Follow by Email

13.9.07

"Il modernismo reazionario" di Jeffrey Herf

di Marco Apolloni

«La terra interamente illuminata splende all'insegna di trionfale sventura» (M., Horkheimer, T., Adorno, Dialettica dell'illuminismo, Einaudi, Torino, 1974, cit. p. 11.)

Secondo gli autori della Dialettica dell'illuminismo c'è un sottile filo diretto che collega Auschwitz all'illuminismo. In autori come Rousseau, Kant e Hegel trovarono corso concetti come: «ragione», «mito», «dominio», che poi erroneamente confusi fra di loro furono la scaturigine del nazismo in Germania. Già nelle orge di De Sade e negli aforismi di Nietzsche era contenuto in germe l'elemento della disumanizzazione, come logica reazione ad un eccesso di razionalismo illuministico. Secondo Herf, Adorno e Horkheimer non erano molto lontani dal vero nel sostenere ciò. L'ideologia nazista fu il risultato di un erroneo processo di assimilazione dell'illuminismo. A dir la verità, la Germania è sempre stata un paese solo parzialmente illuminato. Alla fine l'idealismo tedesco, a partire da Kant, si prese la sua rivincita sull'illuminismo francese – che non ha mai attecchito come avrebbe dovuto in terra tedesca. Durante gli anni della fallimentare Repubblica di Weimar («repubblica senza repubblicani»1), si sviluppò in Germania una corrente di pensiero conosciuta con il nome di «rivoluzione conservatrice», i cui esponenti si rivoltarono contro quell'artificiosa creazione che era il governo repubblicano. Essi opposero alla Gesellschaft la Gemeinschaft o meglio ancora la Volksgemeinschaft, ovvero alla società fondata sui meschini interessi privati la comunità fondata sui legami di sangue o Blutgemainschaft, sui reduci del fronte o Fronterlebnis e sulla Lebensphilosophie, attingendo a valori quali: l'attivismo, il militarismo, il virilismo e l'anti-intellettualismo. Paradossalmente proprio gli intellettuali conservatori erano i più accaniti nemici dell'intellettualismo, poiché sostenevano che ciascuno potesse coltivare nel proprio intimo le idee che voleva senza che dovesse necessariamente derivarle da chicchessia. D'altronde da Nietzsche in poi l'anti-intellettualismo divenne un sentimento largamente condiviso dagli stessi intellettuali conservatori in Germania.
L'avvento del nazismo venne prima auspicato e poi trovò il più largo consenso proprio negli ideologi della cosiddetta conservazione tra cui: Oswald Spengler, Ernst Jünger, Martin Heidegger, Carl Schmitt, Hans Freyer, Werner Sombart. Ciascuno di essi, a suo modo, tentò una strenua difesa della macchina tecnologica tedesca combinata ad una visione d'insieme pastorale. Di questa influenza ne risentirono persino gli ingegneri tedeschi, i quali vollero addirittura creare delle autostrade per così dire «ecologiche», rispettose cioè del paesaggio circostante e in perfetta sintonia con il medesimo. Non tutti gli ideologi della conservazione, però, erano dei modernisti reazionari. Vi erano alcuni, infatti, particolarmente reticenti agli aspetti innovativi della tecnica e convinti altresì del carattere demoniaco della stessa, timorosi che potesse condurre la Germania verso una pericolosa deriva senz'anima. Tra questi vi fu senz'altro Möller van der Bruck; il suo «Terzo Reich» voleva porsi come valida alternativa sia al capitalismo che al comunismo, anche se di sicuro era più vicino al secondo. Per dirla tutta il suo ideale assomigliava molto ad un miscuglio di comunismo e nazionalismo, ossia un “comunismo nazionalizzato”. Un altro pensatore esponente di spicco della «rivoluzione conservatrice», quale il giornalista Ernst Niekisch, riconobbe nella tecnica una divoratrice di uomini e il suo carattere totalmente distruttivo era ancor più palesato, secondo lui, nell'immane arsenale distruttivo delle guerre moderne. Qui la tecnica manifestava il proprio carattere demoniaco ed era falciatrice di vite umane, grazie all'accresciuta potenza distruttiva delle sue armi sofisticate e iper-tecnologiche. Tranne queste rare eccezioni, però, l'utilità della tecnica veniva sostenuta pressoché da tutti. Grazie ad essa la Germania poteva combattere sullo stesso piano di sviluppo i suoi irriducibili nemici ideologici. Hitler, in sostanza, non fece altro che realizzare politicamente quanto già teorizzato dagli esponenti della conservazione sopra menzionati. Ma veniamo ora all'analisi di ciascuno di questi intellettuali conservatori di spicco...

Per Spengler il nemico numero uno da abbattere era il denaro e non la macchina. La circolazione del denaro aveva paralizzato la vena creatrice del tedesco, soffocato com'era da un mercantilismo sfrenato. Secondo lui il problema era che il mercato veniva regolato più che dal valore d'uso all'opposto dal valore di scambio della merce. Questa sorta di strozzinaggio da parte dei mercanti, perlopiù ebrei, paralizzava l'industriosità propriamente tedesca. Nella sua opera imprescindibile Il tramonto dell'Occidente – contrariamente a quel che ci suggerisce il titolo – Spengler si riserva la speranza dell'avvento di un «uomo nuovo», «faustiano», che sappia coniugare la sfera dell'anima e quella della tecnica in un tutt'uno inscindibile. Lui era dell'avviso che non si poteva combattere con armi pari i paesi della Zivilisation senza che nell'orbita della Kultur non si facesse rientrare il potente strumento della tecnica. La noia imperante nei paesi della Zivilisation si palesava in un pacifismo ipocrita, che serviva solo per nascondere una debolezza intestina; laddove invece lo «slancio vitale» operato dalla guerra poteva sconfiggere lo stallo attribuibile alla noia stessa. La guerra in realtà, secondo Spengler, era una nuova forma di creazione – poco importa se sotto forma di distruzione.

Jünger riprende e accentua maggiormente quanto già affermato da Spengler sulla guerra come esperienza creatrice. Per lui essa plasmava talmente gli uomini da renderli delle specie di «forme d'acciaio». Il suo nichilismo latente lo portava ad avere motti del tipo «vivere significa uccidere». Nessun altro autore al pari di lui ha elevato tanto l'«esperienza del fronte» o Fronterlebnis e i suoi scritti erano anzitutto diretti agli ex-camerati, che difficilmente potevano riadattarsi alla grigia e monotona vita civile, dopo l'elettrizzante vita vissuta al fronte. Quello che per i comunisti russi era rappresentato dai soviets (comitati operai), per Jünger altresì era rappresentato dagli uomini fuoriusciti dal Fronterlebnis (comitati soldateschi). Le sue descrizioni avvincenti dei combattimenti, ricche di metafore altamente evocative e a forte impatto visivo, indussero alcuni critici a ribattezzare il suo stile letterario «realismo magico» jüngheriano. Memorabili sono le pagine in cui lui descrive gli istanti che immediatamente precedono il battesimo del fuoco, istanti carichi d'aspettativa, in cui ci si convince di essere dei Titani (figli-ribelli degli dèi) chiamati a dover compiere imprese straordinarie perlopiù non concesse ai comuni mortali. A Jünger non bastava la comunità di spirito promossa dal liberalismo e marxismo o Geistgemainschaft, occorreva bensì la creazione di una comunità di sangue o Blutgemainschaft. Sua era l'immagine-chiave del soldato-operaio, al quale bisognava dare un'idea forte – come quella di nazione – per cui valesse davvero la pena di vivere e morire. È un po' come se questo soldato-operaio volesse essere inconsciamente sacrificato sull'altare della patria per Jünger. La Prima guerra mondiale, secondo lui, fu la prima vera guerra operaia, dove masse intere di uomini si mobilitarono per farsi guerra a vicenda. Già nei libri jüngheriani veniva preconizzata la guerra-lampo o Blitzkrieg hitleriana, dove con una devastante potenza di fuoco si metteva il nemico in ginocchio, senza dargli nemmeno il tempo di reagire minimamente. La sua prosa virulenta e le sue evocative riproduzioni fotografiche ammorbidirono la crudeltà della guerra, che veniva spacciata invece per momento catartico ove l'intrinseco eroismo degli uomini si manifestava incontrastato. Infine Jünger parlò di una speciale missione tutta tedesca consistente appunto nel salvare il mondo dalla sempre più crescente perdita di spiritualità. D'altronde quello di cui lui più si preoccupava era l'avvento di un mondo senz'anima: pensiero intollerabile per qualsiasi tedesco. (Peccato solo che proprio un eccesso di anima abbia permesso ai tedeschi di varcare la soglia senza-via-d'uscita del nazismo...)

A differenza dei modernisti reazionari Heidegger era ancora profondamente convinto dell'inconciliabilità tra tecnica moderna e anima tedesca. Da un lato lui avrebbe voluto placare l'ascesa irrefrenabile della Russia e degli Stati Uniti, paesi in cui regnava una tecnica demoniaca. Dall'altro, però, lui non era disposto a concedere alla Germania la possibilità di evolversi tecnicamente, tanto da poter fronteggiare e combattere sullo stesso piano i suoi arci-nemici. L'adesione di Heidegger al nazionalsocialismo rientrava nella sua convinzione che questo stesse dalla parte dell'essere, dell'autenticità, del Volk. Quando si accorse dell'errore in cui era incorso ormai per lui era impossibile sottrarsi ad una vergognosa collusione con il nazismo.
Merito di Schmitt fu quello di operare un superamento del romanticismo politico grazie alla teoria del «decisionismo». Quel che più questi deprecava dei sistemi liberali era il processo di smilitarizzazione e spoliticizzazione da questi perseguito infaticabilmente. Ciò produceva, secondo lui, un graduale e inarrestabile allontanamento della gente dalla politica, che veniva subordinata alla sfera della società. Per i sistemi marxisti lui riservava la stessa bassa considerazione, in quanto era convinto che questi svilissero l'importanza della politica ed esaltassero spropositatamente la portata dell'economia. Mentre Schmitt poneva l'accento sull'autonomia, nonché il predominio della politica su tutte le altre sfere. Inoltre il tratto comune da lui individuato nelle società europee, a partire dal Cinquecento, consisteva in un progressivo incremento della neutralità, per scongiurare eventi fondativi della vita politica di un paese, quali: la lotta e il conflitto. Diversamente da Heidegger il suo parere sulla tecnica era molto più vicino a quello di Spengler e di Jünger. Infatti Schmitt confidava che gli uomini potessero servirsi della tecnica per i loro fini spirituali.

Freyer fu il fautore di una «rivoluzione di destra» in virtù della quale tecnica e anima fossero finalmente conciliate, superando le antinomie insuperate del romanticismo e del positivismo. Per ovviare al sentimento di repulsione della tecnica proprio dei tedeschi, occorreva secondo lui individuare le origini pre-capitalistiche della stessa, così da convogliare tale sentimento nell'anti-capitalismo. Tale sagace manovra rientrava a pieno titolo nella concezione pregnante che lui aveva a proposito della «reificazione», ovvero quell'intrinseca capacità di re-introdurre antiche e assodate convinzioni sotto forma di nuove e stimolanti convinzioni. (In altre parole: la tradizione romantica non abbandonò mai il destino incerto e travagliato della Germania, la quale si rifece sempre a tale originaria tradizione e il modernismo reazionario ne fu la dimostrazione più lampante...) Un nuovo attore, secondo Freyer, si era presentato sul palcoscenico storico: il Volk. Esso si opponeva con tutte le sue forze ai processi d'industrializzazione della Germania e voleva pertanto riaffermare il predominio della politica sull'economia. Se nell'ideologia della sinistra l'emancipazione dal campo economico si concretizzava con la rivoluzione proletaria, nell'ideologia della destra questo superamento si manifestava con l'affermazione di uno Stato autocratico e verticistico – Volk e Stato, perciò, divennero una cosa sola. In estrema sintesi, la «rivoluzione di destra» di Freyer si annunciava ostile alla società industriale, ma al contempo accondiscendente al fascino esercitato dalla tecnologia.

Sombart denuncia il parassitismo degli ebrei, trovando in essi un autentico capro espiatorio. Gli ebrei, secondo lui, dando vita ad un regime economico di strozzinaggio e infiltrandosi capillarmente nei diversi strati della società, paralizzarono l'operosa vita del tedesco. Se per Spengler la colpa dei mali della Germania era del denaro e per Heidegger invece delle macchine, per Sombart non c'era alcun dubbio: tutta la colpa era degli ebrei! Questi fece leva sull'antisemitismo viscerale dei tedeschi, che a differenza dei parassiti ebraici si distinguevano per la loro genuina e originaria «creatività» tecnica. Lui incolpa soprattutto gli ebrei di essere stati i fondatori del capitalismo moderno, il cui risultato più evidente è stato lo sviluppo di una civiltà senz'anima. Con la loro parziale cittadinanza, agli ebrei venne lasciato modo di concentrarsi prevalentemente sulla loro attività favorita, la finanza, così che essi si disinteressarono alla politica e allo Stato – se fosse dipeso da loro esso sarebbe potuto benissimo andare in malora. Essi furono i veri inventori delle banche e il loro giro d'affari arrivò ad essere tale da estendersi anche ai non ebrei, che sempre più si rivolsero loro per chiedere ingenti somme di denaro, che dovevano poi essere rese con gli interessi raddoppiati. Sombart individua inoltre altri due aspetti negativi degli ebrei, oltre all'essere dei capitalisti senza scrupoli essi hanno: 1) una teologia disincantata in cui l'uomo è costretto a lottare strenuamente contro le potenze ostili della natura e dove viene posto di continuo l'accento sull'eccezionalità del popolo ebraico in quanto «popolo eletto» dal Signore; 2) un iper-intellettualismo estremamente razionalizzante, che li porta ad eccellere nelle professioni in cui viene premiata l'astuzia – la giurisprudenza, il giornalismo, il teatro, eccetera. L'origine «orientale» del popolo ebraico conteneva già in sé, secondo Sombart, il loro destino mercantilistico. Il loro nomadismo di creature del deserto li portò a raggiungere terre come la Germania, dove invece vi erano creature della foresta. Mentre le prime erano assai pragmatiche, inclini al mercanteggiare e per ciò stesso prediligevano la quantità alla qualità; viceversa le seconde erano naturalmente predisposte alla speculazione astratta, vivevano in una dimensione magico-onirica e pertanto prediligevano altresì la qualità alla quantità. La loro provenienza dal deserto e la loro notevole dimestichezza col denaro ci danno un'idea piuttosto chiara degli ebrei: creature fortemente instabili come il deserto e impalpabili come il denaro. Essi, privilegiando gli aspetti astratto-quantitativi, sostituirono al valore d'uso dei tedeschi per la merce il loro ben più effimero valore di scambio. Perciò ecco qua come per Sombart tra ebrei e tedeschi si stendeva un abisso incolmabile e per ciò stesso lui dirottò gli indistinti sentimenti anti-capitalistici in ben più precisi sentimenti di vero e proprio odio contro gli ebrei. Per Sombart dunque: non la tecnica, bensì il bieco capitalismo ebraico doveva essere sconfitto per assicurare un radioso futuro alla Germania. Il suo auspicio trovò fertile terreno d'incontro con l'ideologia nazionalsocialista. Questa, infatti, tra i suoi piani si prefiggeva: quello di assestare un colpo decisivo al capitalismo mondiale, coltivando al contempo il potente strumento della tecnica moderna: la quale avrebbe fatto rimanere la Germania al passo degli altri paesi, portandola cosicché alla vittoria finale.

Nella velleitaria guerra hitleriana dichiarata all'impero della civilizzazione si arruolarono, dunque, non solo le idee degli intellettuali della conservazione sopra indicati, ma anche e in modo particolare l'abilità dei tecnici, ovvero degli ingegneri. L'«uomo nuovo» tedesco doveva innanzitutto condividere la stessa causa e poi padroneggiare nel modo più assoluto tutti i rudimenti della tecnica. Per i nazisti il motivo della sconfitta nella Prima guerra mondiale era da ricercarsi: non tanto nella scarsezza dei cannoneggiamenti, bensì nella scarsa saldezza della volontà. Infatti nonostante i nazisti riconoscessero l'importanza della tecnica, quindi della corsa agli armamenti, essi credettero invano che la Seconda guerra mondiale potessero vincerla principalmente grazie alla loro ferrea volontà. Alla fine, però, il «romanticismo d'acciaio» di Goebbels si rivelò non bastante per vincere la guerra e a nulla valsero gli ultimi disperati tentativi di trovare un'arma che potesse cambiare le sorti del conflitto – i missili V-1 e V-2 avrebbero dovuto essere quest'arma della Provvidenza, ma non andarono oltre una vuota e sconclusionata propaganda. I nazisti non tradirono la tradizione del modernismo reazionario, di cui anzi essi furono l'indegno coronamento; ma ciò poté solo permettere loro di cominciare la guerra, non di vincerla. La sconfitta si materializzò proprio per l'incapacità della macchina da guerra tedesca di stare al passo coi progressi tecnologici promossi dal nemico. Per dirlo con lo stesso Herf:

Se i nazisti fossero stati dei convinti luddisti, non sarebbero stati in grado di iniziare la seconda guerra mondiale. Se fossero stati dei tecnocrati cinici e calcolatori, avrebbero potuto ottenere una limitata vittoria o quanto meno evitare una sconfitta catastrofica. La tradizione del modernismo reazionario fu politicamente coerente, da tre fondamentali punti di vista. In primo luogo, contribuì a creare quella forza tecnologica che rese possibile concepire, se non vincere, la guerra; in secondo luogo, conservando un ethos antiscientifico e antirazionale, ostacolò un'innovazione tecnologica paragonabile agli sforzi compiuti dalla Russia, dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti; in terzo luogo, fu parte di quel fanatismo ideologico che convinse i nazisti che essi erano in grado di vincere anche se privi dei mezzi per giungere alla vittoria e sostituì al coordinamento strategico dei fini coi mezzi le speculazioni politiche basate sul linguaggio della volontà.2

Tirando le somme del suo saggio, Herf afferma che il modernismo reazionario è stata una corrente di pensiero deflagrata in Germania per rispondere ai dilemmi lasciati irrisolti dalla Rivoluzione francese e da quella industriale. Il tecnicismo forzato degli intellettuali e degli ingegneri tedeschi non era che una facciata piena di parvenza, poiché all'atto pratico essi non assimilarono pienamente – come altresì avrebbero dovuto – la tecnologia. Persino questi ultimi assimilarono solo i concetti tecnologici più primitivi. La preponderanza della cultura scientifica su quella umanistica comune nei paesi nemici – quali: Russia, Stati Uniti e Gran Bretagna –, in Germania non era poi così certa. Qui, all'epoca del nazismo, gli ingegneri tentavano di giustificare prima sul piano teorico le loro invenzioni tecniche, poi di realizzarle concretamente. Al fascino esercitato dalla «propaganda magica»3 – come la definì Neumann – dei nazisti nessun tedesco poteva rimanere indifferente, tecnocrati compresi, i quali viste le loro competenze più di chiunque altro avrebbero dovuto ragionare in termini razionali. Il modernismo reazionario in Germania, dunque, partiva già azzoppato e non era che una variante tedesca deformata del vero modernismo regnante negli altri paesi dove l'illuminismo era stato correttamente assimilato. Irrazionalismo e tecnica formavano, perciò, un tutt'uno inseparabile per l'ideologia nazionalsocialista. Quindi era smarrito il confine tra ideologo e tecnocrate, tant'è che non si sapeva più dove finisse l'uno e iniziasse l'altro. Tutto quello che veniva detto rientrava a far parte, comunque, del vocabolario della Innerlichkeit tedesca, ovvero dell'interiorità. I tedeschi, in altre parole, vendettero la loro anima al demonio della tecnica, seppur si trattò di una tecnica dimezzata – e non poteva essere altrimenti vista la rozza e parziale assimilazione dell'illuminismo avvenuta in Germania. Proprio il tentativo di salvare l'anima tedesca, dannò i tedeschi per l'eternità... Per rendere meglio quest'idea di dannazione riguardante il popolo tedesco, Herf riporta le parole di un generale britannico scritte al termine del più sanguinoso dei conflitti bellici: «Sono indicibilmente grato per il fatto che la folle dedizione del pazzo abbia pervaso ogni aspetto dell'attività tedesca. Mai prima d'ora era stata confermata in modo così decisivo la verità del vecchio detto, 'gli dei fanno impazzire coloro che essi vogliono distruggere'»4. Quello che si verificò, infatti, fu invece della tanto agognata – almeno da parte tedesca – caduta degli dèi proprio l'esatto opposto, ossia la caduta della Germania in un abisso senza fondo, dal quale solo con una disumana fatica essa poté in parte risalire...
***

1 J., Herf, Il modernismo reazionario, Il Mulino, Bologna, 1988, cit. p. 51
2 Ibidem, cit. p. 294.
3 Ibidem, cit. p. 305.
4 Ibidem, cit. p. 312.

Nessun commento: