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22.9.08

Lunedì 22 Settembre – Sul Ministero della “pubblica distruzione”

di Marco Apolloni

Oggi vorrei parlarvi di una tragedia tutta italiana. Vorrei parlarvi della Scuola italiana. Immagino quello che starete pensando e me ne rattristo. Vi assicuro che non è mia intenzione sparare sulla croce rossa. Come sport non mi è mai piaciuto e, a dire il vero, non vi ho mai aderito. Ma come saprete bene, c’è sempre una prima volta per tutto nella vita. Navigando in rete negli ultimi giorni sono rimasto allibito nel vedere quanti post[1] sono stati sprecati sull’Istituzione più scalcinata che ci ritroviamo in Italia. Un’Istituzione che ha dovuto subire ad ogni cambio di Governo, una nuova invasione barbarica che deliberatamente l’ha saccheggiata privandola della sua anima profonda. Pur essendo politicamente schierato, in materia scolastica non mi faccio problemi a sputare veleno a destra e a manca – anche se più a destra che a manca, ad essere sincero.
Ponete il caso di un pischello come me, che ha conseguito da poco una laurea specialistica in filosofia – materia che già di per sé non ti garantisce il “pane”, men che meno il “companatico” – e che vorrebbe imboccare la via “infernale” – a giudicare dagli eventi degli ultimi giorni – dell’insegnamento nei licei[2]. Tu pischello, incalzato dai tuoi genitori previdenti – che non ne potevano più di sponsorizzare i tuoi studi – e messo in allerta dalle notizie allarmanti che hai letto sui giornali – vedi alla voce SSIS[3] – ti decidi a fare una telefonata sconsolata agli alieni del Ministero. Alieni perché tu provi a chiamarli una, due, tre, quattro, cinque volte e niente. Dall’altra parte della cornetta il telefono squilla a vuoto. Al che tu, visibilmente incazzato, non ne puoi più, vorresti rinunciare ma poi chi li sente i tuoi sponsor… Allora provi e riprovi e… No, non è possibile: c’è vita su Marte! Una ragazza dalla voce umana, incredibile a dirsi, e pure simpatica – chi l’avrebbe mai detto all’interno del Ministero della “pubblica distruzione” – ti aggiorna sullo stato delle cose. Sarà pure simpatica ‘sta tipa, ma quello che ha da dirti ti affossa il morale sotto le suole delle scarpe. Ti senti ripetere un: “Sono spiacente, ma al momento non posso dirle con certezza se e quando la situazione si risolverà. L’unico consiglio che posso darle è controllare periodicamente il sito aggiornato – sì, ha detto proprio la fatidica parola, aggiornato – del nostro Ministero. Quando si saprà qualcosa di più preciso, vedrà che verrà inserito nel sito”. Tu, a questo punto, cerchi di farle compassione e tenti di sollecitarle i buoni sentimenti: tentativo riuscito! T’illudi che forse la simpatia è reciproca e allora lei ti fa: “Ascolti, prima di Aprile-Maggio prossimi la situazione non dovrebbe cambiare. Dovrà attendere quella data per chiedere di venire inserito nella graduatoria della Terza fascia – e che roba è, ti chiedi, ma sorvoli perché pendi dalle sue labbra e vuoi che continui –, in ogni caso potrà sempre tentare di far domanda diretta al singolo dirigente scolastico della singola scuola e non è detto che non le assegnino qualche supplenza”.
In sostanza, ti metti a disposizione dei presidi, confezioni il tuo bel C.V.[4] nella speranza di lasciarli a bocca aperta. E così fai, cominciando da quei presidi che conosci meglio, anche qui nella speranza – quante speranze per un mestiere già disperato in partenza – che siano più propensi degli altri a farsi impressionare dai tuoi titoli. Il più onesto di questi presidi, il tuo ex preside del liceo, ti dice chiaro e tondo: “Vedrò quello che potrò fare, ma non voglio illuderti. Questo Ministro non si sa bene che intenzioni abbia con voi giovani leve. La situazione è questa: le assunzioni sono bloccate più o meno dall’era della pietra, per quest’anno dovremmo ancora attenerci alle graduatorie del Ministero, poi pare, dall’aria che tira, che dall’anno prossimo ciascun Istituto potrà arruolare i propri docenti con un sistema davvero innovativo: a chiamata! Sai cosa significherebbe? Creare nei licei lo stesso e identico sistema clientelare dei Baronati universitari. Sono piuttosto preoccupato, non te lo nego. Se così fosse sarebbe la fine della trasparenza e l’inizio di una meritocrazia particolare, che più che alla bravura di un insegnante mira alle simpatie personali del preside. Bah…”.
Ora lasciamo perdere questo presunto pischello, trattandosi del sottoscritto. Il quesito che mi pongo è: cosa diamine balena in testa alla Ministra Gelmini, che da vera avvocatessa sono sicuro saprà far fronte ai dilemmi di un Ministero - che, in fin dei conti, c’entra con il suo precedente mestiere un po’ come i cavoli a merenda. Mi rimane il sospetto che dietro ai tagli da lei annunciati – oltre alle SSIS, si veda anche quella curiosa riproposizione del “maestro unico” alle elementari – ci sia lo zampino del commercialista più ricco e famoso d’Italia. E chi se non lui, il “nuovo” – anche se suona un po’ come un eufemismo – Ministro dell’economia: Giulio Trimon’ – come direbbero alcuni miei amici pugliesi.
Persino una dittatura come Cuba si è resa conto dell’essenzialità di due Ministeri, uno la Sanità e l’altro la Scuola. Perché: senza il primo verrebbe meno il nostro unico bene assoluto, la Vita, la quale verrebbe penalizzata tanto in termini qualitativi che quantitativi; e senza il secondo invece, che razza di avvenire daremmo ai nostri figli privandoli di quel valore supremo, la Cultura, la quale è la sola che li renderà liberi un giorno – e sappiamo tutti quanto possa valere la libertà per un essere umano…
Beh, Cuba ci è arrivata. Noi no. I cubani si procurano il loro approvvigionamento energetico, scambiando – coi loro alleati strategici – dottori e insegnanti per il petrolio. Noi in Italia, tutt’al più, potremmo scambiare veline e calciatori per avere qualche misero barile di “oro nero”… Un Paese che non fa nessun affidamento sulla Scuola e, di riflesso, sulla Cultura, è un Paese ridotto male ed è quasi “alla frutta”, in un certo senso. Ma come stupirci di tutto ciò, visto che il nostro sempiterno Presidente del Consiglio ha più volte dichiarato in pubblico che sono anni che non legge un libro. Lui che, in fondo, è solo il più grande “magnate” dell’industria editoriale italiana. Dettagli a parte, quel che conta è che mi candido a diventare uno scrittore in un Paese dove non si leggono libri, o dove quelli che leggono libri sono diventati una minoranza tale per cui sono pure meno dei Testimoni di Geova. E come se non bastasse, visto che - come mi ha detto il mio ex preside - non si può vivere di sola “gloria”, per di più s’è “letteraria”, mi accingo ad intraprendere una carriera come insegnante liceale talmente in salita da fare sembrare una passeggiata in lieve pendenza la scalata dell’Everest... Ma io, impavido – più di Mel Gibson nei panni dell’eroe scozzese William Wallace in Braveheart –, voglio crederci lo stesso poiché se una cosa ho appreso nella mia vita è che: se non credi in te stesso è vano sperare che ci creda qualcun altro

[1] Chi non è a conoscenza del significato di questa parola è da ritenersi un indegno lettore di questo post
[2] Lo ammetto, sono un fan sfegatato del professor Keating. Quello dell’Attimo fuggente. Il film, tanto per capirci. Chi non l’avesse visto, per penitenza, è seriamente invitato a rimediare.
[3] Scuole di specializzazione per l’insegnamento, che dopo la chiusura dei concorsi pubblici – anni fa – hanno svolto fino all’altro ieri il ruolo d’inserire, si fa per dire, nuovi precari all’interno delle scuole medie e superiori, però munendoli della famigerata “abilitazione”, senza la quale i dirigenti scolastici – i presidi cioè – non ti si filano neanche di striscio e ti storcono la bocca se gli vai ad elemosinare una pur misera supplenza.

[4] Letteralmente: "Curriculum Stronzate"…

24.10.07

Laboratorio Beat 1.0

Quello scritto e diretto da Corrado Accordino (“Cattivi Maestri, ovvero i sacri Idioti d'America”, al teatro Binario7 di Monza) è uno spettacolo che parla di una generazione intera, di un movimento nato sulle strade dell’America ed esploso in tutto il mondo, di uno spaccato di artisti coraggiosi e sperimentali, di un affresco degli anni ’50 e ’60 – in cui musica e parole, intelligenze e cuori, si inseguivano tra cielo e terra, polvere e sole, per fondersi, completarsi, specchiarsi verso un nuovo possibile orizzonte…. Lo spettacolo vuole raccontare e far rivivere quella generazione che qualcuno definì “bruciata” e qualcun altro definì dei “sacri idioti d’America” e che in ogni caso raccolse un grande consenso e diede vita al movimento dei "figli dei fiori" e dei beatniks. La musica jazz era il giusto esplosivo per far risuonare le visioni letterarie nate dalle menti di Jack Kerouac, Neal Cassady, Allen Ginsberg, William Burroughs, Lawrence Ferlinghetti, Gregory Corso, e altri scrittori che trovarono nelle nuove esplorazioni musicali un sostegno creativo e un senso di comunione tra parole suoni e visioni.

(note di regia)


Silvia Del Beccaro

Occhi gonfi, testa pesante, dita scrocchianti. Nulla mi ferma davanti all’occasione unica e irrepetibile – forse – di poter lasciare scorrere il mio flusso beat. Ispirata da uno splendido spettacolo jazzista beatiano, cullata dalla luce di tre candeline azzurre che ho trovato nascoste nell’armadio a fianco – anche se mi tocca tenere accesa comunque la lampadina a risparmio energetico, per poter vedere i tasti del mio pc a manovella –, batto parola dopo parola i miei pensieri più reconditi. Pensare, pensare, pensare… Non mi resta molto in testa alle 23.44 di sera, ma tutto sommato le mie mani riescono ancora a suonare il pianoforte dei miei pensieri. Sento passi nel corridoio, passi di fantasmi. Sarà la notte, sarà il silenzio, sarà l’alcool etilico della sonnolenza che mi sta inebriando da ore. Ma adesso sono qui. E nulla può fermare questa mia parentesi beat. Corrado ha raccontato la storia del movimento attraverso note e parole, musica e ballo, esperienze e passioni. Io la racconto a modo mio. Parlo di libera interpretazione. Libero arbitrio. Ognuno sceglie ciò che meglio crede. Il mio, di raccontare la beat generation, è questo. Sentirmi una di loro. Ho sbagliato epoca, avrei dovuto vivere negli anni Cinquanta – dico sempre. Le pettinature di una volta, i jeans di una volta, l’amore di una volta. Si faceva all’amore, non lo si raccontava solamente. Si pensava di poter cambiare qualcosa, cambiare gli schemi. E forse qualcuno ci è riuscito. Qualcun altro no. Ma chissenefrega. Guardo loro, guardo me, ripenso a loro, ripenso a me. Mi sento una di loro è vero ma non sono come loro. Cazzo che sonno, ma questo non è molto beat vero? Eppure sono un’artista. Scrivere delle onde come foglie all’idrogeno che si elevano verso il sole, degli stormi di gabbiani come angeli infuocati. E’ questo che amo. E’ questo che è beat. Scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere… Di sé, degli altri. La parola chiave è: s-c-r-i-v-e-r-e. Scrivere con il fuoco della passione dentro. Un fuoco che arde di novità, di protesta, di chiacchiere, di sogni, di droga, di alcool, di stupore, di sperimentazione, di… Sesso. Sperimentare nel sesso. Esperienze nuove, è questo che aiuta a rinnovare se stessi. È questo che aiuta a scoprire noi stessi. E a raccontarci agli altri. Scrivere del mondo che abbiamo davanti e dentro. Scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere. Solo scrivere. Una pagina vuota, poi il flusso parte. Tre, quattro righe scritte e il flusso si interrompe. Poi riparte automaticamente. E poi ancora si ferma bruscamente. Come un treno in corsa che interrompe di colpo il suo viaggio quando all’orizzonte scorge un uomo sdraiato sulle rotaie del suo destino. Scrivere è fondamentale per un beat, che non si blocca per paura che il suo flusso possa interrompersi da un momento all’altro. Vorrà dire che quello è stato il suo momento. Quello è stato il momento del suo flusso. Domani ne sopraggiungerà un altro, e un altro ancora. E così via all’infinito. Strada, viaggio. Bottiglia, morte. Musica, fotografia. Amore, jazz. Droga, riposo. Omosessualità, poesia. Beat è questo e altro ancora. E’ una trasfusione di sangue ossigenato, è un vortice di flussi ininterrotti pronti ad esplodere dalle viscere del nostro corpo. Mi ricordo della prima volta in cui mi ubriacai. Stavo ad una festa di compleanno, appena compiuti i diciotto anni. Avevo già previsto che sarei uscita sbronza da lì. Limoncello e vino, rosso e bianco, un mix di dolcezza e amarezza insieme. Poi quella canna fatale. Il profumo dolciastro della prima tirata – che gli altri passeggeri ebbero l’onore di assaggiare – mi fece sbroccare parole senza senso. Vomitai fiumi di pensieri fino a che il mio viso divenne bianco come la sposa cadavere e mi ravvisò dell’ora di rinsavire. Se solo ricordassi quei miei soliloqui sbronzi. In vino veritas. E in limoncello pure. Così come per la tequila, il rum e la sangria. Stavo pensando di raccogliere questo mio discorso in un monologo intitolato sproloqui-per-caso – non so come mai, ma riesco sempre a trovare i titoli delle mie opere inedite. Mancano solo i contenuti e poi il gioco è fatto. Da grande voglio fare la drammaturga. Accordino è un maestro in questo. Lui riesce ad essere ciò che scrive e a scrivere ciò che è.


FIRMATO: Una Beat!