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23.11.07

La nascita del Partito Democratico

di Marco Apolloni

Una nuova creatura è stata partorita in quel “variegato” universo politico nazionale. Si chiama Partito Democratico, ma dagli amici si fa già chiamare con la sigla abbreviata PD. Il traghettatore, il Caronte di turno, che avrà il compito di condurre quella risma di politici dannati e litigiosi lungo le acque sulfuree dello Stige infernale, è nientemeno che Walter Veltroni.
Sì, proprio lui, quello che lo spietato vignettista Forattini raffigura come una macchietta con il corpo di larva e una faccia floscia, con l'inconfondibile neo alla Cindy Crawford in rilievo. L'immagine veltroniana consegnataci dal tratto del celebre vignettista non gli rende certamente onore. Anche se in quanto ad avvenenza questi non può decisamente competere con i suoi due colleghi “piacioni” Rutelli e Casini. Se non altro si tratta di un politico purosangue, a trecentosessanta gradi, che svetta sugli altri per cultura e umanità. Scrittore da un lato e terzomondista convinto dall'altro, Veltroni incarna il “volto nuovo” della politica italiana.
Il suo lato umano – anche se dovremmo dir meglio “umanitario” – merita una particolare menzione. Un politico con l'Africa nel cuore, questo è Veltroni; ossia uno con un occhio di riguardo per gli emarginati della terra, persuaso che le loro sfortune presto o tardi finiranno con il riversarsi sciaguratamente su di noi e che, quindi, prima ci occuperemo delle loro piaghe sanguinanti e prima cureremo anche le nostre – tra cui su tutte: una selvaggia quanto sfrenata immigrazione. Perché dare un aiuto a queste persone nella loro terra madre, può voler dire non ritrovarsele dietro la porta di casa a elemosinare disperate la nostra carità, che a noi non costa nulla o quasi mentre a loro garantisce un pasto caldo per tirare a campare...
A questo proposito, naturalmente, ha qualcosa da ridire il líder máximo della Casa delle Libertà, che sorride all'idea che Veltroni rappresenti la “novità assoluta” della politica italiana. Di sicuro Veltroni non è politicamente “vergine” e vanta senza dubbio una non indifferente esperienza politica sin da quando, poco più che ventenne, entrò a far parte del consiglio comunale della sua città natale. Se non altro, però, di lui possiamo dire che sia “il più giovane fra i più esperti” e fidatevi che in tempi di magra come i nostri e – quel che è peggio – in un Paese come il nostro, abituato all'egemonia politica degli ultra-settantenni, non è poco. Quando si dice, infatti, che occorre fare largo ai giovani, di solito si fa del qualunquismo spicciolo. Parola di giovane, ve lo garantisco. Molto spesso giovane è sinonimo di sprovveduto, quindi occorre sì una maggiore partecipazione dei giovani in ambito politico, però essi vanno disciplinati da gente più svezzata e abituata ai compromessi o agli intrighi di palazzo di cui è fatta da sempre la politica.
Cinquantenni come Veltroni – dunque neanche troppo vecchi – forse sono il “segno” che i tempi stanno cambiando e cioè che si sta avvertendo, con crescente persistenza, l'esigenza di dare maggiore credibilità alla nostra “malridotta” politica nazionale. Specialmente in un momento come questo, talmente delicato, in cui tanto si discute di quell'aberrante fenomeno chiamato anti-politica (ben peggiore di quel male, la politica, di cui pretende di essere la cura) e dove i “grillomani” di tutta Italia si danno appuntamento in mezzo alle piazze, gettando il nostro Paese nel caos più totale.
Certo, Veltroni non è senz'altro un volto nuovissimo ma perlomeno è fresco. Ha il volto di chi non ha ancora commesso grossi sbagli e a cui, pertanto, dobbiamo concedere il privilegio di sbagliare, purché lo faccia in buona fede. Partendo dallo sconsolato assunto che chi fa politica deve – in una certa misura – sporcarsi un po' le mani, auguriamo sinceramente al nuovo leader del Partito Democratico di sporcarsele ma di ricordarsi ogni tanto di sciacquarsele, per lavar via la sporcizia...

10.11.07

Addio, nonno Enzo!

di Marco Apolloni

“Nella storia dell'umanità non cala mai il sipario. Se solo ci si potesse allontanare dal teatro prima della fine dello spettacolo.” (Enzo Biagi, giornalista e partigiano.)


Lo confesso. Quando al telegiornale mi è giunta notizia della morte di Enzo Biagi, mi sono venuti i lucciconi agli occhi. L'ultima volta mi era capitato al funerale di mio nonno. E, detto fra noi, con la scomparsa di questo pezzo di storia del giornalismo italiano è un po' come se noi suoi nipotini avessimo perso un nonno. E che nonno! Il mio vero nonno mi ripeteva sempre che gente come lui e Biagi avevano ri-fatto l'Italia, ri-costruendola dalle macerie del fascismo e della Seconda guerra mondiale, facendola uscire – grazie alla lotta partigiana – con più dignità da un conflitto che ci ha visto militare tra le file sbagliate della tirannide e dei campi di sterminio.
Con la consapevolezza di quest'immane perdita per noi tutti, è mia intenzione rendere omaggio a questo grande uomo, che per tutta la vita è stato occupato a dar la caccia donchisciottesca ai mulini a vento nella sua personale Mancha – l'Italia –, combattendo l'arroganza e l'ipocrisia degli uomini, specialmente di certi politici, i quali concepiscono solo un giornalismo di parte, filisteo e da veri lacchè. Perché occorre sempre resistere, in tutte le epoche, alle moderne ed evolute forme di fascismo, sopravvissute al Tribunale inappellabile della storia. Per dirlo con le parole di quest'uomo di ben altra generazione: "Una certa Resistenza non è mai finita. C'è sempre da resistere a qualcosa, a certi poteri, a certe promesse, a certi servilismi". La sua unica colpa come giornalista è stata quella di non essersi mai arreso al potere, inchinandosi alla pretesa del potente di turno, non rinunciando mai al diritto-dovere di dire sempre quel che pensava, anche se ciò significava inimicarsi il proprio datore di lavoro.
Di questo ne sapeva qualcosa anche Indro Montanelli – datosi alla “macchia” come nonno Enzo. Proprio Montanelli, seppur non ricevette in vita alcuna scomunica ufficiale e non venne mai infangato da “editti bulgari” di alcun genere, sul finire della sua vita smascherò – in un moto finale d'orgoglio – il regime dittatoriale sotto il quale dovette lavorare per anni. Lui, il più ferreo conservatore che l'Italia abbia mai partorito nel suo grembo, in un moto finale di orgoglio fece la “stecca nel coro” alle acclamazioni, agli osanna e ai salamalecchi provenienti da certa stampa schierata.
Passi l'arroganza – del resto ciascuno è libero di essere vita natural durante coerentemente arrogante – ma l'ipocrisia no. L'ipocrita è sfacciato, è un voltagabbana, totalmente incoerente, che non si vergogna di dire "tutto il contrario di tutto". Peggio ancora se costui dispone di mass-media, dai quali può meglio mischiare le carte in tavola, dice una cosa la mattina e la smentisce poi – come se nulla fosse – la sera, facendo passare per pazzi furiosi chi gli rammenta di aver detto quella tal cosa né più né meno. Questo signore ha avuto il coraggio di dire alla notizia della scomparsa di Biagi, testuali parole: “[...] Rendo omaggio ad uno dei protagonisti del giornalismo italiano cui sono stato per lungo tempo legato da un rapporto di cordialità che nasceva dalla stima [...]”. Strano modo di dimostrare la stima ad una persona: licenziarla così su due piedi, impunemente, senz'alcuna motivazione seria. Strano modo di dimostrare la stima ad una persona: licenziarla così su due piedi, impunemente, senz'alcuna motivazione seria. Ma d'altronde questa è solo una delle innumerevoli bizzarrie di quel rigido apparato verticistico che mette il bavaglio a giornalisti “scomodi”, come Biagi, che osano dire in faccia le loro altrettanto “scomode” verità.
Con Biagi se ne va l'ultimo giornalista “partigiano” – nel vero senso della parola –, amante dei fatti nudi e crudi, quei semplici fatti che hanno dato l'impronta al nostro Paese. Con lui scompare una pagina imprescindibile della nostra storia. Un “grillo parlante” che non ha mai smesso di ricordarci né chi siamo e né tanto meno da dove veniamo. A noi non resta che capire dove siamo diretti, ma visti i preziosi insegnamenti da lui impartiti, dobbiamo riconoscere che siamo sulla buona strada. Del resto come diceva sempre nonno Biagi, il nonno di noi italiani: “La vita è un rischio che non si può fare a meno di correre.”

Una mattina mi son svegliato, / o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao! / Una mattina mi son svegliato / ed ho trovato l'invasor.
O partigiano, portami via, / o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao! / O partigiano, portami via, / ché mi sento di morir.
E se io muoio da partigiano, / o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao! / E se io muoio da partigiano, / tu mi devi seppellir.
E seppellire lassù in montagna, / o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao! / E seppellire lassù in montagna / sotto l'ombra di un bel fior.
E le genti che passeranno / o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao! / E le genti che passeranno / Mi diranno «Che bel fior!»
«È questo il fiore del partigiano», / o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao! / «È questo il fiore del partigiano / morto per la libertà!»
(canzone partigiana cantata al funerale del giornalista e partigiano Enzo Biagi, espressamente richiesta da lui medesimo poco prima di morire.)

8.11.07

Stati Uniti d'Europa. L'importanza di (non) essere conservatori

di Marco Apolloni

«Che cos'è il conservatorismo? L'ironia erotica dello spirito» (T. Mann, Considerazioni di un impolitico, Adelphi, Milano, 1997, cit. p. 566.)

Il mondo non è per sua stessa vocazione conservatore e vivaddio che sia così. Il mondo progredisce prepotentemente contro tutto e tutti. Sacche di resistenza conservatrici è legittimo che ci siano, ma non sono più che una fragile e sperduta diga che deve far fronte alla piena devastante di un fiume. Il Conservatore è l'Uccello del Malaugurio, il Gufo dei nostri tempi: è colui che si ostina a vedere disseminate catastrofi dappertutto, che è perennemente scettico, che vive per la – anche se si dovrebbe dir meglio nella – memoria degli Antenati, a suo dire nettamente superiori ai moderni, scialacquatori degli antichi fasti. Il Conservatore vive qui e ora in questa dimensione, ma è come se vivesse in una sua altra dimensione parallela. È lontano anni luce dal proprio Presente, rivolto com'è ai canti di sirena proveniente da un Passato per lui – e per chiunque altro – tuttavia irraggiungibile. I suoi discorsi cominciano sempre con: “ai tempi degli antichi greci” oppure “ai tempi degli antichi romani” oppure ancora “ai tempi degli antichi egizi” e così via in un regresso infinito. A mano a mano che il corso della Storia ha raggiunto le epoche moderne, per lui è come se la scintilla degli Antenati si fosse sempre più assopita finanche estinta. La modernità, ai suoi occhi, è mera decadenza, ovvero: un susseguirsi insensato di atrocità, laddove per lui il senso ultimo di ciascun agire umano si è estinto con le grandi civiltà del passato – le cui virtù superavano di gran lunga i vizi. Poco importa per un aristotelico ad esempio se al giorno d'oggi le donne, in quanto a doti teoretiche, possono superare i loro colleghi maschi e che, dunque, lo Stagirita si sia sbagliato ad equiparare le esponenti del gentil sesso a delle creature inferiori, ossia a dei sotto-uomini. Non a caso la concezione cristiana di Eva formatasi da una costola di Adamo è sopravvissuta fino ad oggi e per molti stenta ancora a venire superata. In questo il cristianesimo ha ereditato, facendoli propri, non pochi concetti dottrinari provenienti dall'aristotelismo: dalla concezione della donna a quella di Dio come “causa non causata”, quindi “motore immobile” dell'intero universo.
Di solito i conservatori più incorreggibili sono gli storici, o per meglio dire alcuni cultori di quella storia antiquaria che secondo Nietzsche – nella Seconda Inattuale – ci impedisce di vivere appieno il nostro glorioso e meritevole presente. Un eccesso di storia, con il suo pesante fardello – ci insegna Nietzsche –, fa il male di un uomo, che per agire necessita del suo senso plastico e di una concezione monumentale della storia; poiché essa ci permette sì di trarre preziosi insegnamenti dal passato ma, soprattutto, ci stimola a compiere grandi gesta nel nostro presente. Altra cosa ancora è la storia critica, quella altresì dei filosofi, di gran lunga preferibile a quella antiquaria degli storici ortodossi, ma di minor spessore rispetto a quella monumentale ascrivibile ai grandi condottieri di ogni tempo. Questo perché un'eccessiva dose di riflessione genera un brutale appiattimento dei più significativi eventi susseguitesi durante il corso storico, provocando perciò una notevole incapacità nel giudicare i fatti storici. Già, perché malgrado alcune tentazioni nietzschiane le interpretazioni dei fatti reggono il confronto solo fino a un certo punto. Per un filosofo della storia, formatosi alla scuola dello storicismo hegeliano, non può esserci alcuna differenza tra una guerra e l'altra, in quanto esse sono tutte piattamente il medesimo prodotto del famigerato “banco di macelleria”: qual è la Storia per Hegel. Questa sorta di atteggiamento storicista induce l'intellettuale-filosofo a sedersi in disparte e ad osservare – molto confucianamente – il pigro letto di un fiume, finché non vede trasportare dalla corrente il cadavere del proprio nemico. L'uomo, a nostro avviso, è fatto per agire e non altresì per vedersi agito. L'azione è l'unico motore incessante di un uomo, il perno attorno a cui ruota la sua esistenza. Per questo occorre sì riflettere senza mai, tuttavia, indugiare un istante di troppo: ciò potrebbe esserci fatale. La componente istintuale di un essere umano dev'essere sempre predominante rispetto a quella riflessiva. Alle parole bisogna far seguire i fatti e mettere finalmente da parte una nociva inazione, che ci intorpidisce le membra fino a renderci dei “poltroni”. In definitiva, ciascuno deve estrapolare dalla storia solo ciò che lo stimola a fare meglio dei suoi predecessori.
Ad ogni modo il severo monito nietzscheano di sedersi sulla soglia dell'attimo obliando se stessi va preso con le dovute molle; a dirla tutta ci sembra un tantino eccessivo. Difatti se ci dimenticassimo ad ogni nostro nuovo agire chi fossimo veramente, perderemmo la nostra bussola interiore e subiremmo un'insostenibile crisi della nostra identità, che dev'essere altresì ben consolidata. Perciò, è vero che ogni nostro nuovo agire comporta una specie di ri-cominciamento da parte nostra – che prevede un fare tabula rasa di tutte le esperienze positive e negative fino a quel momento vissute – ma se perdessimo con ciò la cognizione di chi siamo davvero – che è una summa di cosa abbiamo fatto fino a quel momento – allora diverremmo totalmente incapaci di agire. Noi siamo il risultato di tutte le esperienze che ci sono capitate dal giorno della nostra nascita ad oggi. Nessuno di noi può nutrire la seria pretesa di sbarazzarsi della propria identità, pena il proprio esser-ci nel mondo. Di una cosa perlomeno dobbiamo dare atto a Nietzsche: se non ci dimenticassimo, seppur solo momentaneamente, ciò che siamo stati e ciò che abbiamo compiuto in passato, non saremmo mai niente e non compieremmo mai nulla in futuro. Dimenticare, a volte, non solo è indispensabile ma è anche salutare per la nostra anima; così come lo è ricordare.
Per rimanere ancora a Nietzsche, gli uomini secondo lui si dividono in due categorie: storici e sovra-storici (Eraclito e Schopenhauer). I primi non sanno far altro che tessere le lodi delle macerie del passato e sono conservatori fino al midollo; i secondi, invece, camminano sopra le macerie del passato come se nulla fosse e sono progressisti fino alla morte. Ma cosa vuol dire essere conservatore e cosa, invece, essere progressista. Il primo non crede nel migliore dei mondi possibili, altresì il secondo non solo vi crede con tutto se stesso ma pensa pure che sia doveroso creder-vi, al fine di raggiungere una condizione di paradiso in questa terra – essendo lui scettico e perciò duro-a-credere in un paradiso situato in chissà quale remoto Altrove.
Ritornando ai conservatori – i cui aspetti salienti ci siamo qui premurati d'indagare a fondo –, dall'alto della loro presunta onniscienza, essi prevedono che se le storie dei popoli sono state fin qui divise, tali rimarranno nei giorni a venire. E non vi è speranza alcuna che, susseguendosi le generazioni, le cose possano cambiare. Ma se solo questa nenia fosse vera, essi allora dovrebbero spiegarci su quali fondamenta siano state edificate le grandi civiltà del passato che loro stimano tanto, sopra ogni altra cosa. Dovrebbero così spiegarci nei dettagli – se quanto dicono è vero – come abbia fatto Roma a diventare caput mundi, ovvero il centro e il fulcro del mondo fino allora conosciuto, da insignificante villaggio – abitato da una popolazione barbara – qual era. Oppure come abbia fatto una semplice e disadorna idea di nazione, precisamente la nostra nazione, a diventare da semplice schizzo sulla carta a vera e propria compagine nazionale, unita sotto un'unica bandiera e in un solo inno di fede e di speranza – dalle Alpi alla punta più estrema dello Stivale (isole comprese).
I sogni sono destinati a rimanere tali solo fino a quando i tempi non saranno maturi per l'avvento di individui sovra-storici, quali sono stati Cesare e Augusto da una parte e Mazzini, Garibaldi e Cavour dall'altra: ovvero fino a che questi non troveranno qualcuno che creda davvero nella loro concreta realizzazione. Se il mondo fosse stato anche solo un minimo conservatore, non avrebbe mai prodotto simili ingegni e non sarebbe mai arrivato ad essere quello che è ora, con tutto quello che di positivo e negativo ne consegue. Con tutta probabilità se il mondo fosse stato veramente conservatore non saremmo mai fuoriusciti dalla caverna di cui ci parla in uno dei suoi miti Platone e ci saremmo accontentati di fissare increduli la nostra ombra tremolante nella parete. E avremmo avuto mille volte torto, privandoci di quello spettacolo grandioso che è il Sole e di quella gioia immensa che vi è nel rimirarlo incantati. Il Sole – di cui ci ha parlato allegoricamente Platone – altro non è che il sole della conoscenza, che ci ha sottratto ad una vita di schiavitù certa.
Al giorno d'oggi ci vengono riproposti, conditi in tutte salse, nuovi ed altrettanto edificanti sogni, com'erano all'origine Roma caput mundi e l'Italia unita. Su tutti ne spicca uno per imponenza: l'Europa unita! A molti questo sogno potrebbe apparire una blasfemia. Un passato di soprusi inconfessabili, di violenze inaudite e di guerre fratricide non sembrerebbe dar loro torto, anzi... E la Storia considerata a sproposito maestra di vita sembrerebbe dar loro ragione. Del resto essa è sempre stata ben felice di salire sul carro dei vincitori e render conto solo ai fatti, trascurando i ben più importanti ante-fatti. (Abbiamo visto come i fatti prima di diventare tali erano inizialmente solo dei sogni e pure dei più irrealizzabili...) Crediamo che un'Europa unita non solo sia possibile ma pure auspicabile, visti i tempi che corrono. Più precisamente crediamo sia possibile una Confederazione degli stati europei, senza che nessuno dei paesi aderenti accantoni la propria lingua e le proprie usanze – che anzi potrebbero diventare patrimonio comune dei futuri Stati Uniti d'Europa. Proprio la diversità sarà di gran lunga la nostra ricchezza e il nostro punto di forza. Paradossalmente, le nostre comuni radici europee affondano nel terreno melmoso di un passato lacerato e addirittura in esso trovano la loro preziosa linfa vitale. Le divisioni del nostro passato, dunque, a maggior ragione ci uniscono in un connubio tanto più inestricabile. L'insopprimibile necessità di non ripetere gli errori fin qui commessi, ci induce a sperare di poter essere un giorno ancor più uniti sotto un'unica bandiera: europea!

13.9.07

"Il modernismo reazionario" di Jeffrey Herf

di Marco Apolloni

«La terra interamente illuminata splende all'insegna di trionfale sventura» (M., Horkheimer, T., Adorno, Dialettica dell'illuminismo, Einaudi, Torino, 1974, cit. p. 11.)

Secondo gli autori della Dialettica dell'illuminismo c'è un sottile filo diretto che collega Auschwitz all'illuminismo. In autori come Rousseau, Kant e Hegel trovarono corso concetti come: «ragione», «mito», «dominio», che poi erroneamente confusi fra di loro furono la scaturigine del nazismo in Germania. Già nelle orge di De Sade e negli aforismi di Nietzsche era contenuto in germe l'elemento della disumanizzazione, come logica reazione ad un eccesso di razionalismo illuministico. Secondo Herf, Adorno e Horkheimer non erano molto lontani dal vero nel sostenere ciò. L'ideologia nazista fu il risultato di un erroneo processo di assimilazione dell'illuminismo. A dir la verità, la Germania è sempre stata un paese solo parzialmente illuminato. Alla fine l'idealismo tedesco, a partire da Kant, si prese la sua rivincita sull'illuminismo francese – che non ha mai attecchito come avrebbe dovuto in terra tedesca. Durante gli anni della fallimentare Repubblica di Weimar («repubblica senza repubblicani»1), si sviluppò in Germania una corrente di pensiero conosciuta con il nome di «rivoluzione conservatrice», i cui esponenti si rivoltarono contro quell'artificiosa creazione che era il governo repubblicano. Essi opposero alla Gesellschaft la Gemeinschaft o meglio ancora la Volksgemeinschaft, ovvero alla società fondata sui meschini interessi privati la comunità fondata sui legami di sangue o Blutgemainschaft, sui reduci del fronte o Fronterlebnis e sulla Lebensphilosophie, attingendo a valori quali: l'attivismo, il militarismo, il virilismo e l'anti-intellettualismo. Paradossalmente proprio gli intellettuali conservatori erano i più accaniti nemici dell'intellettualismo, poiché sostenevano che ciascuno potesse coltivare nel proprio intimo le idee che voleva senza che dovesse necessariamente derivarle da chicchessia. D'altronde da Nietzsche in poi l'anti-intellettualismo divenne un sentimento largamente condiviso dagli stessi intellettuali conservatori in Germania.
L'avvento del nazismo venne prima auspicato e poi trovò il più largo consenso proprio negli ideologi della cosiddetta conservazione tra cui: Oswald Spengler, Ernst Jünger, Martin Heidegger, Carl Schmitt, Hans Freyer, Werner Sombart. Ciascuno di essi, a suo modo, tentò una strenua difesa della macchina tecnologica tedesca combinata ad una visione d'insieme pastorale. Di questa influenza ne risentirono persino gli ingegneri tedeschi, i quali vollero addirittura creare delle autostrade per così dire «ecologiche», rispettose cioè del paesaggio circostante e in perfetta sintonia con il medesimo. Non tutti gli ideologi della conservazione, però, erano dei modernisti reazionari. Vi erano alcuni, infatti, particolarmente reticenti agli aspetti innovativi della tecnica e convinti altresì del carattere demoniaco della stessa, timorosi che potesse condurre la Germania verso una pericolosa deriva senz'anima. Tra questi vi fu senz'altro Möller van der Bruck; il suo «Terzo Reich» voleva porsi come valida alternativa sia al capitalismo che al comunismo, anche se di sicuro era più vicino al secondo. Per dirla tutta il suo ideale assomigliava molto ad un miscuglio di comunismo e nazionalismo, ossia un “comunismo nazionalizzato”. Un altro pensatore esponente di spicco della «rivoluzione conservatrice», quale il giornalista Ernst Niekisch, riconobbe nella tecnica una divoratrice di uomini e il suo carattere totalmente distruttivo era ancor più palesato, secondo lui, nell'immane arsenale distruttivo delle guerre moderne. Qui la tecnica manifestava il proprio carattere demoniaco ed era falciatrice di vite umane, grazie all'accresciuta potenza distruttiva delle sue armi sofisticate e iper-tecnologiche. Tranne queste rare eccezioni, però, l'utilità della tecnica veniva sostenuta pressoché da tutti. Grazie ad essa la Germania poteva combattere sullo stesso piano di sviluppo i suoi irriducibili nemici ideologici. Hitler, in sostanza, non fece altro che realizzare politicamente quanto già teorizzato dagli esponenti della conservazione sopra menzionati. Ma veniamo ora all'analisi di ciascuno di questi intellettuali conservatori di spicco...

Per Spengler il nemico numero uno da abbattere era il denaro e non la macchina. La circolazione del denaro aveva paralizzato la vena creatrice del tedesco, soffocato com'era da un mercantilismo sfrenato. Secondo lui il problema era che il mercato veniva regolato più che dal valore d'uso all'opposto dal valore di scambio della merce. Questa sorta di strozzinaggio da parte dei mercanti, perlopiù ebrei, paralizzava l'industriosità propriamente tedesca. Nella sua opera imprescindibile Il tramonto dell'Occidente – contrariamente a quel che ci suggerisce il titolo – Spengler si riserva la speranza dell'avvento di un «uomo nuovo», «faustiano», che sappia coniugare la sfera dell'anima e quella della tecnica in un tutt'uno inscindibile. Lui era dell'avviso che non si poteva combattere con armi pari i paesi della Zivilisation senza che nell'orbita della Kultur non si facesse rientrare il potente strumento della tecnica. La noia imperante nei paesi della Zivilisation si palesava in un pacifismo ipocrita, che serviva solo per nascondere una debolezza intestina; laddove invece lo «slancio vitale» operato dalla guerra poteva sconfiggere lo stallo attribuibile alla noia stessa. La guerra in realtà, secondo Spengler, era una nuova forma di creazione – poco importa se sotto forma di distruzione.

Jünger riprende e accentua maggiormente quanto già affermato da Spengler sulla guerra come esperienza creatrice. Per lui essa plasmava talmente gli uomini da renderli delle specie di «forme d'acciaio». Il suo nichilismo latente lo portava ad avere motti del tipo «vivere significa uccidere». Nessun altro autore al pari di lui ha elevato tanto l'«esperienza del fronte» o Fronterlebnis e i suoi scritti erano anzitutto diretti agli ex-camerati, che difficilmente potevano riadattarsi alla grigia e monotona vita civile, dopo l'elettrizzante vita vissuta al fronte. Quello che per i comunisti russi era rappresentato dai soviets (comitati operai), per Jünger altresì era rappresentato dagli uomini fuoriusciti dal Fronterlebnis (comitati soldateschi). Le sue descrizioni avvincenti dei combattimenti, ricche di metafore altamente evocative e a forte impatto visivo, indussero alcuni critici a ribattezzare il suo stile letterario «realismo magico» jüngheriano. Memorabili sono le pagine in cui lui descrive gli istanti che immediatamente precedono il battesimo del fuoco, istanti carichi d'aspettativa, in cui ci si convince di essere dei Titani (figli-ribelli degli dèi) chiamati a dover compiere imprese straordinarie perlopiù non concesse ai comuni mortali. A Jünger non bastava la comunità di spirito promossa dal liberalismo e marxismo o Geistgemainschaft, occorreva bensì la creazione di una comunità di sangue o Blutgemainschaft. Sua era l'immagine-chiave del soldato-operaio, al quale bisognava dare un'idea forte – come quella di nazione – per cui valesse davvero la pena di vivere e morire. È un po' come se questo soldato-operaio volesse essere inconsciamente sacrificato sull'altare della patria per Jünger. La Prima guerra mondiale, secondo lui, fu la prima vera guerra operaia, dove masse intere di uomini si mobilitarono per farsi guerra a vicenda. Già nei libri jüngheriani veniva preconizzata la guerra-lampo o Blitzkrieg hitleriana, dove con una devastante potenza di fuoco si metteva il nemico in ginocchio, senza dargli nemmeno il tempo di reagire minimamente. La sua prosa virulenta e le sue evocative riproduzioni fotografiche ammorbidirono la crudeltà della guerra, che veniva spacciata invece per momento catartico ove l'intrinseco eroismo degli uomini si manifestava incontrastato. Infine Jünger parlò di una speciale missione tutta tedesca consistente appunto nel salvare il mondo dalla sempre più crescente perdita di spiritualità. D'altronde quello di cui lui più si preoccupava era l'avvento di un mondo senz'anima: pensiero intollerabile per qualsiasi tedesco. (Peccato solo che proprio un eccesso di anima abbia permesso ai tedeschi di varcare la soglia senza-via-d'uscita del nazismo...)

A differenza dei modernisti reazionari Heidegger era ancora profondamente convinto dell'inconciliabilità tra tecnica moderna e anima tedesca. Da un lato lui avrebbe voluto placare l'ascesa irrefrenabile della Russia e degli Stati Uniti, paesi in cui regnava una tecnica demoniaca. Dall'altro, però, lui non era disposto a concedere alla Germania la possibilità di evolversi tecnicamente, tanto da poter fronteggiare e combattere sullo stesso piano i suoi arci-nemici. L'adesione di Heidegger al nazionalsocialismo rientrava nella sua convinzione che questo stesse dalla parte dell'essere, dell'autenticità, del Volk. Quando si accorse dell'errore in cui era incorso ormai per lui era impossibile sottrarsi ad una vergognosa collusione con il nazismo.
Merito di Schmitt fu quello di operare un superamento del romanticismo politico grazie alla teoria del «decisionismo». Quel che più questi deprecava dei sistemi liberali era il processo di smilitarizzazione e spoliticizzazione da questi perseguito infaticabilmente. Ciò produceva, secondo lui, un graduale e inarrestabile allontanamento della gente dalla politica, che veniva subordinata alla sfera della società. Per i sistemi marxisti lui riservava la stessa bassa considerazione, in quanto era convinto che questi svilissero l'importanza della politica ed esaltassero spropositatamente la portata dell'economia. Mentre Schmitt poneva l'accento sull'autonomia, nonché il predominio della politica su tutte le altre sfere. Inoltre il tratto comune da lui individuato nelle società europee, a partire dal Cinquecento, consisteva in un progressivo incremento della neutralità, per scongiurare eventi fondativi della vita politica di un paese, quali: la lotta e il conflitto. Diversamente da Heidegger il suo parere sulla tecnica era molto più vicino a quello di Spengler e di Jünger. Infatti Schmitt confidava che gli uomini potessero servirsi della tecnica per i loro fini spirituali.

Freyer fu il fautore di una «rivoluzione di destra» in virtù della quale tecnica e anima fossero finalmente conciliate, superando le antinomie insuperate del romanticismo e del positivismo. Per ovviare al sentimento di repulsione della tecnica proprio dei tedeschi, occorreva secondo lui individuare le origini pre-capitalistiche della stessa, così da convogliare tale sentimento nell'anti-capitalismo. Tale sagace manovra rientrava a pieno titolo nella concezione pregnante che lui aveva a proposito della «reificazione», ovvero quell'intrinseca capacità di re-introdurre antiche e assodate convinzioni sotto forma di nuove e stimolanti convinzioni. (In altre parole: la tradizione romantica non abbandonò mai il destino incerto e travagliato della Germania, la quale si rifece sempre a tale originaria tradizione e il modernismo reazionario ne fu la dimostrazione più lampante...) Un nuovo attore, secondo Freyer, si era presentato sul palcoscenico storico: il Volk. Esso si opponeva con tutte le sue forze ai processi d'industrializzazione della Germania e voleva pertanto riaffermare il predominio della politica sull'economia. Se nell'ideologia della sinistra l'emancipazione dal campo economico si concretizzava con la rivoluzione proletaria, nell'ideologia della destra questo superamento si manifestava con l'affermazione di uno Stato autocratico e verticistico – Volk e Stato, perciò, divennero una cosa sola. In estrema sintesi, la «rivoluzione di destra» di Freyer si annunciava ostile alla società industriale, ma al contempo accondiscendente al fascino esercitato dalla tecnologia.

Sombart denuncia il parassitismo degli ebrei, trovando in essi un autentico capro espiatorio. Gli ebrei, secondo lui, dando vita ad un regime economico di strozzinaggio e infiltrandosi capillarmente nei diversi strati della società, paralizzarono l'operosa vita del tedesco. Se per Spengler la colpa dei mali della Germania era del denaro e per Heidegger invece delle macchine, per Sombart non c'era alcun dubbio: tutta la colpa era degli ebrei! Questi fece leva sull'antisemitismo viscerale dei tedeschi, che a differenza dei parassiti ebraici si distinguevano per la loro genuina e originaria «creatività» tecnica. Lui incolpa soprattutto gli ebrei di essere stati i fondatori del capitalismo moderno, il cui risultato più evidente è stato lo sviluppo di una civiltà senz'anima. Con la loro parziale cittadinanza, agli ebrei venne lasciato modo di concentrarsi prevalentemente sulla loro attività favorita, la finanza, così che essi si disinteressarono alla politica e allo Stato – se fosse dipeso da loro esso sarebbe potuto benissimo andare in malora. Essi furono i veri inventori delle banche e il loro giro d'affari arrivò ad essere tale da estendersi anche ai non ebrei, che sempre più si rivolsero loro per chiedere ingenti somme di denaro, che dovevano poi essere rese con gli interessi raddoppiati. Sombart individua inoltre altri due aspetti negativi degli ebrei, oltre all'essere dei capitalisti senza scrupoli essi hanno: 1) una teologia disincantata in cui l'uomo è costretto a lottare strenuamente contro le potenze ostili della natura e dove viene posto di continuo l'accento sull'eccezionalità del popolo ebraico in quanto «popolo eletto» dal Signore; 2) un iper-intellettualismo estremamente razionalizzante, che li porta ad eccellere nelle professioni in cui viene premiata l'astuzia – la giurisprudenza, il giornalismo, il teatro, eccetera. L'origine «orientale» del popolo ebraico conteneva già in sé, secondo Sombart, il loro destino mercantilistico. Il loro nomadismo di creature del deserto li portò a raggiungere terre come la Germania, dove invece vi erano creature della foresta. Mentre le prime erano assai pragmatiche, inclini al mercanteggiare e per ciò stesso prediligevano la quantità alla qualità; viceversa le seconde erano naturalmente predisposte alla speculazione astratta, vivevano in una dimensione magico-onirica e pertanto prediligevano altresì la qualità alla quantità. La loro provenienza dal deserto e la loro notevole dimestichezza col denaro ci danno un'idea piuttosto chiara degli ebrei: creature fortemente instabili come il deserto e impalpabili come il denaro. Essi, privilegiando gli aspetti astratto-quantitativi, sostituirono al valore d'uso dei tedeschi per la merce il loro ben più effimero valore di scambio. Perciò ecco qua come per Sombart tra ebrei e tedeschi si stendeva un abisso incolmabile e per ciò stesso lui dirottò gli indistinti sentimenti anti-capitalistici in ben più precisi sentimenti di vero e proprio odio contro gli ebrei. Per Sombart dunque: non la tecnica, bensì il bieco capitalismo ebraico doveva essere sconfitto per assicurare un radioso futuro alla Germania. Il suo auspicio trovò fertile terreno d'incontro con l'ideologia nazionalsocialista. Questa, infatti, tra i suoi piani si prefiggeva: quello di assestare un colpo decisivo al capitalismo mondiale, coltivando al contempo il potente strumento della tecnica moderna: la quale avrebbe fatto rimanere la Germania al passo degli altri paesi, portandola cosicché alla vittoria finale.

Nella velleitaria guerra hitleriana dichiarata all'impero della civilizzazione si arruolarono, dunque, non solo le idee degli intellettuali della conservazione sopra indicati, ma anche e in modo particolare l'abilità dei tecnici, ovvero degli ingegneri. L'«uomo nuovo» tedesco doveva innanzitutto condividere la stessa causa e poi padroneggiare nel modo più assoluto tutti i rudimenti della tecnica. Per i nazisti il motivo della sconfitta nella Prima guerra mondiale era da ricercarsi: non tanto nella scarsezza dei cannoneggiamenti, bensì nella scarsa saldezza della volontà. Infatti nonostante i nazisti riconoscessero l'importanza della tecnica, quindi della corsa agli armamenti, essi credettero invano che la Seconda guerra mondiale potessero vincerla principalmente grazie alla loro ferrea volontà. Alla fine, però, il «romanticismo d'acciaio» di Goebbels si rivelò non bastante per vincere la guerra e a nulla valsero gli ultimi disperati tentativi di trovare un'arma che potesse cambiare le sorti del conflitto – i missili V-1 e V-2 avrebbero dovuto essere quest'arma della Provvidenza, ma non andarono oltre una vuota e sconclusionata propaganda. I nazisti non tradirono la tradizione del modernismo reazionario, di cui anzi essi furono l'indegno coronamento; ma ciò poté solo permettere loro di cominciare la guerra, non di vincerla. La sconfitta si materializzò proprio per l'incapacità della macchina da guerra tedesca di stare al passo coi progressi tecnologici promossi dal nemico. Per dirlo con lo stesso Herf:

Se i nazisti fossero stati dei convinti luddisti, non sarebbero stati in grado di iniziare la seconda guerra mondiale. Se fossero stati dei tecnocrati cinici e calcolatori, avrebbero potuto ottenere una limitata vittoria o quanto meno evitare una sconfitta catastrofica. La tradizione del modernismo reazionario fu politicamente coerente, da tre fondamentali punti di vista. In primo luogo, contribuì a creare quella forza tecnologica che rese possibile concepire, se non vincere, la guerra; in secondo luogo, conservando un ethos antiscientifico e antirazionale, ostacolò un'innovazione tecnologica paragonabile agli sforzi compiuti dalla Russia, dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti; in terzo luogo, fu parte di quel fanatismo ideologico che convinse i nazisti che essi erano in grado di vincere anche se privi dei mezzi per giungere alla vittoria e sostituì al coordinamento strategico dei fini coi mezzi le speculazioni politiche basate sul linguaggio della volontà.2

Tirando le somme del suo saggio, Herf afferma che il modernismo reazionario è stata una corrente di pensiero deflagrata in Germania per rispondere ai dilemmi lasciati irrisolti dalla Rivoluzione francese e da quella industriale. Il tecnicismo forzato degli intellettuali e degli ingegneri tedeschi non era che una facciata piena di parvenza, poiché all'atto pratico essi non assimilarono pienamente – come altresì avrebbero dovuto – la tecnologia. Persino questi ultimi assimilarono solo i concetti tecnologici più primitivi. La preponderanza della cultura scientifica su quella umanistica comune nei paesi nemici – quali: Russia, Stati Uniti e Gran Bretagna –, in Germania non era poi così certa. Qui, all'epoca del nazismo, gli ingegneri tentavano di giustificare prima sul piano teorico le loro invenzioni tecniche, poi di realizzarle concretamente. Al fascino esercitato dalla «propaganda magica»3 – come la definì Neumann – dei nazisti nessun tedesco poteva rimanere indifferente, tecnocrati compresi, i quali viste le loro competenze più di chiunque altro avrebbero dovuto ragionare in termini razionali. Il modernismo reazionario in Germania, dunque, partiva già azzoppato e non era che una variante tedesca deformata del vero modernismo regnante negli altri paesi dove l'illuminismo era stato correttamente assimilato. Irrazionalismo e tecnica formavano, perciò, un tutt'uno inseparabile per l'ideologia nazionalsocialista. Quindi era smarrito il confine tra ideologo e tecnocrate, tant'è che non si sapeva più dove finisse l'uno e iniziasse l'altro. Tutto quello che veniva detto rientrava a far parte, comunque, del vocabolario della Innerlichkeit tedesca, ovvero dell'interiorità. I tedeschi, in altre parole, vendettero la loro anima al demonio della tecnica, seppur si trattò di una tecnica dimezzata – e non poteva essere altrimenti vista la rozza e parziale assimilazione dell'illuminismo avvenuta in Germania. Proprio il tentativo di salvare l'anima tedesca, dannò i tedeschi per l'eternità... Per rendere meglio quest'idea di dannazione riguardante il popolo tedesco, Herf riporta le parole di un generale britannico scritte al termine del più sanguinoso dei conflitti bellici: «Sono indicibilmente grato per il fatto che la folle dedizione del pazzo abbia pervaso ogni aspetto dell'attività tedesca. Mai prima d'ora era stata confermata in modo così decisivo la verità del vecchio detto, 'gli dei fanno impazzire coloro che essi vogliono distruggere'»4. Quello che si verificò, infatti, fu invece della tanto agognata – almeno da parte tedesca – caduta degli dèi proprio l'esatto opposto, ossia la caduta della Germania in un abisso senza fondo, dal quale solo con una disumana fatica essa poté in parte risalire...
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1 J., Herf, Il modernismo reazionario, Il Mulino, Bologna, 1988, cit. p. 51
2 Ibidem, cit. p. 294.
3 Ibidem, cit. p. 305.
4 Ibidem, cit. p. 312.

10.9.07

"La nazionalizzazione delle masse" di George L. Mosse

di Marco Apolloni

«Ein Volk, ein Reich, ein Führer»

Per molti il fenomeno nazionalsocialista fu dovuto, soprattutto, ad una logica reazione-a-catena agli eventi scatenatesi dopo la Prima guerra mondiale. La Germania, nazione dilaniata nonché grande sconfitta, ripiegò sul nazismo per scaricare le miserie e le frustrazioni della debole Repubblica di Weimar. Questa era vista dal popolo tedesco come una creazione artificiosa, il prodotto stesso della sconfitta in guerra, fortemente voluto dai paesi membri dell'Intesa vincitrice – su tutti: Francia e Inghilterra – per indebolire la dura scorza della riottosa Germania. Dunque, secondo quest'ottica, il nazionalsocialismo fu un naturale rigurgito di anti-parlamentarismo e anti-democratismo, che non faceva decisamente al caso di una nazione così accentratrice e autocratica come la Germania. Per questo il «Terzo Reich» venne accolto con parate militari e salve di cannone. Tale interpretazione degli eventi non viene accolta – a ragion veduta – dallo studioso George L. Mosse. Questi, infatti, si mostra scettico verso le spiegazioni mono-causali degli accadimenti storici, che invece sono – a suo dire – frutto di processi ben più complessi di quanto non si immagini e perlopiù regolati da ingranaggi sotterranei, nascosti pure alla vista più acuta.
Nel dare un'interpretazione univoca dei fascismi sono sembrati concordi – per una volta – sia gli storici liberali che quelli marxisti: laddove per i primi si è trattato di fenomeni transitori legati a particolari circostanze storiche, per i secondi si è trattato invece di una distorsione del capitalismo. (Solo Ernst Bloch, fra i pensatori marxisti, fu l'unico a riconoscere che il successo delle ideologia nazionalsocialista consistette nel saper far breccia sui sentimenti e sulle emozioni della gente.) Il parere di Mosse è piuttosto diverso. Lui crede, infatti, che il nazionalsocialismo affondi la sua legittimità in più di un secolo e mezzo di storia tedesca. Questa viene da lui suddivisa in tre periodi essenziali: 1) dal 1813-14 al 1870-71, periodo in cui prese forma il Primo Reich come scaturigine della guerra di liberazione contro gli eserciti napoleonici, che con il congresso di Vienna – dopo Waterloo (1815) – produsse un primo abbozzo di quella che sarebbe divenuta poi la futura nazione tedesca, seppur soltanto sotto forma di una confederazione di 39 stati; 2) da1870-71 al 1814-18, periodo in sui si ebbe il Secondo Reich, concretizzatosi con l'unificazione della Germania sotto la sapiente guida bismarckiana, fino ad arrivare all'età guglielmina che sfociò in quella tremenda carneficina che fu la Prima guerra mondiale; 3) dal 1918 al 1945, periodo che espresse – Repubblica di Weimar a parte – quel mostro di disumanità quale fu il Terzo Reich hitleriano.
Mosse è dell'avviso che la grande abilità di Hitler è consistita nel sostituire alla liturgia religiosa una liturgia altresì laica. Questa tendenza liturgica, che seppur con esiti minori ha riguardato anche il similare regime mussoliniano in Italia, secondo Mosse deriva dalla concezione rousseauiana di elevare ad un'unica divinità statuaria la «volontà generale», da non confondersi con la «volontà di tutti». La «volontà generale» altro non è che l'espressione del popolo, il potere al popolo, che a partire dalla Rivoluzione francese ha instaurato quel culto del popolo stesso, poi fatto proprio anche dal nazismo. Essa, inoltre, ha contribuito alla creazione di un nuovo «stile» politico, sbocciato in un nuovo modo di fare politica, un populismo divenuto nuova «religione laica» dello Stato. Lo studioso francese Gustave Le Bon nel suo saggio – che destò non poco scalpore –, La psychologie des foules (1889), rintraccia alcuni tratti distintivi appartenenti alle folle in generale come: la loro natura conservatrice e l'importanza che esse ripongono nelle tradizioni ereditate. Per dirlo con le parole del rivoluzionario francese Mirabeau: occorre aiutare «il popolo a percepire un'armonia tra la propria fede e il governo»1. Perciò basilare diventa la capacità di attingere a simboli e a miti fondativi. Questo fu all'incirca quanto fece Hitler, che coi suoi discorsi privi di argomenti ma pregni di carisma, voleva ingraziarsi le folle facendo leva sì sulla loro componente emotiva, ma anche e soprattutto sul patrimonio comune di miti e di simboli. I suoi discorsi erano diretti al cuore più che al cervello della gente. Nei suoi discorsi, inoltre, Hitler si vantava della sua sintesi espositiva e della capacità di contenere il suo programma politico in soli 25 punti-chiave. Le sue parole erano un preludio alle sue azioni e in questo lui si trovava d'accordo con D'Annunzio – che sosteneva che le parole fossero femmine, mentre le azioni fossero altresì maschi. La folla più che al contenuto era interessata alla forma dei discorsi del Führer, che venivano vissuti con grande intensità emotiva. Egli infatti, memore degli insegnamenti di Le Bon, era consapevole che il leader e le masse dovessero credere fermamente nella stessa fede. Basti pensare che Hitler non ha fatto né più né meno quanto annunciato nel Mein Kampf, ovvero l'equivalente per i nazisti del Capitale per i marxisti; con l'unica eccezione che per i primi non c'era bisogno affatto di conoscere la loro bibbia poiché i dettami in essa contenuti venivano già applicati inconsapevolmente.
Espressione del nuovo culto e della nuova liturgia furono i monumenti nazionali, rivelatori dell'anima più genuina del popolo e simboli della nascente autocoscienza nazionale. Oltretutto i monumenti costituivano la testimonianza dell'eroicità intrinseca del popolo e il motivo per cui sono tanto importanti è poiché essi contribuiscono a dare quell'aura tragica e melodrammatica ad ogni agire politico. La politica è una tragedia alla quale si è chiamati ad adempiere. Come gli eroi delle tragedie i nuovi uomini politici si caricano sulle loro spalle lo schiacciante macigno dell'intera umanità. Questa complessa simbologia potrebbe essere molto esplicativa della straordinaria tenuta durante il Secondo conflitto mondiale della Germania, nonostante fosse ormai accerchiata su tutti i fronti. Le masse – e questo lo aveva capito magnificamente Hitler – si mobilitano solo alle promesse di gloriose gesta eroiche. Nelle Considerazioni di un impolitico Thomas Mann sostiene apertamente che finché l'arte sopravviverà, l'istinto innato di morte o Thanatos proprio degli uomini soverchierà l'istinto altrettanto innato di vita o Eros – come direbbe Freud. Le parole esatte che adopera Mann sono: «[...] la guerra, l'eroismo di tipo reazionario, ogni stortura dell'irrazionalismo saranno sempre pensabili e dunque possibili sulla terra finché esisterà l'arte [...]»2.
Hitler capì anche l'estrema importanza rivestita dalle feste pubbliche: momento in cui il popolo, dimentico delle angherie quotidiane, riversa tutta la sua immanenza e smania di vivere pienamente l'attimo mutevole. Nell'istituzione delle feste pubbliche in Germania tra l'Ottocento e il Novecento si sentì il profondo influsso di alcune tematiche rousseauiane. Fu il Ginevrino, infatti, a consigliare il governo polacco ad istituire feste di massa laddove ne risultasse una comune identità nazionale. Sempre secondo Rousseau, organizzare le festività in luoghi simbolici e altamente evocativi per la patria, contribuiva maggiormente ad accrescere il pathos collettivo: elemento che faceva da collante tra il popolo e i suoi governanti fusi in unico e ben saldo legame patriottico. Ai giorni della Rivoluzione francese, il giacobinismo nei panni dell'irriducibile discepolo rousseauiano Robespierre, riprese quanto affermato dal grande maestro a proposito delle feste pubbliche. Nel 1817, in Germania, presso il castello di Wartburg – luogo-simbolo della memoria collettiva tedesca, fortezza inespugnabile dove si rifugiò frate Martino – i movimenti dei ginnasti e alcune confraternite studentesche si ritrovarono per festeggiare la loro unità nazionale. Quelli che accorsero al castello, in una processione al lume di fiaccole, diedero vita ad un falò di quei libri considerati «non tedeschi», facendo canti medievali e pronunziando discorsi dai significati altamente patriottici. Qui si narra addirittura che nei festeggiamenti, almeno per quella volta, cattolici e protestanti furono uniti in un solo culto: il culto del Volk, ovvero il cuore e l'anima della nazione tedesca. Altre celebrazioni speculari in Germania furono le feste schilleriane, dove il grande bardo nazionale veniva incoronato simbolicamente da suoi due illustri predecessori: Livio e Shakespeare. Diversamente celebrazioni come il Sedanstag si rivelarono un vero e proprio fallimento, vista la mancata partecipazione delle masse popolari; a dimostrazione che solo il popolo poteva dare quel tocco aggiuntivo per creare un favorevole clima ieratico e solenne. Le assemblee di massa erano per Hitler il solo modo di conquistarsi il più largo consenso possibile, poiché frutto di un contatto diretto e genuino con il popolo stesso.
Uno dei padri del nazionalismo tedesco fu anche l'illustre Richard Wagner, che cercò nella sua arte d'imprimere il mythos, ovvero quel concetto trascendentale di bellezza che affondava nella memoria collettiva degli antenati. Il romanticismo, non a caso, di cui lui si fece portatore riscoprì le antiche ballate, fiabe e leggende, appartenenti all'inesauribile patrimonio popolare. Durante tutto il Terzo Reich i nazisti non fecero altro che riproporre, seppur con il loro nuovo stile politico, antiche immagini del passato condiviso. Un esempio di queste immagini destinate ad essere impresse negli inconfondibili caratteri tedeschi è la famosa xilografia düreriana raffigurante il cavaliere e il demonio, laddove il primo è il simbolo della purezza germanica e il secondo rappresenta invece le tentazioni di un mondo esterno sempre più insidioso. Il Lohengrin, celebre eroe wagneriano, altri non è che questo cavaliere senza macchia in perenne lotta contro le tentazioni demoniache del mondo. Un altro eroe wagneriano, simbolo di purezza, è Parsifal: il cavaliere senza peccato alla ricerca del Sacro Calice contenente il sangue di Cristo, il Graal appunto, consistente essenzialmente in una sorta di dimensione interiore. Wagner voleva far coincidere l'essere un buon tedesco all'essere anche e soprattutto un buon cristiano. Molta importanza nella genesi dei nazionalismi moderni la ebbe pure – come detto – il concetto di «razza». L'eugenetica – ossia la convinzione che dai padri migliori nascessero i figli migliori, richiamante gli antichi valori spartani – fu infatti uno dei capisaldi sui quali si poggiò l'ideologia ariana.
I richiami al «sangue» così come alla «razza» esercitarono un indubitabile ascendente per gli ideologi nazionalsocialisti. L'unico punto su cui il nazionalsocialismo hitleriano si discostò dal romanticismo wagneriano fu la moralità cristiana, che Hitler credeva alla maniera nietzscheana una morale da schiavi. Secondo Guido List, una delle personalità che influenzò di più il giovane Hitler, l'arianesimo era un misto di teosofia, manicheismo e indiscriminata violenza razzista. Questi, infatti, credeva con Nietzsche che l'ebreo Paolo avesse pervertito l'autentico messaggio di Gesù, il quale nel suo linguaggio criptato si rifaceva agli ariani, razza da cui lui discendeva. L'arianesimo incompreso del Messia si poneva, dunque, come alternativa ad un bieco cristianesimo di matrice ebrea. Ariani ed ebrei, appunto, rappresentavano i due poli estremi di un manicheismo viscerale.
Contributi importanti al nazionalsocialismo furono dati dal movimento dei ginnasti e da vari movimenti giovanili. Essi incarnarono alla perfezione quell'ideale nazionale secondo cui: la patria è nei cuori. Essi intendevano con ciò la patria interiore – forte è l'ascendente esercitato dal pietismo tedesco –, effige del «bello» naturistico, vale a dire di una natura pura ed incontaminata. L'escursionismo divenne consuetudine adottata da tutti questi movimenti, che vollero ritrovare l'antico spirito della nazione in paesaggi mozzafiato, stereotipi della conturbante bellezza nazionale. Un altro contributo – seppur indiretto e meno evidente – dato al nazionalsocialismo venne dal movimento socialista lassaliano, che tramandò l'importanza dell'organizzazione collettiva. Non è un caso, infatti, se la seconda parte del Mein Kampf hitleriano è tutta dedicata all'organizzazione sistematica di quanto affermato nella prima parte. Creare una nuova religione era l'obiettivo del leader del movimento socialista tedesco, Lassalle; i suoi discorsi erano pregni di un millenarismo velato, con la promessa implicita di un mondo migliore, dove elemento laico e religioso si fondevano in un tutt'uno inscindibile. Ciononostante occorre non esagerare l'importanza rivestita dal movimento socialista nel nazionalsocialismo, che vantava già di suo una proficua tradizione nazionalista vecchia più di un secolo e mezzo.
Hitler nelle ricorrenze pubbliche non amava farsi ritrarre nelle vesti di pater familias, poiché elevava a suo principio di condotta l'austerità rousseauiana e temeva che facendosi ritrarre in abiti privati potesse rivelare un'eccessiva frivolezza. Le tendenze del Führer erano decisamente völkisch, ossia incentrate sulla conduzione «di una vita modesta tutta consacrata ad uno scopo»3, mentre i gusti in materia artistica del medesimo – che fu tra l'altro, da giovanissimo, un mediocre artista – erano contraddistinti da una solida fusione di classicismo e romanticismo. L'estetismo di Vischer fu l'elemento che esercitò maggiore influenza nell'estetica hitleriana, ove la bellezza non era che un misto di equilibrio e quiete, ricerca spasmodica di ordine rispetto al caos imperversante nel mondo. Emblematico in questo senso è il film La gioventù va dal Führer dove viene rappresentata una Germania ordinata e rurale: i giovani provengono da sperdute fattorie, che ricordano i villaggi del Terzo Mondo e simboleggiano la vita autentica heideggeriana, contro la vita inautentica dei paesi della civilizzazione. Il ruolo delle donne in questo universo-chiuso nazista fortemente maschilista è del tutto marginale, esse s'intravvedono giusto pochi minuti in scene di danza collettiva. Nonostante un conservatorismo di facciata, Hitler si mostrò favorevole alle innovazioni dell'urbanistica. Questo modernismo malcelato nel nazionalsocialismo è materia d'indagine del saggio Il modernismo reazionario di Jeoffrey Herf. (L'originale tesi di Herf individua proprio in un'erronea ricezione dell'illuminismo la causa scatenante dell'ideologia nazionalsocialista.)
In conclusione al suo saggio, Mosse individua nel nazionalsocialismo un fenomeno sintomatico di un'epoca dura a morire, dove vi è stata una politicizzazione estrema di tutte le sfere della vita – arte compresa. L'accentramento di tutte queste sfere operato dal regima nazista ha atteso alle speranze della gente di ordinare il caos esistente, anche se questo ha significato un annullamento completo delle differenze. La separazione della politica dalle altre sfere quotidiane della vita non ha saputo produrre che un regressivo stato d'insoddisfazione e d'eccitabilità delle masse. Per questo gli scenari aperti dalla nuova politica hitleriana hanno sedotto e illuso un intero popolo, per la loro promessa di fascinazione nell'affondare in un passato ancestrale, ricco di miti e di simboli. Chiudiamo con le parole di Mosse, con l'augurio che possano servire per scongiurare facili soluzioni, che non sono assolutamente utili a comprendere l'imprescindibile verità storica. «La storia passata è sempre storia contemporanea. Il grandioso spettacolo da noi esaminato non è tanto lontano dai nostri problemi. Questo libro si occupa di un passato che per la maggior parte degli uomini sembrò concluso con la seconda guerra mondiale. In realtà è invece ancora storia di oggi.»4.
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1 George L., Mosse, La nazionalizzazione delle masse, Il Mulino, Bologna, 1975, cit. p. 39.
2 T. Mann, Considerazioni di un impolitico, Adelphi, Milano, 1997, cit. p. 402.
3 George L., Mosse, La nazionalizzazione delle masse, Il Mulino, Bologna, 1975, cit. p. 269.
4 Ibidem, cit. p. 304.

4.9.07

Le "Considerazioni di un impolitico" di Thomas Mann

di Marco Apolloni


Le Considerazioni di un impolitico di Thomas Mann


Premessa (doverosa!)


Con tutto il bene che gli vogliamo, mai e poi mai potremo perdonare a Thomas Mann di aver scritto un libro tanto vergognoso come le Considerazioni di un impolitico. Il titolo più opportuno dello stesso sarebbe dovuto essere: Deliri, lamenti, vaneggiamenti di un guerrafondaio... Di certo si tratta di un'opera scandalosa in tutti i sensi e come minimo un tantino stramba. Tuttavia in questa sua opera Mann dice delle cose in parte ragionevoli. Ammesso che si possano definire tali delle idiozie: “ragionevoli idiozie”, infatti, non ci sembra suonare granché bene. Per certi versi questa confessione può anche dirsi una sorta di regolamento di conti con la sua coscienza faustiana, che mai per nessuno, come per un tedesco, vuol dire tanto. Sfogliandolo, pagina dopo pagina, la materia controversa di questo saggio fluviale – per le dimensioni – si svela sempre più. Nonostante dunque tutta la genuinità e l'intimità implicita nelle Confessioni, qui Mann dice delle cose assai gravi e pericolose sulla guerra come esperienza forgiatrice dei popoli, riprendendo la solita tiritera da camerata “crucco” sull'esperienza mistica del Fronterlebnis, riprese in maniera ancor più radicale dallo scrittore Ernst Jünger (che potremmo ribattezzare: il D'Annunzio di Germania...). La sua rivalutazione della guerra in chiave ultra-vitalistica è tanto più obbrobriosa e miserabile se si considera la penna virtuosa da cui è scaturita.
Obbrobriosa perché non si può essere, in nessun caso, sani di mente se si è dalla parte di quell'immane carneficina che è la Guerra; pur con tutti i migliori giri di parole e voli pindarici di questo mondo, se si è per la Guerra si è unicamente dei folli. Miserabile, invece, perché se un intellettuale del calibro di Mann ha potuto anche solo concepire simili impuri e masochistici pensieri, è ancor più colpevole di crimini contro l'umanità, poiché un uomo così ingegnoso non può dire quel che dice senz'alcuna cognizione di causa.
Una parziale – badate bene, non totale – discolpa gliela dobbiamo per il suo sublime capolavoro: La montagna incantata, in cui l'umanista Settembrini – cioè il nuovo Mann, progressista – trionfa sul nichilista Naphta – ossia il vecchio e decrepito Mann, altresì ostinatamente conservatore. Il caos che imperversa nella sua anima pare finalmente placarsi e il punteggio della sua personale sfida interiore fissarsi sull'uno-a-zero a favore dell'Umanesimo, che trionfa finalmente sul Nichilismo...
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Esordendo nella sua premessa, Mann liquida questa sua fatica intellettuale, come opera d'artista e non d'arte. Come, in un certo senso, a voler giustificare implicitamente le sue turbolenze espressive e alcune convinzioni subitanee dettate dalle esigenze del momento – e che poi l'hanno visto costretto a doversi rimangiare, almeno in parte, quanto qui affermato. La prima distinzione che salta all'occhio è quella da lui operata per separare le weltanschuung delle due potenze continentali europee, da sempre antagoniste: da una parte la Germania, patria del Geist, dello Spirito Assoluto hegeliano e della ragion pura kantiana, colonia di pensatori viscerali; dall'altra la Francia, patria della politica o meglio della democrazia politica – dato che democrazia e politica sono due termini tra loro inter-scambiali: chi fa politica, infatti, non può rinunciare all'essere democratico, pena il suo essere stesso politico. Curiosa innanzitutto è la dualità-rivalità che si è venuta a creare tra Rousseau ed Hegel. Se il primo è considerato non a caso il filosofo delloo «stato di natura», della ribellione contro una società profondamente ingiusta poiché ineguale e dunque critico spietato dell'Autorità costituita – nonostante la parziale involuzione, anche se dovremmo chiamarla meglio evoluzione, avutasi con il Contratto sociale; il secondo invece è passato alla storia come pensatore-baluardo dello Stato, quindi dell'Autorità, nonostante Marx – il più illustre dei suoi discepoli posteriori – abbia provocato l'insanabile e profonda spaccatura tra la destra idealista hegeliana e la sinistra pragmatista hegeliana. Questo continuo appellarsi al principio di Autorità, questo centralismo sfrenato ha prodotto il consolidamento di uno Stato sempre più autocratico; ed esaminando i meri fatti storici ciò ha portato a compimento l'immane sciagura della Germania: culminata con la vergognosa e criminosa ideologia nazista.
Le differenze tra la Francia e la Germania non si esauriscono solo nella coppia antinomica politica e spirito ma anche: Civilization e Kultur, diritto di voto e libertà di voto, letteratura e arte, società e anima. (Già, ancora una volta ritorna il concetto di anima: concetto che ha dannato il popolo tedesco, ma che per un tedesco è più importante di qualunque altra cosa. Anche se è quanto meno curioso che proprio dal popolo con più anima di tutti, quale quello tedesco, si è potuto avverare l'inconcepibile rappresentato da Auschwitz e dalla sua lucida follia di efficiente macchina di morte. Ma questo è un altro discorso e con Mann – e quelli come lui – ha a che fare solo indirettamente.) Infine, vi è un'ultima coppia antinomica che riconosce nella Francia la patria del bourgeois, del civil-letterato internazionalista; mentre nella Germania la patria del Bürger, dell'artista-soldato cosmopolita. Già perché sempre secondo Mann – e non secondo lui solo – esisterebbero delle inusitate similitudini e una segreta alchimia tra il mestiere dell'artista e quello del soldato: entrambi si arruolano in un esercito ideale che li vede combattere e talvolta perire per un ideale; non importa se giusto o sbagliato, purché d'ideale si tratti. Il cosmopolitismo germanico si richiama a quei valori intramontabili dell'antica Grecia – di cui la Germania si sente l'erede legittima su un piano squisitamente spirituale. Per cosmopolita s'intende l'essere cittadini del mondo, spiriti liberi che galoppano con destrieri alati sui cieli iperuranici, che non vogliono per nessun motivo mischiarsi in quel pantano-guazzabuglio che è il mondo.
La volontà-esigenza dell'intellettuale-artista tedesco di non volersi impicciare degli affari terreni – che lo interessano solo come ad un dio può interessare una sua creazione inferiore – e di non volersi affatto mischiare con la folla caotica, sono i tratti salienti della sua natura perfettamente impolitica. Si badi bene, però, no apolitica: poiché ad ogni modo in lui si conserva, seppur inconsciamente, il carattere pregnante della politica. Del resto è lo stesso Mann ad ammetterlo, con grande onestà intellettuale, per quanto ci si dica contro la politica, non si può in alcun modo prescindere da essa, che è parte integrante delle nostre vite. Per dirlo con il sommo Aristotele: l'uomo è un «animale politico»! (Già, poiché anche solo esprimendo dei semplici giudizi di valore, si esprime – seppur senza esserne consapevoli – dei giudizi politici.) Mann non è amante di quel modo di pensare tipico dei popoli latini secondo cui: «Piove, abbasso il governo!». Proprio nella sua natura impolitica egli vede incarnarsi la manifestazione più nobile del suo popolo. È come se lui, appellandosi ad alcuni concetti mirabilmente espressi nella Repubblica di Platone, volesse dire che il suo popolo è chiamato a fare politica perché vi è obbligato – trattasi di un obbligo morale – e proprio per questo la farà meglio di chi invece la fa solo per squallidi interessi privati, invece che per perseguire – come dovrebbe – il bene comune.
Si ricordi inoltre che Mann ordina questi suoi pensieri, a cavallo della Grande Guerra, in un momento in cui la Germania si trovava accerchiata su più fronti dai suoi irriducibili nemici. Per questo vanno presi con smodata cautela alcuni strali polemici manniani, esageratamente e pateticamente filo-patriottici, in quanto frutto del suo spontaneo e subitaneo arruolamento ideologico. Il bersaglio polemico più colpito da Mann nelle sue Considerazioni – a parte suo fratello Heinrich, autore dello Zola e letterato di netta ispirazione filo-francese – è Romain Rolland celebre autore del Jean-Christophe, che in una raccolta di articoli dal titolo Au-dessus de la Mêlée liquida come «monstreaux» alcune argomentazioni di Mann pro-guerra. La Prima guerra mondiale è stata definita da Mann – non senza un pizzico di orgoglio – come una guerra incontrovertibilmente tedesca, una guerra che affonda le sue radici nel protestantesimo viscerale della Germania luterana, in perenne rivolta contro il mondo romano incivilito – da ricordare che per lui l'incivilimento di un popolo non è che il principio del suo decadimento morale – e tutti gli eredi del medesimo. Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Russia: tra questi nemici per Mann solo quest'ultimo forse – pur sempre facente parte dell'imponente Intesa messa in piedi per sconfiggere la Germania – è quello più in sintonia con il modo di pensare tipico tedesco. In quest'ottica si spiega il rinvio che lui fa a Dostoevskij, il quale vedeva sia nella sua Russia che nella Germania, gli ultimi due baluardi del conservatorismo mondiale, l'uno ad Oriente e l'altro ad Occidente, deputati a frapporsi alle orde del cieco e sfrenato progresso. Occorre precisare cosa intenda Dostoevskij per conservatorismo. Con ciò lui intende il mistico richiamo ad una tradizione di valori spirituali – riconducibili ad un cristianesimo riformato, sia esso ortodosso oppure protestante –, di cui la Germania (da una parte) e la Russia (dall'altra) si sentono le ideali eredi legittime e aventi il preciso compito di diffondere tali valori, per frenare la discesa del mondo nel limbo della décadence: cimitero d'ideali fatiscenti...
Le imprese militari del grande condottiero germanico Arminio, la perpetua protesta contro il papato romano – culminata con l'affissione delle novantacinque tesi luterane a Wittenberg (1525) –, le battaglie contro gli eserciti napoleonici (1813-14), la guerra vittoriosa contro la Francia (1870-71) – che ha poi sancito l'unificazione tedesca: per Mann non sono che esempi per rivendicare la legittimità della Prima guerra mondiale come guerra eminentemente tedesca, che avrebbe dovuto riscattare il destino di un popolo; il quale sarebbe dovuto uscire una volta per tutte dall'accerchiamento nel quale si vedeva costretto, territorialmente strangolato al centro dell'Europa, con un Leviatano – mostro di biblica memoria – ad Occidente, costituito dalle potenze europee e dalla nascente super-potenza statunitense, e un altro invece ad Oriente, costituito dalla selvaggia e imprevedibile super-potenza russa. La categoria del destino, in particolare, è quella ben più gravida di significati: come se la Grande Guerra fosse stata la missione espiatoria a cui il popolo tedesco avrebbe dovuto assolvere inderogabilmente per salvare la propria anima...
Il predominio dell'etica sull'estetica è ciò che contraddistingue la saldezza del popolo tedesco rispetto alla mollezza dei popoli latini. La «bellezza» – sostiene Mann – è roba da italiani, che lui definisce implacabilmente «spaghettanti dello spirito»1. Grande merito della sua patria, secondo lui, è quello di essere un fervido terreno di scontro-incontro, nonché miniera inesauribile d'idee antagoniste ma non per questo inconciliabili fra loro. Proprio le insanabili controversie della Germania contribuiscono a farne un autentico pozzo di San Patrizio, ovvero un abisso senza fondo al quale attingere per ben capire la complessa natura tedesca. Senza la sua problematicità interna la Germania esploderebbe al minimo soffio d'aria come una bolla di sapone. Ciò che non è problematico, non è degno di considerarsi tedesco. In definitiva: il requisito minimo e indispensabile per essere-tedeschi è appunto l'essere-problematici. (Addirittura Mann, con sfrontata presunzione, arriva a dire che non si può essere filosofi senza essere al contempo tedeschi. Trascurando il fatto che i pur grandi Kant, Hegel, Schopenhauer, Marx e Nietzsche sono sì stati dei grandi pensatori, ma come filosofi sono stati poco più che “ripetitori” – seppur magistrali – dei grandi filosofi greci del passato, su tutti: Platone e Aristotele.) Dunque, un'espressione tipica della problematicità insita nella natura tedesca può persino essere il sentimento anti-patriottico, in quanto prodotto delle interne contraddizioni di chi è figlio della patria tedesca. D'altronde l'anti-patriottismo che c'è in Germania sarebbe impensabile in altre patrie europee come le arci-nemiche: Francia e Inghilterra. È un po' come se Mann ci volesse dire che solo un tedesco può odiare finanche amare – del resto odio e amore sono i due rovesci della stessa medaglia – in maniera tanto viscerale la sua stessa patria.
I colpi più sferzanti Mann li riserva contro il pacifismo ipocrita del civil-letterato, che è tanto contrario agli spargimenti di sangue quanto non disdegna adoperare la ghigliottina come mezzo – poco importa se aberrante – per raggiungere i suoi fini. La “guerra santa” – volendo usare un maligno eufemismo, dato che ad oggi non si conoscono ancora guerre sante (semmai ce n'è stata qualcheduna giusta, vedi la guerra al nazismo, ma sante proprio nessuna) – della Germania contro l'«Entente» messo su apposta per demolirla è tanto più ammantata di tutti i crismi della santità; visto e considerato che si frappone ad un'unione mercantilistica di paesi “trentadenari”, pronti a tutto pur di salvare il loro “vil denaro”. Inchinarsi all'«Entente» per la Germania avrebbe significato, quindi, abbandonare l'Europa all'effeminatezza-raffinatezza dei francesi e al mercantilismo-affarismo degli inglesi. Per dirlo con la mordente satira manniana, se la Germania non avesse saputo perdere la guerra con la ferrea dignità di cui è stata capace, a quest'ora: «Il resultato increscioso sarebbe stato un'Europa, diciamo, un po' buffa, di una piatta umanità, corrotta in forme triviali, di un'eleganza femminea, un'Europa già un po' troppo 'umana', da stampa d'assalto, vociferante democrazia, un'Europa con la mentalità del tango e del two-step, un'Europa affarista e gaudente alla Edoardo VII, montecarlesca, letteraria come una cocotte parigina [...]»2. (Malgrado, però, la natura estremamente faziosa di questo esempio di prosa manniana, bisogna dare atto all'autore della sua incredibile genialità letteraria – intesa come capacità di re-inventare di continuo la lingua usata, adoperando bizzarre ma altamente efficaci costruzioni linguistiche. Difatti una critica spietata delle Considerazioni è plausibile solo da un punto di vista meramente concettuale – in quanto è qui contenuta una morale, alla maniera nietzscheana, un tantino Al di là del bene e del male –, poiché l'abilità letteraria del suo autore è indiscutibile. Del resto c'è da scommetterci che nessuno avrebbe mai e poi mai preso neppure in considerazione quest'opera, se essa fosse stata scritta con un linguaggio arido e privo del benché minimo talento o gusto artistico...). Ciò che Mann non riesce proprio a perdonare all'Impero della civilizzazione capeggiato da Francia e Inghilterra è l'annichilimento stesso dell'arte; che per un'artista come lui è cosa davvero inaudita! Livellando le coscienze individuali sul medesimo piano degli interessi privati si sopprime inevitabilmente quell'anelito spirituale, che è il motore propulsore dell'anima di un uomo. Appunto per questo il timore di Mann è che con il progredire della civilizzazione si arrivi ad un punto di non ritorno, ad un mondo senz'anima, in cui gli uomini non fanno niente per niente e sono mossi unicamente dal mero calcolo.
Mann poi continua a sputare fuoco contro il progresso che ha tutto dalla sua parte, comprese le migliori penne, ovvero: tanti giovani scribacchini dall'animo traboccante d'umanità, i quali sprecano fiumi d'inchiostro facendo gli oracoli dell'amore del prossimo. A sentir loro si sacrificherebbero per il bene dell'umanità, anche se nessuno li ha mai visti muovere un'unghia a favore di chicchessia. Difatti, spesso e volentieri, un'amore disinteressato verso tutti gli uomini può non corrispondere affatto, all'atto pratico, ad un amore autenticamente genuino per il singolo essere umano. In questa sua critica dei buoni sentimenti da quattro soldi sulla carta stampata, che non ha mai prodotto altrettante azioni caritatevoli nella realtà quotidiana, Mann ha senz'altro ragione. Nondimeno, però, l'ipocrisia di alcuni gli dà diritto a fare di tutta un'erba un fascio e a liquidare come sbagliato e controproducente qualsivoglia forma di amore verso il prossimo.
Ripercorrendo le biografie e il pensiero di tre grandi tedeschi – Wagner, Schopenhauer e Nietzsche – Mann disegna i tratti essenziali del carattere tedesco. Per dirlo con Nietzsche, mentre si stava riferendo al suo sommo maestro: «Quel che mi piace in Wagner è quello che mi piace in Schopenhauer: l'aura etica, il sentore faustiano, croce, morte e sepolcro»3. Quando Nietzsche dice: «croce, morte e sepolcro», si riferisce ad una celebre incisione düreriana che ben rappresenta evocativamente la quintessenza dello spirito tedesco: non insensibile al fascino nichilistico della putrefazione. Lo stesso Mann, con la durezza di cui è capace, afferma perentoriamente: «Io sono un cronista e un interprete della decadenza, amatore del patologico e della morte, un esteta cupido di abisso.»4. Del resto i temi sepolcrali percorrono tutto il movimento romantico fino a confluire nel nazionalismo che dal primo trae spunto e ne costituisce il naturale prolungamento. Se un sentimento è tanto più applicabile ad un tedesco quello è senza dubbio il sentimento del tragico. Già, poiché la tragedia era marcata a caratteri di fuoco sulle coscienze travagliate di milioni di tedeschi, i quali venivano chiamati all'azione – con la Prima guerra mondiale – loro malgrado, costretti dalla prepotenza altrui. Come gli eroi della tragedia, che vengono chiamati a dover compiere a tutti i costi una missione – diremmo quasi sovrumana – al di là di ogni possibilità di riuscita, ma nondimeno affranti o minimamente scoraggiati nel volerla adempiere, contro tutto e tutti. È proprio questa nota eroica del suo popolo – chiamato ad un'impresa fuori da ogni portata – che più tocca le sensibili corde dell'animo di Mann, il quale per questo motivo non può non patteggiare per la causa di chi è già condannato in partenza. Lui confessa di non essere un pensatore inflessibile o dogmatico e anzi non disdegna cambiare idea teso com'è alla spasmodica ricerca «di verità nuova, fresca e rinfrescante.»5, poiché chi vive tutta la vita con una sola idea fissa in testa è una ben misera persona, dato che d'idee sempreverdi è pieno il mondo!
Compito di un'artista, generalmente, è quello di ordinare il caos che ha dentro di sé, dando una forma a ciò che è informe e generare pertanto stelle danzanti, parafrasando Nietzsche. Ovvero un'artista ha il dovere inalienabile e sacrosanto di comporre opere che sopravvivano nel tempo alle periture azioni umane. Un'artista, solitamente, non dovrebbe impicciarsi di quel che avviene nel suo spazio-tempo, bensì dovrebbe vivere in esilio nella sua riservatezza così da trovare il suo paradiso interiore, ove poter comporre in tutta libertà i suoi capolavori fuori dal tempo e dallo spazio. Il motivo per cui certe opere divengono immortali è che possono essere altrettanto efficaci in ogni epoca passata o futura e in ogni anfratto della terra. Ciò vuol dire, che essa è stata capace di muovere sentimenti universali e universalmente validi. Per questo capirete bene come sia stato difficile per Mann riversare la sua verve critica nelle pagine delle Confessioni, compiendo pertanto un vero e proprio atto di costrizione, forzato e contro-natura, poiché da che mondo è mondo un'artista non si sarebbe mai e poi mai sognato di dire in condizioni normali quanto da lui qui espresso. Tuttavia l'epoca storica in cui scrive questa sua opera-fiume non presenta di certo condizioni normali, semmai altamente eccezionali. Tanto che persino un'artista del suo calibro si sente in dovere di prender partito e non restarsene, come vorrebbe Rolland, al di sopra della mischia – Au-dessus de la Mêlée. Mann è profondamente convinto, infatti, che talvolta per andare fino in fondo occorre sporcarsi le mani, a costo di perdere la propria innocenza. Una cosa è certa per lui: se la Francia si sente presuntuosamente tanto pura e innocente, tali sentimenti di purezza e innocenza non corrispondono invece alla Germania, conscia della propria colpevolezza. I tedeschi hanno se non altro il coraggio di addossarsi le loro colpe, al contrario dei francesi. «Scagli la prima pietra chi è senza colpa» ci vien voglia di ripetere modificando leggermente il messaggio evangelico. Il mondo non è un posto esente da colpe, a cominciare dal peccato originale commesso dal primo uomo nei giorni successivi alla creazione. Dunque, dal momento in cui si viene al mondo, ci si dimentica la propria innocenza – che diventa solo uno sbiadito ricordo.
«Democratico» dice Mann «è oggi qualunque imbecille»6 e con ciò ritorna all'attacco dei regimi parlamentari-democratici. Come Schopenhauer anche Mann è per la monarchia, che è secondo lui il regime più dignitoso e autonomo che vi possa essere. A detta sua, l'unico risultato prodotto dalle odierne «demoretoricrazie» è che la politica si è impaludata nell'economia. Perciò lui odia tanto la politica, preferendole di gran lunga una ben più solida formazione spirituale del singolo. Egli definisce pertanto la sua posizione monarchica nei seguenti termini: «Voglio la monarchia perché è stata sempre l'indipendenza del regime monarchico dagli interessi economici che ha fruttato ai tedeschi la posizione-guida nella politica sociale. Io non voglio il gran trafficare dei parlamenti e dei partiti che finisce con l'appestare di politica tutta la vita nazionale. Io non voglio che Dreyfus venga condannato per politica e assolto per politica, perché assolvere un innocente per motivi di politica non è meno ripugnante che condannarlo per gli stessi motivi [...]» e così via. L'illusione di Mann che una manciata di reali possa salvaguardare la dignità e l'abito spirituale di un popolo è quanto meno: fanciullesca, nostalgica e pure un po' ancien régime. Certo lui non si sbaglia nel dipingere il caos apparente delle democrazie parlamentari, che tuttavia contengono al loro interno un principio superiore ed affascinante, cioè quel tentativo – quasi titanico oseremmo dire – di conciliare fra loro posizioni inconciliabili, trovando cosicché una pur labile armonia nella disarmonia generale. Certo anche il fatto che l'economia, spesso e volentieri, si frappone alla politica soffocandola sul nascere è una cosa senz'altro poco rassicurante, ma di sicuro vale la pena correre il rischio nel tentativo di creare una società più giusta, che combatta la diseguaglianza e in cui la massima aspirazione sia che tutti gli uomini nascano eguali e progrediscano nella scala sociale in virtù delle loro capacità individuali e non a desueti privilegi di casta.
Conservatore e nazionalista, argomenta Mann, vanno di pari passo con democratico e internazionalista. Contro i fautori dell'internazionalismo, disposti a sacrificare la propria patria sull'altare di un'utopica identità comune: lui si scaglia con gran veemenza. A cominciare dal primo pensatore internazionalista di cui si conservi memoria: Jean-Jacques Rousseau. Di quest'ultimo viene citata quest'affermazione: «Oggi non ci sono più francesi, tedeschi, spagnoli, inglesi, comunque si pensi in proposito; esistono solo europei che hanno tutti lo stesso gusto, le stesse passioni, gli stessi costumi perché nessuno di loro ha serbato, grazie a particolari istituzioni, un'impronta nazionale»7. Traendo spunto da tale considerazione rousseauiana Mann chiarisce che non si può essere «politico e democratico senza essere antinazionale e radical-cosmopolita.»8 e dicendo ciò centra in pieno la questione. Il più celebre discepolo rousseauiano, Robespierre, da vero democratico credeva con tutto il suo animo nella signoria del popolo. Il vuoto populismo dei democratici alla Robespierre vorrebbe darci ad intendere che sia stato il popolo, di testa sua, a fare l'89; mentre esso semmai era solo capace di una violenza inaudita e di una volubilità imprevedibile. Anzi, a dirla tutta, il popolo di suo è conservatore. Solo una combinazione fortunata ha determinato la Rivoluzione francese: laddove un'avanguardia di intellettuali dominati perlopiù da principi di etica-forense hanno saputo cavalcare il malcontento delle masse affamate. Dunque, secondo Mann, la Rivoluzione è stata poco più che un “capriccio”, una “sbornia” collettiva durata il tempo necessario per smaltire tutta l'ebbrezza in circolo nelle vene. Il popolo, checché se ne dica, ha dimostrato di non essere più buono della più brutale delle teste coronate.
Portando gli esempi di Aristofane e del – già citato – Dostoevskij9 Mann vuole dimostrarci come i più grandi uomini siano stati non solo dei conservatori, ma addirittura degli oscurantisti. I meriti letterari sia dell'uno che dell'altro non si discutono, ma da qui a spacciarli per grandi uomini occorre andarci cauti, poiché se con ciò si vuole intendere coloro che hanno più inciso sui loro tempi, allora dovremmo includere nella categoria persino la feccia più schiumosa e ribollente della terra: Hitler e Stalin compresi – solo per fare i due nomi più famigerati. L'intellettuale più conservatore di cui si abbia traccia, ancor più di Dostoevskij stesso fu senz'altro Nietzsche. Se il primo, infatti, perlomeno si limitò a demolire il cristianesimo romano, l'altro invece si spinse fino a polverizzare letteralmente l'intero edificio cristiano: protestantesimo compreso. (Poiché per lui un cristiano protestante era ancor più colpevole di un cristiano cattolico, in quanto più consapevole di quest'ultimo e ciononostante addomesticato dalla «morale da eunuchi» cristiana10.) Chiunque legga le opere di Nietzsche, difficilmente potrà resistere al fascino letterario che esse sprigionano: nessuno avrebbe preso in considerazione, ad esempio, la maledizione da lui lanciata contro il cristianesimo, se solo egli non avesse scritto così come scriveva. Tuttavia, superata una prima distratta lettura delle sue opere, non si può che individuare in lui un deficit cronico: lodevole sì nella straordinaria abilità a demolire le argomentazioni altrui, ma con una ben misera applicazione a proporre argomentazioni proprie e costruttive. È facile demolire con le parole, senza però avere la benché minima intenzione di costruire con i fatti. Al giorno d'oggi non basta più scrivere dissacranti e provocatorie proposizioni alla Nietzsche, occorre avere coscienza di quel che si va blaterando. Abbiamo visto tutti a che estreme conseguenze hanno portato – seppur Nietzsche, non ne abbia avuto alcuna diretta responsabilità – i temi della filosofia nietzscheana. I deliri, i vaneggiamenti di Hitler non avrebbero mai e poi mai esercitato l'inquietante fascino che altresì esercitarono su molti pensatori – Heidegger in primis –, se questi ultimi non avessero visto nella dottrina razzista hitleriana il naturale compendio alla dottrina nietzscheana dello Übermensch. Se Così parlò Zarathustra per il nazismo fu l'equivalente della kantiana Critica della ragion pura, viceversa il Mein Kampf rappresentò l'equivalente della altrettanto kantiana Critica della ragion pratica... Ciò a testimonio di come secoli di storia tedesca hanno preparato il triste avvento di quel nefando “uomo della Provvidenza”, tale Adolph Hitler, il quale fu l'incarnazione stessa dell'Anticristo nietzscheano. Chiudiamo con questo mirabile passaggio tratto dalle Confessioni manniane, che ci auguriamo possa indurre un'attenta e scrupolosa riflessione sui temi fin qui trattati.


Non a tutti la natura concede la felice alleanza col proprio tempo e col progresso, non a tutti si confà la salute democratica. Se uno dispone di poderose spalle e di una robusta dentatura e si chiama Zola, Bjørnstjerne Bjørnson o Roosvelt, può darsi che ne resulti un effetto armonioso. Se uno è nato invece un po' vecchio e un po' nobile, con una vocazione naturale per il dubbio, per l'ironia e la malinconia, se il vital rossore che mostra in viso è di congestione o di belletto, se è, in fondo, estetismo, allora la faccenda ha una sua decenza morale che io non posso ignorare. C'è qualcosa che io ho sempre definito, fra me, il «tradimento della croce». E anche la virtù, anche la 'democrazia', anche la voluttuosa impulsività politica significano a volte solo questo: il tradimento della croce. 11

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1 T., Mann, Considerazioni di un impolitico, Adelphi, Milano, 1997, cit. p. 123.
2 Ibidem, cit. p. 84-85.
3 Ibidem, cit. p. 162.
4 Ibidem, cit. p. 170.
5 Ibidem, cit. p. 189.
6 Ibidem, cit. p. 266.
7 Ibidem, cit. p. 273.
8 Ibidem, cit. p. 274.
9 Ibidem, vedi p. 375.
10 Si riveda in proposito la Seconda proposizione da Nietzsche stilata in appendice a Der Antichrist. F., Nietzsche, L’Anticristo, Adelphi, Milano, 2004, p. 98.
11 T., Mann, Considerazioni di un impolitico, Adelphi, Milano, 1997, cit. p. 430.

24.6.07

La religione vichinga: dèi Asi e dèi Vani

di Marco Apolloni


Una religione guerresca, come quella vichinga, non poteva non avere la sua genesi se non in uno scontro epico tra due fazioni di divinità: gli dèi Asi e i Vani1. Questa guerra si conclude con un'insperata pace. L'accordo prevede uno scambio di ostaggi. Quelli che vengono a vivere ad Asgard, la capitale degli dèi Asi, sono: il padre Njörd, suo figlio Freyr e sua figlia Freyja – divinità queste simboleggianti ciascuna: la fertilità della terra, la vita sessuale e la vita amorosa. Per far pace essi sputano di comune accordo su di un recipiente. Da questo «pegno di pace» viene plasmato un uomo Kvasir, di straordinaria saggezza. Il destino di Kvasir è però segnato: due nani lo uccidono, distribuendo il suo sangue in tre recipienti diversi, in cui vi mescolano del miele formando così «l'idromele di poesia e di saggezza». I due nani poi raccontano agli dèi che Kvasir è soffocato nella propria saggezza, non essendovi stato alcuno capace di esaurirla con le sue domande2. Molti studiosi propendono col ritenere che questa guerra tra gli dèi Asi e Vani sia lo specchio di un analogo conflitto tra due popolazioni umane, laddove i Vani corrispondono ad una stirpe più originaria e pacifica, mentre gli Asi ad una venuta dopo e decisamente più guerresca. Lo studioso di religioni francese Georges Dumézil, invece, non è di questo avviso. Questi frappone ad una tesi storicizzante, che vede nella guerra tra gli dèi Asi e Vani un riflesso di avvenimenti storici realmente accaduti, la sua tesi strutturalista3. Secondo questa, infatti, Asi e Vani sono divinità che presuppongono ciascuna l'altra, poiché sono appunto complementari – ossia gli uomini hanno bisogno di affidarsi sia agli uni che agli altri. Anche se Dumézil stesso non nega una certa veridicità della tesi storicizzante, che riflette davvero un mondo che esisteva già prima degli Indoeuropei – poi divenuti i Germani. Ad ogni modo lui ritiene che persino le popolazioni più antiche necessitassero sia di un tipo di divinità pacifiche che di altre – per così dire – guerrafondaie, a cui rivolgere i loro tributi a seconda dei casi.
Tutte le principali divinità appartenenti al pantheon nordico sono degli Asi: Odino, Thor, Ty, Baldr, Heimdal, Ull. La capitale degli Asi è Asgard, da dove il potente Odino amministra saggiamente il suo potere nella grande magione chiamata Valhalla, con le sue quaranta porte e il trono splendente Hlidskjalf. Il cielo iperuranico degli dèi è separato dal ponte Bifröst – trattasi del tremulo arcobaleno. La terra è circondata dal grande oceano, dimora del serpente di Midgard. Sulla sponda più lontana dell'oceano si trovano le montagne dei titani, Jötunheim, dov'è situata la loro cittadella, Utgard. Negli abissi della terra è celata la landa desolata dei morti, Hel – da cui deriva l'inglese Hell: Inferno. L'equivalente dell'Albero della Conoscenza del Bene e del Male, che si trova nelle Genesi, qui lo riconosciamo nell'albero di frassino Yggdrasil. Accanto a Yggdrasil si trovano due fontane: la fontana della saggezza di Mimi e l'altra del destino di Urd. Quattro cervi insidiano le radici di Yggdrasil, che per questo langue e rischia di marcire. Ma le tre Norne: Urd, Vernandi e Skuld – vale a dire le tre dee rispettivamente: del Passato, del Presente e del Futuro – lo innaffiano in continuazione e si prendono cura dei suoi germogli. In un sacrario nei pressi della fontana di Urd si riuniscono gli dèi, Asi e Vani, per il loro consueto thing o assemblea.
Di particolare interesse è la concezione escatologica – cioè della fine dei tempi – propria della religione vichinga. Il paradiso è concepito dai vichinghi come una battaglia senza posa in attesa del giorno finale del giudizio: il Ragnarök, dove si regoleranno tutti i conti lasciati in sospeso fra gli dèi buoni e quelli altresì malvagi. Esso sarà preceduto da «tempo di spada» e «tempo di lupi», in cui verranno compiuti fratricidi e incesti. Dice Brøndsted nel suo saggio I vichinghi:

I galli canteranno nel palazzo di Odino, nello Hel e nelle selve dei sacrifici. Cresceranno orrore e paura. È l'epoca dei mostri giganteschi: il cane infernale Garm abbaierà; il lupo Fenrir, rotte le catene, scorrazzerà libero con le sue fauci che vanno dalla terra al cielo; il serpente di Midgard sferzerà l'oceano facendolo spumeggiare e sputando veleno sulla terra. Il gigante Hrym solcherà i mari con la sua nave Naglfar, costruita con le unghie dei morti; i figli di Muspel vi s'imbarcheranno e partiranno agli ordini di Loki. L'albero Yggdrasil tremerà, il cielo si spaccherà, le rupi crolleranno. In Jötunheim si sentirà un rombo, i nani strilleranno. Odino starà in allarme, Heimdal suonerà il suo corno, il ponte Bifröst crollerà, e il gigante Surt avanzerà vomitando fuoco. [...]4

Segue a questo efficace proemio, la descrizione roboante della battaglia decisiva in cui ciascuna divinità, sia essa benigna che maligna, verrà annientata. Odino verrà sbranato dal lupo famelico Fenrir, che a sua volta troverà la morte per mano di Vidar, che vendicherà così l'uccisione del padre. Thor ucciderà il serpente di Midgard – ma come Beowulf e Buliwyf – morirà a causa del veleno di questi. Ty e il cane infernale Garm si ammazzeranno a vicenda e stessa sorte toccherà a Heimdal e Loki. E così via per gli altri... In conclusione, però, dalle ceneri di questa battaglia risolutiva, rinascerà un nuovo mondo totalmente epurato dal male. L'alba di un nuovo giorno bussa ormai alle porte, una nuova religione senza peccato prenderà il posto della vecchia religione pagana: al martello di Thor si sostituirà la croce di Cristo.

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1Vi sono anche altre specie di divinità, meno importanti. Tra cui primeggiano: gli Elfi o alfar.
2Dumézil, G., Gli Dèi dei Germani, Adelphi, Milano, 1991, vedi pp. 44-45-46-47-48-49. Kvas era anche il nome di una bevanda in uso presso i popoli slavi, che donava l'ebbrezza. Questo mito germanico presenta una palese analogia con un mito indiano. Come gli Asi e i Vani della mitologia germanica, anche nella mitologia indiana vi è un conflitto originario dello stesso tipo tra gli dèi Indra e quelli Nâsatya. Un'asceta alleato dei Nâsatya fabbrica con la forza della sua ascesi un mostro: «Ebbrezza», Mada, che minaccia d'inghiottire tutto il mondo. Indra, spaventato, subito cede e stipula la pace coi Nâsatya. Per questi ultimi, però, a questo punto si pone il problema di come sbarazzarsi del mostro che non è altro che la personificazione dell'ebbrezza. Sicché l'asceta suo artefice si sbarazza della sua mostruosa creazione, facendolo in quattro pezzi, che vanno poi a distribuirsi nei quattro elementi che da quel momento in poi inebrieranno gli uomini: la bevanda, le donne, il gioco, la caccia. In questa analogia tra i due miti – germanico e nordico – è possibile rintracciare oltre che la diversa accezione – nel primo positiva e nel secondo, invece, negativa – che si dà dell'ebbrezza, anche una comune accezione – per entrambi positiva – di come all'origine dell'iniziale conflitto, seguito poi ad una pronta riconciliazione, tra divinità della fertilità e divinità della guerra vi sia l'esaustivo punto di approdo per un'armoniosa collaborazione delle classi sociali: sia dei coltivatori che dei guerrieri...
3Gli Dèi dei Germani, vedi pp. 28-29-30.
4I vichinghi, cit. pp. 271-272.