, si inseguivano tra cielo e terra, polvere e sole, per fondersi, completarsi, specchiarsi verso un nuovo possibile orizzonte…. Lo spettacolo vuole raccontare e far rivivere quella generazione che qualcuno definì “bruciata” e qualcun altro definì dei “sacri idioti d’America” e che in ogni caso raccolse un grande consenso e diede vita al movimento dei "figli dei fiori" e dei beatniks. La musica jazz era il giusto esplosivo per far risuonare le visioni letterarie nate dalle menti di Jack Kerouac, Neal Cassady, Allen Ginsberg, William Burroughs, Lawrence Ferlinghetti, Gregory Corso, e altri scrittori che trovarono nelle nuove esplorazioni musicali un sostegno creativo e un senso di comunione tra parole suoni e visioni.

(note di regia)


Silvia Del Beccaro

Occhi gonfi, testa pesante, dita scrocchianti. Nulla mi ferma davanti all’occasione unica e irrepetibile – forse – di poter lasciare scorrere il mio flusso beat. Ispirata da uno splendido spettacolo jazzista beatiano, cullata dalla luce di tre candeline azzurre che ho trovato nascoste nell’armadio a fianco – anche se mi tocca tenere accesa comunque la lampadina a risparmio energetico, per poter vedere i tasti del mio pc a manovella –, batto parola dopo parola i miei pensieri più reconditi. Pensare, pensare, pensare… Non mi resta molto in testa alle 23.44 di sera, ma tutto sommato le mie mani riescono ancora a suonare il pianoforte dei miei pensieri. Sento passi nel corridoio, passi di fantasmi. Sarà la notte, sarà il silenzio, sarà l’alcool etilico della sonnolenza che mi sta inebriando da ore. Ma adesso sono qui. E nulla può fermare questa mia parentesi beat. Corrado ha raccontato la storia del movimento attraverso note e parole, musica e ballo, esperienze e passioni. Io la racconto a modo mio. Parlo di libera interpretazione. Libero arbitrio. Ognuno sceglie ciò che meglio crede. Il mio, di raccontare la beat generation, è questo. Sentirmi una di loro. Ho sbagliato epoca, avrei dovuto vivere negli anni Cinquanta – dico sempre. Le pettinature di una volta, i jeans di una volta, l’amore di una volta. Si faceva all’amore, non lo si raccontava solamente. Si pensava di poter cambiare qualcosa, cambiare gli schemi. E forse qualcuno ci è riuscito. Qualcun altro no. Ma chissenefrega. Guardo loro, guardo me, ripenso a loro, ripenso a me. Mi sento una di loro è vero ma non sono come loro. Cazzo che sonno, ma questo non è molto beat vero? Eppure sono un’artista. Scrivere delle onde come foglie all’idrogeno che si elevano verso il sole, degli stormi di gabbiani come angeli infuocati. E’ questo che amo. E’ questo che è beat. Scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere… Di sé, degli altri. La parola chiave è: s-c-r-i-v-e-r-e. Scrivere con il fuoco della passione dentro. Un fuoco che arde di novità, di protesta, di chiacchiere, di sogni, di droga, di alcool, di stupore, di sperimentazione, di… Sesso. Sperimentare nel sesso. Esperienze nuove, è questo che aiuta a rinnovare se stessi. È questo che aiuta a scoprire noi stessi. E a raccontarci agli altri. Scrivere del mondo che abbiamo davanti e dentro. Scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere. Solo scrivere. Una pagina vuota, poi il flusso parte. Tre, quattro righe scritte e il flusso si interrompe. Poi riparte automaticamente. E poi ancora si ferma bruscamente. Come un treno in corsa che interrompe di colpo il suo viaggio quando all’orizzonte scorge un uomo sdraiato sulle rotaie del suo destino. Scrivere è fondamentale per un beat, che non si blocca per paura che il suo flusso possa interrompersi da un momento all’altro. Vorrà dire che quello è stato il suo momento. Quello è stato il momento del suo flusso. Domani ne sopraggiungerà un altro, e un altro ancora. E così via all’infinito. Strada, viaggio. Bottiglia, morte. Musica, fotografia. Amore, jazz. Droga, riposo. Omosessualità, poesia. Beat è questo e altro ancora. E’ una trasfusione di sangue ossigenato, è un vortice di flussi ininterrotti pronti ad esplodere dalle viscere del nostro corpo. Mi ricordo della prima volta in cui mi ubriacai. Stavo ad una festa di compleanno, appena compiuti i diciotto anni. Avevo già previsto che sarei uscita sbronza da lì. Limoncello e vino, rosso e bianco, un mix di dolcezza e amarezza insieme. Poi quella canna fatale. Il profumo dolciastro della prima tirata – che gli altri passeggeri ebbero l’onore di assaggiare – mi fece sbroccare parole senza senso. Vomitai fiumi di pensieri fino a che il mio viso divenne bianco come la sposa cadavere e mi ravvisò dell’ora di rinsavire. Se solo ricordassi quei miei soliloqui sbronzi. In vino veritas. E in limoncello pure. Così come per la tequila, il rum e la sangria. Stavo pensando di raccogliere questo mio discorso in un monologo intitolato sproloqui-per-caso – non so come mai, ma riesco sempre a trovare i titoli delle mie opere inedite. Mancano solo i contenuti e poi il gioco è fatto. Da grande voglio fare la drammaturga. Accordino è un maestro in questo. Lui riesce ad essere ciò che scrive e a scrivere ciò che è.


FIRMATO: Una Beat!

17.10.07

La filosofia nell'università - aule o tombe?

di Andrea D'Emilio
Entriamo in un’aula. Una persona parla e tutte le altre stanno zitte.
C’è chi si distrae e non fa nulla, ma
le mani che scrivono sui loro quaderni le parole del professore
stanno davvero facendo qualcosa ? Il più delle volte questi appunti
non sono nemmeno schematici, il risultato di un tentativo di
rielaborazione: trascrivono e basta. Perché mai ? Noi studenti
veneriamo a tal punto i professori da non voler perdere neanche una
loro sillaba ?
Abbiamo dimenticato un elemento presente nell’ aula, in ogni aula :
l’esame. Aleggia implacabile, ed ogni studente lo considera ben più
reale della tanto chiacchierata ‘’ricerca della verità’’. Ma che cos’è un
esame ? L’esame è, perlopiù , un duplice esercizio di vanità : quella
del professore e quella dello studente. La vanità-amor proprio del
professore sta nel volersi sentir ripetere le stesse parole da lui
pronunciate a lezione; la vanità-vacuità dello studente sta
nell’accontentarlo, nel pensare solo al libretto dei voti. Ecco
perché i nostri appunti sono soprattutto una trascrizione.
Lo studente non conta niente. E niente fa per contare di più, per
esistere effettivamente. I programmi dei corsi li decide il professore,
così come i metodi d’insegnamento. La libertà dello studente è fare
qualche domanda, possibilmente aderente al discorso del professore
e che comunque non necessariamente riceverà risposta. A volte le
domande sono false, apparenti : le facciamo per compiacere il
docente, riformulando a parole nostre quello che ha appena detto
e dimostrargli così che siamo stati attenti.
Ma come sono i programmi d’esame ? Il più delle volte riguardano un
autore o un certo problema che sta a cuore al professore.
Succede anche che anno dopo anno li si ritrovi tali e quali o quasi. I
libri scelti sono spesso del professore medesimo. Il risultato è che lo
studente finisce per non avere un’idea complessiva della materia
studiata, e i classici della tradizione li legge poco o niente. Inoltre i
corsi non vengono vivacizzati dalla trattazione di pensatori opposti tra
di loro, così da rendere drammatica l’esposizione e magari
emozionare chi ascolta. Senza emozione resta solo l’imparaticcio.
I metodi d’insegnamento sono … il metodo d’insegnamento :
monologo dalla cattedra. Ciò costringe gli studenti alla passività, non li
coinvolge nel processo vivo del pensare. Si esercita la memoria e non
il ragionamento. In questo modo frequentare un corso di filosofia è
come andare a medicina o in qualunque altra facoltà. Il
linguaggio utilizzato è tecnicistico , ripete
gli stessi termini del filosofese senza illustrarli con un lessico
chiaro per tutti. A parte la noia , il risultato è che lo studente impara a
parlare e a scrivere come una scimmia dei libri che ha letto, e a
credere che la filosofia sia mettere strane parole nel vuoto dei propri
pensieri.
Un’ altra caratteristica della nostra accademia è che gli
orologi assurgono a divinità. Finito l’orario della lezione tutto finisce.
Gli studenti traggono un sospiro di sollievo e il professore si invola.
Ma dove va ? Che cosa avrà di così urgente? Possibile che mai una
volta nasca spontaneamente una discussione, si organizzi qualche
incontro al di fuori delle aule , insomma si superi la dimensione dell’
operaio che timbra il cartellino ?
E i lati positivi dove sono ? Probabilmente faccio fatica a trovarli
perché quelli negativi li soffro particolarmente. Se lo studente mette al
primo posto la laurea e fa del conformismo e dell’infingimento la sua
divisa, resta poco da sperare. L’impressione generale è che la
filosofia universitaria odierna sia un teatro in cui ognuno recita il suo
ruolo prestabilito, evitando ogni spontaneità e mirando a finire lo
spettacolo nel modo più indolore possibile. L’inautenticità regna
sovrana. Non c’è mai nulla di personale, di passionale: è un lavoro
come gli altri.
La filosofia universitaria potrà salvarsi se gli studenti proveranno a
mettere in discussione le presunte certezze del sistema.
Ad esempio: siamo sicuri che i professori ‘’ne sappiano di più’’ e
quindi debbano parlare soprattutto loro ? Siamo sicuri che
‘’formazione’’ voglia dire subire la volontà altrui ? Siamo sicuri che
trascorrere anni della nostra vita nella subordinazione sia degno della
nostra gioventù ?
I professori ‘’ne sanno di più’’ nel senso che hanno esperienza,letture,
mestiere. Ma io credo che proprio per questo dovrebbero scendere
dalla cattedra e porsi sullo stesso piano dello studente. La loro cultura
deve mettersi al servizio del giovane, deve stimolarlo, provocarlo,
prenderlo sul serio mostrandogli che nella ricerca della verità non ci
sono gerarchie. Ascoltare lo studente significa insegnargli che anche
la parola chiave può essere ‘’dialogo’’. Il vero dialogo è quello in cui
ognuno mette al primo posto la ricerca della verità e non se stesso.
Bisogna addirittura voler essere confutati, desiderare che l’altro ci
porti aldilà di noi stessi. Dialogare è ammettere che ogni persona può
insegnarci, deve essere ascoltata, non deve subire il nostro privilegio.
Forse chiedo troppo alla natura umana, egoista e spaventata. Ma
a che cosa serve il futuro se non lo indirizziamo al superamento? Si
potrebbe anche ammettere che il sistema vigente abbia avuto la sua
verità. Ma se chi lo vive ne soffre, forse è giunta l’ora di cambiarlo.
Non credo di essere il solo a soffrire questo sistema: mi basta
guardare le facce dei miei coetanei, e in esse rispecchiarmi. Il guaio è che
non crediamo di poter fare dell’università quello che
vogliamo. L’università la sentiamo estranea, una necessità, un laureificio. Siamo
stati educati al dovere, al rispetto dell’autorità, a considerare lo spazio
pubblico diverso da quello privato. E invece non è così. L’università è
nostra, esiste per noi, può essere una nostra creatura. Certo, servirà
energia, volontà di sacrificio, coraggio, magari un pizzico di follia (e
se la follia fosse una nuova ragione calunniata da quella vecchia ?),
ma restare come siamo significa sprecare la nostra libertà.

16.10.07

Il ritorno di Massimo Cacciari al San Raffaele

di Silvia Del Beccaro

«Il mio vero successore è Massimo Cacciari e sarà lui stesso, il prossimo 24 ottobre, ad annunciare le grandi novità pensate per questa facoltà». Così il rettore dell'Università Vita-Salute San Raffaele, don Luigi Verzé, ha introdotto una delle personalità più in vista d'Italia: Massimo Cacciari. Sindaco di Venezia e membro del corpo docenti dell'università cesanese, Cacciari è intervenuto martedì mattina tenendo la lezione inaugurale del nuovo anno accademico 2007-2008. «È un mio carissimo amico nell'anima – ha detto parlando di lui Verzé –. Ha voluto andare a Venezia per fare un po' di esperienza amministrativa, ma oggi è ritornato qui per dare una spolverata a questo ambiente e presentare un programma ben preciso». Don Luigi Verzé, tra le righe del suo discorso introduttivo, ha lasciato trapelare la prossimità di alcune rivoluzioni all'interno dell'università cesanese. Si è intuito, infatti, un rilancio della facoltà di filosofia – «madre di tutte le scienze» – e del San Raffaele, in senso lato. C'è chi pensa all'inserimento di una nuova facoltà umanistica e c'è chi crede in un eventuale ritorno di Massimo Cacciari quale preside di facoltà. Intanto la prima pietra è stata posata: la prossima creazione della editrice San Raffaele voluta dallo stesso rettore e da Cristina Poma – ex Editor Bompiani Tascabili. Tutto ciò a conferma del motto dell'università cesanese, che si riduce a due parole: «pensiero concreto». Tale concetto è stato ripreso anche nel discorso di Massimo Cacciari, che ha avuto per oggetto il filosofo Giambattista Vico – vissuto a cavallo fra Seicento e Settecento.

«Credo che quello trattato da Vico – ha detto il sindaco di Venezia – sia un tema rappresentativo del programma offerto dalla nostra facoltà. Questa lezione potrebbe essere intitolata “Contro la boria delle nazioni e contro la boria dei dotti”, criticando le nazioni poiché pretendono di essere ciascuna la custode del senso del mondo e criticando al contempo i dotti poiché pretendono di poter conoscere e visitare le tenebre delle nostre origini». Il suo discorso si è poi orientato sull'umana imbecillità e sulla differenza fra “verstehen” e “denken”, ovvero fra comprendere e pensare – cosa effettivamente possiamo sapere e cosa possiamo unicamente pensare. Una cosa è certa: sui banchi accademici della suggestiva Sala dei Fasti Romani, per un'ora e mezza, gli studenti hanno avuto davanti ai loro occhi non un politico ma un filosofo, non un docente ma un pensatore, non una celebrità ma un amante della filosofia intento a trasmettere la sua sapienza ad altri amanti della filosofia, come lui. A conclusione del suo intervento, poi, ha ripreso la parola don Luigi Verzè, il quale ha riconfermato quanto dichiarato in precedenza e ha aggiunto: «Se fossi papa, questa sarebbe la mia autentica enciclica per oggi e per domani».

11.10.07

"Radiofreccia" di Luciano Ligabue


di Paolo Musano

La vita non è perfetta: le vite dei film sono perfette. Belle o brutte, ma perfette. Nelle vite dei film non ci sono tempi morti, mai. E voi ne sapete qualcosa di tempi morti, eh?”. Questo dice uno strambo Paolo Cremonini rivolto agli spettatori. È una provocazione. Non si sa se credergli o no. Poi il film comincia e ci se ne dimentica, ma fino alla fine aleggerà il risvolto, tragico o comico, di queste parole. Quelle che sembrano ingenuità nel film (i tempi morti appunto, gli intermezzi surreali come la partita di biglie e l’ippopotamo che bruca in giardino, la teatralità e l’affettazione di alcuni personaggi), alla luce di queste parole, potrebbero essere tutt’altro che ingenuità. Non si può dubitare dell’onestà di Luciano Ligabue, non si può mettere in dubbio che conosca bene il paesaggio umano dell’emilia, dove è cresciuto e dove vive.

La Correggio di “Freccia” e dei suoi compagni potrebbe essere qualsiasi città della provincia italiana. Quello che racconta è rivolto ai giovani che hanno ancora vent’anni, ma anche ai trentenni, perché dimostra come i sogni a volte possano essere spietati, talmente spietati da farti perdere di vista quelle piccole cose che contano o dovrebbero contare nella vita. Eppure se non ci fossero i passi falsi, quei buchi più o meno grandi che ognuno si provoca dentro, forse ci sarebbe ben poco da ricordare. Fa male, ma finchè si soffre si è sicuri di essere vivi. Con una pera sparisce tutto, anche il dolore, ma questo no, proprio non va. Quella della fuga è la più grande cazzata, o meglio: illusione.

C’è stato un tempo in cui le radio libere hanno nutrito quell’illusione. In una radio sei tu che parli a te stesso, per farti ascoltare. E in quel momento ci credi davvero che sia tutto lì, che basti un microfono per essere sincero, che basti una canzone per essere tutti lo stesso uomo.

A proposito dell’insoddisfazione, della frustrazione e dell’alienazione che attanagliano tanti di noi, forse il Freccia aveva ragione, quando, poco prima di andarsene, aveva confessato agli ascoltatori di Radio Raptus: “Credo che non sia tutto qua, però, prima di credere in qualcos’altro, bisogna fare i conti con quello che c’è qua. Credo che c’è un buco grosso dentro, ma anche che il rock’n’roll, qualche amichetta, il calcio, qualche soddisfazione sul lavoro, le stronzate con gli amici, beh, ogni tanto questo buco me lo riempiono.

5.10.07

Immigrazione = Integrazione

di Marco Apolloni

Integrarsi significa mescolarsi. L'integrazione per poter funzionare dev'essere somministrata in pillole e occorre dare tempo e modo ai nostri organismi di poterla assimilare. Innanzitutto dobbiamo partire dalla brutale e spietata considerazione che, dolenti o nolenti, l'integrazione avverrà per inerzia. Ad esempio: un pakistano – venuto a vivere in Italia – è logico e consequenziale che dopo un po', avendo preso in affitto una casa e disponendo di un lavoro stabile, non tarderà a trapiantare i suoi cari dalla madrepatria alla nuova patria, la quale promette – anche se difficilmente mantiene – allettanti prospettive. Perciò tanto vale far incentivare e canalizzare il flusso immigratorio dall'unico organo saggiamente preposto, lo Stato, il cui compito è quello di mescolare il più possibile le proprie componenti etniche interne. In tal modo si può scongiurare, nei limiti del possibile, la creazione di eventuali ghetti o per meglio dire di minoranze socio-linguistico-religiose all'interno del proprio territorio. Nonostante siamo quasi tutti allergici alle imposizioni, è nostro preciso dovere civico quello di sottostare alla potestà del nostro Stato, il quale deve imporre – dall'alto della sua autorità – ciò che ritiene più opportuno e consono al raggiungimento del bene comune. E, malgrado ciò che si può dire, una società multi-etnica se ben amalgamata, senza inutili ostracismi, è precisamente il massimo dei beni possibili. Prendiamo a modello due esempi difficili e per certi versi entrambi assai problematici d'integrazione. (Del resto, una società senza problematiche interne dovrebbe essere per forza di cose una società utopica, perfettamente irrealizzabile e ben lungi da quelle che sono le nostre attuali prerogative.) Ci riferiamo agli esempi di due gloriose e antiche nazioni, quali la Francia e l'Inghilterra, i cui passati coloniali le hanno entrambe condannate a dover ammortizzare dei selvaggi e implacabili flussi migratori dalle loro “ex” o ancora “attuali” colonie.
In Francia la lunga querelle che ha visto protagonista il famigerato e tanto politicamente scorretto velo islamico è stata usata come pretesto per rivendicare la laicità dello Stato – di chiara ispirazione giacobina – di cui i francesi, a loro maggior gloria, rimangono i precursori – vedi alla voce Rivoluzione francese e consimili. Se vietare il suddetto velo nei luoghi pubblici – scuole, tribunali e altre sedi burocratiche – sia stata una brillante idea oppure no questo non lo sapremo mai di preciso. Quel che sappiamo già, però, è che i focolai di rivolta scoppiati nelle banlieues parigine e di mezza Francia non sono di certo dei segnali incoraggianti a tal proposito. Ampie fasce della popolazione cittadina si vedono emarginate e relegate in sordidi quartieri, squallidi e degradati, somiglianti in tutto e per tutto a dei “ghetti”. Dunque parlare di un modello d'integrazione alla francese ci sembra quanto meno improprio o, in ogni caso, non certamente di buon auspicio.
E si può definire altrettanto poco appropriato uno speculare modello d'integrazione inglese. Gli attentati terroristici avvenuti il 7 luglio 2005 ne sono un'evidente riprova. Infatti essi sono stati la goccia che ha fatto traboccare il vaso: in un paese come l'Inghilterra, dove l'immigrazione viene vissuta con un misto d'indifferenza e di flemma britannica, della serie: “Abbiamo troppa immigrazione, be' pazienza, questo è il prezzo che dobbiamo pagare per fare dei buoni affari...”. Chissà però se il popolo inglese – tanto per intenderci, quello che di solito prende la metropolitana o l'autobus per andare a lavoro – la pensa allo stesso modo degli insigni Ministri di Sua Maestà, i quali ritengono accettabili i rischi di attentati purché non si mandi a rotoli una proficua partnership con i cugini americani e i quali – inoltre – sono soliti essere accompagnati al lavoro da portentose scorte con tanto di autoblindate a disposizione.
Il quadro sconfortante che ne emerge è che sia la Francia – tradizionalmente progressista (nonostante Sarkozy o i gaullisti come lui di fresca estrazione) – che l'Inghilterra – altresì tradizionalmente conservatrice (malgrado Blair e il suo collie scozzese Gordon Brown) – presentano due modelli d'immigrazione piuttosto fallimentari. Dunque, in un paese come il nostro, di per sé già sufficientemente complesso e non ancora pienamente toccato dai fenomeni dell'immigrazione – le “bagnarole” dei clandestini toccano sì le nostre coste ma di solito quelli che vi sono a bordo sono diretti da tutt'altra parte: Germania, Spagna, Francia o Inghilterra –, sarebbe meglio riconsiderare in un'altra ottica le precedenti esperienze francesi e inglesi in materia d'immigrazione. Per adesso almeno la miglior cosa che possono fare in proposito i nostri governanti è sensibilizzare larghe fasce della popolazione, altrimenti ostili o intolleranti verso il “diverso” – del resto che cos'è la xenofobia se non la paura di chi ha un aspetto “diverso dal nostro”, anche se magari in fondo al suo cuore è governato dalle nostre precise ed identiche pulsioni, «umane troppo umane» verrebbe da dire con Nietzsche. Credere infatti che l'accettazione e conseguente assimilazione delle minoranze etniche all'interno della propria popolazione sia un fattore che vada regolato partendo dal basso, cioè dai singoli cittadini, è un'assoluta follia: sarebbe come ostinarsi a credere ancora, alle renne, ai folletti e a Babbo Natale. Un'iniziativa come l'integrazione può essere regolata unicamente partendo dall'alto, ovvero dallo Stato stesso, che deve sapersi imporre per evitare una altrimenti inevitabile ondata d'intolleranza razziale.
Da che mondo è mondo, l'essere umano è una creatura abitudinaria. Toglietegli le sue abitudini e lui con tutta probabilità impazzirà. Dunque è illecito pensare che i singoli cittadini siano in grado di promuovere iniziative d'integrazione quando queste possono minacciare – anche solo teoricamente – le loro abitudini ben consolidate. A tal proposito ribadiamo che lo Stato e solo lo Stato può essere il sommo Regolatore dei delicati e complicati meccanismi d'integrazione, proponendo iniziative valide e concrete esso deve andare incontro sia alle esigenze dei nativi che a quelle dei migranti. Per partire con il piede giusto esso dovrebbe innanzitutto mescolare i suoi cittadini. Il suo motto dovrebbe diventare perciò: Mescolatevi per non soccombere! Già, perché se non ci sarà un serio rimescolamento delle parti in causa, se i figli dei nativi e i figli dei migranti non cresceranno spalla a spalla sugli stessi banchi di scuola, organizzazioni terroristiche parastatali potrebbero infiltrarsi capillarmente nei nostri tranquilli borghi di provincia – vedi quanto è avvenuto recentemente nella placida e pacifica Umbria, dov'è stata sgominata un'insospettabile cellula del terrore – e finire con l'avere il sopravvento. Preghiamo dunque per i nostri figli che ciò non avvenga mai, ma intanto cominciamo a prendere coscienza dell'entità del problema...

1.10.07

Uccellaccio

di Marco Apolloni

Oggi ho incontrato un Uccellaccio. Aveva occhi acquosi, espressione ebete, voce roca, aria candida – manco fosse un pulcino spennacchiato. Come se si trattasse di una roba da niente dopo due secondi nemmeno che avevamo attaccato bottone, eccolo annunciarmi solenne che l'Ora è vicina e che, quindi, bisogna prepararci. «Tutti moriremo!» mi ha detto con tono profetico. “Sai che scoperta!” mi sono detto. Era un volontario, soccorritore degli ammalati, anche se più che soccorrerli a me pareva avvilirli con le sue prediche da quattro soldi. I suoi discorsi avevano quel tanfo sepolcrale di chi si sente già spacciato e mi facevano venire il voltastomaco, tanto abietto disprezzo della vita rivelavano. Quest'uomo, buon diavolo – per carità –, mi ha suscitato una riflessione sull'essenza della religione cristiana che è la morte! Di nessuna religione, infatti, come di quella cristiana si può dire che sia tanto nemica giurata della vita e di tutto ciò che è esaltazione della stessa. Uomini siffatti mi fanno comprendere come Nietzsche sia potuto arrivare al colmo dell'esasperazione, fino a scrivere un'opera tanto controversa quanto incompresa come L'anticristo. Sentirsi morti anzitempo, questo è il tratto distintivo che accomuna simile gente credula. Un perenne sentore di morte, che è sempre dietro l'angolo e improvvisa ti può colpire, accompagna il loro cammino terreno e avvolge come un alone nefando costoro. Solo ora mi capacito come Augusto, mio nonno, poco prima di morire abbia manifestato il volere di non ricevere un funerale secondo il rito cristiano, dimostrando così una rara e invidiabile condizione di beatitudine interiore – che solo agli atei come lui è concessa, in pace con la loro coscienza, sapendo che non dovranno affrontare le pene dell'inferno ma semmai un sonno senza sogni alla maniera socratica. Alle petulanti parole di quel chierichetto mancato, mio triste interlocutore, avrei voluto rispondere con le parole del giovane Guevara: «Bisogna combattere per ogni respiro e mandare la morte all'inferno!» dette ad una ragazza lebbrosa per incitarla a combattere per la propria esistenza – aforisma che potete trovare ne I diari della motocicletta, opera cinematografica sulla gioventù dell'eroe argentino. Tuttavia per buona educazione ho taciuto. Oltretutto, mettendo da parte ciò che penso io – misera e insignificante creatura –, ritengo un atto poco nobile e perlopiù da stolti quello di azzittire poveri cristi come lui, che perlomeno credono in qualcosa e sono pur sempre migliori di chi non crede in niente – anche se il niente per alcuni rimane pur sempre un appiglio e, volendo, pure una religione. Togliergli questa magra consolazione – del resto a che servono le religioni se non a consolare? – credo avrebbe dimostrato da parte mia un'imperdonabile insensibilità. Secondo me ognuno dovrebbe credere in ciò che vuole. Ciononostante non posso proprio soffrire i predicatori della Fine dei Tempi. Il Medioevo ormai è passato da un pezzo e se simili profezie catastrofiche potevano andar bene all'età della peste bubbonica, al giorno d'oggi paiono un tantino delle esagerazioni: basta che piova due giorni di fila che ecco sentire, le solite cornacchie, annunciare ai quattro venti il Diluvio Universale. Vorrei tanto sapere cosa gli passa per la testa a costoro. Fra l'altro ne conosco due o tre di questi, ve li raccomando. Li incontro sempre in banca un giorno sì e l'altro pure, chissà che non tengano tanto ai loro conti bancari per assicurarsi un hotel a cinque stelle in paradiso – anche se dubito fortemente che da quelle parti accettino pagamenti con le loro Visa o Mastercard... Quel che dico io è che se dovrà esserci un Giorno del Giudizio ben venga e chi ha la coscienza a posto, indipendentemente da quante volte si è confessato in vita sua – il confessionale rimane il più efficace strumento di controllo dei pastori sulle vite del gregge –, non ha di che preoccuparsi. Badino piuttosto a preoccuparsi di chi si va a confessare, però intanto scioglie bambini nell'acido... Poi tutte quelle profezie – profezie qua, là, su e giù –, mi sembrano tanto roba da ebreucci. Mi va bene che alle profezie ci credano loro, ma da qui a tentare di infinocchiare anche me, questo – se permettete – proprio non lo tollero. Sapete sono anch'io un credente, seppur un tantino anti-convenzionale ed eccentrico. Al momento, però, non me la sento ancora di dire in che cosa credo: ora come ora, posso solo dire che credo sia una pessima idea non credere, tutto qua. La fede, se non altro, riempie i cuori di speranza. E io, proprio non ci rinuncio a vivere senza speranza: è il mio ossigeno, è la mia linfa vitale, è respiro cosmico per me! Spero e questo mi basta...