Follow by Email

1.2.06

Milano Alcatraz, 23 Marzo - Concerto Simple Minds: “Black & White 050505” (Tour 2006)

"Vivi e vegeti"
di Marco Apolloni
È da circa due ore che stiamo in piedi all’addiaccio ad aspettare che quei grossi e grassi energumeni dei buttafuori ci facciano entrare. Per essere qui sono riuscito a convincere la mia dolce metà facendola impietosire e raccontandole quanto questo gruppo abbia significato fin qui per me. In materia musicale mi definisco un “onnivoro”: ascolto, cioè, di tutto. Tuttavia ci sono due gruppi, in particolare, che appartengono al mio Empireo musicale: gli U2 e i Simple Minds. Dandoci un’occhiata attorno – come era ragionevole attendersi, d’altronde – ci accorgiamo di essere i più giovani fans, in mezzo alla folla assiepata all’ingresso del locale. C’è poco da fare, i miei gusti musicali sono retro-datati e perciò più vicini a quelli di un trentenne-quarantenne che a quelli di un ventenne qualsiasi come me. Le ragioni sono tutte da ricercarsi nel mio passato puberale avvolto nelle nebbie…

Un mio compagno di allenamento – di qualche anno più grande di me – un bel giorno, mentre stavamo facendo dei giri di campo, mi parlò di quelli che per lui erano i due migliori gruppi di sempre. Al ché io subito pensai fra me e me – mi ricordo di quella volta come se fosse oggi – starà di certo per nominarmi i Beatles e i Rolling Stones. E invece questi mi spiazzò letteralmente nominandomi un gruppo di “politicizzati” irlandesi e un gruppo di “visionari” scozzesi. Questa insolita risposta catturò a tal punto il mio interesse, che gli chiesi se poteva farmi per l’indomani una cassetta – all’epoca andava ancora di moda – con incisi i loro rispettivi brani più belli, suddividendo il “lato A” per i primi e il “lato B” per i secondi. Di solito in questi casi la frase più banale che si possa dire è: “E fu subito amore…”. Ma non fu esattamente così. Il primo ascolto di quella cassetta mi risultò alquanto difficile, specialmente il secondo lato in cui vi dominavano sonorità vagamente oniriche, mentre il primo lato tutto sommato più orecchiabile mi era subito piaciuto. Ascolto dopo ascolto, però, venni pian piano ipnotizzato da quei ragazzi di Glasgow e dal loro “Sogno Dorato”…

Finalmente aprono i cancelli, avevano detto alle sei e mezza, sono le sette e mezza quasi. Poi dicono che quassù al nord sono tutti piuttosto puntuali ed efficienti… Speriamo che l’attesa ne valga almeno la pena! Una volta dentro tutti cominciamo a correre per accaparrarci i posti migliori nelle prime file. Io – nonostante la mia falcata da mezzofondista – riesco ugualmente a conquistarmi, con le unghie e con i denti, le barricate davanti. Un “gorilla” della sicurezza con la sua voce scimmiesca c’intima a sedere sul parterre. Intanto ecco che mi raggiunge visibilmente affaticata la mia girl, rimasta un po’ defilata a causa di qualche strattone-spintone di troppo. Così si accascia al suolo accanto a me tutta contenta di non dover prolungare la sua smodata attesa in piedi. Facciamo giusto in tempo a sgranocchiarci due panini preparati alla rinfusa nella concitazione del momento, che vediamo delle incomprensibili agitazioni ai bordi del palco. Si sa come le dinamiche di una folla festante non possono mai risultare ben chiare. Ad ogni modo, non si sa come, riusciamo ad avere la prontezza di riflessi necessaria per catapultarci in seconda fila, a pochi metri dal palco e per di più verso il centro, proprio all’altezza del microfono, dal quale forse di lì a poco vedremo dimenarsi il nostro beniamino Jim. Dopo qualche istante riusciamo a capire il perché del sommovimento generale: un’attrezzista coi basettoni sta accordando la chitarra di Charlie e un altro con l’elmetto da minatore e lumino incorporato sta sistemando i piatti della batteria di Mel. Sono le otto e mezza in punto. Davanti a me c’è un tizio a dir poco bizzarro, addirittura questo qui si è visto due giorni prima la data di Verona e perciò sa il concerto a memoria. Certe volte io proprio non riesco a capire che senso abbia scrivere romanzi di fantascienza, quando la nostra realtà quotidiana è piena di personaggi fantascientifici come lui…
Tant’è che questo curioso tizio mi anticipa di sua iniziativa buona parte della scaletta dei brani del concerto e mi rifila due testate involontarie agli zigomi, per colpa dei suoi sgraziati movimenti oscillatori all’indietro. Quindi io gli faccio: “Amico speriamo che tu non voglia fare come se stessi sul palco e ti dimenassi tutto…”. Sicché lui mi risponde in un misto di dialetto napoletano-milanese: “No, ci mancherebbe altro…”. Non fa neanche in tempo a finire la frase, che mi rifila un’altra testata delle sue. Perciò decido di lasciarlo perdere e accetto per la terza volta consecutiva le sue petulanti scuse. Non sono tipo da fare a pugni e soprattutto non ho nemmeno il fisico per farlo… Tra una testata e l’altra si fanno le nove, in teoria manca pochissimo anche se poi in pratica non si sa! La platea è in fibrillazione, sente che il momento dell’inizio del concerto si sta approssimando ineluttabilmente. Dopo l’ennesima apparizione dei due attrezzisti, dalla folla si alza uno sciame unanime di fischi e di cori acclamanti le stars della serata. Poveretti, non che ne abbiano colpa, stanno soltanto facendo il loro lavoro, però è anche vero che noialtri qua sotto nella “gabbia dei leoni”, non ne possiamo più di questa surreale attesa che sembra non finire mai, manco aspettassimo Godot… Ma ecco che, attenzione, qualcosa si muove dietro le quinte, si accendono le luci, no, non ci credo… Sono loro! Da qui in poi è un crescendo di delirio…

Benvenuti in una nuova era, benvenuti nel “Nuovo Sogno Dorato”, ecco a voi i: Simple Minds! Esponenti di spicco della “Nuova Onda” in voga negli anni Ottanta, artefici mozzafiato di sonorità psichedeliche e sintetizzate – si nota, infatti, che loro furono fra i gruppi precursori del sintetizzatore –, ma soprattutto accusati da molta parte della critica di esser passati: da una musica “troppo poco” a una “troppo” commerciale. Paradosso questo che ha caratterizzato e attraversato tutta la loro carriera. Solo i più “grandi” possono permettersi di avere dei paradossi. Del resto è la Vita stessa a farci amare il lato paradossale di ogni cosa. Non a caso l’aspetto di sicuro più interessante degli artisti risiede tutto nella loro controversa Arte. Difatti non possiamo dire di comprendere la loro singola produzione artistica, senza aver però prima compreso l’intera loro produzione. Quindi chi non rintraccia un comune filo conduttore che lega indissolubilmente Life in a day, loro primo singolo, fino ad arrivare a Home, loro ultimo singolo, o è un critico capzioso oppure prevenuto: in entrambi i casi occorre lasciarlo perdere perché tanto non c’è modo di farlo rinsavire. Come mi disse una carissima persona, a proposito del mio sogno di diventare scrittore: “Marco ci sono due tipi di persone le cui critiche non ti devono importare, gli invidiosi e gli incompetenti, per entrambi non avrai mai via di scampo, persino se riscrivessi la Divina Commedia loro continuerebbero a darti contro…”! Ed è proprio questo il caso dei nostri oramai mezzi attempati gentlemen scozzesi. Addirittura certa critica prevenuta ha definito il loro album-capolavoro assoluto, secondo me, New Gold Dream come un “peto artistico”. Al ché io non ho parole da dire, se non di riportare quelle di Gesù stesso tratte dai Vangeli: “Chi ha orecchie per intendere, intenda”…
La loro musica, a mio avviso, ha percorso come nessun altra un Viaggio fantasticheggiante attraverso la “decadenza” europea. Viaggio inteso come metafora esistenziale per eccellenza, oltre che vero e proprio modo di stare al mondo ed essere fedeli “testimoni” della propria epoca, ripercorrendone la superficie oscura e le contraddizioni irrisolte. Tutto cominciò per loro in quei primi tour-viaggi in giro per l’Europa, che d’inverno è oltretutto particolarmente intrigante. Si sa come i viaggi, specialmente per i giovani, siano una sorgente di nuovi stimoli culturali. Fu così che avvenne anche per loro, visitando luoghi suggestivi e incotrando gente di tutti i tipi si formarono sia dal punto di vista umano che artistico. Questi fattori, infatti, contribuirono a creare il loro inconfondibile sound. Quel che ne uscì fuori è raccolto mirabilmente nel disco Empires and Dance. La canzone, da qui estratta, che meglio sintetizza il loro travaglio artistico di quegli anni è I travel, dove si parla di un’incomunicabilità-incompatibilità di linguaggi fra i vari popoli europei. Con il doppio lp Sons and Fascination & Sister Feelings Call – alla modica formula prendi-due-paghi-uno – queste Menti Semplici scoprirono un grande interlocutore: l’America; e con essa anche una notevole fetta del mercato discografico. Le canzoni di questo album sembrano essere degli “appunti di viaggio”, i loro testi altamente simbolici, sono pieni di riferimenti ai quattro elementi naturali: acqua, aria, fuoco e terra. A tal proposito Jim Kerr si è più volte definito un compositore “a cielo aperto”, l’esatto contrario del compositore “da tavolino”. L’ispirazione per lui è sempre consistita in lunghe passeggiate solitarie – non a caso lui stesso si è anche ripetutamente definito “sognatore solitario errante” – all’aria aperta, come quella notturna nei pressi delle rovine del fantasmagorico porto abbandonato di Glasgow, che ha dato vita ad una delle canzoni sicuramente più evocative del gruppo: la bellissima Waterfront. Conseguentemente l’intera band ne ha risentito, tanto da prendersi la nomea di gruppo “da spazio aperto”…
Tuttavia solo dopo la loro meravigliosa fatica New Gold Dream, possiamo incominciare a parlare di miracolo artistico Simple Minds! Qui i vari simboli religiosi si sprecano e da menzionare è la particolare location nella quale esso è stato concepito larvalmente, ossia: a Perth, nel cuore pulsante di una Scozia dai “forti echi” di un passato celtico-romano, in una chiesa sconsacrata adibita a studio di registrazione. In questo lavoro vi si afferma incontrastato il potere derivato dall’immaginazione, atmosfere fitte di mistero, sonorità avvolgenti dominate da un complessivo sincretismo musicale, che si avvale di una sapiente mistura di generi musicalmente diversi fra di loro. Tale è stata la ricetta vincente di questo sensazionale album. Fra tutte le canzoni vi menziono quella, secondo me, più bella Big sleep, “Il grande sonno”. Se casomai mi venisse fatto il dono prezioso di avere un “pargolo”, di sicuro come ninna-ninna so già quale canzone cantargli… Per non parlare della title-track, della quale non posso non citare la strofa del ritornello “…e quando sogni, sogna nel sogno con me…”. E poi ancora Promised You a Miracle, dove la strofa del ritornello s’interroga filosoficamente se: “Credere è una bella cosa? Believe is a Beauty Thing?”. In questa canzone, per di più, viene espresso un sentimento universalmente condiviso e cioè che: la gente ha bisogno di credere nei miracoli e non vi è migliore miracolo della Musica! Album questo sicuramente fra i più “mistici” della storia… Da qui in avanti molti rintracceranno in loro il seguente segno distintivo: semplicemente “ipnotizzanti”; come il titolo di una loro recente canzone Hypnotised
La loro musica, inoltre, è un autentico inno alla creatività, intesa come ribaltamento dei valori costituiti e metodo di evasione in una realtà non tanto “irreale” quanto “ideale”. D’altronde si sa che la musica possiede un tocco taumaturgico sulle anime lacerate delle persone e che è capace di curare le ferite più sottocutanee. Le loro canzoni sono sogni a occhi aperti. La gente ha bisogno di sognare così come di respirare, anzi vi dirò di più, i sogni sono ossigeno per i nostri tessuti connettivi e sono in aggiunta la nostra linfa vitale, che ci permette di affrontare le mille difficoltà della Vita: le sue infinite complicanze, le sue indicibili sofferenze, il suo incombente destino. Tutti gli artisti sono dei sognatori! E chi è il sognatore se non quell’individuo che cerca di fare della propria vita una Grande Visione? La gente pratica manda avanti il mondo, gli scienziati lo fanno progredire, gli artisti lo rendono un posto migliore in cui vivere. So che potrà sembrare una tesi alquanto bislacca, ma io credo che abbiano salvato molte più vite gli artisti che i dottori in un certo senso. Mi spiego meglio, vi è un male spirituale, per il quale non vi è altra cura che l’Arte, sto parlando del “male di vivere”. Per certi versi si può pure dire che l’Arte è quel male di cui è esso stesso la cura…
Altra loro opera eccellente è Sparkle in the rain, “Uno scintillìo nella pioggia”, che riprende i temi tanto a cuore alla band scozzese e ci regala tormentoni quali: Book of brilliant things, East at easter, Speed your love to me, White hot day. Album questo dalle tinte grigie come una giornata di pioggia, caratterizzato dall’elemento acquatico in particolare, ma più in generale dove gli elementi naturali si scindono formando dei dolci suoni avvolgenti, capaci di farti prendere una colossale ubriacatura dopo pochi ascolti. Ripensandoci questo gruppo sfugge a qualunque facile classificazione, un po’ come la loro musica stessa: completamente “evanescente”. In definitiva tutti abbiamo bisogno dei nostri “Sogni Dorati” e il grande merito dei Simple Minds è che ce li hanno saputi regalare finora e non è detto che non continuino a regalarceli anche in futuro…

Sulle prime non ci credo, rimango momentaneamente basito, il tempo necessario per capire chi ho davanti agli occhi, vale a dire: un “ex” ragazzo come me, in pantaloni e camicia di jeans, con attorcigliata al collo una massiccia collana d’argento e che pare uno di quei “tamarri” di Quarto Oggiaro, ma che per come canta e si muove sul palco ti fa venire i brividi, come pochi altri sanno fare – tra cui il suo altrettanto istrionico “gemello diverso” Bono degli U2. Per non parlare di Charlie e dei suoi riff di chitarra, che ti fanno letteralmente uscire fuori di cervello, di quella sua faccia simpatica da compagno di bevute-scorribande al pub e quella sua classica pancetta da birraiolo impenitente. O di Mel e dei suoi martellamenti penetranti alla batteria, che fa due metri in altezza e altrettanti in larghezza, con quel suo sorriso giamaicano e quei suoi grossissimi bicipiti, roba che se ti dà lui un pugno in faccia ti stacca la testa dal collo. Insomma c’erano una volta i Simple Minds e ci sono ancora a dire il vero e a quanto pare: si direbbero piuttosto “Vivi e vegeti”, Alive and kicking come intona la canzone finale che ci hanno regalato per darci la buonanotte. “Buonanotte Milano” ha gridato in chiusura visibilmente soddisfatto Jim e io in quel frangente, in cuor mio avrei voluto gridargli di rimando: “Bentornati Simple Minds”!

6 commenti:

Anonimo ha detto...

Il concerto è stato stupendo! C'ero anche io! Grazie Jim!

Anonimo ha detto...

E come potevo mancare? Sono assolutamente pazza di questa band da 25 anni! Per quel che mi riguarda non ci sono altro che loro.
E il buon Jim non ha mica perso la voce e la grinta!
Ho visto gente sui 40 arrivare al concerto con la faccia tranquilla da bradipo di chi ha appena staccato dal lavoro: beh, quando è piombato lui sul palco tutti hanno cominciato a saltare e a cantare come i selvaggi, roba da delirio...
Tipi come lui non li fabbricano più, che Dio lo benedica!

Anonimo ha detto...

Scopro solo ora il blog. Anch'io ero al concerto (bellissimo) e ti dico perchè a un certo momento c'è stata agitazione: un tizio alto con i capelli scuri ha iniziato a passare davanti agli altri, così io ed altri ci siamo alzati per evitare che prendesse i nostri posti (dopo ore di attesa)!

Escobar17 ha detto...

Ma ci conosciamo?! Comunque, concordo in pieno, il concerto è stato un Nuovo Sogno Dorato - seppur attempato, visti i componenti...

Paola ha detto...

vedo solo adesso questo blog
io dovevo esserci a Milano ... in ogni caso c'ero a tutte le altre date italiane e non solo...
faccio parte di quei personaggi da fantascienza citati ;-)
Simple Minds forever !!! Paola
http://xoomer.alice.it/thepaola/Home.html

Anonimo ha detto...

ho perso il vostro concerto in italia, sicuro di aver perso qualcosa che ti rimane dentro,con un album da pochi,vi ho vi sto però a roma plaeur e milano qualche anno dopo.che i talenti continuino sempre nel brutto e nel bello.for ever.