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14.12.07

"300", le gesta eroiche dei prodi spartani

di Silvia Del Beccaro

Seppur sia stato scritto in un contesto storico totalmente differente, il noto ritornello di Luigi Mercantini «eran trecento, eran giovani e forti e sono morti»1 ben si addice comunque alle gesta eroiche del popolo spartano, che isolato, durante la famigerata guerra delle Termopili, affrontò migliaia di persiani conquistatori. Il loro coraggio e le loro avventure da secoli si annoverano nei libri di storia e negli epici racconti letterari. Ma di loro ha narrato le vicende anche Zack Snyder, giovane regista americano che ha diretto la pellicola 300, riadattamento cinematografico dell'omonima graphic novel firmata Frank Miller in cui viene raccontata – sotto forma di fiction – la famosa battaglia delle Termopili. Mitologia, azione e fantasy sono le tre componenti chiave di questo incredibile film, che concretizza a perfezione la realtà immaginifica di Miller. Affinché emergessero ancor più le origini fumettistiche di questo capolavoro – degno di tale definizione sia per quanto concerne la sceneggiatura che per la sua resa finale – 300 è stato realizzato mediante un uso massiccio della classica tecnica bluescreen2. La predilizione per gli effetti speciali, infatti, è una caratteristica costante delle realizzazioni cinematografiche tratte da graphic novels – non è un caso dunque se pure in Sin City, anch'esso tratto da un fumetto di Frank Miller, compaiono tecniche simili accostate a fotografia digitale e ricostruzioni immaginarie di luoghi e persone storico-leggendarie. Una colonna sonora decisamente rockettara accompagna le marce e i combattimenti, dando così maggiore intensità alle grottesche scene di guerra di per sé molto vive e accese. Gli innumerevoli corpo-a-corpo di cui gli spartani sono protagonisti sono infatti talmente realistici da non lasciare nulla al caso. Tutto è ritratto come in una specie di fotografia vivente: un ritratto veritiero dai colori sbiaditi e fumettistici, nel quale gli scontri incalzanti rievocano i tempi dell'antica Grecia e rendono lo spettatore partecipe di un'epoca ormai lontana ma ancora vivida nella memoria del mondo.
Perfetti. Gli abitanti di Sparta erano semplicemente perfetti. Nella sembianza, nella prestanza, nell'animo. Era un popolo nato per combattere, quello spartano, forgiato da trecento anni di una società guerriera e tenace fino al midollo, con l'audacia insita nel proprio Dna. Non c'era posto per la debolezza, a Sparta. Solo i duri e i forti avrebbero potuto definirsi spartani e la loro prestanza fisica era la concretezza di quella convinzione – un pensiero oggi forse incomprensibile, ma un tempo considerato quasi un obbligo morale. Fisici statuari e muscoli possenti erano una prerogativa del popolo maschile spartano. Non che le loro donne fossero da meno, s'intende: quanto a coraggio esse eguagliavano i loro mariti e i loro figli. Ne è un chiaro esempio l'atteggiamento della regina Gorgo – moglie di re Leonida – la quale, in un momento di adulterio forzato, viene definita dal suo violentatore come «la guerriera». Lei, che andrà a parlare di fronte al consiglio di Sparta per difendere le azioni di suo marito e arrecargli supporto. Lei, che ucciderà il suo violentatore e gli pronuncerà le stesse parole subite durante il rapporto forzato: «Sappi che non finirà tanto presto e che non sarà piacevole». Ma la guerra era un “privilegio” per soli uomini. Non c'era spazio per le donne in battaglia. Essere soldato era un mestiere destinato alla popolazione maschile. Fin da bambini infatti i ragazzi venivano addestrati nell’aghōghē e, una volta terminato, sarebbero dovuti tornare fra la loro gente, da spartani – o non sarebbero tornati affatto. Valore e onore erano due termini inesorabilmente legati al nome di Sparta e dei suoi cittadini. La città era simile ad un accampamento militare, governato sulla base dei principi del cameratismo e dell’austerità. Il senso di disciplina per cui gli spartani erano noti veniva inculcato agli abitanti sin da piccoli. Il sistema di istruzione, l’aghōghē per l’appunto, era un elemento centrale nella vita dello stato spartano e tutti i cittadini dovevano avervi partecipato. Era diretto da un importante magistrato, il “guardiano dei fanciulli”, che aveva sui ragazzi un potere simile a quello di un generale in battaglia sui suoi soldati. Ivi venivano insegnati solo i rudimenti del leggere e dello scrivere, poiché l’accento era posto più che altro sull’insegnamento dell’obbedienza, della prestanza fisica e del coraggio3: «E se la morte è un rischio, essa è anche la ricompensa per l’atleta vincitore»4.
Nel periodo di addestramento i giovani spartani venivano sottoposti a prove di forza continue – sia mentali che fisiche –, culminanti nella prova finale, uno scontro faccia-a-faccia con un animale feroce – un lupo – in cui avrebbero dovuto dimostrare tutto il loro valore. In fondo era la società di Sparta ad esigere tutto questo. D'altronde non poteva essere altrimenti, visto che la società spartana era basata sul militarismo e sul rigore. Una società le cui fondamenta erano da ricercare nel rispetto e nell'onore. Una società in cui la paura non doveva essere vista come un male, ma come una compagna di battaglia che il soldato avrebbe dovuto accettare per rivelarsi ancora più forte.

Gli spartani non si ritirano mai. Gli spartani non si arrendono mai. Figli miei. Non ci ritiriamo. Non ci arrendiamo. Questa è la legge di Sparta.

«Sire, siamo con te. Per Sparta. Per la libertà. Fino alla morte»: questo gridavano i soldati spartani al loro comandante re Leonida, in procinto di partire per le Termopili ed affrontare le migliaia di invasori persiani – capitanati da re Serse – che si stavano avvicinando alla Grecia. Trecento furono gli uomini scelti fra i migliori combattenti di Sparta: tutti con figli maschi che potessero tramandare il loro nome. Trecento furono gli uomini che partirono seppur consapevoli di andare incontro ad una gloriosa sconfitta. Trecento furono gli uomini che guardarono in faccia la morte con occhi di ghiaccio, accettando il loro destino a fronte alta. Dalle terre agricole di Sparta alla costa greca delle Termopili, la bocca dell'inferno, i soldati spartani marciarono serrati e ad ogni passo un nuovo motto echeggiava nell'aria:


Marciamo. Per le nostre terre. Per le nostre famiglie. Per la nostra libertà. Marciamo. Per l'onore. Per il dovere. Per la gloria. Marciamo […] Il mondo saprà che degli uomini liberi si sono opposti a un tiranno, che pochi si sono opposti a molti.

Il combattimento, la guerra, in fondo erano quello per cui gli spartani erano nati, cresciuti e istruiti. Da sempre, fin dai loro primi passi, gli era stato insegnato che la libertà non veniva regalata, bensì esigeva il più alto tributo: la morte. Serse infatti su quelle Termopili – che segnarono il corso della storia – non trovò ad attenderlo dei semplici soldati, ma degli uomini liberi pronti a sacrificarsi per la loro città, per la loro patria, per la loro stessa vita. Uniti, nella buona e nella cattiva sorte: come una sorta di sposi-combattenti. Gli spartani avanzavano insieme e insieme si difendevano, l'uno con l'altro. Ciascuno doveva proteggere l'uomo alla sua sinistra, coprendolo dalla coscia al collo usufruendo del proprio scudo. Lo schema da loro adottato era denominato “a falange”, ovvero una singola compatta impenetrabile unità. In caso di difesa gli scudi fungevano da copertura, delineando una struttura simile al guscio di una tartaruga. Non appena il comandante dava ordine di attaccare, però, gli uomini spostavano i loro scudi e fuoriuscendo dalla falange sferravano il loro attacco armato – con una lancia o una spada –, per poi richiudersi nuovamente dietro gli scudi serrati. Il tutto avveniva con una celerità da manuale, un concatenamento di corpi e colpi tale da non permettere agli avversari alcuna reazione. Un solo punto debole avrebbe potuto mettere in pericolo la falange stessa e, di conseguenza, la vita di tutti. Ecco perché il requisito fondamentale fra i combattenti di Sparta rimaneva la fiducia. Onore, rispetto e fiducia era il “trinomio tipico” spartano, da non dimenticare, imposto fin dall'infanzia alla stregua di un comandamento.
Militarismo, combattività. Sì. Ma nei cuori degli spartani, per lo meno quelli ritratti da Zack Snyder, c'è anche tanta umanità. Le parole di re Leonida – il gigante buono che sa amare la sua donna e i compagni d'arme – in più occasioni rivelano il lato umano di questi soldati robotici, che agiscono quasi meccanicamente ad ogni ordine dato dal loro comandante. Speciale, in questo senso, è lo scontro verbale che Leonida ha con Serse, quando questi minaccia il greco di invadere le sue terre e tenta in tutti i modi di farlo inginocchiare davanti a sé affinché riconosca la supremazia della Persia sulla Grecia. In un momento di ira, Serse confessa a Leonida che sarebbe disposto a sacrificare ciascuno dei suoi soldati per poter ottenere la vittoria. Dopo aver udito le sue parole, lo spartano replica che – diversamente – sarebbe disposto a morire per ognuno dei suoi uomini. Re Leonida non manca di ricordare il carattere combattivo del suo popolo e si rivolge ancora al re persiano folgorandolo con questa battuta – che racchiude l'essenza dell'eroismo spartano: «Tu possiedi molti schiavi, Serse, ma nessun guerriero».
Seppur rielaborato in chiave leggermente fumettistica, dunque, 300 narra la storica guerra fra le flotte orientali del sovrano persiano Serse e l’esercito greco del re spartano Leonida. Serse procedeva attraverso la Tracia, la Macedonia e la Tessaglia.
Appena giunta la notizia del suo arrivo nella Pieria, i greci si sistemarono nelle loro postazioni. Spostandosi verso sud, Serse si accampò a ovest delle Termopili e l’esercito greco si fermò sul passo. L’armata ellenica era composta da trecento5 spartiati, duemilaottocento opliti provenienti da altre regioni del Peloponneso, millecento da due città della Beozia, un numero non specificato di locresi e mille focesi. Il comandante in carica era il re spartano Leonida6. Nessuno si aspettava che lo scontro coi persiani sarebbe arrivato così presto; ma quando Serse si spostò all’entrata del passo con l’intento di spaventare il nemico solo facendo mostra dell’entità delle sue forze, Leonida si preparò a sferrare l’attacco ai persiani e chiese immediatamente rinforzi da tutti gli stati alleati. Prima che le città greche potessero dare aiuto agli spartani, l’armata ellenica fu coinvolta nell’assalto dei persiani – che durò tre giorni consecutivi7.
Inizialmente Leonida e il suo esercito riuscirono a resistere, ma un traditore condusse i persiani sulle montagne, attraverso il sentiero su cui erano di guardia i focesi. Così quando cominciarono a rendersi conto che stavano per essere circondati, i soldati ellenici scapparono impauriti. Rimasero solo gli spartani8. Trecento uomini, trecento corpi, trecento facce squadrate, trecento lance e trecento scudi, trecento corpi nudi, bronzei, lisci e oliati, che fendono lo spazio con la precisione di trecento macchine da guerra9. Sebbene combatterono con estremo coraggio sino alla fine e inflissero gravi perdite nell’esercito nemico, i soldati di Leonida furono sopraffatti10.

Rimasti soli, avrebbero combattuto valorosamente e sarebbero morti con onore11.


***


1 Verso tratto da La spigolatrice di Sapri, composta alla fine del 1857 da Luigi Mercantini. Narra la sfortunata spedizione di Carlo Pisacane nel Regno delle Due Sicilie.

2 Gli attori recitano davanti a un pannello blu, che poi in post-produzione viene sostituito con gli sfondi computerizzati.
3 Hooker J.T., Gli spartani (Traduzione di Valeria Camporesi), Milano, Bompiani, 1984, pag. 120
4 Oates J.C., Sulla boxe (Traduzione dall’americano a cura di Annarosa Miele), Roma, Edizioni E/o, 1988, pag. 15
5 Stando ai dati forniti da Erodoto.
6 Hooker J.T., Gli spartani (Traduzione di Valeria Camporesi), Milano, Bompiani, 1984, pag. 144
7 Siamo a fine agosto del 480.
8 Secondo Erodoto, Leonida si sarebbe votato a morte sicura a causa di un oracolo di Delfi indirizzato a Sparta all’inizio della guerra. La profezia diceva che se non avessero perso un loro re in battaglia, gli spartani sarebbero caduti nelle mani di Serse.
9 Matteucci M., Cinemaplus.it
10 Hooker J.T., Gli spartani (Traduzione di Valeria Camporesi), Milano, Bompiani, 1984, pag. 145
11 Hooker J.T., Gli spartani (Traduzione di Valeria Camporesi), Milano, Bompiani, 1984, pag. 143

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