23.11.07

La nascita del Partito Democratico

di Marco Apolloni

Una nuova creatura è stata partorita in quel “variegato” universo politico nazionale. Si chiama Partito Democratico, ma dagli amici si fa già chiamare con la sigla abbreviata PD. Il traghettatore, il Caronte di turno, che avrà il compito di condurre quella risma di politici dannati e litigiosi lungo le acque sulfuree dello Stige infernale, è nientemeno che Walter Veltroni.
Sì, proprio lui, quello che lo spietato vignettista Forattini raffigura come una macchietta con il corpo di larva e una faccia floscia, con l'inconfondibile neo alla Cindy Crawford in rilievo. L'immagine veltroniana consegnataci dal tratto del celebre vignettista non gli rende certamente onore. Anche se in quanto ad avvenenza questi non può decisamente competere con i suoi due colleghi “piacioni” Rutelli e Casini. Se non altro si tratta di un politico purosangue, a trecentosessanta gradi, che svetta sugli altri per cultura e umanità. Scrittore da un lato e terzomondista convinto dall'altro, Veltroni incarna il “volto nuovo” della politica italiana.
Il suo lato umano – anche se dovremmo dir meglio “umanitario” – merita una particolare menzione. Un politico con l'Africa nel cuore, questo è Veltroni; ossia uno con un occhio di riguardo per gli emarginati della terra, persuaso che le loro sfortune presto o tardi finiranno con il riversarsi sciaguratamente su di noi e che, quindi, prima ci occuperemo delle loro piaghe sanguinanti e prima cureremo anche le nostre – tra cui su tutte: una selvaggia quanto sfrenata immigrazione. Perché dare un aiuto a queste persone nella loro terra madre, può voler dire non ritrovarsele dietro la porta di casa a elemosinare disperate la nostra carità, che a noi non costa nulla o quasi mentre a loro garantisce un pasto caldo per tirare a campare...
A questo proposito, naturalmente, ha qualcosa da ridire il líder máximo della Casa delle Libertà, che sorride all'idea che Veltroni rappresenti la “novità assoluta” della politica italiana. Di sicuro Veltroni non è politicamente “vergine” e vanta senza dubbio una non indifferente esperienza politica sin da quando, poco più che ventenne, entrò a far parte del consiglio comunale della sua città natale. Se non altro, però, di lui possiamo dire che sia “il più giovane fra i più esperti” e fidatevi che in tempi di magra come i nostri e – quel che è peggio – in un Paese come il nostro, abituato all'egemonia politica degli ultra-settantenni, non è poco. Quando si dice, infatti, che occorre fare largo ai giovani, di solito si fa del qualunquismo spicciolo. Parola di giovane, ve lo garantisco. Molto spesso giovane è sinonimo di sprovveduto, quindi occorre sì una maggiore partecipazione dei giovani in ambito politico, però essi vanno disciplinati da gente più svezzata e abituata ai compromessi o agli intrighi di palazzo di cui è fatta da sempre la politica.
Cinquantenni come Veltroni – dunque neanche troppo vecchi – forse sono il “segno” che i tempi stanno cambiando e cioè che si sta avvertendo, con crescente persistenza, l'esigenza di dare maggiore credibilità alla nostra “malridotta” politica nazionale. Specialmente in un momento come questo, talmente delicato, in cui tanto si discute di quell'aberrante fenomeno chiamato anti-politica (ben peggiore di quel male, la politica, di cui pretende di essere la cura) e dove i “grillomani” di tutta Italia si danno appuntamento in mezzo alle piazze, gettando il nostro Paese nel caos più totale.
Certo, Veltroni non è senz'altro un volto nuovissimo ma perlomeno è fresco. Ha il volto di chi non ha ancora commesso grossi sbagli e a cui, pertanto, dobbiamo concedere il privilegio di sbagliare, purché lo faccia in buona fede. Partendo dallo sconsolato assunto che chi fa politica deve – in una certa misura – sporcarsi un po' le mani, auguriamo sinceramente al nuovo leader del Partito Democratico di sporcarsele ma di ricordarsi ogni tanto di sciacquarsele, per lavar via la sporcizia...

19.11.07

"Il tredicesimo guerriero" (1999)

di Marco Apolloni

Per una buona volta la versione cinematografica riesce ad essere all'altezza del romanzo che l'ha ispirata. Il tredicesimo guerriero diretto da John Mc Tiernan e prodotto dallo stesso autore del romanzo Mangiatori di morte (Micheal Crichton), si colloca a metà tra il genere fantasy e quello storico. Proprio a causa di alcune incomprensioni tra il regista e il produttore, le riprese del film sono state assai tortuose. Dopo iniziali disaccordi i due sono riusciti a sciogliere ogni indugio. Chi ha letto il romanzo non ha alcun motivo di rimanere deluso dall'eccellente resa filmica; per chi invece non l'avesse ancora letto, si consiglia caldamente la visione della pellicola per incentivarne, poi, la lettura.
L'aspetto più fedele al testo riguarda la figura del raffinato dignitario arabo Ibn Fadlan – interpretato da un calzante Antonio Banderas, non nuovo a simili parti – il quale aggiunge quel tocco suggestivo d'esotismo e d'incontro tra due culture, quella vichinga e quella araba appunto. Addirittura nel film permane una certa nota filo-araba – già emersa nel romanzo – che potrebbe non poco infastidire alcuni odierni fautori dello scontro di civiltà e che, con scarsa conoscenza dei fatti storici, rivendicano tutt'oggi una presunta superiorità pratico-ideologica dell'Occidente civilizzato sul mondo arabo. Nel film, come del resto anche nel romanzo, questa “superiorità” è senza dubbio rovesciata a scapito dell'Occidente, qui rappresentato da rozzi e sudici guerrieri vichinghi – che sfigurano decisamente con il colto Ibn Fadlan: vestito sempre di tutto punto, con abiti sgargianti e in testa il suo inseparabile turbante. Lui, non a caso, è originario di Baghdad considerata all'epoca una sorta di caput mundi, contraddistinta da una cultura e da una civiltà avanzata per quei tempi bui. All'estremo nord dell'Europa, invece, le popolazioni vichinghe vivono perlopiù in rudimentali catapecchie prive di luce – le finestre non erano ancora state inventate –, ignorando le più elementari norme igieniche e che, alla prima occasione buona, non perdevano tempo a scannarsi gli uni con gli altri per futili motivi.
Oltre ad un velato panarabismo di fondo, il film ha tutti gli ingredienti per potere piacere ad un vasto pubblico. In proposito, nel riadattamento cinematografico sono stati inseriti elementi aggiuntivi su tutti: una scappatina amorosa tra un'avvenente indigena e Ibn Fadlan – peraltro messo al bando dalla sua città proprio per non aver resistito alla tentazione di “calarsi i calzoni” con la donna sbagliata. Differenza rilevante tra il romanzo e il film è che, in quest'ultimo, la profezia di una “costosa” vittoria a Buliwyf
1 e ai suoi viene fatta da una vecchia strega, che vive in recessi cavernosi; mentre nel romanzo sono i nani – detti «tengol» – a farla.
Gli amanti del genere epic-movie non rimarranno delusi da questo valido film, assistendo a scontri a dir poco cruenti – ci sono scene in cui appaiono frattaglie umane stile banco di macelleria, la cui visione è sconsigliata ad un pubblico facilmente impressionabile.
L'ambientazione notturna, boschiva e nebbiosa rende bene l'idea e consegna all'immaginario collettivo un Medioevo insidioso, dove la vita umana è contraddistinta da una maggiore precarietà e la morte è un'entità onnipresente con la quale si deve imparare a convivere. La concezione del Walhalla è l'unico strumento consolatorio di cui gli impavidi guerrieri vichinghi dispongono. Il Walhalla infatti è il loro paradiso guerresco, ove tutti i più intrepidi guerrieri andranno da morti e lì combatteranno di giorno e banchetteranno di notte, in attesa del Ragnarök: giorno in cui essi combatteranno nelle milizie di Odino contro le forze demoniache al soldo di Loki. Memorabile la scena della battaglia finale, in cui Buliwyf e gli altri si raccomandano ai loro antenati, promettendo di raggiungerli presto, non prima però di aver compiuto una vera e propria carneficina sul campo di battaglia. Il loro coraggio sovrumano si spiega solo tenendo conto della loro etica guerriera, che imponeva loro di combattere fino all'ultimo solo per meritarsi un buon epitaffio...

La suspense è ben miscelata e regge per tutta la durata della pellicola. "Cameo" di Omar Sharif nei panni dell'arabo Melchisedek, saggio consigliere di Ibn Fadlan, il quale lo inizia agli usi e costumi dei vichinghi.


***


1
Infatti il valoroso capo-normanno pagherà infatti con la sua stessa vita la vittoria finale sulle abominevoli creature della nebbia, i temibili Wendol.

17.11.07

Il "dilemma" dell'aborto

di Silvia Del Beccaro

Esiste al mondo un'etica laica? E se sì, in che modo essa affronta il tema dell'aborto? A questo e ad altri quesiti ha dato risposta Maurizio Mori, professore di Bioetica presso l'università di Torino, intervenuto lunedì 12 novembre all'università Vita-Salute San Raffaele di Cesano Maderno. Ospite del corso di Filosofia Morale, tenuto dal professor Massimo Reichlin, il docente torinese ha iniziato il convegno introducendo il rapporto tra sé e la tematica dell'aborto. «Ho cominciato a studiare questo argomento innanzitutto per una ragione biografica – ha detto –. Ho iniziato a rimanerne seriamente colpito a partire dagli anni Settanta, quando si è iniziato a parlarne. Quel periodo è stato un vero e proprio shock culturale poiché prima di allora è sempre stato un argomento innominato». Innominato, sì, fino a quando è divenuto un argomento sulla bocca di molti, prima, e di tutti, poi. C'era chi ne parlava positivamente e chi invece lo contestava in toto. Da un lato coloro a favore dell'aborto – come le femministe che sono state arrestate per aver urlato le loro idee troppo ad alta voce – e dall'altro la chiesa cattolica, totalmente contraria. Poi, un giorno, venne alla ribalta un'etica laica al riguardo. «È giusto parlare di “etica laica” – ha sottolineato Mori – anche se occorre specificare che, mentre per la chiesa cattolica romana esiste un'ortodossia codificata, non è lo stesso per il mondo laico, dove sono presenti più rivoli della stessa tematica. Quale è dunque la posizione migliore? Sicuramente quella che ha più filo da tessere, ovvero quella che riesce a trovare più soluzioni». Come Mori ha accennato, dunque, all'interno dell'etica laica esistono differenti visioni di uno stesso tema; e non esula da ciò l'aborto, argomento sul quale hanno dibattuto e tuttora dibattono le varie correnti. La meno diffusa è quella che si rifà al codice Rocco del 1930, che prevedeva la salvaguardia dell’integrità della “stirpe” e pertanto ammetteva pesanti sanzioni per il medico e per la donna che si sottoponesse all'aborto. «Questa posizione non deve essere interpretata come una propaganda fascista – ha proseguito il docente torinese – bensì come la volontà di salvaguardare le generazioni future. La donna all'epoca valeva solo dalla cintola in giù, in quanto oggetto per la riproduzione. In tale contesto l'aborto era sempre vietato, perché contrario all'obiettivo della riproduzione stessa». La suddetta posizione laica non deve essere confusa tuttavia con la posizione cattolica, che vieta l'aborto in quanto interruzione del progetto divino sull'uomo. Una seconda posizione è quella presa dai laici militanti nel “Movimento per la Vita”, i quali suppongono che il feto divenga persona dal momento del concepimento e pertanto non debba essere ucciso. «Alcuni di loro ammettono tuttavia l'aborto solo nel caso in cui sia ritenuto necessario per evitare la morte certa della donna» ha continuato Maurizio Mori. Un'affermazione, questa, che ha suscitato non poche polemiche in alcuni rappresentati del movimento, presenti al convegno. «Questa è una dichiarazione totalmente fuori luogo» ha contestato il presidente del movimento cesanese Virginio Villa, accompagnato da un altro cittadino che ha ipotizzato un eventuale aborto da parte dei propri genitori. «Se i nostri genitori fossero ricorsi all'aborto – ha detto – oggi qui non ci sarebbe nessuno. Non mettiamo limiti alla Provvidenza. Occorre parlare di vita, non di morte». Giusto o sbagliato che sia, l'aborto – come ha ripetuto più volte Maurizio Mori – è tuttora un argomento molto dibattuto, attorno al quale si cerca ancora di capire se sia più un omicidio o un mezzo estremo con cui si controllano le nascite. «Il controllo della riproduzione deve essere visto come un progresso civile e un miglioramento della programmazione della vita, con una particolare attenzione al proprio futuro» ha concluso Mori.

10.11.07

Addio, nonno Enzo!

di Marco Apolloni

“Nella storia dell'umanità non cala mai il sipario. Se solo ci si potesse allontanare dal teatro prima della fine dello spettacolo.” (Enzo Biagi, giornalista e partigiano.)


Lo confesso. Quando al telegiornale mi è giunta notizia della morte di Enzo Biagi, mi sono venuti i lucciconi agli occhi. L'ultima volta mi era capitato al funerale di mio nonno. E, detto fra noi, con la scomparsa di questo pezzo di storia del giornalismo italiano è un po' come se noi suoi nipotini avessimo perso un nonno. E che nonno! Il mio vero nonno mi ripeteva sempre che gente come lui e Biagi avevano ri-fatto l'Italia, ri-costruendola dalle macerie del fascismo e della Seconda guerra mondiale, facendola uscire – grazie alla lotta partigiana – con più dignità da un conflitto che ci ha visto militare tra le file sbagliate della tirannide e dei campi di sterminio.
Con la consapevolezza di quest'immane perdita per noi tutti, è mia intenzione rendere omaggio a questo grande uomo, che per tutta la vita è stato occupato a dar la caccia donchisciottesca ai mulini a vento nella sua personale Mancha – l'Italia –, combattendo l'arroganza e l'ipocrisia degli uomini, specialmente di certi politici, i quali concepiscono solo un giornalismo di parte, filisteo e da veri lacchè. Perché occorre sempre resistere, in tutte le epoche, alle moderne ed evolute forme di fascismo, sopravvissute al Tribunale inappellabile della storia. Per dirlo con le parole di quest'uomo di ben altra generazione: "Una certa Resistenza non è mai finita. C'è sempre da resistere a qualcosa, a certi poteri, a certe promesse, a certi servilismi". La sua unica colpa come giornalista è stata quella di non essersi mai arreso al potere, inchinandosi alla pretesa del potente di turno, non rinunciando mai al diritto-dovere di dire sempre quel che pensava, anche se ciò significava inimicarsi il proprio datore di lavoro.
Di questo ne sapeva qualcosa anche Indro Montanelli – datosi alla “macchia” come nonno Enzo. Proprio Montanelli, seppur non ricevette in vita alcuna scomunica ufficiale e non venne mai infangato da “editti bulgari” di alcun genere, sul finire della sua vita smascherò – in un moto finale d'orgoglio – il regime dittatoriale sotto il quale dovette lavorare per anni. Lui, il più ferreo conservatore che l'Italia abbia mai partorito nel suo grembo, in un moto finale di orgoglio fece la “stecca nel coro” alle acclamazioni, agli osanna e ai salamalecchi provenienti da certa stampa schierata.
Passi l'arroganza – del resto ciascuno è libero di essere vita natural durante coerentemente arrogante – ma l'ipocrisia no. L'ipocrita è sfacciato, è un voltagabbana, totalmente incoerente, che non si vergogna di dire "tutto il contrario di tutto". Peggio ancora se costui dispone di mass-media, dai quali può meglio mischiare le carte in tavola, dice una cosa la mattina e la smentisce poi – come se nulla fosse – la sera, facendo passare per pazzi furiosi chi gli rammenta di aver detto quella tal cosa né più né meno. Questo signore ha avuto il coraggio di dire alla notizia della scomparsa di Biagi, testuali parole: “[...] Rendo omaggio ad uno dei protagonisti del giornalismo italiano cui sono stato per lungo tempo legato da un rapporto di cordialità che nasceva dalla stima [...]”. Strano modo di dimostrare la stima ad una persona: licenziarla così su due piedi, impunemente, senz'alcuna motivazione seria. Strano modo di dimostrare la stima ad una persona: licenziarla così su due piedi, impunemente, senz'alcuna motivazione seria. Ma d'altronde questa è solo una delle innumerevoli bizzarrie di quel rigido apparato verticistico che mette il bavaglio a giornalisti “scomodi”, come Biagi, che osano dire in faccia le loro altrettanto “scomode” verità.
Con Biagi se ne va l'ultimo giornalista “partigiano” – nel vero senso della parola –, amante dei fatti nudi e crudi, quei semplici fatti che hanno dato l'impronta al nostro Paese. Con lui scompare una pagina imprescindibile della nostra storia. Un “grillo parlante” che non ha mai smesso di ricordarci né chi siamo e né tanto meno da dove veniamo. A noi non resta che capire dove siamo diretti, ma visti i preziosi insegnamenti da lui impartiti, dobbiamo riconoscere che siamo sulla buona strada. Del resto come diceva sempre nonno Biagi, il nonno di noi italiani: “La vita è un rischio che non si può fare a meno di correre.”

Una mattina mi son svegliato, / o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao! / Una mattina mi son svegliato / ed ho trovato l'invasor.
O partigiano, portami via, / o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao! / O partigiano, portami via, / ché mi sento di morir.
E se io muoio da partigiano, / o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao! / E se io muoio da partigiano, / tu mi devi seppellir.
E seppellire lassù in montagna, / o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao! / E seppellire lassù in montagna / sotto l'ombra di un bel fior.
E le genti che passeranno / o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao! / E le genti che passeranno / Mi diranno «Che bel fior!»
«È questo il fiore del partigiano», / o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao! / «È questo il fiore del partigiano / morto per la libertà!»
(canzone partigiana cantata al funerale del giornalista e partigiano Enzo Biagi, espressamente richiesta da lui medesimo poco prima di morire.)

8.11.07

Stati Uniti d'Europa. L'importanza di (non) essere conservatori

di Marco Apolloni

«Che cos'è il conservatorismo? L'ironia erotica dello spirito» (T. Mann, Considerazioni di un impolitico, Adelphi, Milano, 1997, cit. p. 566.)

Il mondo non è per sua stessa vocazione conservatore e vivaddio che sia così. Il mondo progredisce prepotentemente contro tutto e tutti. Sacche di resistenza conservatrici è legittimo che ci siano, ma non sono più che una fragile e sperduta diga che deve far fronte alla piena devastante di un fiume. Il Conservatore è l'Uccello del Malaugurio, il Gufo dei nostri tempi: è colui che si ostina a vedere disseminate catastrofi dappertutto, che è perennemente scettico, che vive per la – anche se si dovrebbe dir meglio nella – memoria degli Antenati, a suo dire nettamente superiori ai moderni, scialacquatori degli antichi fasti. Il Conservatore vive qui e ora in questa dimensione, ma è come se vivesse in una sua altra dimensione parallela. È lontano anni luce dal proprio Presente, rivolto com'è ai canti di sirena proveniente da un Passato per lui – e per chiunque altro – tuttavia irraggiungibile. I suoi discorsi cominciano sempre con: “ai tempi degli antichi greci” oppure “ai tempi degli antichi romani” oppure ancora “ai tempi degli antichi egizi” e così via in un regresso infinito. A mano a mano che il corso della Storia ha raggiunto le epoche moderne, per lui è come se la scintilla degli Antenati si fosse sempre più assopita finanche estinta. La modernità, ai suoi occhi, è mera decadenza, ovvero: un susseguirsi insensato di atrocità, laddove per lui il senso ultimo di ciascun agire umano si è estinto con le grandi civiltà del passato – le cui virtù superavano di gran lunga i vizi. Poco importa per un aristotelico ad esempio se al giorno d'oggi le donne, in quanto a doti teoretiche, possono superare i loro colleghi maschi e che, dunque, lo Stagirita si sia sbagliato ad equiparare le esponenti del gentil sesso a delle creature inferiori, ossia a dei sotto-uomini. Non a caso la concezione cristiana di Eva formatasi da una costola di Adamo è sopravvissuta fino ad oggi e per molti stenta ancora a venire superata. In questo il cristianesimo ha ereditato, facendoli propri, non pochi concetti dottrinari provenienti dall'aristotelismo: dalla concezione della donna a quella di Dio come “causa non causata”, quindi “motore immobile” dell'intero universo.
Di solito i conservatori più incorreggibili sono gli storici, o per meglio dire alcuni cultori di quella storia antiquaria che secondo Nietzsche – nella Seconda Inattuale – ci impedisce di vivere appieno il nostro glorioso e meritevole presente. Un eccesso di storia, con il suo pesante fardello – ci insegna Nietzsche –, fa il male di un uomo, che per agire necessita del suo senso plastico e di una concezione monumentale della storia; poiché essa ci permette sì di trarre preziosi insegnamenti dal passato ma, soprattutto, ci stimola a compiere grandi gesta nel nostro presente. Altra cosa ancora è la storia critica, quella altresì dei filosofi, di gran lunga preferibile a quella antiquaria degli storici ortodossi, ma di minor spessore rispetto a quella monumentale ascrivibile ai grandi condottieri di ogni tempo. Questo perché un'eccessiva dose di riflessione genera un brutale appiattimento dei più significativi eventi susseguitesi durante il corso storico, provocando perciò una notevole incapacità nel giudicare i fatti storici. Già, perché malgrado alcune tentazioni nietzschiane le interpretazioni dei fatti reggono il confronto solo fino a un certo punto. Per un filosofo della storia, formatosi alla scuola dello storicismo hegeliano, non può esserci alcuna differenza tra una guerra e l'altra, in quanto esse sono tutte piattamente il medesimo prodotto del famigerato “banco di macelleria”: qual è la Storia per Hegel. Questa sorta di atteggiamento storicista induce l'intellettuale-filosofo a sedersi in disparte e ad osservare – molto confucianamente – il pigro letto di un fiume, finché non vede trasportare dalla corrente il cadavere del proprio nemico. L'uomo, a nostro avviso, è fatto per agire e non altresì per vedersi agito. L'azione è l'unico motore incessante di un uomo, il perno attorno a cui ruota la sua esistenza. Per questo occorre sì riflettere senza mai, tuttavia, indugiare un istante di troppo: ciò potrebbe esserci fatale. La componente istintuale di un essere umano dev'essere sempre predominante rispetto a quella riflessiva. Alle parole bisogna far seguire i fatti e mettere finalmente da parte una nociva inazione, che ci intorpidisce le membra fino a renderci dei “poltroni”. In definitiva, ciascuno deve estrapolare dalla storia solo ciò che lo stimola a fare meglio dei suoi predecessori.
Ad ogni modo il severo monito nietzscheano di sedersi sulla soglia dell'attimo obliando se stessi va preso con le dovute molle; a dirla tutta ci sembra un tantino eccessivo. Difatti se ci dimenticassimo ad ogni nostro nuovo agire chi fossimo veramente, perderemmo la nostra bussola interiore e subiremmo un'insostenibile crisi della nostra identità, che dev'essere altresì ben consolidata. Perciò, è vero che ogni nostro nuovo agire comporta una specie di ri-cominciamento da parte nostra – che prevede un fare tabula rasa di tutte le esperienze positive e negative fino a quel momento vissute – ma se perdessimo con ciò la cognizione di chi siamo davvero – che è una summa di cosa abbiamo fatto fino a quel momento – allora diverremmo totalmente incapaci di agire. Noi siamo il risultato di tutte le esperienze che ci sono capitate dal giorno della nostra nascita ad oggi. Nessuno di noi può nutrire la seria pretesa di sbarazzarsi della propria identità, pena il proprio esser-ci nel mondo. Di una cosa perlomeno dobbiamo dare atto a Nietzsche: se non ci dimenticassimo, seppur solo momentaneamente, ciò che siamo stati e ciò che abbiamo compiuto in passato, non saremmo mai niente e non compieremmo mai nulla in futuro. Dimenticare, a volte, non solo è indispensabile ma è anche salutare per la nostra anima; così come lo è ricordare.
Per rimanere ancora a Nietzsche, gli uomini secondo lui si dividono in due categorie: storici e sovra-storici (Eraclito e Schopenhauer). I primi non sanno far altro che tessere le lodi delle macerie del passato e sono conservatori fino al midollo; i secondi, invece, camminano sopra le macerie del passato come se nulla fosse e sono progressisti fino alla morte. Ma cosa vuol dire essere conservatore e cosa, invece, essere progressista. Il primo non crede nel migliore dei mondi possibili, altresì il secondo non solo vi crede con tutto se stesso ma pensa pure che sia doveroso creder-vi, al fine di raggiungere una condizione di paradiso in questa terra – essendo lui scettico e perciò duro-a-credere in un paradiso situato in chissà quale remoto Altrove.
Ritornando ai conservatori – i cui aspetti salienti ci siamo qui premurati d'indagare a fondo –, dall'alto della loro presunta onniscienza, essi prevedono che se le storie dei popoli sono state fin qui divise, tali rimarranno nei giorni a venire. E non vi è speranza alcuna che, susseguendosi le generazioni, le cose possano cambiare. Ma se solo questa nenia fosse vera, essi allora dovrebbero spiegarci su quali fondamenta siano state edificate le grandi civiltà del passato che loro stimano tanto, sopra ogni altra cosa. Dovrebbero così spiegarci nei dettagli – se quanto dicono è vero – come abbia fatto Roma a diventare caput mundi, ovvero il centro e il fulcro del mondo fino allora conosciuto, da insignificante villaggio – abitato da una popolazione barbara – qual era. Oppure come abbia fatto una semplice e disadorna idea di nazione, precisamente la nostra nazione, a diventare da semplice schizzo sulla carta a vera e propria compagine nazionale, unita sotto un'unica bandiera e in un solo inno di fede e di speranza – dalle Alpi alla punta più estrema dello Stivale (isole comprese).
I sogni sono destinati a rimanere tali solo fino a quando i tempi non saranno maturi per l'avvento di individui sovra-storici, quali sono stati Cesare e Augusto da una parte e Mazzini, Garibaldi e Cavour dall'altra: ovvero fino a che questi non troveranno qualcuno che creda davvero nella loro concreta realizzazione. Se il mondo fosse stato anche solo un minimo conservatore, non avrebbe mai prodotto simili ingegni e non sarebbe mai arrivato ad essere quello che è ora, con tutto quello che di positivo e negativo ne consegue. Con tutta probabilità se il mondo fosse stato veramente conservatore non saremmo mai fuoriusciti dalla caverna di cui ci parla in uno dei suoi miti Platone e ci saremmo accontentati di fissare increduli la nostra ombra tremolante nella parete. E avremmo avuto mille volte torto, privandoci di quello spettacolo grandioso che è il Sole e di quella gioia immensa che vi è nel rimirarlo incantati. Il Sole – di cui ci ha parlato allegoricamente Platone – altro non è che il sole della conoscenza, che ci ha sottratto ad una vita di schiavitù certa.
Al giorno d'oggi ci vengono riproposti, conditi in tutte salse, nuovi ed altrettanto edificanti sogni, com'erano all'origine Roma caput mundi e l'Italia unita. Su tutti ne spicca uno per imponenza: l'Europa unita! A molti questo sogno potrebbe apparire una blasfemia. Un passato di soprusi inconfessabili, di violenze inaudite e di guerre fratricide non sembrerebbe dar loro torto, anzi... E la Storia considerata a sproposito maestra di vita sembrerebbe dar loro ragione. Del resto essa è sempre stata ben felice di salire sul carro dei vincitori e render conto solo ai fatti, trascurando i ben più importanti ante-fatti. (Abbiamo visto come i fatti prima di diventare tali erano inizialmente solo dei sogni e pure dei più irrealizzabili...) Crediamo che un'Europa unita non solo sia possibile ma pure auspicabile, visti i tempi che corrono. Più precisamente crediamo sia possibile una Confederazione degli stati europei, senza che nessuno dei paesi aderenti accantoni la propria lingua e le proprie usanze – che anzi potrebbero diventare patrimonio comune dei futuri Stati Uniti d'Europa. Proprio la diversità sarà di gran lunga la nostra ricchezza e il nostro punto di forza. Paradossalmente, le nostre comuni radici europee affondano nel terreno melmoso di un passato lacerato e addirittura in esso trovano la loro preziosa linfa vitale. Le divisioni del nostro passato, dunque, a maggior ragione ci uniscono in un connubio tanto più inestricabile. L'insopprimibile necessità di non ripetere gli errori fin qui commessi, ci induce a sperare di poter essere un giorno ancor più uniti sotto un'unica bandiera: europea!