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30.12.07

I però della vita

di Marco Apolloni

Mi girano un po' le palle, lo ammetto. Perciò premetto che sarò volutamente irritante. Avete presente quei lunghi giri di parole introduttivi con cui certa gente ti silura, però – ecco il primo però – con molto stile. Beh, ieri sera – dolceamara serata – mi sono trovato in una situazione analoga. Per motivi di privacy non starò a raccontarvi con chi ero, né tanto meno i perché e i per come. Sarò diretto e brutale. La mia è più che una dichiarazione d'intenti. Non so voi, ma quando uno mi parla e si dilunga lisciandomi contro pelo come si fa coi gatti, io non mi fido tanto, comincio a sentire puzza di gatto bruciato. Poi ad un tratto, eccolo: il benemerito però che ti aspettavi da mezz'ora e che puntualmente senti pronunciare. Basta una leggera, quasi impercettibile, inflessione di tono nella voce che subito tutto ti appare chiaro. La vita te lo sta per mettere in quel posto... Tu credevi di non essere come gli altri, che la carretta non avresti dovuto spingerla, che non avresti dovuto faticare come un mulo e invece eri solo un pirla presuntuoso che supponeva. Però si poteva fare così, però si poteva fare cosà, però sei stato troppo profondo, però sei stato troppo superficiale. Tagliando corto, quando senti dirti ognuno di questi però è come se ricevessi un pugno sul grugno, di quelli tosti, bene assestati, che ti spaccano la pelle e ti fanno scendere giù piscine di sangue vischioso. Ti dicono che sei un giovane di buone speranze e subito ti vengono in mente quelle miriadi di giovani prima di te, anch'essi una volta di buone speranze ma ora dei perfetti signori nessuno sparsi chissà dove nel globo – nella migliore delle ipotesi – o niente più che cibo per vermi – nella peggiore delle ipotesi. Ti tocchi le palle, sì, e una toccatina è proprio quello che ci voleva dopo simili pensieri. Ti fai forza e ti dici: "Dai che un giorno prima o poi qualcuno ti apprezzerà per quello che sei e ti darà il tuo attimo fuggente di gloria". Andy Warhol ha detto che tutti finiremo con l'avere i nostri cinque minuti di notorietà. Certo cinque minuti sono un po' pochini ma, cazzo, sempre meglio di niente. E allora tu ci speri e ti accorgi di avere fatto il più capitale degli errori perché ti ricordi di quel detto: chi vive sperando, muore... Fa niente, non sei scaramantico, però – diamine eccone un altro – ti tocchi lo stesso un'altra volta. Tanto massimo che ti succede è niente. Come dice quello: non ci credo però mi tocco... Scanso equivoci. Già, è meglio scansare gli equivoci. Ti fanno troppa confusione e poi ti logorano il cervello. M'immagino voi lettori, che vi starete dicendo: guarda questo qua, usa la seconda persona perché vuole somigliare a Mac Inerney. Mac chi? No, non ce l'ho un Mac. O meglio: conoscevo un Mac, però quello giocava a tennis. Un po' folle, ma non era niente male. Era il mio tipo di tennista ideale. Faceva incazzare gli arbitri come delle iene. Poteva dire o fare quello che gli pareva dentro al campo da tennis. Comunque la gente lo applaudiva. Poteva pure mandare affanculo la stessa gente che gli batteva le mani. Tanto lui era un genio, quindi logicamente sregolato. Chi cazzo saranno mai 'sti geni. Le biografie dei più grandi scrittori di tutti i tempi sono istruttive in proposito: si trattava perlopiù di personaggi decisamente strani, che facevano la fame pur di coltivare il loro sogno di scrittura. Molti crepavano senza vedere coi loro occhi una sola critica positiva ai loro libri. Poi da morti, magicamente venivano beatificati. Non dal papa, ma da quegli stessi palloni gonfiati che li avevano stroncati quand'erano vivi e che gli avevano fatto patire le pene dell'inferno. Ma che vi sto a raccontare. Queste sono cose che voi già saprete, miei cari lettori. Che gran tristezza. La vita è adesso! Ieri è già passato. Domani boh? Il domani quello, beh, lo sappiamo tutti è un'incognita, un gigantesco punto di domanda. Ne sapeva qualcosa Lorenzo De' Medici che nella sua stracitata poesia carnascialesca ha lasciato scritto: "Chi vuol essere lieto sia di doman non v'è certezza"... Poesie a parte, la vita non è poesia. È quanto di più lontano ci possa essere alla visione che hanno i poeti del mondo. Questi, infatti, sono degli spiantati, però una cosa è certa: pensano davvero quello che dicono, peccato solo che dicano un mucchio di cretinate. O meglio: tali sembrano alla stragrande maggioranza della gente che non possiede il loro dono. La società li abortisce, non ne vuole sapere ed è arrivata addirittura a cancellarne le tracce. Neanche li pubblicano più i libri di poesia. Ci manca solo che il WWF metta i poeti come specie protetta, dato che sono ormai in via d'estinzione. Io ho un amico poeta, si chiama Delfino. Scrive poesie ed è pure bravo, però alla gente non importa quel che ha da dire lui, poetastro, sul mondo. La gente legge con piacere l'avvincente descrizione di un pompino fatto da una quindicenne un po' zoccola. Quelle sono cose che catturano il vivo interesse della gente. Sono cose che possono diventare argomento per quei circhi umani dei talk show. Queste cose riempiono i teatri di persone che pendono dalla bocca non della ragazzina-scrittrice, chiamata solo come comparsa, ma dello psicologo di turno che racconta alla platea plagiata il degrado morale in cui sono incappati i nostri figli. Queste persone vogliono sentirsi dire che era meglio ai loro tempi: quando non c'erano né internet né i cellulari né quant'altro. Insomma la solita minestra riscaldata. Sono stufo, anzi arcistufo. È tempo che mi congeda da voi, fedeli lettori. Lasciatemi dire però – questo vi prometto è l'ultimo della serie – una cosa ancora, la cosa più sincera che io possa dirvi – che fa riferimento alla mia esperienza di vita vissuta: non c'è trippa per gatti... ma per i cani sì!

26.12.07

Il volo degli "Angeli" sulla pista da ghiaccio

di Silvia Del Beccaro

New York, le luci, la neve, il Natale. Una magia indescrivibile che fa da scenario ad una fiaba altrettanto romantica. Quella di Elisa Angeli - monzese d'adozione, 28 anni compiuti a Natale - divenuta nel 2005 una delle colonne portanti dell’Ice Theatre di New York – fra le più note compagnie americane di danza su ghiaccio. Dopo l’ultima tournée, durata quasi tre mesi, Elisa è ritornata in patria una settimana fa, in occasione delle vacanze natalizie, ma ripartirà per l’America il prossimo febbraio. Questa collaborazione, avviata nel 2005, l’ha condotta ad esibirsi in location di altissimo livello: non solo eccellenti palazzetti sportivi, ma anche veri e propri teatri adibiti a piste di ghiaccio per l’occasione.

Elisa Angeli. Ventotto anni. Una lunga carriera alle spalle da agonista. Un presente roseo da pattinatrice professionista. Questo il tuo percorso, in sintesi, che ti ha condotta da Monza alla Grande Mela: New York. Ma come sei approdata sugli scenari internazionali?

È successo un po’ per caso. Nel 2005 sono andata in vacanza a New York e naturalmente avevo i pattini con me. Cercavo una pista al coperto e ho trovato il Chelsea Piers. Mentre pattinavo due coreografi dell'Ice Theatre, che provavano i loro balli, mi hanno notata.

Se fossi rimasta in Italia pensi che avresti avuto le stesse opportunità?

In Italia quasi nessuno riesce a vivere di professionismo. Forse due o tre persone al massimo possono permettersi di farlo, giusto qualche campione olimpionico.

È vero che professionismo corrisponde solo a sacrificio?

Certo conciliare la vita personale con quella lavorativa è difficile, ma si fanno delle scelte. In Italia insegno pilates, danza e pattinaggio e devo cercare dei sostituti per i periodi in cui sono via. Fortunatamente non sto mai lontana per più di tre mesi consecutivi.

In ogni caso le soddisfazioni sono tante.

Si, molte. Specialmente mamma Maria e papà Benito sono orgogliosi di questa esperienza. Mia mamma tra l’altro, essendo una brava sarta, mi sta dando una mano con i costumi di scena.

Ci sono differenze sostanziali fra Italia e America nelle metodologie d’insegnamento e negli allenamenti?

Forse in America puntano più sull’estetica del movimento. Sono più sensibili alla danza, applicata ovviamente al pattinaggio, e all’armonia delle acrobazie. In Italia invece ci si concentra più sull’agonismo e sulla qualità di una tecnica in relazione ai punteggi da ottenere in competizione.

In America tra l’altro hai potuto esibirti nei teatri. Una novità assoluta, questa, rispetto agli standard italiani.

È stata una bellissima esperienza, soprattutto per ciò che concerne il contatto con il pubblico. In un palazzetto gli spettatori sono molto distanti rispetto alla pista, mentre nei teatri sono a pochi passi da noi.

Sei stata invitata al Madison Square Garden dagli organizzatori del “Circus de Soleil”, per prendere parte alla presentazione generale della compagnia. Come ricordi questa esperienza?

È stato bellissimo. Avevano realizzato una specie di città totalmente in ghiaccio, in cui gli spettatori potevano camminare liberamente e assistere alle varie performances.

Negli ultimi 20 anni non hai mai abbandonato il pattinaggio, anche se a un certo punto hai deciso di rompere con l’agonismo. Per quale motivo?

Purtroppo anche quello del pattinaggio è un ambiente un po’ inquinato e quando inizi a non piacere più, soprattutto come coppia, non ottieni le soddisfazioni che magari meriti. E così mi sono ritrovata a 21 anni a decidere se continuare o smettere.

Da febbraio riprenderai la tournée con l’Ice Theatre e fra le varie tappe toccherai anche la Francia.

Per gli altri sarà un viaggio fuori dal Paese, per me sarà un avvicinamento a casa.

14.12.07

"300", le gesta eroiche dei prodi spartani

di Silvia Del Beccaro

Seppur sia stato scritto in un contesto storico totalmente differente, il noto ritornello di Luigi Mercantini «eran trecento, eran giovani e forti e sono morti»1 ben si addice comunque alle gesta eroiche del popolo spartano, che isolato, durante la famigerata guerra delle Termopili, affrontò migliaia di persiani conquistatori. Il loro coraggio e le loro avventure da secoli si annoverano nei libri di storia e negli epici racconti letterari. Ma di loro ha narrato le vicende anche Zack Snyder, giovane regista americano che ha diretto la pellicola 300, riadattamento cinematografico dell'omonima graphic novel firmata Frank Miller in cui viene raccontata – sotto forma di fiction – la famosa battaglia delle Termopili. Mitologia, azione e fantasy sono le tre componenti chiave di questo incredibile film, che concretizza a perfezione la realtà immaginifica di Miller. Affinché emergessero ancor più le origini fumettistiche di questo capolavoro – degno di tale definizione sia per quanto concerne la sceneggiatura che per la sua resa finale – 300 è stato realizzato mediante un uso massiccio della classica tecnica bluescreen2. La predilizione per gli effetti speciali, infatti, è una caratteristica costante delle realizzazioni cinematografiche tratte da graphic novels – non è un caso dunque se pure in Sin City, anch'esso tratto da un fumetto di Frank Miller, compaiono tecniche simili accostate a fotografia digitale e ricostruzioni immaginarie di luoghi e persone storico-leggendarie. Una colonna sonora decisamente rockettara accompagna le marce e i combattimenti, dando così maggiore intensità alle grottesche scene di guerra di per sé molto vive e accese. Gli innumerevoli corpo-a-corpo di cui gli spartani sono protagonisti sono infatti talmente realistici da non lasciare nulla al caso. Tutto è ritratto come in una specie di fotografia vivente: un ritratto veritiero dai colori sbiaditi e fumettistici, nel quale gli scontri incalzanti rievocano i tempi dell'antica Grecia e rendono lo spettatore partecipe di un'epoca ormai lontana ma ancora vivida nella memoria del mondo.
Perfetti. Gli abitanti di Sparta erano semplicemente perfetti. Nella sembianza, nella prestanza, nell'animo. Era un popolo nato per combattere, quello spartano, forgiato da trecento anni di una società guerriera e tenace fino al midollo, con l'audacia insita nel proprio Dna. Non c'era posto per la debolezza, a Sparta. Solo i duri e i forti avrebbero potuto definirsi spartani e la loro prestanza fisica era la concretezza di quella convinzione – un pensiero oggi forse incomprensibile, ma un tempo considerato quasi un obbligo morale. Fisici statuari e muscoli possenti erano una prerogativa del popolo maschile spartano. Non che le loro donne fossero da meno, s'intende: quanto a coraggio esse eguagliavano i loro mariti e i loro figli. Ne è un chiaro esempio l'atteggiamento della regina Gorgo – moglie di re Leonida – la quale, in un momento di adulterio forzato, viene definita dal suo violentatore come «la guerriera». Lei, che andrà a parlare di fronte al consiglio di Sparta per difendere le azioni di suo marito e arrecargli supporto. Lei, che ucciderà il suo violentatore e gli pronuncerà le stesse parole subite durante il rapporto forzato: «Sappi che non finirà tanto presto e che non sarà piacevole». Ma la guerra era un “privilegio” per soli uomini. Non c'era spazio per le donne in battaglia. Essere soldato era un mestiere destinato alla popolazione maschile. Fin da bambini infatti i ragazzi venivano addestrati nell’aghōghē e, una volta terminato, sarebbero dovuti tornare fra la loro gente, da spartani – o non sarebbero tornati affatto. Valore e onore erano due termini inesorabilmente legati al nome di Sparta e dei suoi cittadini. La città era simile ad un accampamento militare, governato sulla base dei principi del cameratismo e dell’austerità. Il senso di disciplina per cui gli spartani erano noti veniva inculcato agli abitanti sin da piccoli. Il sistema di istruzione, l’aghōghē per l’appunto, era un elemento centrale nella vita dello stato spartano e tutti i cittadini dovevano avervi partecipato. Era diretto da un importante magistrato, il “guardiano dei fanciulli”, che aveva sui ragazzi un potere simile a quello di un generale in battaglia sui suoi soldati. Ivi venivano insegnati solo i rudimenti del leggere e dello scrivere, poiché l’accento era posto più che altro sull’insegnamento dell’obbedienza, della prestanza fisica e del coraggio3: «E se la morte è un rischio, essa è anche la ricompensa per l’atleta vincitore»4.
Nel periodo di addestramento i giovani spartani venivano sottoposti a prove di forza continue – sia mentali che fisiche –, culminanti nella prova finale, uno scontro faccia-a-faccia con un animale feroce – un lupo – in cui avrebbero dovuto dimostrare tutto il loro valore. In fondo era la società di Sparta ad esigere tutto questo. D'altronde non poteva essere altrimenti, visto che la società spartana era basata sul militarismo e sul rigore. Una società le cui fondamenta erano da ricercare nel rispetto e nell'onore. Una società in cui la paura non doveva essere vista come un male, ma come una compagna di battaglia che il soldato avrebbe dovuto accettare per rivelarsi ancora più forte.

Gli spartani non si ritirano mai. Gli spartani non si arrendono mai. Figli miei. Non ci ritiriamo. Non ci arrendiamo. Questa è la legge di Sparta.

«Sire, siamo con te. Per Sparta. Per la libertà. Fino alla morte»: questo gridavano i soldati spartani al loro comandante re Leonida, in procinto di partire per le Termopili ed affrontare le migliaia di invasori persiani – capitanati da re Serse – che si stavano avvicinando alla Grecia. Trecento furono gli uomini scelti fra i migliori combattenti di Sparta: tutti con figli maschi che potessero tramandare il loro nome. Trecento furono gli uomini che partirono seppur consapevoli di andare incontro ad una gloriosa sconfitta. Trecento furono gli uomini che guardarono in faccia la morte con occhi di ghiaccio, accettando il loro destino a fronte alta. Dalle terre agricole di Sparta alla costa greca delle Termopili, la bocca dell'inferno, i soldati spartani marciarono serrati e ad ogni passo un nuovo motto echeggiava nell'aria:


Marciamo. Per le nostre terre. Per le nostre famiglie. Per la nostra libertà. Marciamo. Per l'onore. Per il dovere. Per la gloria. Marciamo […] Il mondo saprà che degli uomini liberi si sono opposti a un tiranno, che pochi si sono opposti a molti.

Il combattimento, la guerra, in fondo erano quello per cui gli spartani erano nati, cresciuti e istruiti. Da sempre, fin dai loro primi passi, gli era stato insegnato che la libertà non veniva regalata, bensì esigeva il più alto tributo: la morte. Serse infatti su quelle Termopili – che segnarono il corso della storia – non trovò ad attenderlo dei semplici soldati, ma degli uomini liberi pronti a sacrificarsi per la loro città, per la loro patria, per la loro stessa vita. Uniti, nella buona e nella cattiva sorte: come una sorta di sposi-combattenti. Gli spartani avanzavano insieme e insieme si difendevano, l'uno con l'altro. Ciascuno doveva proteggere l'uomo alla sua sinistra, coprendolo dalla coscia al collo usufruendo del proprio scudo. Lo schema da loro adottato era denominato “a falange”, ovvero una singola compatta impenetrabile unità. In caso di difesa gli scudi fungevano da copertura, delineando una struttura simile al guscio di una tartaruga. Non appena il comandante dava ordine di attaccare, però, gli uomini spostavano i loro scudi e fuoriuscendo dalla falange sferravano il loro attacco armato – con una lancia o una spada –, per poi richiudersi nuovamente dietro gli scudi serrati. Il tutto avveniva con una celerità da manuale, un concatenamento di corpi e colpi tale da non permettere agli avversari alcuna reazione. Un solo punto debole avrebbe potuto mettere in pericolo la falange stessa e, di conseguenza, la vita di tutti. Ecco perché il requisito fondamentale fra i combattenti di Sparta rimaneva la fiducia. Onore, rispetto e fiducia era il “trinomio tipico” spartano, da non dimenticare, imposto fin dall'infanzia alla stregua di un comandamento.
Militarismo, combattività. Sì. Ma nei cuori degli spartani, per lo meno quelli ritratti da Zack Snyder, c'è anche tanta umanità. Le parole di re Leonida – il gigante buono che sa amare la sua donna e i compagni d'arme – in più occasioni rivelano il lato umano di questi soldati robotici, che agiscono quasi meccanicamente ad ogni ordine dato dal loro comandante. Speciale, in questo senso, è lo scontro verbale che Leonida ha con Serse, quando questi minaccia il greco di invadere le sue terre e tenta in tutti i modi di farlo inginocchiare davanti a sé affinché riconosca la supremazia della Persia sulla Grecia. In un momento di ira, Serse confessa a Leonida che sarebbe disposto a sacrificare ciascuno dei suoi soldati per poter ottenere la vittoria. Dopo aver udito le sue parole, lo spartano replica che – diversamente – sarebbe disposto a morire per ognuno dei suoi uomini. Re Leonida non manca di ricordare il carattere combattivo del suo popolo e si rivolge ancora al re persiano folgorandolo con questa battuta – che racchiude l'essenza dell'eroismo spartano: «Tu possiedi molti schiavi, Serse, ma nessun guerriero».
Seppur rielaborato in chiave leggermente fumettistica, dunque, 300 narra la storica guerra fra le flotte orientali del sovrano persiano Serse e l’esercito greco del re spartano Leonida. Serse procedeva attraverso la Tracia, la Macedonia e la Tessaglia.
Appena giunta la notizia del suo arrivo nella Pieria, i greci si sistemarono nelle loro postazioni. Spostandosi verso sud, Serse si accampò a ovest delle Termopili e l’esercito greco si fermò sul passo. L’armata ellenica era composta da trecento5 spartiati, duemilaottocento opliti provenienti da altre regioni del Peloponneso, millecento da due città della Beozia, un numero non specificato di locresi e mille focesi. Il comandante in carica era il re spartano Leonida6. Nessuno si aspettava che lo scontro coi persiani sarebbe arrivato così presto; ma quando Serse si spostò all’entrata del passo con l’intento di spaventare il nemico solo facendo mostra dell’entità delle sue forze, Leonida si preparò a sferrare l’attacco ai persiani e chiese immediatamente rinforzi da tutti gli stati alleati. Prima che le città greche potessero dare aiuto agli spartani, l’armata ellenica fu coinvolta nell’assalto dei persiani – che durò tre giorni consecutivi7.
Inizialmente Leonida e il suo esercito riuscirono a resistere, ma un traditore condusse i persiani sulle montagne, attraverso il sentiero su cui erano di guardia i focesi. Così quando cominciarono a rendersi conto che stavano per essere circondati, i soldati ellenici scapparono impauriti. Rimasero solo gli spartani8. Trecento uomini, trecento corpi, trecento facce squadrate, trecento lance e trecento scudi, trecento corpi nudi, bronzei, lisci e oliati, che fendono lo spazio con la precisione di trecento macchine da guerra9. Sebbene combatterono con estremo coraggio sino alla fine e inflissero gravi perdite nell’esercito nemico, i soldati di Leonida furono sopraffatti10.

Rimasti soli, avrebbero combattuto valorosamente e sarebbero morti con onore11.


***


1 Verso tratto da La spigolatrice di Sapri, composta alla fine del 1857 da Luigi Mercantini. Narra la sfortunata spedizione di Carlo Pisacane nel Regno delle Due Sicilie.

2 Gli attori recitano davanti a un pannello blu, che poi in post-produzione viene sostituito con gli sfondi computerizzati.
3 Hooker J.T., Gli spartani (Traduzione di Valeria Camporesi), Milano, Bompiani, 1984, pag. 120
4 Oates J.C., Sulla boxe (Traduzione dall’americano a cura di Annarosa Miele), Roma, Edizioni E/o, 1988, pag. 15
5 Stando ai dati forniti da Erodoto.
6 Hooker J.T., Gli spartani (Traduzione di Valeria Camporesi), Milano, Bompiani, 1984, pag. 144
7 Siamo a fine agosto del 480.
8 Secondo Erodoto, Leonida si sarebbe votato a morte sicura a causa di un oracolo di Delfi indirizzato a Sparta all’inizio della guerra. La profezia diceva che se non avessero perso un loro re in battaglia, gli spartani sarebbero caduti nelle mani di Serse.
9 Matteucci M., Cinemaplus.it
10 Hooker J.T., Gli spartani (Traduzione di Valeria Camporesi), Milano, Bompiani, 1984, pag. 145
11 Hooker J.T., Gli spartani (Traduzione di Valeria Camporesi), Milano, Bompiani, 1984, pag. 143

7.12.07

"L'ultima tentazione di Cristo" (1988)

di Marco Apolloni

L'ultima tentazione di Cristo è l'inspirata trasposizione cinematografica diretta da Martin Scorsese dell'omonimo romanzo di Nikos Kazantzakis. D'altronde un film cristologico, per uno con il background italo-cattolico quale Scorsese, non ci sorprende più di tanto. A differenza dell'ultimo film-splatter sulla vita del Messia – ci riferiamo a The Passion di Mel Gibson – ne L'ultima tentazione ci si concentra di più sul Cristo spirituale, rispetto a quello carnale. Scontate e immeritate le critiche piovutegli addosso dal Vaticano, accompagnato dalla suggestiva colonna sonora targata Peter Gabriel – che ben s'intona con le scene a cui fa da sottofondo. Forse siamo davanti al più bel film sulla storia di Gesù. Si risentono gli echi della cristologia rock anni '70 e il modello implicito a cui si fa riferimento è senza dubbio Jesus Christ Superstar. L'azzeccato, e se vogliamo anche atipico, interprete di Gesù è Willem Dafoe, attore molto espressivo e dalla particolare fisionomia, tant'è che ogni piega del suo volto riesce a restituire adeguatamente tutta la complessità umana di quest'uomo-dio, il cui avvento è stato talmente cruciale per la storia dell'Occidente da costituire un autentico spartiacque, per mezzo del quale si distinguono gli evi prima e quelli dopo la sua venuta...
Un dissidio interiore lacera questo Cristo di Scorsese, la cui natura divina risulta un fardello troppo pesante da dover sopportare da solo e di cui vorrebbe essere liberato. La sua più grande paura – tanto da confessare che la paura è il suo unico dio – è quella di non risultare all'altezza della missione salvifica assegnatagli dal Padre Onnipotente. Un fedele compagno di cammino, però, lo allevia almeno in parte del suo insopportabile fardello. Questi è Giuda Iscariota. Proprio lui, il più infimo traditore della storia secondo i vangeli canonici. Nell'operare questa rivalutazione della figura di Giuda, Scorsese sembra prestar fede alla canzone dylaniana With God on his side. Effettivamente alla luce della sconvolgente e recente scoperta del Vangelo di Giuda pare che l'Iscariota, nel tradire il suo Maestro, avesse davvero Dio Padre dalla sua. A pensarci bene, in effetti, pure senza la scoperta di questo vangelo appartenente alla tradizione gnostica-sethiana, non si può certo negare come Giuda abbia svolto un ruolo stranamente decisivo nell'economia della salvezza. Senza di lui, difatti, nessun Cristo avrebbe potuto lavare i peccati dell'umanità e redimerla una volta per tutte. In un dialogo chiarificatore Cristo rivela a Giuda: «Di tutti i miei discepoli, tu sei il più forte» e poi aggiunge «senza di te non ci sarà la redenzione». Giuda sbalordito prova ad obiettare che non vuole tradire il suo Maestro e gli domanda: se al suo posto farebbe altrettanto e Gesù gli risponde di no, che non lo farebbe, precisando poi: «Per questo Dio mi ha dato il compito più facile». Dunque, rivisto sotto questa diversa ottica, Giuda più che il traditore sembrerebbe proprio il compitore delle Scritture. Disquisizioni teologiche a parte, Giuda nel film – interpretato da un coriaceo Harvey Keitel – si rivela l'unico vero amico di Cristo, colui che cerca in tutti i modi di farlo sentire meno solo nel suo cammino di ascesi spirituale. Per questo si può dire che se Gesù è stato la mente, Giuda è stato il braccio armato grazie al quale si è resa possibile la prassi, ovvero la teoria-in-azione cristiana che ha saputo operare una genuina rivoluzione d'amore.
Altro personaggio-chiave del film è senz'altro Maria Maddalena, l'amante di Gesù, divenuta prostituta solo in seguito al continuo ritrarsi di quest'ultimo. In fin dei conti l'Ultima Tentazione di Cristo crocefisso consiste appunto nel rinunciare a sacrificarsi per il genere umano, in cambio di una semplice vita da uomo, vissuta nel porto-franco di una casa accogliente e al sicuro fra le braccia di una moglie amorevole, la Maddalena appunto. La sola parte del film a discostarsi in maniera eclatante dai vangeli dell'ortodossia è proprio quando nel finale Gesù acconsente a scendere dalla croce, rinfrancato dalla rivelazione fattagli da uno strano angelo, il quale gli assicura di non essere lui il Messia tanto atteso. Quindi ecco che l'angelo lo inizia ad una nuova vita: una vita da piccolo-uomo. Questa, però, gli riserva delle spiacevoli sorprese: fra tutte la morte inaspettata di Maria Maddalena. Colui che si spaccia per suo angelo custode, altri non è che Satana, il quale lo consola dicendogli: «Esiste una sola donna al mondo, una donna con innumerevoli volti». Così Gesù passa dalla braccia della Maddalena a quelle di un'altra Maria, la quale gli dà dei figli e che ha una sorella, Marta, la quale anch'ella si concede al cognato.
Intanto il film seguita, Gesù invecchia e assiste sbalordito alla creazione del suo mito di Salvatore dell'umanità. S'indigna ascoltando i vaneggiamenti di Paolo di Tarso, che racconta come Gesù abbia sconfitto la morte e sia risorto – eliminando così la paura più atavica degli uomini. (Del resto la resurrezione è il pilastro su cui si fonda l'intera dottrina cristiana.) Perciò Gesù prende da parte Paolo, gli rivela la sua vera identità e lo prega di non mentire oltre ai suoi adepti. Paolo però, con un moto istintuale di ribellione, gli dà del bugiardo e gli confessa che ormai è troppo tardi: la sua menzogna ha messo radici nei cuori degli uomini, dando loro qualcosa in cui vale la pena credere. Infine eccolo sul suo letto di morte visitato dai discepoli, tra cui il più inseparabile di tutti – Giuda stesso – che lo disconosce come Maestro tant'è la repulsa nei suoi confronti per non essersi immolato sulla croce. Giuda gli dice: «Non c'è salvezza, senza sacrificio», poi continua dandogli del «traditore»1, del «codardo». Con una nota di disprezzo nella voce Giuda rammenta ancora al suo Maestro: «Io ti amavo così tanto, così tanto che ti ho tradito» e inoltre «ciò che è bene per un uomo, non è bene per un dio». Le parole al vetriolo dell'indomito discepolo hanno l'effetto di risvegliare in Cristo la scintilla sopita del divino ridonandogli la consapevolezza che non nel letto di vecchiaia deve morire il Messia, bensì sulla croce per il bene dell'umanità.
Qui il viaggio allucinatorio di Cristo s'interrompe e riappare lui crocefisso sul Golgota. Si scopre così che si è trattato solamente di un sogno, fuorviante e menzognero. Eccolo lì, allora, il Salvatore dell'umanità, mentre adempie al compito assegnatogli dal Padre, dall'alto della sua Onniscienza. Anche Gesù, infatti, nonostante il divino che abita in lui, si rivela per quel che è: una pedina mossa dalle sapienti dita paterne nello scacchiere del mondo. Così egli, dopo aver finalmente domato le sue paure, spira ridendo e pronunciando le sue ultime parole: «Tutto si è compiuto». Del resto il suo sacrificio non è poi per lui così drammatico come si voglia far credere, vista la sua celestiale ricompensa: sedere alla Destra del Padre nei secoli dei secoli amen!
1 Giuda che dà del «traditore» a Gesù ci sembra una scena davvero imperdibile, tant'è ironica e si scontra contro tutto quello che ci è stato insegnato sulla complessa figura del Messia.

1.12.07

Africa "in corsa" verso la libertà

di Silvia Del Beccaro


Non sono qui per fare demagogia, sia chiaro. Ma il quesito che intendo porre credo necessiti davvero di una riflessione seria. Esistono un’Africa ricca e un’Africa povera? E se sì, dove finisce l’una e dove comincia l’altra? È vero che l’Africa ricca è quella degli hotel internazionali, dei convegni, delle grandi città, dei commerci e degli smerci? Ed è altresì vero che l’Africa povera è fatta di sole baraccopoli in fango e legname, di bestiame e di malattie? Dal nostro punto di vista “occidentaloide” non esiste altra risposta all’infuori di un “sì”. Io stessa sono cresciuta con l’immagine di un Terzo Mondo fatto di siccità, denutrizione, guerriglie e Aids. A chiunque verrebbe da dire: “È normale!”, “QA, Questa è l’Africa” – citando Leonardo Di Caprio, che fa questa affermazione nel film Blood Diamond. Ma tutto questo è davvero “normale”? O forse no?!
A detta mia è tutta questione di semantica. Attribuire un senso al concetto di ricchezza forse è il primo passo da fare per poter iniziare una riflessione approfondita sul continente nero. Essere ricchi significa disporre di qualcosa in più rispetto ad altri. Significa essere consapevoli di possedere qualcosa che altri non hanno. Dunque partendo da questo presupposto che cos’ha l’Africa in più degli altri? Qual è quella caratteristica che contraddistingue gli africani dagli altri cittadini del mondo?
I migliori maratoneti di calibro mondiale, per esempio, sono africani. Nelle olimpiadi specialmente, come nelle competizioni minori, sono invidiati da tutti. La loro leggiadria, la loro scioltezza, la loro resistenza… Hanno un carattere forte, loro, forgiato dal fuoco di mille battaglie – anche quelle non realmente combattute. Sangue competitivo scorre nelle loro vene e nulla e nessuno potranno mai levarglielo di dosso. Non a caso proprio gli africani fanno parte di quell’élite di maratoneti – se non addirittura gli unici – in grado di allenarsi per ore ed ore sotto il sole cocente, a piedi nudi, senza mai risentire minimamente della stanchezza o delle insolazioni.
In questo i maratoneti africani sono identici ai leoni loro conterranei, unici felini al mondo ad essere davvero liberi. Sì, liberi di girovagare sui percorsi polverosi della savana senza dover essere ammirati o fotografati al di là di una gabbia (come accade viceversa negli zoo o nei circhi). Per entrambi quella corsa un po’ selvaggia, all’impazzata, sui deserti aridi dell’Africa Nera concretizza un desiderio intrinseco di indipendenza. La stessa indipendenza che il popolo africano reclama da secoli e che ancora oggi non riesce ad ottenere. Come la falcata del maratoneta verso la vittoria, così la corsa infinita degli africani verso un cambiamento decisivo è assai sofferta. Il traguardo sembra sempre più distante e l’idea di non giungere mai a un termine, alla meta prefissata, disorienta il popolo e lo conduce a provare rabbia e sfiducia nei confronti del loro governo. Specialmente nei Paesi presieduti dagli eserciti militari, i rapporti fra semplici cittadini e governo in auge non sono dei più idilliaci.
Tuttavia la speranza non cessa di esistere, nonostante la sfiducia fra le due componenti cresca in maniera del tutto sproporzionata. Ma ecco allora che la speranza tenta una sua concretizzazione in qualcosa di più pratico, ovvero: quella corsa sfrenata che maratoneti e leoni condividono, accomunati anche da un istinto di sopravvivenza innato e da un Dna che reclama da sempre la libertà – sia d’animo che fisica. Sono proprio questi due esemplari autoctoni – leone e maratoneta –, dunque, ad incarnare il sogno africano di un futuro roseo – e non nero come il continente – in cui questo popolo possa veramente dirsi libero. Libero da luoghi comuni e pregiudizi. Libero da schiavitù ed eserciti padroni. Libero di essere solo se stesso di fronte al mondo intero, senza dover essere continuamente contrassegnato dal bollino nero del debito economico. Quando questo accadrà, allora sì che il popolo africano potrà sentirsi pienamente soddisfatto e proverà cose che non hai mai provato finora. Solo allora, infatti, sarà in grado di interpretare la grande soddisfazione che un maratoneta prova quando, per primo, taglia il traguardo olimpionico. Una sensazione che non è minimamente paragonabile alla vita appariscente dei grandi “ricchi” africani negli hotel di lusso delle metropoli. Una sensazione che nessun “ricco” – all’infuori di quello d’animo – è capace di provare. Perché quello sguardo, quella gioia, quel coinvolgimento che un corridore prova al termine di una lunga ed estenuante corsa olimpionica non sono affatto lo sguardo, la gioia e il coinvolgimento di un singolo individuo che sta correndo per se stesso, per vincere un titolo che lo renderà noto per tutto il resto della sua esistenza e negli anni a venire. No. Quelli sono lo sguardo, la gioia e il coinvolgimento di un intero continente, che proprio in quel magro, scuro, stanco maratoneta ripone la speranza di una vita migliore. Perché la libertà è un tesoro che non ha prezzo. Per tutto il resto c’è...

23.11.07

La nascita del Partito Democratico

di Marco Apolloni

Una nuova creatura è stata partorita in quel “variegato” universo politico nazionale. Si chiama Partito Democratico, ma dagli amici si fa già chiamare con la sigla abbreviata PD. Il traghettatore, il Caronte di turno, che avrà il compito di condurre quella risma di politici dannati e litigiosi lungo le acque sulfuree dello Stige infernale, è nientemeno che Walter Veltroni.
Sì, proprio lui, quello che lo spietato vignettista Forattini raffigura come una macchietta con il corpo di larva e una faccia floscia, con l'inconfondibile neo alla Cindy Crawford in rilievo. L'immagine veltroniana consegnataci dal tratto del celebre vignettista non gli rende certamente onore. Anche se in quanto ad avvenenza questi non può decisamente competere con i suoi due colleghi “piacioni” Rutelli e Casini. Se non altro si tratta di un politico purosangue, a trecentosessanta gradi, che svetta sugli altri per cultura e umanità. Scrittore da un lato e terzomondista convinto dall'altro, Veltroni incarna il “volto nuovo” della politica italiana.
Il suo lato umano – anche se dovremmo dir meglio “umanitario” – merita una particolare menzione. Un politico con l'Africa nel cuore, questo è Veltroni; ossia uno con un occhio di riguardo per gli emarginati della terra, persuaso che le loro sfortune presto o tardi finiranno con il riversarsi sciaguratamente su di noi e che, quindi, prima ci occuperemo delle loro piaghe sanguinanti e prima cureremo anche le nostre – tra cui su tutte: una selvaggia quanto sfrenata immigrazione. Perché dare un aiuto a queste persone nella loro terra madre, può voler dire non ritrovarsele dietro la porta di casa a elemosinare disperate la nostra carità, che a noi non costa nulla o quasi mentre a loro garantisce un pasto caldo per tirare a campare...
A questo proposito, naturalmente, ha qualcosa da ridire il líder máximo della Casa delle Libertà, che sorride all'idea che Veltroni rappresenti la “novità assoluta” della politica italiana. Di sicuro Veltroni non è politicamente “vergine” e vanta senza dubbio una non indifferente esperienza politica sin da quando, poco più che ventenne, entrò a far parte del consiglio comunale della sua città natale. Se non altro, però, di lui possiamo dire che sia “il più giovane fra i più esperti” e fidatevi che in tempi di magra come i nostri e – quel che è peggio – in un Paese come il nostro, abituato all'egemonia politica degli ultra-settantenni, non è poco. Quando si dice, infatti, che occorre fare largo ai giovani, di solito si fa del qualunquismo spicciolo. Parola di giovane, ve lo garantisco. Molto spesso giovane è sinonimo di sprovveduto, quindi occorre sì una maggiore partecipazione dei giovani in ambito politico, però essi vanno disciplinati da gente più svezzata e abituata ai compromessi o agli intrighi di palazzo di cui è fatta da sempre la politica.
Cinquantenni come Veltroni – dunque neanche troppo vecchi – forse sono il “segno” che i tempi stanno cambiando e cioè che si sta avvertendo, con crescente persistenza, l'esigenza di dare maggiore credibilità alla nostra “malridotta” politica nazionale. Specialmente in un momento come questo, talmente delicato, in cui tanto si discute di quell'aberrante fenomeno chiamato anti-politica (ben peggiore di quel male, la politica, di cui pretende di essere la cura) e dove i “grillomani” di tutta Italia si danno appuntamento in mezzo alle piazze, gettando il nostro Paese nel caos più totale.
Certo, Veltroni non è senz'altro un volto nuovissimo ma perlomeno è fresco. Ha il volto di chi non ha ancora commesso grossi sbagli e a cui, pertanto, dobbiamo concedere il privilegio di sbagliare, purché lo faccia in buona fede. Partendo dallo sconsolato assunto che chi fa politica deve – in una certa misura – sporcarsi un po' le mani, auguriamo sinceramente al nuovo leader del Partito Democratico di sporcarsele ma di ricordarsi ogni tanto di sciacquarsele, per lavar via la sporcizia...

19.11.07

"Il tredicesimo guerriero" (1999)

di Marco Apolloni

Per una buona volta la versione cinematografica riesce ad essere all'altezza del romanzo che l'ha ispirata. Il tredicesimo guerriero diretto da John Mc Tiernan e prodotto dallo stesso autore del romanzo Mangiatori di morte (Micheal Crichton), si colloca a metà tra il genere fantasy e quello storico. Proprio a causa di alcune incomprensioni tra il regista e il produttore, le riprese del film sono state assai tortuose. Dopo iniziali disaccordi i due sono riusciti a sciogliere ogni indugio. Chi ha letto il romanzo non ha alcun motivo di rimanere deluso dall'eccellente resa filmica; per chi invece non l'avesse ancora letto, si consiglia caldamente la visione della pellicola per incentivarne, poi, la lettura.
L'aspetto più fedele al testo riguarda la figura del raffinato dignitario arabo Ibn Fadlan – interpretato da un calzante Antonio Banderas, non nuovo a simili parti – il quale aggiunge quel tocco suggestivo d'esotismo e d'incontro tra due culture, quella vichinga e quella araba appunto. Addirittura nel film permane una certa nota filo-araba – già emersa nel romanzo – che potrebbe non poco infastidire alcuni odierni fautori dello scontro di civiltà e che, con scarsa conoscenza dei fatti storici, rivendicano tutt'oggi una presunta superiorità pratico-ideologica dell'Occidente civilizzato sul mondo arabo. Nel film, come del resto anche nel romanzo, questa “superiorità” è senza dubbio rovesciata a scapito dell'Occidente, qui rappresentato da rozzi e sudici guerrieri vichinghi – che sfigurano decisamente con il colto Ibn Fadlan: vestito sempre di tutto punto, con abiti sgargianti e in testa il suo inseparabile turbante. Lui, non a caso, è originario di Baghdad considerata all'epoca una sorta di caput mundi, contraddistinta da una cultura e da una civiltà avanzata per quei tempi bui. All'estremo nord dell'Europa, invece, le popolazioni vichinghe vivono perlopiù in rudimentali catapecchie prive di luce – le finestre non erano ancora state inventate –, ignorando le più elementari norme igieniche e che, alla prima occasione buona, non perdevano tempo a scannarsi gli uni con gli altri per futili motivi.
Oltre ad un velato panarabismo di fondo, il film ha tutti gli ingredienti per potere piacere ad un vasto pubblico. In proposito, nel riadattamento cinematografico sono stati inseriti elementi aggiuntivi su tutti: una scappatina amorosa tra un'avvenente indigena e Ibn Fadlan – peraltro messo al bando dalla sua città proprio per non aver resistito alla tentazione di “calarsi i calzoni” con la donna sbagliata. Differenza rilevante tra il romanzo e il film è che, in quest'ultimo, la profezia di una “costosa” vittoria a Buliwyf
1 e ai suoi viene fatta da una vecchia strega, che vive in recessi cavernosi; mentre nel romanzo sono i nani – detti «tengol» – a farla.
Gli amanti del genere epic-movie non rimarranno delusi da questo valido film, assistendo a scontri a dir poco cruenti – ci sono scene in cui appaiono frattaglie umane stile banco di macelleria, la cui visione è sconsigliata ad un pubblico facilmente impressionabile.
L'ambientazione notturna, boschiva e nebbiosa rende bene l'idea e consegna all'immaginario collettivo un Medioevo insidioso, dove la vita umana è contraddistinta da una maggiore precarietà e la morte è un'entità onnipresente con la quale si deve imparare a convivere. La concezione del Walhalla è l'unico strumento consolatorio di cui gli impavidi guerrieri vichinghi dispongono. Il Walhalla infatti è il loro paradiso guerresco, ove tutti i più intrepidi guerrieri andranno da morti e lì combatteranno di giorno e banchetteranno di notte, in attesa del Ragnarök: giorno in cui essi combatteranno nelle milizie di Odino contro le forze demoniache al soldo di Loki. Memorabile la scena della battaglia finale, in cui Buliwyf e gli altri si raccomandano ai loro antenati, promettendo di raggiungerli presto, non prima però di aver compiuto una vera e propria carneficina sul campo di battaglia. Il loro coraggio sovrumano si spiega solo tenendo conto della loro etica guerriera, che imponeva loro di combattere fino all'ultimo solo per meritarsi un buon epitaffio...

La suspense è ben miscelata e regge per tutta la durata della pellicola. "Cameo" di Omar Sharif nei panni dell'arabo Melchisedek, saggio consigliere di Ibn Fadlan, il quale lo inizia agli usi e costumi dei vichinghi.


***


1
Infatti il valoroso capo-normanno pagherà infatti con la sua stessa vita la vittoria finale sulle abominevoli creature della nebbia, i temibili Wendol.

17.11.07

Il "dilemma" dell'aborto

di Silvia Del Beccaro

Esiste al mondo un'etica laica? E se sì, in che modo essa affronta il tema dell'aborto? A questo e ad altri quesiti ha dato risposta Maurizio Mori, professore di Bioetica presso l'università di Torino, intervenuto lunedì 12 novembre all'università Vita-Salute San Raffaele di Cesano Maderno. Ospite del corso di Filosofia Morale, tenuto dal professor Massimo Reichlin, il docente torinese ha iniziato il convegno introducendo il rapporto tra sé e la tematica dell'aborto. «Ho cominciato a studiare questo argomento innanzitutto per una ragione biografica – ha detto –. Ho iniziato a rimanerne seriamente colpito a partire dagli anni Settanta, quando si è iniziato a parlarne. Quel periodo è stato un vero e proprio shock culturale poiché prima di allora è sempre stato un argomento innominato». Innominato, sì, fino a quando è divenuto un argomento sulla bocca di molti, prima, e di tutti, poi. C'era chi ne parlava positivamente e chi invece lo contestava in toto. Da un lato coloro a favore dell'aborto – come le femministe che sono state arrestate per aver urlato le loro idee troppo ad alta voce – e dall'altro la chiesa cattolica, totalmente contraria. Poi, un giorno, venne alla ribalta un'etica laica al riguardo. «È giusto parlare di “etica laica” – ha sottolineato Mori – anche se occorre specificare che, mentre per la chiesa cattolica romana esiste un'ortodossia codificata, non è lo stesso per il mondo laico, dove sono presenti più rivoli della stessa tematica. Quale è dunque la posizione migliore? Sicuramente quella che ha più filo da tessere, ovvero quella che riesce a trovare più soluzioni». Come Mori ha accennato, dunque, all'interno dell'etica laica esistono differenti visioni di uno stesso tema; e non esula da ciò l'aborto, argomento sul quale hanno dibattuto e tuttora dibattono le varie correnti. La meno diffusa è quella che si rifà al codice Rocco del 1930, che prevedeva la salvaguardia dell’integrità della “stirpe” e pertanto ammetteva pesanti sanzioni per il medico e per la donna che si sottoponesse all'aborto. «Questa posizione non deve essere interpretata come una propaganda fascista – ha proseguito il docente torinese – bensì come la volontà di salvaguardare le generazioni future. La donna all'epoca valeva solo dalla cintola in giù, in quanto oggetto per la riproduzione. In tale contesto l'aborto era sempre vietato, perché contrario all'obiettivo della riproduzione stessa». La suddetta posizione laica non deve essere confusa tuttavia con la posizione cattolica, che vieta l'aborto in quanto interruzione del progetto divino sull'uomo. Una seconda posizione è quella presa dai laici militanti nel “Movimento per la Vita”, i quali suppongono che il feto divenga persona dal momento del concepimento e pertanto non debba essere ucciso. «Alcuni di loro ammettono tuttavia l'aborto solo nel caso in cui sia ritenuto necessario per evitare la morte certa della donna» ha continuato Maurizio Mori. Un'affermazione, questa, che ha suscitato non poche polemiche in alcuni rappresentati del movimento, presenti al convegno. «Questa è una dichiarazione totalmente fuori luogo» ha contestato il presidente del movimento cesanese Virginio Villa, accompagnato da un altro cittadino che ha ipotizzato un eventuale aborto da parte dei propri genitori. «Se i nostri genitori fossero ricorsi all'aborto – ha detto – oggi qui non ci sarebbe nessuno. Non mettiamo limiti alla Provvidenza. Occorre parlare di vita, non di morte». Giusto o sbagliato che sia, l'aborto – come ha ripetuto più volte Maurizio Mori – è tuttora un argomento molto dibattuto, attorno al quale si cerca ancora di capire se sia più un omicidio o un mezzo estremo con cui si controllano le nascite. «Il controllo della riproduzione deve essere visto come un progresso civile e un miglioramento della programmazione della vita, con una particolare attenzione al proprio futuro» ha concluso Mori.

10.11.07

Addio, nonno Enzo!

di Marco Apolloni

“Nella storia dell'umanità non cala mai il sipario. Se solo ci si potesse allontanare dal teatro prima della fine dello spettacolo.” (Enzo Biagi, giornalista e partigiano.)


Lo confesso. Quando al telegiornale mi è giunta notizia della morte di Enzo Biagi, mi sono venuti i lucciconi agli occhi. L'ultima volta mi era capitato al funerale di mio nonno. E, detto fra noi, con la scomparsa di questo pezzo di storia del giornalismo italiano è un po' come se noi suoi nipotini avessimo perso un nonno. E che nonno! Il mio vero nonno mi ripeteva sempre che gente come lui e Biagi avevano ri-fatto l'Italia, ri-costruendola dalle macerie del fascismo e della Seconda guerra mondiale, facendola uscire – grazie alla lotta partigiana – con più dignità da un conflitto che ci ha visto militare tra le file sbagliate della tirannide e dei campi di sterminio.
Con la consapevolezza di quest'immane perdita per noi tutti, è mia intenzione rendere omaggio a questo grande uomo, che per tutta la vita è stato occupato a dar la caccia donchisciottesca ai mulini a vento nella sua personale Mancha – l'Italia –, combattendo l'arroganza e l'ipocrisia degli uomini, specialmente di certi politici, i quali concepiscono solo un giornalismo di parte, filisteo e da veri lacchè. Perché occorre sempre resistere, in tutte le epoche, alle moderne ed evolute forme di fascismo, sopravvissute al Tribunale inappellabile della storia. Per dirlo con le parole di quest'uomo di ben altra generazione: "Una certa Resistenza non è mai finita. C'è sempre da resistere a qualcosa, a certi poteri, a certe promesse, a certi servilismi". La sua unica colpa come giornalista è stata quella di non essersi mai arreso al potere, inchinandosi alla pretesa del potente di turno, non rinunciando mai al diritto-dovere di dire sempre quel che pensava, anche se ciò significava inimicarsi il proprio datore di lavoro.
Di questo ne sapeva qualcosa anche Indro Montanelli – datosi alla “macchia” come nonno Enzo. Proprio Montanelli, seppur non ricevette in vita alcuna scomunica ufficiale e non venne mai infangato da “editti bulgari” di alcun genere, sul finire della sua vita smascherò – in un moto finale d'orgoglio – il regime dittatoriale sotto il quale dovette lavorare per anni. Lui, il più ferreo conservatore che l'Italia abbia mai partorito nel suo grembo, in un moto finale di orgoglio fece la “stecca nel coro” alle acclamazioni, agli osanna e ai salamalecchi provenienti da certa stampa schierata.
Passi l'arroganza – del resto ciascuno è libero di essere vita natural durante coerentemente arrogante – ma l'ipocrisia no. L'ipocrita è sfacciato, è un voltagabbana, totalmente incoerente, che non si vergogna di dire "tutto il contrario di tutto". Peggio ancora se costui dispone di mass-media, dai quali può meglio mischiare le carte in tavola, dice una cosa la mattina e la smentisce poi – come se nulla fosse – la sera, facendo passare per pazzi furiosi chi gli rammenta di aver detto quella tal cosa né più né meno. Questo signore ha avuto il coraggio di dire alla notizia della scomparsa di Biagi, testuali parole: “[...] Rendo omaggio ad uno dei protagonisti del giornalismo italiano cui sono stato per lungo tempo legato da un rapporto di cordialità che nasceva dalla stima [...]”. Strano modo di dimostrare la stima ad una persona: licenziarla così su due piedi, impunemente, senz'alcuna motivazione seria. Strano modo di dimostrare la stima ad una persona: licenziarla così su due piedi, impunemente, senz'alcuna motivazione seria. Ma d'altronde questa è solo una delle innumerevoli bizzarrie di quel rigido apparato verticistico che mette il bavaglio a giornalisti “scomodi”, come Biagi, che osano dire in faccia le loro altrettanto “scomode” verità.
Con Biagi se ne va l'ultimo giornalista “partigiano” – nel vero senso della parola –, amante dei fatti nudi e crudi, quei semplici fatti che hanno dato l'impronta al nostro Paese. Con lui scompare una pagina imprescindibile della nostra storia. Un “grillo parlante” che non ha mai smesso di ricordarci né chi siamo e né tanto meno da dove veniamo. A noi non resta che capire dove siamo diretti, ma visti i preziosi insegnamenti da lui impartiti, dobbiamo riconoscere che siamo sulla buona strada. Del resto come diceva sempre nonno Biagi, il nonno di noi italiani: “La vita è un rischio che non si può fare a meno di correre.”

Una mattina mi son svegliato, / o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao! / Una mattina mi son svegliato / ed ho trovato l'invasor.
O partigiano, portami via, / o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao! / O partigiano, portami via, / ché mi sento di morir.
E se io muoio da partigiano, / o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao! / E se io muoio da partigiano, / tu mi devi seppellir.
E seppellire lassù in montagna, / o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao! / E seppellire lassù in montagna / sotto l'ombra di un bel fior.
E le genti che passeranno / o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao! / E le genti che passeranno / Mi diranno «Che bel fior!»
«È questo il fiore del partigiano», / o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao! / «È questo il fiore del partigiano / morto per la libertà!»
(canzone partigiana cantata al funerale del giornalista e partigiano Enzo Biagi, espressamente richiesta da lui medesimo poco prima di morire.)

8.11.07

Stati Uniti d'Europa. L'importanza di (non) essere conservatori

di Marco Apolloni

«Che cos'è il conservatorismo? L'ironia erotica dello spirito» (T. Mann, Considerazioni di un impolitico, Adelphi, Milano, 1997, cit. p. 566.)

Il mondo non è per sua stessa vocazione conservatore e vivaddio che sia così. Il mondo progredisce prepotentemente contro tutto e tutti. Sacche di resistenza conservatrici è legittimo che ci siano, ma non sono più che una fragile e sperduta diga che deve far fronte alla piena devastante di un fiume. Il Conservatore è l'Uccello del Malaugurio, il Gufo dei nostri tempi: è colui che si ostina a vedere disseminate catastrofi dappertutto, che è perennemente scettico, che vive per la – anche se si dovrebbe dir meglio nella – memoria degli Antenati, a suo dire nettamente superiori ai moderni, scialacquatori degli antichi fasti. Il Conservatore vive qui e ora in questa dimensione, ma è come se vivesse in una sua altra dimensione parallela. È lontano anni luce dal proprio Presente, rivolto com'è ai canti di sirena proveniente da un Passato per lui – e per chiunque altro – tuttavia irraggiungibile. I suoi discorsi cominciano sempre con: “ai tempi degli antichi greci” oppure “ai tempi degli antichi romani” oppure ancora “ai tempi degli antichi egizi” e così via in un regresso infinito. A mano a mano che il corso della Storia ha raggiunto le epoche moderne, per lui è come se la scintilla degli Antenati si fosse sempre più assopita finanche estinta. La modernità, ai suoi occhi, è mera decadenza, ovvero: un susseguirsi insensato di atrocità, laddove per lui il senso ultimo di ciascun agire umano si è estinto con le grandi civiltà del passato – le cui virtù superavano di gran lunga i vizi. Poco importa per un aristotelico ad esempio se al giorno d'oggi le donne, in quanto a doti teoretiche, possono superare i loro colleghi maschi e che, dunque, lo Stagirita si sia sbagliato ad equiparare le esponenti del gentil sesso a delle creature inferiori, ossia a dei sotto-uomini. Non a caso la concezione cristiana di Eva formatasi da una costola di Adamo è sopravvissuta fino ad oggi e per molti stenta ancora a venire superata. In questo il cristianesimo ha ereditato, facendoli propri, non pochi concetti dottrinari provenienti dall'aristotelismo: dalla concezione della donna a quella di Dio come “causa non causata”, quindi “motore immobile” dell'intero universo.
Di solito i conservatori più incorreggibili sono gli storici, o per meglio dire alcuni cultori di quella storia antiquaria che secondo Nietzsche – nella Seconda Inattuale – ci impedisce di vivere appieno il nostro glorioso e meritevole presente. Un eccesso di storia, con il suo pesante fardello – ci insegna Nietzsche –, fa il male di un uomo, che per agire necessita del suo senso plastico e di una concezione monumentale della storia; poiché essa ci permette sì di trarre preziosi insegnamenti dal passato ma, soprattutto, ci stimola a compiere grandi gesta nel nostro presente. Altra cosa ancora è la storia critica, quella altresì dei filosofi, di gran lunga preferibile a quella antiquaria degli storici ortodossi, ma di minor spessore rispetto a quella monumentale ascrivibile ai grandi condottieri di ogni tempo. Questo perché un'eccessiva dose di riflessione genera un brutale appiattimento dei più significativi eventi susseguitesi durante il corso storico, provocando perciò una notevole incapacità nel giudicare i fatti storici. Già, perché malgrado alcune tentazioni nietzschiane le interpretazioni dei fatti reggono il confronto solo fino a un certo punto. Per un filosofo della storia, formatosi alla scuola dello storicismo hegeliano, non può esserci alcuna differenza tra una guerra e l'altra, in quanto esse sono tutte piattamente il medesimo prodotto del famigerato “banco di macelleria”: qual è la Storia per Hegel. Questa sorta di atteggiamento storicista induce l'intellettuale-filosofo a sedersi in disparte e ad osservare – molto confucianamente – il pigro letto di un fiume, finché non vede trasportare dalla corrente il cadavere del proprio nemico. L'uomo, a nostro avviso, è fatto per agire e non altresì per vedersi agito. L'azione è l'unico motore incessante di un uomo, il perno attorno a cui ruota la sua esistenza. Per questo occorre sì riflettere senza mai, tuttavia, indugiare un istante di troppo: ciò potrebbe esserci fatale. La componente istintuale di un essere umano dev'essere sempre predominante rispetto a quella riflessiva. Alle parole bisogna far seguire i fatti e mettere finalmente da parte una nociva inazione, che ci intorpidisce le membra fino a renderci dei “poltroni”. In definitiva, ciascuno deve estrapolare dalla storia solo ciò che lo stimola a fare meglio dei suoi predecessori.
Ad ogni modo il severo monito nietzscheano di sedersi sulla soglia dell'attimo obliando se stessi va preso con le dovute molle; a dirla tutta ci sembra un tantino eccessivo. Difatti se ci dimenticassimo ad ogni nostro nuovo agire chi fossimo veramente, perderemmo la nostra bussola interiore e subiremmo un'insostenibile crisi della nostra identità, che dev'essere altresì ben consolidata. Perciò, è vero che ogni nostro nuovo agire comporta una specie di ri-cominciamento da parte nostra – che prevede un fare tabula rasa di tutte le esperienze positive e negative fino a quel momento vissute – ma se perdessimo con ciò la cognizione di chi siamo davvero – che è una summa di cosa abbiamo fatto fino a quel momento – allora diverremmo totalmente incapaci di agire. Noi siamo il risultato di tutte le esperienze che ci sono capitate dal giorno della nostra nascita ad oggi. Nessuno di noi può nutrire la seria pretesa di sbarazzarsi della propria identità, pena il proprio esser-ci nel mondo. Di una cosa perlomeno dobbiamo dare atto a Nietzsche: se non ci dimenticassimo, seppur solo momentaneamente, ciò che siamo stati e ciò che abbiamo compiuto in passato, non saremmo mai niente e non compieremmo mai nulla in futuro. Dimenticare, a volte, non solo è indispensabile ma è anche salutare per la nostra anima; così come lo è ricordare.
Per rimanere ancora a Nietzsche, gli uomini secondo lui si dividono in due categorie: storici e sovra-storici (Eraclito e Schopenhauer). I primi non sanno far altro che tessere le lodi delle macerie del passato e sono conservatori fino al midollo; i secondi, invece, camminano sopra le macerie del passato come se nulla fosse e sono progressisti fino alla morte. Ma cosa vuol dire essere conservatore e cosa, invece, essere progressista. Il primo non crede nel migliore dei mondi possibili, altresì il secondo non solo vi crede con tutto se stesso ma pensa pure che sia doveroso creder-vi, al fine di raggiungere una condizione di paradiso in questa terra – essendo lui scettico e perciò duro-a-credere in un paradiso situato in chissà quale remoto Altrove.
Ritornando ai conservatori – i cui aspetti salienti ci siamo qui premurati d'indagare a fondo –, dall'alto della loro presunta onniscienza, essi prevedono che se le storie dei popoli sono state fin qui divise, tali rimarranno nei giorni a venire. E non vi è speranza alcuna che, susseguendosi le generazioni, le cose possano cambiare. Ma se solo questa nenia fosse vera, essi allora dovrebbero spiegarci su quali fondamenta siano state edificate le grandi civiltà del passato che loro stimano tanto, sopra ogni altra cosa. Dovrebbero così spiegarci nei dettagli – se quanto dicono è vero – come abbia fatto Roma a diventare caput mundi, ovvero il centro e il fulcro del mondo fino allora conosciuto, da insignificante villaggio – abitato da una popolazione barbara – qual era. Oppure come abbia fatto una semplice e disadorna idea di nazione, precisamente la nostra nazione, a diventare da semplice schizzo sulla carta a vera e propria compagine nazionale, unita sotto un'unica bandiera e in un solo inno di fede e di speranza – dalle Alpi alla punta più estrema dello Stivale (isole comprese).
I sogni sono destinati a rimanere tali solo fino a quando i tempi non saranno maturi per l'avvento di individui sovra-storici, quali sono stati Cesare e Augusto da una parte e Mazzini, Garibaldi e Cavour dall'altra: ovvero fino a che questi non troveranno qualcuno che creda davvero nella loro concreta realizzazione. Se il mondo fosse stato anche solo un minimo conservatore, non avrebbe mai prodotto simili ingegni e non sarebbe mai arrivato ad essere quello che è ora, con tutto quello che di positivo e negativo ne consegue. Con tutta probabilità se il mondo fosse stato veramente conservatore non saremmo mai fuoriusciti dalla caverna di cui ci parla in uno dei suoi miti Platone e ci saremmo accontentati di fissare increduli la nostra ombra tremolante nella parete. E avremmo avuto mille volte torto, privandoci di quello spettacolo grandioso che è il Sole e di quella gioia immensa che vi è nel rimirarlo incantati. Il Sole – di cui ci ha parlato allegoricamente Platone – altro non è che il sole della conoscenza, che ci ha sottratto ad una vita di schiavitù certa.
Al giorno d'oggi ci vengono riproposti, conditi in tutte salse, nuovi ed altrettanto edificanti sogni, com'erano all'origine Roma caput mundi e l'Italia unita. Su tutti ne spicca uno per imponenza: l'Europa unita! A molti questo sogno potrebbe apparire una blasfemia. Un passato di soprusi inconfessabili, di violenze inaudite e di guerre fratricide non sembrerebbe dar loro torto, anzi... E la Storia considerata a sproposito maestra di vita sembrerebbe dar loro ragione. Del resto essa è sempre stata ben felice di salire sul carro dei vincitori e render conto solo ai fatti, trascurando i ben più importanti ante-fatti. (Abbiamo visto come i fatti prima di diventare tali erano inizialmente solo dei sogni e pure dei più irrealizzabili...) Crediamo che un'Europa unita non solo sia possibile ma pure auspicabile, visti i tempi che corrono. Più precisamente crediamo sia possibile una Confederazione degli stati europei, senza che nessuno dei paesi aderenti accantoni la propria lingua e le proprie usanze – che anzi potrebbero diventare patrimonio comune dei futuri Stati Uniti d'Europa. Proprio la diversità sarà di gran lunga la nostra ricchezza e il nostro punto di forza. Paradossalmente, le nostre comuni radici europee affondano nel terreno melmoso di un passato lacerato e addirittura in esso trovano la loro preziosa linfa vitale. Le divisioni del nostro passato, dunque, a maggior ragione ci uniscono in un connubio tanto più inestricabile. L'insopprimibile necessità di non ripetere gli errori fin qui commessi, ci induce a sperare di poter essere un giorno ancor più uniti sotto un'unica bandiera: europea!

27.10.07

"Tristano & Isotta" (2005)

di Marco Apolloni

Già dal titolo, con la & commerciale, si capisce che qualcosa non va in questa pellicola diretta dal regista texano Kevin Reynolds – già Fandango, Robin Hood, Waterworld. Dopo quella di Giulietta e Romeo, di Ginevra e Lancillotto, quella di Tristano e Isotta è una delle storie d'amore che più hanno suggestionato l'immaginario del pubblico. Nonostante qualche grossolanità nella sceneggiatura, comprensibile se si pensa al necessario riadattamento in chiave odierna, la trama del film si snoda in maniera lineare ed abbastanza fedele a quella della summa del mito operata dal filologo francese Joseph Bédier – Il romanzo di Tristano e Isotta.
Tristano – interpretato dal sanguigno James Franco – rimane orfano e viene preso in custodia dall'amorevole zio Lord Marke – interpretato dall'impeccabile Rufus Sewell –, che lo vorrebbe come suo successore al trono. Durante una battaglia nella foresta, dove lui ferisce mortalmente l'eroe irlandese, Tristano rimane anch'egli ferito al suolo. I suoi compagni d'armi credendolo morto lo affidano ai flutti marini, che lo condurranno fino in Irlanda dalla bella Isotta – interpretata dall'eterea Sophia Myles. Qui viene da lei soccorso e rianimato. E tra una carezza e l'altra, i due si innamorano perdutamente. La prima differenza da notare, rispetto al mito vero e proprio, è l'assenza del filtro come fattore scatenante il loro innamoramento. Del resto il pubblico di oggi mal comprenderebbe un artificio narrativo medievale, qual è appunto il filtro, seppur simboleggiante il destino – nel tal caso il destino fatale dei due amanti. Ma il destino, anche se non sotto forma del filtro, si manifesta quando i piani politici del re d'Irlanda e di Lord Marke si frappongono all'appassionata storia d'amore appena nata. Difatti per sancire l'alleanza tra l'Irlanda conquistatrice e le divise baronie inglesi Lord Marke deve sposare la principessa d'Irlanda, Isotta appunto. Dopo le mille peripezie, proprie di un film come questo di cappa e spada, Tristano dimostra tutta la sua fedeltà allo zio e alla patria, sacrificandosi nel finale per difendere la propria roccaforte dall'assalto degli irlandesi. (Non a caso Tristano è il prototipo dell'eroe-restauratore.)
Un'altra differenza tra le versioni ufficiali del mito e la versione cinematografica affiora proprio nel finale, dove Isotta sopravvive mentre il povero sfortunato Tristano perisce come da copione. Questo finale completamente stravolto fa perdere d'efficacia la vicenda dei due amanti tormentanti. Da che mondo è mondo, nelle tragedie amorose entrambi gli innamorati periscono; altrimenti (come nel caso di questo film) si ha la netta impressione di assistere ad una tragedia dimezzata. Insomma, vedendo sopravvivere la dolce Isotta vien voglia di gridare allo scandalo oppure, peggio ancora, al solito polpettone hollywoodiano...
Una particolare menzione merita l'incantevole fotografia del film, che ci fa saltare agli occhi paesaggi selvaggi e incontaminati: verdi prati immacolati, laghi scintillanti, montagne profilarsi all'orizzonte. Dunque più che dalla sceneggiatura, la poesia della pellicola scaturisce dalla fotografia. D'altronde, però, quando le aspettative sono troppo elevate – come in questo caso – sono a maggior ragione comprensibili eventuali fiaschi. E se proprio non si può dire che questa sia una pellicola azzeccata, tutto sommato non si può neppure dire il contrario. In fin dei conti, dopo il capolavoro wagneriano Tristan und Isolde, è impossibile poter pensare di riuscire a toccare di nuovo le sublimi vette del Parnaso.
Merito del film, se non altro, è quello di aver sensibilizzato una buona fetta del grande pubblico – attratto soprattutto dai bicipiti di James Franco o dalla timida bellezza di Sophie Myles – , che altrimenti non sarebbe mai e poi mai venuto a conoscenza delle fonti autentiche del mito – gelosamente custodito da amorevoli filologi. In definitiva, di questi tempi bisogna accontentarsi di quel che ci passa il convento.

24.10.07

Laboratorio Beat 1.0

Quello scritto e diretto da Corrado Accordino (“Cattivi Maestri, ovvero i sacri Idioti d'America”, al teatro Binario7 di Monza) è uno spettacolo che parla di una generazione intera, di un movimento nato sulle strade dell’America ed esploso in tutto il mondo, di uno spaccato di artisti coraggiosi e sperimentali, di un affresco degli anni ’50 e ’60 – in cui musica e parole, intelligenze e cuori, si inseguivano tra cielo e terra, polvere e sole, per fondersi, completarsi, specchiarsi verso un nuovo possibile orizzonte…. Lo spettacolo vuole raccontare e far rivivere quella generazione che qualcuno definì “bruciata” e qualcun altro definì dei “sacri idioti d’America” e che in ogni caso raccolse un grande consenso e diede vita al movimento dei "figli dei fiori" e dei beatniks. La musica jazz era il giusto esplosivo per far risuonare le visioni letterarie nate dalle menti di Jack Kerouac, Neal Cassady, Allen Ginsberg, William Burroughs, Lawrence Ferlinghetti, Gregory Corso, e altri scrittori che trovarono nelle nuove esplorazioni musicali un sostegno creativo e un senso di comunione tra parole suoni e visioni.

(note di regia)


Silvia Del Beccaro

Occhi gonfi, testa pesante, dita scrocchianti. Nulla mi ferma davanti all’occasione unica e irrepetibile – forse – di poter lasciare scorrere il mio flusso beat. Ispirata da uno splendido spettacolo jazzista beatiano, cullata dalla luce di tre candeline azzurre che ho trovato nascoste nell’armadio a fianco – anche se mi tocca tenere accesa comunque la lampadina a risparmio energetico, per poter vedere i tasti del mio pc a manovella –, batto parola dopo parola i miei pensieri più reconditi. Pensare, pensare, pensare… Non mi resta molto in testa alle 23.44 di sera, ma tutto sommato le mie mani riescono ancora a suonare il pianoforte dei miei pensieri. Sento passi nel corridoio, passi di fantasmi. Sarà la notte, sarà il silenzio, sarà l’alcool etilico della sonnolenza che mi sta inebriando da ore. Ma adesso sono qui. E nulla può fermare questa mia parentesi beat. Corrado ha raccontato la storia del movimento attraverso note e parole, musica e ballo, esperienze e passioni. Io la racconto a modo mio. Parlo di libera interpretazione. Libero arbitrio. Ognuno sceglie ciò che meglio crede. Il mio, di raccontare la beat generation, è questo. Sentirmi una di loro. Ho sbagliato epoca, avrei dovuto vivere negli anni Cinquanta – dico sempre. Le pettinature di una volta, i jeans di una volta, l’amore di una volta. Si faceva all’amore, non lo si raccontava solamente. Si pensava di poter cambiare qualcosa, cambiare gli schemi. E forse qualcuno ci è riuscito. Qualcun altro no. Ma chissenefrega. Guardo loro, guardo me, ripenso a loro, ripenso a me. Mi sento una di loro è vero ma non sono come loro. Cazzo che sonno, ma questo non è molto beat vero? Eppure sono un’artista. Scrivere delle onde come foglie all’idrogeno che si elevano verso il sole, degli stormi di gabbiani come angeli infuocati. E’ questo che amo. E’ questo che è beat. Scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere… Di sé, degli altri. La parola chiave è: s-c-r-i-v-e-r-e. Scrivere con il fuoco della passione dentro. Un fuoco che arde di novità, di protesta, di chiacchiere, di sogni, di droga, di alcool, di stupore, di sperimentazione, di… Sesso. Sperimentare nel sesso. Esperienze nuove, è questo che aiuta a rinnovare se stessi. È questo che aiuta a scoprire noi stessi. E a raccontarci agli altri. Scrivere del mondo che abbiamo davanti e dentro. Scrivere, scrivere, scrivere, scrivere, scrivere. Solo scrivere. Una pagina vuota, poi il flusso parte. Tre, quattro righe scritte e il flusso si interrompe. Poi riparte automaticamente. E poi ancora si ferma bruscamente. Come un treno in corsa che interrompe di colpo il suo viaggio quando all’orizzonte scorge un uomo sdraiato sulle rotaie del suo destino. Scrivere è fondamentale per un beat, che non si blocca per paura che il suo flusso possa interrompersi da un momento all’altro. Vorrà dire che quello è stato il suo momento. Quello è stato il momento del suo flusso. Domani ne sopraggiungerà un altro, e un altro ancora. E così via all’infinito. Strada, viaggio. Bottiglia, morte. Musica, fotografia. Amore, jazz. Droga, riposo. Omosessualità, poesia. Beat è questo e altro ancora. E’ una trasfusione di sangue ossigenato, è un vortice di flussi ininterrotti pronti ad esplodere dalle viscere del nostro corpo. Mi ricordo della prima volta in cui mi ubriacai. Stavo ad una festa di compleanno, appena compiuti i diciotto anni. Avevo già previsto che sarei uscita sbronza da lì. Limoncello e vino, rosso e bianco, un mix di dolcezza e amarezza insieme. Poi quella canna fatale. Il profumo dolciastro della prima tirata – che gli altri passeggeri ebbero l’onore di assaggiare – mi fece sbroccare parole senza senso. Vomitai fiumi di pensieri fino a che il mio viso divenne bianco come la sposa cadavere e mi ravvisò dell’ora di rinsavire. Se solo ricordassi quei miei soliloqui sbronzi. In vino veritas. E in limoncello pure. Così come per la tequila, il rum e la sangria. Stavo pensando di raccogliere questo mio discorso in un monologo intitolato sproloqui-per-caso – non so come mai, ma riesco sempre a trovare i titoli delle mie opere inedite. Mancano solo i contenuti e poi il gioco è fatto. Da grande voglio fare la drammaturga. Accordino è un maestro in questo. Lui riesce ad essere ciò che scrive e a scrivere ciò che è.


FIRMATO: Una Beat!

17.10.07

La filosofia nell'università - aule o tombe?

di Andrea D'Emilio
Entriamo in un’aula. Una persona parla e tutte le altre stanno zitte.
C’è chi si distrae e non fa nulla, ma
le mani che scrivono sui loro quaderni le parole del professore
stanno davvero facendo qualcosa ? Il più delle volte questi appunti
non sono nemmeno schematici, il risultato di un tentativo di
rielaborazione: trascrivono e basta. Perché mai ? Noi studenti
veneriamo a tal punto i professori da non voler perdere neanche una
loro sillaba ?
Abbiamo dimenticato un elemento presente nell’ aula, in ogni aula :
l’esame. Aleggia implacabile, ed ogni studente lo considera ben più
reale della tanto chiacchierata ‘’ricerca della verità’’. Ma che cos’è un
esame ? L’esame è, perlopiù , un duplice esercizio di vanità : quella
del professore e quella dello studente. La vanità-amor proprio del
professore sta nel volersi sentir ripetere le stesse parole da lui
pronunciate a lezione; la vanità-vacuità dello studente sta
nell’accontentarlo, nel pensare solo al libretto dei voti. Ecco
perché i nostri appunti sono soprattutto una trascrizione.
Lo studente non conta niente. E niente fa per contare di più, per
esistere effettivamente. I programmi dei corsi li decide il professore,
così come i metodi d’insegnamento. La libertà dello studente è fare
qualche domanda, possibilmente aderente al discorso del professore
e che comunque non necessariamente riceverà risposta. A volte le
domande sono false, apparenti : le facciamo per compiacere il
docente, riformulando a parole nostre quello che ha appena detto
e dimostrargli così che siamo stati attenti.
Ma come sono i programmi d’esame ? Il più delle volte riguardano un
autore o un certo problema che sta a cuore al professore.
Succede anche che anno dopo anno li si ritrovi tali e quali o quasi. I
libri scelti sono spesso del professore medesimo. Il risultato è che lo
studente finisce per non avere un’idea complessiva della materia
studiata, e i classici della tradizione li legge poco o niente. Inoltre i
corsi non vengono vivacizzati dalla trattazione di pensatori opposti tra
di loro, così da rendere drammatica l’esposizione e magari
emozionare chi ascolta. Senza emozione resta solo l’imparaticcio.
I metodi d’insegnamento sono … il metodo d’insegnamento :
monologo dalla cattedra. Ciò costringe gli studenti alla passività, non li
coinvolge nel processo vivo del pensare. Si esercita la memoria e non
il ragionamento. In questo modo frequentare un corso di filosofia è
come andare a medicina o in qualunque altra facoltà. Il
linguaggio utilizzato è tecnicistico , ripete
gli stessi termini del filosofese senza illustrarli con un lessico
chiaro per tutti. A parte la noia , il risultato è che lo studente impara a
parlare e a scrivere come una scimmia dei libri che ha letto, e a
credere che la filosofia sia mettere strane parole nel vuoto dei propri
pensieri.
Un’ altra caratteristica della nostra accademia è che gli
orologi assurgono a divinità. Finito l’orario della lezione tutto finisce.
Gli studenti traggono un sospiro di sollievo e il professore si invola.
Ma dove va ? Che cosa avrà di così urgente? Possibile che mai una
volta nasca spontaneamente una discussione, si organizzi qualche
incontro al di fuori delle aule , insomma si superi la dimensione dell’
operaio che timbra il cartellino ?
E i lati positivi dove sono ? Probabilmente faccio fatica a trovarli
perché quelli negativi li soffro particolarmente. Se lo studente mette al
primo posto la laurea e fa del conformismo e dell’infingimento la sua
divisa, resta poco da sperare. L’impressione generale è che la
filosofia universitaria odierna sia un teatro in cui ognuno recita il suo
ruolo prestabilito, evitando ogni spontaneità e mirando a finire lo
spettacolo nel modo più indolore possibile. L’inautenticità regna
sovrana. Non c’è mai nulla di personale, di passionale: è un lavoro
come gli altri.
La filosofia universitaria potrà salvarsi se gli studenti proveranno a
mettere in discussione le presunte certezze del sistema.
Ad esempio: siamo sicuri che i professori ‘’ne sappiano di più’’ e
quindi debbano parlare soprattutto loro ? Siamo sicuri che
‘’formazione’’ voglia dire subire la volontà altrui ? Siamo sicuri che
trascorrere anni della nostra vita nella subordinazione sia degno della
nostra gioventù ?
I professori ‘’ne sanno di più’’ nel senso che hanno esperienza,letture,
mestiere. Ma io credo che proprio per questo dovrebbero scendere
dalla cattedra e porsi sullo stesso piano dello studente. La loro cultura
deve mettersi al servizio del giovane, deve stimolarlo, provocarlo,
prenderlo sul serio mostrandogli che nella ricerca della verità non ci
sono gerarchie. Ascoltare lo studente significa insegnargli che anche
la parola chiave può essere ‘’dialogo’’. Il vero dialogo è quello in cui
ognuno mette al primo posto la ricerca della verità e non se stesso.
Bisogna addirittura voler essere confutati, desiderare che l’altro ci
porti aldilà di noi stessi. Dialogare è ammettere che ogni persona può
insegnarci, deve essere ascoltata, non deve subire il nostro privilegio.
Forse chiedo troppo alla natura umana, egoista e spaventata. Ma
a che cosa serve il futuro se non lo indirizziamo al superamento? Si
potrebbe anche ammettere che il sistema vigente abbia avuto la sua
verità. Ma se chi lo vive ne soffre, forse è giunta l’ora di cambiarlo.
Non credo di essere il solo a soffrire questo sistema: mi basta
guardare le facce dei miei coetanei, e in esse rispecchiarmi. Il guaio è che
non crediamo di poter fare dell’università quello che
vogliamo. L’università la sentiamo estranea, una necessità, un laureificio. Siamo
stati educati al dovere, al rispetto dell’autorità, a considerare lo spazio
pubblico diverso da quello privato. E invece non è così. L’università è
nostra, esiste per noi, può essere una nostra creatura. Certo, servirà
energia, volontà di sacrificio, coraggio, magari un pizzico di follia (e
se la follia fosse una nuova ragione calunniata da quella vecchia ?),
ma restare come siamo significa sprecare la nostra libertà.

16.10.07

Il ritorno di Massimo Cacciari al San Raffaele

di Silvia Del Beccaro

«Il mio vero successore è Massimo Cacciari e sarà lui stesso, il prossimo 24 ottobre, ad annunciare le grandi novità pensate per questa facoltà». Così il rettore dell'Università Vita-Salute San Raffaele, don Luigi Verzé, ha introdotto una delle personalità più in vista d'Italia: Massimo Cacciari. Sindaco di Venezia e membro del corpo docenti dell'università cesanese, Cacciari è intervenuto martedì mattina tenendo la lezione inaugurale del nuovo anno accademico 2007-2008. «È un mio carissimo amico nell'anima – ha detto parlando di lui Verzé –. Ha voluto andare a Venezia per fare un po' di esperienza amministrativa, ma oggi è ritornato qui per dare una spolverata a questo ambiente e presentare un programma ben preciso». Don Luigi Verzé, tra le righe del suo discorso introduttivo, ha lasciato trapelare la prossimità di alcune rivoluzioni all'interno dell'università cesanese. Si è intuito, infatti, un rilancio della facoltà di filosofia – «madre di tutte le scienze» – e del San Raffaele, in senso lato. C'è chi pensa all'inserimento di una nuova facoltà umanistica e c'è chi crede in un eventuale ritorno di Massimo Cacciari quale preside di facoltà. Intanto la prima pietra è stata posata: la prossima creazione della editrice San Raffaele voluta dallo stesso rettore e da Cristina Poma – ex Editor Bompiani Tascabili. Tutto ciò a conferma del motto dell'università cesanese, che si riduce a due parole: «pensiero concreto». Tale concetto è stato ripreso anche nel discorso di Massimo Cacciari, che ha avuto per oggetto il filosofo Giambattista Vico – vissuto a cavallo fra Seicento e Settecento.

«Credo che quello trattato da Vico – ha detto il sindaco di Venezia – sia un tema rappresentativo del programma offerto dalla nostra facoltà. Questa lezione potrebbe essere intitolata “Contro la boria delle nazioni e contro la boria dei dotti”, criticando le nazioni poiché pretendono di essere ciascuna la custode del senso del mondo e criticando al contempo i dotti poiché pretendono di poter conoscere e visitare le tenebre delle nostre origini». Il suo discorso si è poi orientato sull'umana imbecillità e sulla differenza fra “verstehen” e “denken”, ovvero fra comprendere e pensare – cosa effettivamente possiamo sapere e cosa possiamo unicamente pensare. Una cosa è certa: sui banchi accademici della suggestiva Sala dei Fasti Romani, per un'ora e mezza, gli studenti hanno avuto davanti ai loro occhi non un politico ma un filosofo, non un docente ma un pensatore, non una celebrità ma un amante della filosofia intento a trasmettere la sua sapienza ad altri amanti della filosofia, come lui. A conclusione del suo intervento, poi, ha ripreso la parola don Luigi Verzè, il quale ha riconfermato quanto dichiarato in precedenza e ha aggiunto: «Se fossi papa, questa sarebbe la mia autentica enciclica per oggi e per domani».