"La religione in Jean-Jacques Rousseau": nuovo saggio per Marco Apolloni
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"Fratelli, ciò che facciamo in vita, riecheggia nell'eternità..." (The Gladiator)
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Dopo i piovaschi della prima ventina di giugno, già temevamo il peggio: un'estate da passare con la spada di Damocle calata in testa, tra un bagno e una tintarella. Ammettiamolo... Ciascuno di noi ha segretamente temuto di dover trascorrere il proprio tempo in spiaggia con gli occhi puntati verso i nuvoloni provenienti dalle Alpi o dall'Appennino. Timore, a quanto pare, infondato. L'estate così a lungo sognata alla fine ci ha degnato della sua presenza. A dire il vero ci ha colti un po' impreparati, con il barometro costantemente fisso tra i 30 e i 35 gradi in tutte le principali città italiane. Così all'improvviso, inaspettata, potente, suadente, l'estate è tornata a far parlare di sé. E con l'arrivo della bella stagione certe passioni sepolte in noi, certe nostre fisiologiche pulsioni, sono tornate a farsi sentire. Con tutta quella mercanzia davanti, come resistere alle mille e più tentazioni della carne - fin troppo "debole" in certi periodi. Del resto l'estate è la stagione ideale per tutti i tipi di accoppiamento, mammifero e non. Ce n'è per tutti i gusti. Come canta Max Gazzè, ci risiamo. È sempre: Il solito sesso... Etichette: Cinema, coca e rum, Hollywood, Il solito sesso, Incinta, Juno, Narrativa, play-station, prima volta
Dio solo sa da quanto tempo aspettavo di vivere un simile, emozionante ed indimenticabile concerto del mio primo “idolo” musicale – in coabitazione con Bono Vox & Co. – e finalmente sono stato accontentato. Ieri sera, una torrida sera d'inizio estate, il rocker statunitense ha dato vita ad uno spettacolo indescrivibile. L'anno scorso, più o meno in questo periodo, sullo stesso palco di S. Siro avevo visto dimenarsi Mick Jagger e i suoi Stones. Quindi è stato piuttosto inevitabile per il sottoscritto fare dei paragoni. E se vi dico che Mick e i suoi in confronto a Bruce e all'inossidabile E Street Band mi sono sembrati dei dilettanti o quasi, dovete assolutamente credermi.
Assistere alle gesta di questo dio-della-musica dei nostri tempi è stata per me una sensazione beatificante. Inutile dirlo, solo chi c'era può capirmi. La bravura di Bruce, oltre che nella sua maestosa voce – che con gli anni sembra aver acquistato una maggiore e più piena consapevolezza di sé e delle sue inesauribili capacità –, oltre al fatto di avere un band con gli “attributi” giusti e che “spacca”, va tutta ricercata secondo me nel suo essere un uomo prima che un artista assolutamente genuino: capace di emozionare e di emozionarsi sul palco. Molti “mostri sacri” alle luci della ribalta come lui, non hanno queste sue essenziali capacità – che sono più facili a dirsi che a farsi. Per raggiungere l'empatia con il suo pubblico a Bruce non serve la bacchetta magica né tanto meno servono effetti spaziali – tipo giochi di luce strani, palchi disegnati su misura dai migliori designer del mondo, fumi densi e mefistofelici o chi più ne ha più ne metta (da notare l'assoluta sobrietà scenica con cui era addobbato il palco e il minimalismo assoluto degli effetti usati per la serata). A lui basta essere semplicemente se stesso, basta metterci la faccia, basta insomma essere al cento per cento Bruce! Noi 61mila in visibilio dalle gradinate ci rivolgevamo a lui – al termine di ognuna delle sue più epocali songs – in un solo coro di: “Brùs brùs brùs brùs brùs brùs brùs”. Coro, questo, che non ha eguali nel mondo della musica e ti fa venire la pelle d'oca tant'è martellante. L'unico parallelo che mi viene in mente è con l'universo calcistico e mi rivolgo nello specifico al tipico modo di festeggiare dei tifosi del Manchester United i goals di quello che all'epoca era il loro bomber di razza – attualmente in forza al Real Madrid – Ruud Van Nisterloy. Il loro coro era: “Rùùd rùùd rùùd rùùd rùùd rùùd rùùd”...Etichette: Born to run, Boss, Bruce Springsteen, concerto, E Street Band, Musica, San Siro
Correva l’anno 1994. La meta del viaggio era già stata definita: avremmo dovuto sostare qualche giorno in un campeggio medio-grande e studiare attentamente le ripide dell’Ardeche, poi affrontarne la furia nei giorni seguenti. Avremmo disceso il fiume francese, chi in canoa chi in kayak. Solo dopo essere arrivati a destinazione ci saremmo mossi verso sud, verso la costa meridionale della Francia e le sabbie bianche di Thaiti. La discesa andò liscia, nonostante qualche capottamento nelle ripide più note. E così partimmo, alla volta del Sud. Decidemmo di avventurarci verso un terreno da noi ancora inesplorato: la Camargue. Dopo un tour improvvisato, avanzando per tentativi, e sbagliando spesso strada, giungemmo a destinazione.
Mi avevano detto che la Camargue fosse un terreno ancora incontaminato, la patria della natura, dove i cavalli e gli aironi vivono in totale libertà senza vincoli né cacciatori. Mi aspettavo un’oasi naturale, immensa, in cui uomini e animali vivono a stretto contatto, senza vincoli, nel pieno rispetto delle specie.
Arrivammo al tramonto. Il sole era un cerchio di fuoco, proprio come nelle stampe vendute dai baracchini ai margini della strada. Ne acquistammo una. Il paesaggio era identico. Mozzafiato.
Entrammo a Saintes-Maries-de-la-Mer, “capitale” della Camargue ma, soprattutto, punto di raccolta per tutti i gitani del mondo. In ogni angolo della città chitarristi rom si esibivano proponendo il repertorio musicale dei Gipsy Kings. Che musica. Muovevano le dita con una tale leggerezza... Erano tutti rom, o quasi. Beh, la stragrande maggioranza di quei musicisti apparteneva ad una popolazione nomade. Eppure in Camargue il nomadismo era - ed è tuttora - considerato alla stregua di una virtù. Esiste perfino una festa, nel mese di maggio, a Saintes-Maries-de-la-Mer, in onore del popolo gitano. È la festa di Santa Sara, protettrice dei nomadi, alla quale i fedeli fanno risalire l'antica evangelizzazione della regione.
Sono più di 10.000 gli zingari che da ogni parte del continente si radunano in Camargue per prendere parte alla processione religiosa. Fra veglie, preghiere e canti si assiste e si partecipa a una suggestiva cerimonia di folklore. La vera festa però è nelle strade, nella piazzetta, fra gli accampamenti, tra gli zingari che trascinano anche chi non è prettamente uno di loro: danze, veglie notturne, canti e falò.
La tradizione gitana emerge e non può essere ignorata dai passanti. Scoppia nelle urla d’allegria delle sue donne, divampa negli animi dei musicisti che invitano tutti ad accompagnarli coi canti.
E poi la processione: una vera fiumana di gente che, credente, venera la propria protettrice - forse unico vero punto di riferimento in una vita senza legami. Oggi “nomadismo” è associato a “criminalità”. Non si può scappare da questo pregiudizio, è ormai parte della nostra cultura. Ma pensiamo che a pochi chilometri da noi, in un Paese col quale confiniamo, esistono popolazioni intere che riescono a radunarsi e fare del loro girovagare una virtù, degna di essere fotografata e vissuta dai turisti - che ogni anno accorrono a centinaia per assistervi. Riflettiamoci su. E magari... Viviamola insieme a loro!
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Dispiace ammetterlo, ma questo film non mi è piaciuto. Sarà che le aspettative erano troppo alte, sarà che la regista (ndr. Cristina Comencini) è più portata per il genere drammatico – ben riuscito, a questo proposito, è stato La bestia nel cuore (2005) –, sarà che Fabio Volo come attore è mono-espressivo e per questo mi suscita un certo nervosismo. So solo che mi aspettavo qualcosa di meglio. La storia, in sé e per sé, pur essendo piena di cliché e pur non eccedendo in originalità – scontato è il metro di paragone con Indovina chi viene a cena (1967) –, potrebbe anche funzionare. Carlo (Fabio Volo), tecnico-informatico, è sposato con Elena (Ambra Angiolini), una terzomondista convinta che coordina un'associazione di gemellaggio tra l'Italia e i Paesi africani. In occasione di un ricevimento di beneficenza al quale Carlo va, come al solito, controvoglia, incontra una nera stentorea, Nadine (Aïssa Maïga), sposata con l'intellettuale senegalese Bertrand (Eric Ebouaney). I due alla prima occasione – l'escamotage gli viene offerto dalla riparazione del computer di lei, con relativa consegna a domicilio – si accoppiano in un vorticare di corpi, in cui spicca il color cioccolato di lei e quello latteo di lui. La multi-razzialità del film si esaurisce pressoché qui: due corpi nudi, che assemblati fanno la casacca juventina. Niente di meno e niente di più. Peccato, perché l'occasione di parlare non in maniera scontata di un amore tra un bianco e una nera nel nostro Paese – specie se, come in questo caso, con l'aggravante delle “corna” –, poteva essere un'occasione ghiotta da non lasciarsi scappare. L'Italia, di certo, non spicca in materia di amori multi-etnici rispetto agli altri Paesi europei – in questo almeno, molto più all'avanguardia. Il nostro può considerarsi tranquillamente più che un “Paese” un “paesetto” piccolo-borghese, dove ancora certi pregiudizi razziali persistono incontrastati.Etichette: Ambra Angiolini, Bianco e nero, Cinema, Cristina Comencini, Dino Risi, Fabio Volo, giovani generazioni, Italietta, parrucconi, trasformisti
Lo ammetto, in materia di libri non sono proprio uno sciovinista. Ma stavolta, con Caos calmo di Sandro Veronesi, mi son dovuto ricredere. È un libro piuttosto voluminoso, in teoria scoraggiante già a priori, anche se - leggicchiando il retro della copertina e dando una sfogliata furtiva all'opera in questione - ti fa sperare di trovarvi qualcosa per cui valga la pena leggerlo. La trama lineare e originale si dipana per 450 pagine senza mai annoiare il lettore - che del resto è il requisito essenziale per qualsiasi libro che si rispetti. Un padre di mezza età si ritrova dalla sera alla mattina a dover badare da solo alla sua bambina, a causa della morte improvvisa e inaspettata della sua compagna. Per farlo lui adotterà una tecnica davvero particolare: il primo giorno di rientro a scuola dopo le vacanze estive promette alla figlia di aspettarla fino al suono della campanella lì fuori, in modo da rimanerle più vicino e non farla sentire troppo sola. La figlioletta basita, accetta e schizza in classe. Passa un giorno, due, tre, quattro e questo papà eccentrico di nome Pietro Paladini ci prende l'abitudine e non si scolla più dal suo personale angolino, da cui osserva il brulichio della vita intorno a lui. Si ritaglia questo posticino nel mondo perché è sbalordito di non riuscire a soffrire per la perdita della compagna, con la quale peraltro si sarebbe dovuto sposare a breve. Sofferenza, invece, che egli vede riversarsi addosso da una lunga sequela di personaggi, i quali gli confessano le loro più inconfessate paure e angosce esistenziali. Una cognata già con due figli a carico a cui badare e messa incinta per la terza volta consecutiva da un tipo con cui è stata una notte e via e che quindi non potrà mai essere un padre modello. Cognata con la quale, peraltro, Pietro era finito a letto prima ancora di conoscere la sorella di lei, che sarebbe poi diventata la madre di sua figlia. Vi sono due stranissimi colleghi di lavoro: il kafkiano Piquet ed il gesuitico Enoch. Il primo più fulminato di una lampadina, ha una giovane amante, bella, che lo fa uscire dai gangheri con frasi sconnesse e volgari per poi subito dopo correggersi e negare l'accaduto. Il secondo si licenzia in tronco dalla compagnia perché non condivide le ragioni della fusione, che sta per abbattersi sulla loro azienda; perciò decide di rifugiarsi in una sperduta missione in Zimbabwe. Oltre ai suddetti personaggi, durante la sosta ad oltranza nella sua monovolume Pietro dovrà fare i conti con un'avvenente ragazza - che come unica occupazione fa spinning ogni mattina - e con la madre di un ragazzo affetto dalla “sindrome del cromosoma in più” - a cui Pietro regalerà delle piccole soddisfazioni salutandolo ogni volta coi fari lampeggianti della sua auto. C’è infine un altro vedovo, un perfetto sconosciuto, anch’egli di origine romana come Pietro, che lo invita per un'abbuffata di pastasciutta a casa sua e gli rivela tutta la sua comprensione, visto che pure lui ha dovuto affrontare la perdita della moglie. Azzeccata e funzionante in ogni minimo dettaglio è la lunga scena di “sesso africano” tra Pietro ed Eleonora Simoncini, magnate dell'industria dolciaria svizzera alla quale Pietro aveva salvato la vita il giorno in cui venne a mancare Lara, la sua compagna. Riassumendo, Caos calmo è un libro che consiglio caldamente di leggere. Arrivato all'ultima riga dell'ultima pagina mi è venuto in mente un paragone lusinghiero sull'autore: si potrebbe dire che Sandro Veronesi è il Nick Hornby italiano, solo molto più bravo di Hornby. In effetti, a pensarci bene, per ogni bel libro straniero che comprate ce n'è uno italiano altrettanto bello, che merita qualche quattrino di fiducia in più. (ndr. Dal romanzo è stato tratto il film di Antonello Grimaldi, interpretato da Nanni Moretti ed Isabella Ferrari - rispettivamente Pietro Paladini ed Eleonora Simoncini - vincitore di tre David di Donatello.) Etichette: Caos calmo, Cinema, Isabella Ferrari, Letteratura, Nanni Moretti, Nick Hornby, Sandro Veronesi
Se c'è una cosa che detesto del mio paesello natio quella è senza dubbio la rapidità con cui si diffondono le cattive notizie. Non c'è paesano/a che non tenga il computo delle morti giornaliere, tanto basta affacciarsi o fare una capatina dai propri vicini di casa per essere informati in tempo reale. Per non dire delle malattie. Meglio non ammalarsi mai dalle mie parti, se non si vuol essere seppelliti prima del tempo. L'altro giorno ho incontrato un tizio per strada che mia madre dava già per spacciato. Al che incuriosito dalle insinuazioni materne e siccome lo conosco da una vita, mi permetto di chiedergli come sta e mi sento immediatamente rispondere: “Mai stato meglio, perché?”. A quel punto avevo due opzioni davanti a me, o spifferare le voci che mi ero sentito raccontare da mia madre facendola passare per una “casalingua” di quelle incorreggibili oppure glissare dicendo che mi era venuto così spontaneo informarmi sullo stato di salute di un vecchio conoscente dopo tanto tempo che non lo vedevo. Alla fine, come potrete facilmente immaginare, scelsi questa seconda opzione, salvando la reputazione materna. Il caso di quest'uomo è all'ordine del giorno a "xxx" (n.d.r. lo chiamerò così per mantenere l'anonimato), dove basta farsi sgamare in un ospedale a fare esami un tantino sofisticati per vedersi diagnosticate, non dai medici ma dai propri compaesani, malattie alquanto improbabili e tutte guarda caso letali. Dico sul serio. Francamente non so voi, ma a me questo continuo impicciarsi delle faccende altrui mi fa montare su tutte le furie. Se devo essere sincero preferisco di gran lunga il grigio anonimato delle città, dove a nessuno importa del computo dei morti e degli ammalati, perché altrimenti ciascuno si rivolgerebbe una pistola alla tempia e non esiterebbe a far fuoco.Etichette: Firenze, marciapiedi, mendicanti, Narrativa, racconto
di Marco Apolloni
Secondo lavoro del regista quarantenne Judd Apatow, dopo il successo al botteghino ottenuto al primo tentativo con 40 anni vergine (2005). Stavolta il tema trattato è la gravidanza e i protagonisti sono: il simpatico “funcazzista” Ben Stone (Seth Rogen) e la carinissima biondina Alison Scott (Katherine Heigl, già in Grey's Anatomy). Ben trascorre i suoi giorni a rollare canne in compagnia di altri suoi quattro amici, svitati e canadesi come lui, che come unico progetto di vita hanno in mente un sito internet in cui segnalare i minuti più hot dei film. Alison invece è la classica donna in carriera, che ha una sorella maggiore, già moglie e madre. Per festeggiare la promozione di Alison, ottenuta all'interno del network televisivo per cui lavora, le due sorelle optano per passare una serata in un locale alla moda. Qui Alison incontra Ben e tra i due - un po' alticci - s'instaura subito una strana alchimia: lui pacioccone e fissato con il gesto del lancio dei dadi durante il ballo; lei suicide blonde dalla sensualità straripante. Ben e Alison approfondiranno la loro conoscenza fra le lenzuola gualcite. Piccolo contrattempo: lei rimane incinta! Quella che doveva essere la classica "botta e via" diventa un vero e proprio guaio. Da questo incidente di percorso si svolge una trama piuttosto divertente, nella quale i due personaggi acquistano la simpatia del pubblico per spirito d'immedesimazione. Del resto la loro storia è assolutamente verosimile, con l'unica eccezione che nella realtà viene vissuta in maniera un tantino più drammatica mentre il film la rende più comica - tanto si tratta di fiction. Molto incinta sembra sotto tutti i punti di vista una commedia fresca e pure con una certa implicazione sociale. Il problema delle gravidanze indesiderate, in effetti, è molto attuale oltre che sentito tra i giovani – i quali sempre più spesso si avventurano in scorribande sessuali senza usare le dovute precauzioni. Il film, in quelle che parrebbero le intenzioni del regista, vuole trasmettere una morale positiva sull'importanza di fare la scelta giusta. Alison e Ben non solo decideranno di tenere il bambino, anzi la bambina, ma impareranno anche ad amarsi nonostante la loro lampante diversità. Merita particolare menzione il protagonista maschile, che per conquistare la futura mamma subisce una sostanziale metamorfosi, tramutandosi da brutto anatroccolo a cigno delle favole, da perdigiorno impenitente a lavoratore indefesso per mantenersi una casa più accogliente e salubre rispetto a dove stava prima. Il lieto fine è scontato: la bambina nasce sana e salva, papà e mamma vanno a vivere insieme, e dall'esperienza appena vissuta ne escono alla grande oltre che decisamente edificati. Giudizio complessivo: vivamente consigliato!
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Torna a casa Renzo Martinelli. Ancora una volta. Come il figliol prodigo. Torna qui dove tutto è iniziato, dove ancora vive parte della sua famiglia, dove i suoi vecchi compagni di banco lo attendono in occasione di ogni nuova anteprima. L’avevamo lasciato con «Il mercante di Pietre» risalente al 2005 ed ora il regista cesanese è tornato per commentare la sua ultima pellicola, proiettata sabato scorso in anteprima italiana al cineteatro Excelsior. «Carnera – The walking mountain» è un film improntato sulla figura dell’omonimo pugile, Primo Carnera, vissuto agli inizi del Novecento. Diversi i parallelismi fra Martinelli e Carnera che emergono colloquiando a tu per tu con il regista: l’attaccamento alle origini, l’orgoglio di essere italiani, la profonda credenza in valori come quello familiare. Sia il regista che il pugile sono entrambi contrassegnati da forti legami con il loro vissuto. «La mia famiglia conta molto per me – spiega Renzo Martinelli –. Ho una moglie e tre figli che mi porto sempre dietro e con i quali cerco di spendere il maggiore tempo possibile, quando non sono occupato con un film. Ho un forte attaccamento alle mie radici. Il fatto stesso di tornare a Cesano ogni volta che esce un mio film lascia intendere quanto io tenga alla mia città».Etichette: America, Andrea Iaia, Anna Valle, Cesano Maderno, Cinema, Film, Primo Carnera, pugilato, Renzo Martinelli
Si è conclusa il 28 aprile a Castelfidardo la prima tranche di interventi del ventiquattrenne fidardense Marco Apolloni, studioso di filosofia che ha scelto proprio la regione natia, le Marche, per iniziare a presentare il suo primo saggio intitolato CineFilosofando ed edito Kimerik. Dopo l’inaugurazione a Civitanova Marche, città paterna dell’autore, Marco Apolloni è approdato nella sua Città, alla presenza di autorità locali – fra cui l’assessore alla Cultura Moreno Giannattasio – e cinefili. Nonostante si stessero tenendo in contemporanea altre conferenze in città, la serata ha riscosso un soddisfacente successo di pubblico. Ospitato presso la Sala della Musica dell’“On Stage Club” di via Soprani, locale gestito da Giampiero Bartolini, l’incontro ha richiamato a sé una quarantina di spettatori, accorsi per scoprire come la filosofia possa essere accostata alla cinematografia, creando un connubio piacevole per i “non addetti ai lavori” – coloro che non sono esperti di filosofia ma che in qualche modo possono esserne attratti mediante l’analisi di un film.
La presentazione fidardense è stata inaugurata dall’assessore Giannattasio, il quale – dopo i consueti ringraziamenti ai presenti – ha tenuto a sottolineare l’importanza di una serata come questa, in cui ad essere protagonista è un ragazzo di Castelfidardo impegnato nella Cultura – con la C maiuscola. «Sono lieto di poter presentare questa sera il libro di un giovane della nostra Città – ha dichiarato –, il cui saggio accosta piacevolmente la filosofia alla cinematografia». Ringraziamenti a parte, è seguita la proiezione di un breve video introduttivo ed esplicativo, teso a creare la giusta atmosfera, in cui sono state racchiuse le scene più significative di ogni pellicola trattata nel saggio. Così a prendere la parola è stata Paola Mancinelli, anch’essa fidardense e nota studiosa di filosofia – ricercatrice presso l’Università di Macerata e professoressa presso un liceo di Recanati. Il ruolo della moderatrice, in occasione della presentazione, è stato quello di intrattenere un rapporto dialogico con l’autore, per introdurre le tematiche affrontate. «Io ho improntato la presentazione in modo dialogico proprio per dare più spazio all’autore – ha spiegato la moderatrice –. Quindi gli ho fatto una serie di domande, in modo che lui potesse rispondere e spiegare la motivazione di questo saggio così appassionato e in qualche modo così originale». La conversazione fra i due, essendo entrambi amanti della filosofia, non ha potuto sottrarsi alla citazione di nomi noti quali Martin Heidegger o René Girard, rispettivamente presi a esempio per parlare de La caduta e Ghost Dog – il primo – e Tristano & Isotta – il secondo. «Ho preso in considerazione sette pellicole e ciascuna di esse affronta una tematica particolare – ha dichiarato Marco Apolloni –. Nonostante ciò, però, tutte e sette rispettano un medesimo adagio e cioè che la vita è come un film. È proprio questo il minimo comun denominatore che ho trovato in ciascuna pellicola. I film come la vita, infatti, hanno una stessa struttura narrativa: un inizio, uno svolgimento e purtroppo anche una fine». Un tema altrettanto importante è sicuramente quello sacrificale, presente in Ghost Dog, La caduta, L’ultima tentazione di Cristo e Donnie Darko.
Ma CineFilosofando non si limita a questi due denominatori. Il saggio di Marco Apolloni racchiude molto di più: è coraggio, è follia, è amore, è onore, è amicizia, è speranza. Sentimenti, questi, che toccano – a volte marginalmente, a volte in maniera più profonda – quasi tutti e sette i film trattati: Ghost Dog, Donnie Darko, L’ultima tentazione di Cristo, Il tredicesimo guerriero, Tristano & Isotta, La caduta, L’appartamento spagnolo. «Mantenendo il filone da me introdotto ed affermando dunque che la vita come un film, credo che il nostro passato, la nostra civiltà e la nostra storia non vadano abbandonati. “Chi dimentica la storia spesso è condannato a ripeterla”, per usare il filosofo messicano Carlos Santayana, o per dirla con Mark Twain “la storia non si ripete ma spesso fa rima”. A volta è una rima spiacevole, ma altre volte può darci dei preziosi suggerimenti per impostare un futuro diverso e per coltivare quella che è un’idea giusta come può essere l’Europa unita. Invito dunque tutti quanti ad avere una visione più ottimistica di quella che è la nostra civiltà». Il libro di Marco Apolloni è in vendita presso la Libreria Aleph di Castelfidardo, sita in via Matteotti 12.
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