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16.3.09

"No line on the horizon" (U2)... Simply: "Magnificent"!


di Marco Apolloni

Magnificent! Non credo ci sia aggettivo migliore per descrivere il nuovo album degli U2: No line on the horizon, che richiama peraltro il titolo di una superlativa traccia dello stesso. Questi maestri indiscussi del panorama rock contemporaneo, a distanza di cinque anni dalla loro ultima fatica in studio, sono finalmente tornati a parlare per mezzo della loro potente musica. Oltre a rimanere un autentico miracolo creativo la musica degli U2 è conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo per essere testimonial d'importanti campagne umanitarie. Quella che ha avuto fin qui maggiore risonanza mediatica è stata portata avanti dal vocalist Bono Vox. Essa riguarda la cancellazione del debito contratto dai Paesi poveri con quelli ricchi. Ciò testimonia a pieno quanto la musica possa fare – volendolo fortemente – per aiutare le popolazioni vessate da piaghe quali: malattie e miserie. Il che non è molto, ma neppure poco di questi tempi.
Al suo ritorno da un viaggio iniziatico fatto in Etiopia alcuni anni fa, insieme a sua moglie Ali, Bono ha confessato – in una fluviale intervista al magazine Rolling Stone del Gennaio 2006 – di aver attraversato una profonda crisi di coscienza. É da qui, infatti, che prende le mosse il suo infaticabile “impegno sociale”. Nel corso di questi anni esso lo ha portato a negoziare con i potenti della Terra, in nome dei “senza voce”. Ovvero: di quegli individui considerati “ultimi fra gli ultimi” e proprio per questo abbandonati al loro infausto destino. Anche una apparentemente insulsa puntura d'insetto può risultare loro fatale. Quando basterebbero dei comunissimi medicinali, che si possono acquistare persino nei supermercati da noi, a salvare le loro vite. L'avvolgente melodia di Crumbs from your table – track del penultimo album della band irlandese: How to dismantle an atomic bomb – si riferisce appunto alle briciole dei Paesi ricchi che basterebbero, da sole, a sfamare i Paesi poveri. Finché esisterà l'estrema povertà – è convinto Bono – vorrà dire che l'umanità non si sarà ancora scrollata di dosso l'estrema stupidità.
Non è un caso se la canzone più mistica in assoluto degli U2, quale Where the streets have no name, sia nata proprio durante quel significativo soggiorno in Etiopia. Canzone, questa, che riecheggia siderali lontananze e un fantomatico deserto dell'anima, che conduce dritto fino a Dio. Ci è impossibile comprendere i testi delle canzoni degli U2 al di fuori delle evocative parole del “libro dei libri”: la Bibbia. La fede è stato il “faro” che ha illuminato la genesi e l'ascesa musicale nonché spirituale di questi quattro musicisti. Ha dell'incredibile come essi dopo tutti questi anni vadano ancora d'amore e d'accordo, e riescano nel non facile compito di catturare il più vivo interesse del pubblico. Tutto questo senza mai cedere alle stringenti logiche del mercato – un disco ogni quattro o cinque anni è la loro media odierna, relativamente bassa rispetto a quella di molti altri gruppi.
Se c'è un pregio, infatti, che possiamo attribuire a questi quattro saggi uomini – prima che musicisti – è quello di non esser mai scaduti nella banalità. Chi considera “decadente” il loro percorso artistico significa che è un pessimo intenditore d'arte. Nella parabola di ogni artista vi possono essere varie fasi, ma nessuna di esse può considerarsi superiore o inferiore all'altra. I parametri sportivi, ad esempio, esulano completamente da quelli artistici. I soli criteri qui valevoli sono quelli estetici: di “bello” e di “brutto”. Così come esiste solo un'arte bella e un'arte brutta, lo stesso può dirsi di una branca dell'arte qual è la musica. Vale a dire: esistono soltanto belle canzoni e brutte canzoni. E, poco ma sicuro: la maggior parte dei brani degli U2 appartengono di diritto alla prima categoria. Per quanto concerne il loro ultimo album: almeno per dieci/undicesimi è composto da belle o – com'è più opportuno definirle – magnifiche canzoni... Non ascoltarlo sarebbe un delitto!

Alcuni links utili:

(espunto dalla rivista "Impegno Sociale", numero Marzo-Aprile 2009)

5.12.08

Presentazione musicata di "CineFilosofando" - Sabato 13 Dicembre


Un connubio di musica e cinema. Una fusione di discipline umanistiche. "CineFilosofando" raccoglie cinefili e storici, linguisti e filosofi. Perché il libro di Marco Apolloni non solo riporta alla luce pellicole più o meno note del panorama cinematografico, ma dà alle stesse un valore aggiunto, estrapolando e spiegando in maniera accessibile a tutti le tematiche portanti di ciascuna.

Lontano dai linguaggi utilizzati nelle Accademie, seppur sia uno studioso plurilaureato, l'autore fidardense Marco Apolloni racconta momenti salienti della storia dell'Occidente e della cultura europea analizzando accuratamente sette film.

Gli Stati Uniti d'Europa, si interroga l'autore, sono davvero possibili? E' logico e necessario che passati divisi portino a futuri divisi? Oppure esiste un futuro comune per tutti i popoli, nonostante le differenze linguistiche?

Su questi ed altri interrogativi il prossimo 13 dicembre – nuovo appuntamento marchigiano – l'autore rifletterà e si raffronterà con il pubblico, dialogando con esso ed instaurando un incontro dialogico, del tutto informale. Ma non solo. Naturalmente si parlerà di cinema, primo e vero protagonista dell'appuntamento civitanovese. L'incontro è previsto sabato 13 dicembre, ore 17.30, nella biblioteca comunale “S. Zavatti” di Civitanova Marche.

Sette i film che verranno presi in oggetto: "Ghost Dog", "Donnie Darko", "L’ultima tentazione di Cristo", "Il tredicesimo guerriero", "Tristano & Isotta", "La caduta", "L’appartamento spagnolo". Per ciascuna pellicola avrà luogo una riflessione storico-filosofico-letteraria, che verrà abbinata a momenti musicali inerenti a ciascuna pellicola e volti ad intrattenere il pubblico presente. L'allestimento musicale sarà a cura del cantautore Michele Serrani.

Proiezioni cinematografiche e musica daranno dunque vita ad un connubio piacevole, che mirerà in primo luogo a divertire il pubblico ma, al contempo, a farlo riflettere su quello che siamo, quello da cui veniamo e quello verso cui ci stiamo dirigendo...

***

Per contattare direttamente l'autore: 333.3495829

Per informazioni: silandgreg@hotmail.com; www.noiperborei.blogspot.com

26.6.08

Il ritorno del “Boss” – 25.6.08, Stadio S. Siro, Milano

di Marco Apolloni

Dio solo sa da quanto tempo aspettavo di vivere un simile, emozionante ed indimenticabile concerto del mio primo “idolo” musicale – in coabitazione con Bono Vox & Co. – e finalmente sono stato accontentato. Ieri sera, una torrida sera d'inizio estate, il rocker statunitense ha dato vita ad uno spettacolo indescrivibile. L'anno scorso, più o meno in questo periodo, sullo stesso palco di S. Siro avevo visto dimenarsi Mick Jagger e i suoi Stones. Quindi è stato piuttosto inevitabile per il sottoscritto fare dei paragoni. E se vi dico che Mick e i suoi in confronto a Bruce e all'inossidabile E Street Band mi sono sembrati dei dilettanti o quasi, dovete assolutamente credermi.
Parlata italiana meno impacciata del previsto, movenze da cowboy incallito, solita faccia da schiaffi e potenza magnetica contagiosa. Così si è presentato il 58enne – anche se va per i 59 – born in the Usa – come la sua omonima e forse più celebre canzone. Unico appunto, anzi due, che ho da fare a Springsteen è l'aver deliberatamente omesso due hits che noi fans irriducibili ci aspettavamo, pendendo dal suo microfono. Mi riferisco alla già citata canzone scritta contro la disastrosa campagna militare americana in Vietnam e a The river. Ma come si fa, dico io, a non cantare la canzone che ha fatto mettere al mondo più figli negli ultimi due decenni?! Diciamo che Bruce si è fatto ampiamente perdonare cantandoci Born to run, Spirit in the night, I'm on fire, Darkness on the edge of town, Hungry hearts, Racing in the street, Because the night – tanto per citarne alcune.
In particolare durante l'esecuzione della prima, con le luci ad illuminare il parterre “oceanico” tant'era riempito in ogni ordine di spazio – ho avuto la netta impressione di trovarmi nel bel mezzo di una folla giubilante di pellegrini induisti sulle rive del Gange, fatta eccezione che i pellegrini qui in questione erano di altra religione, precisamente springsteeniana –, dove una scossa di pura energia si è impadronita di me e mi ha dato i brividi. Nell'ascoltare la prima strofa della canzone più beat che sia mai stata scritta, mi sono abbandonato ad un nugolo di reminiscenze e fantasticherie adolescenziali e ho rimembrato i bei pomeriggi passati a leggere in giardino, nel pieno della calura estiva, sprofondato nell'ennesima rilettura di On the road e cullato dalle note di Born to run... Oppure della seconda. Qui addirittura, in preda ad una sorta di delirio d'onnipotenza, ho osato sporgermi dal parapetto del mio posto mignon – schiacciato com'ero peggio d'una sardina – tra springsteeniani come me aventi l'unico, a mio avviso, spregevole difetto di fumare come dei turchi. Ho alzato i pugni al cielo in segno di magnum gaudio cantando a squarciagola come un ossesso il ritornello: Because the night belongs to lovers / Because the night belongs to us...

Assistere alle gesta di questo dio-della-musica dei nostri tempi è stata per me una sensazione beatificante. Inutile dirlo, solo chi c'era può capirmi. La bravura di Bruce, oltre che nella sua maestosa voce – che con gli anni sembra aver acquistato una maggiore e più piena consapevolezza di sé e delle sue inesauribili capacità –, oltre al fatto di avere un band con gli “attributi” giusti e che “spacca”, va tutta ricercata secondo me nel suo essere un uomo prima che un artista assolutamente genuino: capace di emozionare e di emozionarsi sul palco. Molti “mostri sacri” alle luci della ribalta come lui, non hanno queste sue essenziali capacità – che sono più facili a dirsi che a farsi. Per raggiungere l'empatia con il suo pubblico a Bruce non serve la bacchetta magica né tanto meno servono effetti spaziali – tipo giochi di luce strani, palchi disegnati su misura dai migliori designer del mondo, fumi densi e mefistofelici o chi più ne ha più ne metta (da notare l'assoluta sobrietà scenica con cui era addobbato il palco e il minimalismo assoluto degli effetti usati per la serata). A lui basta essere semplicemente se stesso, basta metterci la faccia, basta insomma essere al cento per cento Bruce! Noi 61mila in visibilio dalle gradinate ci rivolgevamo a lui – al termine di ognuna delle sue più epocali songs – in un solo coro di: “Brùs brùs brùs brùs brùs brùs brùs”. Coro, questo, che non ha eguali nel mondo della musica e ti fa venire la pelle d'oca tant'è martellante. L'unico parallelo che mi viene in mente è con l'universo calcistico e mi rivolgo nello specifico al tipico modo di festeggiare dei tifosi del Manchester United i goals di quello che all'epoca era il loro bomber di razza – attualmente in forza al Real Madrid – Ruud Van Nisterloy. Il loro coro era: “Rùùd rùùd rùùd rùùd rùùd rùùd rùùd”...
Parallelismi calcistici a parte, c'è poco da fare: il “Boss” è un'autentica forza della natura, la cui potenza potrebbe paragonarsi a quella dell'uragano “Katrina” che si è abbattuto tempo fa sulla Louisiana e ha raso al suolo, o quasi, la bellissima New Orleans. Con l'unica palese eccezione che Bruce è un uragano benefico nel senso che non solo non distrugge, ma nei suoi trent'anni e passa di carriera ha edificato le coscienze di milioni di americani, e non solo, con il magma incandescente delle sue canzoni di denuncia sociale. Canzoni che grazie al potente “grimaldello” della musica sono riuscite a ritagliarsi uno spazio pienamente autonomo e autosufficiente, più simbolico e significativo che altro per carità – ma pur sempre di spazio si tratta –, di anti-potere e contro-cultura. “Anti” il potere di ottusi e prepotenti governanti, “contro” la cultura musicale dominante fatta di popstars ultra-patinate alla Britney Spears – somiglianti in tutto e per tutto alle celeberrime statue di cera del museo londinese Madame Tussaud's.
Prendete la vena autoriale del più ispirato Bob Dylan e la scarica di adrenalina pura di Elvis, e ne otterrete Bruce Springsteen. Lo so, lo ammetto, forse ho esagerato un po'. Non ho nessuna presunzione di ritenermi imparziale ed oggettivo. Lascio l'imparzialità e l'oggettività a quelle “stalattiti” di critici benpensanti del tipo: Mister-so-tutto-io. Anche perché ritengo certa critica l'escrescenza pruriginosa della nostra società consumistica. Io non sono un critico – né tanto meno ci tengo ad esserlo –, sono solo un fan sfegatato – lo riconosco senza problemi –, che ha ancora davanti agli occhi quel meraviglioso miracolo musicale formato da Bruce Springsteen e dalla sua “mitica” E Street Band...

23.6.08

Festa gitana in Camargue

di Silvia Del Beccaro

Correva l’anno 1994. La meta del viaggio era già stata definita: avremmo dovuto sostare qualche giorno in un campeggio medio-grande e studiare attentamente le ripide dell’Ardeche, poi affrontarne la furia nei giorni seguenti. Avremmo disceso il fiume francese, chi in canoa chi in kayak. Solo dopo essere arrivati a destinazione ci saremmo mossi verso sud, verso la costa meridionale della Francia e le sabbie bianche di Thaiti. La discesa andò liscia, nonostante qualche capottamento nelle ripide più note. E così partimmo, alla volta del Sud. Decidemmo di avventurarci verso un terreno da noi ancora inesplorato: la Camargue. Dopo un tour improvvisato, avanzando per tentativi, e sbagliando spesso strada, giungemmo a destinazione.
Mi avevano detto che la Camargue fosse un terreno ancora incontaminato, la patria della natura, dove i cavalli e gli aironi vivono in totale libertà senza vincoli né cacciatori. Mi aspettavo un’oasi naturale, immensa, in cui uomini e animali vivono a stretto contatto, senza vincoli, nel pieno rispetto delle specie.
Arrivammo al tramonto. Il sole era un cerchio di fuoco, proprio come nelle stampe vendute dai baracchini ai margini della strada. Ne acquistammo una. Il paesaggio era identico. Mozzafiato.
Entrammo a Saintes-Maries-de-la-Mer, “capitale” della Camargue ma, soprattutto, punto di raccolta per tutti i gitani del mondo. In ogni angolo della città chitarristi rom si esibivano proponendo il repertorio musicale dei Gipsy Kings. Che musica. Muovevano le dita con una tale leggerezza... Erano tutti rom, o quasi. Beh, la stragrande maggioranza di quei musicisti apparteneva ad una popolazione nomade. Eppure in Camargue il nomadismo era - ed è tuttora - considerato alla stregua di una virtù. Esiste perfino una festa, nel mese di maggio, a Saintes-Maries-de-la-Mer, in onore del popolo gitano. È la festa di Santa Sara, protettrice dei nomadi, alla quale i fedeli fanno risalire l'antica evangelizzazione della regione.
Sono più di 10.000 gli zingari che da ogni parte del continente si radunano in Camargue per prendere parte alla processione religiosa. Fra veglie, preghiere e canti si assiste e si partecipa a una suggestiva cerimonia di folklore. La vera festa però è nelle strade, nella piazzetta, fra gli accampamenti, tra gli zingari che trascinano anche chi non è prettamente uno di loro: danze, veglie notturne, canti e falò.
La tradizione gitana emerge e non può essere ignorata dai passanti. Scoppia nelle urla d’allegria delle sue donne, divampa negli animi dei musicisti che invitano tutti ad accompagnarli coi canti.
E poi la processione: una vera fiumana di gente che, credente, venera la propria protettrice - forse unico vero punto di riferimento in una vita senza legami. Oggi “nomadismo” è associato a “criminalità”. Non si può scappare da questo pregiudizio, è ormai parte della nostra cultura. Ma pensiamo che a pochi chilometri da noi, in un Paese col quale confiniamo, esistono popolazioni intere che riescono a radunarsi e fare del loro girovagare una virtù, degna di essere fotografata e vissuta dai turisti - che ogni anno accorrono a centinaia per assistervi. Riflettiamoci su. E magari... Viviamola insieme a loro!

24.10.07

Laboratorio Beat 1.0

Quello scritto e diretto da Corrado Accordino (“Cattivi Maestri, ovvero i sacri Idioti d'America”, al teatro Binario7 di Monza) è uno spettacolo che parla di una generazione intera, di un movimento nato sulle strade dell’America ed esploso in tutto il mondo, di uno spaccato di artisti coraggiosi e sperimentali, di un affresco degli anni ’50 e ’60 – in cui musica e parole, intelligenze e cuori, si inseguivano tra cielo e terra, polvere e sole, per fondersi, completarsi, specchiarsi verso un nuovo possibile orizzonte…. Lo spettacolo vuole raccontare e far rivivere quella generazione che qualcuno definì “bruciata” e qualcun altro definì dei “sacri idioti d’America” e che in ogni caso raccolse un grande consenso e diede vita al movimento dei "figli dei fiori" e dei beatniks. La musica jazz era il giusto esplosivo per far risuonare le visioni letterarie nate dalle menti di Jack Kerouac, Neal Cassady, Allen Ginsberg, William Burroughs, Lawrence Ferlinghetti, Gregory Corso, e altri scrittori che trovarono nelle nuove esplorazioni musicali un sostegno creativo e un senso di comunione tra parole suoni e visioni.

(note di regia)


Silvia Del Beccaro

Occhi gonfi, testa pesante, dita scrocchianti. Nulla mi ferma davanti all’occasione unica e irrepetibile – forse – di poter lasciare scorrere il mio flusso beat. Ispirata da uno splendido spettacolo jazzista beatiano, cullata dalla luce di tre candeline azzurre che ho trovato nascoste nell’armadio a fianco – anche se mi tocca tenere accesa comunque la lampadina a risparmio energetico, per poter vedere i tasti del mio pc a manovella –, batto parola dopo parola i miei pensieri più reconditi. Pensare, pensare, pensare… Non mi resta molto in testa alle 23.44 di sera, ma tutto sommato le mie mani riescono ancora a suonare il pianoforte dei miei pensieri. Sento passi nel corridoio, passi di fantasmi. Sarà la notte, sarà il silenzio, sarà l’alcool etilico della sonnolenza che mi sta inebriando da ore. Ma adesso sono qui. E nulla può fermare questa mia parentesi beat. Corrado ha raccontato la storia del movimento attraverso note e parole, musica e ballo, esperienze e passioni. Io la racconto a modo mio. Parlo di libera interpretazione. Libero arbitrio. Ognuno sceglie ciò che meglio crede. Il mio, di raccontare la beat generation, è questo. Sentirmi una di loro. Ho sbagliato epoca, avrei dovuto vivere negli anni Cinquanta – dico sempre. Le pettinature di una volta, i jeans di una volta, l’amore di una volta. Si faceva all’amore, non lo si raccontava solamente. Si pensava di poter cambiare qualcosa, cambiare gli schemi. E forse qualcuno ci è riuscito. Qualcun altro no. Ma chissenefrega. Guardo loro, guardo me, ripenso a loro, ripenso a me. Mi sento una di loro è vero ma non sono come loro. Cazzo che sonno, ma questo non è molto beat vero? Eppure sono un’artista. Scrivere delle onde come foglie all’idrogeno che si elevano verso il sole, degli stormi di gabbiani come angeli infuocati. E’ questo che amo. E’ questo che è beat. Scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere… Di sé, degli altri. La parola chiave è: s-c-r-i-v-e-r-e. Scrivere con il fuoco della passione dentro. Un fuoco che arde di novità, di protesta, di chiacchiere, di sogni, di droga, di alcool, di stupore, di sperimentazione, di… Sesso. Sperimentare nel sesso. Esperienze nuove, è questo che aiuta a rinnovare se stessi. È questo che aiuta a scoprire noi stessi. E a raccontarci agli altri. Scrivere del mondo che abbiamo davanti e dentro. Scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere. Solo scrivere. Una pagina vuota, poi il flusso parte. Tre, quattro righe scritte e il flusso si interrompe. Poi riparte automaticamente. E poi ancora si ferma bruscamente. Come un treno in corsa che interrompe di colpo il suo viaggio quando all’orizzonte scorge un uomo sdraiato sulle rotaie del suo destino. Scrivere è fondamentale per un beat, che non si blocca per paura che il suo flusso possa interrompersi da un momento all’altro. Vorrà dire che quello è stato il suo momento. Quello è stato il momento del suo flusso. Domani ne sopraggiungerà un altro, e un altro ancora. E così via all’infinito. Strada, viaggio. Bottiglia, morte. Musica, fotografia. Amore, jazz. Droga, riposo. Omosessualità, poesia. Beat è questo e altro ancora. E’ una trasfusione di sangue ossigenato, è un vortice di flussi ininterrotti pronti ad esplodere dalle viscere del nostro corpo. Mi ricordo della prima volta in cui mi ubriacai. Stavo ad una festa di compleanno, appena compiuti i diciotto anni. Avevo già previsto che sarei uscita sbronza da lì. Limoncello e vino, rosso e bianco, un mix di dolcezza e amarezza insieme. Poi quella canna fatale. Il profumo dolciastro della prima tirata – che gli altri passeggeri ebbero l’onore di assaggiare – mi fece sbroccare parole senza senso. Vomitai fiumi di pensieri fino a che il mio viso divenne bianco come la sposa cadavere e mi ravvisò dell’ora di rinsavire. Se solo ricordassi quei miei soliloqui sbronzi. In vino veritas. E in limoncello pure. Così come per la tequila, il rum e la sangria. Stavo pensando di raccogliere questo mio discorso in un monologo intitolato sproloqui-per-caso – non so come mai, ma riesco sempre a trovare i titoli delle mie opere inedite. Mancano solo i contenuti e poi il gioco è fatto. Da grande voglio fare la drammaturga. Accordino è un maestro in questo. Lui riesce ad essere ciò che scrive e a scrivere ciò che è.


FIRMATO: Una Beat!

19.8.07

Modà: gruppo provinciale sulla cresta dell'onda nazionale

di Silvia Del Beccaro

Provengono dalla periferia milanese, privilegiano il genere rock-pop melodico e hanno preso parte ad una edizione del Festival di Sanremo. Accomunati da una sfrenata passione per la musica, i Modà tentavano di distinguersi all’interno del vasto panorama musicale italiano già da qualche anno. In tutto questo tempo, sono sempre rimasti legati allo stesso genere musicale, prestando anche particolare attenzione ai testi per non dimenticare la tradizione cantautorale italiana. La loro musica è davvero ad alto potenziale acustico e la loro dimensione live è la testimonianza che di strada sui palchi di provincia ne hanno fatta davvero tanta.
Nonostante la volontà e la grinta, i Modà sono però diventati un nome noto a livello nazionale solo da poco tempo. Il loro esordio discografico risale a tre anni fa, con l'uscita del singolo “Ti Amo Veramente”. Un brano di grande impatto, che ha mostrato fin da subito i primi risultati radiofonici. La band, infatti, ha riscosso un meritato successo nelle piazze italiane partecipando a feste di radio, all’ I-TIM Tour, e a varie serate organizzate nel corso dell’estate. Nel 2004 questi sei amici - come amano definirsi - sono così riusciti a conquistare un’intera nazione: dai più grandi ai giovanissimi, dalle donne agli uomini… Nessuno escluso.
“Dimmi che non hai paura” è il secondo singolo, che ha messo in rilievo le capacità artistiche del gruppo e che, ancor più del precedente, ha guadagnato la stima e l’approvazione della radiofonia e della gente. Kekko, Paolo, Tino, Stefano, Manuel e Diego: sei amici che hanno visto realizzare un grande sogno, quello di calcare il palcoscenico di Sanremo con un proprio brano. Si sono presentati, infatti, alla cinquantacinquesima edizione del Festival con il brano “Riesci a innamorarmi”, attraverso il quale hanno voluto trasmettere un messaggio fondamentale o meglio un consiglio: “C`é bisogno di innamorarsi ogni giorno di nuovo del proprio partner”. Che significato ha assunto per loro il fatto di poter prendere parte ad un Festival così rinomato? Con quali sentimenti hanno affrontato il pubblico sanremese? Lo abbiamo chiesto direttamente a loro…

«Sicuramente con lo spirito di quelli che un anno fa suonavano all’Indian Saloon di Bresso e che quest’anno si trovavano sul palco dell’Ariston… Quindi, diciamo con lo spirito di quelli che avevano già vinto solo per essere arrivati fin lì».

Commenti sui risultati ottenuti?

Direi buoni, anche se abbiamo notato che passavano il turno le canzoni più “classiche”. Persino i Negramaro, che erano favoriti, sono usciti. Ciò significa che comunque la giuria demoscopica ha apprezzato più le canzoni classiche e meno quelle alternative. Noi siamo rimasti comunque contenti e abbiamo perfino festeggiato.

Come definireste il brano presentato a Sanremo?

Una canzone d’amore, con la quale vogliamo ringraziare chi sta a casa ad aspettarci, chi ci comprende, chi soffre con e per noi, chi ci protegge e sa accettarci (una fidanzata, ma anche una mamma…)

Cosa significa essere passati da semplici ragazzi di provincia a musicisti che hanno calcato il palco di Sanremo?

Direi che è fantastico, nessuno di noi se lo sarebbe mai aspettato. Sicuramente la popolarità che ti può dare il palco dell’Ariston è qualcosa di veramente grande, però per noi il risultato che conta è continuare a fare musica. Spero che quello che abbiamo fatto dia coraggio a tutti i ragazzi giovani che stanno tentando di tagliare i nostri stessi traguardi.

27.10.06

"How to dismantle an atomic bomb" degli U2

di Paolo Musano

Non è facile scrivere di ciò che si ama, perché, come ben sanno i buddhisti, si rischia di distruggerla, oppure la paura che cambino i nostri rapporti con essa ci può paralizzare. Ma io ci proverò lo stesso. Gli U2 sono la colonna sonora della mia vita. Sono cresciuto con loro e, come ogni fan della mia generazione, molte parti della mia biografia sono associate alle loro canzoni. Ho passato una fase adolescenziale in cui Bono era il mio mito. Mi vestivo come lui, compravo gli stessi occhiali e sognavo di diventare una rockstar. Adesso lo ammiro come artista e come uomo. È incredibile quello che è riuscito a fare (e sta facendo) per l’Africa, con le campagne umanitarie di cui si è fatto promotore. I critici maligni dicono che da quando è così impegnato politicamente, passa sempre meno tempo con il gruppo e la musica degli U2 ne risente. Io non sono di questo avviso, ma devo ammettere che, dopo “All that you can’t leave behind” (un album che alcuni considerano melenso, ma che per me è pieno di melodie straordinarie), sono rimasto un po’ deluso. Forse è sbagliato aspettarsi, dopo venticinque anni di gloriosa carriera, un album come “Achtung baby” (il tempo passa per tutti e lo showbusiness è una morsa spietata), ma sebbene ci siano pezzi notevoli, non sono queste canzoni che mandi a memoria e che ti restano impresse.

“How to dismantle an atomic bomb” (Come smontare una bomba atomica) è un bel titolo che è stato suggerito loro da un pittore. È una provocazione, ma vuole essere anche una domanda. La risposta che ha dato Bono in un’intervista è: «With Love.» (Con l’Amore). La miracle drug che è una merce sempre più rara di questi tempi e che tutti cercano chissà dove, quando, come nella storiella zen, basterebbe guardarsi dentro, essere un po’ più consapevoli.
I testi di Bono sono, naturalmente, influenzati dalla politica (come “Crumbs from your table” [Briciole dal tuo tavolo], una metafora che si riferisce all’America: basterebbero le sue briciole per cambiare drasticamente la situazione nel continente africano; probabilmente le ‘briciole’ non sono semplicemente i soldi, ma anche il know-how, la tecnologia e la consapevolezza), ma sono anche molto intimi (come “Sometimes you can’t make it on your own” [A volte non ce la fai da solo], una ballata molto dolce dedicata a Bob Hewson (il padre di Bono) [a cui è dedicato, tra l’altro, l’intero album]).
Le canzoni che rimangono, dopo un ascolto più meditato, sono “City of the blinding lights” (un pezzo che sembra riassumere l’intera carriera degli U2. È una canzone che fa pensare a New York, ma anche a una ragazza misteriosa e bellissima, intravista nella strada di una metropoli. Il ritornello trascinante dice: «Oh, you look so beautiful, / tonight, / in the city of blinding lights» [Oh, sei così bella, stasera, nella città dalle luci accecanti]) e “Sometimes you can’t make it on your own”.
Nelle altre tracce ci sono, volontarie o involontarie, citazioni dei vecchi successi della band. Questo, forse, ne condiziona l’ascolto e fa sembrare alcune canzoni, a tratti, poco spontanee ed eccessivamente filtrate dal lavoro in studio, sebbene Bono raggiunga punte espressive molto alte, come in “A man and a woman”.
C’è da dire che gli U2 sono una di quelle rockband che rende al massimo nei live, e che ci ha abituati a sempre nuovi arrangiamenti nei suoi concerti. E’ questo uno dei punti di forza del gruppo. Perciò un giudizio obiettivo dell’album non può prescindere dall’ascolto della versione live dei singoli pezzi. Effettivamente, “Yahweh” e “Original of the species” (due tracce che mi erano piaciute poco) nello splendido “Vertigo 2005 / U2 live from Chicago” fanno la loro figura, tant’è che le ho rivalutate.

Considerato quello che c’è in giro oggi, “How to dismantle an atomic bomb” è un album con un livello artistico mediamente alto. Finora, e non credo di parlare da fan, gli U2 non hanno pubblicato album brutti, hanno cercato sempre di mettersi in discussione. Ricordo che quando uscì “Pop” molta gente si scandalizzò, dicendo che le canzoni erano indecenti, salvo, a distanza di anni, ricredersi e affermare tutto l’opposto. Stesso discorso per “Achtung baby” (il loro capolavoro, da molti fan considerato un vero e proprio tradimento). Per me, Bono e i suoi amici sono dei grandi artisti, ma sono anche degli uomini molto intelligenti. In ragione di questo, a meno che non abbiano venduto l’anima al diavolo da un pezzo (ricordate Mr. McPhisto, vero?), ci possiamo aspettare ancora grandi cose da loro. Non sono ancora dei vecchietti e delle caricature di loro stessi come i Rolling Stones, per fortuna. Certo, la voce di Bono non è più quella di una volta (in un’intervista a Rolling Stone ha dichiarato che tutto è cambiato dopo un intervento alla gola; di sicuro però non gli avranno fatto bene neanche tutto l’alcol e il fumo consumati negli anni ’90), ma sebbene non possa più gridare come ai tempi di “War” e “Unforgettable Fire”, è comunque molto più espressiva di prima. Bono è un soul-singer per le emozioni che riesce a trasmettere. Nessuno riesce a commuovermi come lui, anche adesso, quando intona ballate gospel come “Stuck in a moment you can’t get out of it”. A proposito, a quando un disco solista, Bono? Perché non seguire l’esempio di Thom Yorke dei Radiohead, e dopo organizzare una manciata di date in teatri selezionati? (Provocazione? ;)) Fino a un certo punto…)

1.2.06

Milano Alcatraz, 23 Marzo - Concerto Simple Minds: “Black & White 050505” (Tour 2006)

"Vivi e vegeti"
di Marco Apolloni
È da circa due ore che stiamo in piedi all’addiaccio ad aspettare che quei grossi e grassi energumeni dei buttafuori ci facciano entrare. Per essere qui sono riuscito a convincere la mia dolce metà facendola impietosire e raccontandole quanto questo gruppo abbia significato fin qui per me. In materia musicale mi definisco un “onnivoro”: ascolto, cioè, di tutto. Tuttavia ci sono due gruppi, in particolare, che appartengono al mio Empireo musicale: gli U2 e i Simple Minds. Dandoci un’occhiata attorno – come era ragionevole attendersi, d’altronde – ci accorgiamo di essere i più giovani fans, in mezzo alla folla assiepata all’ingresso del locale. C’è poco da fare, i miei gusti musicali sono retro-datati e perciò più vicini a quelli di un trentenne-quarantenne che a quelli di un ventenne qualsiasi come me. Le ragioni sono tutte da ricercarsi nel mio passato puberale avvolto nelle nebbie…

Un mio compagno di allenamento – di qualche anno più grande di me – un bel giorno, mentre stavamo facendo dei giri di campo, mi parlò di quelli che per lui erano i due migliori gruppi di sempre. Al ché io subito pensai fra me e me – mi ricordo di quella volta come se fosse oggi – starà di certo per nominarmi i Beatles e i Rolling Stones. E invece questi mi spiazzò letteralmente nominandomi un gruppo di “politicizzati” irlandesi e un gruppo di “visionari” scozzesi. Questa insolita risposta catturò a tal punto il mio interesse, che gli chiesi se poteva farmi per l’indomani una cassetta – all’epoca andava ancora di moda – con incisi i loro rispettivi brani più belli, suddividendo il “lato A” per i primi e il “lato B” per i secondi. Di solito in questi casi la frase più banale che si possa dire è: “E fu subito amore…”. Ma non fu esattamente così. Il primo ascolto di quella cassetta mi risultò alquanto difficile, specialmente il secondo lato in cui vi dominavano sonorità vagamente oniriche, mentre il primo lato tutto sommato più orecchiabile mi era subito piaciuto. Ascolto dopo ascolto, però, venni pian piano ipnotizzato da quei ragazzi di Glasgow e dal loro “Sogno Dorato”…

Finalmente aprono i cancelli, avevano detto alle sei e mezza, sono le sette e mezza quasi. Poi dicono che quassù al nord sono tutti piuttosto puntuali ed efficienti… Speriamo che l’attesa ne valga almeno la pena! Una volta dentro tutti cominciamo a correre per accaparrarci i posti migliori nelle prime file. Io – nonostante la mia falcata da mezzofondista – riesco ugualmente a conquistarmi, con le unghie e con i denti, le barricate davanti. Un “gorilla” della sicurezza con la sua voce scimmiesca c’intima a sedere sul parterre. Intanto ecco che mi raggiunge visibilmente affaticata la mia girl, rimasta un po’ defilata a causa di qualche strattone-spintone di troppo. Così si accascia al suolo accanto a me tutta contenta di non dover prolungare la sua smodata attesa in piedi. Facciamo giusto in tempo a sgranocchiarci due panini preparati alla rinfusa nella concitazione del momento, che vediamo delle incomprensibili agitazioni ai bordi del palco. Si sa come le dinamiche di una folla festante non possono mai risultare ben chiare. Ad ogni modo, non si sa come, riusciamo ad avere la prontezza di riflessi necessaria per catapultarci in seconda fila, a pochi metri dal palco e per di più verso il centro, proprio all’altezza del microfono, dal quale forse di lì a poco vedremo dimenarsi il nostro beniamino Jim. Dopo qualche istante riusciamo a capire il perché del sommovimento generale: un’attrezzista coi basettoni sta accordando la chitarra di Charlie e un altro con l’elmetto da minatore e lumino incorporato sta sistemando i piatti della batteria di Mel. Sono le otto e mezza in punto. Davanti a me c’è un tizio a dir poco bizzarro, addirittura questo qui si è visto due giorni prima la data di Verona e perciò sa il concerto a memoria. Certe volte io proprio non riesco a capire che senso abbia scrivere romanzi di fantascienza, quando la nostra realtà quotidiana è piena di personaggi fantascientifici come lui…
Tant’è che questo curioso tizio mi anticipa di sua iniziativa buona parte della scaletta dei brani del concerto e mi rifila due testate involontarie agli zigomi, per colpa dei suoi sgraziati movimenti oscillatori all’indietro. Quindi io gli faccio: “Amico speriamo che tu non voglia fare come se stessi sul palco e ti dimenassi tutto…”. Sicché lui mi risponde in un misto di dialetto napoletano-milanese: “No, ci mancherebbe altro…”. Non fa neanche in tempo a finire la frase, che mi rifila un’altra testata delle sue. Perciò decido di lasciarlo perdere e accetto per la terza volta consecutiva le sue petulanti scuse. Non sono tipo da fare a pugni e soprattutto non ho nemmeno il fisico per farlo… Tra una testata e l’altra si fanno le nove, in teoria manca pochissimo anche se poi in pratica non si sa! La platea è in fibrillazione, sente che il momento dell’inizio del concerto si sta approssimando ineluttabilmente. Dopo l’ennesima apparizione dei due attrezzisti, dalla folla si alza uno sciame unanime di fischi e di cori acclamanti le stars della serata. Poveretti, non che ne abbiano colpa, stanno soltanto facendo il loro lavoro, però è anche vero che noialtri qua sotto nella “gabbia dei leoni”, non ne possiamo più di questa surreale attesa che sembra non finire mai, manco aspettassimo Godot… Ma ecco che, attenzione, qualcosa si muove dietro le quinte, si accendono le luci, no, non ci credo… Sono loro! Da qui in poi è un crescendo di delirio…

Benvenuti in una nuova era, benvenuti nel “Nuovo Sogno Dorato”, ecco a voi i: Simple Minds! Esponenti di spicco della “Nuova Onda” in voga negli anni Ottanta, artefici mozzafiato di sonorità psichedeliche e sintetizzate – si nota, infatti, che loro furono fra i gruppi precursori del sintetizzatore –, ma soprattutto accusati da molta parte della critica di esser passati: da una musica “troppo poco” a una “troppo” commerciale. Paradosso questo che ha caratterizzato e attraversato tutta la loro carriera. Solo i più “grandi” possono permettersi di avere dei paradossi. Del resto è la Vita stessa a farci amare il lato paradossale di ogni cosa. Non a caso l’aspetto di sicuro più interessante degli artisti risiede tutto nella loro controversa Arte. Difatti non possiamo dire di comprendere la loro singola produzione artistica, senza aver però prima compreso l’intera loro produzione. Quindi chi non rintraccia un comune filo conduttore che lega indissolubilmente Life in a day, loro primo singolo, fino ad arrivare a Home, loro ultimo singolo, o è un critico capzioso oppure prevenuto: in entrambi i casi occorre lasciarlo perdere perché tanto non c’è modo di farlo rinsavire. Come mi disse una carissima persona, a proposito del mio sogno di diventare scrittore: “Marco ci sono due tipi di persone le cui critiche non ti devono importare, gli invidiosi e gli incompetenti, per entrambi non avrai mai via di scampo, persino se riscrivessi la Divina Commedia loro continuerebbero a darti contro…”! Ed è proprio questo il caso dei nostri oramai mezzi attempati gentlemen scozzesi. Addirittura certa critica prevenuta ha definito il loro album-capolavoro assoluto, secondo me, New Gold Dream come un “peto artistico”. Al ché io non ho parole da dire, se non di riportare quelle di Gesù stesso tratte dai Vangeli: “Chi ha orecchie per intendere, intenda”…
La loro musica, a mio avviso, ha percorso come nessun altra un Viaggio fantasticheggiante attraverso la “decadenza” europea. Viaggio inteso come metafora esistenziale per eccellenza, oltre che vero e proprio modo di stare al mondo ed essere fedeli “testimoni” della propria epoca, ripercorrendone la superficie oscura e le contraddizioni irrisolte. Tutto cominciò per loro in quei primi tour-viaggi in giro per l’Europa, che d’inverno è oltretutto particolarmente intrigante. Si sa come i viaggi, specialmente per i giovani, siano una sorgente di nuovi stimoli culturali. Fu così che avvenne anche per loro, visitando luoghi suggestivi e incotrando gente di tutti i tipi si formarono sia dal punto di vista umano che artistico. Questi fattori, infatti, contribuirono a creare il loro inconfondibile sound. Quel che ne uscì fuori è raccolto mirabilmente nel disco Empires and Dance. La canzone, da qui estratta, che meglio sintetizza il loro travaglio artistico di quegli anni è I travel, dove si parla di un’incomunicabilità-incompatibilità di linguaggi fra i vari popoli europei. Con il doppio lp Sons and Fascination & Sister Feelings Call – alla modica formula prendi-due-paghi-uno – queste Menti Semplici scoprirono un grande interlocutore: l’America; e con essa anche una notevole fetta del mercato discografico. Le canzoni di questo album sembrano essere degli “appunti di viaggio”, i loro testi altamente simbolici, sono pieni di riferimenti ai quattro elementi naturali: acqua, aria, fuoco e terra. A tal proposito Jim Kerr si è più volte definito un compositore “a cielo aperto”, l’esatto contrario del compositore “da tavolino”. L’ispirazione per lui è sempre consistita in lunghe passeggiate solitarie – non a caso lui stesso si è anche ripetutamente definito “sognatore solitario errante” – all’aria aperta, come quella notturna nei pressi delle rovine del fantasmagorico porto abbandonato di Glasgow, che ha dato vita ad una delle canzoni sicuramente più evocative del gruppo: la bellissima Waterfront. Conseguentemente l’intera band ne ha risentito, tanto da prendersi la nomea di gruppo “da spazio aperto”…
Tuttavia solo dopo la loro meravigliosa fatica New Gold Dream, possiamo incominciare a parlare di miracolo artistico Simple Minds! Qui i vari simboli religiosi si sprecano e da menzionare è la particolare location nella quale esso è stato concepito larvalmente, ossia: a Perth, nel cuore pulsante di una Scozia dai “forti echi” di un passato celtico-romano, in una chiesa sconsacrata adibita a studio di registrazione. In questo lavoro vi si afferma incontrastato il potere derivato dall’immaginazione, atmosfere fitte di mistero, sonorità avvolgenti dominate da un complessivo sincretismo musicale, che si avvale di una sapiente mistura di generi musicalmente diversi fra di loro. Tale è stata la ricetta vincente di questo sensazionale album. Fra tutte le canzoni vi menziono quella, secondo me, più bella Big sleep, “Il grande sonno”. Se casomai mi venisse fatto il dono prezioso di avere un “pargolo”, di sicuro come ninna-ninna so già quale canzone cantargli… Per non parlare della title-track, della quale non posso non citare la strofa del ritornello “…e quando sogni, sogna nel sogno con me…”. E poi ancora Promised You a Miracle, dove la strofa del ritornello s’interroga filosoficamente se: “Credere è una bella cosa? Believe is a Beauty Thing?”. In questa canzone, per di più, viene espresso un sentimento universalmente condiviso e cioè che: la gente ha bisogno di credere nei miracoli e non vi è migliore miracolo della Musica! Album questo sicuramente fra i più “mistici” della storia… Da qui in avanti molti rintracceranno in loro il seguente segno distintivo: semplicemente “ipnotizzanti”; come il titolo di una loro recente canzone Hypnotised
La loro musica, inoltre, è un autentico inno alla creatività, intesa come ribaltamento dei valori costituiti e metodo di evasione in una realtà non tanto “irreale” quanto “ideale”. D’altronde si sa che la musica possiede un tocco taumaturgico sulle anime lacerate delle persone e che è capace di curare le ferite più sottocutanee. Le loro canzoni sono sogni a occhi aperti. La gente ha bisogno di sognare così come di respirare, anzi vi dirò di più, i sogni sono ossigeno per i nostri tessuti connettivi e sono in aggiunta la nostra linfa vitale, che ci permette di affrontare le mille difficoltà della Vita: le sue infinite complicanze, le sue indicibili sofferenze, il suo incombente destino. Tutti gli artisti sono dei sognatori! E chi è il sognatore se non quell’individuo che cerca di fare della propria vita una Grande Visione? La gente pratica manda avanti il mondo, gli scienziati lo fanno progredire, gli artisti lo rendono un posto migliore in cui vivere. So che potrà sembrare una tesi alquanto bislacca, ma io credo che abbiano salvato molte più vite gli artisti che i dottori in un certo senso. Mi spiego meglio, vi è un male spirituale, per il quale non vi è altra cura che l’Arte, sto parlando del “male di vivere”. Per certi versi si può pure dire che l’Arte è quel male di cui è esso stesso la cura…
Altra loro opera eccellente è Sparkle in the rain, “Uno scintillìo nella pioggia”, che riprende i temi tanto a cuore alla band scozzese e ci regala tormentoni quali: Book of brilliant things, East at easter, Speed your love to me, White hot day. Album questo dalle tinte grigie come una giornata di pioggia, caratterizzato dall’elemento acquatico in particolare, ma più in generale dove gli elementi naturali si scindono formando dei dolci suoni avvolgenti, capaci di farti prendere una colossale ubriacatura dopo pochi ascolti. Ripensandoci questo gruppo sfugge a qualunque facile classificazione, un po’ come la loro musica stessa: completamente “evanescente”. In definitiva tutti abbiamo bisogno dei nostri “Sogni Dorati” e il grande merito dei Simple Minds è che ce li hanno saputi regalare finora e non è detto che non continuino a regalarceli anche in futuro…

Sulle prime non ci credo, rimango momentaneamente basito, il tempo necessario per capire chi ho davanti agli occhi, vale a dire: un “ex” ragazzo come me, in pantaloni e camicia di jeans, con attorcigliata al collo una massiccia collana d’argento e che pare uno di quei “tamarri” di Quarto Oggiaro, ma che per come canta e si muove sul palco ti fa venire i brividi, come pochi altri sanno fare – tra cui il suo altrettanto istrionico “gemello diverso” Bono degli U2. Per non parlare di Charlie e dei suoi riff di chitarra, che ti fanno letteralmente uscire fuori di cervello, di quella sua faccia simpatica da compagno di bevute-scorribande al pub e quella sua classica pancetta da birraiolo impenitente. O di Mel e dei suoi martellamenti penetranti alla batteria, che fa due metri in altezza e altrettanti in larghezza, con quel suo sorriso giamaicano e quei suoi grossissimi bicipiti, roba che se ti dà lui un pugno in faccia ti stacca la testa dal collo. Insomma c’erano una volta i Simple Minds e ci sono ancora a dire il vero e a quanto pare: si direbbero piuttosto “Vivi e vegeti”, Alive and kicking come intona la canzone finale che ci hanno regalato per darci la buonanotte. “Buonanotte Milano” ha gridato in chiusura visibilmente soddisfatto Jim e io in quel frangente, in cuor mio avrei voluto gridargli di rimando: “Bentornati Simple Minds”!