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14.6.07

Massime e aneddoti

di Marco Apolloni

Perché si aderisce al potere? Per tre motivi essenziali: il primo, per la speranza di un beneficio; il secondo, per paura di una sanzione; il terzo, per una sorta di legame affettivo. Il potere, inoltre, si articola in tre modi diversi: il primo, potere e influenza, dove quest'ultima viene utilizzata perché molto più efficace dell'imposizione; il secondo, potere e forza, dove il potere intrattiene un rapporto diretto con le menti, mentre la forza intrattiene un rapporto diretto coi corpi, perciò occorre distinguere tra potere politico e potere militare (in quest'ottica, ad esempio, le armi nucleari esercitano un potere politico sulle menti dei potenziali nemici, in quanto paventano l'utilizzo di un potere militare dallo sproporzionato potenziale distruttivo); il terzo, potere legittimo e potere illegittimo, distinzione questa che pone l'accento sull'importanza per qualsiasi potere di ammantarsi di una qualche parvenza di legittimità morale, che ne favorisca pertanto il consenso e dia così maggior ampiezza al suo raggio di azione.

Ibn Khaldoun fu un pensatore laico-mussulmano, vissuto a cavallo del due-trecento; percorse le principali capitali del mondo arabo-mussulmano e cercò d'influenzare i loro governanti – un po' come tentarono di fare, seppur invano, Platone e poi anche Machiavelli. Nel suo caso, pensatore laico stava a significare che per lui non era la volontà di Dio a plasmare la storia, bensì la volontà degli uomini. Venne citato da Reagan durante una conferenza stampa, che stupì tutta la platea, che lo conosceva come uomo di non edificanti letture...

Sia i repubblicani che i democratici ritengono che diffondendo, oppure consolidando gli ideali democratici nel mondo, assicurino così una maggiore stabilità all'assetto geopolitico mondiale. Tutt'al più essi possono non trovarsi d'accordo sui modi in cui questi ideali debbano essere propagandati.

Una pecca che può venire imputata al realismo è quella di non soffermarsi adeguatamente sulle componenti ideologiche di un particolare regime e di vederlo unicamente come un attore fra gli altri sul palcoscenico della potenza.

In moltissime guerre, tranne in rare eccezioni, è molto difficile comprendere chi sia l'aggressore e chi, invece, l'aggredito...

Secondo Platone: nelle Accademie si possono esprimere solo giudizi di fatto e non di valore.

Lo studioso francese Lucien Febvre sostiene che l'Europa comincia e finisce con il confine naturale del Mediterraneo. Emblematico è il caso di noi europei-italiani che intratteniamo solo un misero 1% del nostro commercio coi paesi africani dell'area sud-mediterranea.

Il dollaro vale per quel che decide di valere, dicasi: complicati meccanismi di soft power. Oltretutto, gli Stati Uniti hanno un forte debito estero. Rientrano dunque in quest'ottica gli acquisti di beni del tesoro americani da parte del Giappone e persino della Cina comunista. Questo fa sì che entrambe queste potenze asiatiche rappresentano i principali “partner alleati” mondiali. Perciò agli Stati Uniti non conviene nella maniera più assoluta spezzettare oppure indebolire il regime comunista cinese. Altrimenti verrebbero a mancare dei preziosi finanziamenti.

Il realista ortodosso basandosi unicamente sul grado di potenza di un singolo stato pretende di dirci come questo si comporterà all'interno dello scacchiere internazionale.

La politica non può e non dev'essere influenzata dall'etica, ma al contempo non può e non deve nemmeno prescindere da essa.

Il Terzo Mondo è una delle invenzioni dovute alla guerra fredda, dove con quest'espressione si raggruppavano quegli stati non allineabili nei due schieramenti predominanti guidati da: Stati Uniti e Unione Sovietica.

Secondo i neorealisti l'ascesa e il declino delle nazioni avviene esclusivamente tramite il potente strumento delle guerre. Questo però non è sempre vero, come nel caso del declino della Gran Bretagna e dell'Unione Sovietica.

La teoria della “pace democratica” di netta ispirazione kantiana tiene in gran conto la componente valoriale, laddove un realista considera questa componente importante fra le altre, tra cui si riconoscono anche: quella economica, giuridica, eccetera.

L'eterno è una categoria del tutto assente in politica!

Il presidenzialismo statunitense che cos'è se non una forma di monarchia elettiva? Il sistema presidenziale americano, tuttavia, lega mani e piedi al Presidente. Per questo si è soliti dire che il Primo ministro inglese ha molti più poteri del Presidente americano, poiché quest'ultimo è racchiuso – per non dire “ingabbiato” – all'interno di un sistema di Organi (Parlamento, Senato, Corte Suprema) deputati a controllarne gli eccessi di potere, scongiurando così il pericolo più estremo: la tirannia! Non a caso all'interno del sistema americano svolgono un ruolo assai determinante i giudici, diversamente da quel che avviene ad esempio nel sistema italiano, dove essi svolgono solo un ruolo di appendici alla macchina statale.

11.6.07

Situazione energetica. Il petrolio

di Marco Apolloni

È risaputo che più che unire l'energia divide... Il petrolio è una risorsa limitata e questo vuol dire che presto o tardi finirà. Perciò occorre escogitare al più presto dei rimedi affinché i giacimenti petroliferi non si esauriscano troppo presto e nel frattempo impegnarsi concretamente nel pensare a risorse energetiche alternative. La crisi in cui versa attualmente il mercato petrolifero è nota come fenomeno di PEAK OIL, ovvero: mentre non ci si era accorti della curva ascendente che ci ha portati ad uno sfruttamento scriteriato del petrolio, ora ci stiamo accorgendo eccome della sua improvvisa parabola discendente. Pensare che da un giacimento finora si è solo riusciti a ricavare sì e no un 1/3 dell'effettivo disponibile, questo dovrebbe farci mettere come minimo le mani fra i capelli. Per questo andrebbero sviluppate maggiormente le TR (tecniche di recupero). La situazione è abbastanza disperata se si pensa che, pur essendoci delle TR piuttosto evolute, tutto quello che si sta scoprendo oggi è davvero risibile se confrontato con quello che si è precedentemente scoperto! Come se già tutto ciò non bastasse: il dislivello tra domanda e offerta cresce di giorno in giorno. E gli scenari futuri non sono per niente rosei considerando che già adesso, figuriamoci fra qualche anno, hanno fatto la loro prepotente irruzione nel mercato petrolifero – causando pertanto un esponenziale aumento della domanda – paesi-continente come Cina e India – Cindia per riprendere una felice espressione riportata sulla rivista italiana di geopolitica Limes, che sta per “limite, confine geografico”. Pensate che nel mondo oggi si consumano mediamente circa 86 ml. di barili di benzina al giorno. Il Medioriente rimane – si dica quel che si dica – il più grande conglomerato di bacini petroliferi – dicesi bacino petrolifero il conglomerato di più giacimenti petroliferi – esistente al mondo, oltre ad essere il miglior sito da cui estrarre “risorse certe” – ossia accertabili, quantificabili.
L'Iraq – analizzato dal punto di vista delle risorse petrolifere – presenta dei considerevoli vantaggi: ha costi estrattivi bassissimi e la qualità del petrolio è buona! Quindi del tutto comprensibile appare lo sforzo bellico compiuto in Iraq dagli americani – se lo andiamo ad analizzare in termini di reali benefici economici. A quest'aspetto va inoltre sommato che gli americani prediligono il petrolio cosiddetto “Bassora light” – dal nome della provincia irachena di Bassora –, visto che sono i primi consumatori al mondo di benzina e diesel. Dunque la guerra irachena – almeno in linea teorica – per gli americani si presenta sia come una guerra petrolifera che – ce lo insegna la geopolitica – anche come una guerra strategica. I rinforzi appena mandati in Iraq dal governo americano rientrano perfettamente nelle prerogative di questa guerra, ossia di difendere ancor meglio e – perché no – di sfruttare a sufficienza le risorse naturali presenti in loco. Per l'attuale governo iracheno, a maggioranza sciita, si prefigurano così accordi di “production-sharing” decisamente penalizzanti, ove verrà dato mandato alle companies americane di pianificare le risorse e, per di più, esse avranno la possibilità di usufruire per un periodo almeno di trent'anni delle stesse, dando così le briciole al governo iracheno a cui verrà pagato un piccolo dazio perlopiù irrisorio.
Il futuro del petrolio sembra presto detto, e cioè non si allontanerà troppo dall'OPEC (ovvero l'organizzazione dei paesi produttori di greggio del Golfo Persico). La situazione dell'Italia è tanto più allarmante, poiché essa continua a non avere un piano energetico nazionale dal 1975. Situazione ben diversa per l'ENI, che perdura a rimanere la sesta compagnia mondiale del settore. Pur tuttavia le sue fortune non rappresentano le fortune del nostro paese, poiché essa non approvvigiona – se non in minima parte – l'Italia. In pratica l'ENI non fa che pompare energia per poi rivenderla a prezzi di mercato al primo acquirente resosi disponibile. Le sue mire strategiche obbediscono, cioè, all'implacabile legge del mercato – da cui non si scappa e per cui seduce poco l'esca patriottica. Esistono due tipi di mercato: “mercato spot” dove si paga in contanti e si specula sui prezzi, oppure “mercato a termine” dove invece si paga non in contanti e in maniera dilazionata. Le preoccupazioni del mercato dopo l'9/11 restano moltissime: ogni scusa è buona per aumentare il prezzo! Le considerazioni che si possono trarre da questa situazione estremamente delicata è la seguente: il mercato non può più considerarsi capitalistico, ma piuttosto volatile e pure – in un certo senso – psicolabile. Difatti parrebbero essere le psicosi – vale a dire le debolezze psicologiche della gente – a dirigere la fantomatica “mano invisibile” del mercato, sempre più imprevedibile...

8.6.07

Scuole di politica estera degli Stati Uniti

di Marco Apolloni

Negli Stati Uniti si possono individuare quattro principali correnti di pensiero, che ne hanno caratterizzato la politica estera sin dalla sua fondazione...
1) I wilsoniani sono gli odierni neoconservatori fautori dell'ideale di esportazione della democrazia, profondamente convinti dell'eccezionalismo americano e del ruolo messianico assegnatogli dalla Provvidenza. Essi sono tecnicamente dei rivoluzionari in quanto pensano che il mondo possa e debba essere cambiato, non tenendo conto però di una ben diversa realtà dei fatti contro la quale non tardano a cozzare le loro utopiche vedute;
2) Gli hamiltoniani sono dei realisti ma, per così dire, “all'americana”, ossia sono molto distanti dai realisti europei. Essi sono consapevoli del fatto che la politica degli Stati Uniti si è originata come reazione e in contrapposizione a quella europea, della quale non condivideva né le premesse né tanto meno il resto. Il loro interventismo, a differenza dei wilsoniani, è assai moderato. Prima di muovere le pedine dell'esercito ci pensano su due volte e guardano, per prima cosa, l'aspetto economico-finanziario, ovvero quanto gli conviene fare guerra ad un altro paese.
3) I jeffersoniani oggi sono delle specie di anarco-capitalisti, ultra-liberisti; se dipendesse da loro abrogherebbero lo stato per costituire delle società capitaliste sovranazionali. Loro vogliono sì esportare, ma non la democrazia – a differenza degli idealisti wilsoniani –, bensì i cosiddetti “beni di consumo”. Perciò essi sono convinti che il commercio rende gli uomini liberi e li unisce sotto un'unica bandiera: il dollaro!
4) I jacksoniani sono i veri patrioti. Nel corso della sua storia, la corrente jacksoniana ha sempre espresso Presidenti “sceriffi”, che a seconda dei casi hanno optato vuoi per l'isolazionismo e vuoi anche per l'interventismo. È molto difficile smuoverli dalle loro convinzioni una volta che si sono decisi o nell'uno oppure nell'altro modo. Si considerano irreprensibili e ragionano per assoluti, ovvero: “bene assoluto” Vs. “male assoluto”! Per questo sono i più inclini a muovere una crociata contro un altro paese, che tendono solitamente a demonizzare. I jacksoniani intervengono solo se vengono punzecchiati sul vivo e gli si toccano i valori americani, a differenza degli hamiltoniani che intervengono soltanto quando si toccano gli interessi economici dell'America. In definitiva, i jacksoniani sono populisti e tendono a difendere più gli interessi della piccola proprietà che quelli della grande proprietà. In una parola, di solito i jacksoniani si rispecchiano meglio nei principi del Partito Democratico! Tanto per intenderci, il Presidente democratico Bill Clinton è stato la più recente emanazione, nonché espressione, della corrente jeffersoniana.
Dal connubio di queste quattro diverse correnti (wilsoniani, hamiltoniani, jeffersoniani, jacksoniani), che si sono influenzate e intrecciate fra di loro, si può rintracciare un “minimo comune denominatore” della politica estera americana, dai suoi albori fino ad oggi! È di questo avviso lo studioso americano Russell Mead, autore de Il serpente e la colomba, che è davvero un'accurata storia della politica estera degli Stati Uniti d'America, altrimenti detta: la storia del bastone e della carota. Per Ikenberry, invece, autore del saggio Dopo la vittoria, l'impero americano, contrariamente agli altri imperi del passato, non fa paura. Il motivo è insito nella natura stessa del suo sistema politico.

1.6.07

Definizioni e questioni di metodo

di Marco Apolloni

La teoria è un insieme di proposizioni linguistiche logicamente connesse e coerenti, che forniscono una spiegazione di tipo causale in merito a qualche fenomeno circoscritto nello spazio e nel tempo.

Le spiegazioni funzionali sono perlopiù insoddisfacenti poiché si reggono unicamente in funzione di qualcos'altro, dunque costituiscono un apparato fin troppo fragile, che genera soltanto una pseudo-spiegazione.

Dicesi falsificazionismo (popperiano): una teoria che viene corroborata solo finché non sopraggiunge una nuova teoria che falsifica la precedente.

Dicesi verificazionismo invece: una teoria che può essere vera o falsa, a seconda.

Il modello è un'immagine iper-semplificata di qualche realtà empirica che si vuole semplicemente testare. Esso non spiega nulla né tanto meno descrive. Un modello non è realistico per definizione, bensì è una costruzione assai labile, che può solo servire da punto di partenza e nient'altro.

Dicesi "approccio a tastoni" quello che preferisce prelevare pochi modelli per poi connetterli e vedere se sussistono o meno delle relazioni significative fra di essi. I modelli, in definitiva, sono funzionali a carpire dei fattori rilevanti che ci servono per comprendere un determinato fenomeno.

Il "controllo empirico" verifica che ciascuna ipotesi sia composta da concetti chiaramente definiti e perciò esaurienti.

Una tipologia è una classificazione che non si avvale di un solo modello.

Le scienze fisico-matematiche vengono considerate affidabili poiché consentono di venire sperimentate da chiunque e in qualunque momento. Nelle scienze umane non è possibile parametrizzare tutto, troppe sono le variabili di cui tenere conto e la stessa materia d'indagine è piuttosto scivolosa. Perciò vista l'impossibilità di applicare il criterio di sperimentazione, ecco qua che le scienze umane si servono di un altro criterio: la comparazione. Ad esempio: si è accertato che i paesi con il più alto reddito pro capite sono quelli che presentano una maggiore stabilità democratica – in quanto la democrazia si prefigura come il regime più pacifico in assoluto e la pace da che mondo è mondo assicura la stabilità di un paese. Questo accertamento è scaturito da un'opportuna comparazione tra reddito pro capite e la diffusione della democrazia nel mondo, che ha messo in luce pertanto una diretta correlazione tra queste due variabili. Un altro esempio può essere: è accertato come l'istruzione e allo stesso modo l'organizzazione dei gruppi politici – intesa come presenza nel territorio, capace di generare partecipazione – siano i due fattori più decisivi per mobilitare l'elettorato! Nelle scienze umane, inoltre, i dati quantitativi sono sì importanti, ma del tutto inefficaci, se non vengono accompagnati da dati qualitativi altrettanto importanti.

24.4.07

Il rapporto perverso tra la democrazia e la guerra

di Marco Apolloni

I regimi politici si suddividono in: regimi democratici, misti e autoritari. C'è un rapporto sconcertante che riguarda la democrazia e la guerra, ovvero i dati statistici dimostrano che le democrazie fanno la guerra come e quanto gli altri regimi politici. Tuttavia le democrazie prima di scendere in guerra necessitano di addomesticare la propria opinione pubblica e lo fanno servendole su un piatto d'argento la testa del nemico – un po' com'è recentemente accaduto agli Stati Uniti per dichiarare guerra al regime sanguinario di Saddam. Dopo aver appioppato i soliti luoghi comuni sul nemico opportunamente demonizzato, ecco che allora le democrazie possono sentirsi libere di muovere guerra a chicchessia. In questo, però, le democrazie hanno un certo svantaggio: non possono mai scendere a patti con il nemico-demonio, quindi devono combattere fino alla resa incondizionata di quest'ultimo, costi quel che costi – anche a costo di dover radere al suolo due centri nevralgici, facendo incetta di civili innocenti, come nei casi delle due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki.
Nei regimi non-democratici il dittatore di turno non deve fare alcuna fatica per convincere l'opinione pubblica a lui sottoposta. Guarda caso un aspetto che salta particolarmente all'occhio è il caos che precede una dichiarazione di guerra in un regime democratico, a differenza di un regime dittatoriale in cui vi domina una calma apparentemente piatta – non a caso, qui, ogni minima forma di protesta viene subito smorzata e di solito non fanno una gran bella fine i dissidenti interni di un regime siffatto. Peccato poi che, mentre le democrazie in guerra si saldano, le dittature altresì si sfaldano: sciogliendosi come neve al sole.
Un dato sulle democrazie in guerra: queste in genere vincono le guerre, tranne in casi sporadici – come nel clamoroso episodio della guerra del Vietnam. Un altro dato è che le democrazie più giovani, in genere, sono le più bellicose – per ovvie ragioni di consolidamento del loro sistema interno ancora inceppato.
Le democrazie fra di loro formano delle autentiche “oasi di pace”. Difatti una regola empirica ci dice che le democrazie ben consolidate non si sono mai fatte la guerra fra di loro, tranne in rare eccezioni – peraltro spiegabili servendosi della lente d'ingrandimento della geopolitica. Come nel caso della Finlandia che nella seconda guerra mondiale si alleò con la Germania nazista solo, però, per non essere invasa dall'Unione Sovietica. Eccezioni come questa, tuttavia, fanno sì che nelle scienze sociali – tra cui la geopolitica stessa – non esistono leggi, ma solo regole empiriche...

18.4.07

Hedley Bull o dell'idealismo politico

di Marco Apolloni

L'ordine internazionale si poggia sul sistema degli stati. Capostipite di tutti gli stati-nazione è la Francia. L'utopia kantiana della pace perpetua potrà avere compimento solo se si parte dal presupposto che tale sistema scomparirà del tutto. In tal caso si prefigurerebbe un nuovo assetto mondiale non più basato sul sistema – fin troppo rischioso – degli stati.
Il politologo australiano Hedley Bull parla di relazioni tra stati e non tra nazioni, poiché non tutti gli stati sono strutturati come stato-nazione. Nell'ultima parte del suo saggio intitolato La società internazionale, Bull ci illustra alcuni possibili scenari mondiali futuri tra cui: la profonda riorganizzazione del sistema degli stati o addirittura il superamento dello stesso sistema – come già detto –, a cui farebbe seguito l'utopia del disarmo totale. Ciononostante la minaccia incombente della guerra non sarebbe affatto scongiurata, dato che si potrebbe: o ritornare a fare la guerra con armi primitive – com'è già avvenuto in Rwanda con il “machete”, perciò ecco già dimostrato il rapporto causale: elimino le armi, tolgo di mezzo le guerre. Oppure qualcuno potrebbe aderire in un primo momento al patto di disarmo per poi procedere subito dopo al proprio riarmo – la malafede propria della natura umana non può quindi farci dormire sonni tranquilli –, ingenerando così una reazione a catena, che condurrebbe inevitabilmente ad un riarmo complessivo. Per fortuna o per sfortuna – dipende dai casi – si sta andando incontro ad uno scenario che vede sempre più paesi in possesso di armamenti nucleari. Il problema dell'Iran che vorrebbe entrare anch'esso nel “club del nucleare” coinvolge sì in prima battuta la natura fortemente radicale ed estremista del regime interno, quanto però anche la reazione conseguente che susciterebbe in quella regione del mondo. Solo per citarne i due più importanti, potrebbe provocare una corsa generale alla proliferazione del nucleare in paesi come Egitto e Arabia Saudita. Per i motivi sopraelencati uno statista come De Gaulle era molto scettico su quel che concerneva la deterrenza al nucleare, da lui ritenuta solo un “bluff”. All'epoca l'arguto statista francese, in previsione di una possibile e futura invasione sovietica, sosteneva di non fare granché affidamento su un repentino aiuto da parte degli Stati Uniti – che secondo lui si sarebbero frenati a loro volta per paura di possibili rappresaglie sovietiche. È in virtù di tali considerazioni che lui provvide a fornire il suo paese, la Francia, di armi nucleari che avrebbero così scoraggiato a priori qualunque probabile o improbabile futura invasione. Da qui deriva la celebre espressione “il re è nudo”, ad indicare l'inconsistenza di una teoria, come quella summenzionata della deterrenza al nucleare.
Piuttosto, secondo Bull, occorrerebbe favorire lo sviluppo di una ben più sicura omogeneità ideologica a scapito di una pericolosa eterogeneità ideologica. Poiché solo la comunanza degli intenti può funzionare come deterrente per i conflitti. Quest'idea era già presente nel giacobinismo e venne fatta propria dall'imperatore Napoleone, anche se poi decadde con la sua sconfitta. Per poi venire ripresa da Marx, che intendeva usarla per propagare a macchia d'olio il suo “socialismo reale”. D'altronde la creazione dell'Internazionale comunista svolse appunto questa funzione. Marx riprende la “dittatura del proletariato” – come stadio finale della “lotta di classe” – dalla cultura politica dell'antica Roma, per poi far avverare il sogno chimerico di una “società perfetta”. Bull pensa contrariamente all'ideale dell'omogeneità ideologica come a qualcosa di storicamente smentito – si pensi, non a caso, alla brutale fine a cui è andata incontro, inconsapevolmente, l'Unione Sovietica. Dunque l'omogeneità ideologica rivela tutta la propria debolezza. Essa infatti porterebbe ad un Governo mondiale dal quale Kant – il fautore della “pace democratica”, da lui teorizzata nel saggio Per la pace perpetua del 1795 – ci ha detto che non vi sarebbe più alcuna via d'uscita e che invece di essere la “panacea” di tutti i mali, determinerebbe l'instaurazione di una nefanda tirannia mondiale – il peggiore di tutti i mali e non il rimedio. Stesso dicasi per l'eterogeneità ideologica, che invece di assicurare le ragioni di tutti gli stati, al minimo sgarro di uno di essi richiederebbe un'eccessiva dose di coercizione. Quindi qualcosa ci dovrebbe far pensare che entrambe queste soluzioni – omogeneità ed eterogeneità – siano poco affidabili e vadano necessariamente comprovate all'atto della loro concreta realizzazione.

2.4.07

Geopolitica americana Vs. Geopolitica europea

di Marco Apolloni

Occorre distinguere la tradizione geopolitica europea machiavellico-realista da quella americana messianico-idealista. Questo non vuol dire che alcuni padri della patria americana fossero totalmente sforniti di una certa visione realista; basti ricordare statisti del calibro di Hamilton e Washington, fino ad arrivare ai giorni nostri a Kissinger – la cui origine tedesca è testimonio di una visione geopolitica prettamente europea. Ne L'impero che non c'è lo studioso americano David Polansky afferma proprio che la nazione americana è stata fondata sull'anti-machiavellismo, o meglio sul diniego del modo di fare politica tipicamente europeo. Gli americani sin dalla loro gloriosa fondazione si sono sempre sentiti una “eccezione”. La Provvidenza – forte è il carattere spirituale di questa giovane nazione, colonizzata originariamente da schiere di puritani emigrati dalla Madrepatria inglese – li ha infatti collocati in una posizione di comodo, lontani geograficamente dagli atavici conflitti europei, e ha dato ad essi un territorio immenso sul quale espandersi e proliferare, diventando così una nazione fieramente indipendente.
Proprio alla luce del carattere eccezionalista, di cui si sentono investiti gli americani, possono essere comprese le loro due opposte tensioni. Una all'isolazionismo, mirabilmente espressa dalla dottrina Monroe dal nome dell'omonimo Presidente, il quale voleva che gli americani si occupassero solo delle faccende americane, lasciando agli europei le loro faccende ed estendeva la sfera d'influenza degli Stati Uniti oltre all'America settentrionale anche all'America centro-meridionale – già prefigurata, oltretutto, dal famoso monito del primo Presidente George Washington – il cui succo può essere così reso: non immischiatevi nelle guerre europee poiché la nostra missione è più elevata.
Un'altra invece jeffersoniana – dal nome del Presidente Thomas Jefferson – inneggiante invece ad uno spiccato interventismo per affermare la sicurezza democratica in tutto il globo terracqueo, poiché ovunque vi fosse stato un nemico della democrazia costui sarebbe stato anche un nemico degli Stati Uniti, che minacciava la sicurezza interna della nazione.
Questa seconda tensione ebbe tra i suoi più autorevoli esponenti – nel bene e nel male – il Presidente Woodrow Wilson, ovvero il decisore dell'intervento americano nel primo conflitto mondiale. Intervento, questo, risolutivo che assestò la batosta finale alla smisurata arroganza della Germania guglielmina – che aveva raggiunto il suo culmine con l'affondamento del mercantile Lusitania. Dal nome del Presidente Wilson si originò la cordata dei wilsoniani, attualmente riconoscibili nei cosiddetti “neoconservatori” – ovvero espressione della contestata amministrazione Bush jr., che con una presunzione tutta idealistica sta rispondendo agli attentati di quel maledetto 11 Settembre, con la complessa e potenzialmente interminabile guerra al terrorismo internazionale. Anche se, a dire il vero, la guerra dichiarata al terrorismo ha una sua “ragione d'essere” eminentemente geopolitica. Essa è figlia della necessità propria degli Stati Uniti di ri-consolidarsi come potenza mondiale egemone. Non contrattaccare dopo l'abominevole attacco del 11/9 sarebbe stato percepito in tutto il mondo più che come un atto di generosa misericordia dell'America, come un segnale invece di debolezza. Dunque la guerra in Afghanistan, prima, e in Iraq, poi, rientrano nel segno di un'unica e unilaterale dimostrazione di forza – alla faccia di chi voleva l'America come una potenza in declino –, oltre a servire come preciso monito ai cosiddetti “regimi canaglia” – Iran e Siria su tutti. Gli Stati Uniti, dunque, nonostante siano la potenza incontrastata “numero uno” vogliono a tutti i costi essere la potenza “numero uno plus”. Sta di fatto, però, che l'America oggi – come l'omonimo titolo di un film del regista americano Robert Altman – è molto meno potente di quanto non fosse stata prima dell'undici Settembre. Altrimenti non sarebbero spiegabili certe libertà prese da alcuni suoi alleati. Emblematica è stata in quest'ottica la dichiarazione franco-tedesca, ribattezzata Chirac-Schroeder, contro l'intervento militare in Iraq.
Indubbiamente alcuni errori commessi in passato dagli Stati Uniti, hanno contribuito in misura rilevante a determinare l'attuale situazione di caos. Fu proprio la grossolana logica de “il nemico del mio nemico è mio amico”, che portò gli Stati Uniti ad appoggiare i guerrieri estremisti talebani nella lotta per l'indipendenza dell'Afghanistan, contro l'allora unica minaccia sovietica. Guerra questa che riveste un'importanza geopolitica cruciale, in quanto si mantenne con un piede ancora nella guerra fredda e l'altro nella guerra di oggi al terrorismo.
Ma ritorniamo alle strategie del Presidente Wilson... L'idealismo wilsoniano-americano ha già mostrato i suoi notevoli punti dolenti, vedi il disastro geostrategico del tentativo – miseramente fallito – di conciliare le potenze uscite vincitrici dal primo conflitto mondiale. Tale fallimento innescò poi, come tutti sappiamo, l'inevitabile quanto inesorabile avvento sulla scena politica tedesca, di Adolph Hitler, la cui follia imperialista trascinò l’intero mondo nel baratro del secondo e – ancor più cruento – conflitto mondiale. Chissà che una maggiore prudenza e un pizzico in più di sano pragmatismo da parte di Wilson avrebbero potuto, forse, scongiurare un epilogo talmente drammatico. Ciò non significa però, attribuire la colpa dei disastrosi accadimenti successivi al Presidente Wilson, pur tuttavia le sue responsabilità oggettive furono e restano pressoché indubitabili. A tal proposito, estremamente intuitiva si rivelò Margaret Thatcher, ex Primo Ministro inglese, nel dire che: “Gli Stati Uniti sono figli della loro filosofia, mentre noi europei siamo figli della nostra storia” – malauguratamente sanguinosa, bisogna riconoscere, ma pur sempre “maestra di vita” (per dirlo con Cicerone).
Cercando di tirare le somme si può benissimo tracciare uno schema ideal-tipico sul modo di pensare americano. Innanzitutto, va detto, l'approccio politico degli americani è decisamente universalistico. Lo stesso Jefferson parlava di obblighi morali inderogabili per gli americani; oppure si pensi allo scrittore Melville, quando si riferiva all'America come alla Nuova Gerusalemme. D'altronde la costituzione americana – indirettamente influenzata dal pensiero politico di Locke e di Montesquieu – si rivolge indistintamente a tutti gli uomini liberi capaci di riconoscersi nei suoi alti e nobili principi. Troppo spesso questo universalismo americano viene però frainteso dagli europei come una sorta di moralismo ipocrita. Un'altra caratteristica del modo di pensare americano è che: gli americani non si impegnano facilmente nei conflitti, ma quando lo fanno diventano irriducibili. Proprio per questo il cittadino-medio americano muove guerra ad un altro paese solo se si tratta di combattere il cattivo di turno, sia esso: Guglielmo II, Hitler, Milosevich o Saddam. Anche l'ottimismo antropologico di cui è profondamente intrisa la cultura americana si risolve, nelle decisioni politiche dell'America, in un'eccentrica forma di sperimentalismo. Chiaro esempio di questo sperimentalismo “all'americana” è l'operazione di esportazione della democrazia in teatri altamente instabili, che l'attuale amministrazione repubblicana sta portando avanti con esiti diremmo “poco fortunati” – per usare un eufemismo. Secondo l'ottica americana: l'umanità è perfettibile a patto che venga, per così dire, americanizzata, cioè venga ri-plasmata ad immagine e somiglianza dell'America.
Tra americani ed europei, in definitiva, vi è una notevole diversità, che emerge in maniera ancor più evidente nell'ultimo conflitto iracheno. Inoppugnabili dati sociologici c'insegnano che: mentre il soldato americano segue il modello John Rambo e combatte in Iraq, con la convinzione di essere un paladino delle forze del bene in lotta contro le forze del male; il soldato inglese è molto più accorto, “prudenza” sembra essere la sua parola d'ordine e, sopratutto, se non altro gli sono state date le nozioni più elementari per meglio orientarsi sul difficile terreno di scontro iracheno, a differenza dei sprovveduti marines americani i quali hanno invaso un paese nemico senza avere la benché minima cognizione di causa su quel che sarebbe stato il dopo-Saddam – responsabilità, questa, più che altro da imputare ai loro generali e ancor meglio ai “falchi” di Washington. L'incapacità tutta americana di pensare al mondo esterno – percepito come un'entità spaventevole e insidiosa – è qualcosa di strettamente connaturato alla natura stessa dell'essere-americano. Basti pensare che l'attuale Presidente Bush jr., prima di ereditare lo scettro paterno, ebbe occasione di maturare un'effettiva esperienza del mondo basatasi soltanto su due mini-viaggi, compiuti nel confinante stato del Messico. Dato questo che dovrebbe farci non poco riflettere sulle percezioni che ha del mondo un americano-medio – peraltro ben rappresentato dal suo attuale Presidente.
Il caso del diverso modo di rapportarsi dei soldati inglesi rispetto a quelli americani nel difficile teatro d'operazione iracheno, rivela un modo di pensare squisitamente europeo. In definitiva, l'approccio europeo è molto più storico. Può sembrare addirittura che: mentre gli americani parlano chiaro, gli europei balbettano. Questo timore reverenziale degli europei è imputabile al fatto che essi sono – come già detto – figli della loro storia. Per le sue sanguinose guerre e difficoltà d'ogni sorta, la storia dell'Europa ha insegnato moltissimo ai suoi stessi abitanti e, soprattutto, ha insegnato loro ad essere realisti e non pessimisti – anche se il realismo può essere facilmente scambiato per pessimismo, pur trattandosi di ben altra cosa. Dunque il realismo degli europei ha fatto sì che essi si rivelassero, oggi, molto più cauti e prudenti sulle questioni politiche davvero cruciali. In una parola, l'atteggiamento europeo – nettamente contrapposto a quello americano – è nemico di ogni sperimentalismo. Per gli europei sperimentare è vietato. Del resto gli europei sanno bene che: “Chi dimentica la storia è condannato a ripeterla” – parafrasando il filosofo messicano Carlos Santayana.
Nei rapporti tra Europa (con particolare riguardo all'Italia, per ovvi motivi sciovinisti) e Stati Uniti, il patto di Yalta (febbraio '45) sancì la spartizione dell'Europa tra le due super-potenze uscite vincitrici dalla seconda guerra mondiale, in virtù del quale: l'Europa orientale divenne un protettorato dell'Unione Sovietica, mentre l'Europa occidentale divenne un protettorato degli Stati Uniti. L'Italia aderì al patto atlantico (NATO), pur con alcune sue specificità interne (PCI). Difatti in Italia si riconoscono due tendenze dominanti in politica estera: una filo-americana legata alla DC e un'altra invece filo-sovietica legata al PCI. Quindi i rapporti tra Italia e Stati Uniti si sono sin da subito contraddistinti sotto il segno dell'ambiguità. Non solo i comunisti ma anche alcuni democristiani non vedevano granché di buon occhio l'Italia come protettorato statunitense. A dimostrazione che, malgrado tutto, vi erano più affinità tra un italiano e un russo, che non tra un italiano e un americano. Generalmente nelle dinamiche della Prima Repubblica quando c'era un ministro della difesa filo-americano, se ne metteva uno all'opposto filo-sovietico (o filo-arabo).
Il Presidente francese Charles De Gaulle fu il primo a parlare apertamente di un'Europa unita, dall'Atlantico agli Urali. Alla lunga l'atteggiamento strafottente degli Stati Uniti venne sempre più mal digerito dagli alleati europei. Essi, perciò, cominciarono presto a stancarsi di lavare i panni sporchi dell’alleato americano. Dal punto di vista americano, infatti, l'Europa è sempre stata niente più che un “albero di ciliegie”, dal quale cogliere: ciliegie buone ed altre meno buone. Per questo alcuni hanno ribattezzato questo tipo di politica come: “cogli la ciliegia”. Occorre precisare, però, che per l'attuale amministrazione neoconservatrice in Europa non ci sono più ciliegie da cogliere. Tant’è che per gli americani l'Europa intesa come unità politica neppure esiste – è giusto una costruzione fragile, al pari di un castello di sabbia, destinata pertanto a crollare poiché priva di fondamenta sufficientemente solide –, anche se esistono gli europei. Difatti, ora come ora, l'Europa sembra essere la summa di molteplici punti di vista divergenti. Il trattato di Maastricht – all'indomani della scomparsa di un mondo bipolare – costituì una spinta propulsiva verso l'attuazione di un disegno paneuropeista, oltre ad essere un tentativo concreto di coordinare gli sforzi dei singoli paesi, incanalandoli in un unico sforzo comunitario. Per inciso, in Italia Tangentopoli sarebbe stata impensabile in uno scenario di guerra fredda. Con l'avvento della Seconda Repubblica in Italia scompaiono formalmente – tranne alcune rare e frammentarie sacche di resistenza, capeggiate da alcuni irriducibili – sia i comunisti interni che esterni. Ciò coincide anche con un tempestivo cambio di segno nei rapporti con gli alleati americani. A ben guardare, lo stato di protettorato americano ha fatto più male che bene all’Italia. Ad ogni modo, questo non può e non deve servire da scusante per la pochezza della politica estera italiana – e, perché no, anche di quella interna. All'origine di tutto, sta l'impossibilità della classe dirigente italiana di riconoscere ed attuare delle direttive comuni cosiddette “bipartisan”. Come se l'Italia non fosse mai uscita dalla guerra civile – perché di questo si trattò – del biennio glorioso ('43-'45) della guerra partigiana contro il nemico nazi-fascista. Oltre a questi problemi di natura storica, se ne deve sommare un altro, ossia l'incapacità di fondo del nostro paese di ragionare in termini soggettivi – semmai solo di vincoli esterni. L'atteggiamento tipico dell'Italia in politica estera potrebbe venire così tradotto: voler restare coi piedi in due staffe. Tali problemi, però, sono principalmente dovuti al mancato intercambio generazionale della nostra ormai avvizzita classe dirigente. Basti vedere il modo in cui i principali decisori politici della Prima Repubblica, oltre a godere – a quanto pare – dell'elisir di lunga vita, si sono avvinghiati alla poltrona del potere, insediandosi persino fra le fila della Seconda Repubblica – a testimonio della veridicità del riuscito motto andreottiano secondo cui: “Il potere logora chi non ce l'ha”. Non essendo avvenuto questo ricambio generazionale tanto agognato, come si può anche solo sperare che nella nostra politica – sia estera che interna – possa cambiare qualcosa? È vero che la speranza è l'ultima a morire, ma anche ad essa vi è un termine.

8.2.07

Introduzione alla Geopolitica

di Marco Apolloni

La geopolitica spesso è stata tacciata di essere una pseudo-scienza, ma in realtà essa tenta soltanto di spiegare i fenomeni sociali con la potente lente d'ingrandimento della geografia; per far sì che abbia una maggiore valenza bisogna affiancarle la teoria delle relazioni internazionali, che appunto interpreta le relazioni che intercorrono tra gli stati, gli imperi e i cittadini. La geopolitica mono-causale, che spiega tutto in funzione di una sola causa – quale la geografia appunto – è destinata però a venire continuamente smentita da una realtà ben più complessa di quanto s'immagini. Dunque occorre distinguere una geopolitica in senso stretto, fin troppo legata ad un determinismo di tipo geografico, da una geopolitica in senso lato, che altresì cerca di combinare una serie di cause disparate per ottenere così una teoria più completa.
Nel corso delle sue Lezioni di Glasgow, un pensatore del calibro di Adam Smith avanzò l'ipotesi che la prosperità e la libertà dell'Inghilterra fossero in gran parte dovute alla sua connaturata natura geografica d'isola separata dal continente europeo. Fu appunto la sicurezza dei suoi confini via mare a far sì che l'Inghilterra divenisse la potenza mondiale egemone. Dopodiché Madison, influente uomo politico federalista americano, riprese l'ipotesi di Smith estendendola però al suo paese, gli Stati Uniti, i quali essendo separati dal continente euro-asiatico da due barriere naturali quali i due Oceani, il Pacifico e l'Atlantico, potenzialmente avevano tutte le possibilità e le condizioni auspicabili per poter affermare la loro libertà interna. Da ciò ne conseguì il seguente assunto teorico: la libertà di uno stato è inversamente proporzionale alla minaccia dei suoi confini! Madison, il quale era solito firmare i suoi articoli con lo pseudonimo di Publius – dietro a cui si celavano anche Hamilton e Jay – era coautore – insieme agli altri due summenzionati – della rivista The federalist in cui veniva auspicata la creazione di una nazione federalista, che avrebbe scongiurato la creazione di più nazioni separate all'interno del territorio americano. Queste ultime avrebbero reso l'America un campo di battaglia, così come lo era stata l'Europa sin dalla sua fondazione – martoriata da conflitti plurisecolari fra le varie potenze europee, in perenne lotta per la supremazia.
Il capolavoro di Tucidide, La guerra del Peloponneso, indagò un nesso particolarmente caro alla geopolitica, ovvero l'opposizione terra-mare sussistente appunto tra una potenza di terra, Sparta, e una potenza di mare, Atene. In ambito geopolitico, oltre ad esistere un'opposizione terra-mare, ve ne sono pure altre due: una, tra popoli nomadi e sedentari; l'altra, tra città e campagna. Nel primo caso, i nomadi nel corso della loro storia percorsero sconfinati spazi, facendo terra bruciata dovunque si fermavano a fare razzie. Essi stavano fermi in un territorio finché non si fossero stancati oppure non avessero consumato tutte le risorse ivi presenti. Dopodiché ripartivano a caccia di nuove conquiste e di nuovi territori. Mentre i sedentari per tutto il corso della loro storia potevano venire razziati e torturati e assassinati dai nomadi, pur tuttavia nessuno riuscì mai a smuoverli dai loro appezzamenti di terra. I governi cambiavano, i conquistatori si succedevano, ma bastava gettare uno sguardo ai campi coltivati per vedere come questi venivano incessantemente – e in ogni epoca – tenuti con la stessa amorevole cura dai contadini. Nel secondo caso, relativo all'opposizione tra città e campagna, due diverse visioni dello spazio – quali quelle di un abitante della città e quelle di un abitante della campagna – provocavano e provocano tuttora delle conseguenti e altrettanto diverse visioni del mondo. La storia ci ha insegnato, fin dai suoi albori, l'importanza rivestita dal Palazzo per il mantenimento e il consolidamento del Potere centrale. Era qui, infatti, che tutte le ricchezze si accentravano. Questa ricchezza delle città era però parassitaria, poiché non si faceva scrupoli a sfruttare fino all'ultima goccia l'immane riserva costituita dalle campagne. A cavallo del Mille, poi, con l'affermarsi dei poteri comunali si realizzò definitivamente la supremazia delle città a scapito delle campagne. Nella Firenze medicea tutta la ricchezza delle campagne veniva organizzata nei mercati. La stessa Atene del IV-V secolo a.c. arrivò al suo notevole grado di sviluppo come potenza, grazie al potere esercitato mediante il commercio. Tale aspetto ne conferma tutt'oggi la sua incredibile modernità! Prima dell'avvento al potere dei comuni, per uno stato o impero era di vitale importanza avere il maggior numero possibile di territori da sfruttare. Mentre con le rivoluzioni comunali ciascun territorio divenne fiore all'occhiello per il singolo comune, che ne poteva tranquillamente godere i frutti! Rimase esclusa da queste rivoluzioni comunali l'Italia meridionale, a differenza dell'Italia centro-settentrionale interamente scossa da questo fenomeno irrefrenabile, insieme al resto del Nord-Europa.
Ne L'introduzione alla geopolitica lo studioso francese Philippe Moreau Defarges cerca di dare un'esauriente spiegazione della geopolitica in senso stretto, cioè tenendo conto principalmente dell'indiscutibile fattore geografico. Qui lui ci spiega come nei calcoli di un geopolitico si tenda ad analizzare lo spazio in tre termini differenti: il primo, costrizioni; il secondo, ostacoli; il terzo, vincoli o opportunità. Il geopolitico guarda il mondo infatti come ad un'arena in cui si consuma la lotta per il potere. Inoltre, egli pensa allo spazio come alla posta in gioco più contesa nei conflitti! Non a caso in passato più un impero aveva a disposizione delle terre e più le poteva spremere come dei limoni. Ciò è vero anche oggi, ma solo in parte. Si pensi, ad esempio, allo stato-continente dell'Australia, sì sterminato ma perlopiù spopolato e abitato solo lungo la fascia costiera: la sua complessa realtà geografica tuttora costituisce un insormontabile ostacolo per far sì che esso venga colonizzato – un po' come accadde in passato con l'America. Un'altra componente che nondimeno dovrebbe determinare la potenza di uno stato è indubbiamente la popolazione. Ma anche qui non è sempre detto che per uno stato una popolazione in continua crescita ne determini il grado di potenza. Si pensi al caso dell'Egitto. Questo stato presenta una popolazione in crescita esponenziale, tuttavia invece che essere un fattore catalizzatore è semmai l'opposto, ossia un elemento frenante. Infatti le numerose carestie dovute alle secche del Nilo, colpiscono con una buona dose di sfortuna la popolazione locale, e rallentano pertanto la potenziale rincorsa di questo stato ad un “posto al sole” nel lotto delle potenze mondiali che contano. Poi ancora la componente religiosa, che rende da sempre il Medio-Oriente un teatro bollente, fa di questa fetta di territorio un unicum su scala planetaria. Dunque tutti questi casi c'insegnano che la geopolitica in senso stretto scade talvolta in un iper-determinismo geografico che non può efficacemente spiegare tutto; ovvero esso, come tutte le spiegazioni mono-causali, è destinato ad avere una visuale fin troppo ristretta e parziale di un determinato fenomeno – altresì molto più complesso...
La geopolitica in senso stretto, diventa in auge attorno alla prima metà del XX secolo. Tuttavia essa scompare nel periodo che intercorre tra la fine della seconda guerra mondiale e la fine della guerra fredda dopo il crollo dell'Urss (nel 1991, mentre la caduta del muro era già avvenuta nel '89). Questo per due ragioni: la prima ragione, perché la geopolitica veniva ritenuta la disciplina nazista per antonomasia al servizio della follia imperialista del Terzo Reich; la seconda ragione, invece, perché durante il periodo della guerra fredda si scontrarono due diverse visioni universalistiche del mondo fin troppo inconciliabili fra di loro, quale quella capitalista-americana e quella comunista-sovietica – e con la geopolitica di mezzo non si sarebbe fatto che gettare benzina sul fuoco in un conflitto sì sotterraneo, ma dal potenziale spaventevole per tutto il genere umano! A tal proposito, infatti, basti pensare agli scenari inimmaginabili che si venirono a creare con il concretizzarsi di una sconvolgente rivoluzione tecnologica, che prefigurava nuovi potenziali conflitti con missili nucleari capaci di bucare lo spazio in brevissimo tempo e annientare pertanto bersagli all'altro capo del mondo. Del resto è ben noto il monito lanciato dallo scienziato-inventore della bomba atomica Albert Einstein che senza mezzi termini affermò, paventando l'incombere della minaccia nucleare: “Non so con che armi sarà combattuta la terza guerra mondiale, se mai ci sarà. Ma posso dirvi con cosa sarà combattuta la quarta: con clave di pietra”.
La parola “geopolitica” assunse il significato – che noi tutti conosciamo – alla fine del XIX secolo grazie ad un professore svedese di storia e di scienze politiche Rudolf Kjellén. Ad ogni modo, il primo pensatore geopolitico degno di questo nome fu il geografo-storico inglese Mackinder (1861-1947). Egli – a differenza dell'importanza data all'egemonia nei mari dall'ammiraglio americano Mahan (1840-1914) secondo cui era a ciò imputabile il motivo della supremazia inglese – affermò che chi fosse riuscito ad avere il controllo del Continente euro-asiatico avrebbe ottenuto la futura egemonia mondiale. Precisamente lui riconobbe un'area specifica, detta “area Pivot”, nel possesso della quale si sarebbero giocate le chance decisive di supremazia per qualunque nuova potenza avesse voluto cimentarvisi. Essendo quest'area il teatro d'azione più instabile in tutto il globo, lui era dell'avviso che chi si fosse assicurato tale perno cruciale avrebbe poi ottenuto una potenza incalcolabile. Memorabile fu il giorno in cui Mackinder espose le sue idee. Era il 25 gennaio 1904. Lo fece nientemeno che al cospetto della Royal Geographic Society, tenendo una conferenza dal titolo The Geographical Pivot of HistoryIl perno geografico della storia. Questa sua bizzarra teoria – com'era lecito attendersi – suscitò un certo scalpore in quanto andava certamente controtendenza, visto che i destini della potenza nel mondo fino a quel momento si erano tutti giocati nei mari, invece che nella terraferma, come lui di lì in avanti preconizzò... Mackinder quindi spartì il mondo in due macro-isole: l'Isola mondiale o World Island (comprendente Africa, Asia ed Europa) e le Isole periferiche o Outing Islands (comprendenti le Americhe e l'Australia), entrambe separate da una sconfinata massa d'acqua (l'Oceano mondiale o World Ocean).
Inoltre, lo studioso inglese individua due punti nevralgici definiti heartlands: un heartland del Nord, comprendente l'Eurasia fino ai deserti dell'Asia centrale, che ha per confini il Mar Baltico e il Mar Nero; e un heartland del Sud invece, che si estende a Sud del Sahara e sancisce la linea di demarcazione tra il mondo bianco e quello nero. La cosiddetta “area Pivot” si concentra altresì dalla catena dell'Himalaya fino all'estrema porzione orientale del Continente asiatico. Essa è sempre stata un'area pressoché proibitiva da colonizzare. Basti pensare che tutte le più importanti invasioni, succedutesi nell'arco della storia, non sono riuscite a darle una consistente unità politica. Da qui deriva l'assunto di Mackinder: chi controllerà quest'area, dominerà l'intero globo! Contemporaneo di Mackinder è lo studioso olandese – poi divenuto americano d'adozione – Spykman (1893-1943). Se Mackinder si focalizzò sul concetto di heartland, Spykman diversamente si soffermò sul concetto di rimland, concernente quelle terre della fascia esterna del globo. Questo perché il suo contributo sortì proprio nel bel mezzo del secondo conflitto mondiale. Dunque si trattava di prefigurare un ruolo futuro per la potenza emergente statunitense, appunto situata nella fascia esterna del globo.
Finita la veloce carrellata dei pensatori delle potenze marittime, passiamo ora ad un'altra carrellata riguardante invece la potenza continentale: la Germania. Il primo geopolitico tedesco in ordine cronologico fu Ratzel (1844-1904), che operò in età guglielmina. Il contesto storico in cui visse il pensatore tedesco era questo: la Germania – da lui definita la “nazione in ritardo” nel senso che venne unificata tardi rispetto alle altre potenze europee (la Germania infatti si unificò solo nel 1871) – si stava lentamente affermando sul palcoscenico mondiale. Era appena uscita gloriosa vincitrice dalla guerra franco-prussiana (1870-71) e subito dopo subì un incremento a dir poco esponenziale della sua popolazione (basti pensare che nel 1871 i tedeschi erano 41 milioni, mentre già nel 1914 divennero 68 milioni). Dunque la prima necessità per il popolo tedesco fu quella di assicurarsi nuove colonie, giacché da che mondo è mondo una potenza per poter dirsi tale doveva necessariamente essere una potenza coloniale. Ratzel fu innanzitutto un prodotto della sua epoca. È di questo periodo, infatti, la diffusione del “darwinismo sociale”, ossia quella particolare rielaborazione della teoria darwiniana sulla selezione naturale, espressa dallo studioso inglese Herbert Spencer, che la estese appunto anche all'ambiente sociale – quindi degli uomini e degli stati –, lo stesso Ratzel ne risentì indirettamente gli influssi. Essendo la Germania chiusa al centro dell'Europa essa non aveva altra alternativa se non quella di lottare per assicurarsi la propria sopravvivenza, magari estendendo oppure consolidando i propri confini nazionali. Come vedremo, da qui a teorizzare il cosiddetto “spazio vitale” – per dirlo con Hitler – il passo fu piuttosto breve. Karl Haushofer (1869-1946) fu il continuatore della tradizione geopolitica ratzeliana. Se Ratzel gettò le radici del pangermanesimo, Haushofer si preoccupò di rivestire di folti rami la solida corteccia ideologica dell'albero ideologico ratzeliano. L'incremento demografico della Germania lo spinse finanche a giustificare annessioni territoriali, come quelle con l'Austria e la regione della Cecoslovacchia dei Sudeti, così come a fondare le ragioni per la Blitzkrieg per annettersi la Polonia. Questi per Haushofer furono dei fenomeni del tutto prevedibili e fisiologici: il popolo tedesco, infatti, reclamava il proprio posto nel mondo! Il ragionamento geopolitico di Haushofer, però, non poté fare i conti con la follia di un uomo, Hitler, che non si sarebbe fermato se non davanti alla totale distruzione della feccia marxista-leninista e non prima di aver dato una lezione guerresca alla plutocrazia giudeizzata degli Stati Uniti...
Al termine del secondo conflitto mondiale la profezia di Spykman non si avverò. Infatti nonostante l'Unione Sovietica, potenza vittoriosa, riuscì a controllare politicamente la cosiddetta “area Pivot”, pur tuttavia non si assicurò l'egemonia mondiale, che anzi dopo il suo crollo nel '91 si concentrò tutta nelle mani di un'unica superpotenza: gli Stati Uniti d'America! Gli Stati Uniti inaugurarono così una nuova geopolitica rispondente al sacro comandamento: divide et impera!

21.1.07

I sei principi-chiave del realismo politico

di Marco Apolloni

Lo studioso tedesco Max Weber fu il primo a parlare di un'etica della responsabilità e lo fece nel suo noto saggio intitolato La politica come professione (1919) in cui egli affermò che non ci poteva essere un'etica che non calcolava gli effetti e agiva pertanto di conseguenza. Diversamente lo studioso americano Hans Morgenthau invitò più ad una sorta di prudenza smisurata, poiché secondo lui gli effetti restavano difficilmente immaginabili tanto meno calcolabili. Il numero dei fattori d'imprevedibilità era talmente alto che non si potevano prevedere a medio-lungo termine gli effetti che si potevano verificare. Ossia, in definitiva, le previsioni politiche risultano un po' come le previsioni meteo: possono avere un raggio di previsione solo a breve termine – ammesso, poi, che ce l'abbiano. Dunque la geopolitica – disciplina che intende fare delle lucide e ponderate analisi politiche – non può avere anch'essa alcun carattere predittivo! Bensì essa si avvale di analisi puntuali, precise e determinate. Ragionare in termini geopolitici significa quindi escludere ogni forma d'ideologia ed, inoltre, escludere anche le spiegazioni mono-causali – come ad esempio: è vero che l'energia è una delle più importanti poste in gioco nel dibattito geopolitico odierno, pur tuttavia non è la sola, come sono convinti invece i mono-causalisti!
Secondo Morgenthau, nel suo saggio-manifesto del realismo politico intitolato Politica tra le nazioni, si possono rintracciare due diverse scuole di pensiero politico, che si sono scontrate e combattute fra di loro nel corso della storia. L'una profondamente convinta dell'ottimismo antropologico della natura umana e che esistono giusto sporadici gruppi di individui malvagi, i quali ostacolano la proliferazione della pace nel mondo. Questa corrente viene detta “idealista”. Essa ritiene, tra le altre cose, che vi siano leggi astratte universalmente valide, che favoriscono il perseguimento dei suoi nobili scopi di armonia cosmica. L'altra scuola invece è più scettica sulla natura umana ed è convinta appunto che il mondo sia sostanzialmente il prodotto dell'irrazionalità umana. Quest'ultima si prefigge come scopo di ripristinare nell'uomo, se non altro, un briciolo di assennatezza. Essa viene detta “realista”. Il suo scopo – non meno nobile di quello dell'altra scuola – intende perseguire il male minore, preferendolo di gran lunga al bene assoluto, che sa pressoché irrealizzabile. Qui di seguito elenchiamo, spiegandoli singolarmente, i sei principi-chiave del realismo politico...
1) La scuola realistica ritiene essenziale distinguere tra verità e opinione in materia politica, poiché ha la convinzione che, conoscendo la natura umana per quel che è realmente, si possano pertanto scovare delle leggi oggettive che la regolino. Conscio del fatto che la natura umana è pressoché rimasta immutata nel corso dei millenni, allora il realista è convinto che una teoria già in uso presso gli antichi non sia da considerarsi necessariamente superata. Ossia il realista non ha la benché minima presunzione di ritenere la modernità migliore del passato, anzi semmai è più persuaso del contrario. Difatti una teoria ancora oggi valida ed efficace per un realista è quella del balance of power, ovvero dell'equilibrio di potenza! Inoltre il realista è a conoscenza di un nesso causale esistente tra le scelte politiche di uno statista e le sue prevedibili conseguenze. Da tale schema il realista ne deduce quelli che potrebbero essere gli obiettivi intenzionalmente perseguiti dal suddetto statista – ammesso che costui sia una persona razionale, dunque capace di scegliere razionalmente. È proprio da questo tentativo di comprensione razionale, che si fondano le pretese del realista di ottenere una teoria generale, sia della politica estera che interna, il più plausibile possibile...
2) Chiodo fisso del realismo politico “è il concetto d'interesse definito in termini di potere”. Sia in politica estera che in politica interna ciascuna scelta dello statista sarebbe incomprensibile e, sopratutto, invisibile se non la si osservasse con la lente d'ingrandimento della potenza da questi volontariamente perseguita. Spesso e volentieri nelle scelte di un uomo politico ci si lascia ingannare da due effimere ragioni: dalle motivazioni e dalle preferenze ideologiche; ragioni queste, per un realista, del tutto secondarie e inefficaci se si vuol perseguire una buona politica, sia entro che fuori dei propri confini nazionali. Se pensiamo alle buone intenzioni insite in molti decisori politici nel corso della storia, non possiamo non tenere conto degli incalcolabili disastri da ciò derivati. Si pensi allo statista inglese Neville Chamberlain e alla sua lodevole politica di appeasement, nonostante le buone intenzioni dell'uomo la sua politica fu all'origine della catastrofe umana qual è stata la seconda guerra mondiale. Diversamente si pensi ad una figura molto più ambiziosa e – in un certo senso – anche più cinica, come l'altro statista inglese Winston Churchill. I suoi calcoli meramente razionali portarono a delle scelte politiche coraggiose e di maggiore levatura morale in politica estera, che fecero uscire vittoriosa l'Inghilterra dalla battaglia all'ultimo sangue contro il Terzo Reich nazista. D'altronde Marx ci vide giusto quando disse: “La strada per l'inferno è lastricata di buoni intenzioni”... Oppure si pensi ad un uomo moralmente ineccepibile, la cui virtuosità è tristemente passata alla storia, quale Robespierre. Le sue stesse virtù lo portarono a tagliar teste a tutti coloro che non gli erano pari, finanche a perderci la testa lui stesso – da ciò si è originata la seguente distinzione: le democrazie non tagliano le teste, semmai le contano... Questo per dire, in sostanza, come l'etica non sempre riesce a prevenire una cattiva politica, anzi talvolta n'è la causa scatenante. Perciò ecco qua che occorre rivendicare l'autonomia decisionale della politica e finalmente staccarla dall'etica, la cui sfera d'azione non può né deve più ingerire deliberatamente. Facendo con ciò tesoro del prezioso insegnamento del Presidente americano Abramo Lincoln, il quale per primo distinse il “dovere ufficiale” dai “desideri personali”, cioè il desiderabile dal possibile, ponendo maggiormente l'accento su quest'ultimo, per poi magari impegnarsi a fondo nell'inseguire la chimera del desiderio visceralmente connaturata a qualunque uomo. Per quel che riguarda invece le preferenze ideologiche bisogna assolutamente rifuggire dall'approccio demonologico. Evitando pertanto l'approccio banalmente semplicistico e perlopiù fallimentare avuto dall'America nei confronti del suo nemico storico, l'Unione Sovietica. Invece di fermarsi a comprendere a fondo le leve, intrinsecamente connaturate e capaci di dare una giustificazione alle decisioni del regime sovietico, i decisori americani con il maccartismo ritornarono ai tempi del Medio Evo e della caccia alle streghe – dove riduttivamente si credeva possibile estirpare alla radice il problema smascherando quale fosse la “fonte del male”. Peccato che così non è mai stato, prova ne fu il fatto che se non fosse stato per l'auto-implosione della superpotenza sovietica – l'unico impero ad essere collassato per cause naturali – ancora oggi staremo qui a vivere in prima persona la guerra fredda... Infine Morgenthau sostiene che la differenza che intercorre tra la politica internazionale ed una teoria razionale da essa derivata è la stessa che c'è tra una fotografia e un dipinto. Laddove la prima ritrae un qualcosa così come lo si può vedere ad occhio nudo, mentre il secondo cerca invece di scovare l'essenza che si cela in una determinata cosa. Perciò: “[...] il realismo politico vuole che la fotografia del mondo politico assomigli il più possibile al suo dipinto [...]”.
3) Avere interessi coincidenti è il principio regolante e determinante la concordia universale degli stati. Come ha mirabilmente stabilito Tucidide “l'identità d'interessi è il più sicuro legame tanto tra gli stati che tra gli individui”. Definizione questa poi ripresa e integrata da uomini del calibro di: Salisbury, George Washington, Max Weber. Interesse naturalmente definito – come vogliono i realisti – in termini di potere e del resto cos'è il potere se non quel preciso vincolo che sancisce, in una democrazia oppure in una dittatura, il dominio dell'uomo sull'uomo, scongiurando quindi pericolosi stati d'anarchia generale. Non a caso l'equilibrio di potere – come ben sapevano gli autori del Federalista (Hamilton, Madison, Jay) – è stato il principio fondativo che ha permesso e permette tutt'oggi ad una nazione variegata come gli Stati Uniti di far coesistere pacificamente diverse realtà statali, senza inutili spargimenti di sangue dovuti a sciagurate guerre intestine, che hanno invece dilaniato e percorso ininterrottamente la storia millenaria europea. Il realista è nemico dell'astrattismo sotto ogni forma, tuttavia il suo concreto e lucido pragmatismo non gli impedisce affatto di credere irrealizzabili determinati scenari, come ad esempio un possibile superamento del restrittivo modello odierno degli stati-nazione in entità più ampie e decisamente più consone alle insopprimibili esigenze di pacificazione universale. La ragione per cui il realista si distingue dall'idealista è unicamente nel modo in cui questi intende attuare quest'opportuno cambiamento, ovvero attraverso un concretissimo approccio diretto ed esclusivamente razionale ai problemi, mettendosi al riparo da certe improduttive derive astrattiste.
4) Il realismo politico non si rifiuta di adottare principi morali, soltanto cerca di filtrarli opportunamente, adeguandoli così alle esigenze contingenti, senza mai dimenticarsi un po' di sana prudenza. Difatti Morgenthau afferma: “L'etica astratta giudica un'azione in base alla sua conformità alla legge morale; l'etica politica giudica un'azione in base alle sue conseguenze politiche.”!
5) Il realista tenta in tutti i modi di scongiurare il “complesso del messia”, ovvero di giustificare i propri disegni e fini politici in un'ottica di benevolenza divina. Evitando i vaneggianti toni “da crociata” del tipo: se Dio è con me, chi può essermi contro? Distinguendo, dunque, verità e idolatria – così come si era distinto tra verità e opinione. Giustificare l'agire di un'altra nazione in termini d'interesse-potere può essere utile a rispettarne le decisioni politiche, in quanto stato tra gli stati che adotti una politica specifica, atta ad incrementare la sua potenza e il suo prestigio internazionale...
6) Infine, il realismo politico intende sancire l'autonomia della sfera politica dall'interferenza o ingerenza di altre sfere quali: l'economia, la giurisprudenza, la morale, eccetera... Infatti Morgenthau ci fornisce una definizione dettagliata del realista: “Egli ragiona in termini d'interesse definito come potere, come l'economista pensa in termini d'interesse definito come ricchezza, il giurista in termini di conformità delle azioni alle norme giuridiche, il moralista in termini di conformità delle azioni a principi morali.”! Il realista è dunque nemico di un approccio legalista ai problemi di politica estera – che gli impedisce di fare strappi alle proprie leggi – pur non essendo contro il diritto internazionale; sia come ad un approccio moralistico – che non sa scendere a compromessi con la logica del male minore – pur non essendo contro la morale stabilita; sia come ad un approccio economicista – che non riesce a vedere oltre i propri biechi interessi materiali – pur non essendo contro l'economia. Sfortunatamente troppe volte queste infauste ingerenze, nel corso della storia della politica estera degli stati, hanno prodotto nientemeno che catastrofi del tutto evitabili, ma che sono dipese da una voluta e cocciuta cecità auto-imposta dai singoli stati, che si sono così comportati come una persona che pur godendo del beneficio della vista decide coscientemente di bendarsi entrambi gli occhi, pur di non vedere più quel che gli sta accadendo intorno. Il realismo rifugge dalle esemplificazioni mono-causali, imperniate sulla logica ristretta della sola causa, bensì si prefigura come una teoria olistica, che tiene conto di tutte le dimensioni proprie dell'uomo: politiche, economiche, morali, religiose, eccetera, senza porre tuttavia l'accento su nessuna in particolare, bensì su tutte in generale... Ritornando al realismo polito, esso non traveste la politica cercando di darle a tutti i costi delle parvenze economiche, legali, morali, religiose, che in verità essa non ha affatto. Piuttosto si limita a presentarla così com'è realmente: sì impresentabile, però indispensabile per chiunque. In definitiva, per dirlo con il “sommo” Aristotele: l'uomo è prima di tutto un “animale politico”...