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22.4.10

Essere giovani oggi


(Nella foto la bellezza fragile di Lucy Gordon, attrice inglese tragicamente scomparsa di recente, che incarna alla perfezione la difficoltà di "essere giovani oggi")

Essere giovani e per di più universitari è già di per sé uno "status" ugualmente simbolico sia oggi che ieri, nel senso che è simbolicamente uguale per ogni epoca; è l'età dell'oro nella vita di un uomo e di una donna, dove si hanno intatte tutte le proprie energie e dove ci è ancora permesso sognare ad occhi aperti. Pieno di sogni e sognatori è Il circolo dei nichilisti. Ragazzi come me e voi, con un vulcano d'idee per la testa e una voglia matta di cambiare il mondo. Voglia che si ha solo a quest'età, prima che la disillusione s'impadronisca di noi e ci renda adulti. Spero che nello scrivere quest'opera di finzione letteraria sia riuscito a dare voce alla mia generazione e a tutti quelli che non si riconoscono nella gioventù asettica e amorfa stile "solitudine dei numeri primi", quella sì veramente nichilista! Perché non è vero che noi giovani non crediamo in niente e poi anche fosse, come insegna certa filosofia, il "niente" è pur sempre qualcosa ed è pur sempre meglio che non credere "affatto". Ad ogni modo io come autore, togliendo di mezzo ogni equivoco, vi garantisco che credo in qualcosa di "più" del "niente". A essere sincero credo in un mucchio di cose, altrimenti non avrei di certo scritto Il circolo dei nichilisti. Chi non ha niente da dire, non dice niente e basta. Chi ce l'ha – invece – trova sempre un'occasione per dire quel che ha da dire. In una cosa che le riassume bene tutte credo però più di ogni altra: "Credo nell'essere umano!"...

14.4.10

Studente universitario

Gabriele è un giovane studente universitario che inizia a scoprire il vero mondo solo intorno ai vent'anni, quando decide di abbandonare “l'utero materno” e avventurarsi nella splendida Urbino. Si iscrive alla facoltà di Filosofia, dove scopre un'umanità dai caratteri variegati. Uno su tutti, però, spicca: un certo senso di nichilismo, di pessimismo cosmico insomma, che prende sempre più piede fra i giovani, disillusi del mondo che li ospita e li circonda. Durante i suoi tre anni universitari a Urbino, intervallati da un anno erasmus in Inghilterra, Gabriele si raffronta con personaggi curiosi e bizzarri, che rendono l'idea – in maniera a dir poco stupefacente – della gioventù odierna. Uno psicologo buddista, un gruppo di musicisti metallari, un cameriere, un artista circense: con loro il protagonista formerà: Il circolo dei nichilisti. Insieme affronteranno peripezie, avventure e disavventure, esperienze che li condurranno ad essere degli adulti coscienti.

30.3.09

Inaugurazione blog professionale “Vivere Filosofando”

di Marco Apolloni

“Vivere Filosofando”

Cari “Iperborei”, è con grande soddisfazione che vi annuncio l'apertura del mio blog professionale intitolato “Vivere Filosofando” e interamente dedicato alla filosofia e all'attualità filosofica, con “Blogosfere”: la più importante piattaforma italiana per blog professionali, che ha in atto fra l'altro una prestigiosa partnership con “Il Sole 24 Ore”. Perciò v'invito tutti a frequentare e leggere i miei post filosofici, che riflettono e rifletteranno sui nostri tempi difficili, nei quali è sempre più necessario intraprendere sfide coraggiose. Naturalmente saranno ben accetti i vostri commenti, perché – come ben saprete – il sale di ogni blog è la sua assoluta democrazia e capacità di far interagire fra loro le persone, creando – altrimenti impossibili – connessioni d'idee.

Quale autore e fondatore del blog “NoIperborei”, ormai giunto al suo quarto anno di vita, voglio ringraziare tutti i miei compagni di cammino, siano essi: coautori, commentatori, assidui od occasionali visitatori. A tutti voi voglio dire semplicemente che la novità del mio nuovo blog professionale “Vivere Filosofando” non interromperà la vecchia avventura di “NoIperborei”, che andrà ugualmente avanti e che conterà ogni tanto su qualche mio contributo – oltre ai consueti di Silvia e Paolo e di altri nuovi amici che ci hanno espresso la loro volontà di collaborare con noi. Questa precisazione mi è sembrata doverosa nei confronti di chi, vecchi e nuovi visitatori, si aspetta un blog filosofico, quando in realtà “NoIperborei” subirà una lieve modifica nella linea editoriale, anche se si continuerà seppur indirettamente a parlare di filosofia, che in quanto cristallizzazione della vita, è imprescindibile indipendentemente da qualunque argomento si tratti.

Con l'augurio, quindi, di poter interagire presto con voi sia in “Vivere Filosofando” che in “NoIperborei” vi mando un caloroso saluto virtuale, augurandovi una buona navigazione (e lettura)!

16.12.08

Presentazione musicata "CineFilosofando", Sabato 13 Dicembre


Si è riassunto in due ore di piacevole approfondimento il dibattito fra cinema e filosofia, svoltosi sabato 13 dicembre nella biblioteca “Silvio Zavatti” di Civitanova Marche. In compagnia dello scrittore Marco Apolloni, intervenuto per presentare il suo libro “CineFilosofando” (Patti, 2008), i minuti sono trascorsi velocemente anche grazie all’intervallarsi di riflessioni filosofico-letterarie, letture interpretative ed esibizioni musicali. Ad accomunare questi tre elementi è stata in primis la cinematografia, che ha fatto da filo conduttore per tutto l’evento – basato per l’appunto sul testo portante “CineFilosofando”. «L’approccio di questo mio libro è fondamentalmente misto e prevede all’inizio di ogni saggio una breve recensione sintetica delle problematiche cruciali di ciascun film – ha spiegato l’autore –. Dopodiché segue l’analisi delle pellicole da un punto di vista più rigoroso, nella quale do soltanto delle pillole contenutistiche evitando così le lunghe citazioni di rito che i filosofi di solito tendono ad utilizzare». Per allietare ulteriormente il pubblico, durante la conferenza è stata inserita la partecipazione del cantautore Michele Serrani e del musicista Alberto Crucianelli, che si sono esibiti in un live fatto di sola chitarra acustica e basso. Sonorità, le loro, che hanno rievocato in questo particolare contesto quelle di cantautori come De Andrè e De Gregori e che hanno ben accompagnato le letture interpretative degli spettatori: Anna Maria Caldarola, Monia Ciminari, Emanuele Follenti, Sergio Fucchi, Chiara Rosati, Bruna Salvitti. Ovviamente la conferenza non sarebbe stata possibile senza la disponibilità dello staff bibliotecario e, in particolar modo, della direttrice Carla Mascaretti. Oltre al prezioso lavoro come moderatrice di Silvia Del Beccaro, giornalista nonché capo-redattrice del bimestrale “Impegno Sociale”. 
Sette i film trattati sia nelle letture che negli approfondimenti: “Ghost dog”, “Donnie Darko”, “L’ultima tentazione di Cristo”, “Il tredicesimo guerriero”, “Tristano & Isotta”, “La caduta”, “L’appartamento spagnolo”. Tutti film, questi, che racchiudono una propria parola chiave – a seconda, infatti, si parla di onore, sacrificio, eroismo, follia, coraggio, amor passione, amicizia – ma che tuttavia sono al contempo legati da un comun denominatore, e cioè: la vita è come un film. Non solo. L’excursus che l’autore effettua all’interno del suo testo invita a riflettere sulla possibile nascita dei futuri Stati Uniti d'Europa. Sulla base di questo spunto, il dibattito conclusivo ha assunto un carattere dialogico ed interattivo e in virtù di questo il pubblico presente è stato chiamato più volte a partecipare ponendo domande sul saggio, dando così vita ad una curiosa riflessione. È logico che passati divisi portino a futuri divisi? Oppure esiste un futuro comune a tutti i popoli europei, nonostante le differenze linguistiche? «Al giorno d’oggi ci vengono riproposti nuovi ed edificanti sogni, com’erano all’origine Roma caput mundi e l’Italia unita. Su tutti spicca uno per imponenza, ovvero l’Europa unita – ha risposto l’autore –. A molti questo sogno potrebbe sembrare una blasfemia. Un passato di soprusi inconfessabili e di guerre fratricide non sembrerebbe loro dar torto. Paradossalmente, però, le divisioni del nostro passato ci uniscono a maggior ragione in un connubio tanto inestricabile. E l’insopprimibile necessità di non ripetere gli errori fin qui commessi, ci induce a sperare di poter essere un giorno ancor più uniti sotto un’unica bandiera, quella europea». 

5.12.08

Presentazione musicata di "CineFilosofando" - Sabato 13 Dicembre


Un connubio di musica e cinema. Una fusione di discipline umanistiche. "CineFilosofando" raccoglie cinefili e storici, linguisti e filosofi. Perché il libro di Marco Apolloni non solo riporta alla luce pellicole più o meno note del panorama cinematografico, ma dà alle stesse un valore aggiunto, estrapolando e spiegando in maniera accessibile a tutti le tematiche portanti di ciascuna.

Lontano dai linguaggi utilizzati nelle Accademie, seppur sia uno studioso plurilaureato, l'autore fidardense Marco Apolloni racconta momenti salienti della storia dell'Occidente e della cultura europea analizzando accuratamente sette film.

Gli Stati Uniti d'Europa, si interroga l'autore, sono davvero possibili? E' logico e necessario che passati divisi portino a futuri divisi? Oppure esiste un futuro comune per tutti i popoli, nonostante le differenze linguistiche?

Su questi ed altri interrogativi il prossimo 13 dicembre – nuovo appuntamento marchigiano – l'autore rifletterà e si raffronterà con il pubblico, dialogando con esso ed instaurando un incontro dialogico, del tutto informale. Ma non solo. Naturalmente si parlerà di cinema, primo e vero protagonista dell'appuntamento civitanovese. L'incontro è previsto sabato 13 dicembre, ore 17.30, nella biblioteca comunale “S. Zavatti” di Civitanova Marche.

Sette i film che verranno presi in oggetto: "Ghost Dog", "Donnie Darko", "L’ultima tentazione di Cristo", "Il tredicesimo guerriero", "Tristano & Isotta", "La caduta", "L’appartamento spagnolo". Per ciascuna pellicola avrà luogo una riflessione storico-filosofico-letteraria, che verrà abbinata a momenti musicali inerenti a ciascuna pellicola e volti ad intrattenere il pubblico presente. L'allestimento musicale sarà a cura del cantautore Michele Serrani.

Proiezioni cinematografiche e musica daranno dunque vita ad un connubio piacevole, che mirerà in primo luogo a divertire il pubblico ma, al contempo, a farlo riflettere su quello che siamo, quello da cui veniamo e quello verso cui ci stiamo dirigendo...

***

Per contattare direttamente l'autore: 333.3495829

Per informazioni: silandgreg@hotmail.com; www.noiperborei.blogspot.com

27.11.08

«I giardini della scrittura» – Riflessioni sul mito di Theuth del "Fedro" platonico

di Marco Apolloni

L'opera di Platone è costellata da miti. In particolare nel Fedro, dopo il mito dell'auriga e delle cicale, si accenna al mito di Theuth: corrispondente al nome della divinità egizia, fra le altre cose inventrice della scrittura. Si narra che Theuth si sia recata da re Thamus per presentargli le sue originali invenzioni. Sicché il re abbia espresso liberamente il proprio parere su ognuna di esse. Quando è stato il turno della scrittura, presentata da Theuth come l'arte del ricordare e del curare i mali che affliggono la memoria, Thamus fa notare come lui non dica il vero accecato dalla paternità della sua invenzione. Infatti il re sostiene che la scrittura non sia altro che una forma di dimenticanza e un invito alla pigrizia per i discepoli, piuttosto che essere una medicina per la loro memoria. Tali discepoli, a quel punto, invece che diventare «sapienti» diventeranno «saccenti». Diversi studiosi, tra cui Giovanni Reale, hanno veduto in questo passo un oscuro rimando alle dottrine non scritte di Platone. Da ciò si può dedurre la maggior preminenza da lui affidata all'oralità rispetto alla scrittura. Poiché la vera sapienza, a suo dire, si tramanda oralmente. In definitiva, la trasmissione di un sapere scritto ha un carattere assolutamente secondario rispetto alla vividezza della trasmissione orale e non può che restituirci soltanto uno sbiadito ricordo della realtà extra-corporea della nostra anima. Inoltre la scrittura ha in comune con la pittura la stessa incapacità di non rispondere se interrogata. Inutile perciò provare a interrogare uno scritto, che non gode del dono della parola – essa è lettera morta per dirlo con il filosofo francese Jacques Derrida. Dunque lo scritto così come il quadro ha sempre bisogno del suo autore, incapace com'è di aiutarsi da solo per difendere le proprie ragioni. A questo punto Platone tramite il suo alter ego, Socrate, propone un tipo di discorso pienamente auto-sufficiente, che si giustifica da sé e «che viene scritto nell'anima di chi apprende, che è capace di difendere se stesso, e che sa con chi deve parlare e con chi tacere.». Compito del vero sapiente è quello di scrivere nell'anima, in quanto solo in essa germoglieranno i semi della conoscenza. Per questo la scrittura svolge un ruolo prettamente ancillare ed è da considerarsi niente più di uno svago per i vecchi. Essi, appunto, si eserciteranno nei «giardini della scrittura» unicamente per dilettarsi nella fase tramontante della loro vita e al solo fine di rimembrare con dolce nostalgia i bei tempi andati, sì da poter riprovare l'antico brivido della giovinezza.

17.9.08

Presentazione "CineFilosofando" - Marco Apolloni - Cesano Maderno


Comune di Cesano Maderno
Biblioteca Comunale “Vincenzo Pappalettera”

presenta

“CineFilosofando – La vita è come un film”
Presentazione del libro di Marco Apolloni

GIOVEDI 18 SETTEMBRE 2008
Ore 21.00

Sala Pavoni c/o Biblioteca Civica “Vincenzo Pappalettera”
Via Borromeo, 5 - Cesano Maderno (Milano)

Modera: prof. Giuseppe Girgenti dell’Università “Vita-Salute” San Raffaele

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Giovedì 18 settembre, alle ore 21.00, la “Sala Pavoni” della Biblioteca Civica cesanese di via Borromeo 5 ospiterà la presentazione del libro CineFilosofando (2008, Kimerik Edizioni) di Marco Apolloni. Dopo le affollate presentazioni di Civitanova Marche e Castelfidardo, questa nuova tappa del tour divulgativo del venticinquenne fidardense toccherà dunque Cesano Maderno, la città in cui ha vissuto e studiato negli ultimi due anni e in cui ha conseguito la laurea magistrale/specialistica lo scorso 14 luglio. «Trascorrere questi due intensi anni in Brianza è stata per me un’esperienza significativa, che mi lascerà dentro dei ricordi molto positivi. Soprattutto la gente, con cui ho avuto a che fare, mi si è rivelata quasi sempre disponibile e amicale. Inoltre, a Palazzo Borromeo ho avuto modo di affinare i miei strumenti di studio e di maturare come studioso» dichiara a tal proposito l’autore Apolloni.
La serata prevedrà la partecipazione del professor Giuseppe Girgenti, Ricercatore di Storia della Filosofia Antica presso la sede cesanese dell’Università “Vita-Salute” San Raffaele, che per l’occasione indosserà le vesti di moderatore.
CineFilosofando un saggio anticonvenzionale a cavallo fra cinema e letteratura, che analizza sette pellicole in maniera scorrevole e soprattutto evitando ogni riferimento puramente tecnico. Si tratta infatti di un testo che – a dispetto di quanto possa far intuire il titolo – è accessibile a tutti, in particolar modo a coloro che si ritengono dei veri e propri amanti della cinematografia in senso lato. Attraverso gli occhi di uno spettatore attento e al tempo stesso curioso di scovare sempre nuovi particolari, l’autore Marco Apolloni tenta di recensire le sette pellicole dando una spiegazione umanistica di esse, ricollegando i sette film alle rispettive epoche – dal Medioevo e l’era dei vichinghi all’epoca nazista e all’era odierna – e filosofie di vita – ad esempio, il sacrificio del samurai e il sacrifico messianico per il bene dell’umanità.
I film analizzati sono più o meno noti al grande pubblico e comprendono sia pellicole storiche che recenti realizzazioni. Ghost Dog, Donnie Darko, L’ultima tentazione di Cristo, Il tredicesimo guerriero, Tristano & Isotta, La caduta, L’appartamento spagnolo: sono tutti film conosciuti, per un motivo o per l’altro. Il primo parla di un samurai dei nostri tempi con le movenze di un rapper; il secondo tratta l’avventurosa esperienza dei viaggi nel tempo; il secondo il terzo racconta la storia di un dio che si è fatto uomo ed è morto per lavare i peccati degli uomini; il quarto è ambientato nelle lande brumose del nord in un’epoca buia, il Medioevo; il quinto riguarda una delle storie d’amore più famose, nonché tra le più tormentate di tutti i tempi; il sesto racchiude – per dirlo con Hannah Arendt – la «banalità del male» del Novecento, il nazismo; infine il settimo rappresenta un inno all’europeismo.

21.8.08

La Bellezza salverà il mondo

di Marco Apolloni
(sunto dell'Introduzione alla mia tesi specialistica Eros filosofo ed Eros tiranno. Studi platonici sull'amore con cui mi sono laureato lo scorso 14 Luglio presso l'Università "Vita-Salute" San Raffaele di Cesano Maderno, Milano)

L'amore per la Bellezza in Platone risponde ad una sua connaturata esigenza di ordinare il caos imperversante nella realtà sensibile con la superiore armonia - che è letteralmente: unione dei contrari - costituita dalla realtà intelligibile. L'ordinamento del disordine mondano per Platone significava una cosa sola: la realizzazione dell'antica profezia secondo cui la Bellezza avrebbe salvato il mondo. Poiché parafrasando Platone: la Bellezza è lo splendore del Bene. Diceva il poeta romantico inglese John Keats nella sua celebre lirica Ode su un'urna greca: "Beauty is truth, truth beauty"; “la Bellezza è Verità, la Verità Bellezza". Tale concezione romantica corrisponde anche a quella classicista dei Greci, i quali consideravano la Bellezza: esteriorizzazione di un'interiorità. Essere belli e essere buoni per loro significava la stessa cosa. Non a caso Platone fa coincidere il Bello con il Sommo Bene, posto come vertice del suo apparato concettuale. In definitiva l'estetica platonica è inseparabile all'etica platonica. Dato che l'una, la Bellezza, non è che la manifestazione sensibile di un'idea altresì intelligibile, qual è appunto il Bene. Il tema della Bellezza che salverà il mondo viene rispolverato in età moderna dal grande romanziere russo F. Dostoevskij. In particolare nell'opera L'Idiota, che ha per protagonista un essere assolutamente buono, il principe Myskin, alle prese con un mondo invece profondamente malvagio. La missione di questo eroe atipico sarà appunto quella d'instillare il seme della Bellezza, di cui lui è portatore, in un contesto di assoluta desolazione spirituale. Missione che lui stesso fallirà inesorabilmente; così come fallì Cristo portatore del divino, ma che tuttavia non fu creduto dagli uomini e per questo fu crocifisso. Entrambi questi fallimenti, però, sono accomunati dal tratto distintivo della sconfitta onorevole. Infatti, pur non riuscendo nella loro missione al primo tentativo, sia Myskin che Cristo sono riusciti comunque a gettare le basi - chissà - per una futura vittoria finale. Il loro merito consiste nell'aver donato la speranza ai loro simili. La speranza di poter credere che un giorno le brutture di questo mondo cesseranno del tutto grazie all'intervento rigenerante della Bellezza. La Bellezza domina L'Idiota di Dostoevskij, dalla prima all'ultima pagina, aleggiando su tutto il romanzo ed esercitando sui lettori un'irresistibile fascinazione. Bellezza che, in altri termini, non può che essere di derivazione platonica, visto l'indiscutibile Platonismo della cultura ortodossa, di cui Dostoevskij fu uno dei massimi esponenti. Non a caso uno dei testi fondativi del misticismo russo s'intitola Filocalia, che vuol dire proprio: amore per la Bellezza. Riassumendo: sia Platone che Dostoevskij non credevano in questo mondo, preda della bruttezza, bensì non smisero mai di credere nell'oltremondo della Bellezza - intesa appunto come fuoriuscita da un mondo inferiore. Entrambi corroborarono la profezia sulla Bellezza salvatrice. E lo stesso dovremmo fare noi, in un momento così difficile della nostra storia...

18.7.08

"La religione in Jean-Jacques Rousseau": nuovo saggio per Marco Apolloni

Questo saggio delinea i tratti di un credente anomalo: Jean-Jacques Rousseau. Il modo rousseauiano di recepire la religione – nella sua dimensione naturale e civile – è sicuramente interessante e attuale. Interessante perché propone una netta separazione tra il messaggio verace della religione cristiana e il suo totale appiattimento in sede vaticana. Attuale perché il dibattito odierno ha riportato all'attenzione di tutti l'importanza di concepire nella maniera più sana ed equilibrata possibile le religioni, sgomberando il campo da tutti quei nocivi fanatismi. Al giorno d'oggi, grazie alle conquiste avutesi con l'Illuminismo – c'è chi ancora si ostina a non riconoscerne gli effettivi benefici –, non ci impressiona più di tanto sentire aspri giudizi su quel fenomeno sempre più temporale e sempre meno spirituale che è la Chiesa di Roma. Ma se si guarda indietro con il pensiero, converremo che occorre ringraziare, oltre che Voltaire, anche il pensatore Ginevrino se oggi possiamo esprimere liberamente le nostre opinioni in materia religiosa, senza necessariamente venire tacciati di empietà. Rousseau infatti è stato capace di scrostare – come la statua del Glauco marino – tutto l'apparato dottrinario impregnante l'edificio del dogma cristiano, spogliandolo di tutti quei cavilli che ce lo rendono antipatico. Quella di Rousseau è l'esigenza innata e insopprimibile di ciascun credente, ovvero: di chi è in grado di sentire nel più profondo di sé certe vibrazioni superiori e non fare alla maniera degli atei, i quali si coprono le orecchie e fanno finta di non sentire. In definitiva, la più grande scommessa vinta da Rousseau è senza dubbio quella di averci proposto una “religione laica”: non più oppio dei popoli (Marx), ma salvagente al quale aggrapparsi per non finire travolti dalle tempeste della vita...

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Nato nel 1983 a Jesi, in provincia di Ancona, Marco Apolloni vive a Castelfidardo (An). Dopo aver intrapreso cinque anni di studi scientifici, durante i quali è emersa la sua vena umanista, ha conseguito la laurea triennale presso la Facoltà di Filosofia dell’Università “Carlo Bo” di Urbino. Al momento è specializzando in Filosofia della Storia presso l'Università “Vita-Salute San Raffaele”, con sede a Cesano Maderno (Mi). È l'ideatore del blog NoIperborei, un progetto multimediale a cavallo tra filosofia e letteratura che, sin dai primi mesi di vita, ha riscosso un discreto successo. È stato infatti recensito da alcune testate online ed ha visto nascere gemellaggi coi principali siti filosofici e letterari del panorama nazionale. Apolloni ha già pubblicato un saggio intitolato CineFilosofando (Kimerik Edizioni, 2008), dove analizza alcune opere cinematografiche rapportandole a diverse tematiche filosofiche e non solo. L'autore, inoltre, collabora in qualità di consulente letterario e critico cinematografico con la rivista Impegno Sociale, un periodico bimestrale edito da Maes Edizioni, con sede a Milano.

19.4.08

Successo per la presentazione di "CineFilosofando" a Civitanova Marche

di Silvia Del Beccaro

«Platone, il più grande filosofo di tutti i tempi, diceva che i libri hanno bisogno del loro autore per poter vivere ed essere interrogati, altrimenti essi sarebbero materia inerte destinata ad impolverare gli scaffali delle librerie. In onore a ciò, cercherò di animare il mio testo con una sana discussione». Con questo appello alla filosofia, di cui tra l'altro lui è specializzando all'università “Vita-Salute San Raffaele”, il giovane autore fidardense Marco Apolloni ha introdotto domenica 13 aprile la presentazione al suo primo saggio intitolato “CineFilosofando” – testo edito Kimerik –, a cavallo fra la cinematografia ed altre discipline umanistiche quali la letteratura, la storia e per l'appunto la filosofia. «Ho voluto accostare il cinema ad altre discipline umanistiche, perché quello che un tempo veniva rappresentato dal romanzo attualmente è rappresentato dal cinema, ovvero il più largo prodotto artistico di massa che racchiude in sole due ore di visione temi affrontati in libri di smisurato spessore» ha spiegato Apolloni. Nel corso della presentazione, il ventiquattrenne marchigiano si è dilettato in una spiegazione riassuntiva, seppur efficace, dei sette saggi da lui affrontati – “Ghost Dog”, “Donnie Darko”, “L’ultima tentazione di Cristo”, “Il tredicesimo guerriero”, “Tristano & Isotta”, “La caduta” e “L’appartamento spagnolo”. L'incontro, al quale sono accorse una quarantina di persone, si è tenuto nel centro storico di Civitanova Marche, ospitato dalla gremita libreria “Arcobaleno” di corso Umberto I.
Soddisfatto il pubblico presente, che ha perfino intrattenuto un breve confronto con l'autore al termine dell'incontro. «Ringrazio innanzitutto Grazia e Roberta per avermi offerto la possibilità di essere qui a presentare il mio libro e far iniziare il mio tour divulgativo proprio a Civitanova, da cui proviene la mia famiglia paterna – ha dichiarato l'autore –. Questo libro per me è solo un punto di partenza e spero proprio di continuare su questa strada, presentando in futuro altre pubblicazioni». Al termine dell'incontro autore e presenti si sono potuti rilassare in un clima informale, rilasciando dediche autografate e assaporando gli ottimi dolci offerti dalle due libraie. Il prossimo appuntamento con Marco Apolloni e il suo “CineFilosofando” è atteso a Castelfidardo lunedì 28 aprile, ore 21, all'“On Stage Club” di via Soprani 16.





29.3.08

Le origini dell’androgino

di Marco Apolloni

Nel Simposio, il discorso di Aristofane è forse – per molti versi – il più celebre di tutto il dialogo platonico. È qui, infatti, che viene enunciato il mito dell'androgino. Originariamente il genere umano era distinto in tre classi: uomini, donne e, appunto, androgini (ovvero creature per metà di un sesso e per metà dell'altro). Ciascun genere aveva una forma sferica e nutriva «propositi arroganti» verso gli dèi. Perciò questi ultimi, sentendosi minacciati, presero seri provvedimenti. Zeus decise di tagliarli in due estremità così da diminuirne la forza e l'arroganza. Furono posti in posizione eretta. Ad Apollo venne affidato il compito di rovesciare la faccia delle singole metà sezionate dalla parte recisa, di modo che ciascuna – rimirando il proprio ombelico, punto dove una volta era congiunta l'altra estremità – si sarebbe comportata con più moderazione, memore «dell'antico evento». Lo stratagemma, però, fu un vero disastro.
Ciascuna metà cercava la sua metà mancante e quando esse si trovavano tentavano disperate di stringersi in un abbraccio amoroso, pur non riuscendovi affatto – visto che i loro organi genitali erano stati posti, crudelmente, ai lati dei loro corpi amputati. Così, abbandonandosi sconsolate all'inazione, le metà separate morivano di fame, straziate dall'irreparabile perdita subita. Finché Zeus «mosso da pietà» escogitò un sistema più funzionale ai suoi scopi; spostò al centro gli organi genitali e permise in tal modo una congiunzione, seppur provvisoria, delle due metà disgiunte.
Questi, in preda alla nostalgia dell'Uno, si sforzarono «[..] di fare, di due, uno, e di guarire la natura umana», poiché ciascuna metà riconosceva nell'altra il proprio «completamento». Da ciò scaturì l'attuale suddivisione delle singole metà, in base all'unità originaria a cui ciascuna apparteneva.
I cosiddetti adulteri e adultere apparterrebbero all'antico androgino, perciò: gli uni sono spinti verso le donne e le altre sono spinte viceversa verso gli uomini. Di conseguenza: la metà della donna originaria cerca la propria metà gemella in un'altra donna ed, invece, la metà dell'uomo originario cerca la propria metà gemella in quella di un uomo.
La funzione paidetica del mito dell'androgino – come del resto di ogni altro mito costellante l'opera omnia platonica – cela un profondo insegnamento: il desiderio di ricostituire l'Uno originario, ovvero la Misura autentica di tutte le cose.
Noi umani bramiamo di riconquistare la mitica interezza perduta, sì da ricongiungerci con la nostra metà originaria, di cui proviamo sin dal giorno in cui siamo venuti al mondo: un'incomparabile nostalgia.
Il deus ex machina o intervento divino ci ha permesso quindi di saziare pienamente la nostra sete – altrimenti insaziabile – d'immortalità mediante l'atto della procreazione, in cui il due ridiviene nuovamente uno; ottenendo il cosiddetto due in uno, che altri non è se non il frutto della progenie.
Come poi approfondirà nel suo discorso maieutico Socrate/Diotima: assicurandoci degna progenie è come se noi evitassimo l'invecchiamento e continuassimo a perdurare del tutto rinnovati in essa, sostituendo al vecchio che è in noi il giovane che è fuori di noi...

14.2.08

È in vendita "CineFilosofando", il saggio di Marco Apolloni

È ufficiale!!! Da oggi è disponibile alla vendita il saggio di MARCO APOLLONI intitolato "CineFilosofando". Marco, che è l'ideatore e il fondatore del blog NoIperborei, ha pubblicato il suo primo saggio con una casa editrice di tutto rispetto e noi gli porgiamo i migliori complimenti in questa splendida avventura, che è destinata a proseguire.

*** SCRIVONO DI LUI ***

Vola il pensiero del nostro autore da un film ad un altro, da un filosofo ad un altro, coinvolgendo il lettore in un appassionante viaggio verso un’ottimistica riflessione sulla possibilità di cambiare un mondo che l’autore critica aspramente. Attraverso l’analisi di alcuni film, Apolloni ci chiarisce il loro più profondo significato e il messaggio che essi vogliono trasmettere. Non trascura di esaminare anche il pensiero di alcuni filosofi e pensatori, che aiutano il lettore nella comprensione di questo messaggio e di alcune tematiche delicate.
(Kimerik Edizioni)

*** INFORMAZIONI ***

Il saggio è disponibile presso alcune librerie o su ordinazione. Per maggiori informazioni potete contattare l'autore (via mail: marco_apolloni@hotmail.it) oppure la casa editrice stessa (http://www.kimerik.it/ecommerce/main.asp?Action=VIEWBOOK&Code=481)


18.1.08

Nel nome di "Spartaco"

di Marco Apolloni

A ragion veduta, si pensa che il terrorismo sia il “male radicale” della nostra epoca, alla stessa stregua del nazismo durante il Secondo conflitto mondiale. La cosa più sconcertante è l'identikit del terrorista odierno, ovvero: tra i venti e i trent'anni – dunque giovanissimo –, buona cultura, cresciuto in una famiglia perbene, aspetto apparentemente innocuo. Addirittura fra di essi si contano ragazzi occidentali, educati e cresciuti coi valori più genuini della nostra civiltà. A questo punto, riflettiamo un attimo, senza aver paura di mettere a nudo i nostri pensieri. La riflessione, d’altronde, è l'unica arma che ci è rimasta per sconfiggere l'apatia mentale e per filtrare quei refusi mass-mediali, più che notizie vere e proprie, che oramai ci tempestano da tutte le parti…
Comprendiamo – sebbene non giustifichiamo –, con le debite proporzioni un giovane kamikaze-palestinese che vive di stenti, spesso in famiglie numerosissime e trascorre la propria esistenza nella miseria più totale, perlopiù in degradate baraccopoli. In un simile caso umano disperato si possono ben comprendere le ragioni di come questi possa venire facilmente abbindolato da gente priva di scrupoli, che lo convince a votarsi al martirio. Nelle misere condizioni in cui è stato allevato e dopo tutto quello che ha patito, come si potrebbe fargliene una colpa? Ammettiamo, dunque, di riuscire anche solo lontanamente a concepire le motivazioni che lo inducono a tramutarsi in uomo-bomba, specialmente dovendo fare i conti con l'illogico e sanguinoso scacchiere mediorientale. Diversamente non riusciamo proprio a figurarci come un giovane dal radioso avvenire targato “made in England” – che ha vissuto la sua esistenza alla maniera occidentale – d'un tratto possa divenire il nemico pubblico numero uno. Se c'è un unico comandamento su cui tutte le religioni sono inequivocabilmente concordi – islam, cristianesimo, buddhismo, induismo, taoismo, eccetera – crediamo sia senz’ombra di dubbio: non uccidere!
Nelle guerre di oggi è sparita la benché minima briciola di santità, ammesso ve ne sia mai stata in qualche guerra. Le guerre odierne, infatti, non hanno nemmeno uno “stinco di santo”. Una volta, almeno, nelle guerre a morire erano in larga misura i soldati chiamati a combatterle. Ora come ora non avviene neppure più questo. A rimanere sotto le macerie delle bombe o degli attentati terroristici sono perlopiù persone innocenti prive di alcuna responsabilità diretta. Sangue chiama altro sangue e, finché non ci metteremo tutti in testa che esso è dello stesso colore, sia per le vittime dell'una che dell'altra fazione, non vi sarà mai tregua agli atavici conflitti del nostro pianeta. Con le guerre non si è mai ottenuto granché, se non riempire di macabre immagini la galleria degli orrori storici. E quando qualcuno a Washington lo capirà, forse assesteremo una batosta decisiva ai terroristi, togliendo loro l'unica linfa vitale nonché unico appiglio: l'odio, un odio troppo viscerale e troppo a lungo covato, che può venire unicamente contrastato facendo fare alla diplomazia il suo lento ma inesorabile corso. Solo grazie ad essa si possono mettere a tacere: sia le armi che i cultori dello scontro di civiltà. Ad essere sinceri, dovremmo tutti concordare che, in fondo, esiste una sola ed unica civiltà umana.
Il termine civiltà, secondo alcuni, evoca uno sfondo drammatico perché non può che essere declinato al plurale: le civiltà. Esso testimonia come il mondo non sia unito e, a dire il vero, non lo sia mai stato, bensì come sia sempre stato caratterizzato da una plurima eterogeneità. Sempre per costoro, il “feticcio” della democrazia si illude di poter riunire l'intero genere umano sotto un'unica bandiera. Dicasi: utopia democratica! Inutile far notare ad essi come la tecnica abbia potuto unificare il mondo in corso d'opera, poiché costoro ribatterebbero che la tecnica non è mai riuscita ad impossessarsi della materia con cui sono fatti gli uomini, ovvero i sogni – per usare una bella metafora shakespeariana. Secondo questi teorici impregnati di dogmatismo: lo spirito incide più della tecnica, ossia riesce a penetrare con maggior efficacia quelle regioni dell'anima altrimenti invalicabili. Infine, costoro aggiungono: se i passati non sono mai stati uniti neanche i presenti potranno mai esserlo, finché esisteranno passati diversi vi saranno sempre futuri diversi, il sogno roosveltiano di “un solo mondo” è materialmente impossibile da realizzare...
A questa visione pessimista ci sentiamo di contrapporre la nostra, nettamente più ottimista. Se per costoro il bicchiere è mezzo vuoto per noi invece è mezzo pieno. Ovvero: ciò che ci divide è sempre inferiore a ciò che ci unisce. Diteci pure idealisti ma noi crediamo ancora che “un altro mondo è possibile”, poiché siamo convinti che noi umani possiamo agire concretamente sulla storia e non solo essere agiti da essa – come molti erroneamente pensano. Il popolo con la sua sola “volontà di potenza” può modificare l'intero corso storico. Compito di ciascun popolo è quello di tirare il freno d'emergenza alla locomotiva impazzita della storia, altrimenti destinata allo sfacelo – per usare una suggestiva immagine benjaminiana. Le rovine della storia dovrebbero servirci da monito per risparmiarci l'inenarrabile sequela di errori fin qui commessi. Il filosofo messicano Carlos Santayana afferma: «Chi dimentica la storia è spesso condannato a ripeterla».
A nostro parere, l'essere ottimisti sul corso della storia è per noi uomini una necessità connaturata, poiché altrimenti niente e nessuno potrebbe salvarci da una fine ingloriosa. Noi non siamo fra quelli che pensano che siccome fin qui tutto è andato storto allora bisogna rassegnarsi al nostro ineluttabile destino – che ci vede già perdenti in partenza. Questo spirito di rassegnazione è semplicemente controproducente alla nostra causa umana, quindi crediamo non ci resti che remare controcorrente e perseverare nel nostro incessante combattimento quotidiano. Sperando che, come noi, la pensino molti altri “guerrieri dello spirito”. Meno saremo a rassegnarci e più probabilità avremo di non far scomparire dalla faccia dell'Universo il nostro genere umano, seriamente minacciato d'estinzione. Il nostro “imperativo categorico” dovrà essere d'ora in poi: possiamo e dobbiamo cambiare il corso della storia!
Se c'è una cosa che riesce a darci più fastidio è la presunzione di certi pensatori, che con il loro pessimismo cosmico leopardiano si credono anticonformisti mentre sono di un conformismo dei più aberranti. Se andiamo a dare una scorsa indietro alla storia dei popoli, ecco che possiamo vedere come la superstizione abbia fatto sì che l'umanità si dividesse in due schiere, padroni e servi, invece che in una sola comprendente tutti gli uomini eguali in tutto e per tutto. Finché i primi tennero i loro fetidi piedi premuti sulle teste dei secondi, non vi fu uomo che potesse dirsi davvero libero. Quest'uomo però un giorno scese in mezzo a noi e si erse mastodontico fra i suoi simili, non accettando più i soprusi che gli venivano inflitti: il suo nome era Spartaco e ancora oggi riesce ad emozionare coloro i quali conservano – pressoché intatta nelle segrete prigioni dei loro cuori – la scintilla rivoluzionaria. Costui fu l'iniziatore del cammino verso la liberazione del genere umano dalle catene della schiavitù, fu il Titano Prometeo in carne ed ossa, amico a tal punto degli uomini che distribuì loro il fuoco sacro della tecnica. Questo nuovo Prometeo fece sì che nessun uomo si sentisse inferiore a qualunque altro suo simile. Con labbra tremanti riusciamo a malapena a sillabarne il nome: S-p-a-r-t-a-co. È come se il suo nome, altamente evocativo, facesse vibrare ogni corda del nostro essere. Un ultimo pensiero colmo di gratitudine non può che andare a lui, Spartaco, il-più-possente-fra-gli-uomini. Ti ringraziamo infinitamente per averci trasmesso la tua preziosa scintilla. A noi non rimane che esserne degni...

17.11.07

Il "dilemma" dell'aborto

di Silvia Del Beccaro

Esiste al mondo un'etica laica? E se sì, in che modo essa affronta il tema dell'aborto? A questo e ad altri quesiti ha dato risposta Maurizio Mori, professore di Bioetica presso l'università di Torino, intervenuto lunedì 12 novembre all'università Vita-Salute San Raffaele di Cesano Maderno. Ospite del corso di Filosofia Morale, tenuto dal professor Massimo Reichlin, il docente torinese ha iniziato il convegno introducendo il rapporto tra sé e la tematica dell'aborto. «Ho cominciato a studiare questo argomento innanzitutto per una ragione biografica – ha detto –. Ho iniziato a rimanerne seriamente colpito a partire dagli anni Settanta, quando si è iniziato a parlarne. Quel periodo è stato un vero e proprio shock culturale poiché prima di allora è sempre stato un argomento innominato». Innominato, sì, fino a quando è divenuto un argomento sulla bocca di molti, prima, e di tutti, poi. C'era chi ne parlava positivamente e chi invece lo contestava in toto. Da un lato coloro a favore dell'aborto – come le femministe che sono state arrestate per aver urlato le loro idee troppo ad alta voce – e dall'altro la chiesa cattolica, totalmente contraria. Poi, un giorno, venne alla ribalta un'etica laica al riguardo. «È giusto parlare di “etica laica” – ha sottolineato Mori – anche se occorre specificare che, mentre per la chiesa cattolica romana esiste un'ortodossia codificata, non è lo stesso per il mondo laico, dove sono presenti più rivoli della stessa tematica. Quale è dunque la posizione migliore? Sicuramente quella che ha più filo da tessere, ovvero quella che riesce a trovare più soluzioni». Come Mori ha accennato, dunque, all'interno dell'etica laica esistono differenti visioni di uno stesso tema; e non esula da ciò l'aborto, argomento sul quale hanno dibattuto e tuttora dibattono le varie correnti. La meno diffusa è quella che si rifà al codice Rocco del 1930, che prevedeva la salvaguardia dell’integrità della “stirpe” e pertanto ammetteva pesanti sanzioni per il medico e per la donna che si sottoponesse all'aborto. «Questa posizione non deve essere interpretata come una propaganda fascista – ha proseguito il docente torinese – bensì come la volontà di salvaguardare le generazioni future. La donna all'epoca valeva solo dalla cintola in giù, in quanto oggetto per la riproduzione. In tale contesto l'aborto era sempre vietato, perché contrario all'obiettivo della riproduzione stessa». La suddetta posizione laica non deve essere confusa tuttavia con la posizione cattolica, che vieta l'aborto in quanto interruzione del progetto divino sull'uomo. Una seconda posizione è quella presa dai laici militanti nel “Movimento per la Vita”, i quali suppongono che il feto divenga persona dal momento del concepimento e pertanto non debba essere ucciso. «Alcuni di loro ammettono tuttavia l'aborto solo nel caso in cui sia ritenuto necessario per evitare la morte certa della donna» ha continuato Maurizio Mori. Un'affermazione, questa, che ha suscitato non poche polemiche in alcuni rappresentati del movimento, presenti al convegno. «Questa è una dichiarazione totalmente fuori luogo» ha contestato il presidente del movimento cesanese Virginio Villa, accompagnato da un altro cittadino che ha ipotizzato un eventuale aborto da parte dei propri genitori. «Se i nostri genitori fossero ricorsi all'aborto – ha detto – oggi qui non ci sarebbe nessuno. Non mettiamo limiti alla Provvidenza. Occorre parlare di vita, non di morte». Giusto o sbagliato che sia, l'aborto – come ha ripetuto più volte Maurizio Mori – è tuttora un argomento molto dibattuto, attorno al quale si cerca ancora di capire se sia più un omicidio o un mezzo estremo con cui si controllano le nascite. «Il controllo della riproduzione deve essere visto come un progresso civile e un miglioramento della programmazione della vita, con una particolare attenzione al proprio futuro» ha concluso Mori.

17.10.07

La filosofia nell'università - aule o tombe?

di Andrea D'Emilio
Entriamo in un’aula. Una persona parla e tutte le altre stanno zitte.
C’è chi si distrae e non fa nulla, ma
le mani che scrivono sui loro quaderni le parole del professore
stanno davvero facendo qualcosa ? Il più delle volte questi appunti
non sono nemmeno schematici, il risultato di un tentativo di
rielaborazione: trascrivono e basta. Perché mai ? Noi studenti
veneriamo a tal punto i professori da non voler perdere neanche una
loro sillaba ?
Abbiamo dimenticato un elemento presente nell’ aula, in ogni aula :
l’esame. Aleggia implacabile, ed ogni studente lo considera ben più
reale della tanto chiacchierata ‘’ricerca della verità’’. Ma che cos’è un
esame ? L’esame è, perlopiù , un duplice esercizio di vanità : quella
del professore e quella dello studente. La vanità-amor proprio del
professore sta nel volersi sentir ripetere le stesse parole da lui
pronunciate a lezione; la vanità-vacuità dello studente sta
nell’accontentarlo, nel pensare solo al libretto dei voti. Ecco
perché i nostri appunti sono soprattutto una trascrizione.
Lo studente non conta niente. E niente fa per contare di più, per
esistere effettivamente. I programmi dei corsi li decide il professore,
così come i metodi d’insegnamento. La libertà dello studente è fare
qualche domanda, possibilmente aderente al discorso del professore
e che comunque non necessariamente riceverà risposta. A volte le
domande sono false, apparenti : le facciamo per compiacere il
docente, riformulando a parole nostre quello che ha appena detto
e dimostrargli così che siamo stati attenti.
Ma come sono i programmi d’esame ? Il più delle volte riguardano un
autore o un certo problema che sta a cuore al professore.
Succede anche che anno dopo anno li si ritrovi tali e quali o quasi. I
libri scelti sono spesso del professore medesimo. Il risultato è che lo
studente finisce per non avere un’idea complessiva della materia
studiata, e i classici della tradizione li legge poco o niente. Inoltre i
corsi non vengono vivacizzati dalla trattazione di pensatori opposti tra
di loro, così da rendere drammatica l’esposizione e magari
emozionare chi ascolta. Senza emozione resta solo l’imparaticcio.
I metodi d’insegnamento sono … il metodo d’insegnamento :
monologo dalla cattedra. Ciò costringe gli studenti alla passività, non li
coinvolge nel processo vivo del pensare. Si esercita la memoria e non
il ragionamento. In questo modo frequentare un corso di filosofia è
come andare a medicina o in qualunque altra facoltà. Il
linguaggio utilizzato è tecnicistico , ripete
gli stessi termini del filosofese senza illustrarli con un lessico
chiaro per tutti. A parte la noia , il risultato è che lo studente impara a
parlare e a scrivere come una scimmia dei libri che ha letto, e a
credere che la filosofia sia mettere strane parole nel vuoto dei propri
pensieri.
Un’ altra caratteristica della nostra accademia è che gli
orologi assurgono a divinità. Finito l’orario della lezione tutto finisce.
Gli studenti traggono un sospiro di sollievo e il professore si invola.
Ma dove va ? Che cosa avrà di così urgente? Possibile che mai una
volta nasca spontaneamente una discussione, si organizzi qualche
incontro al di fuori delle aule , insomma si superi la dimensione dell’
operaio che timbra il cartellino ?
E i lati positivi dove sono ? Probabilmente faccio fatica a trovarli
perché quelli negativi li soffro particolarmente. Se lo studente mette al
primo posto la laurea e fa del conformismo e dell’infingimento la sua
divisa, resta poco da sperare. L’impressione generale è che la
filosofia universitaria odierna sia un teatro in cui ognuno recita il suo
ruolo prestabilito, evitando ogni spontaneità e mirando a finire lo
spettacolo nel modo più indolore possibile. L’inautenticità regna
sovrana. Non c’è mai nulla di personale, di passionale: è un lavoro
come gli altri.
La filosofia universitaria potrà salvarsi se gli studenti proveranno a
mettere in discussione le presunte certezze del sistema.
Ad esempio: siamo sicuri che i professori ‘’ne sappiano di più’’ e
quindi debbano parlare soprattutto loro ? Siamo sicuri che
‘’formazione’’ voglia dire subire la volontà altrui ? Siamo sicuri che
trascorrere anni della nostra vita nella subordinazione sia degno della
nostra gioventù ?
I professori ‘’ne sanno di più’’ nel senso che hanno esperienza,letture,
mestiere. Ma io credo che proprio per questo dovrebbero scendere
dalla cattedra e porsi sullo stesso piano dello studente. La loro cultura
deve mettersi al servizio del giovane, deve stimolarlo, provocarlo,
prenderlo sul serio mostrandogli che nella ricerca della verità non ci
sono gerarchie. Ascoltare lo studente significa insegnargli che anche
la parola chiave può essere ‘’dialogo’’. Il vero dialogo è quello in cui
ognuno mette al primo posto la ricerca della verità e non se stesso.
Bisogna addirittura voler essere confutati, desiderare che l’altro ci
porti aldilà di noi stessi. Dialogare è ammettere che ogni persona può
insegnarci, deve essere ascoltata, non deve subire il nostro privilegio.
Forse chiedo troppo alla natura umana, egoista e spaventata. Ma
a che cosa serve il futuro se non lo indirizziamo al superamento? Si
potrebbe anche ammettere che il sistema vigente abbia avuto la sua
verità. Ma se chi lo vive ne soffre, forse è giunta l’ora di cambiarlo.
Non credo di essere il solo a soffrire questo sistema: mi basta
guardare le facce dei miei coetanei, e in esse rispecchiarmi. Il guaio è che
non crediamo di poter fare dell’università quello che
vogliamo. L’università la sentiamo estranea, una necessità, un laureificio. Siamo
stati educati al dovere, al rispetto dell’autorità, a considerare lo spazio
pubblico diverso da quello privato. E invece non è così. L’università è
nostra, esiste per noi, può essere una nostra creatura. Certo, servirà
energia, volontà di sacrificio, coraggio, magari un pizzico di follia (e
se la follia fosse una nuova ragione calunniata da quella vecchia ?),
ma restare come siamo significa sprecare la nostra libertà.

16.10.07

Il ritorno di Massimo Cacciari al San Raffaele

di Silvia Del Beccaro

«Il mio vero successore è Massimo Cacciari e sarà lui stesso, il prossimo 24 ottobre, ad annunciare le grandi novità pensate per questa facoltà». Così il rettore dell'Università Vita-Salute San Raffaele, don Luigi Verzé, ha introdotto una delle personalità più in vista d'Italia: Massimo Cacciari. Sindaco di Venezia e membro del corpo docenti dell'università cesanese, Cacciari è intervenuto martedì mattina tenendo la lezione inaugurale del nuovo anno accademico 2007-2008. «È un mio carissimo amico nell'anima – ha detto parlando di lui Verzé –. Ha voluto andare a Venezia per fare un po' di esperienza amministrativa, ma oggi è ritornato qui per dare una spolverata a questo ambiente e presentare un programma ben preciso». Don Luigi Verzé, tra le righe del suo discorso introduttivo, ha lasciato trapelare la prossimità di alcune rivoluzioni all'interno dell'università cesanese. Si è intuito, infatti, un rilancio della facoltà di filosofia – «madre di tutte le scienze» – e del San Raffaele, in senso lato. C'è chi pensa all'inserimento di una nuova facoltà umanistica e c'è chi crede in un eventuale ritorno di Massimo Cacciari quale preside di facoltà. Intanto la prima pietra è stata posata: la prossima creazione della editrice San Raffaele voluta dallo stesso rettore e da Cristina Poma – ex Editor Bompiani Tascabili. Tutto ciò a conferma del motto dell'università cesanese, che si riduce a due parole: «pensiero concreto». Tale concetto è stato ripreso anche nel discorso di Massimo Cacciari, che ha avuto per oggetto il filosofo Giambattista Vico – vissuto a cavallo fra Seicento e Settecento.

«Credo che quello trattato da Vico – ha detto il sindaco di Venezia – sia un tema rappresentativo del programma offerto dalla nostra facoltà. Questa lezione potrebbe essere intitolata “Contro la boria delle nazioni e contro la boria dei dotti”, criticando le nazioni poiché pretendono di essere ciascuna la custode del senso del mondo e criticando al contempo i dotti poiché pretendono di poter conoscere e visitare le tenebre delle nostre origini». Il suo discorso si è poi orientato sull'umana imbecillità e sulla differenza fra “verstehen” e “denken”, ovvero fra comprendere e pensare – cosa effettivamente possiamo sapere e cosa possiamo unicamente pensare. Una cosa è certa: sui banchi accademici della suggestiva Sala dei Fasti Romani, per un'ora e mezza, gli studenti hanno avuto davanti ai loro occhi non un politico ma un filosofo, non un docente ma un pensatore, non una celebrità ma un amante della filosofia intento a trasmettere la sua sapienza ad altri amanti della filosofia, come lui. A conclusione del suo intervento, poi, ha ripreso la parola don Luigi Verzè, il quale ha riconfermato quanto dichiarato in precedenza e ha aggiunto: «Se fossi papa, questa sarebbe la mia autentica enciclica per oggi e per domani».

5.10.07

Immigrazione = Integrazione

di Marco Apolloni

Integrarsi significa mescolarsi. L'integrazione per poter funzionare dev'essere somministrata in pillole e occorre dare tempo e modo ai nostri organismi di poterla assimilare. Innanzitutto dobbiamo partire dalla brutale e spietata considerazione che, dolenti o nolenti, l'integrazione avverrà per inerzia. Ad esempio: un pakistano – venuto a vivere in Italia – è logico e consequenziale che dopo un po', avendo preso in affitto una casa e disponendo di un lavoro stabile, non tarderà a trapiantare i suoi cari dalla madrepatria alla nuova patria, la quale promette – anche se difficilmente mantiene – allettanti prospettive. Perciò tanto vale far incentivare e canalizzare il flusso immigratorio dall'unico organo saggiamente preposto, lo Stato, il cui compito è quello di mescolare il più possibile le proprie componenti etniche interne. In tal modo si può scongiurare, nei limiti del possibile, la creazione di eventuali ghetti o per meglio dire di minoranze socio-linguistico-religiose all'interno del proprio territorio. Nonostante siamo quasi tutti allergici alle imposizioni, è nostro preciso dovere civico quello di sottostare alla potestà del nostro Stato, il quale deve imporre – dall'alto della sua autorità – ciò che ritiene più opportuno e consono al raggiungimento del bene comune. E, malgrado ciò che si può dire, una società multi-etnica se ben amalgamata, senza inutili ostracismi, è precisamente il massimo dei beni possibili. Prendiamo a modello due esempi difficili e per certi versi entrambi assai problematici d'integrazione. (Del resto, una società senza problematiche interne dovrebbe essere per forza di cose una società utopica, perfettamente irrealizzabile e ben lungi da quelle che sono le nostre attuali prerogative.) Ci riferiamo agli esempi di due gloriose e antiche nazioni, quali la Francia e l'Inghilterra, i cui passati coloniali le hanno entrambe condannate a dover ammortizzare dei selvaggi e implacabili flussi migratori dalle loro “ex” o ancora “attuali” colonie.
In Francia la lunga querelle che ha visto protagonista il famigerato e tanto politicamente scorretto velo islamico è stata usata come pretesto per rivendicare la laicità dello Stato – di chiara ispirazione giacobina – di cui i francesi, a loro maggior gloria, rimangono i precursori – vedi alla voce Rivoluzione francese e consimili. Se vietare il suddetto velo nei luoghi pubblici – scuole, tribunali e altre sedi burocratiche – sia stata una brillante idea oppure no questo non lo sapremo mai di preciso. Quel che sappiamo già, però, è che i focolai di rivolta scoppiati nelle banlieues parigine e di mezza Francia non sono di certo dei segnali incoraggianti a tal proposito. Ampie fasce della popolazione cittadina si vedono emarginate e relegate in sordidi quartieri, squallidi e degradati, somiglianti in tutto e per tutto a dei “ghetti”. Dunque parlare di un modello d'integrazione alla francese ci sembra quanto meno improprio o, in ogni caso, non certamente di buon auspicio.
E si può definire altrettanto poco appropriato uno speculare modello d'integrazione inglese. Gli attentati terroristici avvenuti il 7 luglio 2005 ne sono un'evidente riprova. Infatti essi sono stati la goccia che ha fatto traboccare il vaso: in un paese come l'Inghilterra, dove l'immigrazione viene vissuta con un misto d'indifferenza e di flemma britannica, della serie: “Abbiamo troppa immigrazione, be' pazienza, questo è il prezzo che dobbiamo pagare per fare dei buoni affari...”. Chissà però se il popolo inglese – tanto per intenderci, quello che di solito prende la metropolitana o l'autobus per andare a lavoro – la pensa allo stesso modo degli insigni Ministri di Sua Maestà, i quali ritengono accettabili i rischi di attentati purché non si mandi a rotoli una proficua partnership con i cugini americani e i quali – inoltre – sono soliti essere accompagnati al lavoro da portentose scorte con tanto di autoblindate a disposizione.
Il quadro sconfortante che ne emerge è che sia la Francia – tradizionalmente progressista (nonostante Sarkozy o i gaullisti come lui di fresca estrazione) – che l'Inghilterra – altresì tradizionalmente conservatrice (malgrado Blair e il suo collie scozzese Gordon Brown) – presentano due modelli d'immigrazione piuttosto fallimentari. Dunque, in un paese come il nostro, di per sé già sufficientemente complesso e non ancora pienamente toccato dai fenomeni dell'immigrazione – le “bagnarole” dei clandestini toccano sì le nostre coste ma di solito quelli che vi sono a bordo sono diretti da tutt'altra parte: Germania, Spagna, Francia o Inghilterra –, sarebbe meglio riconsiderare in un'altra ottica le precedenti esperienze francesi e inglesi in materia d'immigrazione. Per adesso almeno la miglior cosa che possono fare in proposito i nostri governanti è sensibilizzare larghe fasce della popolazione, altrimenti ostili o intolleranti verso il “diverso” – del resto che cos'è la xenofobia se non la paura di chi ha un aspetto “diverso dal nostro”, anche se magari in fondo al suo cuore è governato dalle nostre precise ed identiche pulsioni, «umane troppo umane» verrebbe da dire con Nietzsche. Credere infatti che l'accettazione e conseguente assimilazione delle minoranze etniche all'interno della propria popolazione sia un fattore che vada regolato partendo dal basso, cioè dai singoli cittadini, è un'assoluta follia: sarebbe come ostinarsi a credere ancora, alle renne, ai folletti e a Babbo Natale. Un'iniziativa come l'integrazione può essere regolata unicamente partendo dall'alto, ovvero dallo Stato stesso, che deve sapersi imporre per evitare una altrimenti inevitabile ondata d'intolleranza razziale.
Da che mondo è mondo, l'essere umano è una creatura abitudinaria. Toglietegli le sue abitudini e lui con tutta probabilità impazzirà. Dunque è illecito pensare che i singoli cittadini siano in grado di promuovere iniziative d'integrazione quando queste possono minacciare – anche solo teoricamente – le loro abitudini ben consolidate. A tal proposito ribadiamo che lo Stato e solo lo Stato può essere il sommo Regolatore dei delicati e complicati meccanismi d'integrazione, proponendo iniziative valide e concrete esso deve andare incontro sia alle esigenze dei nativi che a quelle dei migranti. Per partire con il piede giusto esso dovrebbe innanzitutto mescolare i suoi cittadini. Il suo motto dovrebbe diventare perciò: Mescolatevi per non soccombere! Già, perché se non ci sarà un serio rimescolamento delle parti in causa, se i figli dei nativi e i figli dei migranti non cresceranno spalla a spalla sugli stessi banchi di scuola, organizzazioni terroristiche parastatali potrebbero infiltrarsi capillarmente nei nostri tranquilli borghi di provincia – vedi quanto è avvenuto recentemente nella placida e pacifica Umbria, dov'è stata sgominata un'insospettabile cellula del terrore – e finire con l'avere il sopravvento. Preghiamo dunque per i nostri figli che ciò non avvenga mai, ma intanto cominciamo a prendere coscienza dell'entità del problema...

1.8.07

La Via del Guerriero

di Marco Apolloni

L'essere del guerriero – potremmo dire con il filosofo tedesco Martin Heidegger – è un essere-per-la-morte. Ma non bisogna lasciarsi ingannare. Vivere in funzione della propria inevitabile quanto ineluttabile fine, non vuol dire diventare schiavi di questo pensiero fisso – che ci assilla con il suo truce sentore, ad ogni istante della nostra incerta esistenza. All'opposto, vivere con la consapevolezza di dover-morire significa liberarsi da questo pensiero intollerabile. Lo stesso Heidegger distingue due categorie di pensiero: la paura da un lato e l'angoscia dall'altro. Se la prima è diretta verso qualcosa di determinato, ovvero si ha paura di qualcosa di preciso – di una malattia o di una qualsiasi altra catastrofe –, diversamente la seconda è diretta verso qualcosa di indeterminato, ovvero si prova angoscia per la propria condizione di finitezza umana – sapendo che, prima o poi, si dovrà morire. Mentre l'una ha degli effetti palesi – la paura è un sentimento che si manifesta potentemente –, l'altra s'insidia negli abissi insondabili dell'animo umano – l'angoscia è un serpente silenzioso, che ci striscia dentro e ci inietta il suo veleno mortifero che, a poco a poco, farà il suo lento corso fino ad avvelenare l'intera nostra esistenza. I samurai, guerrieri del medioevo giapponese, escogitarono un rimedio efficace per sputare fuori questo veleno esistenziale. Essi vivevano ogni secondo immaginando di morire in mille maniere differenti: trafitti da un colpo ferale di katana, infilzati da una freccia in mezzo alla mischia, accoltellati durante una rissa in taverna, eccetera1. L'essenza di questa loro etica è contenuta in nuce nell'Hagakure – Il Codice Segreto dei Samurai. Libro misterioso del monaco buddista – ex samurai – Yamamoto Tsunetomo, che lo voleva destinare alle fiamme e che è stato invece salvato dall'oblio da un suo discepolo disubbidiente (Tashiro Tsuramoto). Ad una prima lettura, questa pietra miliare della saggezza giapponese si presenta come un testo ricco di aneddoti, di ricordi e di citazioni disarticolate; in un secondo momento si rivela essere la Repubblica platonica dei samurai – per usare un degno paragone appartenente al nostro immaginario occidentale.
Già la parola stessa “samurai” potrebbe bastarci per comprendere la semplice ma profonda mentalità di questi romantici guerrieri giapponesi – che paiono collocarsi fuori da ogni epoca storica e da ogni contesto specifico. Essa designa l'atto del servire un padrone. E in questo coscienzioso servizio, precisamente, si esauriva ogni loro compito. Chi crede che oggi in Giappone la mentalità del samurai non esista più, si sbaglia. Il fenomeno della “samuraizzazione” ha contagiato ogni singolo strato della società nipponica ed ora sopravvive nell'etica lavorativa dell'impiegato giapponese, il quale lavora con grande attaccamento e dedizione alla propria azienda. Al posto del padrone da servire, l'impiegato medio nipponico di oggi si ritrova a servire il proprio datore di lavoro. Questo sistema gerarchico, quanto meno eccessivo per noi osservatori occidentali, è alla base del processo d'industrializzazione accelerato che ha riportato la patria del Sol Levante al posto di tutto rispetto che più gli spetta fra il lotto delle super-potenze mondiali.
Lo spettacolare harakiri – modo in cui i samurai, sventrandosi, si davano la morte – dello scrittore nipponico Yukio Mishima2, avvenuto in diretta televisiva il 25 novembre del 1970, riportò in auge l'Hagakure – testo basilare della cultura giapponese posto all'indice dagli americani, usciti vincitori dalla Seconda guerra mondiale e che riconobbero proprio in esso una sorta di Bibbia nichilista, che aveva spinto il fiore della gioventù nipponica ad arruolarsi fra le fila dei kamikaze, i quali andavano a sfracellarsi a bordo dei loro aerei sulle navi da guerra americane per servire la loro patria e il loro imperatore. Certo il comandamento «la Via del Samurai è la morte» si prestò molto bene al fraintendimento degli yankees, che da occidentali non capirono affatto l'autentico significato di questo insegnamento – che invitava ad accettare la morte per vivere appieno la vita e fugare così ogni paura vana.
L'unico insegnamento che in Occidente potrebbe venire – seppur lontanamente – paragonato a quello appena citato e tratto dall'Hagakure, lo impartì Epicuro. Costui invitò a non temere la morte, in quanto riconosceva in essa qualcosa di totalmente assente dalla realtà stessa della vita, dato che – estrapolando il succo del suo pensiero – quando c'è la vita non c'è la morte e quando c'è la morte non c'è la vita! In Occidente, patria della filosofia, si contano infatti sul palmo di una mano le rare eccezioni di autori – sia antichi che moderni – che potrebbero venire ricondotti ad una certa saggezza tipicamente orientale. Si tratta dei già citati Heidegger ed Epicuro, a cui si aggiungono Nietzsche, Schopenhauer e l'illustre Socrate, il più sapiente fra gli uomini secondo la nota profezia dell'Oracolo di Delfi. In un passo riportato da Platone, ne L'apologia di Socrate, lo stesso cittadino esemplare ateniese, dopo esser stato processato e condannato a morte per empietà3, afferma: «Ma ecco che è l’ora di andare: io a morire, e voi a vivere. Chi di noi due vada verso il meglio è oscuro a tutti, fuori che a Dio».4
Nel pensiero di Socrate, fondatore della filosofia occidentale, era già contenuto – come traspare inequivocabilmente dalla citazione sopra riportata – il germe del nichilismo. Difatti il suo dubitare che la morte fosse tanto peggio della vita, cos'è se non il più antico esempio di nichilismo di cui ci è giunta memoria? La supremazia della vita sulla morte qui viene tenacemente rigettata da Socrate, che sembra addirittura augurarsi quest'ultima come il minore dei mali. Certo questa sua massima potrebbe venire interpretata basandosi sul contesto da cui è scaturita, ovvero: quale ultima volontà di un condannato a morte, che sta per assaporare il calice amaro della cicuta. Sia quel che sia, riflettendo attentamente, che cos'è in fondo la filosofia se non la cristallizzazione della vita? Del resto la filosofia, direttamente o indirettamente, ha comunque a che fare con la morte; potremmo dire che essa sia uno strumento di consolazione alternativo alla religione. E niente lo testimonia meglio dell'aforisma sopra riportato di Socrate. Il modo in cui lui va incontro alla sua inesorabile sorte, ci ricorda la saggezza degli indiani d’America. Quando si approssimava la loro ultima ora, essi erano soliti prendere congedo dai loro cari senza tante smancerie, togliendo il disturbo da questa vita quasi in punta di piedi – oseremmo dire. Analogo è senza dubbio il caso dei samurai, i quali, con lo stesso senso dell'ignoto presente in Socrate, solevano andare in battaglia, dove si dimostravano impavidi perché si erano liberati della spada di Damocle che era calata sopra le loro teste quale: la Morte appunto.
Proprio il pensiero della morte, invece che appesantire l'esistenza dei samurai, la rendeva più lieve e sopportabile5. Il loro spirito alleggerito li rendeva dei guerrieri formidabili. Solo con uno spirito del tutto rinnovato, come quello dei samurai, si possono affrontare trionfalmente le mille e più battaglie che la vita ci pone davanti ogni giorno. Il samurai, munito del suo inseparabile spirito guerriero, queste battaglie sapeva affrontarle con coraggio impareggiabile e come nessun altro seppe mai fare, consapevole che solo nell'ora più estrema si può misurare l'effettivo valore di un uomo. In definitiva l'etica del samurai può venire così riassunta: chi ha paura di morire, ha paura anche di vivere... Morte e Vita sono perciò il rovescio della stessa medaglia, pertanto: non saper accettare l'una significherebbe non saper accettare neppure l'altra!
Di ciò i samurai erano consapevoli. Questa loro semplice, ma pressoché indubitabile, consapevolezza li fece elevare al di sopra dei loro simili. Solo sconfiggendo le proprie paure ci si potrà liberare, infatti, dal dominio della morte e dirsi veramente degli uomini liberi. Per far ciò occorre, però, prima capire a fondo la Via del Guerriero che è: l'essere-per-la-morte heideggeriano. Per dirlo con il sommo maestro Yamamoto Tsunetomo: «Io ho scoperto che la via del samurai è morire. Davanti all'alternativa della vita e della morte è preferibile scegliere la morte. Non c'è bisogno di pensarci; presa la decisione si va avanti. Morire senza aver raggiunto lo scopo è una morte da cani e un Bushido6 da mercanti [...] Questa è l'essenza del Bushido: pensando alla morte, mattina e sera, nel silenzio e stando pronti a morire ad ogni momento, si assimila il Bushido e per tutta la vita, senza commettere errori, si adempie il dovere del samurai»7. Solo chi, come il samurai, sarà capace di morire infinite volte, saprà rinascere alla vera vita del guerriero. E scopo del guerriero è appunto quello di vivere e, soprattutto, morire con onore.


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1 Vale la pena riportare per intero questo mirabile aforisma: «La meditazione sulla certezza della morte deve essere praticata tutti i giorni. Ogni mattina in profondo raccoglimento del corpo e della mente, devi immaginarti di venire fatto a pezzi da frecce, fucilate, lance e spade, oppure di venire travolto dalle onde, di trovarti in mezzo a un vasto incendio, di venire colpito da un fulmine, di venire scosso da un grande terremoto, di cadere in un profondo precipizio, di morire di malattia e infine di dover fare harakiri per la morte del tuo signore. Ogni mattina, senza alcuna negligenza, devi considerarti come morto.». Tsunetomo, Y., Hagakure – Il Codice Segreto dei Samurai, Einaudi, Torino, 2001, cit. p. 184.
2 L'opera di questo autore è tutta pervasa da una dura critica al processo sfrenato di modernizzazione del suo Paese, dimentico di quei valori originari e tradizionali che lo avevano reso grande in passato.
3 La pena prevista nell'antica Atene per questo reato era l'esilio, ma a Socrate gli venne commutata in pena capitale, visto che si era rifiutato di abbandonare la propria polis, per non infrangere quelle leggi in virtù delle quali lui si era sempre battuto. Per l'incredibile dedizione dimostrata per la sua patria, al servizio della quale lui si immolò, Socrate potrebbe dirsi il “Primo Samurai” di cui ci è giunta l'eco. D'altronde, la filosofia stessa di Socrate serve ad uno scopo terapeutico, ossia: preparare alla morte...
4 Platone, Apologia di Socrate – Critone, a cura di M. Valgimigli, Laterza, Roma-Bari, 2000, cit. p. 65.
5 L'essenza della vita per un samurai si riassume in questo folgorante aforisma del monaco Tannen: «L'insegnare soltanto il vuoto mentale non è una cosa convincente. Il non pensare significa pensare rettamente». Tsunetomo, Y., Hagakure – Il Codice Segreto dei Samurai, Einaudi, Torino, 2001, cit. p. 23.
6 Il Bushido è «la Via del Samurai».
7 Tsunetomo, Y., Hagakure – Il Codice Segreto dei Samurai, Einaudi, Torino, 2001, cit. pp. 11-12.

24.7.07

Amore eterno? Eterna bugia...

di Marco Apolloni

Amori eterni come quello di Tristano e Isotta, che trovano proprio nella morte degli amanti la sublimazione finale del loro amore malato, sono un'infelice rarità. La norma, molto meno romantica, c'insegna pragmaticamente che molti amori finiscono. Dunque l'amore non è eterno, ma l''eterna bugia che ci fa credere il contrario è dura a morire. Molta colpa della cristallizzazione dell'inganno secondo cui gli amori non finiscono e anzi sembrerebbero sublimarsi, per chissà quale strana alchimia, nella morte di uno dei due amanti o di tutti e due insieme, va data al romanticismo. I poeti romantici con le loro tragiche e tribolate storie d'amore ci hanno lasciato una pesante eredità: la morte è il viatico per accedere all'etereo e iperuranico paradiso degli amanti. Che si tratti del giovane Werther o dello Jacopo Ortis, la sostanza non cambia: un amante fedele compie con il proprio suicidio un estremo e inconfutabile gesto di devozione alla propria amata. Poco importa se questa amata, come abbiamo visto nei paragrafi precedenti, è soltanto un fantasma della mente, o meglio è l'immagine – in bianco e nero – della propria amata, filtrata come si suol dire: con gli occhi del cuore. Ancora prima del romanticismo, nel Medioevo numerosi letterati ci hanno tramandato l'idea dell'amore disincarnato, quindi per meglio dire dell'amore mentale – poiché, innanzitutto, prodotto eminente della propria mente. Da Dante che ha escogitato la sua donna angelica, Beatrice, ad Abelardo che ha trasposto su di un piano superiore – oseremmo dire trascendentale – l'amore carnale che c'era stato tra lui e la sua allieva Eloisa – quest'ultima si era addirittura definita in una lettera all'amato: la sua «puttana».
Dunque da questo quadro perfettamente organico emergerebbe il ruolo marginale avuto dall'eresia catara e dalla lirica trobadorica sull'affermazione del mito romantico degli amanti infelici. A contestare la tesi rougemontiana ci ha pensato il filologo Corrado Bologna, che viene ripreso e argomentato nel saggio dell'antropologo Franco La Cecla dal titolo emblematico Lasciami. Secondo entrambi il ruolo dominante nell'affermazione del nefando amor-passione declinato da Stendhal, l'hanno avuto sia gli umanisti medievali che poi, in un secondo momento, i poeti romantici – in particolare del romanticismo tedesco. Questi ultimi hanno avuto come loro bersaglio polemico la Francia illuminista, che con la livella della ragione ha voluto appiattire quel «di più» – per dirlo con il sommo Goethe – costituito dal sentimento e in special modo dal sentimento più nobile e autentico che vi sia: l'Amore! Filosoficamente si potrebbe obiettare, reduci dell'insegnamento aristotelico, che la verità sia confinata nel mezzo, ovvero: il più saggio degli amori – anche se saggezza e amore difficilmente possono venire abbinati insieme – o perlomeno il più equilibrato, dev'essere né troppo razionale e nemmeno troppo irrazionale. Spesso e volentieri, però, le risposte che ci dà la filosofia – compresa quella, seppur lungimirante, aristotelica – risultano alla prova dei fatti non del tutto soddisfacenti. Difatti è statisticamente provato quanto sia più probabile aspettarsi una seconda venuta del Messia che ottenere un amore saggio o equilibrato che sia. Eppure una corretta prassi – ossia la filosofia che si fa pratica – nei casi d'amore c'invita a non disperare totalmente e a credere che sia ancora possibile un galateo nei rapporti amorosi, ivi compreso in quel crudele quanto inevitabile atto del lasciarsi. Questa teoria fa da coda all'interessante saggio già menzionato, Lasciami (La Cecla, 2003).

Sembra assurdo, con tutti i problemi che ci sono al mondo, che un nuovo galateo degli addii e delle uscite (un galateo che ne preveda le sfumature e che distingua i cordogli dai passaggi, i lutti da morte dai lutti da piccole morti e resurrezioni necessarie) debba essere considerato urgente. Può sembrare assurdo però solo a chi è convinto che l'amore sia un valore da tenere nascosto dentro i serial televisivi e nella rubrica della posta del cuore [...] La «posta» che il cuore mette in ballo, invece, è una posta ben più alta. Sono in gioco tutte le vibrazioni, la costellazione delle emozioni e delle compassioni. Speriamo che un nuovo Signore o un nuovo Buddha della Compassione ci protegga e ci insegni daccapo ad amare.[1]

Un filosofo che può qui venirci in aiuto è Eraclito, con il suo felice motto: Panta rei, Tutto passa. Chissà, se Tristano e Isotta avessero prestato fede all’insegnamento eracliteo a quest'ora probabilmente non si starebbe qui a discutere e meditare sul loro travagliato amore, di cui tanti – forse anche troppi – hanno cantato le lodi e le infamie, a seconda. In definitiva noi non sappiamo se De Rougemont abbia avuto ragione o meno nel rintracciare nell'infausta vicenda dei due amanti infelici, il mito fondatore della letteratura amorosa in Occidente. Quel che sappiamo, però, è che in una maniera o nell'altra tale mito ha influito e tuttora influisce sulle mille pieghe della nostra società occidentale e come puntualizza l'antropologo La Cecla anche in quella orientale, portando l'esempio di altri due sfortunati amanti quali Leyla e Majnun (la cui vicenda è stata riportata dal grande Nezãmî nel 1188). Perciò, visti e soppesati gli esiti dello sconvolgente amor-passione, non resta che augurarci un avvenire meno turbolento e più raffreddato per gli amori. Parlare di raffreddamento, però, induce a pensare ad un'estinzione della fiammella della passione. Se questo appare il prezzo da pagare ai mali d'amore, non resta che interrogarci se sia troppo – o meno – un simile sacrificio. Ai posteri l'ardua sentenza…

[1] La Cecla, F., Lasciami, Ponte alle Grazie, Milano, 2003.