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10.9.07

"La nazionalizzazione delle masse" di George L. Mosse

di Marco Apolloni

«Ein Volk, ein Reich, ein Führer»

Per molti il fenomeno nazionalsocialista fu dovuto, soprattutto, ad una logica reazione-a-catena agli eventi scatenatesi dopo la Prima guerra mondiale. La Germania, nazione dilaniata nonché grande sconfitta, ripiegò sul nazismo per scaricare le miserie e le frustrazioni della debole Repubblica di Weimar. Questa era vista dal popolo tedesco come una creazione artificiosa, il prodotto stesso della sconfitta in guerra, fortemente voluto dai paesi membri dell'Intesa vincitrice – su tutti: Francia e Inghilterra – per indebolire la dura scorza della riottosa Germania. Dunque, secondo quest'ottica, il nazionalsocialismo fu un naturale rigurgito di anti-parlamentarismo e anti-democratismo, che non faceva decisamente al caso di una nazione così accentratrice e autocratica come la Germania. Per questo il «Terzo Reich» venne accolto con parate militari e salve di cannone. Tale interpretazione degli eventi non viene accolta – a ragion veduta – dallo studioso George L. Mosse. Questi, infatti, si mostra scettico verso le spiegazioni mono-causali degli accadimenti storici, che invece sono – a suo dire – frutto di processi ben più complessi di quanto non si immagini e perlopiù regolati da ingranaggi sotterranei, nascosti pure alla vista più acuta.
Nel dare un'interpretazione univoca dei fascismi sono sembrati concordi – per una volta – sia gli storici liberali che quelli marxisti: laddove per i primi si è trattato di fenomeni transitori legati a particolari circostanze storiche, per i secondi si è trattato invece di una distorsione del capitalismo. (Solo Ernst Bloch, fra i pensatori marxisti, fu l'unico a riconoscere che il successo delle ideologia nazionalsocialista consistette nel saper far breccia sui sentimenti e sulle emozioni della gente.) Il parere di Mosse è piuttosto diverso. Lui crede, infatti, che il nazionalsocialismo affondi la sua legittimità in più di un secolo e mezzo di storia tedesca. Questa viene da lui suddivisa in tre periodi essenziali: 1) dal 1813-14 al 1870-71, periodo in cui prese forma il Primo Reich come scaturigine della guerra di liberazione contro gli eserciti napoleonici, che con il congresso di Vienna – dopo Waterloo (1815) – produsse un primo abbozzo di quella che sarebbe divenuta poi la futura nazione tedesca, seppur soltanto sotto forma di una confederazione di 39 stati; 2) da1870-71 al 1814-18, periodo in sui si ebbe il Secondo Reich, concretizzatosi con l'unificazione della Germania sotto la sapiente guida bismarckiana, fino ad arrivare all'età guglielmina che sfociò in quella tremenda carneficina che fu la Prima guerra mondiale; 3) dal 1918 al 1945, periodo che espresse – Repubblica di Weimar a parte – quel mostro di disumanità quale fu il Terzo Reich hitleriano.
Mosse è dell'avviso che la grande abilità di Hitler è consistita nel sostituire alla liturgia religiosa una liturgia altresì laica. Questa tendenza liturgica, che seppur con esiti minori ha riguardato anche il similare regime mussoliniano in Italia, secondo Mosse deriva dalla concezione rousseauiana di elevare ad un'unica divinità statuaria la «volontà generale», da non confondersi con la «volontà di tutti». La «volontà generale» altro non è che l'espressione del popolo, il potere al popolo, che a partire dalla Rivoluzione francese ha instaurato quel culto del popolo stesso, poi fatto proprio anche dal nazismo. Essa, inoltre, ha contribuito alla creazione di un nuovo «stile» politico, sbocciato in un nuovo modo di fare politica, un populismo divenuto nuova «religione laica» dello Stato. Lo studioso francese Gustave Le Bon nel suo saggio – che destò non poco scalpore –, La psychologie des foules (1889), rintraccia alcuni tratti distintivi appartenenti alle folle in generale come: la loro natura conservatrice e l'importanza che esse ripongono nelle tradizioni ereditate. Per dirlo con le parole del rivoluzionario francese Mirabeau: occorre aiutare «il popolo a percepire un'armonia tra la propria fede e il governo»1. Perciò basilare diventa la capacità di attingere a simboli e a miti fondativi. Questo fu all'incirca quanto fece Hitler, che coi suoi discorsi privi di argomenti ma pregni di carisma, voleva ingraziarsi le folle facendo leva sì sulla loro componente emotiva, ma anche e soprattutto sul patrimonio comune di miti e di simboli. I suoi discorsi erano diretti al cuore più che al cervello della gente. Nei suoi discorsi, inoltre, Hitler si vantava della sua sintesi espositiva e della capacità di contenere il suo programma politico in soli 25 punti-chiave. Le sue parole erano un preludio alle sue azioni e in questo lui si trovava d'accordo con D'Annunzio – che sosteneva che le parole fossero femmine, mentre le azioni fossero altresì maschi. La folla più che al contenuto era interessata alla forma dei discorsi del Führer, che venivano vissuti con grande intensità emotiva. Egli infatti, memore degli insegnamenti di Le Bon, era consapevole che il leader e le masse dovessero credere fermamente nella stessa fede. Basti pensare che Hitler non ha fatto né più né meno quanto annunciato nel Mein Kampf, ovvero l'equivalente per i nazisti del Capitale per i marxisti; con l'unica eccezione che per i primi non c'era bisogno affatto di conoscere la loro bibbia poiché i dettami in essa contenuti venivano già applicati inconsapevolmente.
Espressione del nuovo culto e della nuova liturgia furono i monumenti nazionali, rivelatori dell'anima più genuina del popolo e simboli della nascente autocoscienza nazionale. Oltretutto i monumenti costituivano la testimonianza dell'eroicità intrinseca del popolo e il motivo per cui sono tanto importanti è poiché essi contribuiscono a dare quell'aura tragica e melodrammatica ad ogni agire politico. La politica è una tragedia alla quale si è chiamati ad adempiere. Come gli eroi delle tragedie i nuovi uomini politici si caricano sulle loro spalle lo schiacciante macigno dell'intera umanità. Questa complessa simbologia potrebbe essere molto esplicativa della straordinaria tenuta durante il Secondo conflitto mondiale della Germania, nonostante fosse ormai accerchiata su tutti i fronti. Le masse – e questo lo aveva capito magnificamente Hitler – si mobilitano solo alle promesse di gloriose gesta eroiche. Nelle Considerazioni di un impolitico Thomas Mann sostiene apertamente che finché l'arte sopravviverà, l'istinto innato di morte o Thanatos proprio degli uomini soverchierà l'istinto altrettanto innato di vita o Eros – come direbbe Freud. Le parole esatte che adopera Mann sono: «[...] la guerra, l'eroismo di tipo reazionario, ogni stortura dell'irrazionalismo saranno sempre pensabili e dunque possibili sulla terra finché esisterà l'arte [...]»2.
Hitler capì anche l'estrema importanza rivestita dalle feste pubbliche: momento in cui il popolo, dimentico delle angherie quotidiane, riversa tutta la sua immanenza e smania di vivere pienamente l'attimo mutevole. Nell'istituzione delle feste pubbliche in Germania tra l'Ottocento e il Novecento si sentì il profondo influsso di alcune tematiche rousseauiane. Fu il Ginevrino, infatti, a consigliare il governo polacco ad istituire feste di massa laddove ne risultasse una comune identità nazionale. Sempre secondo Rousseau, organizzare le festività in luoghi simbolici e altamente evocativi per la patria, contribuiva maggiormente ad accrescere il pathos collettivo: elemento che faceva da collante tra il popolo e i suoi governanti fusi in unico e ben saldo legame patriottico. Ai giorni della Rivoluzione francese, il giacobinismo nei panni dell'irriducibile discepolo rousseauiano Robespierre, riprese quanto affermato dal grande maestro a proposito delle feste pubbliche. Nel 1817, in Germania, presso il castello di Wartburg – luogo-simbolo della memoria collettiva tedesca, fortezza inespugnabile dove si rifugiò frate Martino – i movimenti dei ginnasti e alcune confraternite studentesche si ritrovarono per festeggiare la loro unità nazionale. Quelli che accorsero al castello, in una processione al lume di fiaccole, diedero vita ad un falò di quei libri considerati «non tedeschi», facendo canti medievali e pronunziando discorsi dai significati altamente patriottici. Qui si narra addirittura che nei festeggiamenti, almeno per quella volta, cattolici e protestanti furono uniti in un solo culto: il culto del Volk, ovvero il cuore e l'anima della nazione tedesca. Altre celebrazioni speculari in Germania furono le feste schilleriane, dove il grande bardo nazionale veniva incoronato simbolicamente da suoi due illustri predecessori: Livio e Shakespeare. Diversamente celebrazioni come il Sedanstag si rivelarono un vero e proprio fallimento, vista la mancata partecipazione delle masse popolari; a dimostrazione che solo il popolo poteva dare quel tocco aggiuntivo per creare un favorevole clima ieratico e solenne. Le assemblee di massa erano per Hitler il solo modo di conquistarsi il più largo consenso possibile, poiché frutto di un contatto diretto e genuino con il popolo stesso.
Uno dei padri del nazionalismo tedesco fu anche l'illustre Richard Wagner, che cercò nella sua arte d'imprimere il mythos, ovvero quel concetto trascendentale di bellezza che affondava nella memoria collettiva degli antenati. Il romanticismo, non a caso, di cui lui si fece portatore riscoprì le antiche ballate, fiabe e leggende, appartenenti all'inesauribile patrimonio popolare. Durante tutto il Terzo Reich i nazisti non fecero altro che riproporre, seppur con il loro nuovo stile politico, antiche immagini del passato condiviso. Un esempio di queste immagini destinate ad essere impresse negli inconfondibili caratteri tedeschi è la famosa xilografia düreriana raffigurante il cavaliere e il demonio, laddove il primo è il simbolo della purezza germanica e il secondo rappresenta invece le tentazioni di un mondo esterno sempre più insidioso. Il Lohengrin, celebre eroe wagneriano, altri non è che questo cavaliere senza macchia in perenne lotta contro le tentazioni demoniache del mondo. Un altro eroe wagneriano, simbolo di purezza, è Parsifal: il cavaliere senza peccato alla ricerca del Sacro Calice contenente il sangue di Cristo, il Graal appunto, consistente essenzialmente in una sorta di dimensione interiore. Wagner voleva far coincidere l'essere un buon tedesco all'essere anche e soprattutto un buon cristiano. Molta importanza nella genesi dei nazionalismi moderni la ebbe pure – come detto – il concetto di «razza». L'eugenetica – ossia la convinzione che dai padri migliori nascessero i figli migliori, richiamante gli antichi valori spartani – fu infatti uno dei capisaldi sui quali si poggiò l'ideologia ariana.
I richiami al «sangue» così come alla «razza» esercitarono un indubitabile ascendente per gli ideologi nazionalsocialisti. L'unico punto su cui il nazionalsocialismo hitleriano si discostò dal romanticismo wagneriano fu la moralità cristiana, che Hitler credeva alla maniera nietzscheana una morale da schiavi. Secondo Guido List, una delle personalità che influenzò di più il giovane Hitler, l'arianesimo era un misto di teosofia, manicheismo e indiscriminata violenza razzista. Questi, infatti, credeva con Nietzsche che l'ebreo Paolo avesse pervertito l'autentico messaggio di Gesù, il quale nel suo linguaggio criptato si rifaceva agli ariani, razza da cui lui discendeva. L'arianesimo incompreso del Messia si poneva, dunque, come alternativa ad un bieco cristianesimo di matrice ebrea. Ariani ed ebrei, appunto, rappresentavano i due poli estremi di un manicheismo viscerale.
Contributi importanti al nazionalsocialismo furono dati dal movimento dei ginnasti e da vari movimenti giovanili. Essi incarnarono alla perfezione quell'ideale nazionale secondo cui: la patria è nei cuori. Essi intendevano con ciò la patria interiore – forte è l'ascendente esercitato dal pietismo tedesco –, effige del «bello» naturistico, vale a dire di una natura pura ed incontaminata. L'escursionismo divenne consuetudine adottata da tutti questi movimenti, che vollero ritrovare l'antico spirito della nazione in paesaggi mozzafiato, stereotipi della conturbante bellezza nazionale. Un altro contributo – seppur indiretto e meno evidente – dato al nazionalsocialismo venne dal movimento socialista lassaliano, che tramandò l'importanza dell'organizzazione collettiva. Non è un caso, infatti, se la seconda parte del Mein Kampf hitleriano è tutta dedicata all'organizzazione sistematica di quanto affermato nella prima parte. Creare una nuova religione era l'obiettivo del leader del movimento socialista tedesco, Lassalle; i suoi discorsi erano pregni di un millenarismo velato, con la promessa implicita di un mondo migliore, dove elemento laico e religioso si fondevano in un tutt'uno inscindibile. Ciononostante occorre non esagerare l'importanza rivestita dal movimento socialista nel nazionalsocialismo, che vantava già di suo una proficua tradizione nazionalista vecchia più di un secolo e mezzo.
Hitler nelle ricorrenze pubbliche non amava farsi ritrarre nelle vesti di pater familias, poiché elevava a suo principio di condotta l'austerità rousseauiana e temeva che facendosi ritrarre in abiti privati potesse rivelare un'eccessiva frivolezza. Le tendenze del Führer erano decisamente völkisch, ossia incentrate sulla conduzione «di una vita modesta tutta consacrata ad uno scopo»3, mentre i gusti in materia artistica del medesimo – che fu tra l'altro, da giovanissimo, un mediocre artista – erano contraddistinti da una solida fusione di classicismo e romanticismo. L'estetismo di Vischer fu l'elemento che esercitò maggiore influenza nell'estetica hitleriana, ove la bellezza non era che un misto di equilibrio e quiete, ricerca spasmodica di ordine rispetto al caos imperversante nel mondo. Emblematico in questo senso è il film La gioventù va dal Führer dove viene rappresentata una Germania ordinata e rurale: i giovani provengono da sperdute fattorie, che ricordano i villaggi del Terzo Mondo e simboleggiano la vita autentica heideggeriana, contro la vita inautentica dei paesi della civilizzazione. Il ruolo delle donne in questo universo-chiuso nazista fortemente maschilista è del tutto marginale, esse s'intravvedono giusto pochi minuti in scene di danza collettiva. Nonostante un conservatorismo di facciata, Hitler si mostrò favorevole alle innovazioni dell'urbanistica. Questo modernismo malcelato nel nazionalsocialismo è materia d'indagine del saggio Il modernismo reazionario di Jeoffrey Herf. (L'originale tesi di Herf individua proprio in un'erronea ricezione dell'illuminismo la causa scatenante dell'ideologia nazionalsocialista.)
In conclusione al suo saggio, Mosse individua nel nazionalsocialismo un fenomeno sintomatico di un'epoca dura a morire, dove vi è stata una politicizzazione estrema di tutte le sfere della vita – arte compresa. L'accentramento di tutte queste sfere operato dal regima nazista ha atteso alle speranze della gente di ordinare il caos esistente, anche se questo ha significato un annullamento completo delle differenze. La separazione della politica dalle altre sfere quotidiane della vita non ha saputo produrre che un regressivo stato d'insoddisfazione e d'eccitabilità delle masse. Per questo gli scenari aperti dalla nuova politica hitleriana hanno sedotto e illuso un intero popolo, per la loro promessa di fascinazione nell'affondare in un passato ancestrale, ricco di miti e di simboli. Chiudiamo con le parole di Mosse, con l'augurio che possano servire per scongiurare facili soluzioni, che non sono assolutamente utili a comprendere l'imprescindibile verità storica. «La storia passata è sempre storia contemporanea. Il grandioso spettacolo da noi esaminato non è tanto lontano dai nostri problemi. Questo libro si occupa di un passato che per la maggior parte degli uomini sembrò concluso con la seconda guerra mondiale. In realtà è invece ancora storia di oggi.»4.
***

1 George L., Mosse, La nazionalizzazione delle masse, Il Mulino, Bologna, 1975, cit. p. 39.
2 T. Mann, Considerazioni di un impolitico, Adelphi, Milano, 1997, cit. p. 402.
3 George L., Mosse, La nazionalizzazione delle masse, Il Mulino, Bologna, 1975, cit. p. 269.
4 Ibidem, cit. p. 304.

1 commento:

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"George Mosse e la storia": La facoltà di Sociologia della Sapienza hanno ospitato il congresso dedicato allo studioso George Mosse, grande studioso di nazismo e di storia contemporanea. Potrete vedere il servizio realizzato da Uniroma.TV su:

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