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17.10.07

La filosofia nell'università - aule o tombe?

di Andrea D'Emilio
Entriamo in un’aula. Una persona parla e tutte le altre stanno zitte.
C’è chi si distrae e non fa nulla, ma
le mani che scrivono sui loro quaderni le parole del professore
stanno davvero facendo qualcosa ? Il più delle volte questi appunti
non sono nemmeno schematici, il risultato di un tentativo di
rielaborazione: trascrivono e basta. Perché mai ? Noi studenti
veneriamo a tal punto i professori da non voler perdere neanche una
loro sillaba ?
Abbiamo dimenticato un elemento presente nell’ aula, in ogni aula :
l’esame. Aleggia implacabile, ed ogni studente lo considera ben più
reale della tanto chiacchierata ‘’ricerca della verità’’. Ma che cos’è un
esame ? L’esame è, perlopiù , un duplice esercizio di vanità : quella
del professore e quella dello studente. La vanità-amor proprio del
professore sta nel volersi sentir ripetere le stesse parole da lui
pronunciate a lezione; la vanità-vacuità dello studente sta
nell’accontentarlo, nel pensare solo al libretto dei voti. Ecco
perché i nostri appunti sono soprattutto una trascrizione.
Lo studente non conta niente. E niente fa per contare di più, per
esistere effettivamente. I programmi dei corsi li decide il professore,
così come i metodi d’insegnamento. La libertà dello studente è fare
qualche domanda, possibilmente aderente al discorso del professore
e che comunque non necessariamente riceverà risposta. A volte le
domande sono false, apparenti : le facciamo per compiacere il
docente, riformulando a parole nostre quello che ha appena detto
e dimostrargli così che siamo stati attenti.
Ma come sono i programmi d’esame ? Il più delle volte riguardano un
autore o un certo problema che sta a cuore al professore.
Succede anche che anno dopo anno li si ritrovi tali e quali o quasi. I
libri scelti sono spesso del professore medesimo. Il risultato è che lo
studente finisce per non avere un’idea complessiva della materia
studiata, e i classici della tradizione li legge poco o niente. Inoltre i
corsi non vengono vivacizzati dalla trattazione di pensatori opposti tra
di loro, così da rendere drammatica l’esposizione e magari
emozionare chi ascolta. Senza emozione resta solo l’imparaticcio.
I metodi d’insegnamento sono … il metodo d’insegnamento :
monologo dalla cattedra. Ciò costringe gli studenti alla passività, non li
coinvolge nel processo vivo del pensare. Si esercita la memoria e non
il ragionamento. In questo modo frequentare un corso di filosofia è
come andare a medicina o in qualunque altra facoltà. Il
linguaggio utilizzato è tecnicistico , ripete
gli stessi termini del filosofese senza illustrarli con un lessico
chiaro per tutti. A parte la noia , il risultato è che lo studente impara a
parlare e a scrivere come una scimmia dei libri che ha letto, e a
credere che la filosofia sia mettere strane parole nel vuoto dei propri
pensieri.
Un’ altra caratteristica della nostra accademia è che gli
orologi assurgono a divinità. Finito l’orario della lezione tutto finisce.
Gli studenti traggono un sospiro di sollievo e il professore si invola.
Ma dove va ? Che cosa avrà di così urgente? Possibile che mai una
volta nasca spontaneamente una discussione, si organizzi qualche
incontro al di fuori delle aule , insomma si superi la dimensione dell’
operaio che timbra il cartellino ?
E i lati positivi dove sono ? Probabilmente faccio fatica a trovarli
perché quelli negativi li soffro particolarmente. Se lo studente mette al
primo posto la laurea e fa del conformismo e dell’infingimento la sua
divisa, resta poco da sperare. L’impressione generale è che la
filosofia universitaria odierna sia un teatro in cui ognuno recita il suo
ruolo prestabilito, evitando ogni spontaneità e mirando a finire lo
spettacolo nel modo più indolore possibile. L’inautenticità regna
sovrana. Non c’è mai nulla di personale, di passionale: è un lavoro
come gli altri.
La filosofia universitaria potrà salvarsi se gli studenti proveranno a
mettere in discussione le presunte certezze del sistema.
Ad esempio: siamo sicuri che i professori ‘’ne sappiano di più’’ e
quindi debbano parlare soprattutto loro ? Siamo sicuri che
‘’formazione’’ voglia dire subire la volontà altrui ? Siamo sicuri che
trascorrere anni della nostra vita nella subordinazione sia degno della
nostra gioventù ?
I professori ‘’ne sanno di più’’ nel senso che hanno esperienza,letture,
mestiere. Ma io credo che proprio per questo dovrebbero scendere
dalla cattedra e porsi sullo stesso piano dello studente. La loro cultura
deve mettersi al servizio del giovane, deve stimolarlo, provocarlo,
prenderlo sul serio mostrandogli che nella ricerca della verità non ci
sono gerarchie. Ascoltare lo studente significa insegnargli che anche
la parola chiave può essere ‘’dialogo’’. Il vero dialogo è quello in cui
ognuno mette al primo posto la ricerca della verità e non se stesso.
Bisogna addirittura voler essere confutati, desiderare che l’altro ci
porti aldilà di noi stessi. Dialogare è ammettere che ogni persona può
insegnarci, deve essere ascoltata, non deve subire il nostro privilegio.
Forse chiedo troppo alla natura umana, egoista e spaventata. Ma
a che cosa serve il futuro se non lo indirizziamo al superamento? Si
potrebbe anche ammettere che il sistema vigente abbia avuto la sua
verità. Ma se chi lo vive ne soffre, forse è giunta l’ora di cambiarlo.
Non credo di essere il solo a soffrire questo sistema: mi basta
guardare le facce dei miei coetanei, e in esse rispecchiarmi. Il guaio è che
non crediamo di poter fare dell’università quello che
vogliamo. L’università la sentiamo estranea, una necessità, un laureificio. Siamo
stati educati al dovere, al rispetto dell’autorità, a considerare lo spazio
pubblico diverso da quello privato. E invece non è così. L’università è
nostra, esiste per noi, può essere una nostra creatura. Certo, servirà
energia, volontà di sacrificio, coraggio, magari un pizzico di follia (e
se la follia fosse una nuova ragione calunniata da quella vecchia ?),
ma restare come siamo significa sprecare la nostra libertà.

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