30.5.07

Armi letali

di Marco Apolloni
Che cosa ci si può aspettare da un Paese come gli Stati Uniti dove apri un conto corrente in banca e ti regalano un fucile nuovo di zecca? Come minimo due episodi tanto sciagurati quanto inevitabili come quelli accaduti nella Columbine High School del Colorado nel '99 e pochi giorni fa nel campus della Virginia Tech, rispettivamente: 12 e 32 morti, tralasciando la conta dei feriti. L'escalation di violenza e sangue nelle scuole e università americane vanta una lunga sfilza di episodi del genere, di cui i due summenzionati rappresentano giusto lo sconvolgente apice.
Un coraggioso e corpulento documentarista americano Micheal Moore – barbetta rossa pungente e immancabile cappellino da baseball –, famoso per essere diventato uno dei “nemici pubblici numeri uno” dell'attuale amministrazione statunitense, con la sua applaudita opera Bowling a Columbine (2002) ci ha consegnato il volto di un'America lacerata, con uno stato sociale pressoché inesistente – dove se stai male e non sei assicurato i medici ti lasciano intuire che puoi benissimo andare a farti fottere –, piena di paure spesso infondate – su tutte quella dell'uomo nero – e alle prese con la “caccia ai fantasmi” – vedi: terroristi dispersi fra le montagne pakistane. Moore, con il suo instancabile fiuto per la verità, in questa pellicola ci fa però capire come sia un esercizio del tutto inutile e sfiancante quello di ricercare la ragione mono-causale del perché gli americani hanno la tendenza ad uccidersi gli uni con gli altri. E di come riuscire ad impossessarsi liberamente di armi dall'elevato potenziale omicida è solo una delle tante cause scatenanti un simile putiferio.
Rimanendo alla cronaca degli ultimi giorni, l'interrogativo che noi ci poniamo è come ha fatto un ventenne d'origine asiatica, con forti squilibri della personalità e già accusato di molestie su alcune studentesse, a far passare inosservate: una pistola e una mitraglietta? Per caso le autorità competenti hanno dormito invece che vigilare sulla sicurezza degli abitanti del campus universitario? È molto probabile. Con il senno di poi è facile dire, come ha fatto un'insegnante del ragazzo-stragista, che dai suoi scritti accademici traspariva un forte risentimento contro tutto e tutti. Tuttavia non può e non deve consolarci il fatto che questa sia stata l'ennesima tragedia annunciata. O perlomeno andatelo a dire ai familiari delle vittime innocenti di questa strage e sentirete cosa vi risponderanno...
Dire male dell'America oramai è diventato uno sport, come il calcio, troppo praticato. Ad ogni modo, è vero anche che l'America non fa granché per farsi dire bene. Piuttosto che esportare la democrazia a destra e a manca, ci chiediamo come mai l'attuale amministrazione repubblicana – non che coi democratici cambi molto – non decida di porre fine a irrisolti problemi intestini quali appunto, solo per citarne due: la pena di morte e il possesso incondizionato delle armi. Riguardo a quest'ultimo problema, tra democratici e repubblicani non fanno che tirarsi a vicenda la patata bollente: gli uni danno la colpa alle grandi multinazionali delle armi – fra gli sponsors ufficiali del partito repubblicano; gli altri, invece, incolpano Hollywood, internet e il rock – ovvero una risaputa “triade” vicina al partito democratico. Vista con gli occhi distaccati di un europeo questa infinita querelle tra repubblicani e democratici è quanto meno fittizia. La verità è che l'America è davvero la Nuova Gerusalemme – di biblica memoria – che dice di essere, ma al contempo non riesce a placare le sue apparentemente insanabili contraddizioni interne. Basti pensare a quell'orrendo scempio della vita umana qual è la pena di morte. Non ci sorprende che un Paese con un regime ateo secondo cui non esiste altra giustizia all'infuori di quella terrena, come la Cina, adotti la pena di morte recuperando l'arcaica e mai tramontata legge del taglione: “Occhio per occhio, dente per dente...”. Ma che un Paese fra i più cristiani al mondo, se non addirittura il più cristiano in assoluto, che si sente investito del ruolo messianico di Redentore dell'umanità nonché faro di speranza per gli altri popoli della terra, come l'America, possa anche solo concepire la barbarie della pena di morte, questo rimane un fatto oscuro a tutti, tranne che agli americani!
Del resto dell'America si amano sia i pregi che i difetti, ma finché ammetterà nel suo ordinamento interno dei grossolani controsensi, ad un europeo – dall'alto della sua sanguinosa coscienza storica maturata durante conflitti plurisecolari – non resterà che far le veci del fratello maggiore e rimproverare in privato i propri fratelli minori americani, più incorreggibili. Aveva ragione la signora Margaret Thatcher, ex Primo Ministro del governo inglese, ad affermare con gran perspicacia: “Gli Stati Uniti sono figli della loro filosofia, mentre noi europei siamo figli della nostra storia...”. Proprio perché abbiamo tanto sbagliato (noi europei), abbiamo tanto da insegnare...

25.5.07

"Il vagabondo delle stelle" di Jack London

di Marco Apolloni

Per uno scrittore come Jack London vale il seguente motto: “Scrivere sempre ciò che si vive e vivere sempre ciò che si scrive”. A dirla tutta, lui è l'incarnazione stessa di questo motto! Nessuno più di lui ha vissuto tanto intensamente, traendo prezioso spunto dalle esperienze della vita, che a volte ti dà e altre ti toglie.
Il vagabondo delle stelle – il cui titolo originale è: The Star Rover – è un'opera che rispecchia in tutto e per tutto la complessità umana del suo autore. Si tratta di un romanzo originale e per certi versi anche sperimentale. È la storia di Darrell Standing professore di agraria, incarcerato per l'omicidio di un suo collega – poi si scopre per motivi sentimentali, i due amavano la stessa donna. Ma la vera ragione della sua condanna a morte non è tanto l'omicidio commesso in un momento di rabbia, quanto l'aver aggredito e ferito, lievemente, un secondino. Durante la sua permanenza in carcere, Standing ci racconta l'inumanità della condizione carceraria – siamo nell'anno del Signore 1913 – e di come lui riesce a trovare un modo, davvero incredibile, per evadere dalla sua prigione corporea e mentale. Lo inizia, in gran segreto, ai misteri della cosiddetta “piccola morte” il suo compagno d'isolamento Ed Morrell. Altro suo compagno d'isolamento – i tre hanno trovato un sistema tutto loro per comunicare, detto “alfabeto nocche” – è Jake Openheimer, il San Tommaso della situazione – che non crede se non vede e tocca con mano propria. (Tra l'altro: Standing, Morrel e Openheimer risultano dei personaggi veramente esistiti. Non a caso London progetta il suo libro basandosi su fatti di cronaca dell'epoca, riguardanti la pessima condizione in cui vivevano i prigionieri all'interno dei degradati penitenziari.)
Fino al capitolo dieci la storia si concentra sulla dura vita carceraria di Standing, accusato ingiustamente dal tirannico direttore del carcere, Atherton, di nascondere una fasulla dinamite – “fasulla” perché inesistente e usata solo come scusa da un infido carcerato di nome Cecil Winwood per scagionarsi e al contempo incastrare lo sfortunato Darrell Standing. Come estrema e disumana misura punitiva Standing è costretto ad indossare, ciclicamente, la camicia di forza per rifiutarsi di confessare una colpa da lui, peraltro, mai commessa. Dal capitolo undici in poi Standing comincia il suo vagabondare fra le stelle, dove rivive la fantasmagoria delle sue vite passate. Di volta in volta lo vediamo indossare i panni: di un gentiluomo francese alle prese con un settecentesco duello; un naufrago – stile Robinson Crusoe – obbligato a vivere in condizioni miserabili su uno scoglio deserto; un marinaio-avventuriero inglese alla scoperta di uno sconosciuto Oriente; un guerriero nordico al soldo dei Romani che in Palestina fa la conoscenza di un misterioso Messia; un bambino al seguito di una carovana che verrà poi assalita e distrutta dagli indiani spalleggiati dai mormoni; e, infine, un sacerdote egizio dell'era proto-cristiana.
La bravura dell'autore sta nell'essere riuscito a padroneggiare, con sicurezza impareggiabile, diversi registri narrativi; ottenendo un sapiente mix tra storia e leggenda, realtà e finzione. Alla base di questa trama intrigante c'è dietro un solido apparato filosofico-concettuale. Composto da una dottrina della metempsicosi, seppur riveduta e aggiornata, e una rivisitazione della teoria dell'eterno ritorno nietzscheano. L'idea di fondo è che esiste una sola ed unica sostanza immortale: l'anima. Il corpo, invece, è materia mortale e ad ogni morte dell'individuo l'anima pre-esistente di costui trasmigra in un altro corpo e così via in un eterna ripetizione della noia. Persino la stessa morte non può sottrarsi alla schiacciante ineluttabilità della noia, che domina e immobilizza le nostre esistenze. (Ne sapeva qualcosa August Blanqui – il leggendario agitatore della Comune parigina – che durante una sua lunga permanenza in carcere ebbe un'epifania dell'eterna monotonia delle esistenze individuali, che si specchiano nella tale e quale ripetitiva vita degli astri. Il prodotto di questa sua rivelazione lo impresse nella sua opera da molti incompresa: L'eternité par les astres.) Gli insegnamenti catartici, ovvero purificatori, che si possono trarre dall'avvincente racconto delle vite vissute da Darrel Standing si presta alla seguente interpretazione: la volontà può tutto, ma finisce sempre e soltanto con il volere se stessa – da qui si origina lo sconsolato quanto inevitabile eterno ritorno...
L'anima del protagonista è affetta da una patologia della rabbia, che a seconda dei casi nel testo è definita “la collera rossa” o “il fil di fuoco”. Essa ogniqualvolta avvampa produce lo stesso ed identico effetto: la morte o distruzione dell'essere fisico. Mentre l'essere spirituale continua a vagabondare per “l'eternullità”, intrappolato nell'implacabile ciclo di morti e rinascite – almeno finché non avrà pienamente assolto al “debito karmico” accumulato, raggiungendo così il Nirvana...

16.5.07

Camus, "Il primo uomo". Parla Corrado Accordino

di Silvia Del Beccaro

La compagnia capitanata da Corrado Accordino (Teatro Binario 7 di Monza) ha presentato in anteprima nazionale “Camus, il primo uomo”, una libera elaborazione drammaturgica stesa da Paolo Bignamini e Corrado Accordino. Una riscrittura, inedita, che ha scelto di tenere lo scrittore francese come punto di riferimento ideale e filosofico, raccontando una vicenda (o non-vicenda) originale, ispirata sia all’opera teatrale Il Malinteso sia all’autobiografia incompiuta Il Primo Uomo.


D - Sul palco un uomo, forse lo stesso Camus, e una donna in automobile viaggiano da un tempo indeterminato e senza apparente destinazione. Mi è parso di vedere che voi puntate molto sull’essenzialità. Dunque dire Accordino corrisponde a dire semplicità?

R- «Il nostro è un teatro artigianale, non utilizziamo macchine artificiali. Questo per due ragioni: primo, per una questione economica, di risorse che si hanno a disposizione; secondo, per una questione di gusto. Preferiamo concentrarci sul punto-forza dello spettacolo, che sia esso il testo, la scenografia, la parola o la gestualità.»

D - Ne Il primo uomo mettete in scena un viaggio che rappresenta una sorta di ritorno alle radici e all’origine della vita. Può anche essere un anticipo della morte?

R - «Il viaggio alle origini, che per noi attori sul palcoscenico significa un ritorno alle origini delle storie che raccontiamo, è l’idea di partenza. Per la riscrittura siamo partiti da un luogo noto a Camus, l’automobile, sulla quale è stato trovato morto e sulla quale è stato ritrovato il manoscritto. L’idea è quella di proseguire quel viaggio da lui interrotto. Si tratta di un ritorno alle origini a priori: l’importante è tornare indietro, risvegliare qualcosa, che sia esso un sapore, un’identità o un cambiamento avvenuto a seguito di un corto-circuito interno/esterno. È un ritorno alle origini inteso come tentativo di guardare il mondo con occhi nuovi; azzardando un po’ si potrebbe dire “con lo stupore di un bambino” .»

D - Avete giocato su un tracciato di casualità, di destini incrociati, di percorsi possibili e allo stesso tempo concreti e assurdi. E’ un tentativo di riappropriarsi del senso possibile della vita, che l’assurdo e il tragico dell’esistenza negano quotidianamente?

R - «Sì, ma non è un viaggio verso l’indefinibile bensì un viaggio attraverso la vita. E’ un percorso che dà per scontato la traccia della morte al termine di un viaggio che rappresenta la vita stessa. Ecco perché noi, per raccontare alcune storie, raccontiamo cinque esperienze di vita differenti che hanno cinque percorsi differenti, che si dirigono verso cinque differenti destinazioni, ma che culminano tutte nella morte o hanno comunque a che fare con la morte, in un modo o nell’altro.»

D - Camus è una colonna portante dell’esistenzialismo. Quali aspetti di questa corrente avete cercato di sottolineare nel vostro spettacolo?

R - «La nostra è una lente di ingrandimento su due temi fondamentali: la morte dinamica – tutti i personaggi sono morti o muoiono – e l’indifferenza. Nel primo caso non si tratta di una morte tragica, ma di una morte che ci vive perennemente intorno. Nel secondo caso, quello dell’indifferenza, abbiamo notato un doppio aspetto: uno totalmente salvifico, in quanto vivendo con indifferenza ci si astiene dall’affrontare i problemi, e uno estremamente tremendo, in quanto è triste pensare che la vita venga vissuta con indifferenza totale. Abbiamo toccato anche altri temi dell’esistenzialismo, quali possono essere la distanza o l’aderenza alla vita e il senso di responsabilità, legato comunque in qualche modo all’indifferenza.»

D – Qual è la situazione del teatro contemporaneo? Ho intervistato decine di attori negli ultimi anni e ho visto una moltitudine di commenti al riguardo, tutti però legati fra loro da un’evoluzione continua. Che ruolo associa al teatro odierno?

R - «E’ una forma di divertimento, anche se credo che vada fatta una netta distinzione. Ci sono forme di divertimento inteso come intrattenimento generico, e ci sono forme di divertimento inteso come intrattenimento di qualità. Il teatro non deve essere solo denuncia ma deve essere anche divertimento, racconto, sogno. E sta riuscendo nel suo ruolo. Forse anche a seguito di questo sta crescendo sempre più la voglia di teatro, la fame di conoscenza e la necessità di cultura. C’è un riscontro e lo sto vedendo sempre più.»

9.5.07

Incontro filosofico con George Steiner

di Silvia Del Beccaro

George Steiner è la semplicità fatta persona. Nonostante sia una delle figure di primo piano nel campo della critica, a livello internazionale, Steiner ha dimostrato gran classe e umiltà durante la sua ultima conferenza, che nel mese di aprile lo ha condotto all'Università Vita-Salute San Raffaele. «Mi scuso fin da ora ma tenterò di fare lezione in un “abominabile” italiano» ha esordito rivolgendosi agli studenti, in un italiano un po' improvvisato – anche se parla alla perfezione inglese, francese e tedesco. Personalità eccezionale, spesso provocatoria, attualmente ha la cattedra presso il Churchill College di Cambridge, nel Regno Unito. Nel corso della sua carriera ha steso una serie numerosa di saggi e studi di grande valore, pubblicati dagli anni cinquanta ad oggi, che spaziano dalla linguistica all’etica, dalla teoria della traduzione alla letteratura, dalle arti figurative alla scienza. Il suo intervento presso l'università cesanese era intitolato A sentence in Plato ed ha ripreso un'affermazione scritta nelle Leggi dello stesso Platone.
«La città perfetta è la più grande delle tragedie – ha detto provocatorio per iniziare il suo discorso –. Quello che ci propone Platone è un enigma profondo, sul quale non esistono spiegazioni, non esistono commenti. Intorno a questo passaggio c'è il silenzio totale». La sua lezione magistrale è iniziata con una riflessione platonica, per poi orientarsi su approfondimenti storici, politici e persino d'attualità – con un accenno al calcio mondiale e al campione Diego Armando Maradona. Steiner ha definito il filosofo greco uno fra i migliori scrittori occidentali, elevandolo alla stregua di Dante e Shakespeare.
«Definendolo in questo modo, ha tenuto un intervento meno filosofico ma più letterario, attento soprattutto all'aspetto drammatico – ha commentato Giuseppe Girgenti, docente nonché uno fra i massimi studiosi platonici –. È stata comunque un'esperienza molto bella: una grande lezione introduttiva, come devono essere le lezioni magistrali del resto». Gli studenti hanno partecipato con attenzione all'incontro, riempendo la Sala dei Fasti Romani, e hanno proposto interventi puntuali dimostrando grande entusiasmo. Una delle dichiarazioni che più ha smosso l'interesse degli universitari, toccandoli da vicino, è stata posta dal moderatore – nonché Preside della Facoltà di Filosofia – Ernesto Galli Della Loggia.
«La democrazia, così come è fatta, non può piacere ai giovani, perché i giovani sono in cerca di grandi ideali, anche se talvolta si rivelano erronei». Al suo intervento è seguita la risposta dell'ospite, il quale ha replicato che senza grandi errori non si può avere una grande vita: da giovani si ha bisogno di illusioni a cui aggrapparsi. «Ha ragione Steiner quando dice che sbagliare da giovani non è solo lecito ma doveroso – commenta Marco Apolloni, studente iscritto alla laurea specialistica –. Però credo che noi giovani dobbiamo commettere errori sempre nuovi evitando quelli passati. E per farlo abbiamo bisogno di coltivare la nostra coscienza storica».

7.5.07

La vita è come un film

di Marco Apolloni

Un gran bell'aspetto di essere studenti consiste nella lentezza. È come se il proprio tempo interiore fosse diverso da quello altrui esteriore. È come se avessimo le tasche piene di banconote fruscianti. Peccato solo che non ti renda conto con quale facilità le tue tasche facciano in tempo a svuotarsi tutte in una volta! La metafora del denaro è molto vicina a quella del tempo – ne sapeva qualcosa lo statista americano Benjamin Franklin, che coniò la felice espressione: “Il tempo è denaro!”. Infatti sia il tempo che il denaro sono due risorse, malgrado tutto, limitate. Volendo coniare un'appropriata definizione: i tuoi soldi hanno i giorni contati così come i tuoi giorni. Ci resta difficile abituarci a questo graduale scollamento... Diamine, uno non finisce mai di abituarsi all'idea che presto o tardi dovrà crepare!
C'è un magnifico film, Blade Runner - tratto dal romanzo Il cacciatore di androidi di Philip K. Dick -, in cui il protagonista è un androide al quale è stata appiccicata dai suoi costruttori una data precisa di scadenza – manco si trattasse di un cartone di latte. La pellicola ci mostra come questi faccia di tutto per opporsi alla sua ingloriosa sorte. Nel finale il povero androide ormai prossimo al suo spegnimento, pronuncia una battuta carica di struggimento: “Ho visto cose che voi umani non potreste immaginare... Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi beta balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire...”. Nei suoi finti occhi robotici, mentre blatera queste ultime parole, è come se una nube temporalesca squarciasse il velo dell'effimero, facendogli gettare finalmente la maschera. È un po' come se nel suo ultimo proponimento manifestasse il suo estremo attaccamento alla vita, per lui ormai giunta al termine. Il meccanismo innescato dalla vicenda filmica è stato semplicemente quello della tragedia. Essa, tra l'altro, ci ha ben mostrato - nella finzione della "scatola magica" del cinema - come ogni umana ribellione finisca pur sempre in una tragica rassegnazione. La ricchissima mitologia greca ci ha propinato racconti epici memorabili come quello dei Titani, i quali vollero scalzare dall'Olimpo i loro padri usurpatori, ottenendo come ricompensa di essere frantumati in minuscole particelle - che andarono poi a generare la nostra stirpe umana. Un altro mito cristiano, di sicuro ben più noto del suo equivalente greco, fu quello di Adamo ed Eva. Essi vollero a tutti i costi assaggiare i frutti dell'Albero della Conoscenza del Bene e del Male, così da scoprire i segreti del Padre celeste. Conoscenza, questa, che fu la loro rovina, scatenando dapprima la collera divina e poi anche, per reazione, il castigo divino. Tradotto in termini concreti: la loro curiosità divoratrice fu la causa del “peccato originale”, che segnò irrefutabilmente il mortale fato umano, oltre a condannare l'uomo alla fatica dei campi e la donna al travaglio del parto.
Tutto ciò sta appunto a testimoniare come l'inizio di ogni agire umano si fondi in primissima battuta sulla ribellione, che si esaurisce con il ristabilimento delle opportune gerarchie da parte della divinità primigenia. Ed è così che s'innesca il complesso meccanismo della tragedia, che contraddistingue ciascuna vicenda umana. L'unico rimedio o palliativo è per noi una tacita accettazione - che, badate bene, non coincide con rassegnazione. Beh, io mi trovo a quel punto della vita in cui una persona deve attuare tale accettazione e questo vuol dire: lasciarsi andare in balia della vita e di tutto ciò che ne consegue, bello o brutto che sia. L'unica nostra consolazione potrebbe essere che tutto quel che di bello noi viviamo, non farà che aiutarci a sopportare meglio tutto quel che di brutto ci attende. Il segreto, per non avvilirsi troppo, sta nella spensieratezza. Più si rimane spensierati e più ci si mantiene vivi, questo significa che si conserva intatta la propria serenità d'animo: unica sorgente rinfrescante di vita, poiché allontana lo spettro inesorabile della falce calata sopra le nostre teste. D'altronde occorrerebbe convenire con Epicuro, almeno in questo: quando c'è la vita non c'è la morte e quando c'è la morte invece non c'è la vita, dunque perché preoccuparsi tanto? Ribadisco: perché preoccuparsi tanto? Ai posteri l'ardua sentenza...

5.5.07

Confessioni di un animatore pentito

di Marco Apolloni


Le vicende qui narrate non sono autobiografiche. Vige la finzione letteraria. I personaggi del racconto sono frutto di pura fantasia.

Da tempo ho smesso di fidarmi delle apparenze esteriori. A cavallo dei miei vent'anni mi è capitato di passare alcune stagioni estive nei villaggi turistici, dove ne ho viste di cotte e di crude. Niente di quello a cui ho assistito mi ha edificato. Tutto ciò che è esagerazione lo reputo contrario alla mia natura mite ed equilibrata. Anche se per certi versi la penso un po' come l'apostolo Paolo, ossia credo sia giusto farsi tutto con tutti – pur rimanendo sempre entro certi limiti. In questi presunti paradisi per vacanzieri ho assistito all'impoverimento dei rapporti umani – altro che rapporti divini! Questi oramai sono diventati pressoché impalpabili: ci si sfiora, senza più toccarsi veramente. Se non altro, però, questa cosa mi ha dato di che riflettere. Trovo un ottimo esperimento sociologico, infatti, quello d'indagare a fondo le motivazioni che portano mandrie di ragazze scalmanate a cedere così facilmente al fascino-della-divisa, sia questa dell’animatore, del marinaio, del poliziotto, e chi più ne ha più ne metta. Forse perché, cerco d'immaginare, facendo le santarelline in città – evidentemente intrappolate in convenzioni fin troppo rigide –, fuori di casa esse si sentono finalmente sgravate da qualsivoglia preoccupazione e quindi libere di aprire le loro cosce a piacimento, senza sforzarsi di reprimere inutilmente delle normali pulsioni carnali. Lo stesso discorso vale per i ragazzi, anche se ai giorni nostri più che di sesso sfrenato nel loro caso dovremmo parlare di sesso problematico, con tutti gli inghippi che si devono prevedere – tipo il doversi infilare scomodi e appiccicosi vestitini pure mezzi striminziti, vedi alla voce “goldoni” – onde scongiurare spiacevoli contrattempi: tipo gravidanze indesiderate oppure innominabili ma, comunque sia, temibili malattie veneree…
Già perché nel settore specifico della sveltina – ovvero della modalità sessuale: “mordi e fuggi” – si sta avendo sempre più un grosso calo, perlomeno a livello giovanile. Infatti sempre più ragazzi incontrano molteplici difficoltà nell’avere un rapporto sessuale degno di questo nome e perciò si accontentano di tristi surrogati, quali nella migliore delle ipotesi roba tipo la fellatio e nella peggiore invece – perlomeno, la più solitaria – l’auto-erotismo. Alla fine il risultato è giovani-segaioli-crescono! Mentre le povere adolescenti si trovano pertanto costrette ad affidarsi a sedicenti professionisti del settore – quali gigolò da strapazzo, vedi alla voce “animatori” o a seconda dei casi “ri-animatori”. Essi, in realtà, non sono altro che libertini sfaccendati – né carne né pesce, senza arte né parte – i quali si sacrificano volentieri per la causa, inneggiando a sessantottine libertà sessuali e deflorando le vogliose “vergini folli” della situazione. Non trovo miglior aggettivo per descrivere questi stravaganti esemplari della razza mascolina di questo: mi sembrano gli orsi grizzly, che d’estate si fanno una bella scorpacciata di sesso leccandosi i baffi spalmati di miele, mentre d’inverno si mantengono sessualmente attivi mediante riserve letargiche frutto delle loro conquiste estive. (Parlo per esperienza personale, dato che anch'io ho fatto parte della “poco nobile” categoria...) Non a caso nei villaggi, dove essi lavorano, il peccato regna sovrano e all’ordine del giorno vi sono le cosiddette “batterie” – ovvero lussuriose abbuffate di sesso – in perfetto stile kubrickiano Eyes Wide Shut. Oltretutto, si dà il caso che in tali eccezionali luoghi di protervia, si possono incontrare delle fresche coppiette, che durante la loro romantica luna di miele si cornificano a vicenda, come se fosse la cosa più naturale, rispettivamente: con l’animatore e l’animatrice di turno. Per fortuna esistono ancora delle coppiette di diverso genere, che preferiscono passare più tempo ad assicurarsi la loro progenie, piuttosto che cedere miseramente al fascino di questi debosciati. Le più disgustose esemplari d’immoralità (che posso dire di aver visto all'opera – e che opera ...) sono state senz’altro certe giovani mammine, apparentemente puritane, ma che non disdegnavano affatto lasciarsi “ricoprire di attenzioni” (di solito nei cessi-tuguri oppure in ripostigli-topaie annessi alla discoteca) da dee-jay privi di scrupoli, nonché re-del-pollaio-dance. Una volta finiti i loro “servizietti”, tali materne-meretrici ritornavano con incrollabile nonchalance dai loro figli e mariti, con quelle loro avide boccucce peccaminose. Un vero inno all'infedeltà coniugale, non c'è che dire. A distanza di anni, stento ancor oggi a credere alle “scornate” indimenticabili a cui ho assistito incredulo, della serie: cervi a primavera

24.4.07

Il rapporto perverso tra la democrazia e la guerra

di Marco Apolloni

I regimi politici si suddividono in: regimi democratici, misti e autoritari. C'è un rapporto sconcertante che riguarda la democrazia e la guerra, ovvero i dati statistici dimostrano che le democrazie fanno la guerra come e quanto gli altri regimi politici. Tuttavia le democrazie prima di scendere in guerra necessitano di addomesticare la propria opinione pubblica e lo fanno servendole su un piatto d'argento la testa del nemico – un po' com'è recentemente accaduto agli Stati Uniti per dichiarare guerra al regime sanguinario di Saddam. Dopo aver appioppato i soliti luoghi comuni sul nemico opportunamente demonizzato, ecco che allora le democrazie possono sentirsi libere di muovere guerra a chicchessia. In questo, però, le democrazie hanno un certo svantaggio: non possono mai scendere a patti con il nemico-demonio, quindi devono combattere fino alla resa incondizionata di quest'ultimo, costi quel che costi – anche a costo di dover radere al suolo due centri nevralgici, facendo incetta di civili innocenti, come nei casi delle due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki.
Nei regimi non-democratici il dittatore di turno non deve fare alcuna fatica per convincere l'opinione pubblica a lui sottoposta. Guarda caso un aspetto che salta particolarmente all'occhio è il caos che precede una dichiarazione di guerra in un regime democratico, a differenza di un regime dittatoriale in cui vi domina una calma apparentemente piatta – non a caso, qui, ogni minima forma di protesta viene subito smorzata e di solito non fanno una gran bella fine i dissidenti interni di un regime siffatto. Peccato poi che, mentre le democrazie in guerra si saldano, le dittature altresì si sfaldano: sciogliendosi come neve al sole.
Un dato sulle democrazie in guerra: queste in genere vincono le guerre, tranne in casi sporadici – come nel clamoroso episodio della guerra del Vietnam. Un altro dato è che le democrazie più giovani, in genere, sono le più bellicose – per ovvie ragioni di consolidamento del loro sistema interno ancora inceppato.
Le democrazie fra di loro formano delle autentiche “oasi di pace”. Difatti una regola empirica ci dice che le democrazie ben consolidate non si sono mai fatte la guerra fra di loro, tranne in rare eccezioni – peraltro spiegabili servendosi della lente d'ingrandimento della geopolitica. Come nel caso della Finlandia che nella seconda guerra mondiale si alleò con la Germania nazista solo, però, per non essere invasa dall'Unione Sovietica. Eccezioni come questa, tuttavia, fanno sì che nelle scienze sociali – tra cui la geopolitica stessa – non esistono leggi, ma solo regole empiriche...

18.4.07

Hedley Bull o dell'idealismo politico

di Marco Apolloni

L'ordine internazionale si poggia sul sistema degli stati. Capostipite di tutti gli stati-nazione è la Francia. L'utopia kantiana della pace perpetua potrà avere compimento solo se si parte dal presupposto che tale sistema scomparirà del tutto. In tal caso si prefigurerebbe un nuovo assetto mondiale non più basato sul sistema – fin troppo rischioso – degli stati.
Il politologo australiano Hedley Bull parla di relazioni tra stati e non tra nazioni, poiché non tutti gli stati sono strutturati come stato-nazione. Nell'ultima parte del suo saggio intitolato La società internazionale, Bull ci illustra alcuni possibili scenari mondiali futuri tra cui: la profonda riorganizzazione del sistema degli stati o addirittura il superamento dello stesso sistema – come già detto –, a cui farebbe seguito l'utopia del disarmo totale. Ciononostante la minaccia incombente della guerra non sarebbe affatto scongiurata, dato che si potrebbe: o ritornare a fare la guerra con armi primitive – com'è già avvenuto in Rwanda con il “machete”, perciò ecco già dimostrato il rapporto causale: elimino le armi, tolgo di mezzo le guerre. Oppure qualcuno potrebbe aderire in un primo momento al patto di disarmo per poi procedere subito dopo al proprio riarmo – la malafede propria della natura umana non può quindi farci dormire sonni tranquilli –, ingenerando così una reazione a catena, che condurrebbe inevitabilmente ad un riarmo complessivo. Per fortuna o per sfortuna – dipende dai casi – si sta andando incontro ad uno scenario che vede sempre più paesi in possesso di armamenti nucleari. Il problema dell'Iran che vorrebbe entrare anch'esso nel “club del nucleare” coinvolge sì in prima battuta la natura fortemente radicale ed estremista del regime interno, quanto però anche la reazione conseguente che susciterebbe in quella regione del mondo. Solo per citarne i due più importanti, potrebbe provocare una corsa generale alla proliferazione del nucleare in paesi come Egitto e Arabia Saudita. Per i motivi sopraelencati uno statista come De Gaulle era molto scettico su quel che concerneva la deterrenza al nucleare, da lui ritenuta solo un “bluff”. All'epoca l'arguto statista francese, in previsione di una possibile e futura invasione sovietica, sosteneva di non fare granché affidamento su un repentino aiuto da parte degli Stati Uniti – che secondo lui si sarebbero frenati a loro volta per paura di possibili rappresaglie sovietiche. È in virtù di tali considerazioni che lui provvide a fornire il suo paese, la Francia, di armi nucleari che avrebbero così scoraggiato a priori qualunque probabile o improbabile futura invasione. Da qui deriva la celebre espressione “il re è nudo”, ad indicare l'inconsistenza di una teoria, come quella summenzionata della deterrenza al nucleare.
Piuttosto, secondo Bull, occorrerebbe favorire lo sviluppo di una ben più sicura omogeneità ideologica a scapito di una pericolosa eterogeneità ideologica. Poiché solo la comunanza degli intenti può funzionare come deterrente per i conflitti. Quest'idea era già presente nel giacobinismo e venne fatta propria dall'imperatore Napoleone, anche se poi decadde con la sua sconfitta. Per poi venire ripresa da Marx, che intendeva usarla per propagare a macchia d'olio il suo “socialismo reale”. D'altronde la creazione dell'Internazionale comunista svolse appunto questa funzione. Marx riprende la “dittatura del proletariato” – come stadio finale della “lotta di classe” – dalla cultura politica dell'antica Roma, per poi far avverare il sogno chimerico di una “società perfetta”. Bull pensa contrariamente all'ideale dell'omogeneità ideologica come a qualcosa di storicamente smentito – si pensi, non a caso, alla brutale fine a cui è andata incontro, inconsapevolmente, l'Unione Sovietica. Dunque l'omogeneità ideologica rivela tutta la propria debolezza. Essa infatti porterebbe ad un Governo mondiale dal quale Kant – il fautore della “pace democratica”, da lui teorizzata nel saggio Per la pace perpetua del 1795 – ci ha detto che non vi sarebbe più alcuna via d'uscita e che invece di essere la “panacea” di tutti i mali, determinerebbe l'instaurazione di una nefanda tirannia mondiale – il peggiore di tutti i mali e non il rimedio. Stesso dicasi per l'eterogeneità ideologica, che invece di assicurare le ragioni di tutti gli stati, al minimo sgarro di uno di essi richiederebbe un'eccessiva dose di coercizione. Quindi qualcosa ci dovrebbe far pensare che entrambe queste soluzioni – omogeneità ed eterogeneità – siano poco affidabili e vadano necessariamente comprovate all'atto della loro concreta realizzazione.

6.4.07

Viaggio attraverso la rotta dei clandestini africani

di Silvia Del Beccaro

Nel 2003 il "Corriere della Sera" ha pubblicato il reportage dell’ inviato Fabrizio Gatti. Il giornalista ha raccontato, in cinque puntate, il viaggio intrapreso e vissuto al fianco di numerosi clandestini africani, in fuga da Sierra Leone, Liberia, Costa d’Avorio, Nigeria e Camerun. Partenza da Dakar, arrivo a Lampedusa: ecco il tragitto che gli immigrati clandestini devono seguire, per arrivare in Europa. Come vivono? Cosa li porta ad attraversare tutta l’Africa? Quali violenze sono costretti a subire per vedere realizzati i propri sogni? A queste domande, Fabrizio Gatti ha risposto attraverso le fotografie e le parole pubblicate all’interno del suo reportage.
Seguiva già da tempo l’arrivo in Italia degli immigrati, spesso clandestini. Così nel 2002, dopo i numerosi naufragi nel mar Mediterraneo, tra il Nord Africa e la Sicilia, Gatti ha proposto di raccontare la storia di queste persone e dare loro un nome, poiché spesso, per noi, erano solo dei numeri (n.d.r. 210 morti nel Mediterraneo, 365 dispersi nel nord della Tunisia). Era un’idea che aveva in mente già da tempo, ma era sempre mancata l’occasione giusta per realizzare un servizio di questo genere. L'estate del 2002, poi, ha proposto l’idea al suo direttore; gli ha spiegato di voler raccontare chi fossero queste persone e di voler condividere con loro il viaggio che compiono, a suo parere eroico.
Così il giornalista e i colleghi si sono messi subito all’opera per cercare di trovare più informazioni possibili e per organizzare un viaggio che, certamente, sarebbe stato estremamente difficile e faticoso. La preoccupazione maggiore, prima della partenza, era data dalla scarsità di punti di riferimento nel Sahara.
Lungo il percorso nel deserto ci sono solo 5 pozzi d’acqua. E non bisogna mancarne neanche uno, altrimenti si rischia la vita. In maggio, un camion si è guastato nella sabbia e sono morte 63 persone. La stessa cosa è successa ad altri due piccoli fuoristrada, nel mese di giugno: uno si è guastato, l’altro si è insabbiato. Sono rimaste coinvolte 30 persone”. E’ bene dire che, in caso di guasto o smarrimento della rotta nel deserto (solo il Ténéré è grande quasi come la Francia), occorre mantenere la calma, nonostante le condizioni in cui ci si trova siano senza dubbio allarmanti. Ecco perché, prima della partenza, Fabrizio Gatti ha cercato di raccogliere maggiori informazioni possibili, attraverso mappe, racconti o altre fonti; così facendo ha potuto segnare alcuni punti di riferimento che gli sarebbero stati utili, una volta circondato solamente dal deserto.
Ma le persone che decidono di partire sono a conoscenza a priori della pericolosità a cui vanno incontro? Chi parte sa che è sarà un viaggio duro e difficile, ma di certo ignora a cosa sta per andare incontro. Neanche Fabrizio Gatti pensava che i militari arrivassero a tanto: estorsioni, ricatti, violenza.
Ma allora, se già attraversare il tratto desertico è così pericoloso, perchè i clandestini decidono di compiere un simile viaggio? Chi parte, nella maggior parte dei casi, sono ragazzi che hanno studiato e che sperano che il loro titolo di studio da noi valga di più; chi parte, spesso sono emigranti africani, o persone che provengono dai paesi più poveri in cerca di lavoro. Chi parte sono persone che vogliono trovare la libertà, anche solo intesa come possibilità di veder realizzato un sogno. Chi parte sono africani “cittadini del mondo”: quelli che si sentono occidentali perché hanno appreso l’importanza dell’istruzione e della scuola. Sono tutti coloro che si sentono proiettati verso un mondo informatizzato, in cui internet è diventato un utilissimo strumento di comunicazione. Ricordo ancora oggi un aneddoto simpatico che Fabrizio mi raccontò in merito al suo viaggio.
Durante il percorso gli era capitato di incontrare gente che gli chiedesse di mandare loro una mail, una volta tornato in Italia, con allegate le sue fotografie. Gli sembrò strano. In fondo, in un’Africa povera, denutrita ed affamata non si può credere all’esistenza di internet. Invece, esistono tantissime baracche, in cui sono collocati fili elettrici, pochi telefoni e qualche schermo. Internet è molto importante perché per loro è uno dei pochi mezzi attraverso il quale possono comunicare con il resto del mondo.
A Dirkou ha conosciuto un ragazzo che era rimasto bloccato perché aveva finito i soldi necessari per continuare il viaggio. Gli ha raccontato che una ragazza bulgara, con la quale era in contatto e alla quale aveva confessato il suo sogno di arrivare in Europa, gli aveva spedito addirittura 100 dollari attraverso internet.
Avventura dopo avventura, alla fine del reportage, sono emersi aspetti che nessuno in redazione si sarebbe mai aspettato. La violenza e le torture a cui i clandestini sono sottoposti da parte dei militari e della polizia sono indescrivibili: pestaggi, frustate con cavi elettrici abbandonati, estorsioni continue. E se un clandestino non ha i soldi per continuare il viaggio, viene abbandonato in mezzo al deserto. Adama Traoré e altri 21 ragazzi sono stati lasciati sotto il sole almeno per dodici giorni, mangiando topolini, insetti, una manciata di miglio. I soldati li hanno fatti scendere dal camion vicino a un pozzo sperduto nel deserto, perché i 22 immigrati non avevano più niente; nemmeno un paio di scarpe bucate con cui pagare l’estorsione.
La cosa più scioccante dunque è lo sfruttamento del fenomeno immigrazione, da parte della polizia e dell’esercito. Oltre agli episodi di violenza, il giornalista è rimasto molto scosso da altri momenti di sofferenza a cui ha assistito durante il viaggio intrapreso. Kofi e Oliver ne sono un esempio. Kofi, 24 anni, partito dal Ghana, è morto di fame e polmonite all’autostazione di Agadez. Dopo sei ore di convulsioni, invece del medico, i guardiani hanno chiamato i poliziotti. Kofi non aveva i 1000 franchi per pagare l’ospedale. Oliver, invece, arrivato dalla Nigeria, è stato soffocato da una pallottola di banconote. Aveva 800 dollari, i gendarmi nigerini stavano spogliando e massacrando di botte tutti gli stranieri perquisiti prima di lui. E Oliver, disperato, ha ingoiato i soldi per nasconderli. Credo che il viaggio di Gatti sia stata una scelta giusta. Penso valga la pena mettersi in gioco e raccontare ciò che dai media, solitamente, è ignorato o nascosto. È una grande soddisfazione riuscire a mostrare quello che nessuno ha visto, al di là delle informazioni ufficiali perlopiù fittizie. C’è una parte della realtà, infatti, che non viene mediata da nessun ufficio stampa o che magari le fonti negano; è a questo punto che un giornalista deve ingegnarsi, per cercare di raccontare la realtà fino in fondo... Un po' come ha cercato di fare lui.
E oggi, grazie alle inchieste a cui ci ha ormai abituato questo coraggioso e caparbio professionista, molte verità nascoste sono venute a galla e di questo gliene siamo tutti grati e sopratutto gliene sono grati loro: quella banda di disperati che, con gommoni a malapena galleggianti, si riversano disperatamente nelle coste del nostro Belpaese inseguendo i loro sogni, spesso - purtroppo - irrealizzabili.

3.4.07

Riflessione sul tragico: Che cos'è il destino per l'uomo greco?

di Marco Apolloni

Che cos'è il destino per l'uomo greco? È il contrappeso alla propria libertà, o meglio è la capacità di resistere alla propria ineluttabilità. Da ciò si origina la tragedia, che è un aperto scontro tra la libertà dell'uomo e l'ineluttabilità del suo destino. L'uomo infatti può ribellarsi al proprio destino oppure accettarlo e farsene una ragione. Nietzsche definiva quest'ultimo atteggiamento: “amor fati”. Proprio da quest'oscuro e insondabile sentimento tragico della vita, lui intuì il carattere pessimista dei greci. Secondo Nietzsche appunto nell'incondizionata accettazione del proprio destino consiste la nostra maggiore felicità, intesa come liberazione da un destino il cui peso altrimenti ci schiaccerebbe! Noi aspiriamo alla libertà poiché non riusciamo a possederla del tutto. Il nostro paradosso è questo: ci muoviamo in tutte le direzioni, pur sapendo che alla fine non arriveremo da nessuna parte... “Neppure Zeus al suo fato può sfuggire” fa dire Eschilo al suo Prometeo incatenato. In Eschilo il destino rappresenta la soglia ignota che l'uomo non può varcare. La Dike (Giustizia) punisce l'uomo che osa oltrepassare i limiti impostigli dal suo fato imperscrutabile. Da ciò ne deriva che: per vivere bene occorre vivere secondo le leggi della necessità! La tragedia per l'uomo coincide con la scoperta del proprio infausto e soverchiante destino. Terribile è la conoscenza – non a caso secondo i tragici greci: il dolore era il principale strumento conoscitivo –, perciò quasi sarebbe meglio non conoscere affatto.
In Sofocle, Edipo proprio perché ha tanto sofferto viene beato!
In Euripide, invece, il conflitto non è più tra l'io e il destino oppure tra l'io e il divino, bensì tra gli uomini e le loro passioni “umane troppo umane” direbbe Nietzsche. Nelle Baccanti, lui ci presenta una femminilità come autentica “alcova” in cui dimorano le passioni umane più irrefrenabili, rappresentata appunto dalle Baccanti, e in contrapposizione una mascolinità come sede della ragione, rappresentata invece da Penteo. Questi nella tragedia tenta invano d'impedire la diffusione del culto dionisiaco a Tebe e come risarcimento ottiene di venire fatto a pezzi dalle Baccanti, che nel loro momentaneo invasamento lo scambiano per un leone. A ben poco valgono, poi, le lacrime di sua madre Agave: certamente non a ridarle il figlio ucciso. Questa tragedia euripidea segna il trionfo del dionisiaco, seppur nella sua accezione negativa, inteso come trionfo dell'irrazionalità! Divertente è quell'aneddoto secondo cui a Euripide toccò morire, a seconda delle versioni, o sbranato da una muta di cani inferociti o fatto a pezzi – come Penteo – da un gruppo di donne invasate.
Laddove la tragedia rappresenta le sublimi ed eroiche passioni contrastanti dell'animo umano, Nietzsche accusa Euripide di aver annichilito lo spirito tragico dei greci e di aver introdotto surrettiziamente nella tragedia lo spirito raziocinante socratico. È vero poi che il Nietzsche “adulto” diventa acerrimo nemico del cristianesimo – e ne darà prova infatti nella sua opera imprescindibile L'anticristo –, ciononostante sin dai suoi inizi letterari si può già intravedere una ferma condanna di quelle fasi preparatorie del cristianesimo tra cui: il platonismo ma, prima ancora, il socratismo! Socrate viene da lui percepito come una sorta di “assillo” che lo perseguiterà per il resto dei suoi giorni ma di cui, tuttavia, non riuscì mai del tutto a liberarsi.
Pohlenz muove sostanzialmente tre critiche alla visione nietzscheana della grecità antica: la prima, troppo pessimismo eroicizzato; la seconda, troppa importanza data al ruolo giocato dalla musica nell'origine della tragedia attica, in gran parte dovuto alle influenze wagneriane e tardo-romantiche del “giovane” Nietzsche – mentre la musica in realtà aveva un ruolo soltanto accessorio e ornamentale, egli dà invece maggiore preminenza alla componente visiva e infatti ritiene che quella greca sia essenzialmente una “cultura della visione”; infine, la terza, contesta a Nietzsche il suo pessimismo di fondo sui greci, che non gli permette di riconoscere il rovescio della medaglia della tragedia, che è altresì la commedia. Mentre dalla prima – secondo Aristotele – scaturiscono le “passioni del pianto”, dalla seconda invece scaturiscono le “passioni del riso”. Ma le une non possono darsi senza le altre e sono indissolubilmente legate fra loro da un sottile quanto inestricabile filo comune. Proprio per questo: un comico è anche un po' tragico e, viceversa, un tragico è anche un po' comico...