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30.12.07

I però della vita

di Marco Apolloni

Mi girano un po' le palle, lo ammetto. Perciò premetto che sarò volutamente irritante. Avete presente quei lunghi giri di parole introduttivi con cui certa gente ti silura, però – ecco il primo però – con molto stile. Beh, ieri sera – dolceamara serata – mi sono trovato in una situazione analoga. Per motivi di privacy non starò a raccontarvi con chi ero, né tanto meno i perché e i per come. Sarò diretto e brutale. La mia è più che una dichiarazione d'intenti. Non so voi, ma quando uno mi parla e si dilunga lisciandomi contro pelo come si fa coi gatti, io non mi fido tanto, comincio a sentire puzza di gatto bruciato. Poi ad un tratto, eccolo: il benemerito però che ti aspettavi da mezz'ora e che puntualmente senti pronunciare. Basta una leggera, quasi impercettibile, inflessione di tono nella voce che subito tutto ti appare chiaro. La vita te lo sta per mettere in quel posto... Tu credevi di non essere come gli altri, che la carretta non avresti dovuto spingerla, che non avresti dovuto faticare come un mulo e invece eri solo un pirla presuntuoso che supponeva. Però si poteva fare così, però si poteva fare cosà, però sei stato troppo profondo, però sei stato troppo superficiale. Tagliando corto, quando senti dirti ognuno di questi però è come se ricevessi un pugno sul grugno, di quelli tosti, bene assestati, che ti spaccano la pelle e ti fanno scendere giù piscine di sangue vischioso. Ti dicono che sei un giovane di buone speranze e subito ti vengono in mente quelle miriadi di giovani prima di te, anch'essi una volta di buone speranze ma ora dei perfetti signori nessuno sparsi chissà dove nel globo – nella migliore delle ipotesi – o niente più che cibo per vermi – nella peggiore delle ipotesi. Ti tocchi le palle, sì, e una toccatina è proprio quello che ci voleva dopo simili pensieri. Ti fai forza e ti dici: "Dai che un giorno prima o poi qualcuno ti apprezzerà per quello che sei e ti darà il tuo attimo fuggente di gloria". Andy Warhol ha detto che tutti finiremo con l'avere i nostri cinque minuti di notorietà. Certo cinque minuti sono un po' pochini ma, cazzo, sempre meglio di niente. E allora tu ci speri e ti accorgi di avere fatto il più capitale degli errori perché ti ricordi di quel detto: chi vive sperando, muore... Fa niente, non sei scaramantico, però – diamine eccone un altro – ti tocchi lo stesso un'altra volta. Tanto massimo che ti succede è niente. Come dice quello: non ci credo però mi tocco... Scanso equivoci. Già, è meglio scansare gli equivoci. Ti fanno troppa confusione e poi ti logorano il cervello. M'immagino voi lettori, che vi starete dicendo: guarda questo qua, usa la seconda persona perché vuole somigliare a Mac Inerney. Mac chi? No, non ce l'ho un Mac. O meglio: conoscevo un Mac, però quello giocava a tennis. Un po' folle, ma non era niente male. Era il mio tipo di tennista ideale. Faceva incazzare gli arbitri come delle iene. Poteva dire o fare quello che gli pareva dentro al campo da tennis. Comunque la gente lo applaudiva. Poteva pure mandare affanculo la stessa gente che gli batteva le mani. Tanto lui era un genio, quindi logicamente sregolato. Chi cazzo saranno mai 'sti geni. Le biografie dei più grandi scrittori di tutti i tempi sono istruttive in proposito: si trattava perlopiù di personaggi decisamente strani, che facevano la fame pur di coltivare il loro sogno di scrittura. Molti crepavano senza vedere coi loro occhi una sola critica positiva ai loro libri. Poi da morti, magicamente venivano beatificati. Non dal papa, ma da quegli stessi palloni gonfiati che li avevano stroncati quand'erano vivi e che gli avevano fatto patire le pene dell'inferno. Ma che vi sto a raccontare. Queste sono cose che voi già saprete, miei cari lettori. Che gran tristezza. La vita è adesso! Ieri è già passato. Domani boh? Il domani quello, beh, lo sappiamo tutti è un'incognita, un gigantesco punto di domanda. Ne sapeva qualcosa Lorenzo De' Medici che nella sua stracitata poesia carnascialesca ha lasciato scritto: "Chi vuol essere lieto sia di doman non v'è certezza"... Poesie a parte, la vita non è poesia. È quanto di più lontano ci possa essere alla visione che hanno i poeti del mondo. Questi, infatti, sono degli spiantati, però una cosa è certa: pensano davvero quello che dicono, peccato solo che dicano un mucchio di cretinate. O meglio: tali sembrano alla stragrande maggioranza della gente che non possiede il loro dono. La società li abortisce, non ne vuole sapere ed è arrivata addirittura a cancellarne le tracce. Neanche li pubblicano più i libri di poesia. Ci manca solo che il WWF metta i poeti come specie protetta, dato che sono ormai in via d'estinzione. Io ho un amico poeta, si chiama Delfino. Scrive poesie ed è pure bravo, però alla gente non importa quel che ha da dire lui, poetastro, sul mondo. La gente legge con piacere l'avvincente descrizione di un pompino fatto da una quindicenne un po' zoccola. Quelle sono cose che catturano il vivo interesse della gente. Sono cose che possono diventare argomento per quei circhi umani dei talk show. Queste cose riempiono i teatri di persone che pendono dalla bocca non della ragazzina-scrittrice, chiamata solo come comparsa, ma dello psicologo di turno che racconta alla platea plagiata il degrado morale in cui sono incappati i nostri figli. Queste persone vogliono sentirsi dire che era meglio ai loro tempi: quando non c'erano né internet né i cellulari né quant'altro. Insomma la solita minestra riscaldata. Sono stufo, anzi arcistufo. È tempo che mi congeda da voi, fedeli lettori. Lasciatemi dire però – questo vi prometto è l'ultimo della serie – una cosa ancora, la cosa più sincera che io possa dirvi – che fa riferimento alla mia esperienza di vita vissuta: non c'è trippa per gatti... ma per i cani sì!

26.12.07

Il volo degli "Angeli" sulla pista da ghiaccio

di Silvia Del Beccaro

New York, le luci, la neve, il Natale. Una magia indescrivibile che fa da scenario ad una fiaba altrettanto romantica. Quella di Elisa Angeli - monzese d'adozione, 28 anni compiuti a Natale - divenuta nel 2005 una delle colonne portanti dell’Ice Theatre di New York – fra le più note compagnie americane di danza su ghiaccio. Dopo l’ultima tournée, durata quasi tre mesi, Elisa è ritornata in patria una settimana fa, in occasione delle vacanze natalizie, ma ripartirà per l’America il prossimo febbraio. Questa collaborazione, avviata nel 2005, l’ha condotta ad esibirsi in location di altissimo livello: non solo eccellenti palazzetti sportivi, ma anche veri e propri teatri adibiti a piste di ghiaccio per l’occasione.

Elisa Angeli. Ventotto anni. Una lunga carriera alle spalle da agonista. Un presente roseo da pattinatrice professionista. Questo il tuo percorso, in sintesi, che ti ha condotta da Monza alla Grande Mela: New York. Ma come sei approdata sugli scenari internazionali?

È successo un po’ per caso. Nel 2005 sono andata in vacanza a New York e naturalmente avevo i pattini con me. Cercavo una pista al coperto e ho trovato il Chelsea Piers. Mentre pattinavo due coreografi dell'Ice Theatre, che provavano i loro balli, mi hanno notata.

Se fossi rimasta in Italia pensi che avresti avuto le stesse opportunità?

In Italia quasi nessuno riesce a vivere di professionismo. Forse due o tre persone al massimo possono permettersi di farlo, giusto qualche campione olimpionico.

È vero che professionismo corrisponde solo a sacrificio?

Certo conciliare la vita personale con quella lavorativa è difficile, ma si fanno delle scelte. In Italia insegno pilates, danza e pattinaggio e devo cercare dei sostituti per i periodi in cui sono via. Fortunatamente non sto mai lontana per più di tre mesi consecutivi.

In ogni caso le soddisfazioni sono tante.

Si, molte. Specialmente mamma Maria e papà Benito sono orgogliosi di questa esperienza. Mia mamma tra l’altro, essendo una brava sarta, mi sta dando una mano con i costumi di scena.

Ci sono differenze sostanziali fra Italia e America nelle metodologie d’insegnamento e negli allenamenti?

Forse in America puntano più sull’estetica del movimento. Sono più sensibili alla danza, applicata ovviamente al pattinaggio, e all’armonia delle acrobazie. In Italia invece ci si concentra più sull’agonismo e sulla qualità di una tecnica in relazione ai punteggi da ottenere in competizione.

In America tra l’altro hai potuto esibirti nei teatri. Una novità assoluta, questa, rispetto agli standard italiani.

È stata una bellissima esperienza, soprattutto per ciò che concerne il contatto con il pubblico. In un palazzetto gli spettatori sono molto distanti rispetto alla pista, mentre nei teatri sono a pochi passi da noi.

Sei stata invitata al Madison Square Garden dagli organizzatori del “Circus de Soleil”, per prendere parte alla presentazione generale della compagnia. Come ricordi questa esperienza?

È stato bellissimo. Avevano realizzato una specie di città totalmente in ghiaccio, in cui gli spettatori potevano camminare liberamente e assistere alle varie performances.

Negli ultimi 20 anni non hai mai abbandonato il pattinaggio, anche se a un certo punto hai deciso di rompere con l’agonismo. Per quale motivo?

Purtroppo anche quello del pattinaggio è un ambiente un po’ inquinato e quando inizi a non piacere più, soprattutto come coppia, non ottieni le soddisfazioni che magari meriti. E così mi sono ritrovata a 21 anni a decidere se continuare o smettere.

Da febbraio riprenderai la tournée con l’Ice Theatre e fra le varie tappe toccherai anche la Francia.

Per gli altri sarà un viaggio fuori dal Paese, per me sarà un avvicinamento a casa.

14.12.07

"300", le gesta eroiche dei prodi spartani

di Silvia Del Beccaro

Seppur sia stato scritto in un contesto storico totalmente differente, il noto ritornello di Luigi Mercantini «eran trecento, eran giovani e forti e sono morti»1 ben si addice comunque alle gesta eroiche del popolo spartano, che isolato, durante la famigerata guerra delle Termopili, affrontò migliaia di persiani conquistatori. Il loro coraggio e le loro avventure da secoli si annoverano nei libri di storia e negli epici racconti letterari. Ma di loro ha narrato le vicende anche Zack Snyder, giovane regista americano che ha diretto la pellicola 300, riadattamento cinematografico dell'omonima graphic novel firmata Frank Miller in cui viene raccontata – sotto forma di fiction – la famosa battaglia delle Termopili. Mitologia, azione e fantasy sono le tre componenti chiave di questo incredibile film, che concretizza a perfezione la realtà immaginifica di Miller. Affinché emergessero ancor più le origini fumettistiche di questo capolavoro – degno di tale definizione sia per quanto concerne la sceneggiatura che per la sua resa finale – 300 è stato realizzato mediante un uso massiccio della classica tecnica bluescreen2. La predilizione per gli effetti speciali, infatti, è una caratteristica costante delle realizzazioni cinematografiche tratte da graphic novels – non è un caso dunque se pure in Sin City, anch'esso tratto da un fumetto di Frank Miller, compaiono tecniche simili accostate a fotografia digitale e ricostruzioni immaginarie di luoghi e persone storico-leggendarie. Una colonna sonora decisamente rockettara accompagna le marce e i combattimenti, dando così maggiore intensità alle grottesche scene di guerra di per sé molto vive e accese. Gli innumerevoli corpo-a-corpo di cui gli spartani sono protagonisti sono infatti talmente realistici da non lasciare nulla al caso. Tutto è ritratto come in una specie di fotografia vivente: un ritratto veritiero dai colori sbiaditi e fumettistici, nel quale gli scontri incalzanti rievocano i tempi dell'antica Grecia e rendono lo spettatore partecipe di un'epoca ormai lontana ma ancora vivida nella memoria del mondo.
Perfetti. Gli abitanti di Sparta erano semplicemente perfetti. Nella sembianza, nella prestanza, nell'animo. Era un popolo nato per combattere, quello spartano, forgiato da trecento anni di una società guerriera e tenace fino al midollo, con l'audacia insita nel proprio Dna. Non c'era posto per la debolezza, a Sparta. Solo i duri e i forti avrebbero potuto definirsi spartani e la loro prestanza fisica era la concretezza di quella convinzione – un pensiero oggi forse incomprensibile, ma un tempo considerato quasi un obbligo morale. Fisici statuari e muscoli possenti erano una prerogativa del popolo maschile spartano. Non che le loro donne fossero da meno, s'intende: quanto a coraggio esse eguagliavano i loro mariti e i loro figli. Ne è un chiaro esempio l'atteggiamento della regina Gorgo – moglie di re Leonida – la quale, in un momento di adulterio forzato, viene definita dal suo violentatore come «la guerriera». Lei, che andrà a parlare di fronte al consiglio di Sparta per difendere le azioni di suo marito e arrecargli supporto. Lei, che ucciderà il suo violentatore e gli pronuncerà le stesse parole subite durante il rapporto forzato: «Sappi che non finirà tanto presto e che non sarà piacevole». Ma la guerra era un “privilegio” per soli uomini. Non c'era spazio per le donne in battaglia. Essere soldato era un mestiere destinato alla popolazione maschile. Fin da bambini infatti i ragazzi venivano addestrati nell’aghōghē e, una volta terminato, sarebbero dovuti tornare fra la loro gente, da spartani – o non sarebbero tornati affatto. Valore e onore erano due termini inesorabilmente legati al nome di Sparta e dei suoi cittadini. La città era simile ad un accampamento militare, governato sulla base dei principi del cameratismo e dell’austerità. Il senso di disciplina per cui gli spartani erano noti veniva inculcato agli abitanti sin da piccoli. Il sistema di istruzione, l’aghōghē per l’appunto, era un elemento centrale nella vita dello stato spartano e tutti i cittadini dovevano avervi partecipato. Era diretto da un importante magistrato, il “guardiano dei fanciulli”, che aveva sui ragazzi un potere simile a quello di un generale in battaglia sui suoi soldati. Ivi venivano insegnati solo i rudimenti del leggere e dello scrivere, poiché l’accento era posto più che altro sull’insegnamento dell’obbedienza, della prestanza fisica e del coraggio3: «E se la morte è un rischio, essa è anche la ricompensa per l’atleta vincitore»4.
Nel periodo di addestramento i giovani spartani venivano sottoposti a prove di forza continue – sia mentali che fisiche –, culminanti nella prova finale, uno scontro faccia-a-faccia con un animale feroce – un lupo – in cui avrebbero dovuto dimostrare tutto il loro valore. In fondo era la società di Sparta ad esigere tutto questo. D'altronde non poteva essere altrimenti, visto che la società spartana era basata sul militarismo e sul rigore. Una società le cui fondamenta erano da ricercare nel rispetto e nell'onore. Una società in cui la paura non doveva essere vista come un male, ma come una compagna di battaglia che il soldato avrebbe dovuto accettare per rivelarsi ancora più forte.

Gli spartani non si ritirano mai. Gli spartani non si arrendono mai. Figli miei. Non ci ritiriamo. Non ci arrendiamo. Questa è la legge di Sparta.

«Sire, siamo con te. Per Sparta. Per la libertà. Fino alla morte»: questo gridavano i soldati spartani al loro comandante re Leonida, in procinto di partire per le Termopili ed affrontare le migliaia di invasori persiani – capitanati da re Serse – che si stavano avvicinando alla Grecia. Trecento furono gli uomini scelti fra i migliori combattenti di Sparta: tutti con figli maschi che potessero tramandare il loro nome. Trecento furono gli uomini che partirono seppur consapevoli di andare incontro ad una gloriosa sconfitta. Trecento furono gli uomini che guardarono in faccia la morte con occhi di ghiaccio, accettando il loro destino a fronte alta. Dalle terre agricole di Sparta alla costa greca delle Termopili, la bocca dell'inferno, i soldati spartani marciarono serrati e ad ogni passo un nuovo motto echeggiava nell'aria:


Marciamo. Per le nostre terre. Per le nostre famiglie. Per la nostra libertà. Marciamo. Per l'onore. Per il dovere. Per la gloria. Marciamo […] Il mondo saprà che degli uomini liberi si sono opposti a un tiranno, che pochi si sono opposti a molti.

Il combattimento, la guerra, in fondo erano quello per cui gli spartani erano nati, cresciuti e istruiti. Da sempre, fin dai loro primi passi, gli era stato insegnato che la libertà non veniva regalata, bensì esigeva il più alto tributo: la morte. Serse infatti su quelle Termopili – che segnarono il corso della storia – non trovò ad attenderlo dei semplici soldati, ma degli uomini liberi pronti a sacrificarsi per la loro città, per la loro patria, per la loro stessa vita. Uniti, nella buona e nella cattiva sorte: come una sorta di sposi-combattenti. Gli spartani avanzavano insieme e insieme si difendevano, l'uno con l'altro. Ciascuno doveva proteggere l'uomo alla sua sinistra, coprendolo dalla coscia al collo usufruendo del proprio scudo. Lo schema da loro adottato era denominato “a falange”, ovvero una singola compatta impenetrabile unità. In caso di difesa gli scudi fungevano da copertura, delineando una struttura simile al guscio di una tartaruga. Non appena il comandante dava ordine di attaccare, però, gli uomini spostavano i loro scudi e fuoriuscendo dalla falange sferravano il loro attacco armato – con una lancia o una spada –, per poi richiudersi nuovamente dietro gli scudi serrati. Il tutto avveniva con una celerità da manuale, un concatenamento di corpi e colpi tale da non permettere agli avversari alcuna reazione. Un solo punto debole avrebbe potuto mettere in pericolo la falange stessa e, di conseguenza, la vita di tutti. Ecco perché il requisito fondamentale fra i combattenti di Sparta rimaneva la fiducia. Onore, rispetto e fiducia era il “trinomio tipico” spartano, da non dimenticare, imposto fin dall'infanzia alla stregua di un comandamento.
Militarismo, combattività. Sì. Ma nei cuori degli spartani, per lo meno quelli ritratti da Zack Snyder, c'è anche tanta umanità. Le parole di re Leonida – il gigante buono che sa amare la sua donna e i compagni d'arme – in più occasioni rivelano il lato umano di questi soldati robotici, che agiscono quasi meccanicamente ad ogni ordine dato dal loro comandante. Speciale, in questo senso, è lo scontro verbale che Leonida ha con Serse, quando questi minaccia il greco di invadere le sue terre e tenta in tutti i modi di farlo inginocchiare davanti a sé affinché riconosca la supremazia della Persia sulla Grecia. In un momento di ira, Serse confessa a Leonida che sarebbe disposto a sacrificare ciascuno dei suoi soldati per poter ottenere la vittoria. Dopo aver udito le sue parole, lo spartano replica che – diversamente – sarebbe disposto a morire per ognuno dei suoi uomini. Re Leonida non manca di ricordare il carattere combattivo del suo popolo e si rivolge ancora al re persiano folgorandolo con questa battuta – che racchiude l'essenza dell'eroismo spartano: «Tu possiedi molti schiavi, Serse, ma nessun guerriero».
Seppur rielaborato in chiave leggermente fumettistica, dunque, 300 narra la storica guerra fra le flotte orientali del sovrano persiano Serse e l’esercito greco del re spartano Leonida. Serse procedeva attraverso la Tracia, la Macedonia e la Tessaglia.
Appena giunta la notizia del suo arrivo nella Pieria, i greci si sistemarono nelle loro postazioni. Spostandosi verso sud, Serse si accampò a ovest delle Termopili e l’esercito greco si fermò sul passo. L’armata ellenica era composta da trecento5 spartiati, duemilaottocento opliti provenienti da altre regioni del Peloponneso, millecento da due città della Beozia, un numero non specificato di locresi e mille focesi. Il comandante in carica era il re spartano Leonida6. Nessuno si aspettava che lo scontro coi persiani sarebbe arrivato così presto; ma quando Serse si spostò all’entrata del passo con l’intento di spaventare il nemico solo facendo mostra dell’entità delle sue forze, Leonida si preparò a sferrare l’attacco ai persiani e chiese immediatamente rinforzi da tutti gli stati alleati. Prima che le città greche potessero dare aiuto agli spartani, l’armata ellenica fu coinvolta nell’assalto dei persiani – che durò tre giorni consecutivi7.
Inizialmente Leonida e il suo esercito riuscirono a resistere, ma un traditore condusse i persiani sulle montagne, attraverso il sentiero su cui erano di guardia i focesi. Così quando cominciarono a rendersi conto che stavano per essere circondati, i soldati ellenici scapparono impauriti. Rimasero solo gli spartani8. Trecento uomini, trecento corpi, trecento facce squadrate, trecento lance e trecento scudi, trecento corpi nudi, bronzei, lisci e oliati, che fendono lo spazio con la precisione di trecento macchine da guerra9. Sebbene combatterono con estremo coraggio sino alla fine e inflissero gravi perdite nell’esercito nemico, i soldati di Leonida furono sopraffatti10.

Rimasti soli, avrebbero combattuto valorosamente e sarebbero morti con onore11.


***


1 Verso tratto da La spigolatrice di Sapri, composta alla fine del 1857 da Luigi Mercantini. Narra la sfortunata spedizione di Carlo Pisacane nel Regno delle Due Sicilie.

2 Gli attori recitano davanti a un pannello blu, che poi in post-produzione viene sostituito con gli sfondi computerizzati.
3 Hooker J.T., Gli spartani (Traduzione di Valeria Camporesi), Milano, Bompiani, 1984, pag. 120
4 Oates J.C., Sulla boxe (Traduzione dall’americano a cura di Annarosa Miele), Roma, Edizioni E/o, 1988, pag. 15
5 Stando ai dati forniti da Erodoto.
6 Hooker J.T., Gli spartani (Traduzione di Valeria Camporesi), Milano, Bompiani, 1984, pag. 144
7 Siamo a fine agosto del 480.
8 Secondo Erodoto, Leonida si sarebbe votato a morte sicura a causa di un oracolo di Delfi indirizzato a Sparta all’inizio della guerra. La profezia diceva che se non avessero perso un loro re in battaglia, gli spartani sarebbero caduti nelle mani di Serse.
9 Matteucci M., Cinemaplus.it
10 Hooker J.T., Gli spartani (Traduzione di Valeria Camporesi), Milano, Bompiani, 1984, pag. 145
11 Hooker J.T., Gli spartani (Traduzione di Valeria Camporesi), Milano, Bompiani, 1984, pag. 143

7.12.07

"L'ultima tentazione di Cristo" (1988)

di Marco Apolloni

L'ultima tentazione di Cristo è l'inspirata trasposizione cinematografica diretta da Martin Scorsese dell'omonimo romanzo di Nikos Kazantzakis. D'altronde un film cristologico, per uno con il background italo-cattolico quale Scorsese, non ci sorprende più di tanto. A differenza dell'ultimo film-splatter sulla vita del Messia – ci riferiamo a The Passion di Mel Gibson – ne L'ultima tentazione ci si concentra di più sul Cristo spirituale, rispetto a quello carnale. Scontate e immeritate le critiche piovutegli addosso dal Vaticano, accompagnato dalla suggestiva colonna sonora targata Peter Gabriel – che ben s'intona con le scene a cui fa da sottofondo. Forse siamo davanti al più bel film sulla storia di Gesù. Si risentono gli echi della cristologia rock anni '70 e il modello implicito a cui si fa riferimento è senza dubbio Jesus Christ Superstar. L'azzeccato, e se vogliamo anche atipico, interprete di Gesù è Willem Dafoe, attore molto espressivo e dalla particolare fisionomia, tant'è che ogni piega del suo volto riesce a restituire adeguatamente tutta la complessità umana di quest'uomo-dio, il cui avvento è stato talmente cruciale per la storia dell'Occidente da costituire un autentico spartiacque, per mezzo del quale si distinguono gli evi prima e quelli dopo la sua venuta...
Un dissidio interiore lacera questo Cristo di Scorsese, la cui natura divina risulta un fardello troppo pesante da dover sopportare da solo e di cui vorrebbe essere liberato. La sua più grande paura – tanto da confessare che la paura è il suo unico dio – è quella di non risultare all'altezza della missione salvifica assegnatagli dal Padre Onnipotente. Un fedele compagno di cammino, però, lo allevia almeno in parte del suo insopportabile fardello. Questi è Giuda Iscariota. Proprio lui, il più infimo traditore della storia secondo i vangeli canonici. Nell'operare questa rivalutazione della figura di Giuda, Scorsese sembra prestar fede alla canzone dylaniana With God on his side. Effettivamente alla luce della sconvolgente e recente scoperta del Vangelo di Giuda pare che l'Iscariota, nel tradire il suo Maestro, avesse davvero Dio Padre dalla sua. A pensarci bene, in effetti, pure senza la scoperta di questo vangelo appartenente alla tradizione gnostica-sethiana, non si può certo negare come Giuda abbia svolto un ruolo stranamente decisivo nell'economia della salvezza. Senza di lui, difatti, nessun Cristo avrebbe potuto lavare i peccati dell'umanità e redimerla una volta per tutte. In un dialogo chiarificatore Cristo rivela a Giuda: «Di tutti i miei discepoli, tu sei il più forte» e poi aggiunge «senza di te non ci sarà la redenzione». Giuda sbalordito prova ad obiettare che non vuole tradire il suo Maestro e gli domanda: se al suo posto farebbe altrettanto e Gesù gli risponde di no, che non lo farebbe, precisando poi: «Per questo Dio mi ha dato il compito più facile». Dunque, rivisto sotto questa diversa ottica, Giuda più che il traditore sembrerebbe proprio il compitore delle Scritture. Disquisizioni teologiche a parte, Giuda nel film – interpretato da un coriaceo Harvey Keitel – si rivela l'unico vero amico di Cristo, colui che cerca in tutti i modi di farlo sentire meno solo nel suo cammino di ascesi spirituale. Per questo si può dire che se Gesù è stato la mente, Giuda è stato il braccio armato grazie al quale si è resa possibile la prassi, ovvero la teoria-in-azione cristiana che ha saputo operare una genuina rivoluzione d'amore.
Altro personaggio-chiave del film è senz'altro Maria Maddalena, l'amante di Gesù, divenuta prostituta solo in seguito al continuo ritrarsi di quest'ultimo. In fin dei conti l'Ultima Tentazione di Cristo crocefisso consiste appunto nel rinunciare a sacrificarsi per il genere umano, in cambio di una semplice vita da uomo, vissuta nel porto-franco di una casa accogliente e al sicuro fra le braccia di una moglie amorevole, la Maddalena appunto. La sola parte del film a discostarsi in maniera eclatante dai vangeli dell'ortodossia è proprio quando nel finale Gesù acconsente a scendere dalla croce, rinfrancato dalla rivelazione fattagli da uno strano angelo, il quale gli assicura di non essere lui il Messia tanto atteso. Quindi ecco che l'angelo lo inizia ad una nuova vita: una vita da piccolo-uomo. Questa, però, gli riserva delle spiacevoli sorprese: fra tutte la morte inaspettata di Maria Maddalena. Colui che si spaccia per suo angelo custode, altri non è che Satana, il quale lo consola dicendogli: «Esiste una sola donna al mondo, una donna con innumerevoli volti». Così Gesù passa dalla braccia della Maddalena a quelle di un'altra Maria, la quale gli dà dei figli e che ha una sorella, Marta, la quale anch'ella si concede al cognato.
Intanto il film seguita, Gesù invecchia e assiste sbalordito alla creazione del suo mito di Salvatore dell'umanità. S'indigna ascoltando i vaneggiamenti di Paolo di Tarso, che racconta come Gesù abbia sconfitto la morte e sia risorto – eliminando così la paura più atavica degli uomini. (Del resto la resurrezione è il pilastro su cui si fonda l'intera dottrina cristiana.) Perciò Gesù prende da parte Paolo, gli rivela la sua vera identità e lo prega di non mentire oltre ai suoi adepti. Paolo però, con un moto istintuale di ribellione, gli dà del bugiardo e gli confessa che ormai è troppo tardi: la sua menzogna ha messo radici nei cuori degli uomini, dando loro qualcosa in cui vale la pena credere. Infine eccolo sul suo letto di morte visitato dai discepoli, tra cui il più inseparabile di tutti – Giuda stesso – che lo disconosce come Maestro tant'è la repulsa nei suoi confronti per non essersi immolato sulla croce. Giuda gli dice: «Non c'è salvezza, senza sacrificio», poi continua dandogli del «traditore»1, del «codardo». Con una nota di disprezzo nella voce Giuda rammenta ancora al suo Maestro: «Io ti amavo così tanto, così tanto che ti ho tradito» e inoltre «ciò che è bene per un uomo, non è bene per un dio». Le parole al vetriolo dell'indomito discepolo hanno l'effetto di risvegliare in Cristo la scintilla sopita del divino ridonandogli la consapevolezza che non nel letto di vecchiaia deve morire il Messia, bensì sulla croce per il bene dell'umanità.
Qui il viaggio allucinatorio di Cristo s'interrompe e riappare lui crocefisso sul Golgota. Si scopre così che si è trattato solamente di un sogno, fuorviante e menzognero. Eccolo lì, allora, il Salvatore dell'umanità, mentre adempie al compito assegnatogli dal Padre, dall'alto della sua Onniscienza. Anche Gesù, infatti, nonostante il divino che abita in lui, si rivela per quel che è: una pedina mossa dalle sapienti dita paterne nello scacchiere del mondo. Così egli, dopo aver finalmente domato le sue paure, spira ridendo e pronunciando le sue ultime parole: «Tutto si è compiuto». Del resto il suo sacrificio non è poi per lui così drammatico come si voglia far credere, vista la sua celestiale ricompensa: sedere alla Destra del Padre nei secoli dei secoli amen!
1 Giuda che dà del «traditore» a Gesù ci sembra una scena davvero imperdibile, tant'è ironica e si scontra contro tutto quello che ci è stato insegnato sulla complessa figura del Messia.

1.12.07

Africa "in corsa" verso la libertà

di Silvia Del Beccaro


Non sono qui per fare demagogia, sia chiaro. Ma il quesito che intendo porre credo necessiti davvero di una riflessione seria. Esistono un’Africa ricca e un’Africa povera? E se sì, dove finisce l’una e dove comincia l’altra? È vero che l’Africa ricca è quella degli hotel internazionali, dei convegni, delle grandi città, dei commerci e degli smerci? Ed è altresì vero che l’Africa povera è fatta di sole baraccopoli in fango e legname, di bestiame e di malattie? Dal nostro punto di vista “occidentaloide” non esiste altra risposta all’infuori di un “sì”. Io stessa sono cresciuta con l’immagine di un Terzo Mondo fatto di siccità, denutrizione, guerriglie e Aids. A chiunque verrebbe da dire: “È normale!”, “QA, Questa è l’Africa” – citando Leonardo Di Caprio, che fa questa affermazione nel film Blood Diamond. Ma tutto questo è davvero “normale”? O forse no?!
A detta mia è tutta questione di semantica. Attribuire un senso al concetto di ricchezza forse è il primo passo da fare per poter iniziare una riflessione approfondita sul continente nero. Essere ricchi significa disporre di qualcosa in più rispetto ad altri. Significa essere consapevoli di possedere qualcosa che altri non hanno. Dunque partendo da questo presupposto che cos’ha l’Africa in più degli altri? Qual è quella caratteristica che contraddistingue gli africani dagli altri cittadini del mondo?
I migliori maratoneti di calibro mondiale, per esempio, sono africani. Nelle olimpiadi specialmente, come nelle competizioni minori, sono invidiati da tutti. La loro leggiadria, la loro scioltezza, la loro resistenza… Hanno un carattere forte, loro, forgiato dal fuoco di mille battaglie – anche quelle non realmente combattute. Sangue competitivo scorre nelle loro vene e nulla e nessuno potranno mai levarglielo di dosso. Non a caso proprio gli africani fanno parte di quell’élite di maratoneti – se non addirittura gli unici – in grado di allenarsi per ore ed ore sotto il sole cocente, a piedi nudi, senza mai risentire minimamente della stanchezza o delle insolazioni.
In questo i maratoneti africani sono identici ai leoni loro conterranei, unici felini al mondo ad essere davvero liberi. Sì, liberi di girovagare sui percorsi polverosi della savana senza dover essere ammirati o fotografati al di là di una gabbia (come accade viceversa negli zoo o nei circhi). Per entrambi quella corsa un po’ selvaggia, all’impazzata, sui deserti aridi dell’Africa Nera concretizza un desiderio intrinseco di indipendenza. La stessa indipendenza che il popolo africano reclama da secoli e che ancora oggi non riesce ad ottenere. Come la falcata del maratoneta verso la vittoria, così la corsa infinita degli africani verso un cambiamento decisivo è assai sofferta. Il traguardo sembra sempre più distante e l’idea di non giungere mai a un termine, alla meta prefissata, disorienta il popolo e lo conduce a provare rabbia e sfiducia nei confronti del loro governo. Specialmente nei Paesi presieduti dagli eserciti militari, i rapporti fra semplici cittadini e governo in auge non sono dei più idilliaci.
Tuttavia la speranza non cessa di esistere, nonostante la sfiducia fra le due componenti cresca in maniera del tutto sproporzionata. Ma ecco allora che la speranza tenta una sua concretizzazione in qualcosa di più pratico, ovvero: quella corsa sfrenata che maratoneti e leoni condividono, accomunati anche da un istinto di sopravvivenza innato e da un Dna che reclama da sempre la libertà – sia d’animo che fisica. Sono proprio questi due esemplari autoctoni – leone e maratoneta –, dunque, ad incarnare il sogno africano di un futuro roseo – e non nero come il continente – in cui questo popolo possa veramente dirsi libero. Libero da luoghi comuni e pregiudizi. Libero da schiavitù ed eserciti padroni. Libero di essere solo se stesso di fronte al mondo intero, senza dover essere continuamente contrassegnato dal bollino nero del debito economico. Quando questo accadrà, allora sì che il popolo africano potrà sentirsi pienamente soddisfatto e proverà cose che non hai mai provato finora. Solo allora, infatti, sarà in grado di interpretare la grande soddisfazione che un maratoneta prova quando, per primo, taglia il traguardo olimpionico. Una sensazione che non è minimamente paragonabile alla vita appariscente dei grandi “ricchi” africani negli hotel di lusso delle metropoli. Una sensazione che nessun “ricco” – all’infuori di quello d’animo – è capace di provare. Perché quello sguardo, quella gioia, quel coinvolgimento che un corridore prova al termine di una lunga ed estenuante corsa olimpionica non sono affatto lo sguardo, la gioia e il coinvolgimento di un singolo individuo che sta correndo per se stesso, per vincere un titolo che lo renderà noto per tutto il resto della sua esistenza e negli anni a venire. No. Quelli sono lo sguardo, la gioia e il coinvolgimento di un intero continente, che proprio in quel magro, scuro, stanco maratoneta ripone la speranza di una vita migliore. Perché la libertà è un tesoro che non ha prezzo. Per tutto il resto c’è...