Le due vite di un Premier

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«Guardiamoci in faccia: siamo iperborei. Siamo ben consapevoli della diversità della nostra esistenza. “Né per terra né per mare troverai la strada che conduce agli iperborei”: già Pindaro riconosceva questo di noi. Oltre il nord, oltre il ghiaccio e la morte: la nostra vita, la nostra felicità… Abbiamo scoperto la felicità, conosciamo la via, abbiamo trovato l’uscita per interi millenni di labirinto.» (Friedrich Nietzsche)

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Che – L'argentino e Che – Guerriglia sono in realtà un unico film spezzato in due per esigenze più commerciali che altro (presumo). Si tratta di una pellicola complessa, non per tutti, che ha il piglio lento e citazionista di un documentario. Rende bene l'idea di mostrare il precipitare degli eventi rivoluzionari con in sottofondo la voce fuori campo dei Diari e degli Scritti del Che. Manca però un nucleo narrativo centrale e forte. A tratti, inoltre, difetta di lacunosità. Nel senso che dà per presupposte troppe cose e non bastano alcuni flashback messi qua e là per riempire dei significativi buchi biografici. Va bene il pout-pourri di azione condito da realistiche immagini dei combattimenti – nella prima parte a Cuba e nella seconda, invece, in Bolivia –, però il salto temporale che va dalla presa di Santa Clara all'estrema avventura nella giungla boliviana appare francamente troppo forzato. Secondo me sarebbe stato più logico e anche più apprezzato dalla platea sviluppare la storia del suo secondo matrimonio con l'agguerrita rivoluzionaria Aleida March. Il Che di Steven Soderbergh non ha tempo per smancerie e passa da un'azione all'altra quasi quanto il Che storico. Tuttavia nell'economia della trama del film un pizzico di vita bucolica non avrebbe guastato. Ne sapeva qualcosa il buon Tolstoj, liberamente citato durante la prima parte della pellicola (sotto riporto la citazione in questione), che nell'architettare il suo più universale capolavoro Guerra e pace ha saputo miscelare alla crudezza delle gesta pugnaci, la dolcezza delle scene idilliache di vita familiare. Molto più romantico in questo senso è il giovanilistico e donchisciottesco Diari della motocicletta (2004) di Walter Salles. In poche parole alle quattro ore e passa dell'epopea guevariana diretta da Soderbergh manca quel “di più” che ci si aspetta dai grandi film, pur rimanendo sempre degnamente un po' sopra la media – grazie anche alla maiuscola interpretazione di Benicio Del Toro, favorito soprattutto da una somiglianza fisica davvero impressionante. Più che l'utopia rivoluzionaria vera e propria – citata a sprazzi, in maniera disomogenea e quasi a casaccio – del guerrigliero Guevara, Soderbergh ci ha mostrato – volutamente o meno chiedetelo a lui – l'avventura umana di uomo sicuramente non comune, capace di grandi scelte e come tale degno di rispetto persino da chi non ne condivide le idee politiche. Sono uscito dalla sala con la non ben definita impressione di aver ammirato un dipinto ben fatto nell'insieme, ma privo di uno “sfondo” incisivo. É proprio questo “sfondo” mancante che non permette al film, secondo me, di spiccare il volo. Anche se, a sua evidente discolpa, va detto che di fronte ad un soggetto talmente carismatico nella realtà è quasi fisiologico che la sua trasposizione nella fiction sia nettamente svantaggiata. In quest'impresa che oserei definire “titanica” di mettere in piedi un Che in celluloide, il “duo” Soderbergh e Del Toro perlomeno non ne esce con le ossa rotte. E visto il soggetto, non è poco...
“Nel campo della guerra, la forza delle truppe è [...] il prodotto della massa per qualcosa d'altro, per non si sa quale incognita x. […] È, questa x, lo spirito delle truppe, vale a dire il maggiore o minor desiderio di battersi e di esporre se stessi al pericolo, sentito da tutti gli uomini che compongono quelle truppe, indipendentemente dal fatto che questi uomini si trovino a battersi sotto il comando di genii o di non genii, in tre o in due linee di schieramento, armati di randelli o fucili che sparino trenta colpi al minuto. Gli uomini che sentiranno maggiore il desiderio di battersi, sempre riusciranno a porsi nelle condizioni migliori, più favorevoli alla lotta. (L., Tolstoj, Guerra e pace, Milano, 2008, p. 1237)”
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“Coraline e la porta magica”, adattamento del romanzo “Coraline” di Neil Gaiman, è un film d’animazione prodotto dalla Laika H.E., realizzato con la tecnica stop-motion, accompagnato dalle musiche del compositore Bruno Coulais, e diretto dal regista di Tim Burton “The Nightmare before Christmas”, Henry Selick.Etichette: Cinema, coraline e la porta magica, neil gaiman, tim burton, volontà di potenza

“Ken Park” è un adolescente assomigliante a Rosso Malpelo, il cui altro soprannome è “krap”, “merda”. Il film si apre con lui che arriva allo skate-park e si suicida sparandosi un colpo in testa. Verso la fine veniamo a sapere dai suoi amici, che dietro al suo gesto estremo si cela il “movente” di una gravidanza indesiderata della sua ragazza. La pellicola si chiude proprio con lo sguardo di Ken perso in siderali lontananze, che inebetito non sa rispondere alla sua ragazza che gli chiede: se è contento che sua madre lo avesse fatto nascere. Risposta difficile, questa, soprattutto alla luce di quanto si viene svolgendo durante la narrazione filmica. Infatti nell'assistere sgomenti alla routine degli altri quattro co-protagonisti: Tate, Shawn, Claude e Peaches; la risposta alla domanda se valesse o meno la pena di nascere è un po' la chiave per capire la “periferia emotiva” di questi ragazzi, annoiati e svuotati, i quali contrappongono alla loro smania incessante di vivere l'incapacità di adattarsi in una società reprimente.
I famigliari di questi ragazzi, a ben guardarli sembrano molto più scossi di loro. Spiegabili perciò ci paiono i comportamenti eccentrici, che per reazione-difesa questi adolescenti problematici esprimono. Tutti tranne due: 1) il suicidio di Ken; 2) l'atto inaudito compiuto dall'esasperato Tate, che in preda ad un raptus omicida accoltella mortalmente i suoi nonni. Per gli altri tre rimasti ne risulta un ritratto efficace di una generazione ben oltre il nichilismo e la perdita dei valori. Poiché, a dire il vero, essi un valore dimostrano di averlo – valore, questo, di chiara ispirazione libertina –, e cioè: vivere appieno la loro disinibita sessualità attraverso la scoperta del loro corpo-strumento. In materia sessuale: il loro unico freno morale vuole essere non avere alcun “freno morale”! Concezione, questa, che lambisce l'edonismo più sfrenato. Con il termine “edonismo” s'intende comunemente quel complesso di dottrine ruotanti attorno al principio di “piacere”. Laddove altre dottrine filosofiche, invece, individuano nel “bene” oppure nella “felicità” i loro principi basilari. Il “piacere” che intendono loro è principalmente “carnale” e solo indirettamente “spirituale”: poiché per essi star bene con il loro “corpo” equivale a star bene con il loro “spirito”.
Riassumendo, dei cinque protagonisti: due sono senz'altro “negativi”, in quanto l'uno distruttivo per se stesso (Ken) e l'altro per gli altri (Tate); gli altri tre risultano invece “positivi” (Shawn-Claude-Peaches); il “trio” che, non a caso, nella parte finale della pellicola si esibisce in un triangolo sessuale travalicante il confine della pornografia. In un dialogo denso di significati e riferimenti culturali per bocca di Claude viene esposta quella che è la loro filosofia esistenziale, riassumibile con un capovolgimento del celebre detto cartesiano tramutato per l'occasione in: “Coito ergo sum”! Il loro obiettivo dichiarato è l'attuazione di una società utopica formata da uomini e donne pienamente appagati/e. Secondo loro ciò può essere l'unico antidoto contro il veleno che sta uccidendo la nostra società occidentale: sessualmente troppo repressa. “Società utopica” è la loro, dove la sola merce di scambio consentita è il “piacere” nella sua totale accezione fisica-metafisica. Una società dove è il sesso a farla da padrona, fondata sull'assunto matematico secondo cui: + SESSO = - FRUSTRAZIONE!
In definitiva, il merito più grande di questa pellicola – diretta dal regista Larry Clark – è di non essere scontata. In tempi di magra come questi, direi, ci possiamo accontentare...
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Saranno trascorsi almeno quindici anni da quando, in vacanza sul lungomare pugliese, costruivo castelli di sabbia insieme a mia madre e mio padre. Forse anche qualche anno di più. Poco importa. Ho nei ricordi la vivida immagine di quei giorni, “quando la vita era più facile e si potevano mangiare anche le fragole”, canta Vasco Rossi. Quando un secchiello diventava nelle mie mani una gru precisa, affidabile, impeccabile. E la sabbia era la mia calce, il mio cemento armato col quale realizzavo splendidi, a miei occhi, castelli di sabbia che poi, la notte, il mare si sarebbe portato via. Io costruivo, lui distruggeva. Io ricostruivo e lui ridistruggeva. Per me era un gioco. La sabbia intendo. Mi divertivo a realizzare forme diverse: sirene, angeli, piramidi. Nelle mie mani la sabbia prendeva vita e sul lungomare nascevano forme nuove, costruzioni mai viste che nei miei occhi di bambina apparivano incrollabili ma che poi, in fondo, a mia insaputa, non avrebbero visto l’alba del giorno succesivo. Oggi, quindici anni più tardi, qualcuno ha ancora l’ardire di costruire castelli di sabbia, nelle città, nelle cosiddette metropoli italiane. Ma anche nei piccoli borghi storici. Come l’Aquila, recentemente colpita da violente scosse sismiche, che hanno messo a nudo la città, mostrandone le fragilità. Case, più che castelli, fatte di sabbia. E dietro ad esse, “burattini edili” di cartapesta mossi dal solo denaro. L’Italia si è mossa. L’Italia si è sentita viva e solidale. Ecco l’Italia che vogliamo. Nei volontari della protezione civile, nei soccorritori della Croce Rossa, nelle migliaia di angeli italiani che - come nel film Il cielo sopra Berlino - hanno vigilato e tuttora continuano a vigilare sui terremotati abruzzesi. La storia si ripete, dunque. Dopo l’Umbria, di qualche anno fa, ora è toccato all’Abruzzo. Una tragedia che si poteva risparmiare? Forse sì. E non tanto per le avvisaglie che il geologo aveva lanciato. Forse sarebbe stato meglio fermare le mani di quei costruttori che, in maniera conscia, hanno eretto nelle città quegli stessi castelli di sabbia che io formavo sulla spiaggia. In barba a quelli che vi sarebbero poi andati andati ad abitare. In barba all’onestà. Oggi quei castelli non sono più castelli di sabbia, ma sono castelli di rabbia. La rabbia e lo sgomento di persone che non hanno più niente. La rabbia e lo sgomento di persone che, sperano, soffrono, sognano e si disperano ma tutto sommato continuano a vivere. Nel bene e nel male.Etichette: castelli di rabbia, Castelli di sabbia, terremoto abruzzo

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Cari “Iperborei”, è con grande soddisfazione che vi annuncio l'apertura del mio blog professionale intitolato “Vivere Filosofando” e interamente dedicato alla filosofia e all'attualità filosofica, con “Blogosfere”: la più importante piattaforma italiana per blog professionali, che ha in atto fra l'altro una prestigiosa partnership con “Il Sole 24 Ore”. Perciò v'invito tutti a frequentare e leggere i miei post filosofici, che riflettono e rifletteranno sui nostri tempi difficili, nei quali è sempre più necessario intraprendere sfide coraggiose. Naturalmente saranno ben accetti i vostri commenti, perché – come ben saprete – il sale di ogni blog è la sua assoluta democrazia e capacità di far interagire fra loro le persone, creando – altrimenti impossibili – connessioni d'idee.
Quale autore e fondatore del blog “NoIperborei”, ormai giunto al suo quarto anno di vita, voglio ringraziare tutti i miei compagni di cammino, siano essi: coautori, commentatori, assidui od occasionali visitatori. A tutti voi voglio dire semplicemente che la novità del mio nuovo blog professionale “Vivere Filosofando” non interromperà la vecchia avventura di “NoIperborei”, che andrà ugualmente avanti e che conterà ogni tanto su qualche mio contributo – oltre ai consueti di Silvia e Paolo e di altri nuovi amici che ci hanno espresso la loro volontà di collaborare con noi. Questa precisazione mi è sembrata doverosa nei confronti di chi, vecchi e nuovi visitatori, si aspetta un blog filosofico, quando in realtà “NoIperborei” subirà una lieve modifica nella linea editoriale, anche se si continuerà seppur indirettamente a parlare di filosofia, che in quanto cristallizzazione della vita, è imprescindibile indipendentemente da qualunque argomento si tratti.
Con l'augurio, quindi, di poter interagire presto con voi sia in “Vivere Filosofando” che in “NoIperborei” vi mando un caloroso saluto virtuale, augurandovi una buona navigazione (e lettura)!
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