18.7.08

"La religione in Jean-Jacques Rousseau": nuovo saggio per Marco Apolloni

Questo saggio delinea i tratti di un credente anomalo: Jean-Jacques Rousseau. Il modo rousseauiano di recepire la religione – nella sua dimensione naturale e civile – è sicuramente interessante e attuale. Interessante perché propone una netta separazione tra il messaggio verace della religione cristiana e il suo totale appiattimento in sede vaticana. Attuale perché il dibattito odierno ha riportato all'attenzione di tutti l'importanza di concepire nella maniera più sana ed equilibrata possibile le religioni, sgomberando il campo da tutti quei nocivi fanatismi. Al giorno d'oggi, grazie alle conquiste avutesi con l'Illuminismo – c'è chi ancora si ostina a non riconoscerne gli effettivi benefici –, non ci impressiona più di tanto sentire aspri giudizi su quel fenomeno sempre più temporale e sempre meno spirituale che è la Chiesa di Roma. Ma se si guarda indietro con il pensiero, converremo che occorre ringraziare, oltre che Voltaire, anche il pensatore Ginevrino se oggi possiamo esprimere liberamente le nostre opinioni in materia religiosa, senza necessariamente venire tacciati di empietà. Rousseau infatti è stato capace di scrostare – come la statua del Glauco marino – tutto l'apparato dottrinario impregnante l'edificio del dogma cristiano, spogliandolo di tutti quei cavilli che ce lo rendono antipatico. Quella di Rousseau è l'esigenza innata e insopprimibile di ciascun credente, ovvero: di chi è in grado di sentire nel più profondo di sé certe vibrazioni superiori e non fare alla maniera degli atei, i quali si coprono le orecchie e fanno finta di non sentire. In definitiva, la più grande scommessa vinta da Rousseau è senza dubbio quella di averci proposto una “religione laica”: non più oppio dei popoli (Marx), ma salvagente al quale aggrapparsi per non finire travolti dalle tempeste della vita...

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Nato nel 1983 a Jesi, in provincia di Ancona, Marco Apolloni vive a Castelfidardo (An). Dopo aver intrapreso cinque anni di studi scientifici, durante i quali è emersa la sua vena umanista, ha conseguito la laurea triennale presso la Facoltà di Filosofia dell’Università “Carlo Bo” di Urbino. Al momento è specializzando in Filosofia della Storia presso l'Università “Vita-Salute San Raffaele”, con sede a Cesano Maderno (Mi). È l'ideatore del blog NoIperborei, un progetto multimediale a cavallo tra filosofia e letteratura che, sin dai primi mesi di vita, ha riscosso un discreto successo. È stato infatti recensito da alcune testate online ed ha visto nascere gemellaggi coi principali siti filosofici e letterari del panorama nazionale. Apolloni ha già pubblicato un saggio intitolato CineFilosofando (Kimerik Edizioni, 2008), dove analizza alcune opere cinematografiche rapportandole a diverse tematiche filosofiche e non solo. L'autore, inoltre, collabora in qualità di consulente letterario e critico cinematografico con la rivista Impegno Sociale, un periodico bimestrale edito da Maes Edizioni, con sede a Milano.

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13.7.08

Piccole Juno (2007) crescono

di Marco Apolloni

Dopo i piovaschi della prima ventina di giugno, già temevamo il peggio: un'estate da passare con la spada di Damocle calata in testa, tra un bagno e una tintarella. Ammettiamolo... Ciascuno di noi ha segretamente temuto di dover trascorrere il proprio tempo in spiaggia con gli occhi puntati verso i nuvoloni provenienti dalle Alpi o dall'Appennino. Timore, a quanto pare, infondato. L'estate così a lungo sognata alla fine ci ha degnato della sua presenza. A dire il vero ci ha colti un po' impreparati, con il barometro costantemente fisso tra i 30 e i 35 gradi in tutte le principali città italiane. Così all'improvviso, inaspettata, potente, suadente, l'estate è tornata a far parlare di sé. E con l'arrivo della bella stagione certe passioni sepolte in noi, certe nostre fisiologiche pulsioni, sono tornate a farsi sentire. Con tutta quella mercanzia davanti, come resistere alle mille e più tentazioni della carne - fin troppo "debole" in certi periodi. Del resto l'estate è la stagione ideale per tutti i tipi di accoppiamento, mammi­fero e non. Ce n'è per tutti i gusti. Come canta Max Gazzè, ci risia­mo. È sempre: Il solito sesso...
Ricordo con un pizzico di nostalgia quando - ancora sedicenne e imberbe - fantasticavo su chissà quali conquiste estive, che ad essere sinceri poi nel novantanove per cento dei casi quasi mai si avveravano. Non saprei dire perché, ma certe fantasie appartengono proprio alla stagione estiva, sovrabbondante di stimoli e aspettative. D'estate le scuole chiudono i battenti e non potete capire cosa significhi “darci dentro” con partitelle di calcetto, nottate al luna park o in discoteca. O ancora al chiaror di luna, lasciandosi cullare dall'impercettibile rumore cadenzato delle onde che s'infrangono sulla battigia, tra una serenata e l'altra dedicata alla propria intrigante coetanea, nonostante tu sia ben consapevole in cuor tuo che la lei di turno tanto non ci starà mai e finirà fra le braccia del ragazzo più grande seduto attorno al fuoco, con il ciuffo ribelle e quell'aria da poeta maledetto. L'estate sta ad un sedicenne, di oggi e di ieri, come la fogliolina di basilico sta alla passata di pummarò fresca. In questa stagione la stragrande maggioranza di noi ha consumato la sua fatidica "prima volta", che - c'è da scommetterci - non è mai risultata come la si aspettava (ma che diamine è pur sempre la "prima" e per molti non dico "l'ultima" ma poco ci manca). Di solito ce ne passa di tempo tra il battesimo del fuoco e il ritorno in trincea, che quasi si ridiventa "vergini" nel frattempo. Io credo che quell'aura mitica che assume la first time stia tutto nella lunga attesa che l'ha preceduta e la non meno lunga attesa che la seguirà. Il problema è che si arriva quasi sempre troppo impreparati al catartico evento e l'ansia da prestazione che accompagna questa smodata attesa ci induce a delle magre figure. Magari ci si atteggia a navigati uomini di mondo, con quella gestualità tanto spavalda quanto truffaldina dello sciupafemmine incallito; quando, in realtà, questo portamento fasullo serve solo a fingersi più sicuri di quanto non si sia effettivamente. Solo più tardi, dopo le prime e mal riuscite volte, ci si rende conto del proprio impaccio iniziale e si ripensa quasi da un punto di vista spersonalizzato al proprio se stesso sedicenne, manco si trattasse di un perfetto estraneo. E non credete a quel che vi raccontano i tg: dietro l'apparente e disinibita emancipazione sessuale dell'odierna gioventù, quella goffaggine non è ancora del tutto scomparsa.
Il sesso viene vissuto dalle nuove generazioni come uno dei tanti giochi, per i maschietti quasi paragonabile ad una partitella alla play-station e per le femminucce ad un evento da incorniciare nei propri diari sempre più "piccanti". Ascoltando discorsi di amici, mi è capitato di sentire più di una volta storie tanto inverosimili quanto tutte rigorosamente vere, in cui ragazzine poco più che tredicenni si cimentano in peripezie "orali" tra un coca & rum e l'altro - come se si trattasse delle nuove frontiere dello sport mondiale - e dopo se ne escono con frasi del tipo: "L’ho fatto così per gioco, tanto è una cosa normale, la fanno anche le mie amiche, poi se devo essere sincera nemmeno mi piacevi tu, ma quel tuo amico più belloccio". Recenti fatti di cronaca inducono a pensare che fenomeni simili siano solo la punta di un iceberg, evidentemente molto più grande e incomprensibile di quanto non si possa pensare. Ragazzine americane ultra-viziate e annoiate dalla loro non appagante vita quotidiana, emule dell'eroina del film Juno (e ti pareva che Hollywood non c'entrasse con quest'ennesima bravata), si sono ripromesse di rimanere incinte entro e non oltre il giorno del loro sedicesimo compleanno. A questo punto un dubbio mi sorge spontaneo: chissà quanto ci vorrà prima che qualche ragazzetta made in Italy copi la moda lanciata dalle sue coetanee yankees?! Una voce dentro di me suggerisce "non molto", vista la nostra alta percentuale di riciclaggio della spazzatura mass-mediatica proveniente da Oltreoceano. Per sconfiggere tale lordume, infatti, temo - ahimè - non basteranno tutti gli inceneritori promessi alla popolazione campana...

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26.6.08

Il ritorno del “Boss” – 25.6.08, Stadio S. Siro, Milano

di Marco Apolloni

Dio solo sa da quanto tempo aspettavo di vivere un simile, emozionante ed indimenticabile concerto del mio primo “idolo” musicale – in coabitazione con Bono Vox & Co. – e finalmente sono stato accontentato. Ieri sera, una torrida sera d'inizio estate, il rocker statunitense ha dato vita ad uno spettacolo indescrivibile. L'anno scorso, più o meno in questo periodo, sullo stesso palco di S. Siro avevo visto dimenarsi Mick Jagger e i suoi Stones. Quindi è stato piuttosto inevitabile per il sottoscritto fare dei paragoni. E se vi dico che Mick e i suoi in confronto a Bruce e all'inossidabile E Street Band mi sono sembrati dei dilettanti o quasi, dovete assolutamente credermi.
Parlata italiana meno impacciata del previsto, movenze da cowboy incallito, solita faccia da schiaffi e potenza magnetica contagiosa. Così si è presentato il 58enne – anche se va per i 59 – born in the Usa – come la sua omonima e forse più celebre canzone. Unico appunto, anzi due, che ho da fare a Springsteen è l'aver deliberatamente omesso due hits che noi fans irriducibili ci aspettavamo, pendendo dal suo microfono. Mi riferisco alla già citata canzone scritta contro la disastrosa campagna militare americana in Vietnam e a The river. Ma come si fa, dico io, a non cantare la canzone che ha fatto mettere al mondo più figli negli ultimi due decenni?! Diciamo che Bruce si è fatto ampiamente perdonare cantandoci Born to run, Spirit in the night, I'm on fire, Darkness on the edge of town, Hungry hearts, Racing in the street, Because the night – tanto per citarne alcune.
In particolare durante l'esecuzione della prima, con le luci ad illuminare il parterre “oceanico” tant'era riempito in ogni ordine di spazio – ho avuto la netta impressione di trovarmi nel bel mezzo di una folla giubilante di pellegrini induisti sulle rive del Gange, fatta eccezione che i pellegrini qui in questione erano di altra religione, precisamente springsteeniana –, dove una scossa di pura energia si è impadronita di me e mi ha dato i brividi. Nell'ascoltare la prima strofa della canzone più beat che sia mai stata scritta, mi sono abbandonato ad un nugolo di reminiscenze e fantasticherie adolescenziali e ho rimembrato i bei pomeriggi passati a leggere in giardino, nel pieno della calura estiva, sprofondato nell'ennesima rilettura di On the road e cullato dalle note di Born to run... Oppure della seconda. Qui addirittura, in preda ad una sorta di delirio d'onnipotenza, ho osato sporgermi dal parapetto del mio posto mignon – schiacciato com'ero peggio d'una sardina – tra springsteeniani come me aventi l'unico, a mio avviso, spregevole difetto di fumare come dei turchi. Ho alzato i pugni al cielo in segno di magnum gaudio cantando a squarciagola come un ossesso il ritornello: Because the night belongs to lovers / Because the night belongs to us...

Assistere alle gesta di questo dio-della-musica dei nostri tempi è stata per me una sensazione beatificante. Inutile dirlo, solo chi c'era può capirmi. La bravura di Bruce, oltre che nella sua maestosa voce – che con gli anni sembra aver acquistato una maggiore e più piena consapevolezza di sé e delle sue inesauribili capacità –, oltre al fatto di avere un band con gli “attributi” giusti e che “spacca”, va tutta ricercata secondo me nel suo essere un uomo prima che un artista assolutamente genuino: capace di emozionare e di emozionarsi sul palco. Molti “mostri sacri” alle luci della ribalta come lui, non hanno queste sue essenziali capacità – che sono più facili a dirsi che a farsi. Per raggiungere l'empatia con il suo pubblico a Bruce non serve la bacchetta magica né tanto meno servono effetti spaziali – tipo giochi di luce strani, palchi disegnati su misura dai migliori designer del mondo, fumi densi e mefistofelici o chi più ne ha più ne metta (da notare l'assoluta sobrietà scenica con cui era addobbato il palco e il minimalismo assoluto degli effetti usati per la serata). A lui basta essere semplicemente se stesso, basta metterci la faccia, basta insomma essere al cento per cento Bruce! Noi 61mila in visibilio dalle gradinate ci rivolgevamo a lui – al termine di ognuna delle sue più epocali songs – in un solo coro di: “Brùs brùs brùs brùs brùs brùs brùs”. Coro, questo, che non ha eguali nel mondo della musica e ti fa venire la pelle d'oca tant'è martellante. L'unico parallelo che mi viene in mente è con l'universo calcistico e mi rivolgo nello specifico al tipico modo di festeggiare dei tifosi del Manchester United i goals di quello che all'epoca era il loro bomber di razza – attualmente in forza al Real Madrid – Ruud Van Nisterloy. Il loro coro era: “Rùùd rùùd rùùd rùùd rùùd rùùd rùùd”...
Parallelismi calcistici a parte, c'è poco da fare: il “Boss” è un'autentica forza della natura, la cui potenza potrebbe paragonarsi a quella dell'uragano “Katrina” che si è abbattuto tempo fa sulla Louisiana e ha raso al suolo, o quasi, la bellissima New Orleans. Con l'unica palese eccezione che Bruce è un uragano benefico nel senso che non solo non distrugge, ma nei suoi trent'anni e passa di carriera ha edificato le coscienze di milioni di americani, e non solo, con il magma incandescente delle sue canzoni di denuncia sociale. Canzoni che grazie al potente “grimaldello” della musica sono riuscite a ritagliarsi uno spazio pienamente autonomo e autosufficiente, più simbolico e significativo che altro per carità – ma pur sempre di spazio si tratta –, di anti-potere e contro-cultura. “Anti” il potere di ottusi e prepotenti governanti, “contro” la cultura musicale dominante fatta di popstars ultra-patinate alla Britney Spears – somiglianti in tutto e per tutto alle celeberrime statue di cera del museo londinese Madame Tussaud's.
Prendete la vena autoriale del più ispirato Bob Dylan e la scarica di adrenalina pura di Elvis, e ne otterrete Bruce Springsteen. Lo so, lo ammetto, forse ho esagerato un po'. Non ho nessuna presunzione di ritenermi imparziale ed oggettivo. Lascio l'imparzialità e l'oggettività a quelle “stalattiti” di critici benpensanti del tipo: Mister-so-tutto-io. Anche perché ritengo certa critica l'escrescenza pruriginosa della nostra società consumistica. Io non sono un critico – né tanto meno ci tengo ad esserlo –, sono solo un fan sfegatato – lo riconosco senza problemi –, che ha ancora davanti agli occhi quel meraviglioso miracolo musicale formato da Bruce Springsteen e dalla sua “mitica” E Street Band...

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23.6.08

Festa gitana in Camargue

di Silvia Del Beccaro

Correva l’anno 1994. La meta del viaggio era già stata definita: avremmo dovuto sostare qualche giorno in un campeggio medio-grande e studiare attentamente le ripide dell’Ardeche, poi affrontarne la furia nei giorni seguenti. Avremmo disceso il fiume francese, chi in canoa chi in kayak. Solo dopo essere arrivati a destinazione ci saremmo mossi verso sud, verso la costa meridionale della Francia e le sabbie bianche di Thaiti. La discesa andò liscia, nonostante qualche capottamento nelle ripide più note. E così partimmo, alla volta del Sud. Decidemmo di avventurarci verso un terreno da noi ancora inesplorato: la Camargue. Dopo un tour improvvisato, avanzando per tentativi, e sbagliando spesso strada, giungemmo a destinazione.
Mi avevano detto che la Camargue fosse un terreno ancora incontaminato, la patria della natura, dove i cavalli e gli aironi vivono in totale libertà senza vincoli né cacciatori. Mi aspettavo un’oasi naturale, immensa, in cui uomini e animali vivono a stretto contatto, senza vincoli, nel pieno rispetto delle specie.
Arrivammo al tramonto. Il sole era un cerchio di fuoco, proprio come nelle stampe vendute dai baracchini ai margini della strada. Ne acquistammo una. Il paesaggio era identico. Mozzafiato.
Entrammo a Saintes-Maries-de-la-Mer, “capitale” della Camargue ma, soprattutto, punto di raccolta per tutti i gitani del mondo. In ogni angolo della città chitarristi rom si esibivano proponendo il repertorio musicale dei Gipsy Kings. Che musica. Muovevano le dita con una tale leggerezza... Erano tutti rom, o quasi. Beh, la stragrande maggioranza di quei musicisti apparteneva ad una popolazione nomade. Eppure in Camargue il nomadismo era - ed è tuttora - considerato alla stregua di una virtù. Esiste perfino una festa, nel mese di maggio, a Saintes-Maries-de-la-Mer, in onore del popolo gitano. È la festa di Santa Sara, protettrice dei nomadi, alla quale i fedeli fanno risalire l'antica evangelizzazione della regione.
Sono più di 10.000 gli zingari che da ogni parte del continente si radunano in Camargue per prendere parte alla processione religiosa. Fra veglie, preghiere e canti si assiste e si partecipa a una suggestiva cerimonia di folklore. La vera festa però è nelle strade, nella piazzetta, fra gli accampamenti, tra gli zingari che trascinano anche chi non è prettamente uno di loro: danze, veglie notturne, canti e falò.
La tradizione gitana emerge e non può essere ignorata dai passanti. Scoppia nelle urla d’allegria delle sue donne, divampa negli animi dei musicisti che invitano tutti ad accompagnarli coi canti.
E poi la processione: una vera fiumana di gente che, credente, venera la propria protettrice - forse unico vero punto di riferimento in una vita senza legami. Oggi “nomadismo” è associato a “criminalità”. Non si può scappare da questo pregiudizio, è ormai parte della nostra cultura. Ma pensiamo che a pochi chilometri da noi, in un Paese col quale confiniamo, esistono popolazioni intere che riescono a radunarsi e fare del loro girovagare una virtù, degna di essere fotografata e vissuta dai turisti - che ogni anno accorrono a centinaia per assistervi. Riflettiamoci su. E magari... Viviamola insieme a loro!

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20.6.08

Recensione "Bianco e nero"

di Marco Apolloni

Dispiace ammetterlo, ma questo film non mi è piaciuto. Sarà che le aspettative erano troppo alte, sarà che la regista (ndr. Cristina Comencini) è più portata per il genere drammatico – ben riuscito, a questo proposito, è stato La bestia nel cuore (2005) –, sarà che Fabio Volo come attore è mono-espressivo e per questo mi suscita un certo nervosismo. So solo che mi aspettavo qualcosa di meglio. La storia, in sé e per sé, pur essendo piena di cliché e pur non eccedendo in originalità – scontato è il metro di paragone con Indovina chi viene a cena (1967) –, potrebbe anche funzionare. Carlo (Fabio Volo), tecnico-informatico, è sposato con Elena (Ambra Angiolini), una terzomondista convinta che coordina un'associazione di gemellaggio tra l'Italia e i Paesi africani. In occasione di un ricevimento di beneficenza al quale Carlo va, come al solito, controvoglia, incontra una nera stentorea, Nadine (Aïssa Maïga), sposata con l'intellettuale senegalese Bertrand (Eric Ebouaney). I due alla prima occasione – l'escamotage gli viene offerto dalla riparazione del computer di lei, con relativa consegna a domicilio – si accoppiano in un vorticare di corpi, in cui spicca il color cioccolato di lei e quello latteo di lui. La multi-razzialità del film si esaurisce pressoché qui: due corpi nudi, che assemblati fanno la casacca juventina. Niente di meno e niente di più. Peccato, perché l'occasione di parlare non in maniera scontata di un amore tra un bianco e una nera nel nostro Paese – specie se, come in questo caso, con l'aggravante delle “corna” –, poteva essere un'occasione ghiotta da non lasciarsi scappare. L'Italia, di certo, non spicca in materia di amori multi-etnici rispetto agli altri Paesi europei – in questo almeno, molto più all'avanguardia. Il nostro può considerarsi tranquillamente più che un “Paese” un “paesetto” piccolo-borghese, dove ancora certi pregiudizi razziali persistono incontrastati.
Come ho già detto, quindi, l’occasione di approfondire il tema e renderlo con una felice commediola vecchio stile – come si diceva una volta: “all'italiana” – c'era tutta. Tuttavia nel dipanarsi della pellicola lo spettatore non può fare a meno di notare una certa macchinosità, ma soprattutto una lentezza di fondo, che proprio non si addice ai tempi accelerati della commedia. Ribadisco, forse la colpa non è tutta della Comencini. Buona parte, infatti, la imputerei anche agli attori. In modo particolare, una scialba Ambra Angiolini – che ti fa venire voglia di cornificarla solo a guardarla – e il già menzionato Fabio Volo – troppo raccomandato per essere vero. Quest'ultimo, in particolare, attore-scrittore-veejay-factotum-tuttofare rappresenta la metafora più indovinata della nostra “Italietta”, auto-limitatasi alla cricca dei soliti volti noti intercambiabili, parrucconi e trasformisti. La naturale conseguenza della mancata specializzazione artistica nel nostro Paese è causa dilagante dell'abbassamento complessivo dell'offerta qualitativa. Il risultato è che noi in Italia abbiamo sempre meno attori e scrittori bravi e, soprattutto, degni di questo nome. Senza più una specializzazione, cioè un riconoscimento rispettivo dei ruoli, i vecchi “volponi” pensano di poter fare tutto. Intanto le giovani generazioni crescono – ammesso che vi riescano – all'ombra dei “soliti ignobili”: Mister-so-fare-tutto-io di cui l'Italia strabocca...
Forse con attori diversi il film avrebbe funzionato di più. Sta di fatto che le ipotesi contro-fattuali non si addicono alla storiografia, tanto meno alla cinematografia. Il tentativo della Comencini di fare un film “diverso” rimane comunque agli atti, nonostante il mezzo fiasco ottenuto. Nessuno osa contestare le sue buone intenzioni iniziali: è il risultato finale che non ci soddisfa appieno. In sintesi: vi consiglio di vederlo, anche perché – come mi capita spesso di dire agli amici – non è giusto che abbia preso solo io la fregatura…

(P.S: Mi è appena giunta notizia della scomparsa del grande Dino Risi, regista indimenticabile de Il sorpasso e Profumo di donna. Un accenno, un ricordo, mi sembra d'obbligo. Anche perché visti i tempi che corrono, un cineasta del suo calibro, nonché fine osservatore delle tante piccole frivolezze e ipocrisie italiche, prevedo ci mancherà molto...)

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12.6.08

Recensione "Caos calmo"

di Marco Apolloni

Lo ammetto, in materia di libri non sono proprio uno sciovinista. Ma stavolta, con Caos calmo di Sandro Veronesi, mi son dovuto ricredere. È un libro piuttosto voluminoso, in teoria scoraggiante già a priori, anche se - leggicchiando il retro della copertina e dando una sfogliata furtiva all'opera in questione - ti fa sperare di trovarvi qualcosa per cui valga la pena leggerlo. La trama lineare e originale si dipana per 450 pagine senza mai annoiare il lettore - che del resto è il requisito essenziale per qualsiasi libro che si rispetti. Un padre di mezza età si ritrova dalla sera alla mattina a dover badare da solo alla sua bambina, a causa della morte improvvisa e inaspettata della sua compagna. Per farlo lui adotterà una tecnica davvero particolare: il primo giorno di rientro a scuola dopo le vacanze estive promette alla figlia di aspettarla fino al suono della campanella lì fuori, in modo da rimanerle più vicino e non farla sentire troppo sola. La figlioletta basita, accetta e schizza in classe. Passa un giorno, due, tre, quattro e questo papà eccentrico di nome Pietro Paladini ci prende l'abitudine e non si scolla più dal suo personale angolino, da cui osserva il brulichio della vita intorno a lui. Si ritaglia questo posticino nel mondo perché è sbalordito di non riuscire a soffrire per la perdita della compagna, con la quale peraltro si sarebbe dovuto sposare a breve. Sofferenza, invece, che egli vede riversarsi addosso da una lunga sequela di personaggi, i quali gli confessano le loro più inconfessate paure e angosce esistenziali. Una cognata già con due figli a carico a cui badare e messa incinta per la terza volta consecutiva da un tipo con cui è stata una notte e via e che quindi non potrà mai essere un padre modello. Cognata con la quale, peraltro, Pietro era finito a letto prima ancora di conoscere la sorella di lei, che sarebbe poi diventata la madre di sua figlia. Vi sono due stranissimi colleghi di lavoro: il kafkiano Piquet ed il gesuitico Enoch. Il primo più fulminato di una lampadina, ha una giovane amante, bella, che lo fa uscire dai gangheri con frasi sconnesse e volgari per poi subito dopo correggersi e negare l'accaduto. Il secondo si licenzia in tronco dalla compagnia perché non condivide le ragioni della fusione, che sta per abbattersi sulla loro azienda; perciò decide di rifugiarsi in una sperduta missione in Zimbabwe. Oltre ai suddetti personaggi, durante la sosta ad oltranza nella sua monovolume Pietro dovrà fare i conti con un'avvenente ragazza - che come unica occupazione fa spinning ogni mattina - e con la madre di un ragazzo affetto dalla “sindrome del cromosoma in più” - a cui Pietro regalerà delle piccole soddisfazioni salutandolo ogni volta coi fari lampeggianti della sua auto. C’è infine un altro vedovo, un perfetto sconosciuto, anch’egli di origine romana come Pietro, che lo invita per un'abbuffata di pastasciutta a casa sua e gli rivela tutta la sua comprensione, visto che pure lui ha dovuto affrontare la perdita della moglie. Azzeccata e funzionante in ogni minimo dettaglio è la lunga scena di “sesso africano” tra Pietro ed Eleonora Simoncini, magnate dell'industria dolciaria svizzera alla quale Pietro aveva salvato la vita il giorno in cui venne a mancare Lara, la sua compagna. Riassumendo, Caos calmo è un libro che consiglio caldamente di leggere. Arrivato all'ultima riga dell'ultima pagina mi è venuto in mente un paragone lusinghiero sull'autore: si potrebbe dire che Sandro Veronesi è il Nick Hornby italiano, solo molto più bravo di Hornby. In effetti, a pensarci bene, per ogni bel libro straniero che comprate ce n'è uno italiano altrettanto bello, che merita qualche quattrino di fiducia in più. (ndr. Dal romanzo è stato tratto il film di Antonello Grimaldi, interpretato da Nanni Moretti ed Isabella Ferrari - rispettivamente Pietro Paladini ed Eleonora Simoncini - vincitore di tre David di Donatello.)

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29.5.08

I marciapiedi di Firenze

di Marco Apolloni

Se c'è una cosa che detesto del mio paesello natio quella è senza dubbio la rapidità con cui si diffondono le cattive notizie. Non c'è paesano/a che non tenga il computo delle morti giornaliere, tanto basta affacciarsi o fare una capatina dai propri vicini di casa per essere informati in tempo reale. Per non dire delle malattie. Meglio non ammalarsi mai dalle mie parti, se non si vuol essere seppelliti prima del tempo. L'altro giorno ho incontrato un tizio per strada che mia madre dava già per spacciato. Al che incuriosito dalle insinuazioni materne e siccome lo conosco da una vita, mi permetto di chiedergli come sta e mi sento immediatamente rispondere: “Mai stato meglio, perché?”. A quel punto avevo due opzioni davanti a me, o spifferare le voci che mi ero sentito raccontare da mia madre facendola passare per una “casalingua” di quelle incorreggibili oppure glissare dicendo che mi era venuto così spontaneo informarmi sullo stato di salute di un vecchio conoscente dopo tanto tempo che non lo vedevo. Alla fine, come potrete facilmente immaginare, scelsi questa seconda opzione, salvando la reputazione materna. Il caso di quest'uomo è all'ordine del giorno a "xxx" (n.d.r. lo chiamerò così per mantenere l'anonimato), dove basta farsi sgamare in un ospedale a fare esami un tantino sofisticati per vedersi diagnosticate, non dai medici ma dai propri compaesani, malattie alquanto improbabili e tutte guarda caso letali. Dico sul serio. Francamente non so voi, ma a me questo continuo impicciarsi delle faccende altrui mi fa montare su tutte le furie. Se devo essere sincero preferisco di gran lunga il grigio anonimato delle città, dove a nessuno importa del computo dei morti e degli ammalati, perché altrimenti ciascuno si rivolgerebbe una pistola alla tempia e non esiterebbe a far fuoco.
Se stessimo a dare retta a tutte le disgrazie che ci potrebbero capitare a questo mondo, che badate bene non è niente affatto come pretendeva Leibniz "il migliore dei mondi possibili", cesseremmo di vivere in pace. Ma questo nelle città non può succedere, perché ognuno corre per sbrigare le proprie faccende, chiuso nel suo idilliaco tran tran quotidiano fatto sì di caos metropolitano, ma per parafrasare lo scrittore Sandro Veronesi trattasi pur sempre di un “caos calmo” quasi familiare e rassicurante, dove ognuno ci si può beatamente ritrovare o rifugiare. Con ciò non voglio dire che mi stanno bene situazioni tipo quelle che si verificano nei marciapiedi delle più grandi metropoli del mondo, dove si muore per strada quasi come se niente fosse. I passanti vanno e vengono incuranti del barbone che credono addormentato ma che è in realtà morto stecchito chissà da quanto tempo e del quale le autorità di polizia se ne accorgono solo dopo che il cadavere comincia ad emanare un sospetto odore dolciastro. Casi del genere non li raccomando a nessuno. Tanto meno casi-limite come quelli che si prefigurano a Firenze, dove degli amministratori un po' “bischeri” pretenderebbero che i mendicanti si amputassero i loro arti inferiori per occupare meno spazio nei marciapiedi e non far inciampare i noncuranti passanti. Quanto meno, però, se mi permettete rivendico quel briciolo di cinismo e di anonimato che solo nelle grandi realtà metropolitane si può ottenere. Lì sì che si trapassa indisturbati e in punta di piedi, quasi come se non si volesse dar troppo disturbo a chi ci vive accanto e che sarebbe invece scaraventato nel peggior sconforto se lo venisse a sapere subito proprio come accade nei paesetti. Almeno di questo, a mio avviso, le città possono vantarsi: il prender congedo da parte di chi ci abita senza far notizia, in maniera del tutto naturale e riservata. Per concludere: vi ricordate il tizio che mia madre dava già per spacciato e a cui chiesi come stesse? Beh, da quella volta in poi quando m'incontra prima di rivolgermi la parola si dà sempre una toccatina precauzionale, non si sa mai, casomai gli facessi qualche altra strana domanda...


Post Scriptum: Il novanta per cento della popolazione mondiale (me compreso) è ansiosa e teme che calpestando la mattonella sbagliata s'inneschi una catastrofica reazione-a-catena. Oggi nonostante possiamo vantare un numero maggiore di sicurezze rispetto a ieri, paradossalmente ci sentiamo sempre più insicuri. L'incremento esponenziale della tecnica ha prodotto un conseguente incremento dell'ansietà: più si ha e più si vorrebbe avere. Malgrado gli sforzi disumani compiuti dalla scienza è appurato che, finché non verrà svelato il segreto della vita eterna, parlare di sicurezza assoluta per gli uomini è assolutamente proibito. Ci preoccupiamo, ci teniamo occupati per dimenticarci le nostre angosce, che altrimenti ci stringerebbero nella loro morsa soffocante, impedendoci di vivere appieno la nostra vita. Se c'è una cosa che davvero ci spaventa, quella è senza dubbio di rimanere da soli coi nostri pensieri. Non sapremmo resistere un minuto di seguito, tanto ci spaventeremmo solo all'idea.

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23.5.08

Poco sesso, "Molto incinta"

di Marco Apolloni


Secondo lavoro del regista quarantenne Judd Apatow, dopo il successo al botteghino ottenuto al primo tentativo con 40 anni vergine (2005). Stavolta il tema trattato è la gravidanza e i protagonisti sono: il simpatico “funcazzista” Ben Stone (Seth Rogen) e la carinissima biondina Alison Scott (Katherine Heigl, già in Grey's Anatomy). Ben trascorre i suoi giorni a rollare canne in compagnia di altri suoi quattro amici, svitati e canadesi come lui, che come unico progetto di vita hanno in mente un sito internet in cui segnalare i minuti più hot dei film. Alison invece è la classica donna in carriera, che ha una sorella maggiore, già moglie e madre. Per festeggiare la promozione di Alison, ottenuta all'interno del network televisivo per cui lavora, le due sorelle optano per passare una serata in un locale alla moda. Qui Alison incontra Ben e tra i due - un po' alticci - s'instaura subito una strana alchimia: lui pacioccone e fissato con il gesto del lancio dei dadi durante il ballo; lei suicide blonde dalla sensualità straripante. Ben e Alison approfondiranno la loro conoscenza fra le lenzuola gualcite. Piccolo contrattempo: lei rimane incinta! Quella che doveva essere la classica "botta e via" diventa un vero e proprio guaio. Da questo incidente di percorso si svolge una trama piuttosto divertente, nella quale i due personaggi acquistano la simpatia del pubblico per spirito d'immedesimazione. Del resto la loro storia è assolutamente verosimile, con l'unica eccezione che nella realtà viene vissuta in maniera un tantino più drammatica mentre il film la rende più comica - tanto si tratta di fiction. Molto incinta sembra sotto tutti i punti di vista una commedia fresca e pure con una certa implicazione sociale. Il problema delle gravidanze indesiderate, in effetti, è molto attuale oltre che sentito tra i giovani – i quali sempre più spesso si avventurano in scorribande sessuali senza usare le dovute precauzioni. Il film, in quelle che parrebbero le intenzioni del regista, vuole trasmettere una morale positiva sull'importanza di fare la scelta giusta. Alison e Ben non solo decideranno di tenere il bambino, anzi la bambina, ma impareranno anche ad amarsi nonostante la loro lampante diversità. Merita particolare menzione il protagonista maschile, che per conquistare la futura mamma subisce una sostanziale metamorfosi, tramutandosi da brutto anatroccolo a cigno delle favole, da perdigiorno impenitente a lavoratore indefesso per mantenersi una casa più accogliente e salubre rispetto a dove stava prima. Il lieto fine è scontato: la bambina nasce sana e salva, papà e mamma vanno a vivere insieme, e dall'esperienza appena vissuta ne escono alla grande oltre che decisamente edificati. Giudizio complessivo: vivamente consigliato!

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13.5.08

Sul grande schermo, la storia di Primo Carnera

di Silvia Del Beccaro

Torna a casa Renzo Martinelli. Ancora una volta. Come il figliol prodigo. Torna qui dove tutto è iniziato, dove ancora vive parte della sua famiglia, dove i suoi vecchi compagni di banco lo attendono in occasione di ogni nuova anteprima. L’avevamo lasciato con «Il mercante di Pietre» risalente al 2005 ed ora il regista cesanese è tornato per commentare la sua ultima pellicola, proiettata sabato scorso in anteprima italiana al cineteatro Excelsior. «Carnera – The walking mountain» è un film improntato sulla figura dell’omonimo pugile, Primo Carnera, vissuto agli inizi del Novecento. Diversi i parallelismi fra Martinelli e Carnera che emergono colloquiando a tu per tu con il regista: l’attaccamento alle origini, l’orgoglio di essere italiani, la profonda credenza in valori come quello familiare. Sia il regista che il pugile sono entrambi contrassegnati da forti legami con il loro vissuto. «La mia famiglia conta molto per me – spiega Renzo Martinelli –. Ho una moglie e tre figli che mi porto sempre dietro e con i quali cerco di spendere il maggiore tempo possibile, quando non sono occupato con un film. Ho un forte attaccamento alle mie radici. Il fatto stesso di tornare a Cesano ogni volta che esce un mio film lascia intendere quanto io tenga alla mia città».
«Carnera – The walking mountain» rievoca la storica figura di Primo Carnera, pugile nato il 25 ottobre 1906 a Sequals, un paese in provincia di Pordenone, e scomparso nel 1967. Nella pellicola di Renzo Martinelli si scoprono tutti i lati, più o meno nascosti, del carattere ma soprattutto della vita dell’atleta nostrano: l’ascesa, la popolarità, il titolo mondiale, il matrimonio, i figli. Gli alti e i bassi di una carriera che non fu certo tutta rosea. «Ciò che mi ha stupito e ispirato di questo personaggio è una frase che lui era solito dire. Carnera ripeteva che la sconfitta è tale solo se non ci si rialza dal tappeto. Credo che questa sia anche una splendida metafora di vita, che lui stesso ha saputo mettere in pratica. Carnera ha sacrificato se stesso e la sua vita per far star bene i suoi figli e permettere loro di avere una carriera futura. Entrambi non a caso hanno completato gli studi».
La particolarità di questo film è che è stato girato tutto in inglese, come altre pellicole di Martinelli, nonostante siano presenti diversi attori italiani. Lo stesso protagonista Andrea Iaia, due metri d’altezza per 126 chili, è di origini pugliesi. Ma allora a cosa è dovuta l’idea di girare un film in lingua? «Questione di mercato – replica semplicemente il regista –. Se produci una pellicola in lingua inglese puoi proporla ai mercati internazionali. Se la giri solamente in italiano riduci le tue possibilità da dieci ad una».

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5.5.08

Castelfidardo, è ancora successo per "CineFilosofando"

di Silvia Del Beccaro

Si è conclusa il 28 aprile a Castelfidardo la prima tranche di interventi del ventiquattrenne fidardense Marco Apolloni, studioso di filosofia che ha scelto proprio la regione natia, le Marche, per iniziare a presentare il suo primo saggio intitolato CineFilosofando ed edito Kimerik. Dopo l’inaugurazione a Civitanova Marche, città paterna dell’autore, Marco Apolloni è approdato nella sua Città, alla presenza di autorità locali – fra cui l’assessore alla Cultura Moreno Giannattasio – e cinefili. Nonostante si stessero tenendo in contemporanea altre conferenze in città, la serata ha riscosso un soddisfacente successo di pubblico. Ospitato presso la Sala della Musica dell’“On Stage Club” di via Soprani, locale gestito da Giampiero Bartolini, l’incontro ha richiamato a sé una quarantina di spettatori, accorsi per scoprire come la filosofia possa essere accostata alla cinematografia, creando un connubio piacevole per i “non addetti ai lavori” – coloro che non sono esperti di filosofia ma che in qualche modo possono esserne attratti mediante l’analisi di un film.
La presentazione fidardense è stata inaugurata dall’assessore Giannattasio, il quale – dopo i consueti ringraziamenti ai presenti – ha tenuto a sottolineare l’importanza di una serata come questa, in cui ad essere protagonista è un ragazzo di Castelfidardo impegnato nella Cultura – con la C maiuscola. «Sono lieto di poter presentare questa sera il libro di un giovane della nostra Città – ha dichiarato –, il cui saggio accosta piacevolmente la filosofia alla cinematografia». Ringraziamenti a parte, è seguita la proiezione di un breve video introduttivo ed esplicativo, teso a creare la giusta atmosfera, in cui sono state racchiuse le scene più significative di ogni pellicola trattata nel saggio. Così a prendere la parola è stata Paola Mancinelli, anch’essa fidardense e nota studiosa di filosofia – ricercatrice presso l’Università di Macerata e professoressa presso un liceo di Recanati. Il ruolo della moderatrice, in occasione della presentazione, è stato quello di intrattenere un rapporto dialogico con l’autore, per introdurre le tematiche affrontate. «Io ho improntato la presentazione in modo dialogico proprio per dare più spazio all’autore – ha spiegato la moderatrice –. Quindi gli ho fatto una serie di domande, in modo che lui potesse rispondere e spiegare la motivazione di questo saggio così appassionato e in qualche modo così originale». La conversazione fra i due, essendo entrambi amanti della filosofia, non ha potuto sottrarsi alla citazione di nomi noti quali Martin Heidegger o René Girard, rispettivamente presi a esempio per parlare de La caduta e Ghost Dog – il primo – e Tristano & Isotta – il secondo. «Ho preso in considerazione sette pellicole e ciascuna di esse affronta una tematica particolare – ha dichiarato Marco Apolloni –. Nonostante ciò, però, tutte e sette rispettano un medesimo adagio e cioè che la vita è come un film. È proprio questo il minimo comun denominatore che ho trovato in ciascuna pellicola. I film come la vita, infatti, hanno una stessa struttura narrativa: un inizio, uno svolgimento e purtroppo anche una fine». Un tema altrettanto importante è sicuramente quello sacrificale, presente in Ghost Dog, La caduta, L’ultima tentazione di Cristo e Donnie Darko.
Ma CineFilosofando non si limita a questi due denominatori. Il saggio di Marco Apolloni racchiude molto di più: è coraggio, è follia, è amore, è onore, è amicizia, è speranza. Sentimenti, questi, che toccano – a volte marginalmente, a volte in maniera più profonda – quasi tutti e sette i film trattati: Ghost Dog, Donnie Darko, L’ultima tentazione di Cristo, Il tredicesimo guerriero, Tristano & Isotta, La caduta, L’appartamento spagnolo. «Mantenendo il filone da me introdotto ed affermando dunque che la vita come un film, credo che il nostro passato, la nostra civiltà e la nostra storia non vadano abbandonati. “Chi dimentica la storia spesso è condannato a ripeterla”, per usare il filosofo messicano Carlos Santayana, o per dirla con Mark Twain “la storia non si ripete ma spesso fa rima”. A volta è una rima spiacevole, ma altre volte può darci dei preziosi suggerimenti per impostare un futuro diverso e per coltivare quella che è un’idea giusta come può essere l’Europa unita. Invito dunque tutti quanti ad avere una visione più ottimistica di quella che è la nostra civiltà». Il libro di Marco Apolloni è in vendita presso la Libreria Aleph di Castelfidardo, sita in via Matteotti 12.



















































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