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22.6.09

“Coraline e la porta magica”

di Alessandra Savazzi

“Coraline e la porta magica”, adattamento del romanzo “Coraline” di Neil Gaiman, è un film d’animazione prodotto dalla Laika H.E., realizzato con la tecnica stop-motion, accompagnato dalle musiche del compositore Bruno Coulais, e diretto dal regista di Tim Burton “The Nightmare before Christmas”, Henry Selick.
Coraline è una bimbetta dai capelli blu, acuta e coraggiosa, tutta pelle, ossa e curiosità. Il suo nome giusto è quello sbagliato: Caroline un giorno corse così forte nella mente di Gaiman che le sue dita inciamparono sulla tastiera; come il tempo nei sogni, la velocità dei pensieri talvolta capovolge le cose. L’abitudine per “Caroline” fa sbuffare Coraline, dopo tutto, chi sa dire dov’è l’errore? Non è “giusta” anche l’eccezione per il solo fatto che esiste? “E’ vero anche il contrario”, direbbe l’ironia poco ironica di Groucho Marx. Il suo nome sbagliato è quello giusto!
Con papà e mamma si trasferisce nell’Oregon, in una grande e vecchia casa, situata in una valle caliginosa e prosperosa di alberi arruffati. I suoi genitori scrivono infaticabili al computer, per riviste di giardinaggio, pur detestando tale pratica; “scrivete di terra e odiate la terra” appunta loro Coraline, ciondolando nel suo impermeabile giallo, traboccante di entusiasmo per la pioggia che scende e il giardino che s’ammorbidisce in fango. In quella casa così ampia non c’è spazio per giocare insieme, né tempo per inventare merende gustose: Coraline si sente come una stanza trascurata, una vita in scena, ma senza riflettori.
Miss Spink e Miss Forcible, abbondanti in forme ed esuberanza, inattendibili ermeneute di fondi di thé, moleste quanto le loro appiccicose caramelle secolari, sono due attrici in pensione che collezionano cani imbalsamati, tutti in fila in una specie di santuario, a sfoggiare alette d’angelo molto grottesche e tutt’altro che serafiche. Non sono i soli vicini, c’è anche Mr. Bobinski, che dice di allenare topi ballerini a comporre spettacoli musicali, e un ragazzino dall’aspetto moscio e cascante ma dal carattere estremamente inventivo, seguito da un gatto nero e spigoloso, complice delle sue avventure.
Una notte un topino di Mr. Bobinski apre a Coraline la strada per un mondo altro, attraverso una porticina della sala, di giorno impenetrabile ed enigmatica, e tutto sommato murata e deludente. Dall’altra parte Coraline vive la perfezione dei desideri: un'Altra Madre e un Altro Padre, identici ai suoi veri genitori, se non fosse che al posto degli occhi hanno due grossi bottoni neri, la inondano di attenzioni e farciscono di delizie, promettendole eterna felicità.
Solo un prezzo è da scontare per non uscire dal paradiso e giocare per sempre nel paese dei balocchi: non è un divieto, nessun albero del Bene e del Male, solo due bottoni, da cucirsi addosso.
Presto Coraline vive il disinganno: l’Altra Madre fabbrica pupazzi con i quali poter spiare il mondo reale e prender nota dei suoi difetti, attraverso i loro occhi-bottone; allo stesso modo di una bambola costruisce un mondo su misura, dal vestito a pennello, imbottito con la pienezza della perfezione, tenuto insieme da legami forti. Presto, però, l’imbastitura non regge, il panno si sgualcisce, tutto si sgonfia, e rovescia come un calzino. Tutti sono coinvolti e incatenati ad un mondo finto, solo Coraline, affrontandolo, ha lo sguardo libero e vigilante di chi trova ciò che vuole e, in fondo, aveva solo smarrito.
Il difetto dov’é? Nel mondo perfetto. L’Altra Madre è incapace di amare. L’ “altro” è l’incapacità del “questo”, l’incapacità si trasforma in odio e l’odio in volontà di onnipotenza, ma la volontà di onnipotenza dell’odio è potenza della distruzione, anche di ciò che esso crea. Solo la reale autenticità dell’amore, quell’amore sovente manchevole, insufficiente, incostante, disattento, pigro o maldestro, inesperto o pasticcione, orgoglioso e testardo, debole e indeciso, sempre pronto a rifarsi ma anche a fallire, senza misura o senza entusiasmo, indolenzito dall’abitudine e troppo facile a lasciare anziché resistere, quell’amore troppo umano da essere “divino” o forse divino proprio perché “umano”, può essere il costo di una vita perfetta, in quanto compiuta nel nostro realizzare noi stessi in esso come volontà di potenza, che vuole ciò che può, e per questo costruisce anziché distruggere.
Siamo prudenti, allora, a quel che desideriamo, e, prima di chiedere, esaminiamo in noi stessi ciò di cui davvero abbiamo bisogno per essere felici, ché altrimenti anche la risposta più impeccabile e incontrovertibile può scoprirsi insoddisfacente, e vera anche al suo contrario.

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5.6.09

“Ken Park” (2002)

di Marco Apolloni

Ken Park” è un adolescente assomigliante a Rosso Malpelo, il cui altro soprannome è “krap”, “merda”. Il film si apre con lui che arriva allo skate-park e si suicida sparandosi un colpo in testa. Verso la fine veniamo a sapere dai suoi amici, che dietro al suo gesto estremo si cela il “movente” di una gravidanza indesiderata della sua ragazza. La pellicola si chiude proprio con lo sguardo di Ken perso in siderali lontananze, che inebetito non sa rispondere alla sua ragazza che gli chiede: se è contento che sua madre lo avesse fatto nascere. Risposta difficile, questa, soprattutto alla luce di quanto si viene svolgendo durante la narrazione filmica. Infatti nell'assistere sgomenti alla routine degli altri quattro co-protagonisti: Tate, Shawn, Claude e Peaches; la risposta alla domanda se valesse o meno la pena di nascere è un po' la chiave per capire la “periferia emotiva” di questi ragazzi, annoiati e svuotati, i quali contrappongono alla loro smania incessante di vivere l'incapacità di adattarsi in una società reprimente.

I famigliari di questi ragazzi, a ben guardarli sembrano molto più scossi di loro. Spiegabili perciò ci paiono i comportamenti eccentrici, che per reazione-difesa questi adolescenti problematici esprimono. Tutti tranne due: 1) il suicidio di Ken; 2) l'atto inaudito compiuto dall'esasperato Tate, che in preda ad un raptus omicida accoltella mortalmente i suoi nonni. Per gli altri tre rimasti ne risulta un ritratto efficace di una generazione ben oltre il nichilismo e la perdita dei valori. Poiché, a dire il vero, essi un valore dimostrano di averlo – valore, questo, di chiara ispirazione libertina –, e cioè: vivere appieno la loro disinibita sessualità attraverso la scoperta del loro corpo-strumento. In materia sessuale: il loro unico freno morale vuole essere non avere alcun “freno morale”! Concezione, questa, che lambisce l'edonismo più sfrenato. Con il termine “edonismo” s'intende comunemente quel complesso di dottrine ruotanti attorno al principio di “piacere”. Laddove altre dottrine filosofiche, invece, individuano nel “bene” oppure nella “felicità” i loro principi basilari. Il “piacere” che intendono loro è principalmente “carnale” e solo indirettamente “spirituale”: poiché per essi star bene con il loro “corpo” equivale a star bene con il loro “spirito”.

Riassumendo, dei cinque protagonisti: due sono senz'altro “negativi”, in quanto l'uno distruttivo per se stesso (Ken) e l'altro per gli altri (Tate); gli altri tre risultano invece “positivi” (Shawn-Claude-Peaches); il “trio” che, non a caso, nella parte finale della pellicola si esibisce in un triangolo sessuale travalicante il confine della pornografia. In un dialogo denso di significati e riferimenti culturali per bocca di Claude viene esposta quella che è la loro filosofia esistenziale, riassumibile con un capovolgimento del celebre detto cartesiano tramutato per l'occasione in: “Coito ergo sum”! Il loro obiettivo dichiarato è l'attuazione di una società utopica formata da uomini e donne pienamente appagati/e. Secondo loro ciò può essere l'unico antidoto contro il veleno che sta uccidendo la nostra società occidentale: sessualmente troppo repressa. “Società utopica” è la loro, dove la sola merce di scambio consentita è il “piacere” nella sua totale accezione fisica-metafisica. Una società dove è il sesso a farla da padrona, fondata sull'assunto matematico secondo cui: + SESSO = - FRUSTRAZIONE!

In definitiva, il merito più grande di questa pellicola – diretta dal regista Larry Clark – è di non essere scontata. In tempi di magra come questi, direi, ci possiamo accontentare...

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16.5.09

Castelli di sabbia, castelli di rabbia

di Silvia Del Beccaro

Saranno trascorsi almeno quindici anni da quando, in vacanza sul lungomare pugliese, costruivo castelli di sabbia insieme a mia madre e mio padre. Forse anche qualche anno di più. Poco importa. Ho nei ricordi la vivida immagine di quei giorni, “quando la vita era più facile e si potevano mangiare anche le fragole”, canta Vasco Rossi. Quando un secchiello diventava nelle mie mani una gru precisa, affidabile, impeccabile. E la sabbia era la mia calce, il mio cemento armato col quale realizzavo splendidi, a miei occhi, castelli di sabbia che poi, la notte, il mare si sarebbe portato via. Io costruivo, lui distruggeva. Io ricostruivo e lui ridistruggeva. Per me era un gioco. La sabbia intendo. Mi divertivo a realizzare forme diverse: sirene, angeli, piramidi. Nelle mie mani la sabbia prendeva vita e sul lungomare nascevano forme nuove, costruzioni mai viste che nei miei occhi di bambina apparivano incrollabili ma che poi, in fondo, a mia insaputa, non avrebbero visto l’alba del giorno succesivo. Oggi, quindici anni più tardi, qualcuno ha ancora l’ardire di costruire castelli di sabbia, nelle città, nelle cosiddette metropoli italiane. Ma anche nei piccoli borghi storici. Come l’Aquila, recentemente colpita da violente scosse sismiche, che hanno messo a nudo la città, mostrandone le fragilità. Case, più che castelli, fatte di sabbia. E dietro ad esse, “burattini edili” di cartapesta mossi dal solo denaro. L’Italia si è mossa. L’Italia si è sentita viva e solidale. Ecco l’Italia che vogliamo. Nei volontari della protezione civile, nei soccorritori della Croce Rossa, nelle migliaia di angeli italiani che - come nel film Il cielo sopra Berlino - hanno vigilato e tuttora continuano a vigilare sui terremotati abruzzesi. La storia si ripete, dunque. Dopo l’Umbria, di qualche anno fa, ora è toccato all’Abruzzo. Una tragedia che si poteva risparmiare? Forse sì. E non tanto per le avvisaglie che il geologo aveva lanciato. Forse sarebbe stato meglio fermare le mani di quei costruttori che, in maniera conscia, hanno eretto nelle città quegli stessi castelli di sabbia che io formavo sulla spiaggia. In barba a quelli che vi sarebbero poi andati andati ad abitare. In barba all’onestà. Oggi quei castelli non sono più castelli di sabbia, ma sono castelli di rabbia. La rabbia e lo sgomento di persone che non hanno più niente. La rabbia e lo sgomento di persone che, sperano, soffrono, sognano e si disperano ma tutto sommato continuano a vivere. Nel bene e nel male.


Dentro i colpevoli, fuori i nomi / o' terremoto' ... / 'fanculo l'onore e l'omertà”. (“Dimmi il nome”, Litfiba)

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23.4.09

Bilancio Festival '09

di Marco Apolloni (Autore anche di un nuovo blog

Se il Festival di San Remo diventa la succursale di Amici vuol dire che un “male oscuro” sta affliggendo la nostra nazione. Di che male sto parlando? Il “mal di audience”, ovvero come fare tutto per distruggere la qualità artistica della canzone italiana, a favore della “cultura da massaia”. Senza peraltro nulla togliere alle suddette, che non me ne vorranno se le critico nella loro eccentrica veste di giudici inappellabili dell'arte nostrana. Il problema di fondo non è tanto che il Festival di San Remo sia stato vinto da un ex parrucchiere sardo, pur sempre con una bella voce – gliene ne do atto. Piuttosto è “come” lui sia riuscito a spuntarla nella kermesse canora che ha dell'inquietante. La sua canzone, sì orecchiabile – per carità –, presenta un testo che sembra scritto da un bambino di terza elementare, con un vocabolario personale – per usare un eufemismo – abbastanza “limitato”. Con ciò non vorrei essere equivocato e soprattutto non vorrei passare per ammiratore segreto dei testi di Battiato – anche se per me è un genio –, però non posso nemmeno dire di essere un fan di Povia – giustamente preso in giro da quei furboni della Gialappa's. Chissà per quale strana coincidenza, ma appena il Festival scende un po' di livello eccolo subito spuntare come un fungo quanto meno nel podio – se non da vincitore, quasi. Dopo la canzone dei bambini – l'unica salvabile – e quella del piccione, quest'anno il cantautore milanese s'è cimentato in quella del gay, con tanto di esposizione di mega cartelloni – stile Gay Pride – durante l'esibizione. Ho gradito invece la canzonetta di Arisa, vincitrice della sezione dedicata ai giovani, che al primo ascolto ho subito battezzato “vincente”. Non a caso la sua Sincerità è già diventata un tormentone. L'unica pecca di questa promettente ragazza genovese è il suo personaggio che, “to be honest”, mi sa un po' di costruito...  
Non che l'anno prima le cose fossero andate meglio, qualitativamente parlando. Non essendo critico musicale, ma modesto scribacchino, nella mia critica – che spero troviate costruttiva – faccio riferimento soltanto alla lacunosità dei testi. A proposito: chi di voi ha più sentito parlare, dopo la vittoria al Festival dell'anno scorso, del mitico Giò Di Tonno? Bah, sfido chiunque a darmene notizia. Starà cantando al matrimonio del suo migliore amico? Oppure si starà esibendo alla Sagra del Pesce di Montesilvano? Chissà... In compenso la sua partner canora: Lola Ponce, si limita a mostrarsi nella sua tenuta déshabillé in Mai dire Grande Fratello e ad essere puntualmente presa per i fondelli dall'istrionico Mago Forest. Insomma pare essersi sistemata nello showbiz nazional-popolare. Mi aspetto solo che fra qualche anno la chiameranno a sostituire Alessia Marcuzzi nella conduzione del reality più trash del panorama televisivo mondiale, poi sì che ne avrà fatta di strada... 
Volendo ampliare l'angolo visuale sul Festival di quest'anno vorrei toccare la nota ancor più dolente dei grandi ospiti, cantanti o showman che siano stati. Del Noce non si è smentito neppure stavolta, estraendo dal suo libretto paga due nomi su tutti, mi riferisco: all'oramai arrugginito Roberto Benigni e alla patinata Annie Lennox – più bella oggi che vent'anni fa. Lo “showman” Benigni, diciamocelo, ce l'ha un po' fracassati con le sue solite boiate sul Cavaliere. Anche se, di questi tempi, ti si leva la voglia di far battute sulla “rottamata” sinistra: la gente vuole ridere, mica piangere! Ma riconoscerete anche voi che, per quanto il soggetto stra-usato del nostro anziano Presidente del Consiglio, sì è vero che si presta molto bene a del facile umorismo ed anzi egli stesso pare cimentarsi volentieri nel genere, però francamente non se ne può proprio più. Quasi che ho trovato più divertente il Cavaliere con l'ultima sua frecciatina dedicata al “bello e abbronzato” neo Presidente in carica degli States – ho solo detto “quasi” però. Tornando al Robertone nazionale, va detto che, da quando ha incominciato a far film cervellotici – da Pinocchio in poi tanto per intenderci – e a portare in tour la Divina Commedia, mi pare che abbia un po' perso l'antica verve, quella che lo rendeva il più esplosivo comico italiano. Del resto, si sa, un Oscar in certi casi può darti di volta il cervello. (Come la maledizione del Pallone d'Oro, secondo cui: chi lo vince, poi, comincia a giocare da schifo!) Sola attenuante per il comico toscano può esser stata la mancanza dei genitali di Baudo, per lui evidentemente fin troppo stimolanti... (A proposito: “Pippo torna, ci sei mancato!”.) La “cantante” Lennox invece, il fatto che sia brava nessuno lo mette in dubbio, ma del resto questo lo sapevamo. Infatti quante volte era già venuta al Festival: tre o quattro? Boh, confesso di aver perso il conto. Parafrasando una tua meravigliosa canzone: “Why Annie sei ritornata a San Remo?”. Per presentare in anteprima la tua nuova collection? O per i bambini malati e bisognosi di cure dell'Africa? Se è per il secondo motivo sei ampiamente scusata e, anzi, come redattore di Impegno Sociale mi scuso io con te per averne dubitato. 
Conclusa la parentesi “grandi ospiti”, non resta ancora molto da dire su quest'edizione decisamente sfortunata del Festival della canzone italiana. Come direbbero a Roma: “Aridatece Moro...”! «Pensa prima di sparare / Pensa prima di dire e di giudicare prova a pensare / Pensa che puoi decidere tu / Resta un attimo soltanto un attimo di più / Con la testa fra le mani / Ci sono stati uomini che sono morti giovani / Ma consapevoli che le loro idee / Sarebbero rimaste nei secoli come parole iperbole / Intatte e reali come piccoli miracoli / Idee di uguaglianza idee di educazione / Contro ogni uomo che eserciti oppressione / Contro ogni suo simile contro chi è più debole / Contro chi sotterra la coscienza nel cemento / Pensa...». Queste parole, combinate con l'abilità vocale del bravo cantante, formano secondo me una bella canzone. Altro che La forza mia... Quindi l'appello che faccio ai telespettatori per il Festival dell'anno prossimo, sulle del summenzionato cantautore romano è: Pensate / Prima di votare e di giudicare / Pensate che potete decidere voi...                  

(Articolo apparso sullla rivista bimestrale Impegno Sociale, numero marzo-aprile 2009. Dello stesso Autore leggi anche: http://viverefilosofando.blogosfere.it/)

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30.3.09

Inaugurazione blog professionale “Vivere Filosofando”

di Marco Apolloni

Vivere Filosofando

Cari “Iperborei”, è con grande soddisfazione che vi annuncio l'apertura del mio blog professionale intitolato “Vivere Filosofando” e interamente dedicato alla filosofia e all'attualità filosofica, con “Blogosfere”: la più importante piattaforma italiana per blog professionali, che ha in atto fra l'altro una prestigiosa partnership con “Il Sole 24 Ore”. Perciò v'invito tutti a frequentare e leggere i miei post filosofici, che riflettono e rifletteranno sui nostri tempi difficili, nei quali è sempre più necessario intraprendere sfide coraggiose. Naturalmente saranno ben accetti i vostri commenti, perché – come ben saprete – il sale di ogni blog è la sua assoluta democrazia e capacità di far interagire fra loro le persone, creando – altrimenti impossibili – connessioni d'idee.

Quale autore e fondatore del blog “NoIperborei”, ormai giunto al suo quarto anno di vita, voglio ringraziare tutti i miei compagni di cammino, siano essi: coautori, commentatori, assidui od occasionali visitatori. A tutti voi voglio dire semplicemente che la novità del mio nuovo blog professionale “Vivere Filosofando” non interromperà la vecchia avventura di “NoIperborei”, che andrà ugualmente avanti e che conterà ogni tanto su qualche mio contributo – oltre ai consueti di Silvia e Paolo e di altri nuovi amici che ci hanno espresso la loro volontà di collaborare con noi. Questa precisazione mi è sembrata doverosa nei confronti di chi, vecchi e nuovi visitatori, si aspetta un blog filosofico, quando in realtà “NoIperborei” subirà una lieve modifica nella linea editoriale, anche se si continuerà seppur indirettamente a parlare di filosofia, che in quanto cristallizzazione della vita, è imprescindibile indipendentemente da qualunque argomento si tratti.

Con l'augurio, quindi, di poter interagire presto con voi sia in “Vivere Filosofando” che in “NoIperborei” vi mando un caloroso saluto virtuale, augurandovi una buona navigazione (e lettura)!

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20.3.09

U2 - "No line on the horizon" - la recensione


di Paolo Musano

Ci sono molti critici che, a partire da Pop, hanno parlato di crisi degli U2 che avrebbe coinvolto diversi aspetti della loro essenza, come l’identità e l’ispirazione. Ma non tutti sono d’accordo. Gli anni passano e gli interessi, come le sperimentazioni artistiche, mutano. Il livello qualitivo e artistico della musica degli U2 non si è mai perso, anche negli anni e negli album più contraddittori. Le perle non sono mai mancate: in Pop, Staring at the sun e Wake up dead man; in All that you can't leave behind, Beautiful day e Walk on; in How to dismantle an atomic bomb, City of blinding lights e Sometimes you can't make it on your own, la malinconica ballata che Bono ha dedicato a suo padre, morto qualche anno prima. L’Elevation Tour e il Vertigo Tour sono stati dei grandissimi successi mondiali che hanno regalato ai fan sempre nuovi e bellissimi arrangiamenti dei grandi classici della band, oltre a dei DVD da collezione di altissima qualità. Gli U2 non hanno mai fatto finta di rifiutare la politica, lo show-business e ogni genere di contaminazione, anche musicale e di genere. Perciò ritengo che il loro percorso artistico sia ancora coerente. Gli anni sono passati e la voce di Bono non è più quella di War, ma sarebbe un grosso sbaglio pensare che tutto questo sia una perdita. Anzi, per me adesso la voce di Bono è ancora più calda ed espressiva rispetto a quella di una volta che, è vero, gli permetteva di gridare, ma risentiva dell’ingenuità e dell’inesperienza di un giovane cantante. I trent’anni di carriera hanno portato agli U2 la maturità e la forza di un gruppo di amici che è sempre lo stesso dai tempi della scuola: Bono, Edge, Adam, Larry, il manager Paul McGuiness e i produttori Steve Lillywhite, Daniel Lanois e Brian Eno.

Ma, dopo questo doveroso preambolo, passiamo all’album. No line on the horizon (Nessuna linea all’orizzonte) è uscito il 27 febbraio 2009 in Europa, il 2 marzo in Gran Bretagna e il 3 marzo negli Stati Uniti. La copertina è molto essenziale e zen (non a caso è stata disegnata da un artista giapponese): rappresenta una linea dell’orizzonte compresa tra due tratti, che rimandano al segno dell’uguale ma anche al nome del gruppo. No Line On The Horizon è stato registrato a Fez (in Marocco), Dublino, New York e Londra, e prodotto da Brian Eno, Daniel Lanois e Steve Lillywhite. Il primo singolo estratto dall’album è stato Get On Your Boots (stranamente il pezzo meno convincente dopo aver ascoltato l’album), uscito in Irlanda il 15 febbraio 2009. Lo stesso giorno dell'uscita dell'album in Europa, gli U2 si sono esibiti a sorpresa sopra il tetto della BBC, a Londra. Prima di loro, solo i Beatles avevano suonato lì. Sono seguite le esibizioni al David Letterman Show di New York, dove gli U2 hanno suonato live quasi tutte le canzoni dell’album davanti a un pubblico entusiasta (New York e i newyorkesi amano molto gli U2 e la cosa è indubbiamente reciproca: gli U2 sono stati il primo gruppo a suonare a New York per beneficienza, dopo l’11 Settembre; agli U2 è stata dedicata una strada di New York dall’attuale sindaco.)

The Edge ha dichiarato a Rolling Stones USA di essersi ispirato a Led Zeppelin e White Stripes. Il New York Times, ricalcando le affermazioni di Bono, si è sbilanciato dicendo che questo è il migliore album degli U2 dai tempi di Achtung Baby. Dopo il primo ascolto, ci si rende conto che il giudizio non è poi così esagerato.

No Line on the Horizon, la title track, è un pezzo rock che risente di contaminazioni orientali, ma allo stesso tempo richiama l’elettronica di Achtung Baby e Pop e il ‘sound classico’ degli U2 degli anni ’80.

Magnificent è un pezzo che cattura subito, secondo molti la traccia migliore dell’album, destinata a diventare un classico. Bellezza ed epica si fondono in una canzone di sicuro impatto, tenuta insieme dalle tastiere e dalle chitarre di Edge. Bono recita: Solo l’amore può lasciare un segno simile e lo canta credendoci. Molto probabilmente sarà questo pezzo ad aprire i concerti del prossimo tour degli U2.

Moment of Surrender è un bellissimo e lungo gospel in cui Bono dà il meglio di sé cantando con grande sentimento e trasmettendo un’emozione dopo l’altra, come un ‘soul singer’. Anche Edge è molto bravo suonando, nel mezzo, tre chitarre diverse, una dopo l’altra, in un assolo molto suggestivo. Si tratta di una traccia perfettamente compiuta, nonostante la varietà di registri musicali: in essa si armonizzano perfettamente la voce di Bono, le chitarre di Edge, l’organo, gli archi e i beat elettronici di Brian Eno.

Unknown Caller è un altro gospel molto evocativo, arricchito da una sezione di cori e una sezione ritmica che bilanciano la chitarra di Edge, che è la colonna portante del brano. Nel finale l’organo ricorda le atmosfere di Sgt. Pepper’s dei Beatles, mentre l’assolo di Edge è un brano a parte, da incorniciare, per la sua profondità e la sua bellezza. Nel testo di Bono, il cellulare parla a un narratore in stato di alterazione…

I'll Go Crazy If I Don't Go Crazy Tonight è la canzone più allegra e spensierata dell’album. Le sue melodie molto orecchiabili riportano ai tempi di All that you can’t leave behind (e in effetti sembra proprio una traccia lasciata fuori dall’album del 2000).

Get on Your Boots è stato il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album. Si ha l’impressione che sia stato scelto di proposito per spiazzare il pubblico (ascoltando il resto dell’album si capisce il perché). La traccia, da alcuni critici soprannominata ironicamente Vertigo 2, mescola metal, funk, elettro-pop e grunge. In alcune parti fa venire in mente il sound dei Queen: quando Bono gioca a fare il rap cantando Let me in the sound, sembra quasi di sentire We will rock you.

Stand Up Comedy è una delle tracce migliori dell’album, un rock’n’roll potente e melodico che richiama i Led Zeppelin (non è un segreto che The Edge abbia passato un bel po’ di tempo con Jimmy Page quando era in lavorazione il nuovo album). Un’altra canzone destinata a diventare un classico degli U2. Attendo con ansia la versione ‘live’.

Fez - Being Born è una doppia traccia molto ispirata: all’inizio, Fez fa sentire le voci della folla dell’omonima città marocchina, poi attacca Being born e sembra di sentire una delle ultime cose dei Radiohead. L’atmosfera è ambient e si sente, quindi, l’influenza di Brian Eno che, con le sue tastiere, colora una sorta di racconto per immagini. Nel finale la canzone si trasforma in un gospel che ha qualche legame di parentela con le sonorità dell’album Passengers.

White as Snow è la canzone che rappresenta meglio l’identità irlandese degli U2 all’interno dell’album. In questa bellissima ballata ci sono evidenti richiami alla tradizione folk irlandese: la voce di Bono e la chitarra di Edge sembrano voler richiamare l’attenzione dell’ascoltatore e ricordargli le loro origini dublinesi. Non è escluso che Bono abbia voluto riferirsi a James Joyce, in particolare ai primi racconti di Gente di Dublino.

Breathe è un’altra perla dell’album, un rock’n’roll potente e grintoso che ricorda i R.E.M. dei tempi migliori (e Bono pare imitare Michael Stipe anche nel modo di cantare). Nel finale, gli archi e le tastiere lasciano spazio a uno degli assoli più graffianti di Edge.

Cedars of Lebanon, l’ultimo brano della tracklist, è una ballata sussurata nella quale Bono seduce con la voce. E’ un pezzo molto probabilmente registrato in Marocco, nel quale si sente forte l’influenza dell’ambient di Brian Eno. Anche questa canzone sembra uscita direttamente da Passengers. Nel testo, Bono si cala nei panni di un corrispondente di guerra (non a caso, Bono è opinionista d’eccezione del New York Times).

No Line On The Horizon è, senza ombra di dubbio, uno degli album migliori degli U2 e non credo deluderà nessuno dei loro fan. Riferirsi al passato penso che sia sterile quanto inutile, perché le circostanze e gli eventi inevitabilmente mutano e le persone e gli artisti necessariamente con loro. Per questo, dopo più di trent’anni di carriera, la musica degli U2 è ancora un miracolo, artistico e soprattutto emotivo per chi l’ascolta (ma sicuramente anche per chi la canta e la suona). No Line On The Horizon al primo ascolto può trarre in inganno. In realtà la sua semplicità e immediatezza è soltanto apparente e nasconde più di quello che mostra. Il mio consiglio è di ascoltarlo più e più volte: solo allora comincerà a emergere tutta la ricchezza e la profondità di queste canzoni, alcune delle quali, secondo me, sono già dei classici.

Secondo voci di corridoio, nei prossimi mesi gli U2 pubblicheranno un altro album di inediti, con un’operazione che ricorda quella dei Radiohead con Kid A e Amnesiac. Insomma ne vedremo (e soprattutto sentiremo) ancora delle belle. La prova del nove, come sempre, saranno i concerti del nuovo tour che, sono sicuro, non deluderanno le aspettative e riserveranno altri splendidi arrangiamenti.

TRACKLIST:

1 - No Line on the Horizon
2 - Magnificent
3 - Moment of Surrender
4 - Unknown Caller
5 - I'll Go Crazy If I Don't Go Crazy Tonight
6 - Get on Your Boots
7 - Stand Up Comedy
8 - Fez - Being Born
9 - White as Snow
10 - Breathe
11 - Cedars of Lebanon

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16.3.09

"No line on the horizon" (U2)... Simply: "Magnificent"!


di Marco Apolloni

Magnificent! Non credo ci sia aggettivo migliore per descrivere il nuovo album degli U2: No line on the horizon, che richiama peraltro il titolo di una superlativa traccia dello stesso. Questi maestri indiscussi del panorama rock contemporaneo, a distanza di cinque anni dalla loro ultima fatica in studio, sono finalmente tornati a parlare per mezzo della loro potente musica. Oltre a rimanere un autentico miracolo creativo la musica degli U2 è conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo per essere testimonial d'importanti campagne umanitarie. Quella che ha avuto fin qui maggiore risonanza mediatica è stata portata avanti dal vocalist Bono Vox. Essa riguarda la cancellazione del debito contratto dai Paesi poveri con quelli ricchi. Ciò testimonia a pieno quanto la musica possa fare – volendolo fortemente – per aiutare le popolazioni vessate da piaghe quali: malattie e miserie. Il che non è molto, ma neppure poco di questi tempi.
Al suo ritorno da un viaggio iniziatico fatto in Etiopia alcuni anni fa, insieme a sua moglie Ali, Bono ha confessato – in una fluviale intervista al magazine Rolling Stone del Gennaio 2006 – di aver attraversato una profonda crisi di coscienza. É da qui, infatti, che prende le mosse il suo infaticabile “impegno sociale”. Nel corso di questi anni esso lo ha portato a negoziare con i potenti della Terra, in nome dei “senza voce”. Ovvero: di quegli individui considerati “ultimi fra gli ultimi” e proprio per questo abbandonati al loro infausto destino. Anche una apparentemente insulsa puntura d'insetto può risultare loro fatale. Quando basterebbero dei comunissimi medicinali, che si possono acquistare persino nei supermercati da noi, a salvare le loro vite. L'avvolgente melodia di Crumbs from your table – track del penultimo album della band irlandese: How to dismantle an atomic bomb – si riferisce appunto alle briciole dei Paesi ricchi che basterebbero, da sole, a sfamare i Paesi poveri. Finché esisterà l'estrema povertà – è convinto Bono – vorrà dire che l'umanità non si sarà ancora scrollata di dosso l'estrema stupidità.
Non è un caso se la canzone più mistica in assoluto degli U2, quale Where the streets have no name, sia nata proprio durante quel significativo soggiorno in Etiopia. Canzone, questa, che riecheggia siderali lontananze e un fantomatico deserto dell'anima, che conduce dritto fino a Dio. Ci è impossibile comprendere i testi delle canzoni degli U2 al di fuori delle evocative parole del “libro dei libri”: la Bibbia. La fede è stato il “faro” che ha illuminato la genesi e l'ascesa musicale nonché spirituale di questi quattro musicisti. Ha dell'incredibile come essi dopo tutti questi anni vadano ancora d'amore e d'accordo, e riescano nel non facile compito di catturare il più vivo interesse del pubblico. Tutto questo senza mai cedere alle stringenti logiche del mercato – un disco ogni quattro o cinque anni è la loro media odierna, relativamente bassa rispetto a quella di molti altri gruppi.
Se c'è un pregio, infatti, che possiamo attribuire a questi quattro saggi uomini – prima che musicisti – è quello di non esser mai scaduti nella banalità. Chi considera “decadente” il loro percorso artistico significa che è un pessimo intenditore d'arte. Nella parabola di ogni artista vi possono essere varie fasi, ma nessuna di esse può considerarsi superiore o inferiore all'altra. I parametri sportivi, ad esempio, esulano completamente da quelli artistici. I soli criteri qui valevoli sono quelli estetici: di “bello” e di “brutto”. Così come esiste solo un'arte bella e un'arte brutta, lo stesso può dirsi di una branca dell'arte qual è la musica. Vale a dire: esistono soltanto belle canzoni e brutte canzoni. E, poco ma sicuro: la maggior parte dei brani degli U2 appartengono di diritto alla prima categoria. Per quanto concerne il loro ultimo album: almeno per dieci/undicesimi è composto da belle o – com'è più opportuno definirle – magnifiche canzoni... Non ascoltarlo sarebbe un delitto!

Alcuni links utili:

(espunto dalla rivista "Impegno Sociale", numero Marzo-Aprile 2009)

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2.3.09

Train de vie (1998)

di Marco Apolloni

Forse molti non sapranno che Roberto Benigni per la realizzazione del suo film premio Oscar La vita è bella (1997) si sia ispirato a Radu Mihaileanu e alla sua originale pellicola Train de vie. Il regista rumeno, di origine ebraica, inviò il soggetto del “matto” – protagonista del suo film – a Benigni, il quale non si disse interessato per poi, subito dopo, estrarre dal cilindro il suo capolavoro assoluto. Mihaileanu, mostrandosi fine conoscitore dell'ironia dolce-amara del suo popolo, affronta un tema delicato e al tempo stesso straziante come la Shoah con tocco lieve e il meno possibile pedante o didascalico. Un po' come lo stesso Benigni, solo che lui ci è arrivato prima – pur vedendosi costretto a posporre la realizzazione del suo progetto.
Allietata dalla “zingaresca” colonna di Goran Bregovic, la vicenda si svolge in un piccolo shtetl: villaggio ebreo dell'Est europeo. Nella prima scena vediamo Schlomo, il matto del villaggio, che corre a perdifiato per avvertire i suoi compaesani dell'imminente arrivo dei nazisti. Quando tutti non sanno che fare, all'improvviso Schlomo, sorprendendo tutti, ha un'idea geniale: l'auto-deportazione dell'intero villaggio. Il suo piano consiste nell'acquistare un treno, scegliere quelli fra loro che hanno più dimestichezza con la cultura e la lingua tedesca e, dopo averli travestiti da finti nazisti, sperare di passarla liscia e prendersi gioco dei veri nazisti, tirando dritti con il loro “treno fantasma” fino in Palestina, via Russia. Questo piano apparentemente strampalato, in realtà, risulta essere la loro unica alternativa per sottrarsi ai lager nazisti. Il finale non è affatto scontato.
Ne fuoriesce un film corale, in cui ci s'immedesima con i bizzarri personaggi, tutti azzeccati, i quali in fuga verso la loro Terra Santa danno vita a godibili e rocamboleschi episodi, che coinvolgono e al contempo fanno riflettere nella giusta maniera lo spettatore. Ecco il loro identikit... Schlomo, la cui saggezza è racchiusa in questa sua perla “Forse Dio ha creato l'uomo... ma l'uomo ha sicuramente creato Dio per inventare se stesso”, confessa di aver voluto fare il rabbino del villaggio, ma visto che il posto era già occupato da un altro si è accontentato di fare il matto. Il vero rabbino al contempo, in una scena davvero memorabile, prega il buon Dio d'Israele di salvare donne, bambini e “già che c'è” anche i vecchi – lui compreso. Mordechai è un fabbricante di legname, scelto nel mazzo per fare il comandante nazista suo malgrado, parte per cui tutti lo detestano nonostante lui lo faccia solo per il bene della collettività. Yossi è il “nerd” del villaggio, perennemente attaccato alla sottana della madre, instauratore d'una cellula bolscevica nel treno e fomentatore di una velleitaria rivolta. Esther, la bella di turno, oggetto delle brame di Yossi, è in cerca del grande amore e si concede al figlio di Mordechai – anch'egli bolscevizzatosi strada facendo – cui Esther impartisce un prezioso insegnamento: un paio di zinne valgono tutti i Marx e i Lenin del mondo...
Forse il più bel film sulla Shoah: brillante, leggero e, soprattutto, riflessivo.


Esempio d'umorismo yiddish:

Schmecht (il germanista): Lo yiddish è una parodia del tedesco con dentro l'umorismo...
Mordechai: Ma i tedeschi lo sanno che facciamo la parodia della loro lingua? Non saranno in guerra per questo?
(Articolo tratto dalla Rivista di Arte, Cultura e Società: L'Aperitivo Illustrato, Numero 24, Febbraio 2009)

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23.2.09

Next (2007)

di Marco Apolloni

Tratto dal racconto di Philip K. Dick The Golden Man, Next diretto da Lee Tamahori è un godibile blockbuster. L'uno è un buon racconto, l'altro un buon film. Salvo che: il genere fantascientifico rende più al chiuso nelle sale buie del cinematografo, dove lo spettatore viene maggiormente coinvolto dagli effetti speciali, che rendono quella che è la visione di uno scrittore una materia non più astratta, ma rappresentata visivamente, dunque viva e pulsante. Perciò anche qui siamo davanti ad uno di quei casi, come tutte le altre pellicole fantascientifiche, dove il film è migliore del racconto che l'ha ispirato, senza nulla togliere a quest'ultimo. Pensare anticipatamente, predire il futuro – per quanto immediato e ravvicinato come può fare il nostro eroe Cris Johnson – è motivo di grande fascinazione. Dick nelle pagine del suo racconto abbozza l'idea che un uomo/animale dotato di un simile potere preveggente possieda il vantaggio o svantaggio, a seconda, di presentire la propria morte, dunque volendo di accettarla visto che sa che accadrà. A ben pensare: ogni morte è certa, lo sappiamo tutti – nostro malgrado –, ma sapere esattamente come si svolgerà l'intero film della propria vita è qualcosa di estremamente avvilente, ci toglierebbe il gusto della sorpresa e soprattutto ci priverebbe della forza titanica di combattere sino all'ultimo per cambiare la propria sorte. Titanismo insito in ogni agire umano e che sottende il tentativo proprio di ciascun uomo di elevarsi al di sopra della propria mortale condizione umana. Wisdom, direttore della divisione nordamericana della DCA – sorta di FBI cacciatrice di mutanti potenzialmente pericolosi – nonché uno dei protagonisti della novella dickiana, si rende conto meglio dei suoi colleghi dell'incredibile pericolosità in cui incorrerebbe la razza umana nel caso brulicassero tanti Cris Johnson. Essa sola ed unica artefice del proprio destino, nel bene e nel male, andrebbe presto a scomparire e subentrerebbe una razza più abietta di persone con appiccicata la loro data di scadenza, manco si trattasse dei cartoni del latte. Tema, questo, già espresso in un romanzo dickiano quale Ma gli androidi sognano pecore elettriche? – da cui è stata tratta la visionaria trasposizione cinematografica Blade Runner del maestro Ridley Scott. L'interrogativo che si pone Dick è: se i poteri di Cris possono giovare o nuocere all'umanità; la risposta che viene delineata sia dalla pagina scritta che dai fotogrammi filmici propende più per la seconda ipotesi. Il Cris del regista Tamahori, che non è diciottenne, non è bello come un dio greco – non ce ne voglia il pur piacente Nicolas Cage che lo interpreta –, né tanto meno ricoperto d'alcuna patina d'oro e che in definitiva è decisamente più umanizzato rispetto al divinizzato Cris dello scrittore Dick, mostra proprio la sua grande sofferenza interiore nel vivere la sua condizione di super-eroe privilegiato. Cliché, questo, che appartiene un po' a tutta la filmografia hollywoodiana che trae la sua ispirazione dai super-eroi dei fumetti della Marvel & Comics, da Superman a Spiderman, tutti ragazzi problematici, che avvertono come un fardello i loro super-poteri come anche il Cristo gnostico di Scorsese di The last temptation. I mutanti come Cris se si riproducessero a dismisura, pericolo che avverte molto bene il direttore Wisdom, creerebbero una nuova razza di apatici, i quali trascorrerebbero i loro giorni vivendo schiacciati dal peso dell'inanità, sapendo tutto ciò che gli accadrà dal giorno della loro nascita fino a quello del loro trapasso definitivo. Una razza simile sarebbe disumana nel senso che sarebbe privata dell'essenza stessa della vita umana, che consiste in un'incessante scoperta quotidiana che noi tutti possiamo fare solo vivendo. Per quanto scontato possa sembrare il segreto svelato della Vita è vivere. Semplicemente e soltanto: vivere!

(Articolo tratto dalla Rivista di Arte, Cultura e Società: L'Aperitivo Illustrato, Numero 23, Gennaio 2009)

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5.2.09

Panem et circenses Vs. Ragnarök


di Marco Apolloni

Come hanno speso i loro ultimi soldi della campagna elettorale i due candidati alla Casa Bianca, il neo-eletto Barack Obama e l'onorevole sconfitto John McCain? Risposta: negli spot televisivi. Ergo: la televisione è il più potente strumento di potere delle odierne democrazie occidentali, Italia compresa. Vista la sua imprescindibilità, la TV è diventata lo specchio della nostra società. Dunque la domanda è la seguente: cosa filtra dal nostro tubo catodico e soprattutto quale spaccato d'Italia ci danno i programmi televisivi? In nome del politically correct semplificherò il panorama televisivo italiano distinguendolo in due correnti generali: una di centro-destra e l'altra di centro-sinistra. Della prima fanno parte programmi come i reality show: dall'Isola dei famosi alla Talpa, passando per il Grande Fratello; e trasmissioni di approfondimento sull'attualità: Porta a Porta e Matrix. Della seconda fanno parte invece programmi di satira: Parla con lei e Crozza Show (confinato, però, nel canale marginale de La7); e trasmissioni d'indagine sociale quali: Ballarò e Anno Zero, passando per L'Infedele (anch'esso posto nel confino de La7). Di sicuro ne ho dimenticata qualcuna, ma credo di avervi dato un'idea perlomeno approssimativa dell'odierno palinsesto televisivo italiano. Tralascio volutamente il discorso sul conflitto d'interessi, che quelli di sinistra non hanno risolto e che quelli di destra non hanno alcuna intenzione di risolvere. Malgrado i rapporti di Reporters sans frontières in materia di libertà di stampa parlino chiaro in proposito: stimandoci nella loro personale classifica alla stregua di una qualsiasi Repubblica delle Banane. Ad ogni modo, non è questo il luogo adatto per parlare di simili chimere. Restando coi piedi per terra, voglio qui limitarmi soltanto ad analizzare, come si suol dire, quel che passa il convento.

Siccome in Italia si leggono pochi libri o giornali – il più letto rimane sempre La Gazzetta dello Sport – e viceversa si guarda tanta televisione, ne consegue che il clima culturale o sotto-culturale, come preferite, nel nostro Paese è determinato dal potente mezzo televisivo. La TV dunque riflette, a seconda, sia gli umori dei monarchici elettori di centro-destra, sia quelli dei giacobini elettori di centro-sinistra.

I monarchici quando sentono parlare di crisi economica mondiale ammettono che la situazione è seria, ma che finché c'è il Cavaliere c'è speranza. I reality show che imperversano in televisione si prefiggono l'obiettivo di distrarre il popolino ed intrattenerlo. Volti noti e meno noti intasano il tubo catodico, dando vita ad individuali scenate di gelosia e a scene di delirio collettivo. Ironia della sorte capita che in alcuni di questi programmi, come L'isola dei famosi, vinca una “macchietta” professatasi comunista, come Vladimir Luxuria. Risultato: il famelico pubblico riceve il consueto panem et circenses, che dall'età dei Romani in poi è divenuto il metodo più infallibile con cui chi comanda tiene prudentemente a bada i bollori delle masse popolari. D'altra parte trasmissioni quali Porta a porta e Matrix si concentrano sempre più su fenomeni di costume o di cronaca nera (delitti di Cogne, Erba, Garlasco, Perugia, eccetera, non a caso in Italia l'unico genere letterario che si salva è il noir), toccando solo di striscio i grandi temi d'attualità (riforme, crisi, scioperi e via dicendo). L'umore degli elettori di centro-destra, influenzati dai loro programmi preferiti, è tendente ad un ottimismo di facciata, nonostante il carovita e la fatica che loro stessi fanno per scavalcare la soglia della  fatidica “terza settimana”. I giacobini al contrario quando gli si parla di crisi vengono punti sul vivo e con occhi spiritati danno fondo a tutta una sequela di previsioni apocalittiche. Nel dir ciò vengono imboccati dai vari Floris, Lerner e Santoro. Tempi di spada e di lupi si preannunciano per essi e come le popolazioni vichinghe attendevano il Ragnarök – equivalente del cristiano Giorno del Giudizio –, allo stesso modo gli elettori di centro-sinistra tornati alla prima fase del marxismo, quella messianica, attendono un Messia che lavi i peccati della televisione.

In conclusione, accantonando il mio giudizio sulla TV italiana – che, detto fra noi, non può che essere negativo –, a chi mi chieda cosa le manchi per spiccare il salto di qualità rispondo due cose soltanto: la prima è un po' più di equilibrio; la seconda – udite udite sto per dire una “parolaccia” – è un po' di sana Cultura con la C maiuscola...    

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