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8.11.07

Stati Uniti d'Europa. L'importanza di (non) essere conservatori

di Marco Apolloni

«Che cos'è il conservatorismo? L'ironia erotica dello spirito» (T. Mann, Considerazioni di un impolitico, Adelphi, Milano, 1997, cit. p. 566.)

Il mondo non è per sua stessa vocazione conservatore e vivaddio che sia così. Il mondo progredisce prepotentemente contro tutto e tutti. Sacche di resistenza conservatrici è legittimo che ci siano, ma non sono più che una fragile e sperduta diga che deve far fronte alla piena devastante di un fiume. Il Conservatore è l'Uccello del Malaugurio, il Gufo dei nostri tempi: è colui che si ostina a vedere disseminate catastrofi dappertutto, che è perennemente scettico, che vive per la – anche se si dovrebbe dir meglio nella – memoria degli Antenati, a suo dire nettamente superiori ai moderni, scialacquatori degli antichi fasti. Il Conservatore vive qui e ora in questa dimensione, ma è come se vivesse in una sua altra dimensione parallela. È lontano anni luce dal proprio Presente, rivolto com'è ai canti di sirena proveniente da un Passato per lui – e per chiunque altro – tuttavia irraggiungibile. I suoi discorsi cominciano sempre con: “ai tempi degli antichi greci” oppure “ai tempi degli antichi romani” oppure ancora “ai tempi degli antichi egizi” e così via in un regresso infinito. A mano a mano che il corso della Storia ha raggiunto le epoche moderne, per lui è come se la scintilla degli Antenati si fosse sempre più assopita finanche estinta. La modernità, ai suoi occhi, è mera decadenza, ovvero: un susseguirsi insensato di atrocità, laddove per lui il senso ultimo di ciascun agire umano si è estinto con le grandi civiltà del passato – le cui virtù superavano di gran lunga i vizi. Poco importa per un aristotelico ad esempio se al giorno d'oggi le donne, in quanto a doti teoretiche, possono superare i loro colleghi maschi e che, dunque, lo Stagirita si sia sbagliato ad equiparare le esponenti del gentil sesso a delle creature inferiori, ossia a dei sotto-uomini. Non a caso la concezione cristiana di Eva formatasi da una costola di Adamo è sopravvissuta fino ad oggi e per molti stenta ancora a venire superata. In questo il cristianesimo ha ereditato, facendoli propri, non pochi concetti dottrinari provenienti dall'aristotelismo: dalla concezione della donna a quella di Dio come “causa non causata”, quindi “motore immobile” dell'intero universo.
Di solito i conservatori più incorreggibili sono gli storici, o per meglio dire alcuni cultori di quella storia antiquaria che secondo Nietzsche – nella Seconda Inattuale – ci impedisce di vivere appieno il nostro glorioso e meritevole presente. Un eccesso di storia, con il suo pesante fardello – ci insegna Nietzsche –, fa il male di un uomo, che per agire necessita del suo senso plastico e di una concezione monumentale della storia; poiché essa ci permette sì di trarre preziosi insegnamenti dal passato ma, soprattutto, ci stimola a compiere grandi gesta nel nostro presente. Altra cosa ancora è la storia critica, quella altresì dei filosofi, di gran lunga preferibile a quella antiquaria degli storici ortodossi, ma di minor spessore rispetto a quella monumentale ascrivibile ai grandi condottieri di ogni tempo. Questo perché un'eccessiva dose di riflessione genera un brutale appiattimento dei più significativi eventi susseguitesi durante il corso storico, provocando perciò una notevole incapacità nel giudicare i fatti storici. Già, perché malgrado alcune tentazioni nietzschiane le interpretazioni dei fatti reggono il confronto solo fino a un certo punto. Per un filosofo della storia, formatosi alla scuola dello storicismo hegeliano, non può esserci alcuna differenza tra una guerra e l'altra, in quanto esse sono tutte piattamente il medesimo prodotto del famigerato “banco di macelleria”: qual è la Storia per Hegel. Questa sorta di atteggiamento storicista induce l'intellettuale-filosofo a sedersi in disparte e ad osservare – molto confucianamente – il pigro letto di un fiume, finché non vede trasportare dalla corrente il cadavere del proprio nemico. L'uomo, a nostro avviso, è fatto per agire e non altresì per vedersi agito. L'azione è l'unico motore incessante di un uomo, il perno attorno a cui ruota la sua esistenza. Per questo occorre sì riflettere senza mai, tuttavia, indugiare un istante di troppo: ciò potrebbe esserci fatale. La componente istintuale di un essere umano dev'essere sempre predominante rispetto a quella riflessiva. Alle parole bisogna far seguire i fatti e mettere finalmente da parte una nociva inazione, che ci intorpidisce le membra fino a renderci dei “poltroni”. In definitiva, ciascuno deve estrapolare dalla storia solo ciò che lo stimola a fare meglio dei suoi predecessori.
Ad ogni modo il severo monito nietzscheano di sedersi sulla soglia dell'attimo obliando se stessi va preso con le dovute molle; a dirla tutta ci sembra un tantino eccessivo. Difatti se ci dimenticassimo ad ogni nostro nuovo agire chi fossimo veramente, perderemmo la nostra bussola interiore e subiremmo un'insostenibile crisi della nostra identità, che dev'essere altresì ben consolidata. Perciò, è vero che ogni nostro nuovo agire comporta una specie di ri-cominciamento da parte nostra – che prevede un fare tabula rasa di tutte le esperienze positive e negative fino a quel momento vissute – ma se perdessimo con ciò la cognizione di chi siamo davvero – che è una summa di cosa abbiamo fatto fino a quel momento – allora diverremmo totalmente incapaci di agire. Noi siamo il risultato di tutte le esperienze che ci sono capitate dal giorno della nostra nascita ad oggi. Nessuno di noi può nutrire la seria pretesa di sbarazzarsi della propria identità, pena il proprio esser-ci nel mondo. Di una cosa perlomeno dobbiamo dare atto a Nietzsche: se non ci dimenticassimo, seppur solo momentaneamente, ciò che siamo stati e ciò che abbiamo compiuto in passato, non saremmo mai niente e non compieremmo mai nulla in futuro. Dimenticare, a volte, non solo è indispensabile ma è anche salutare per la nostra anima; così come lo è ricordare.
Per rimanere ancora a Nietzsche, gli uomini secondo lui si dividono in due categorie: storici e sovra-storici (Eraclito e Schopenhauer). I primi non sanno far altro che tessere le lodi delle macerie del passato e sono conservatori fino al midollo; i secondi, invece, camminano sopra le macerie del passato come se nulla fosse e sono progressisti fino alla morte. Ma cosa vuol dire essere conservatore e cosa, invece, essere progressista. Il primo non crede nel migliore dei mondi possibili, altresì il secondo non solo vi crede con tutto se stesso ma pensa pure che sia doveroso creder-vi, al fine di raggiungere una condizione di paradiso in questa terra – essendo lui scettico e perciò duro-a-credere in un paradiso situato in chissà quale remoto Altrove.
Ritornando ai conservatori – i cui aspetti salienti ci siamo qui premurati d'indagare a fondo –, dall'alto della loro presunta onniscienza, essi prevedono che se le storie dei popoli sono state fin qui divise, tali rimarranno nei giorni a venire. E non vi è speranza alcuna che, susseguendosi le generazioni, le cose possano cambiare. Ma se solo questa nenia fosse vera, essi allora dovrebbero spiegarci su quali fondamenta siano state edificate le grandi civiltà del passato che loro stimano tanto, sopra ogni altra cosa. Dovrebbero così spiegarci nei dettagli – se quanto dicono è vero – come abbia fatto Roma a diventare caput mundi, ovvero il centro e il fulcro del mondo fino allora conosciuto, da insignificante villaggio – abitato da una popolazione barbara – qual era. Oppure come abbia fatto una semplice e disadorna idea di nazione, precisamente la nostra nazione, a diventare da semplice schizzo sulla carta a vera e propria compagine nazionale, unita sotto un'unica bandiera e in un solo inno di fede e di speranza – dalle Alpi alla punta più estrema dello Stivale (isole comprese).
I sogni sono destinati a rimanere tali solo fino a quando i tempi non saranno maturi per l'avvento di individui sovra-storici, quali sono stati Cesare e Augusto da una parte e Mazzini, Garibaldi e Cavour dall'altra: ovvero fino a che questi non troveranno qualcuno che creda davvero nella loro concreta realizzazione. Se il mondo fosse stato anche solo un minimo conservatore, non avrebbe mai prodotto simili ingegni e non sarebbe mai arrivato ad essere quello che è ora, con tutto quello che di positivo e negativo ne consegue. Con tutta probabilità se il mondo fosse stato veramente conservatore non saremmo mai fuoriusciti dalla caverna di cui ci parla in uno dei suoi miti Platone e ci saremmo accontentati di fissare increduli la nostra ombra tremolante nella parete. E avremmo avuto mille volte torto, privandoci di quello spettacolo grandioso che è il Sole e di quella gioia immensa che vi è nel rimirarlo incantati. Il Sole – di cui ci ha parlato allegoricamente Platone – altro non è che il sole della conoscenza, che ci ha sottratto ad una vita di schiavitù certa.
Al giorno d'oggi ci vengono riproposti, conditi in tutte salse, nuovi ed altrettanto edificanti sogni, com'erano all'origine Roma caput mundi e l'Italia unita. Su tutti ne spicca uno per imponenza: l'Europa unita! A molti questo sogno potrebbe apparire una blasfemia. Un passato di soprusi inconfessabili, di violenze inaudite e di guerre fratricide non sembrerebbe dar loro torto, anzi... E la Storia considerata a sproposito maestra di vita sembrerebbe dar loro ragione. Del resto essa è sempre stata ben felice di salire sul carro dei vincitori e render conto solo ai fatti, trascurando i ben più importanti ante-fatti. (Abbiamo visto come i fatti prima di diventare tali erano inizialmente solo dei sogni e pure dei più irrealizzabili...) Crediamo che un'Europa unita non solo sia possibile ma pure auspicabile, visti i tempi che corrono. Più precisamente crediamo sia possibile una Confederazione degli stati europei, senza che nessuno dei paesi aderenti accantoni la propria lingua e le proprie usanze – che anzi potrebbero diventare patrimonio comune dei futuri Stati Uniti d'Europa. Proprio la diversità sarà di gran lunga la nostra ricchezza e il nostro punto di forza. Paradossalmente, le nostre comuni radici europee affondano nel terreno melmoso di un passato lacerato e addirittura in esso trovano la loro preziosa linfa vitale. Le divisioni del nostro passato, dunque, a maggior ragione ci uniscono in un connubio tanto più inestricabile. L'insopprimibile necessità di non ripetere gli errori fin qui commessi, ci induce a sperare di poter essere un giorno ancor più uniti sotto un'unica bandiera: europea!

5.10.07

Immigrazione = Integrazione

di Marco Apolloni

Integrarsi significa mescolarsi. L'integrazione per poter funzionare dev'essere somministrata in pillole e occorre dare tempo e modo ai nostri organismi di poterla assimilare. Innanzitutto dobbiamo partire dalla brutale e spietata considerazione che, dolenti o nolenti, l'integrazione avverrà per inerzia. Ad esempio: un pakistano – venuto a vivere in Italia – è logico e consequenziale che dopo un po', avendo preso in affitto una casa e disponendo di un lavoro stabile, non tarderà a trapiantare i suoi cari dalla madrepatria alla nuova patria, la quale promette – anche se difficilmente mantiene – allettanti prospettive. Perciò tanto vale far incentivare e canalizzare il flusso immigratorio dall'unico organo saggiamente preposto, lo Stato, il cui compito è quello di mescolare il più possibile le proprie componenti etniche interne. In tal modo si può scongiurare, nei limiti del possibile, la creazione di eventuali ghetti o per meglio dire di minoranze socio-linguistico-religiose all'interno del proprio territorio. Nonostante siamo quasi tutti allergici alle imposizioni, è nostro preciso dovere civico quello di sottostare alla potestà del nostro Stato, il quale deve imporre – dall'alto della sua autorità – ciò che ritiene più opportuno e consono al raggiungimento del bene comune. E, malgrado ciò che si può dire, una società multi-etnica se ben amalgamata, senza inutili ostracismi, è precisamente il massimo dei beni possibili. Prendiamo a modello due esempi difficili e per certi versi entrambi assai problematici d'integrazione. (Del resto, una società senza problematiche interne dovrebbe essere per forza di cose una società utopica, perfettamente irrealizzabile e ben lungi da quelle che sono le nostre attuali prerogative.) Ci riferiamo agli esempi di due gloriose e antiche nazioni, quali la Francia e l'Inghilterra, i cui passati coloniali le hanno entrambe condannate a dover ammortizzare dei selvaggi e implacabili flussi migratori dalle loro “ex” o ancora “attuali” colonie.
In Francia la lunga querelle che ha visto protagonista il famigerato e tanto politicamente scorretto velo islamico è stata usata come pretesto per rivendicare la laicità dello Stato – di chiara ispirazione giacobina – di cui i francesi, a loro maggior gloria, rimangono i precursori – vedi alla voce Rivoluzione francese e consimili. Se vietare il suddetto velo nei luoghi pubblici – scuole, tribunali e altre sedi burocratiche – sia stata una brillante idea oppure no questo non lo sapremo mai di preciso. Quel che sappiamo già, però, è che i focolai di rivolta scoppiati nelle banlieues parigine e di mezza Francia non sono di certo dei segnali incoraggianti a tal proposito. Ampie fasce della popolazione cittadina si vedono emarginate e relegate in sordidi quartieri, squallidi e degradati, somiglianti in tutto e per tutto a dei “ghetti”. Dunque parlare di un modello d'integrazione alla francese ci sembra quanto meno improprio o, in ogni caso, non certamente di buon auspicio.
E si può definire altrettanto poco appropriato uno speculare modello d'integrazione inglese. Gli attentati terroristici avvenuti il 7 luglio 2005 ne sono un'evidente riprova. Infatti essi sono stati la goccia che ha fatto traboccare il vaso: in un paese come l'Inghilterra, dove l'immigrazione viene vissuta con un misto d'indifferenza e di flemma britannica, della serie: “Abbiamo troppa immigrazione, be' pazienza, questo è il prezzo che dobbiamo pagare per fare dei buoni affari...”. Chissà però se il popolo inglese – tanto per intenderci, quello che di solito prende la metropolitana o l'autobus per andare a lavoro – la pensa allo stesso modo degli insigni Ministri di Sua Maestà, i quali ritengono accettabili i rischi di attentati purché non si mandi a rotoli una proficua partnership con i cugini americani e i quali – inoltre – sono soliti essere accompagnati al lavoro da portentose scorte con tanto di autoblindate a disposizione.
Il quadro sconfortante che ne emerge è che sia la Francia – tradizionalmente progressista (nonostante Sarkozy o i gaullisti come lui di fresca estrazione) – che l'Inghilterra – altresì tradizionalmente conservatrice (malgrado Blair e il suo collie scozzese Gordon Brown) – presentano due modelli d'immigrazione piuttosto fallimentari. Dunque, in un paese come il nostro, di per sé già sufficientemente complesso e non ancora pienamente toccato dai fenomeni dell'immigrazione – le “bagnarole” dei clandestini toccano sì le nostre coste ma di solito quelli che vi sono a bordo sono diretti da tutt'altra parte: Germania, Spagna, Francia o Inghilterra –, sarebbe meglio riconsiderare in un'altra ottica le precedenti esperienze francesi e inglesi in materia d'immigrazione. Per adesso almeno la miglior cosa che possono fare in proposito i nostri governanti è sensibilizzare larghe fasce della popolazione, altrimenti ostili o intolleranti verso il “diverso” – del resto che cos'è la xenofobia se non la paura di chi ha un aspetto “diverso dal nostro”, anche se magari in fondo al suo cuore è governato dalle nostre precise ed identiche pulsioni, «umane troppo umane» verrebbe da dire con Nietzsche. Credere infatti che l'accettazione e conseguente assimilazione delle minoranze etniche all'interno della propria popolazione sia un fattore che vada regolato partendo dal basso, cioè dai singoli cittadini, è un'assoluta follia: sarebbe come ostinarsi a credere ancora, alle renne, ai folletti e a Babbo Natale. Un'iniziativa come l'integrazione può essere regolata unicamente partendo dall'alto, ovvero dallo Stato stesso, che deve sapersi imporre per evitare una altrimenti inevitabile ondata d'intolleranza razziale.
Da che mondo è mondo, l'essere umano è una creatura abitudinaria. Toglietegli le sue abitudini e lui con tutta probabilità impazzirà. Dunque è illecito pensare che i singoli cittadini siano in grado di promuovere iniziative d'integrazione quando queste possono minacciare – anche solo teoricamente – le loro abitudini ben consolidate. A tal proposito ribadiamo che lo Stato e solo lo Stato può essere il sommo Regolatore dei delicati e complicati meccanismi d'integrazione, proponendo iniziative valide e concrete esso deve andare incontro sia alle esigenze dei nativi che a quelle dei migranti. Per partire con il piede giusto esso dovrebbe innanzitutto mescolare i suoi cittadini. Il suo motto dovrebbe diventare perciò: Mescolatevi per non soccombere! Già, perché se non ci sarà un serio rimescolamento delle parti in causa, se i figli dei nativi e i figli dei migranti non cresceranno spalla a spalla sugli stessi banchi di scuola, organizzazioni terroristiche parastatali potrebbero infiltrarsi capillarmente nei nostri tranquilli borghi di provincia – vedi quanto è avvenuto recentemente nella placida e pacifica Umbria, dov'è stata sgominata un'insospettabile cellula del terrore – e finire con l'avere il sopravvento. Preghiamo dunque per i nostri figli che ciò non avvenga mai, ma intanto cominciamo a prendere coscienza dell'entità del problema...

1.10.07

Uccellaccio

di Marco Apolloni

Oggi ho incontrato un Uccellaccio. Aveva occhi acquosi, espressione ebete, voce roca, aria candida – manco fosse un pulcino spennacchiato. Come se si trattasse di una roba da niente dopo due secondi nemmeno che avevamo attaccato bottone, eccolo annunciarmi solenne che l'Ora è vicina e che, quindi, bisogna prepararci. «Tutti moriremo!» mi ha detto con tono profetico. “Sai che scoperta!” mi sono detto. Era un volontario, soccorritore degli ammalati, anche se più che soccorrerli a me pareva avvilirli con le sue prediche da quattro soldi. I suoi discorsi avevano quel tanfo sepolcrale di chi si sente già spacciato e mi facevano venire il voltastomaco, tanto abietto disprezzo della vita rivelavano. Quest'uomo, buon diavolo – per carità –, mi ha suscitato una riflessione sull'essenza della religione cristiana che è la morte! Di nessuna religione, infatti, come di quella cristiana si può dire che sia tanto nemica giurata della vita e di tutto ciò che è esaltazione della stessa. Uomini siffatti mi fanno comprendere come Nietzsche sia potuto arrivare al colmo dell'esasperazione, fino a scrivere un'opera tanto controversa quanto incompresa come L'anticristo. Sentirsi morti anzitempo, questo è il tratto distintivo che accomuna simile gente credula. Un perenne sentore di morte, che è sempre dietro l'angolo e improvvisa ti può colpire, accompagna il loro cammino terreno e avvolge come un alone nefando costoro. Solo ora mi capacito come Augusto, mio nonno, poco prima di morire abbia manifestato il volere di non ricevere un funerale secondo il rito cristiano, dimostrando così una rara e invidiabile condizione di beatitudine interiore – che solo agli atei come lui è concessa, in pace con la loro coscienza, sapendo che non dovranno affrontare le pene dell'inferno ma semmai un sonno senza sogni alla maniera socratica. Alle petulanti parole di quel chierichetto mancato, mio triste interlocutore, avrei voluto rispondere con le parole del giovane Guevara: «Bisogna combattere per ogni respiro e mandare la morte all'inferno!» dette ad una ragazza lebbrosa per incitarla a combattere per la propria esistenza – aforisma che potete trovare ne I diari della motocicletta, opera cinematografica sulla gioventù dell'eroe argentino. Tuttavia per buona educazione ho taciuto. Oltretutto, mettendo da parte ciò che penso io – misera e insignificante creatura –, ritengo un atto poco nobile e perlopiù da stolti quello di azzittire poveri cristi come lui, che perlomeno credono in qualcosa e sono pur sempre migliori di chi non crede in niente – anche se il niente per alcuni rimane pur sempre un appiglio e, volendo, pure una religione. Togliergli questa magra consolazione – del resto a che servono le religioni se non a consolare? – credo avrebbe dimostrato da parte mia un'imperdonabile insensibilità. Secondo me ognuno dovrebbe credere in ciò che vuole. Ciononostante non posso proprio soffrire i predicatori della Fine dei Tempi. Il Medioevo ormai è passato da un pezzo e se simili profezie catastrofiche potevano andar bene all'età della peste bubbonica, al giorno d'oggi paiono un tantino delle esagerazioni: basta che piova due giorni di fila che ecco sentire, le solite cornacchie, annunciare ai quattro venti il Diluvio Universale. Vorrei tanto sapere cosa gli passa per la testa a costoro. Fra l'altro ne conosco due o tre di questi, ve li raccomando. Li incontro sempre in banca un giorno sì e l'altro pure, chissà che non tengano tanto ai loro conti bancari per assicurarsi un hotel a cinque stelle in paradiso – anche se dubito fortemente che da quelle parti accettino pagamenti con le loro Visa o Mastercard... Quel che dico io è che se dovrà esserci un Giorno del Giudizio ben venga e chi ha la coscienza a posto, indipendentemente da quante volte si è confessato in vita sua – il confessionale rimane il più efficace strumento di controllo dei pastori sulle vite del gregge –, non ha di che preoccuparsi. Badino piuttosto a preoccuparsi di chi si va a confessare, però intanto scioglie bambini nell'acido... Poi tutte quelle profezie – profezie qua, là, su e giù –, mi sembrano tanto roba da ebreucci. Mi va bene che alle profezie ci credano loro, ma da qui a tentare di infinocchiare anche me, questo – se permettete – proprio non lo tollero. Sapete sono anch'io un credente, seppur un tantino anti-convenzionale ed eccentrico. Al momento, però, non me la sento ancora di dire in che cosa credo: ora come ora, posso solo dire che credo sia una pessima idea non credere, tutto qua. La fede, se non altro, riempie i cuori di speranza. E io, proprio non ci rinuncio a vivere senza speranza: è il mio ossigeno, è la mia linfa vitale, è respiro cosmico per me! Spero e questo mi basta...