Il libro della settimana : “Il circolo dei nichilisti”.
Un romanzo sui “beati” anni universitari. Di Marco Apolloni.
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27.11.08
«I giardini della scrittura» – Riflessioni sul mito di Theuth del "Fedro" platonico
di Marco Apolloni
L'opera di Platone è costellata da miti. In particolare nel Fedro, dopo il mito dell'auriga e delle cicale, si accenna al mito di Theuth: corrispondente al nome della divinità egizia, fra le altre cose inventrice della scrittura. Si narra che Theuth si sia recata da re Thamus per presentargli le sue originali invenzioni. Sicché il re abbia espresso liberamente il proprio parere su ognuna di esse. Quando è stato il turno della scrittura, presentata da Theuth come l'arte del ricordare e del curare i mali che affliggono la memoria, Thamus fa notare come lui non dica il vero accecato dalla paternità della sua invenzione. Infatti il re sostiene che la scrittura non sia altro che una forma di dimenticanza e un invito alla pigrizia per i discepoli, piuttosto che essere una medicina per la loro memoria. Tali discepoli, a quel punto, invece che diventare «sapienti» diventeranno «saccenti». Diversi studiosi, tra cui Giovanni Reale, hanno veduto in questo passo un oscuro rimando alle dottrine non scritte di Platone. Da ciò si può dedurre la maggior preminenza da lui affidata all'oralità rispetto alla scrittura. Poiché la vera sapienza, a suo dire, si tramanda oralmente. In definitiva, la trasmissione di un sapere scritto ha un carattere assolutamente secondario rispetto alla vividezza della trasmissione orale e non può che restituirci soltanto uno sbiadito ricordo della realtà extra-corporea della nostra anima. Inoltre la scrittura ha in comune con la pittura la stessa incapacità di non rispondere se interrogata. Inutile perciò provare a interrogare uno scritto, che non gode del dono della parola – essa è lettera morta per dirlo con il filosofo francese Jacques Derrida. Dunque lo scritto così come il quadro ha sempre bisogno del suo autore, incapace com'è di aiutarsi da solo per difendere le proprie ragioni. A questo punto Platone tramite il suo alter ego, Socrate, propone un tipo di discorso pienamente auto-sufficiente, che si giustifica da sé e «che viene scritto nell'anima di chi apprende, che è capace di difendere se stesso, e che sa con chi deve parlare e con chi tacere.». Compito del vero sapiente è quello di scrivere nell'anima, in quanto solo in essa germoglieranno i semi della conoscenza. Per questo la scrittura svolge un ruolo prettamente ancillare ed è da considerarsi niente più di uno svago per i vecchi. Essi, appunto, si eserciteranno nei «giardini della scrittura» unicamente per dilettarsi nella fase tramontante della loro vita e al solo fine di rimembrare con dolce nostalgia i bei tempi andati, sì da poter riprovare l'antico brivido della giovinezza.
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21.8.08
La Bellezza salverà il mondo
di Marco Apolloni
(sunto dell'Introduzione alla mia tesi specialistica Eros filosofo ed Eros tiranno. Studi platonici sull'amore con cui mi sono laureato lo scorso 14 Luglio presso l'Università "Vita-Salute" San Raffaele di Cesano Maderno, Milano)
L'amore per la Bellezza in Platone risponde ad una sua connaturata esigenza di ordinare il caos imperversante nella realtà sensibile con la superiore armonia - che è letteralmente: unione dei contrari - costituita dalla realtà intelligibile. L'ordinamento del disordine mondano per Platone significava una cosa sola: la realizzazione dell'antica profezia secondo cui la Bellezza avrebbe salvato il mondo. Poiché parafrasando Platone: la Bellezza è lo splendore del Bene. Diceva il poeta romantico inglese John Keats nella sua celebre lirica Ode su un'urna greca: "Beauty is truth, truth beauty"; “la Bellezza è Verità, la Verità Bellezza". Tale concezione romantica corrisponde anche a quella classicista dei Greci, i quali consideravano la Bellezza: esteriorizzazione di un'interiorità. Essere belli e essere buoni per loro significava la stessa cosa. Non a caso Platone fa coincidere il Bello con il Sommo Bene, posto come vertice del suo apparato concettuale. In definitiva l'estetica platonica è inseparabile all'etica platonica. Dato che l'una, la Bellezza, non è che la manifestazione sensibile di un'idea altresì intelligibile, qual è appunto il Bene. Il tema della Bellezza che salverà il mondo viene rispolverato in età moderna dal grande romanziere russo F. Dostoevskij. In particolare nell'opera L'Idiota, che ha per protagonista un essere assolutamente buono, il principe Myskin, alle prese con un mondo invece profondamente malvagio. La missione di questo eroe atipico sarà appunto quella d'instillare il seme della Bellezza, di cui lui è portatore, in un contesto di assoluta desolazione spirituale. Missione che lui stesso fallirà inesorabilmente; così come fallì Cristo portatore del divino, ma che tuttavia non fu creduto dagli uomini e per questo fu crocifisso. Entrambi questi fallimenti, però, sono accomunati dal tratto distintivo della sconfitta onorevole. Infatti, pur non riuscendo nella loro missione al primo tentativo, sia Myskin che Cristo sono riusciti comunque a gettare le basi - chissà - per una futura vittoria finale. Il loro merito consiste nell'aver donato la speranza ai loro simili. La speranza di poter credere che un giorno le brutture di questo mondo cesseranno del tutto grazie all'intervento rigenerante della Bellezza. La Bellezza domina L'Idiota di Dostoevskij, dalla prima all'ultima pagina, aleggiando su tutto il romanzo ed esercitando sui lettori un'irresistibile fascinazione. Bellezza che, in altri termini, non può che essere di derivazione platonica, visto l'indiscutibile Platonismo della cultura ortodossa, di cui Dostoevskij fu uno dei massimi esponenti. Non a caso uno dei testi fondativi del misticismo russo s'intitola Filocalia, che vuol dire proprio: amore per la Bellezza. Riassumendo: sia Platone che Dostoevskij non credevano in questo mondo, preda della bruttezza, bensì non smisero mai di credere nell'oltremondo della Bellezza - intesa appunto come fuoriuscita da un mondo inferiore. Entrambi corroborarono la profezia sulla Bellezza salvatrice. E lo stesso dovremmo fare noi, in un momento così difficile della nostra storia...
(sunto dell'Introduzione alla mia tesi specialistica Eros filosofo ed Eros tiranno. Studi platonici sull'amore con cui mi sono laureato lo scorso 14 Luglio presso l'Università "Vita-Salute" San Raffaele di Cesano Maderno, Milano)
L'amore per la Bellezza in Platone risponde ad una sua connaturata esigenza di ordinare il caos imperversante nella realtà sensibile con la superiore armonia - che è letteralmente: unione dei contrari - costituita dalla realtà intelligibile. L'ordinamento del disordine mondano per Platone significava una cosa sola: la realizzazione dell'antica profezia secondo cui la Bellezza avrebbe salvato il mondo. Poiché parafrasando Platone: la Bellezza è lo splendore del Bene. Diceva il poeta romantico inglese John Keats nella sua celebre lirica Ode su un'urna greca: "Beauty is truth, truth beauty"; “la Bellezza è Verità, la Verità Bellezza". Tale concezione romantica corrisponde anche a quella classicista dei Greci, i quali consideravano la Bellezza: esteriorizzazione di un'interiorità. Essere belli e essere buoni per loro significava la stessa cosa. Non a caso Platone fa coincidere il Bello con il Sommo Bene, posto come vertice del suo apparato concettuale. In definitiva l'estetica platonica è inseparabile all'etica platonica. Dato che l'una, la Bellezza, non è che la manifestazione sensibile di un'idea altresì intelligibile, qual è appunto il Bene. Il tema della Bellezza che salverà il mondo viene rispolverato in età moderna dal grande romanziere russo F. Dostoevskij. In particolare nell'opera L'Idiota, che ha per protagonista un essere assolutamente buono, il principe Myskin, alle prese con un mondo invece profondamente malvagio. La missione di questo eroe atipico sarà appunto quella d'instillare il seme della Bellezza, di cui lui è portatore, in un contesto di assoluta desolazione spirituale. Missione che lui stesso fallirà inesorabilmente; così come fallì Cristo portatore del divino, ma che tuttavia non fu creduto dagli uomini e per questo fu crocifisso. Entrambi questi fallimenti, però, sono accomunati dal tratto distintivo della sconfitta onorevole. Infatti, pur non riuscendo nella loro missione al primo tentativo, sia Myskin che Cristo sono riusciti comunque a gettare le basi - chissà - per una futura vittoria finale. Il loro merito consiste nell'aver donato la speranza ai loro simili. La speranza di poter credere che un giorno le brutture di questo mondo cesseranno del tutto grazie all'intervento rigenerante della Bellezza. La Bellezza domina L'Idiota di Dostoevskij, dalla prima all'ultima pagina, aleggiando su tutto il romanzo ed esercitando sui lettori un'irresistibile fascinazione. Bellezza che, in altri termini, non può che essere di derivazione platonica, visto l'indiscutibile Platonismo della cultura ortodossa, di cui Dostoevskij fu uno dei massimi esponenti. Non a caso uno dei testi fondativi del misticismo russo s'intitola Filocalia, che vuol dire proprio: amore per la Bellezza. Riassumendo: sia Platone che Dostoevskij non credevano in questo mondo, preda della bruttezza, bensì non smisero mai di credere nell'oltremondo della Bellezza - intesa appunto come fuoriuscita da un mondo inferiore. Entrambi corroborarono la profezia sulla Bellezza salvatrice. E lo stesso dovremmo fare noi, in un momento così difficile della nostra storia...
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19.4.08
Successo per la presentazione di "CineFilosofando" a Civitanova Marche
di Silvia Del Beccaro
Soddisfatto il pubblico presente, che ha perfino intrattenuto un breve confronto con l'autore al termine dell'incontro. «Ringrazio innanzitutto Grazia e Roberta per avermi offerto la possibilità di essere qui a presentare il mio libro e far iniziare il mio tour divulgativo proprio a Civitanova, da cui proviene la mia famiglia paterna – ha dichiarato l'autore –. Questo libro per me è solo un punto di partenza e spero proprio di continuare su questa strada, presentando in futuro altre pubblicazioni». Al termine dell'incontro autore e presenti si sono potuti rilassare in un clima informale, rilasciando dediche autografate e assaporando gli ottimi dolci offerti dalle due libraie. Il prossimo appuntamento con Marco Apolloni e il suo “CineFilosofando” è atteso a Castelfidardo lunedì 28 aprile, ore 21, all'“On Stage Club” di via Soprani 16.
8.11.07
Stati Uniti d'Europa. L'importanza di (non) essere conservatori
di Marco Apolloni
«Che cos'è il conservatorismo? L'ironia erotica dello spirito» (T. Mann, Considerazioni di un impolitico, Adelphi, Milano, 1997, cit. p. 566.)
Il mondo non è per sua stessa vocazione conservatore e vivaddio che sia così. Il mondo progredisce prepotentemente contro tutto e tutti. Sacche di resistenza conservatrici è legittimo che ci siano, ma non sono più che una fragile e sperduta diga che deve far fronte alla piena devastante di un fiume. Il Conservatore è l'Uccello del Malaugurio, il Gufo dei nostri tempi: è colui che si ostina a vedere disseminate catastrofi dappertutto, che è perennemente scettico, che vive per la – anche se si dovrebbe dir meglio nella – memoria degli Antenati, a suo dire nettamente superiori ai moderni, scialacquatori degli antichi fasti. Il Conservatore vive qui e ora in questa dimensione, ma è come se vivesse in una sua altra dimensione parallela. È lontano anni luce dal proprio Presente, rivolto com'è ai canti di sirena proveniente da un Passato per lui – e per chiunque altro – tuttavia irraggiungibile. I suoi discorsi cominciano sempre con: “ai tempi degli antichi greci” oppure “ai tempi degli antichi romani” oppure ancora “ai tempi degli antichi egizi” e così via in un regresso infinito. A mano a mano che il corso della Storia ha raggiunto le epoche moderne, per lui è come se la scintilla degli Antenati si fosse sempre più assopita finanche estinta. La modernità, ai suoi occhi, è mera decadenza, ovvero: un susseguirsi insensato di atrocità, laddove per lui il senso ultimo di ciascun agire umano si è estinto con le grandi civiltà del passato – le cui virtù superavano di gran lunga i vizi. Poco importa per un aristotelico ad esempio se al giorno d'oggi le donne, in quanto a doti teoretiche, possono superare i loro colleghi maschi e che, dunque, lo Stagirita si sia sbagliato ad equiparare le esponenti del gentil sesso a delle creature inferiori, ossia a dei sotto-uomini. Non a caso la concezione cristiana di Eva formatasi da una costola di Adamo è sopravvissuta fino ad oggi e per molti stenta ancora a venire superata. In questo il cristianesimo ha ereditato, facendoli propri, non pochi concetti dottrinari provenienti dall'aristotelismo: dalla concezione della donna a quella di Dio come “causa non causata”, quindi “motore immobile” dell'intero universo.
Di solito i conservatori più incorreggibili sono gli storici, o per meglio dire alcuni cultori di quella storia antiquaria che secondo Nietzsche – nella Seconda Inattuale – ci impedisce di vivere appieno il nostro glorioso e meritevole presente. Un eccesso di storia, con il suo pesante fardello – ci insegna Nietzsche –, fa il male di un uomo, che per agire necessita del suo senso plastico e di una concezione monumentale della storia; poiché essa ci permette sì di trarre preziosi insegnamenti dal passato ma, soprattutto, ci stimola a compiere grandi gesta nel nostro presente. Altra cosa ancora è la storia critica, quella altresì dei filosofi, di gran lunga preferibile a quella antiquaria degli storici ortodossi, ma di minor spessore rispetto a quella monumentale ascrivibile ai grandi condottieri di ogni tempo. Questo perché un'eccessiva dose di riflessione genera un brutale appiattimento dei più significativi eventi susseguitesi durante il corso storico, provocando perciò una notevole incapacità nel giudicare i fatti storici. Già, perché malgrado alcune tentazioni nietzschiane le interpretazioni dei fatti reggono il confronto solo fino a un certo punto. Per un filosofo della storia, formatosi alla scuola dello storicismo hegeliano, non può esserci alcuna differenza tra una guerra e l'altra, in quanto esse sono tutte piattamente il medesimo prodotto del famigerato “banco di macelleria”: qual è la Storia per Hegel. Questa sorta di atteggiamento storicista induce l'intellettuale-filosofo a sedersi in disparte e ad osservare – molto confucianamente – il pigro letto di un fiume, finché non vede trasportare dalla corrente il cadavere del proprio nemico. L'uomo, a nostro avviso, è fatto per agire e non altresì per vedersi agito. L'azione è l'unico motore incessante di un uomo, il perno attorno a cui ruota la sua esistenza. Per questo occorre sì riflettere senza mai, tuttavia, indugiare un istante di troppo: ciò potrebbe esserci fatale. La componente istintuale di un essere umano dev'essere sempre predominante rispetto a quella riflessiva. Alle parole bisogna far seguire i fatti e mettere finalmente da parte una nociva inazione, che ci intorpidisce le membra fino a renderci dei “poltroni”. In definitiva, ciascuno deve estrapolare dalla storia solo ciò che lo stimola a fare meglio dei suoi predecessori.
Ad ogni modo il severo monito nietzscheano di sedersi sulla soglia dell'attimo obliando se stessi va preso con le dovute molle; a dirla tutta ci sembra un tantino eccessivo. Difatti se ci dimenticassimo ad ogni nostro nuovo agire chi fossimo veramente, perderemmo la nostra bussola interiore e subiremmo un'insostenibile crisi della nostra identità, che dev'essere altresì ben consolidata. Perciò, è vero che ogni nostro nuovo agire comporta una specie di ri-cominciamento da parte nostra – che prevede un fare tabula rasa di tutte le esperienze positive e negative fino a quel momento vissute – ma se perdessimo con ciò la cognizione di chi siamo davvero – che è una summa di cosa abbiamo fatto fino a quel momento – allora diverremmo totalmente incapaci di agire. Noi siamo il risultato di tutte le esperienze che ci sono capitate dal giorno della nostra nascita ad oggi. Nessuno di noi può nutrire la seria pretesa di sbarazzarsi della propria identità, pena il proprio esser-ci nel mondo. Di una cosa perlomeno dobbiamo dare atto a Nietzsche: se non ci dimenticassimo, seppur solo momentaneamente, ciò che siamo stati e ciò che abbiamo compiuto in passato, non saremmo mai niente e non compieremmo mai nulla in futuro. Dimenticare, a volte, non solo è indispensabile ma è anche salutare per la nostra anima; così come lo è ricordare.
Per rimanere ancora a Nietzsche, gli uomini secondo lui si dividono in due categorie: storici e sovra-storici (Eraclito e Schopenhauer). I primi non sanno far altro che tessere le lodi delle macerie del passato e sono conservatori fino al midollo; i secondi, invece, camminano sopra le macerie del passato come se nulla fosse e sono progressisti fino alla morte. Ma cosa vuol dire essere conservatore e cosa, invece, essere progressista. Il primo non crede nel migliore dei mondi possibili, altresì il secondo non solo vi crede con tutto se stesso ma pensa pure che sia doveroso creder-vi, al fine di raggiungere una condizione di paradiso in questa terra – essendo lui scettico e perciò duro-a-credere in un paradiso situato in chissà quale remoto Altrove.
Ritornando ai conservatori – i cui aspetti salienti ci siamo qui premurati d'indagare a fondo –, dall'alto della loro presunta onniscienza, essi prevedono che se le storie dei popoli sono state fin qui divise, tali rimarranno nei giorni a venire. E non vi è speranza alcuna che, susseguendosi le generazioni, le cose possano cambiare. Ma se solo questa nenia fosse vera, essi allora dovrebbero spiegarci su quali fondamenta siano state edificate le grandi civiltà del passato che loro stimano tanto, sopra ogni altra cosa. Dovrebbero così spiegarci nei dettagli – se quanto dicono è vero – come abbia fatto Roma a diventare caput mundi, ovvero il centro e il fulcro del mondo fino allora conosciuto, da insignificante villaggio – abitato da una popolazione barbara – qual era. Oppure come abbia fatto una semplice e disadorna idea di nazione, precisamente la nostra nazione, a diventare da semplice schizzo sulla carta a vera e propria compagine nazionale, unita sotto un'unica bandiera e in un solo inno di fede e di speranza – dalle Alpi alla punta più estrema dello Stivale (isole comprese).
I sogni sono destinati a rimanere tali solo fino a quando i tempi non saranno maturi per l'avvento di individui sovra-storici, quali sono stati Cesare e Augusto da una parte e Mazzini, Garibaldi e Cavour dall'altra: ovvero fino a che questi non troveranno qualcuno che creda davvero nella loro concreta realizzazione. Se il mondo fosse stato anche solo un minimo conservatore, non avrebbe mai prodotto simili ingegni e non sarebbe mai arrivato ad essere quello che è ora, con tutto quello che di positivo e negativo ne consegue. Con tutta probabilità se il mondo fosse stato veramente conservatore non saremmo mai fuoriusciti dalla caverna di cui ci parla in uno dei suoi miti Platone e ci saremmo accontentati di fissare increduli la nostra ombra tremolante nella parete. E avremmo avuto mille volte torto, privandoci di quello spettacolo grandioso che è il Sole e di quella gioia immensa che vi è nel rimirarlo incantati. Il Sole – di cui ci ha parlato allegoricamente Platone – altro non è che il sole della conoscenza, che ci ha sottratto ad una vita di schiavitù certa.
Al giorno d'oggi ci vengono riproposti, conditi in tutte salse, nuovi ed altrettanto edificanti sogni, com'erano all'origine Roma caput mundi e l'Italia unita. Su tutti ne spicca uno per imponenza: l'Europa unita! A molti questo sogno potrebbe apparire una blasfemia. Un passato di soprusi inconfessabili, di violenze inaudite e di guerre fratricide non sembrerebbe dar loro torto, anzi... E la Storia considerata a sproposito maestra di vita sembrerebbe dar loro ragione. Del resto essa è sempre stata ben felice di salire sul carro dei vincitori e render conto solo ai fatti, trascurando i ben più importanti ante-fatti. (Abbiamo visto come i fatti prima di diventare tali erano inizialmente solo dei sogni e pure dei più irrealizzabili...) Crediamo che un'Europa unita non solo sia possibile ma pure auspicabile, visti i tempi che corrono. Più precisamente crediamo sia possibile una Confederazione degli stati europei, senza che nessuno dei paesi aderenti accantoni la propria lingua e le proprie usanze – che anzi potrebbero diventare patrimonio comune dei futuri Stati Uniti d'Europa. Proprio la diversità sarà di gran lunga la nostra ricchezza e il nostro punto di forza. Paradossalmente, le nostre comuni radici europee affondano nel terreno melmoso di un passato lacerato e addirittura in esso trovano la loro preziosa linfa vitale. Le divisioni del nostro passato, dunque, a maggior ragione ci uniscono in un connubio tanto più inestricabile. L'insopprimibile necessità di non ripetere gli errori fin qui commessi, ci induce a sperare di poter essere un giorno ancor più uniti sotto un'unica bandiera: europea!
«Che cos'è il conservatorismo? L'ironia erotica dello spirito» (T. Mann, Considerazioni di un impolitico, Adelphi, Milano, 1997, cit. p. 566.)
Il mondo non è per sua stessa vocazione conservatore e vivaddio che sia così. Il mondo progredisce prepotentemente contro tutto e tutti. Sacche di resistenza conservatrici è legittimo che ci siano, ma non sono più che una fragile e sperduta diga che deve far fronte alla piena devastante di un fiume. Il Conservatore è l'Uccello del Malaugurio, il Gufo dei nostri tempi: è colui che si ostina a vedere disseminate catastrofi dappertutto, che è perennemente scettico, che vive per la – anche se si dovrebbe dir meglio nella – memoria degli Antenati, a suo dire nettamente superiori ai moderni, scialacquatori degli antichi fasti. Il Conservatore vive qui e ora in questa dimensione, ma è come se vivesse in una sua altra dimensione parallela. È lontano anni luce dal proprio Presente, rivolto com'è ai canti di sirena proveniente da un Passato per lui – e per chiunque altro – tuttavia irraggiungibile. I suoi discorsi cominciano sempre con: “ai tempi degli antichi greci” oppure “ai tempi degli antichi romani” oppure ancora “ai tempi degli antichi egizi” e così via in un regresso infinito. A mano a mano che il corso della Storia ha raggiunto le epoche moderne, per lui è come se la scintilla degli Antenati si fosse sempre più assopita finanche estinta. La modernità, ai suoi occhi, è mera decadenza, ovvero: un susseguirsi insensato di atrocità, laddove per lui il senso ultimo di ciascun agire umano si è estinto con le grandi civiltà del passato – le cui virtù superavano di gran lunga i vizi. Poco importa per un aristotelico ad esempio se al giorno d'oggi le donne, in quanto a doti teoretiche, possono superare i loro colleghi maschi e che, dunque, lo Stagirita si sia sbagliato ad equiparare le esponenti del gentil sesso a delle creature inferiori, ossia a dei sotto-uomini. Non a caso la concezione cristiana di Eva formatasi da una costola di Adamo è sopravvissuta fino ad oggi e per molti stenta ancora a venire superata. In questo il cristianesimo ha ereditato, facendoli propri, non pochi concetti dottrinari provenienti dall'aristotelismo: dalla concezione della donna a quella di Dio come “causa non causata”, quindi “motore immobile” dell'intero universo.Di solito i conservatori più incorreggibili sono gli storici, o per meglio dire alcuni cultori di quella storia antiquaria che secondo Nietzsche – nella Seconda Inattuale – ci impedisce di vivere appieno il nostro glorioso e meritevole presente. Un eccesso di storia, con il suo pesante fardello – ci insegna Nietzsche –, fa il male di un uomo, che per agire necessita del suo senso plastico e di una concezione monumentale della storia; poiché essa ci permette sì di trarre preziosi insegnamenti dal passato ma, soprattutto, ci stimola a compiere grandi gesta nel nostro presente. Altra cosa ancora è la storia critica, quella altresì dei filosofi, di gran lunga preferibile a quella antiquaria degli storici ortodossi, ma di minor spessore rispetto a quella monumentale ascrivibile ai grandi condottieri di ogni tempo. Questo perché un'eccessiva dose di riflessione genera un brutale appiattimento dei più significativi eventi susseguitesi durante il corso storico, provocando perciò una notevole incapacità nel giudicare i fatti storici. Già, perché malgrado alcune tentazioni nietzschiane le interpretazioni dei fatti reggono il confronto solo fino a un certo punto. Per un filosofo della storia, formatosi alla scuola dello storicismo hegeliano, non può esserci alcuna differenza tra una guerra e l'altra, in quanto esse sono tutte piattamente il medesimo prodotto del famigerato “banco di macelleria”: qual è la Storia per Hegel. Questa sorta di atteggiamento storicista induce l'intellettuale-filosofo a sedersi in disparte e ad osservare – molto confucianamente – il pigro letto di un fiume, finché non vede trasportare dalla corrente il cadavere del proprio nemico. L'uomo, a nostro avviso, è fatto per agire e non altresì per vedersi agito. L'azione è l'unico motore incessante di un uomo, il perno attorno a cui ruota la sua esistenza. Per questo occorre sì riflettere senza mai, tuttavia, indugiare un istante di troppo: ciò potrebbe esserci fatale. La componente istintuale di un essere umano dev'essere sempre predominante rispetto a quella riflessiva. Alle parole bisogna far seguire i fatti e mettere finalmente da parte una nociva inazione, che ci intorpidisce le membra fino a renderci dei “poltroni”. In definitiva, ciascuno deve estrapolare dalla storia solo ciò che lo stimola a fare meglio dei suoi predecessori.
Ad ogni modo il severo monito nietzscheano di sedersi sulla soglia dell'attimo obliando se stessi va preso con le dovute molle; a dirla tutta ci sembra un tantino eccessivo. Difatti se ci dimenticassimo ad ogni nostro nuovo agire chi fossimo veramente, perderemmo la nostra bussola interiore e subiremmo un'insostenibile crisi della nostra identità, che dev'essere altresì ben consolidata. Perciò, è vero che ogni nostro nuovo agire comporta una specie di ri-cominciamento da parte nostra – che prevede un fare tabula rasa di tutte le esperienze positive e negative fino a quel momento vissute – ma se perdessimo con ciò la cognizione di chi siamo davvero – che è una summa di cosa abbiamo fatto fino a quel momento – allora diverremmo totalmente incapaci di agire. Noi siamo il risultato di tutte le esperienze che ci sono capitate dal giorno della nostra nascita ad oggi. Nessuno di noi può nutrire la seria pretesa di sbarazzarsi della propria identità, pena il proprio esser-ci nel mondo. Di una cosa perlomeno dobbiamo dare atto a Nietzsche: se non ci dimenticassimo, seppur solo momentaneamente, ciò che siamo stati e ciò che abbiamo compiuto in passato, non saremmo mai niente e non compieremmo mai nulla in futuro. Dimenticare, a volte, non solo è indispensabile ma è anche salutare per la nostra anima; così come lo è ricordare.
Per rimanere ancora a Nietzsche, gli uomini secondo lui si dividono in due categorie: storici e sovra-storici (Eraclito e Schopenhauer). I primi non sanno far altro che tessere le lodi delle macerie del passato e sono conservatori fino al midollo; i secondi, invece, camminano sopra le macerie del passato come se nulla fosse e sono progressisti fino alla morte. Ma cosa vuol dire essere conservatore e cosa, invece, essere progressista. Il primo non crede nel migliore dei mondi possibili, altresì il secondo non solo vi crede con tutto se stesso ma pensa pure che sia doveroso creder-vi, al fine di raggiungere una condizione di paradiso in questa terra – essendo lui scettico e perciò duro-a-credere in un paradiso situato in chissà quale remoto Altrove.
Ritornando ai conservatori – i cui aspetti salienti ci siamo qui premurati d'indagare a fondo –, dall'alto della loro presunta onniscienza, essi prevedono che se le storie dei popoli sono state fin qui divise, tali rimarranno nei giorni a venire. E non vi è speranza alcuna che, susseguendosi le generazioni, le cose possano cambiare. Ma se solo questa nenia fosse vera, essi allora dovrebbero spiegarci su quali fondamenta siano state edificate le grandi civiltà del passato che loro stimano tanto, sopra ogni altra cosa. Dovrebbero così spiegarci nei dettagli – se quanto dicono è vero – come abbia fatto Roma a diventare caput mundi, ovvero il centro e il fulcro del mondo fino allora conosciuto, da insignificante villaggio – abitato da una popolazione barbara – qual era. Oppure come abbia fatto una semplice e disadorna idea di nazione, precisamente la nostra nazione, a diventare da semplice schizzo sulla carta a vera e propria compagine nazionale, unita sotto un'unica bandiera e in un solo inno di fede e di speranza – dalle Alpi alla punta più estrema dello Stivale (isole comprese).
I sogni sono destinati a rimanere tali solo fino a quando i tempi non saranno maturi per l'avvento di individui sovra-storici, quali sono stati Cesare e Augusto da una parte e Mazzini, Garibaldi e Cavour dall'altra: ovvero fino a che questi non troveranno qualcuno che creda davvero nella loro concreta realizzazione. Se il mondo fosse stato anche solo un minimo conservatore, non avrebbe mai prodotto simili ingegni e non sarebbe mai arrivato ad essere quello che è ora, con tutto quello che di positivo e negativo ne consegue. Con tutta probabilità se il mondo fosse stato veramente conservatore non saremmo mai fuoriusciti dalla caverna di cui ci parla in uno dei suoi miti Platone e ci saremmo accontentati di fissare increduli la nostra ombra tremolante nella parete. E avremmo avuto mille volte torto, privandoci di quello spettacolo grandioso che è il Sole e di quella gioia immensa che vi è nel rimirarlo incantati. Il Sole – di cui ci ha parlato allegoricamente Platone – altro non è che il sole della conoscenza, che ci ha sottratto ad una vita di schiavitù certa.
Al giorno d'oggi ci vengono riproposti, conditi in tutte salse, nuovi ed altrettanto edificanti sogni, com'erano all'origine Roma caput mundi e l'Italia unita. Su tutti ne spicca uno per imponenza: l'Europa unita! A molti questo sogno potrebbe apparire una blasfemia. Un passato di soprusi inconfessabili, di violenze inaudite e di guerre fratricide non sembrerebbe dar loro torto, anzi... E la Storia considerata a sproposito maestra di vita sembrerebbe dar loro ragione. Del resto essa è sempre stata ben felice di salire sul carro dei vincitori e render conto solo ai fatti, trascurando i ben più importanti ante-fatti. (Abbiamo visto come i fatti prima di diventare tali erano inizialmente solo dei sogni e pure dei più irrealizzabili...) Crediamo che un'Europa unita non solo sia possibile ma pure auspicabile, visti i tempi che corrono. Più precisamente crediamo sia possibile una Confederazione degli stati europei, senza che nessuno dei paesi aderenti accantoni la propria lingua e le proprie usanze – che anzi potrebbero diventare patrimonio comune dei futuri Stati Uniti d'Europa. Proprio la diversità sarà di gran lunga la nostra ricchezza e il nostro punto di forza. Paradossalmente, le nostre comuni radici europee affondano nel terreno melmoso di un passato lacerato e addirittura in esso trovano la loro preziosa linfa vitale. Le divisioni del nostro passato, dunque, a maggior ragione ci uniscono in un connubio tanto più inestricabile. L'insopprimibile necessità di non ripetere gli errori fin qui commessi, ci induce a sperare di poter essere un giorno ancor più uniti sotto un'unica bandiera: europea!
9.2.07
Civiltà greco-latina: Premessa storico-sociale / 1
(corso tenuto dal professor Giuseppe Girgenti)
Appunti, considerazioni, riflessioni
Solitamente si fa cominciare la storia antica con la storia greca e più precisamente con la nascita delle poleis, avvenuta attorno al IX secolo a.c.
La civiltà greca fu caratterizzata, sostanzialmente, da tre fasi:
- ellenizzazione: periodo in cui il mondo ellenico si espande a macchia d'olio grazie alle conquiste di Alessandro Magno;
- romanizzazione: sincretismo tra civiltà greca e latina – non a caso la lingua colta a Roma diviene il greco;
- cristianizzazione: la religione cristiana ingloba entrambe le civiltà.
I primi storici greci furono Erodoto e Tucidide, che vissero e raccontarono la storia in presa diretta; per questo all'epoca non fu possibile distinguere la storia dalla cronaca – distinzione questa che avverrà in seguito. Il primo, Erodoto, raccontava la guerra contro i persiani, mentre il secondo, Tucidide, narrava la famosa guerra del Peloponneso tra ateniesi e spartani. Entrambi furono per la storia quello che Platone e Aristotele furono per la filosofia.
La storia, va precisato, non è una scienza esatta e non ha alcun interesse a diventarlo. Essa ha a che fare con fatti contingenti ma non necessari; può essere ideologica, intesa come fattore che cerca di giustificare o spiegare un determinato accadimento storico (vedi l'esauriente spiegazione data da Marx ne L'ideologia tedesca).
Le civiltà minoica e micenea furono le progenitrici dirette di quella greca. A proposito di queste due civiltà si hanno solo fonti mitologiche e perlopiù indirette. Si sa che la civiltà minoica confluì poi in quella micenea. Non è un caso dunque che si faccia cominciare la storia greca attorno al 1200 a.c., cioè quando la civiltà micenea venne conquistata da un popolo nordico (di area germanica), gli achei – coi quali si mescolò. Altre popolazioni colonizzatrici furono i dori, ovvero gli spartani – i quali si consideravano discendenti di Eracle o Ercole e per questo si facevano chiamare anche eracli; gli ioni, nell'Attica e nelle Cicladi; gli eoli, in Tessaglia. A poco a poco queste tribù divennero stanziali, pur rimanendo gruppi senza un'unità politica vera e propria. Tuttavia si conservò pressoché intatto l'ideale panellenico, che pretendeva l'unificazione degli eterogenei popoli greci, ma pur sempre provenienti dallo stesso ceppo e professanti la medesima religione olimpica.
La città di Sparta era la più antica delle poleis greche e venne costituita dai dori, popolazione indoeuropea. Sparta era strutturata in tre classi sociali:
- gli spartiati, appartenenti al ceto dominante;
- i perieci (letteralmente “quelli che abitavano intorno”), ovvero commercianti e artigiani;
- gli iloti, i cosiddetti “servi della gleba”.
I giovani spartani venivano formati in un'educazione fortemente militarizzata. Nello specifico essi venivano riuniti in speciali confraternite, dov'erano addestrati sia in esercizi ginnici ma anche poetici. L'istituzione del matrimonio godeva di scarso credito presso gli spartani. Emblematico fu il fatto che tre fratelli potevano, addirittura, spartirsi una moglie. Contro simili costumi si scagliò la potente invettiva dell'ateniese Pericle, che non tollerava il sacrificio del singolo individuo sull'altare della collettività. Pericle fu altresì persuaso che l'interesse della polis coincidesse con la somma degli interessi privati, cioè era convinto che più si fosse lasciato campo d'azione al singolo e maggiore sarebbe stato l'apporto che questi avrebbe dato all'intera collettività! Memorabile fu un suo discorso riportato da Tucidide, in cui il grande uomo politico ateniese sintetizzava efficacemente la filosofia della sua polis: “Siamo attratti dal bello ma con misura. Amiamo la sapienza ma non con mollezza. Noi siamo la scuola dell'Ellade”. In una diversa prospettiva si pose Platone, invece, il quale fu uno dei più grandi estimatori del forte modello di governo spartano, presieduto da un'irreprensibile aristocrazia militare; a differenza del debole modello ateniese, presieduto altresì da una corrotta plutocrazia commerciale. Egli considerava: governo dei migliori, il primo, e, governo dei più ricchi, il secondo. Del resto non poteva essere diversamente per l'acclamato autore de La repubblica – opera questa che più di ogni altra risulta il suo testamento filosofico vero e proprio, scritta peraltro nel periodo in cui Atene uscì sconfitta dalla guerra contro Sparta e dove, appunto, al governo vi era una tirannide d'ispirazione spartana. Non a caso queste due diverse concezioni, una spartana e l'altra ateniese, sarebbero proprio all'origine delle moderne divisioni e incomprensioni tra socialisti e liberisti.
Nel libro II delle Storie, Erodoto si soffermò sulla religione greca. Omero ed Esiodo invece furono quelli che cominciarono a fissare la religione olimpica, dando così un preciso ordine al pantheon delle divinità: il loro numero fu fissato a dodici ed esse procedettero a coppie, a partire dalla prima coppia formata da Zeus/Era. Sant'Agostino, riguardo agli dèi pagani, formulò alcune ipotesi tra cui: o non esistono e sono solo invenzioni dei poeti; oppure esistono ma sono nientemeno che demoni, vie di mezzo cioè tra il divino e l'umano i quali si prendono gioco dei poveri e sciocchi umani (questa, tra l'altro, era la convinzione dello stesso Agostino). Questa concezione agostiniana sui demoni verrà poi ripresa dal Cristianesimo medievale, ossessionato dalla presenza incessante di queste divinità maligne, in contrapposizione con il Dio buono.
La religiosità greca è di natura mitica, a differenza di quella romana, che è di natura politica. Oltre ad essere una teologia mitica è anche fisica, ossia gli dèi vengono fatti coincidere con gli elementi naturali – credenza questa diffusa dagli stoici. La teologia mitica non è propriamente la migliore, poiché assegna delle passioni fin troppo umane, spesso anche negative, alle divinità. Come afferma Platone ne La repubblica, onde evitare spiacevoli equivoci occorre dunque sorvolare sulle passioni negative delle divinità per non pregiudicare l'ordine naturale all'interno della polis. Infatti egli sostiene che sia meglio bandire quei poeti che inculcano strane credenze sulle divinità e nel sostenere ciò pensa, soprattutto, alle figure di Omero e di Esiodo. La teologia fisica, invece, nella misura in cui demitologizza, porta dritta all'ateismo e al peggior nemico di qualsivoglia religione: il materialismo, ovvero quella credenza secondo cui la materia non è che la risultante di un aggregato di atomi. Materialismo che verrà poi ripreso dalla setta degli epicureisti. Quella epicurea fu una morale privata che si pose in alternativa alla morale pubblica platonica-aristotelica.
Oltre al materialismo vi fu però anche un'altra corrente che fa capo al sofista Protagora: l'agnosticismo. Agnostico era colui che dice – come Protagora – né di credere né di non credere, principalmente per due ragioni: l'oscurità e la brevità della vita umana. Infine c'era chi, come Poseidonio, credeva in un'unica Sapienza, capace di accomunare tutte le dottrine e tutti i popoli – la filosofia perciò può venire intesa come ricerca di questa antichissima Sapienza sepolta. Tanto più un testo era antico, tanto più questo si approssimava al divino! In sostanza, secondo Poseidonio, gli antichi erano fra tutti quelli più vicini al divino.
Il platonismo venne pian piano conglomerato nel cristianesimo. Filone di Alessandria credeva, addirittura, che il Timeo platonico non fosse nient'altro che una rielaborazione della Genesi. Clemente Alessandrino credeva, invece, che il platonismo fosse stato una fase preparatoria del cristianesimo. Questi affermava, inoltre, che il figlio di Dio fosse scaturito dal Logos – o Logica – del Padre, oltre ad essere il medium che ha fatto da tramite per la creazione del mondo. Il Logos con Clemente, quindi, assunse i connotati di un disegno razionale, riconducibile al “mondo delle idee” platonico. Ogni uomo, in quanto essere razionale, poteva connaturare qualche frammento o “scintilla” divina – per usare un'espressione tanto cara alla “gnosi” –, che gli permetteva di giungere alla Verità. Clemente sottolineò, infine, che l'aspetto della ratio divina fosse derivato dagli ebrei (con Mosè e gli altri profeti) e dai greci (con Platone e gli altri filosofi). Dunque secondo quest'ottica, Cristo divenne il mediatore tra due civiltà: ebraica ed ellenica. In definitiva, il Cristianesimo fondeva mirabilmente due esperimenti ad esso precedenti quali: la tradizione profetica ebraica e la filosofia greca.
A Babilonia si fece discendere l'origine della filosofia a Zoroastro, vivente all'epoca di Ciro il Grande. Dallo zoroastrismo, poi, si originò la filosofia greca. Queste influenze dello zoroastrismo furono particolarmente evidenti nel pitagorismo. Non è da escludere che Pitagora, vivendo a Samo – isola vicina all'Anatolia, dunque aperta alle influenze persiane – e viaggiando molto, si fosse potuto trovare a stretto contatto con lo zoroastrismo, rimanendone a sua volta direttamente influenzato.
Riassumiamo ora le tappe principali della storia greca:
Il periodo compreso tra il 1200 e l'800 a.c. rimase piuttosto oscuro, non a caso diversi storici furono concordi nel definirlo – data la sua pressoché totale oscurità – “Medio Evo ellenico”, l'unico evento degno di nota fu la guerra di Troia e la successiva produzione, nonché diffusione, dei miti omerici.
Nel 776 a. c. si svolse, ad Olimpia , la prima Olimpiade, il cui obiettivo fu quello di veicolare l'ideale panellenico mediante i Giochi e l'agonismo. Qui infatti confluirono membri di tutte le tribù greche.
Dal VII al IV secolo a. c. si ebbe l'apogeo della civiltà greca. Quest'epoca costituì il “faro” del periodo classico e vide la fioritura di tutte le fondamentali discipline. La regina incontrastata di questo periodo fu la filosofia, grazie a Platone e ad Aristotele. Inoltre, sempre prodotto di questo periodo, fu il cosmopolitismo diffusosi con l'avvento al potere del carismatico e leggendario Alessandro Magno.
L'impero costruito da Alessandro, subito dopo la sua morte, si sgretolò e si frazionò in più dinastie, tra cui quella dei tolomei che stabilì la propria sede ad Alessandria – luogo in cui venne conservata un'imponente biblioteca. Qui appunto si spostò il baricentro culturale della civiltà greca.
Nel 146 a.c. Roma conquistò la Grecia. Il rapporto tra la civiltà greca e quella romana non fu mai lineare. A differenza dei greci, i romani non schiavizzarono mai i popoli sottomessi e lo stesso fecero coi greci. I romani, infatti, si appropriarono degli aspetti migliori della civiltà greca. Si pensi alla religione romana, ricalcata sullo stesso modello di quella greca. Esse si differenziavano soltanto per i nomi delle singole divinità, mentre il loro ruolo rimase pressoché invariato. In definitiva, con il sopraggiungere dell'Impero romano, vi fu un ritorno al cosmopolitismo di Alessandro e dalla polis si passò definitivamente alla cosmopolis...
Appunti, considerazioni, riflessioni
di Marco Apolloni
Solitamente si fa cominciare la storia antica con la storia greca e più precisamente con la nascita delle poleis, avvenuta attorno al IX secolo a.c.La civiltà greca fu caratterizzata, sostanzialmente, da tre fasi:
- ellenizzazione: periodo in cui il mondo ellenico si espande a macchia d'olio grazie alle conquiste di Alessandro Magno;
- romanizzazione: sincretismo tra civiltà greca e latina – non a caso la lingua colta a Roma diviene il greco;
- cristianizzazione: la religione cristiana ingloba entrambe le civiltà.
I primi storici greci furono Erodoto e Tucidide, che vissero e raccontarono la storia in presa diretta; per questo all'epoca non fu possibile distinguere la storia dalla cronaca – distinzione questa che avverrà in seguito. Il primo, Erodoto, raccontava la guerra contro i persiani, mentre il secondo, Tucidide, narrava la famosa guerra del Peloponneso tra ateniesi e spartani. Entrambi furono per la storia quello che Platone e Aristotele furono per la filosofia.
La storia, va precisato, non è una scienza esatta e non ha alcun interesse a diventarlo. Essa ha a che fare con fatti contingenti ma non necessari; può essere ideologica, intesa come fattore che cerca di giustificare o spiegare un determinato accadimento storico (vedi l'esauriente spiegazione data da Marx ne L'ideologia tedesca).
Le civiltà minoica e micenea furono le progenitrici dirette di quella greca. A proposito di queste due civiltà si hanno solo fonti mitologiche e perlopiù indirette. Si sa che la civiltà minoica confluì poi in quella micenea. Non è un caso dunque che si faccia cominciare la storia greca attorno al 1200 a.c., cioè quando la civiltà micenea venne conquistata da un popolo nordico (di area germanica), gli achei – coi quali si mescolò. Altre popolazioni colonizzatrici furono i dori, ovvero gli spartani – i quali si consideravano discendenti di Eracle o Ercole e per questo si facevano chiamare anche eracli; gli ioni, nell'Attica e nelle Cicladi; gli eoli, in Tessaglia. A poco a poco queste tribù divennero stanziali, pur rimanendo gruppi senza un'unità politica vera e propria. Tuttavia si conservò pressoché intatto l'ideale panellenico, che pretendeva l'unificazione degli eterogenei popoli greci, ma pur sempre provenienti dallo stesso ceppo e professanti la medesima religione olimpica.
La città di Sparta era la più antica delle poleis greche e venne costituita dai dori, popolazione indoeuropea. Sparta era strutturata in tre classi sociali:
- gli spartiati, appartenenti al ceto dominante;
- i perieci (letteralmente “quelli che abitavano intorno”), ovvero commercianti e artigiani;
- gli iloti, i cosiddetti “servi della gleba”.
I giovani spartani venivano formati in un'educazione fortemente militarizzata. Nello specifico essi venivano riuniti in speciali confraternite, dov'erano addestrati sia in esercizi ginnici ma anche poetici. L'istituzione del matrimonio godeva di scarso credito presso gli spartani. Emblematico fu il fatto che tre fratelli potevano, addirittura, spartirsi una moglie. Contro simili costumi si scagliò la potente invettiva dell'ateniese Pericle, che non tollerava il sacrificio del singolo individuo sull'altare della collettività. Pericle fu altresì persuaso che l'interesse della polis coincidesse con la somma degli interessi privati, cioè era convinto che più si fosse lasciato campo d'azione al singolo e maggiore sarebbe stato l'apporto che questi avrebbe dato all'intera collettività! Memorabile fu un suo discorso riportato da Tucidide, in cui il grande uomo politico ateniese sintetizzava efficacemente la filosofia della sua polis: “Siamo attratti dal bello ma con misura. Amiamo la sapienza ma non con mollezza. Noi siamo la scuola dell'Ellade”. In una diversa prospettiva si pose Platone, invece, il quale fu uno dei più grandi estimatori del forte modello di governo spartano, presieduto da un'irreprensibile aristocrazia militare; a differenza del debole modello ateniese, presieduto altresì da una corrotta plutocrazia commerciale. Egli considerava: governo dei migliori, il primo, e, governo dei più ricchi, il secondo. Del resto non poteva essere diversamente per l'acclamato autore de La repubblica – opera questa che più di ogni altra risulta il suo testamento filosofico vero e proprio, scritta peraltro nel periodo in cui Atene uscì sconfitta dalla guerra contro Sparta e dove, appunto, al governo vi era una tirannide d'ispirazione spartana. Non a caso queste due diverse concezioni, una spartana e l'altra ateniese, sarebbero proprio all'origine delle moderne divisioni e incomprensioni tra socialisti e liberisti.
Nel libro II delle Storie, Erodoto si soffermò sulla religione greca. Omero ed Esiodo invece furono quelli che cominciarono a fissare la religione olimpica, dando così un preciso ordine al pantheon delle divinità: il loro numero fu fissato a dodici ed esse procedettero a coppie, a partire dalla prima coppia formata da Zeus/Era. Sant'Agostino, riguardo agli dèi pagani, formulò alcune ipotesi tra cui: o non esistono e sono solo invenzioni dei poeti; oppure esistono ma sono nientemeno che demoni, vie di mezzo cioè tra il divino e l'umano i quali si prendono gioco dei poveri e sciocchi umani (questa, tra l'altro, era la convinzione dello stesso Agostino). Questa concezione agostiniana sui demoni verrà poi ripresa dal Cristianesimo medievale, ossessionato dalla presenza incessante di queste divinità maligne, in contrapposizione con il Dio buono.
La religiosità greca è di natura mitica, a differenza di quella romana, che è di natura politica. Oltre ad essere una teologia mitica è anche fisica, ossia gli dèi vengono fatti coincidere con gli elementi naturali – credenza questa diffusa dagli stoici. La teologia mitica non è propriamente la migliore, poiché assegna delle passioni fin troppo umane, spesso anche negative, alle divinità. Come afferma Platone ne La repubblica, onde evitare spiacevoli equivoci occorre dunque sorvolare sulle passioni negative delle divinità per non pregiudicare l'ordine naturale all'interno della polis. Infatti egli sostiene che sia meglio bandire quei poeti che inculcano strane credenze sulle divinità e nel sostenere ciò pensa, soprattutto, alle figure di Omero e di Esiodo. La teologia fisica, invece, nella misura in cui demitologizza, porta dritta all'ateismo e al peggior nemico di qualsivoglia religione: il materialismo, ovvero quella credenza secondo cui la materia non è che la risultante di un aggregato di atomi. Materialismo che verrà poi ripreso dalla setta degli epicureisti. Quella epicurea fu una morale privata che si pose in alternativa alla morale pubblica platonica-aristotelica.
Oltre al materialismo vi fu però anche un'altra corrente che fa capo al sofista Protagora: l'agnosticismo. Agnostico era colui che dice – come Protagora – né di credere né di non credere, principalmente per due ragioni: l'oscurità e la brevità della vita umana. Infine c'era chi, come Poseidonio, credeva in un'unica Sapienza, capace di accomunare tutte le dottrine e tutti i popoli – la filosofia perciò può venire intesa come ricerca di questa antichissima Sapienza sepolta. Tanto più un testo era antico, tanto più questo si approssimava al divino! In sostanza, secondo Poseidonio, gli antichi erano fra tutti quelli più vicini al divino.
Il platonismo venne pian piano conglomerato nel cristianesimo. Filone di Alessandria credeva, addirittura, che il Timeo platonico non fosse nient'altro che una rielaborazione della Genesi. Clemente Alessandrino credeva, invece, che il platonismo fosse stato una fase preparatoria del cristianesimo. Questi affermava, inoltre, che il figlio di Dio fosse scaturito dal Logos – o Logica – del Padre, oltre ad essere il medium che ha fatto da tramite per la creazione del mondo. Il Logos con Clemente, quindi, assunse i connotati di un disegno razionale, riconducibile al “mondo delle idee” platonico. Ogni uomo, in quanto essere razionale, poteva connaturare qualche frammento o “scintilla” divina – per usare un'espressione tanto cara alla “gnosi” –, che gli permetteva di giungere alla Verità. Clemente sottolineò, infine, che l'aspetto della ratio divina fosse derivato dagli ebrei (con Mosè e gli altri profeti) e dai greci (con Platone e gli altri filosofi). Dunque secondo quest'ottica, Cristo divenne il mediatore tra due civiltà: ebraica ed ellenica. In definitiva, il Cristianesimo fondeva mirabilmente due esperimenti ad esso precedenti quali: la tradizione profetica ebraica e la filosofia greca.
A Babilonia si fece discendere l'origine della filosofia a Zoroastro, vivente all'epoca di Ciro il Grande. Dallo zoroastrismo, poi, si originò la filosofia greca. Queste influenze dello zoroastrismo furono particolarmente evidenti nel pitagorismo. Non è da escludere che Pitagora, vivendo a Samo – isola vicina all'Anatolia, dunque aperta alle influenze persiane – e viaggiando molto, si fosse potuto trovare a stretto contatto con lo zoroastrismo, rimanendone a sua volta direttamente influenzato.
Riassumiamo ora le tappe principali della storia greca:
Il periodo compreso tra il 1200 e l'800 a.c. rimase piuttosto oscuro, non a caso diversi storici furono concordi nel definirlo – data la sua pressoché totale oscurità – “Medio Evo ellenico”, l'unico evento degno di nota fu la guerra di Troia e la successiva produzione, nonché diffusione, dei miti omerici.
Nel 776 a. c. si svolse, ad Olimpia , la prima Olimpiade, il cui obiettivo fu quello di veicolare l'ideale panellenico mediante i Giochi e l'agonismo. Qui infatti confluirono membri di tutte le tribù greche.
Dal VII al IV secolo a. c. si ebbe l'apogeo della civiltà greca. Quest'epoca costituì il “faro” del periodo classico e vide la fioritura di tutte le fondamentali discipline. La regina incontrastata di questo periodo fu la filosofia, grazie a Platone e ad Aristotele. Inoltre, sempre prodotto di questo periodo, fu il cosmopolitismo diffusosi con l'avvento al potere del carismatico e leggendario Alessandro Magno.
L'impero costruito da Alessandro, subito dopo la sua morte, si sgretolò e si frazionò in più dinastie, tra cui quella dei tolomei che stabilì la propria sede ad Alessandria – luogo in cui venne conservata un'imponente biblioteca. Qui appunto si spostò il baricentro culturale della civiltà greca.
Nel 146 a.c. Roma conquistò la Grecia. Il rapporto tra la civiltà greca e quella romana non fu mai lineare. A differenza dei greci, i romani non schiavizzarono mai i popoli sottomessi e lo stesso fecero coi greci. I romani, infatti, si appropriarono degli aspetti migliori della civiltà greca. Si pensi alla religione romana, ricalcata sullo stesso modello di quella greca. Esse si differenziavano soltanto per i nomi delle singole divinità, mentre il loro ruolo rimase pressoché invariato. In definitiva, con il sopraggiungere dell'Impero romano, vi fu un ritorno al cosmopolitismo di Alessandro e dalla polis si passò definitivamente alla cosmopolis...
3.2.07
Civiltà greco-latina: Max Pohlenz e L'uomo greco / 2
(corso tenuto dal professor Giuseppe Girgenti)
Appunti, considerazioni, riflessioni
Max Pohlenz, filologo tedesco, compose il saggio L'uomo greco nel 1945 e lo pubblicò poi nel '46. Lo dedicò: “All'uomo tedesco nel momento del più estremo bisogno certo di una sua rinascita spirituale”. Il suo intento esplicitato fu dunque proporre ai tedeschi un modello nuovo – possibilmente più edificante di quello proposto dal nazismo – di rinascita spirituale. Un aspetto, in particolare, pervase quest'opera: la fondazione della civiltà greca avvenne grazie alla colonizzazione degli achei, popolo di area germanica. Da qui Pohlenz ricama una sorta di parallelismo tra l'uomo greco di una volta e l'uomo tedesco di oggi e lo utilizzò a mo' di paradigma. Inoltre egli propose un voluto accostamento tra gli stoici di origine semitica e gli achei di origine germanica, per cercare di creare un arduo quanto insperato gemellaggio tra due popoli in così netta antitesi, quale quello ebreo e quello tedesco. Dunque negli intenti di Pohlenz vi fu pure quello di scovare un antidoto all'antisemitismo che dilagò nel suo Paese, finanche a risucchiare il suo popolo nel vortice distruttivo del nazismo, che poi determinò l'ecatombe dell'Olocausto e l'immane carneficina della Seconda Guerra mondiale.
Qui Pohlenz sostenne la tesi per cui: la formazione o paideia della civiltà greca fu essenzialmente di stampo politico-letterario. Egli mirò a rettificare certe linee guida del pensiero greco, limitandosi ad analizzarne giusto tre: il vero, il bello, il bene. Il primo riguardava la filosofia e alle scienze; il secondo invece l'arte in tutte le sue plurime sfaccettature (architettura, scultura, erotica) ma anche lo sport (la bellezza degli atleti spesso e volentieri veniva usata dagli artisti, specialmente dagli scultori, per ricavarne opere memorabili); il terzo, infine, alla politica, ovvero la scienza che persegue il bene comune. Inoltre Pohlenz indagò i tre rapporti intrattenuti dall'uomo greco:
- il rapporto dell'uomo, dell'io, con il destino (la moira), che viene mirabilmente testimoniato nel genere letterario della tragedia; nei poemi omerici infatti, a seconda di come si accetti o meno il proprio destino, scaturisce l'umana felicità oppure infelicità;
- il rapporto, poi, dell'uomo con il divino, vedi i vari culti (orfismo, misteri eleusini, religione olimpica, eccetera);
- il rapporto, infine, con la comunità; l'uomo greco infatti non riesce a concepirsi se non all'interno di una qualche collettività, essendo parte integrante della propria polis. Trattasi dell'identificazione uomo-cittadino, in cui un uomo non può dirsi tale se non è al contempo anche un valente cittadino – tant'è che in epoca ellenistica, in cui si affermava preponderante l'ideale cosmopolita di Alessandro, l'equiparazione uomo-cittadino subisce un forte decadimento.
Esistevano, poi, secondo Pohlenz tre termini basilari per i greci:
- psyche, anima (in Omero è l'ombra del morto che vaga errabonda nell'Ade);
- thymos, animo;
- phren, ragione.
Tutti e tre possono simboleggiare la stessa cosa ed essere considerati “sede dell'io”. La psyche ha una connotazione orfica e sottende il demone interiore o daimon socratico. Inoltre, possiede due differenti accezioni: la prima, soffio vitale, respiro, adito; la seconda, ombra errabonda – come risulta nei poemi omerici. Thymos è propriamente l'aspetto passionale dell'impeto umano ed ha quattro diverse accezioni: la prima, vita, principio vitale; la seconda, desiderio, brama, componente afrodisiaco-erotica; la terza, riguarda due aspetti negativi dell'anima passionale quali la concupiscenza e l'irascibilità – all'estremo opposto si collocano invece la temperanza e il coraggio; la quarta, piaceri del sesso, del bere, del cibo. Phren è strettamente connesso alla ghiandola pineale o epifisi collocata nell'encefalo e sede – secondo alcuni – dell'anima; esso ha una sola accezione: ragione, saggezza – ovvero coinvolge l'aspetto razionale, in Omero come in Platone.
Pohlenz, quindi, si soffermò sulle differenze che intercorrevano tra la religione cristiana e quella olimpica – a parte il fatto, per i più scontato, che la prima era monoteista, laddove la seconda invece era politeista:
- per la religione cristiana, la creazione avviene ex nihilo, ossia dal nulla, mentre per la religione olimpica la creazione è già preesistente;
- il Dio cristiano crea gli uomini, mentre gli dèi e gli uomini secondo la religione olimpica sono increati, inoltre, mentre i primi sono immortali, i secondi sono mortali;
- per i cristiani Dio si è rivelato, mentre per gli dèi greci non vi è necessità alcuna di rivelarsi; essi infatti credono che il divino sia espressione della forza cosmica e addirittura gli stoici ritengono che i nomi degli dèi rispecchino, con una certa approssimazione, i nomi degli elementi naturali;
- il Dio cristiano impone i suoi comandamenti, mentre le divinità olimpiche non impongono alcunché e vengono oltretutto accese da passioni “umane troppo umane”;
- per la religione cristiana il peccato è un comportamento offensivo nei confronti della divinità, mentre per la religione olimpica il termine “peccato” non esiste neppure e semmai il comportarsi male è piuttosto indice di “non sapere”;
- per i cristiani la colpa è frutto della disubbidienza verso Dio e quest'onta può essere lavata solo mediante la redenzione, mentre i greci non avendo alcuna colpa da lavare non si pongono nemmeno l'esigenza di redimersi.
Pohlenz, infine, individuò anche dei punti deboli della civiltà greca quali:
- l'omosessualità;
- l'eugenetica, ovvero quella tendenza – poi fatta propria dai folli scienziati nazisti – di migliorare artificialmente la propria razza, che vide in Sparta la sua più nefanda espressione. Si pensi a quei neonati handicappati che venivano buttati giù dalla rupe perché inquinanti la virile razza spartana, con la loro spregevole debolezza;
- la donna nella grecità antica veniva ritenuta inferiore all'uomo, seppur con qualche rara eccezione – vedi il ruolo che ne dà Platone ne La repubblica;
- giustificazione della schiavitù per motivi di natura economica – persino Aristotele la giustificava;
- sopravvalutare la forma e di conseguenza screditare il contenuto;
- l'impulso all'autodeterminazione di ciascuno si è via via tramutato in un egoismo sfrenato che liquida la libertà stessa degli individui (n.d.r: questa è la medesima critica che, in un certo senso, può venire fatta all'odierno capitalismo...).
Appunti, considerazioni, riflessioni
di Marco Apolloni
Max Pohlenz, filologo tedesco, compose il saggio L'uomo greco nel 1945 e lo pubblicò poi nel '46. Lo dedicò: “All'uomo tedesco nel momento del più estremo bisogno certo di una sua rinascita spirituale”. Il suo intento esplicitato fu dunque proporre ai tedeschi un modello nuovo – possibilmente più edificante di quello proposto dal nazismo – di rinascita spirituale. Un aspetto, in particolare, pervase quest'opera: la fondazione della civiltà greca avvenne grazie alla colonizzazione degli achei, popolo di area germanica. Da qui Pohlenz ricama una sorta di parallelismo tra l'uomo greco di una volta e l'uomo tedesco di oggi e lo utilizzò a mo' di paradigma. Inoltre egli propose un voluto accostamento tra gli stoici di origine semitica e gli achei di origine germanica, per cercare di creare un arduo quanto insperato gemellaggio tra due popoli in così netta antitesi, quale quello ebreo e quello tedesco. Dunque negli intenti di Pohlenz vi fu pure quello di scovare un antidoto all'antisemitismo che dilagò nel suo Paese, finanche a risucchiare il suo popolo nel vortice distruttivo del nazismo, che poi determinò l'ecatombe dell'Olocausto e l'immane carneficina della Seconda Guerra mondiale.Qui Pohlenz sostenne la tesi per cui: la formazione o paideia della civiltà greca fu essenzialmente di stampo politico-letterario. Egli mirò a rettificare certe linee guida del pensiero greco, limitandosi ad analizzarne giusto tre: il vero, il bello, il bene. Il primo riguardava la filosofia e alle scienze; il secondo invece l'arte in tutte le sue plurime sfaccettature (architettura, scultura, erotica) ma anche lo sport (la bellezza degli atleti spesso e volentieri veniva usata dagli artisti, specialmente dagli scultori, per ricavarne opere memorabili); il terzo, infine, alla politica, ovvero la scienza che persegue il bene comune. Inoltre Pohlenz indagò i tre rapporti intrattenuti dall'uomo greco:
- il rapporto dell'uomo, dell'io, con il destino (la moira), che viene mirabilmente testimoniato nel genere letterario della tragedia; nei poemi omerici infatti, a seconda di come si accetti o meno il proprio destino, scaturisce l'umana felicità oppure infelicità;
- il rapporto, poi, dell'uomo con il divino, vedi i vari culti (orfismo, misteri eleusini, religione olimpica, eccetera);
- il rapporto, infine, con la comunità; l'uomo greco infatti non riesce a concepirsi se non all'interno di una qualche collettività, essendo parte integrante della propria polis. Trattasi dell'identificazione uomo-cittadino, in cui un uomo non può dirsi tale se non è al contempo anche un valente cittadino – tant'è che in epoca ellenistica, in cui si affermava preponderante l'ideale cosmopolita di Alessandro, l'equiparazione uomo-cittadino subisce un forte decadimento.
Esistevano, poi, secondo Pohlenz tre termini basilari per i greci:
- psyche, anima (in Omero è l'ombra del morto che vaga errabonda nell'Ade);
- thymos, animo;
- phren, ragione.
Tutti e tre possono simboleggiare la stessa cosa ed essere considerati “sede dell'io”. La psyche ha una connotazione orfica e sottende il demone interiore o daimon socratico. Inoltre, possiede due differenti accezioni: la prima, soffio vitale, respiro, adito; la seconda, ombra errabonda – come risulta nei poemi omerici. Thymos è propriamente l'aspetto passionale dell'impeto umano ed ha quattro diverse accezioni: la prima, vita, principio vitale; la seconda, desiderio, brama, componente afrodisiaco-erotica; la terza, riguarda due aspetti negativi dell'anima passionale quali la concupiscenza e l'irascibilità – all'estremo opposto si collocano invece la temperanza e il coraggio; la quarta, piaceri del sesso, del bere, del cibo. Phren è strettamente connesso alla ghiandola pineale o epifisi collocata nell'encefalo e sede – secondo alcuni – dell'anima; esso ha una sola accezione: ragione, saggezza – ovvero coinvolge l'aspetto razionale, in Omero come in Platone.
Pohlenz, quindi, si soffermò sulle differenze che intercorrevano tra la religione cristiana e quella olimpica – a parte il fatto, per i più scontato, che la prima era monoteista, laddove la seconda invece era politeista:
- per la religione cristiana, la creazione avviene ex nihilo, ossia dal nulla, mentre per la religione olimpica la creazione è già preesistente;
- il Dio cristiano crea gli uomini, mentre gli dèi e gli uomini secondo la religione olimpica sono increati, inoltre, mentre i primi sono immortali, i secondi sono mortali;
- per i cristiani Dio si è rivelato, mentre per gli dèi greci non vi è necessità alcuna di rivelarsi; essi infatti credono che il divino sia espressione della forza cosmica e addirittura gli stoici ritengono che i nomi degli dèi rispecchino, con una certa approssimazione, i nomi degli elementi naturali;
- il Dio cristiano impone i suoi comandamenti, mentre le divinità olimpiche non impongono alcunché e vengono oltretutto accese da passioni “umane troppo umane”;
- per la religione cristiana il peccato è un comportamento offensivo nei confronti della divinità, mentre per la religione olimpica il termine “peccato” non esiste neppure e semmai il comportarsi male è piuttosto indice di “non sapere”;
- per i cristiani la colpa è frutto della disubbidienza verso Dio e quest'onta può essere lavata solo mediante la redenzione, mentre i greci non avendo alcuna colpa da lavare non si pongono nemmeno l'esigenza di redimersi.
Pohlenz, infine, individuò anche dei punti deboli della civiltà greca quali:
- l'omosessualità;
- l'eugenetica, ovvero quella tendenza – poi fatta propria dai folli scienziati nazisti – di migliorare artificialmente la propria razza, che vide in Sparta la sua più nefanda espressione. Si pensi a quei neonati handicappati che venivano buttati giù dalla rupe perché inquinanti la virile razza spartana, con la loro spregevole debolezza;
- la donna nella grecità antica veniva ritenuta inferiore all'uomo, seppur con qualche rara eccezione – vedi il ruolo che ne dà Platone ne La repubblica;
- giustificazione della schiavitù per motivi di natura economica – persino Aristotele la giustificava;
- sopravvalutare la forma e di conseguenza screditare il contenuto;
- l'impulso all'autodeterminazione di ciascuno si è via via tramutato in un egoismo sfrenato che liquida la libertà stessa degli individui (n.d.r: questa è la medesima critica che, in un certo senso, può venire fatta all'odierno capitalismo...).
11.10.06
"Matrix", la trilogia dei fratelli Wachowski
di Paolo Musano
Sulla trilogia dei fratelli Andy e Larry Wachowski si sono riversati fiumi di inchiostro (tra i tanti saggi usciti in questi anni sono da segnalare quelli di Slavoj Zizek, autore del premiato “Benvenuti nel deserto del reale”) e a ragione, dato che stiamo parlando (e qui ci riferiamo soprattutto al primo capitolo) del miglior film di fantascienza degli ultimi decenni, secondo soltanto a “Blade Runner” di Ridley Scott. Ma naturalmente non si tratta solo di questo. Le scene di azione fanno impallidire i due “Terminator” di James Cameron e le coreografie di arti marziali fanno sembrare i film di Van Damme delle ragazzate poco convincenti. Il successo di pubblico e di critica è stato enorme, anche se, come vedremo, ci sono state delle ombre. Le ragioni non sono soltanto di ordine tecnico. La grande presa che ha avuto il film può essere spiegata col fatto che è uscito in momento storico molto delicato. E, se non delle risposte, ho fornito una chiave di lettura diversa alle inquietudini, ai dubbi e all’alienazione dell’uomo contemporaneo.
Prima di addentrarci nelle speculazioni filosofiche, però, forse è il caso di chiedersi: “Ma chi sono Andy e Larry Wachowski?”. A dir la verità di loro si sa ben poco. Il loro primo film ,“Bound”, era una torbida e cupa storia d’amore lesbo. Una pellicola mediocre che è stata un flop al botteghino e che ha fatto parlare di sé solo per le più esplicite scene di sesso lesbo mai viste negli ultimi anni al di fuori dell’ambiente porno. I fratelli Wachowski da subito si sono chiamati fuori dai rituali e dal jetset di Hollywood, dimostrando un grande coraggio e una grande coerenza artistica. Nei loro film hanno voluto fare le cose a modo loro, fregandosene delle regole e della tradizione. Se hanno un debito è con la cultura “underground”, quella degli artisti visuali, la body art e soprattutto i manga. “Matrix” infatti è ispirato a un fumetto (così come il nuovo film che uscirà tra breve: “V come Vendetta”, ambientato in un futuro dove si respirano le stesse atmosfere di “1984” di Orwell e “Fahrenheit 451” di Bradbury, dove ogni forma di arte è bandita e i pochi rimasugli di cultura sono tenuti in vita da società segrete gestite da terroristi anarchici). Fin qui niente di strano. Ma se Andy, il più tracagnotto, non è molto diverso dal tipico americano del ventunesimo secolo, suo fratello Larry è una figura più sfuggente. Di lui i giornali scandalistici si sono occupati a lungo recentemente. Si dice che stia per cambiare sesso, per diventare donna. Ha rotto il suo matrimonio per instaurare una relazione con Ilsa Strix, una bionda statuaria, star del porno fetish sadomaso, fino a poco tempo fa legata a Buck Angel, un transessuale conosciuto nell’ambiente come “il tizio con la figa”. Alcuni critici sostengono che questa relazione abbia pesato non poco anche nella vita artistica di Larry (come non pensare ai costumi in latex dei personaggi principali di “Matrix”, incredibilmente somiglianti a quelli che indossano gli attori dei film porno sadomaso?). Nel caso del secondo e del terzo capitolo della trilogia di “Matrix”, indubbiamente pare che sia cambiato qualcosa. Si nota uno stacco rispetto al primo film che in alcuni punti è effettivamente un calo. Non a caso i critici hanno sottolineato la mancata tenuta della sceneggiatura, l’abuso di effetti speciali e un insufficiente lavoro sui personaggi (che in alcuni punti diventano delle vere e proprie caricature) in “Matrix Reloaded” e “Matrix Revolutions”, gli ultimi due film della trilogia. Le ragioni sono imputate proprio alla disattenzione di Larry Wachowski, troppo impegnato nella sua perversa relazione con Ilsa Strix per preoccuparsi di far funzionare alla perfezione il meccanismo della regia dei suoi film. Ma, al di là della fondatezza di queste affermazioni, restano i contenuti profondi del film, quelle componenti che hanno toccato l’intimo dell’uomo del XXI secolo e hanno reso “Matrix” un vero e proprio fenomeno di “culto” (un po’ come era successo con “Star Wars” di George Lucas).
La storia: In un futuro non troppo lontano le macchine hanno il controllo (uno scenario non molto diverso da quello del “Terminator” di James Cameron). La maggior parte degli uomini non lo sa, ma è sotto il giogo di queste macchine. Gli esseri umani sono tenuti in vita per un semplice motivo: a causa della distruzione del pianeta, dell’esaurimento delle risorse, dell’oscuramento del sole (successivo a un probabile olocausto nucleare), sono l’unica fonte di energia rimasta. Le macchine per funzionare ne hanno un continuo bisogno, perciò gli esseri umani sono creati con l’ingegneria genetica e coltivati in immensi campi-laboratorio. Gli uomini ignorano questa terribile verità perché le loro menti vivono in “Matrix”, un programma incredibilmente complesso creato appositamente per renderli schiavi e mantenerli schiavi. Tuttavia c’è una piccola comunità di uomini che è riuscita a scollegarsi da “Matrix”, che conosce la verità e che vive relativamente libera in una città sotterranea chiamata Zion. Tra questi i protagonisti: Morpheus, Trinity e Neo. Morpheus è il più carismatico comandante del gruppo dei ribelli. È a capo di una nave (ma non è la sola, ce ne sono diverse) che periodicamente, grazie a una tecnologia mutuata dalle macchine, diventa una stazione mobile di trasmissione. L’equipaggio della nave, guidato da un operatore, entra ed esce da “Matrix”. Lo scopo è liberare più persone possibile. Ma “Matrix” naturalmente si difende. Ha dei guardiani, chiamati Agenti e guidati dallo spietato Agente Smith, che hanno il compito di individuare gli ‘uomini liberati’ in “Matrix” ed eliminarli, ucciderli. Neo è anche lui un ‘liberato’, ma ha qualcosa di diverso dagli altri. In qualche modo è speciale. Morpheus infatti lo ha cercato, trovato e liberato per un motivo preciso. La profezia di un Oracolo ha predetto che un giorno arriverà un Eletto che distruggerà “Matrix” e riporterà l’uomo al centro del mondo e gli restituirà la libertà originaria (Lo stesso Oracolo dirà a Trinity che si innamorerà dell’Eletto). Ebbene Morpheus pensa che l’Eletto sia Neo. Tutta la trilogia ruota attorno alla figura chiave di Neo: Chi è veramente? E’ o non è l’Eletto?
Le implicazioni filosofiche di questo film sono innumerevoli. E le domande che mette in moto e i dubbi che risolleva sono altrettanto numerosi e si riducono ai grandi quesiti filosofici di sempre: chi sono, dove vado, perché esisto? Innanzitutto sbattiamo davanti all’evidenza che il rapporto mente-cervello, nonostante tutte le speculazioni che si sono succedute da Cartesio in poi, è ancora inesplicabile. È indubbio che la nostra definizione di realtà è limitata dalla struttura del nostro cervello e dei nostri organi di senso, quindi necessariamente arbitraria e soggettiva. Come dice Morpheus a un Neo spaesato all’inizio del primo “Matrix”, ‘quella che noi chiamiamo Realtà non è altro che l’elaborazione corticale degli impulsi elettrici che il nostro cervello riceve dai recettori degli organi di senso’. E questo fatto di per sé è già sconvolgente, perché elimina la fondatezza e la concretezza del nostro essere nel mondo e insinua il dubbio che il nostro cervello potrebbe essere benissimo ingannato e manipolato, come infatti succede quando è collegato a “Matrix”. Il primo riferimento che può saltare fuori è ‘il mito della caverna’ della “Repubblica” di Platone: gli uomini che vivono nella caverna guardano le ombre del ‘mondo vero’ proiettate sul fondo e scambiano quelle ombre per la ‘realtà’, senza accorgersi del trucco, della finzione, dell’artifizio.
C’è poi la tematica della Fede. Quanto è importante credere in qualcosa? Sono le cose in cui crediamo che danno un senso alla nostra vita? Sono la forza della motivazione e il livello di autostima che ci permettono di fare grandi cose, di avvicinarci in qualche modo a Dio?
Nel film Morpheus crede all’Oracolo e quindi crede in Neo. Quando quest’ultimo si convince anche di lui di essere l’Eletto, effettivamente le cose cambiano. Che cosa è successo dentro di lui? A me viene da pensare al Buddhismo: il Satori, l’Illuminazione, porta con sè delle Consapevolezze che possono avere una portata enorme nella vita di un uomo. Che cosa diventa Neo quando ‘comincia a credere’ di essere l’Eletto? Un ‘Risvegliato’, un ‘Buddha’, che poi diventa un ‘Cristo in Terra’, per quello che riuscirà a fare e per il modo in cui uscirà di scena (i ribelli come Morpheus, invece, sono dei ‘bodhisattva’, ‘delle persone che sanno’, che vogliono liberare coloro che non sanno e per questo sono schiavi).
Nel secondo capitolo della trilogia, “Matrix Reloaded”, il personaggio di Neo si definisce meglio in questo senso. Si capisce che lui, forse, ha trovato la chiave per la definitiva liberazione dell’uomo (Ma dov’è questa chiave? Significativo, a questo proposito, il personaggio del “Fabbricante di Chiavi”). Un uomo con la Consapevolezza di Neo ha la possibilità di scegliere. Tutti gli altri uomini non ce l’hanno perché sono dipendenti dal meccanismo di ‘causa-effetto’, come spiega sarcasticamente “Il Merovingio” a Morpheus, Neo e Trinity. Non si può sfuggire il proprio ‘karma’, a meno che… E’ questo il nodo fondamentale della questione.
Nell’ultimo capitolo della trilogia, “Matrix Revolutions” (il meno riuscito dei tre film, a causa dell’uso sproporzionato degli effetti speciali, che fanno scivolare in secondo piano la sceneggiatura e rendono i personaggi dei clichè), Neo, ormai, è un vero e proprio Messia e ci vuole poco a immaginare la fine che farà. La sua morte è una crocifissione simbolica che raggiunge il suo scopo, ma lascia insoddisfatti per il suo esito scontato. Si resta un po’ delusi per l’evoluzione del personaggio che finisce col diventare un sorta di capro espiatorio. Anche se il finale, con l’Oracolo che guarda quello strano tramonto policromo, resta aperto. Si tratta di una nuova nascita del genere umano o è solo l’eterna replica di un copione già scritto? Ognuno darà per conto suo la risposta che meglio crede.
Un ultimo punto su cui vale la pena soffermarsi è l’etimologia dei nomi dei personaggi principali. Di sicuro non sono stati scelti a caso. Morpheus tradotto è ‘Morfeo’, il dio greco dei sogni, uno dei tanti figli del Sonno e della Notte. Trinity tradotto è ‘trinità’, forse non quella cristiana ma quella che si riferisce alle ‘ipostasi’. Nelle “Enneadi” di Plotino le ipostasi sono le tre sostanze principali del mondo intellegibile: l’Uno; l’Intelletto, che procede dall’Uno; e l’Anima, che procede dall’Intelletto. Neo, infine è un prefisso che si riferisce anche alla ‘ricomparsa, ripresa in forma nuova di correnti di pensiero, tendenze’. Viene da pensare a una nuova ‘Età dell’Oro’, a un nuovo ‘Rinascimento’. In italiano c’è poi l’altro significato di ‘malformazione del tessuto’, quindi di ‘anomalia’ (come è chiamato Neo, e dall’Agente Smith e dall’Architetto in “Matrix Reloaded”). Per quanto riguarda il titolo del film, “Matrix” tradotto è ‘Matrice’, che viene dal latino matrice(m), derivato di mater matris, ‘madre’, e significa: ‘utero’; ‘origine’ e ‘radice’.
In conclusione, la morale di “Matrix”, se esiste, potrebbe essere questa: sei libero di non accettare il Sistema, di ribellarti ad esso e di cambiarlo se vuoi. Ma per riuscire a farlo devi prima entrare nel Sistema e diventare anche tu una parte del Sistema. Neo, l'Eletto, è un uomo che ha raggiunto una consapevolezza superiore, e che quindi ha trovato il modo per fregare il Sistema stesso. Gli Illuminati, i Geni, per forza di cose sono delle anomalie pericolose per lo status quo perchè agendo (e per me tra pensiero e azione c'è ben poca differenza) possono rivoluzionare persino quelli che la gente ritiene Dogmi, i Fondamenti, dai quali inevitabilmente deriva qualsiasi concezione della realtà. La trilogia di “Matrix” non è altro che l'epica rappresentazione dei pro e contro di un cammino spirituale. Ci fa vedere, in forma mitica (su uno sfondo fantascientifico), l'eterna lotta tra l'Intelletto (la tecnologia, le macchine: propaggini estreme della Ragione) e lo Spirito (la Fede, il sentimento, la Consapevolezza). E ci fa intuire che non avrà mai fine, se non attraverso una simbiosi (gli uomini dipendono dalle macchine e le macchine dipendono dagli uomini). Il bello è che si arriva a un paradosso: non è possibile essere liberi senza essere schiavi. Può darsi che questo paradosso sia veramente la risposta alla complessità del mondo o delle relazioni umane.
Sulla trilogia dei fratelli Andy e Larry Wachowski si sono riversati fiumi di inchiostro (tra i tanti saggi usciti in questi anni sono da segnalare quelli di Slavoj Zizek, autore del premiato “Benvenuti nel deserto del reale”) e a ragione, dato che stiamo parlando (e qui ci riferiamo soprattutto al primo capitolo) del miglior film di fantascienza degli ultimi decenni, secondo soltanto a “Blade Runner” di Ridley Scott. Ma naturalmente non si tratta solo di questo. Le scene di azione fanno impallidire i due “Terminator” di James Cameron e le coreografie di arti marziali fanno sembrare i film di Van Damme delle ragazzate poco convincenti. Il successo di pubblico e di critica è stato enorme, anche se, come vedremo, ci sono state delle ombre. Le ragioni non sono soltanto di ordine tecnico. La grande presa che ha avuto il film può essere spiegata col fatto che è uscito in momento storico molto delicato. E, se non delle risposte, ho fornito una chiave di lettura diversa alle inquietudini, ai dubbi e all’alienazione dell’uomo contemporaneo.Prima di addentrarci nelle speculazioni filosofiche, però, forse è il caso di chiedersi: “Ma chi sono Andy e Larry Wachowski?”. A dir la verità di loro si sa ben poco. Il loro primo film ,“Bound”, era una torbida e cupa storia d’amore lesbo. Una pellicola mediocre che è stata un flop al botteghino e che ha fatto parlare di sé solo per le più esplicite scene di sesso lesbo mai viste negli ultimi anni al di fuori dell’ambiente porno. I fratelli Wachowski da subito si sono chiamati fuori dai rituali e dal jetset di Hollywood, dimostrando un grande coraggio e una grande coerenza artistica. Nei loro film hanno voluto fare le cose a modo loro, fregandosene delle regole e della tradizione. Se hanno un debito è con la cultura “underground”, quella degli artisti visuali, la body art e soprattutto i manga. “Matrix” infatti è ispirato a un fumetto (così come il nuovo film che uscirà tra breve: “V come Vendetta”, ambientato in un futuro dove si respirano le stesse atmosfere di “1984” di Orwell e “Fahrenheit 451” di Bradbury, dove ogni forma di arte è bandita e i pochi rimasugli di cultura sono tenuti in vita da società segrete gestite da terroristi anarchici). Fin qui niente di strano. Ma se Andy, il più tracagnotto, non è molto diverso dal tipico americano del ventunesimo secolo, suo fratello Larry è una figura più sfuggente. Di lui i giornali scandalistici si sono occupati a lungo recentemente. Si dice che stia per cambiare sesso, per diventare donna. Ha rotto il suo matrimonio per instaurare una relazione con Ilsa Strix, una bionda statuaria, star del porno fetish sadomaso, fino a poco tempo fa legata a Buck Angel, un transessuale conosciuto nell’ambiente come “il tizio con la figa”. Alcuni critici sostengono che questa relazione abbia pesato non poco anche nella vita artistica di Larry (come non pensare ai costumi in latex dei personaggi principali di “Matrix”, incredibilmente somiglianti a quelli che indossano gli attori dei film porno sadomaso?). Nel caso del secondo e del terzo capitolo della trilogia di “Matrix”, indubbiamente pare che sia cambiato qualcosa. Si nota uno stacco rispetto al primo film che in alcuni punti è effettivamente un calo. Non a caso i critici hanno sottolineato la mancata tenuta della sceneggiatura, l’abuso di effetti speciali e un insufficiente lavoro sui personaggi (che in alcuni punti diventano delle vere e proprie caricature) in “Matrix Reloaded” e “Matrix Revolutions”, gli ultimi due film della trilogia. Le ragioni sono imputate proprio alla disattenzione di Larry Wachowski, troppo impegnato nella sua perversa relazione con Ilsa Strix per preoccuparsi di far funzionare alla perfezione il meccanismo della regia dei suoi film. Ma, al di là della fondatezza di queste affermazioni, restano i contenuti profondi del film, quelle componenti che hanno toccato l’intimo dell’uomo del XXI secolo e hanno reso “Matrix” un vero e proprio fenomeno di “culto” (un po’ come era successo con “Star Wars” di George Lucas).
La storia: In un futuro non troppo lontano le macchine hanno il controllo (uno scenario non molto diverso da quello del “Terminator” di James Cameron). La maggior parte degli uomini non lo sa, ma è sotto il giogo di queste macchine. Gli esseri umani sono tenuti in vita per un semplice motivo: a causa della distruzione del pianeta, dell’esaurimento delle risorse, dell’oscuramento del sole (successivo a un probabile olocausto nucleare), sono l’unica fonte di energia rimasta. Le macchine per funzionare ne hanno un continuo bisogno, perciò gli esseri umani sono creati con l’ingegneria genetica e coltivati in immensi campi-laboratorio. Gli uomini ignorano questa terribile verità perché le loro menti vivono in “Matrix”, un programma incredibilmente complesso creato appositamente per renderli schiavi e mantenerli schiavi. Tuttavia c’è una piccola comunità di uomini che è riuscita a scollegarsi da “Matrix”, che conosce la verità e che vive relativamente libera in una città sotterranea chiamata Zion. Tra questi i protagonisti: Morpheus, Trinity e Neo. Morpheus è il più carismatico comandante del gruppo dei ribelli. È a capo di una nave (ma non è la sola, ce ne sono diverse) che periodicamente, grazie a una tecnologia mutuata dalle macchine, diventa una stazione mobile di trasmissione. L’equipaggio della nave, guidato da un operatore, entra ed esce da “Matrix”. Lo scopo è liberare più persone possibile. Ma “Matrix” naturalmente si difende. Ha dei guardiani, chiamati Agenti e guidati dallo spietato Agente Smith, che hanno il compito di individuare gli ‘uomini liberati’ in “Matrix” ed eliminarli, ucciderli. Neo è anche lui un ‘liberato’, ma ha qualcosa di diverso dagli altri. In qualche modo è speciale. Morpheus infatti lo ha cercato, trovato e liberato per un motivo preciso. La profezia di un Oracolo ha predetto che un giorno arriverà un Eletto che distruggerà “Matrix” e riporterà l’uomo al centro del mondo e gli restituirà la libertà originaria (Lo stesso Oracolo dirà a Trinity che si innamorerà dell’Eletto). Ebbene Morpheus pensa che l’Eletto sia Neo. Tutta la trilogia ruota attorno alla figura chiave di Neo: Chi è veramente? E’ o non è l’Eletto?
Le implicazioni filosofiche di questo film sono innumerevoli. E le domande che mette in moto e i dubbi che risolleva sono altrettanto numerosi e si riducono ai grandi quesiti filosofici di sempre: chi sono, dove vado, perché esisto? Innanzitutto sbattiamo davanti all’evidenza che il rapporto mente-cervello, nonostante tutte le speculazioni che si sono succedute da Cartesio in poi, è ancora inesplicabile. È indubbio che la nostra definizione di realtà è limitata dalla struttura del nostro cervello e dei nostri organi di senso, quindi necessariamente arbitraria e soggettiva. Come dice Morpheus a un Neo spaesato all’inizio del primo “Matrix”, ‘quella che noi chiamiamo Realtà non è altro che l’elaborazione corticale degli impulsi elettrici che il nostro cervello riceve dai recettori degli organi di senso’. E questo fatto di per sé è già sconvolgente, perché elimina la fondatezza e la concretezza del nostro essere nel mondo e insinua il dubbio che il nostro cervello potrebbe essere benissimo ingannato e manipolato, come infatti succede quando è collegato a “Matrix”. Il primo riferimento che può saltare fuori è ‘il mito della caverna’ della “Repubblica” di Platone: gli uomini che vivono nella caverna guardano le ombre del ‘mondo vero’ proiettate sul fondo e scambiano quelle ombre per la ‘realtà’, senza accorgersi del trucco, della finzione, dell’artifizio.
C’è poi la tematica della Fede. Quanto è importante credere in qualcosa? Sono le cose in cui crediamo che danno un senso alla nostra vita? Sono la forza della motivazione e il livello di autostima che ci permettono di fare grandi cose, di avvicinarci in qualche modo a Dio?
Nel film Morpheus crede all’Oracolo e quindi crede in Neo. Quando quest’ultimo si convince anche di lui di essere l’Eletto, effettivamente le cose cambiano. Che cosa è successo dentro di lui? A me viene da pensare al Buddhismo: il Satori, l’Illuminazione, porta con sè delle Consapevolezze che possono avere una portata enorme nella vita di un uomo. Che cosa diventa Neo quando ‘comincia a credere’ di essere l’Eletto? Un ‘Risvegliato’, un ‘Buddha’, che poi diventa un ‘Cristo in Terra’, per quello che riuscirà a fare e per il modo in cui uscirà di scena (i ribelli come Morpheus, invece, sono dei ‘bodhisattva’, ‘delle persone che sanno’, che vogliono liberare coloro che non sanno e per questo sono schiavi).
Nel secondo capitolo della trilogia, “Matrix Reloaded”, il personaggio di Neo si definisce meglio in questo senso. Si capisce che lui, forse, ha trovato la chiave per la definitiva liberazione dell’uomo (Ma dov’è questa chiave? Significativo, a questo proposito, il personaggio del “Fabbricante di Chiavi”). Un uomo con la Consapevolezza di Neo ha la possibilità di scegliere. Tutti gli altri uomini non ce l’hanno perché sono dipendenti dal meccanismo di ‘causa-effetto’, come spiega sarcasticamente “Il Merovingio” a Morpheus, Neo e Trinity. Non si può sfuggire il proprio ‘karma’, a meno che… E’ questo il nodo fondamentale della questione.
Nell’ultimo capitolo della trilogia, “Matrix Revolutions” (il meno riuscito dei tre film, a causa dell’uso sproporzionato degli effetti speciali, che fanno scivolare in secondo piano la sceneggiatura e rendono i personaggi dei clichè), Neo, ormai, è un vero e proprio Messia e ci vuole poco a immaginare la fine che farà. La sua morte è una crocifissione simbolica che raggiunge il suo scopo, ma lascia insoddisfatti per il suo esito scontato. Si resta un po’ delusi per l’evoluzione del personaggio che finisce col diventare un sorta di capro espiatorio. Anche se il finale, con l’Oracolo che guarda quello strano tramonto policromo, resta aperto. Si tratta di una nuova nascita del genere umano o è solo l’eterna replica di un copione già scritto? Ognuno darà per conto suo la risposta che meglio crede.
Un ultimo punto su cui vale la pena soffermarsi è l’etimologia dei nomi dei personaggi principali. Di sicuro non sono stati scelti a caso. Morpheus tradotto è ‘Morfeo’, il dio greco dei sogni, uno dei tanti figli del Sonno e della Notte. Trinity tradotto è ‘trinità’, forse non quella cristiana ma quella che si riferisce alle ‘ipostasi’. Nelle “Enneadi” di Plotino le ipostasi sono le tre sostanze principali del mondo intellegibile: l’Uno; l’Intelletto, che procede dall’Uno; e l’Anima, che procede dall’Intelletto. Neo, infine è un prefisso che si riferisce anche alla ‘ricomparsa, ripresa in forma nuova di correnti di pensiero, tendenze’. Viene da pensare a una nuova ‘Età dell’Oro’, a un nuovo ‘Rinascimento’. In italiano c’è poi l’altro significato di ‘malformazione del tessuto’, quindi di ‘anomalia’ (come è chiamato Neo, e dall’Agente Smith e dall’Architetto in “Matrix Reloaded”). Per quanto riguarda il titolo del film, “Matrix” tradotto è ‘Matrice’, che viene dal latino matrice(m), derivato di mater matris, ‘madre’, e significa: ‘utero’; ‘origine’ e ‘radice’.
In conclusione, la morale di “Matrix”, se esiste, potrebbe essere questa: sei libero di non accettare il Sistema, di ribellarti ad esso e di cambiarlo se vuoi. Ma per riuscire a farlo devi prima entrare nel Sistema e diventare anche tu una parte del Sistema. Neo, l'Eletto, è un uomo che ha raggiunto una consapevolezza superiore, e che quindi ha trovato il modo per fregare il Sistema stesso. Gli Illuminati, i Geni, per forza di cose sono delle anomalie pericolose per lo status quo perchè agendo (e per me tra pensiero e azione c'è ben poca differenza) possono rivoluzionare persino quelli che la gente ritiene Dogmi, i Fondamenti, dai quali inevitabilmente deriva qualsiasi concezione della realtà. La trilogia di “Matrix” non è altro che l'epica rappresentazione dei pro e contro di un cammino spirituale. Ci fa vedere, in forma mitica (su uno sfondo fantascientifico), l'eterna lotta tra l'Intelletto (la tecnologia, le macchine: propaggini estreme della Ragione) e lo Spirito (la Fede, il sentimento, la Consapevolezza). E ci fa intuire che non avrà mai fine, se non attraverso una simbiosi (gli uomini dipendono dalle macchine e le macchine dipendono dagli uomini). Il bello è che si arriva a un paradosso: non è possibile essere liberi senza essere schiavi. Può darsi che questo paradosso sia veramente la risposta alla complessità del mondo o delle relazioni umane.
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