16.8.11

Radio Popolare Salento intervista l'autore Marco Apolloni

By radio popolare salento

Clicca qui per ascoltare l'intervista audio : http://www.radiopopolaresalento.it/audio/marcoapolloni.mp3

Marco Apolloni, autore del libro “Il circolo dei nichilisti”, ha scritto della realtà universitaria a tutto tono. Ci è sembrato interessante intervistarlo in concomitanza delle tante agitazioni studentesche che in questo periodo abitano le strade, le piazze delle nostre città, e che occupano le scuole e le facoltà, per manifestare contro la riforma Gelmini. Agitazioni che in questi giorni si incrociano con lo shopping natalizio: pertanto un’attualità che non possiamo mettere al margine!

Fino a che punto uno studente è un nichilista? Il nichilismo è la negazione di ogni valore. I movimenti studenteschi forse dovrebbero farci spingere altrove e oltre il loro apparire: quello che sta accadendo anche per loro tramite è qualcosa che riguarda tutti, uomini e donne. In una società sempre più tecnica e meno umana come la nostra, finiscono corrosi dal nichilismo i concetti di individuo, identità, libertà, senso, ma anche quelli di natura, etica, politica, storia, religione…Il filosofo e psicoanalista argentino Miguel Bena sayag e lo psichiatra infantile e dell’adolescenza Gérard Schimt, nella loro “L’epoca delle passioni tristi” hanno analizzato le ricadute del nichilismo sulla condizione giovanile. Essi si sono accorti che per la gran parte delle persone da loro esaminate le sofferenze non erano di origine psicologica, ma “riflettevano la tristezza diffusa che caratterizza la nostra società contemporanea, percorsa da un sentimento permanente di insicurezza e di precarietà”.

Il futuro non è più percepito come promessa ma come minaccia: da ciò la crisi. Le porte del fututo se si aprono, lo fanno solo su uno scenario di incertezza, precarietà, insicurezza. Qualcosa che riguarda l’età giovanile nel suo fisiologico percorso di crescita, ma che oggigiorno sembra non avere opportunità di risoluzione, perchè anche l’età cossiddetta adulta è vittima di una “regressione giovanile” per così dire, impossibilitata com’è a vedere luce oltre il buio tunnel di incertezza che si dipana davanti ai suoi passi. E allora si spengono le iniziative, scemano le energie vitali, si svuotano le speranze, dominano la demotivazione e l’impotenza. Questo nichilismo riguarda solo i giovani, gli studenti? Di certo loro sono rimasti soli a doversi costruire un’identità, perchè mancano figure autorevoli e mancano strade che gli adulti possono loro indicare, manca la possibilità di essere riconosciuti e senza il riconoscimento dell’altro non c’è identità. I giovano rischiano di vivere parcheggiati nella terra di nessuno dove la famiglia e la scuola non lavorano più, dove il tempo è vuoto e non esiste più un “noi” motivazionale.


http://www.radiopopolaresalento.it/2010/12/21/il-circolo-dei-nichilisti/

20.5.10

Recensione de "Il circolo dei nichilisti" (apparsa sulla copertina di "Mobydick" inserto culturale di "Liberal")

Sillabario dell'anti-moccia
di Matteo Orsucci [15 maggio 2010]

Gabriele e i suoi sogni, Gabriele e l'università, molti libri letti, i migliori, i più belli, per fare il verso a Borges, «quelli ancora da leggere»... Eppoi Gabriele e la fuga dalla provincia che ti stritola, che non ti fa respirare; una boccata d'aria nuova in una città un po' più grande - e d'accordo che Urbino non è metropoli ma ha il respiro ampio di tutte le cittadine invase dallo spirito eterno della gioventù studiosa. Gabriele è un ragazzo come tanti, addirittura come tutti, che si è appena lasciato il liceo alle spalle, davanti si trova una scommessa nuova, una partita di cui appena sono state impartite le regole. Come tanti, addirittura come tutti, è costretto a giocare a vista, molto a zona, nessuno marca stretto perché quella è ancora la fase della conoscenza generale. L'età più bella è finita, l'età di Arsenio come direbbe Eugenio Montale, quella in cui le nuvole non sono cifre o sigle «ma le belle sorelle che si guardano viaggiare». Gabriele è il protagonista del romanzo d'esordio di Marco Apolloni, Il circolo dei nichilisti (Giraldi editore, Bologna), ed è anche il prototipo utile per una ricognizione vagamente più seria sulla materia trattata. Apolloni al lettore regala una prosa affatto banale, un intreccio molto ben costruito, di pagina in pagina si scala la montagna incantata del romanzo fine a stesso per arrivare alla vetta della formazione di ogni bildunsroman che si rispetti. E non potrebbe essere che così. L'autore non lo ammette, ma il protagonista è anche un po' il suo alter-ego e vista la carne messa al fuoco la biografia in questo caso non è affatto secondaria. Gabriele finisce con l'avere passati i 25 anni, proprio come Apolloni (che di anni ne ha 27). La trama può sembrare scontata: l'adolescenza, e quindi e insomma si cresce, nascono prime incomprensioni, i genitori diventano alieni, parlano una lingua che non è la tua, si va avanti grazie alle amicizie vere, l'amico fidato, la fidanzata che pensi essere eterna, la bicicletta e lo scooter, il fuoco che brucia dentro, tutta la vita in un giorno. L'ala della giovinezza porta a volare molto in alto con frasi solenni, promesse senza fine, amori eterni perché la vita ha il sapore di una susina: un po' aspra quando l'addenti, ma dolce e succosa all'interno e la si vive in ragione di questo contrasto palatale. La generazione di Gabriele non è quella dei lucchetti di Ponte Milvio, di Federico Moccia, non chiede scusa se ti chiama amore, bensì lo urla, quell'amore, perché è bella e terribile, si sente ovviamente immortale, ha voglia di lasciarsi tutto indietro e proiettarsi tutta avanti. Gabriele sa che dovrà percorrere le strade più diverse, mantenendo quell'andatura un po' così, tipica dei ragazzi, la stessa che Roberto Vecchioni ha saputo rendere impareggiabilmente con l'espressione «Comici e disperati guerrieri». Comici e disperati, appunto. Ragazzi un po' goffi nei confronti della vita, disperati come ogni amante della vita stessa, tra il dandy e il maledetto, deve essere: per certi versi estremo, guerriero senza dubbio. Questo è un romanzo d'esordio, e oggi in Italia dire «fare un romanzo» sembra quasi una sorta di pazzia letteraria. Uno pensa subito ad Alessandro Manzoni e all'alta letteratura o, peggio, ai tormentoni da classifica settimanale diRepubblica, quella roba che mette sempre in testa di serie i mocciosi di Moccia, i ragazzini della Roma perbene e quelli della Roma sporca, le motociclette che corrono molto, ragazzini senza voglia di fare alcunché, ragazzine molto innocenti che sognano la loro prima volta a 21 anni col voto in Senato, il principe azzurro, un castello sul mare, e ci sarebbe da chiedersi come fa una pletora di quindicenni cresciuti a pane e internet a credere in un amore di carta visto che ormai pure quello lo fanno on line, sesso 2.0... I ragazzi di Apolloni sono ragazzi che con il pc hanno il sano rapporto della noncuranza, vanno alla pratica del mondo incuriositi e perplessi. Nichilisti recita il titolo. Parola forte, provocatoria, usata per nulla a caso. Nel gruppo di Gabriele di nichilista ce n'è solamente uno, e la statistica non la si sta a scomodare perché al mondo gente così esiste tra l'adolescenza e la vecchiaia. Questione di numeri. Ma gli altri, il buddista, quello con i dubbi esistenziali, l'altro che si interessa alle astrusità, beh, non sono affatto nichilisti. È così che li vedono gli occhi dei genitori, degli insegnanti, dei professori all'università, della gente per strada. E quindi perché non giocarci sopra a questo equivoco esistenziale? Perché non fondarlo un circolo dei nichilisti? L'unico posto dove assaporarlo davvero il nettare di tutto, combattendo il niente che invece sta intorno... Passano gli anni, si passano gli esami, si arriva all'Erasmus e alla dicitura «generazione Erasmus », quella che precede la laurea e le altre diciture «generazione mille euro» e «generazione Tanguy», che detto dalle nostre parti suona come «bamboccioni ». L'Erasmus porta a Londra, le vie incasinate, le ragazze baciate, gli amici nuovi, il turbinio di cosce e di seni, i libri, il Tamigi e le birre, padroni del mondo, anarchi jungeriani con riserva... Poi il ritorno, la laurea agognata. Dentro quel circolo che di nichilismo non ha un bel nulla alla fine sta il segreto dell'ultima generazione che ha saputo smarcarsi dalla retorica odierna, che non ha prodotto bulli ma belli, che proveniva dagli anni Ottanta sia pure con qualche differenza. Figli di un'età di transizione ma non per questo incapaci di amare. Personalmente faccio parte di quel circolo o di qualcosa del genere. Cosa manca ad Apolloni, forse, è la presa di coscienza che uscendo fuori, dopo i chilometri di vita percorsi, alla fine si è come quelli da cui si scappava, anche senza chiudere lucchetti a Ponte Milvio (che sono il riflesso pavloviano del chiudersi in sé). Perché la tradizione resta pur sempre quella, ed è anzi essa che consente eccezioni alla regola, ribellismi, dannunzianesimo, roba così. O più semplicemente siamo stati gli ultimi, per anagrafe, a vivere un canovaccio di gioventù da poter ricordare con nostalgia. Ah, ai miei tempi... E siamo già tra i matusa.

3.5.10

"Il circolo dei nichilisti" sbarca su facebook


L'intento dell'omonimo gruppo di Facebook Il circolo dei nichilisti è raccogliere pareri, impressioni, emozioni suscitate dalla lettura di quest'opera. Ma anche scambiare quattro chiacchiere in amicizia per discutere di temi legati ai "beati" anni universitari: anni di travagli sui libri ma anche di amori indimenticabili; di violenti litigi ma anche di amicizie umane e intellettuali che lasciano il segno; di cocenti delusioni ma anche di grandi soddisfazioni; di malinconiche esperienze ma anche di significative esperienze che ti cambiano dentro – vedi alla voce "erasmus": non a caso la seconda parte del romanzo racconta le vicende “erasmiane” del giovane protagonista. Chi ha vissuto sulla propria pelle episodi come quelli accaduti al protagonista Gabriele è pregato di renderli partecipi agli altri, perché il gusto è tutto nel raccontarli. Tali episodi nessuno mai ce li potrà portare via e sono un patrimonio inestimabile del nostro essere. La mia speranza, come autore dell'opera, è di aver dimostrato fino fondo, raccontando la storia di Gabriele la cui storia è un po' la storia di tutti noi, che poi non è così vero che noi giovani di oggi siamo tanto peggio dei nostri genitori o dei nostri nonni.

22.4.10

Essere giovani oggi


(Nella foto la bellezza fragile di Lucy Gordon, attrice inglese tragicamente scomparsa di recente, che incarna alla perfezione la difficoltà di "essere giovani oggi")

Essere giovani e per di più universitari è già di per sé uno "status" ugualmente simbolico sia oggi che ieri, nel senso che è simbolicamente uguale per ogni epoca; è l'età dell'oro nella vita di un uomo e di una donna, dove si hanno intatte tutte le proprie energie e dove ci è ancora permesso sognare ad occhi aperti. Pieno di sogni e sognatori è Il circolo dei nichilisti. Ragazzi come me e voi, con un vulcano d'idee per la testa e una voglia matta di cambiare il mondo. Voglia che si ha solo a quest'età, prima che la disillusione s'impadronisca di noi e ci renda adulti. Spero che nello scrivere quest'opera di finzione letteraria sia riuscito a dare voce alla mia generazione e a tutti quelli che non si riconoscono nella gioventù asettica e amorfa stile "solitudine dei numeri primi", quella sì veramente nichilista! Perché non è vero che noi giovani non crediamo in niente e poi anche fosse, come insegna certa filosofia, il "niente" è pur sempre qualcosa ed è pur sempre meglio che non credere "affatto". Ad ogni modo io come autore, togliendo di mezzo ogni equivoco, vi garantisco che credo in qualcosa di "più" del "niente". A essere sincero credo in un mucchio di cose, altrimenti non avrei di certo scritto Il circolo dei nichilisti. Chi non ha niente da dire, non dice niente e basta. Chi ce l'ha – invece – trova sempre un'occasione per dire quel che ha da dire. In una cosa che le riassume bene tutte credo però più di ogni altra: "Credo nell'essere umano!"...

14.4.10

Studente universitario

Gabriele è un giovane studente universitario che inizia a scoprire il vero mondo solo intorno ai vent'anni, quando decide di abbandonare “l'utero materno” e avventurarsi nella splendida Urbino. Si iscrive alla facoltà di Filosofia, dove scopre un'umanità dai caratteri variegati. Uno su tutti, però, spicca: un certo senso di nichilismo, di pessimismo cosmico insomma, che prende sempre più piede fra i giovani, disillusi del mondo che li ospita e li circonda. Durante i suoi tre anni universitari a Urbino, intervallati da un anno erasmus in Inghilterra, Gabriele si raffronta con personaggi curiosi e bizzarri, che rendono l'idea – in maniera a dir poco stupefacente – della gioventù odierna. Uno psicologo buddista, un gruppo di musicisti metallari, un cameriere, un artista circense: con loro il protagonista formerà: Il circolo dei nichilisti. Insieme affronteranno peripezie, avventure e disavventure, esperienze che li condurranno ad essere degli adulti coscienti.

7.4.10

Un viaggio attraverso la realtà giovanile odierna

Il circolo dei nichilisti è un viaggio attraverso la realtà giovanile odierna, che si confronta quotidianamente con un mondo a cui lei non sente di appartenere. I “nuovi giovani” vedono intorno a loro solo desolazione, guerra, tristezza, isolamento e tentano disperatamente di trovare nuovi stimoli per reagire ad essa, invano. È a questo punto che la storia, per ciascuno, prende una piega diversa: c'è chi trova la spinta giusta, grazie ad un viaggio, per continuare a sperare; c'è chi invece si rifugia in una cultura che non gli appartiene ma che lui sente propria, come il buddismo; c'è chi, ancora, sceglie di scomparire e lasciarsi trasportare dalle “ombre oscure”. E c'è infine chi sceglie di assaggiare esperienze sessuali concrete per comprendere il vero significato dell'amore, immancabile sentimento nella vita di ciascuno. Tutto il romanzo si snoda attraverso le note di una suggestiva e alquanto variegata colonna sonora, che racchiude Simple Minds, Red Hot Chili Peppers, The Clash, Beatles e molti altri artisti. Componente musicale decisamente immancabile, per un viaggio lungo e avventuroso qual è: Il circolo dei nichilisti.

3.4.10

Iniziativa pasquale: un libro nell'uovo

Stanchi delle solite sorprese dentro l'uovo? I soliti gingilli vi hanno stufato? Noi abbiamo un'idea per voi: perché non provate a regalare o regalarvi un libro?

Se pensate che la storia vi possa intrippare o semplicemente incuriosire perché non scegliere Il circolo dei nichilisti, un romanzo su una delle esperienze più significative della vita. Sono in tanti ad aver scritto o raccontato storie "pre" e "post" universitarie. Gli anni del liceo e quelli del dopo laurea, anni difficili, anni di precariato - per molti - che sembrano non finire mai, sono stati dettagliatamente raccontati da scrittori e/o registi. Invece gli anni universitari, i veri anni "beati" della vita di una persona, gli anni in cui non sei più così giovane per continuare ad essere un ragazzino né tanto meno così grande per considerarti un adulto, gli anni che solitamente servono come trampolino di lancio, per capire chi siamo, da dove veniamo e dove vogliamo andare, e, soprattutto, cosa vogliamo fare della nostra vita. Beh, di questi anni si è sempre parlato troppo poco. Fatta eccezione per i soliti triti e ritriti luoghi comuni - vedi alla voce occupazioni degli atenei. La maggior parte degli adulti è concorde nel dire di aver avuto le idee migliori intorno ai vent'anni. Anche gli scienziati sembrerebbero concordare.

E allora perché non lasciarvi immergere nel flusso narrativo de Il circolo dei nichilisti ambientato nella perla rinascimentale di Urbino e nell'onirica Gran Bretagna dei culti new age. Mettetevi anche voi sulle tracce del Santo Graal, come il protagonista della storia Gabriele, un ragazzo come voi, la cui storia è anche un po' la vostra storia. Immedesimatevi in Gabriele e innamoratevi, come lui, di ogni bella ragazza che incontrate nel vostro cammino - o ragazzo se siete donna - e, in definitiva, innamoratevi anche voi dell'amore. Di nichilista questo romanzo ha solo il titolo, che nasce da un vaniloquio di uno dei personaggi di contorno della storia: Ahriman, che nichilista però lo è davvero, forse è l'unico della sua compagnia. Mentre per gli altri il nichilismo, così come il decadentismo, è giusto una posa da assumere: per non farsi riconoscere, per ciò che sono veramente, dagli estranei che li circondano, da quel tanto temuto mondo degli adulti, del quale presto faranno inesorabilmente parte anche loro.

Tutto questo è Il circolo dei nichilisti e molto altro ancora. Detto ciò, spero di aver suscitato almeno un po' il vostro interesse e ricordate che il peggior torto che si possa fare a un libro è quello di non essere letto. Se credete opportuno e vi va di fare una cosa diversa per questa Pasqua, provate a leggere Il circolo dei nichilisti, almeno dategli una chance: ogni opera sia essa letteraria, musicale, cinematografica, teatrale e quant'altro ancora ha diritto almeno al vostro insindacabile giudizio; non lasciate che siano certi libri a scegliervi, ma siate voi a scegliere certi libri. Una cosa si può fare per non essere conformisti: non conformarsi, mai!

30.3.10

"Il circolo dei nichilisti" di Marco Apolloni (Giraldi Editore, Bologna, 2010)

Gabriele è un giovane studente universitario che inizia a scoprire il vero mondo solo intorno ai vent'anni, quando decide di abbandonare “l'utero materno” e avventurarsi nella splendida Urbino. Si iscrive alla facoltà di Filosofia, dove scopre un'umanità dai caratteri variegati. Uno su tutti, però, spicca: un certo senso di nichilismo, di pessimismo cosmico insomma, che prende sempre più piede fra i giovani, disillusi del mondo che li ospita e li circonda. Durante i suoi tre anni universitari a Urbino, intervallati da un anno erasmus in Inghilterra, Gabriele si raffronta con personaggi curiosi e bizzarri, che rendono l'idea – in maniera a dir poco stupefacente – della gioventù odierna. Uno psicologo buddista, un gruppo di musicisti metallari, un cameriere, un artista circense: con loro il protagonista formerà “il circolo dei nichilisti”. Insieme affronteranno mille peripezie, mille avventure, mille esperienze che li condurranno ad essere degli adulti coscienti.


“Il circolo dei nichilisti” è un viaggio attraverso la realtà giovanile odierna, che si confronta quotidianamente con un mondo a cui lei non sente di appartenere. I “nuovi giovani” vedono intorno a loro solo desolazione, guerra, tristezza, isolamento e tentano disperatamente di trovare nuovi stimoli per reagire ad essa, invano. È a questo punto che la storia, per ciascuno, prende una piega diversa: c'è chi trova la spinta giusta, grazie ad un viaggio, per continuare a sperare; c'è chi invece si rifugia in una cultura che non gli appartiene ma che lui sente propria, come il buddismo; c'è chi, ancora, sceglie di scomparire e lasciarsi trasportare dalle “ombre oscure”. E c'è infine chi sceglie di assaggiare esperienze sessuali concrete per comprendere il vero significato dell'amore, immancabile sentimento nella vita di ciascuno. Tutto il romanzo si snoda attraverso le note di una suggestiva e alquanto variegata colonna sonora, che racchiude Simple Minds, Red Hot Chili Peppers, The Clash, Beatles e molti altri artisti. Componente musicale decisamente immancabile, per un viaggio lungo e avventuroso qual è: “Il circolo dei nichilisti”.

8.11.09

Le due vite di un Premier

di Marco Apolloni

Di recente si è molto discusso sul caso Boffo, che deve il nome dall'ormai ex direttore di Avvenire dimessosi dopo una querelle con l'attuale Presidente del Consiglio. In sostanza, i temi della questione vertono sul problema della vita privata di un uomo con un'importante carica pubblica. Due cordate si sono distinte per le loro equidistanti posizioni sul tema: la prima riconducibile al quotidiano Repubblica – si vedano le famose Dieci domande poste, ma mai risposte, dalla Redazione del giornale romano al nostro Premier – e la seconda al quotidiano (vicino al Premier) Il Giornale. La prima cordata ritiene che non esiste distinzione tra vita privata e vita pubblica per un Primo Ministro. La seconda cordata, più “partigiana” – ovvero “di parte” –, sostiene al contrario che un conto è la vita pubblica del nostro Capo del Governo e tutt'altro conto è invece la sua vita privata. Teoria, quest'ultima, che preciso subito: non condivido affatto.
Perché non condivido che si possa spartire le due vite di un Premier? Per una motivazione semplicissima, che persino il più distratto studioso di politica non può esimersi dal nominare – a meno che il Primo Ministro per lui non coincida con il Suo Datore di lavoro. Tale motivazione è che: come posso io, libero cittadino e in libero Stato, affidare in tutta serenità il potere decisionale ad un uomo che pur essendo impeccabile “uomo pubblico”, nel privato frequenta minorenni e – uso volutamente un eufemismo – “donne dalle facili costumanze” e dia per giunta festini nelle sue ville che – anche qui per usare un eufemismo – non è errato definire “poco ortodossi” per un uomo che, almeno in teoria, dovrebbe dare una certa immagine di sé e del proprio Paese, comportandosi in maniera quanto meno dignitosa.
Un ex inquilino dell'Eliseo – senza fare nomi, per carità – in un'intervista rilasciata ad una testata giornalistica ha confessato delle scabrose confessioni elargitegli, con la complicità da “compagno di bevute”, dal nostro attuale Premier, il quale se n'è uscito con una scappata di questo tipo – se ricordo bene – inerente ad un bidè del suo villino in Sardegna: “Non puoi immaginare quanti bei culi ha visto quel bidè...”! Ora chiaramente se una frase del genere l'avessi detta io, che non ricopro alcun incarico pubblico, sarebbe stata di sicuro innocua e non avrebbe destato altra reazione se non un'amichevole pacca sulle spalle da parte del mio socio. Viceversa detta da un uomo che deve rappresentare all'estero il suo Paese risulta essere ben poco innocua e anzi magari potrebbe dar da pensare, ad esempio a un qualsiasi ex Primo Ministro francese, che per esempio i “cugini italiani” hanno passato il segno e che se hanno democraticamente eletto un siffatto uomo è perché sotto sotto condividono la sua stessa bassa concezione della donna come “oggetto” di cui loro – come affermano taluni avvocati – non sono che degli “utilizzatori finali” e nient'altro.
(Merita una menzione speciale un'altra celebre battuta uscita fuori dalla bocca inconsapevole del nostro Premier, vale a dire lo scherzoso complimento rivolto al Presidente in carica americano, da lui definito come “bello e abbronzato”. Lui ha detto di non aver compreso i motivi per cui l'opinione pubblica si è scandalizzata tanto. Ora: non so voi, ma io li ho compresi i motivi...)
Direte voi ma che c'entra con Boffo il fatto che il Premier frequenta minorenni e mignotte? Purtroppo c'entra perché costui in un pacato editoriale pubblicato su Avvenire – quotidiano come molti di voi sapranno vicino a Santa Romana Chiesa – si è permesso di dire che le magagne private del nostro Primo Ministro sono un tantino sconvenienti. Editoriale che a Boffo è costato il posto di direttore del suo giornale, perché subito la cordata promossa da Il Giornale ha estratto dal proprio cilindro, anziché un coniglio, un documento giudiziario – fino ad allora sconosciuto o comunque sottaciuto – che lascia intendere una torbida relazione avuta dall'ex direttore di Avvenire con un altro uomo.
Il “due più due” che poi è stato fatto – a ragione dalla maggior parte della critica indipendente ancora rimasta in Italia – concerne una sorta di “deficit cronico” della libertà di stampa nel nostro Paese. Poiché, infatti, mettere un giornalista nella situazione in cui non possa più esprimere liberamente la propria opinione sull'operato “scostumato” del proprio Capo del Governo, a meno che non voglia egli stesso venire accusato di un qualche non ben definito “scheletro nell'armadio”, significa – in ultima analisi – imbavagliarlo. Insomma, la morale di questa storia è a dir poco allarmante. La verità è che la libertà di stampa vigente nel nostro Paese è molto “fragile” ed è appesa a un filo sottilissimo che può spezzarsi da un momento all'altro ad un solo schiocco delle dita del nostro Premier. Chiudo menzionando un'attendibile statistica stilata da Report Sans Frontières secondo cui: il nostro Paese godrebbe della stessa libertà di stampa di una qualsiasi “Repubblica delle Banane”, con tutto rispetto per le medesime. Lascio alla vostra coscienza le conclusioni..

23.9.09

Totò - Racconto


di Marco Apolloni


Ci sono cose della nostra infanzia che faticano ad essere dimenticate. Una di queste per me è: Totò. Avevo sette anni nell’estate del 90’. Il Mondiale casalingo mi aveva fatto trascorrere notti magiche, notti indimenticabili. Quando si ha quell’età lì, un semplice goal può cambiarti la vita. Beh, io ora non dirò che i goals di Schillaci mi cambiarono la vita, ma di sicuro me la allietarono. Nelle sue esultanze i miei occhi di bambino vedevano un eroe semplice e schietto, un eroe italiano appunto. Per quanto la parola eroi a poco a poco negli anni abbia cessato di avere per me un significato eminentemente positivo. Come ha detto qualcuno: “Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi…”. Mai parole furono più sacrosante! Ad ogni modo a sette anni, come non mai, si ha bisogno di eroi, o perlomeno si ha bisogno di credere nella finzione costituita dall’eroicità umana. Salvatore Schillaci in arte “Totò”, con quel suo viso sofferto, oggi mi ricorda la mestizia del migrante italiano del secolo scorso: uno dei tanti capaci di solcare lo sterminato Oceano della Solidarietà umana per guadagnarsi la pagnotta e far campare dignitosamente se stesso e i suoi cari. Al suo nome mi lega un’ulteriore nota affettiva. Totò è stato il mio primo ed ultimo animale domestico, un piccolo pappagallo giallo.
Com’era bello accarezzarlo… al tatto rimaneva soffice come un guanciale. Poi quant’era saputo… peggio della peggiore pettegola del mio paese. A dir la verità, gli diedi un nome maschile ma francamente non ebbi mai la certezza dell’autenticità del suo sesso. Non seppi mai se fosse un pappagallo o una pappagalla. Ma la smania di volerlo chiamare a tutti i costi come il mio eroe mundial mi sopraffece a tal punto, che non m’importò mai nulla di sapere se fosse un lui o una lei. Di certo non gli diedi mai possibilità di provare la sua mascolinità. Se ne restò sempre solo e in disparte nella sua gabbia, accessoriata come un hotel a quattro stelle. Aveva ogni tipo di comfort: dalla tavoletta a forma di surf per rifinirsi il becco, all’altalena mignon sulla quale si divertiva rimanendo a penzoloni per ore e ore davanti alla tv. Come mi avevano consigliato quelli del negozio di animali, gli cambiavo puntualmente l’acqua ogni settimana e il cibo ogni paio di giorni. Ecco, il cibo… se posso fare un rimprovero al mio Totò era la sua concezione, come dire, fin troppo libertina della pulizia. Spesso gli succedeva di defecare sul suo stesso mangime; sicché lui, noncurante, si mangiava ripetutamente i suoi stessi escrementi, senza nemmeno accorgersene.
Una volta rischiò persino di rompersi l’osso del collo. Avevo da poco finito di vedere l’ennesima puntata delle Tartarughe Ninja e, complice una strisciante sonnolenza dovuta all’abbondante pranzo, mi addormentai come un piombo sul divano. A un certo punto, non so in quale stadio della fase REM – non il gruppo musicale –, fui svegliato da un cinguettio che si stava facendo sempre più fioco, della serie “ip” neanche “cip”. Preoccupato mi precipitai da Totò per controllare cosa stesse combinando. Il furbo si era cacciato nei guai, da solo, e cadendo dalla sua altalena era rimasto incastrato nella griglia metallica che mia madre gli aveva posto, con tanto di carta da forno attaccata, per non sporcare la sua gabbia luccicante. Nel divincolarsi era pure riuscito a ferirsi una zampa.
Io lì per lì, vedendolo sanguinante, andai in panico. Poi un lampo di sensatezza m’illuminò sul da farsi. Corsi fuori a chiamare mio padre che stava facendo dei lavori in giardino, come ogni Domenica. Subito, vedendomi agitato e tremante, mi disse di calmarmi. Volle che gli spiegassi cosa mi avesse sconvolto tanto. Trovai la forza per raccontargli l’accaduto:
“Babbo, babbo… Totò è caduto. È rimasto impigliato in fondo alla gabbia ed ora sanguina. Ho tanta paura… corri corri!” strillai impazzito.
“Vedrai che tutto si sistemerà, ora però calmati. Andiamo a vedere cos’ha combinato stavolta la bestia…” mi rassicurò lui. Smontò dalla sua macchina-falciatrice e insieme salimmo le scale.
Con calma olimpica, alla sua maniera, mio padre risolse tutto. Prese delicatamente tra il suo indice e il pollice la zampetta incastrata del pappagallo e la fece passare sopra alle maglie della griglia, così da liberarlo del tutto. Cauterizzò bene la ferita, inumidendola con dell’acqua ossigenata e un pezzetto di cotone. Il contatto bruciante con quella sostanza gli fece emettere un “cip” più potente del solito ma da lì capimmo che Totò, nonostante l’incidente, aveva la pellaccia più dura del cuoio e se la sarebbe cavata. Poi, per stare più tranquilli, lo portammo ugualmente dal veterinario che richiuse la ferita con della penicillina e dimise il paziente senza troppe smancerie. Ma che spavento…
Ricordo come fosse ieri la prima volta che pronunciò il mio nome. Era la vigilia di Natale. C’eravamo io, babbo, mamma e nonna. Stavamo tutti e quattro seduti sul divano, davanti alla televisione. All’appello mancava solo nonno. All’epoca non capivo ancora perché lui adoperasse sempre la stessa scusa per non stare con noi la sera della vigilia. Nonna mi diceva sempre:
“È andato a giocare a carte con gli amici, sai com’è fatto. Che vuoi farci…”.
E io le credevo. Ingenuo. Del resto cosa si può pretendere da un bambino di sette anni, che crede tanto ciecamente nel Natale.
Quell’anno, però, il vecchio filibustiere lappone si fece attendere e non poco. A mezzanotte passata avevo quasi perso la speranza di vederlo varcare la soglia di casa. E pensare tutte quelle lettere che gli avevo scritto. Tutte rigorosamente senza francobollo, che nella mia credulità dovevano essere spedite in Finlandia, a Rovaniemi. A mezzanotte e due minuti cominciai a guardare sconsolato l’orologio a pendolo, che inesorabile – come al solito – segnava l’incedere del tempo, senza che del signor Babbo Natale si fosse vista traccia. A mezzanotte e cinque grondavo già lacrime. Al che mia nonna, preveggente, andò in cameretta con la scusa di fare una misteriosa telefonata ad un’amica per i consueti auguri natalizi. Miracolosamente, a mezzanotte e sette minuti sentii il campanello suonare. Feci una corsa a perdifiato per controllare chi fosse alla porta, seguito dal resto della famiglia.
“Oh oh oh, buon Natale!” disse lo sconosciuto vestito di rosso, con una lunga barba bianca e un sacco pieno di strenne gettato dietro la schiena, lievemente inarcata per sostenerne il peso.
Io con gli occhi ancora umidi, ma finalmente felice, morivo dalla voglia di ricevere il malloppo di doni promessi e fu così che abbracciai dalla contentezza le ginocchia scricchiolanti di quello strano Babbo Natale – seppur quello scricchiolio, non capivo bene perché, mi suonasse familiare. La scusa che accampò per il suo sensibile ritardo fu davvero memorabile. Disse, testuali parole:
“Non ho trovato posto per parcheggiare le mie renne. Poi ho tentato di passare per il caminetto, ma ormai l’età e la pancia – fece cenno toccandosela – non sembrano più permettermelo. Ora, però, eccomi qua a portare regali o carbone a Marco. Sei tu Marco, vero? Allora, ti sei comportato bene quest’anno? Dì la verità…”.
Io, all’udire la parola tanto temuta (: carbone), rimasi impietrito e provai ad addurre una qualche plausibile scusa, dicendo:
“Ho fatto il bravo, lo giuro! Lo chieda pure a loro…” e indicai i miei familiari.
Nel frattempo Babbo Natale – che stranamente non parlava finlandese, e non solo intendeva benissimo il nostro idioma ma lo parlava pure correntemente – entrò nel soggiorno e depositò sopra il tavolo il pesante fardello, pieno di chissà quali mercanzie.
“Allora, come si è comportato il ragazzo? È stato giudizioso?” chiese rivolto alla famiglia.
Tutti fecero “sì” con la testa e io potei tirare un sospiro di sollievo. La scampai bella pure quell’anno. Lui, a quel punto, estrasse un pacchetto gigantesco coperto da una sgargiante carta-regali color rosso natalizio e addobbato con un elegante nastro giallo dorato. Mentre me lo porgeva, come fosse la cosa più preziosa al mondo, mi disse:
“Tieni il tuo regalo. Sulla lettera, se ricordo bene, c’era scritto che volevi o tanti regali piccoli oppure uno solo però bello grosso. Io mi sono permesso di scegliere la seconda opzione e ti ho portato il regalo più grande. Gli altri sono andati ai bambini meno fortunati di te, come mi avevi scritto. Mi raccomando Marco, fai il bravo e vedi di non far arrabbiare il nonno…”.
Mia nonna subito andò a tappargli la bocca, prima che l’incauto Santa Claus si lasciasse scappar detto qualcos’altro di troppo. Lui per tutta risposta imprecò in una maniera a me familiare:
“Ma por la Madon…” ma si tappò la bocca da solo, accortosi dell’involontaria gaffe commessa. Quell’ultima frase, sfuggitagli, avrebbe dovuto insospettirmi ma Totò decise d’intromettersi a modo suo:
“Cip cip… Marco… cip cip… Marco…”.
Fu quanto riuscì a dire il mio pappagallo, ma bastò a ravvivare il sacro fuoco del Natale che arde segreto nel cuore d’ogni bambino. Totò quella sera salvò l’intera sceneggiata. Io, infatti, non m’insospettii minimamente e continuai a credere, ancora per qualche altro anno, alla magia del Natale. Fui talmente preso a far le feste al pappagallo, capace finalmente di pronunciare il mio nome, che non volli capire altro. Alla mia momentanea incapacità d’intendere, inoltre, contribuì anche il mio stato tale di euforia messomi addosso dal regalo appena ricevuto: un bellissimo elicottero d’assalto dei G.I. Joe, che montai e smontai più volte quella sera. Ci andai persino a dormire con quella miniatura d’elicottero, tanto non volevo staccarmene un solo istante. Quello fu, io credo, uno dei momenti più felici della mia infanzia e Totò ne fu il principale artefice.
Ma il ricordo di Totò per me non è solo legato a momenti belli e spensierati, come quel Natale. Pochi mesi dopo – era ancora inverno e il giardino appariva ricoperto da un solido strato di ghiaccio –, rientrando da scuola feci la mia prima esperienza con la morte. Trovai, infatti, Totò stecchito nella sua gabbia. Il suo temperamento tropicale, evidentemente, non ce l’aveva fatta ad uniformarsi ai gelidi venti dei Balcani, che d’inverno non danno requie alle città costiere bagnate dal Mar Adriatico, come la mia. È stata un’esperienza davvero travolgente, che di solito capita intorno ad una precisa età, ovvero: l’età dei primi anni di scuola. Anni in cui un barlume di ragione comincia ad insinuarsi nella coscienza dei bambini, che dolenti o nolenti prendono sempre maggiore confidenza con la vita e con il suo mistero ultimo. Questa presa di coscienza per ciascuno sancisce il taglio definitivo del cordone ombelicale che l’ha tenuto, in certo senso, avvinto all’utero materno. Con essa finisce l’età dell’oro, che dura ahimè troppo poco per tutti. L’età in cui non si vede più in là dei propri passi corti, che mano a mano s’allungano e ci fanno prendere coscienza della nostra meta finale, uguale per tutti. Dicesi: la “democrazia” della morte, o “’a livella” come disse il grande Principe Antonio De Curtis, il cui nome d’arte – guarda caso – era proprio Totò. Un nome, un destino – si direbbe. Altro che coincidenze: e chi ci crede più nelle coincidenze, nemmeno gli scienziati, immagino. Esistono solo quelle che lo psichiatra e psicanalista svizzero Carl Gustav Jung definì felicemente coincidenze significative. Totò, il calciatore; Totò, l’attore; Totò, il pappagallo. Uno splendido triangolo sincronico che, a distanza di così tanto tempo, mi fa meglio comprendere l’intricato mosaico della mia vita.
Feci un funerale in pompa magna, al mio caro ed estinto Totò. Ci mancava solo Elton John a far scorrere le sue dita formicolanti sul piano ed intonare Candle in the wind (all’epoca non ancora scritta) per definire regali quelle esequie. Lo seppellii in giardino, riponendo il suo esanime corpicino nella prima scatola vuota di scarpe che trovai in sgabuzzino. Presi la pala e scavai una buca profonda quanto bastò per adagiarvi la scatola e il suo prezioso contenuto. All’evento accorse tutto il vicinato, messo in allerta dai miei strani traffici con quella pala più alta di me. Rimasero a dir poco increduli, non appena s’avvidero che mi ero preso tutto quel disturbo per un piccolo pappagallo. Solo io potevo sapere ciò che stavo facendo. Quello non era un animale qualsiasi. Era il mio Totò, il mio primo amico vero. Non ci dicemmo mai granché, noi due. A pensarci bene lui mi chiamò una sola volta per nome: quella vigilia di Natale. Ma la nostra comunicazione era talmente intima da non aver bisogno delle parole, come si conviene solo ai più grandi amici. Goodbye, mio piccolo amico. Questa canzone è anche un po’ per te…

And it seems to me you lived your life
Like a candle in the wind
Never fading with the sunset
When the rain set in

[...]
Your candle's burned out long before
Your legend ever will

15.9.09

Che – L'argentino e Che – Guerriglia (2008)


di Marco Apolloni

Che – L'argentino e Che – Guerriglia sono in realtà un unico film spezzato in due per esigenze più commerciali che altro (presumo). Si tratta di una pellicola complessa, non per tutti, che ha il piglio lento e citazionista di un documentario. Rende bene l'idea di mostrare il precipitare degli eventi rivoluzionari con in sottofondo la voce fuori campo dei Diari e degli Scritti del Che. Manca però un nucleo narrativo centrale e forte. A tratti, inoltre, difetta di lacunosità. Nel senso che dà per presupposte troppe cose e non bastano alcuni flashback messi qua e là per riempire dei significativi buchi biografici. Va bene il pout-pourri di azione condito da realistiche immagini dei combattimenti – nella prima parte a Cuba e nella seconda, invece, in Bolivia –, però il salto temporale che va dalla presa di Santa Clara all'estrema avventura nella giungla boliviana appare francamente troppo forzato. Secondo me sarebbe stato più logico e anche più apprezzato dalla platea sviluppare la storia del suo secondo matrimonio con l'agguerrita rivoluzionaria Aleida March. Il Che di Steven Soderbergh non ha tempo per smancerie e passa da un'azione all'altra quasi quanto il Che storico. Tuttavia nell'economia della trama del film un pizzico di vita bucolica non avrebbe guastato. Ne sapeva qualcosa il buon Tolstoj, liberamente citato durante la prima parte della pellicola (sotto riporto la citazione in questione), che nell'architettare il suo più universale capolavoro Guerra e pace ha saputo miscelare alla crudezza delle gesta pugnaci, la dolcezza delle scene idilliache di vita familiare. Molto più romantico in questo senso è il giovanilistico e donchisciottesco Diari della motocicletta (2004) di Walter Salles. In poche parole alle quattro ore e passa dell'epopea guevariana diretta da Soderbergh manca quel “di più” che ci si aspetta dai grandi film, pur rimanendo sempre degnamente un po' sopra la media – grazie anche alla maiuscola interpretazione di Benicio Del Toro, favorito soprattutto da una somiglianza fisica davvero impressionante. Più che l'utopia rivoluzionaria vera e propria – citata a sprazzi, in maniera disomogenea e quasi a casaccio – del guerrigliero Guevara, Soderbergh ci ha mostrato – volutamente o meno chiedetelo a lui – l'avventura umana di uomo sicuramente non comune, capace di grandi scelte e come tale degno di rispetto persino da chi non ne condivide le idee politiche. Sono uscito dalla sala con la non ben definita impressione di aver ammirato un dipinto ben fatto nell'insieme, ma privo di uno “sfondo” incisivo. É proprio questo “sfondo” mancante che non permette al film, secondo me, di spiccare il volo. Anche se, a sua evidente discolpa, va detto che di fronte ad un soggetto talmente carismatico nella realtà è quasi fisiologico che la sua trasposizione nella fiction sia nettamente svantaggiata. In quest'impresa che oserei definire “titanica” di mettere in piedi un Che in celluloide, il “duo” Soderbergh e Del Toro perlomeno non ne esce con le ossa rotte. E visto il soggetto, non è poco...


“Nel campo della guerra, la forza delle truppe è [...] il prodotto della massa per qualcosa d'altro, per non si sa quale incognita x. […] È, questa x, lo spirito delle truppe, vale a dire il maggiore o minor desiderio di battersi e di esporre se stessi al pericolo, sentito da tutti gli uomini che compongono quelle truppe, indipendentemente dal fatto che questi uomini si trovino a battersi sotto il comando di genii o di non genii, in tre o in due linee di schieramento, armati di randelli o fucili che sparino trenta colpi al minuto. Gli uomini che sentiranno maggiore il desiderio di battersi, sempre riusciranno a porsi nelle condizioni migliori, più favorevoli alla lotta. (L., Tolstoj, Guerra e pace, Milano, 2008, p. 1237)”

22.6.09

“Coraline e la porta magica”

di Alessandra Savazzi

“Coraline e la porta magica”, adattamento del romanzo “Coraline” di Neil Gaiman, è un film d’animazione prodotto dalla Laika H.E., realizzato con la tecnica stop-motion, accompagnato dalle musiche del compositore Bruno Coulais, e diretto dal regista di Tim Burton “The Nightmare before Christmas”, Henry Selick.
Coraline è una bimbetta dai capelli blu, acuta e coraggiosa, tutta pelle, ossa e curiosità. Il suo nome giusto è quello sbagliato: Caroline un giorno corse così forte nella mente di Gaiman che le sue dita inciamparono sulla tastiera; come il tempo nei sogni, la velocità dei pensieri talvolta capovolge le cose. L’abitudine per “Caroline” fa sbuffare Coraline, dopo tutto, chi sa dire dov’è l’errore? Non è “giusta” anche l’eccezione per il solo fatto che esiste? “E’ vero anche il contrario”, direbbe l’ironia poco ironica di Groucho Marx. Il suo nome sbagliato è quello giusto!
Con papà e mamma si trasferisce nell’Oregon, in una grande e vecchia casa, situata in una valle caliginosa e prosperosa di alberi arruffati. I suoi genitori scrivono infaticabili al computer, per riviste di giardinaggio, pur detestando tale pratica; “scrivete di terra e odiate la terra” appunta loro Coraline, ciondolando nel suo impermeabile giallo, traboccante di entusiasmo per la pioggia che scende e il giardino che s’ammorbidisce in fango. In quella casa così ampia non c’è spazio per giocare insieme, né tempo per inventare merende gustose: Coraline si sente come una stanza trascurata, una vita in scena, ma senza riflettori.
Miss Spink e Miss Forcible, abbondanti in forme ed esuberanza, inattendibili ermeneute di fondi di thé, moleste quanto le loro appiccicose caramelle secolari, sono due attrici in pensione che collezionano cani imbalsamati, tutti in fila in una specie di santuario, a sfoggiare alette d’angelo molto grottesche e tutt’altro che serafiche. Non sono i soli vicini, c’è anche Mr. Bobinski, che dice di allenare topi ballerini a comporre spettacoli musicali, e un ragazzino dall’aspetto moscio e cascante ma dal carattere estremamente inventivo, seguito da un gatto nero e spigoloso, complice delle sue avventure.
Una notte un topino di Mr. Bobinski apre a Coraline la strada per un mondo altro, attraverso una porticina della sala, di giorno impenetrabile ed enigmatica, e tutto sommato murata e deludente. Dall’altra parte Coraline vive la perfezione dei desideri: un'Altra Madre e un Altro Padre, identici ai suoi veri genitori, se non fosse che al posto degli occhi hanno due grossi bottoni neri, la inondano di attenzioni e farciscono di delizie, promettendole eterna felicità.
Solo un prezzo è da scontare per non uscire dal paradiso e giocare per sempre nel paese dei balocchi: non è un divieto, nessun albero del Bene e del Male, solo due bottoni, da cucirsi addosso.
Presto Coraline vive il disinganno: l’Altra Madre fabbrica pupazzi con i quali poter spiare il mondo reale e prender nota dei suoi difetti, attraverso i loro occhi-bottone; allo stesso modo di una bambola costruisce un mondo su misura, dal vestito a pennello, imbottito con la pienezza della perfezione, tenuto insieme da legami forti. Presto, però, l’imbastitura non regge, il panno si sgualcisce, tutto si sgonfia, e rovescia come un calzino. Tutti sono coinvolti e incatenati ad un mondo finto, solo Coraline, affrontandolo, ha lo sguardo libero e vigilante di chi trova ciò che vuole e, in fondo, aveva solo smarrito.
Il difetto dov’é? Nel mondo perfetto. L’Altra Madre è incapace di amare. L’ “altro” è l’incapacità del “questo”, l’incapacità si trasforma in odio e l’odio in volontà di onnipotenza, ma la volontà di onnipotenza dell’odio è potenza della distruzione, anche di ciò che esso crea. Solo la reale autenticità dell’amore, quell’amore sovente manchevole, insufficiente, incostante, disattento, pigro o maldestro, inesperto o pasticcione, orgoglioso e testardo, debole e indeciso, sempre pronto a rifarsi ma anche a fallire, senza misura o senza entusiasmo, indolenzito dall’abitudine e troppo facile a lasciare anziché resistere, quell’amore troppo umano da essere “divino” o forse divino proprio perché “umano”, può essere il costo di una vita perfetta, in quanto compiuta nel nostro realizzare noi stessi in esso come volontà di potenza, che vuole ciò che può, e per questo costruisce anziché distruggere.
Siamo prudenti, allora, a quel che desideriamo, e, prima di chiedere, esaminiamo in noi stessi ciò di cui davvero abbiamo bisogno per essere felici, ché altrimenti anche la risposta più impeccabile e incontrovertibile può scoprirsi insoddisfacente, e vera anche al suo contrario.

5.6.09

“Ken Park” (2002)

di Marco Apolloni

Ken Park” è un adolescente assomigliante a Rosso Malpelo, il cui altro soprannome è “krap”, “merda”. Il film si apre con lui che arriva allo skate-park e si suicida sparandosi un colpo in testa. Verso la fine veniamo a sapere dai suoi amici, che dietro al suo gesto estremo si cela il “movente” di una gravidanza indesiderata della sua ragazza. La pellicola si chiude proprio con lo sguardo di Ken perso in siderali lontananze, che inebetito non sa rispondere alla sua ragazza che gli chiede: se è contento che sua madre lo avesse fatto nascere. Risposta difficile, questa, soprattutto alla luce di quanto si viene svolgendo durante la narrazione filmica. Infatti nell'assistere sgomenti alla routine degli altri quattro co-protagonisti: Tate, Shawn, Claude e Peaches; la risposta alla domanda se valesse o meno la pena di nascere è un po' la chiave per capire la “periferia emotiva” di questi ragazzi, annoiati e svuotati, i quali contrappongono alla loro smania incessante di vivere l'incapacità di adattarsi in una società reprimente.

I famigliari di questi ragazzi, a ben guardarli sembrano molto più scossi di loro. Spiegabili perciò ci paiono i comportamenti eccentrici, che per reazione-difesa questi adolescenti problematici esprimono. Tutti tranne due: 1) il suicidio di Ken; 2) l'atto inaudito compiuto dall'esasperato Tate, che in preda ad un raptus omicida accoltella mortalmente i suoi nonni. Per gli altri tre rimasti ne risulta un ritratto efficace di una generazione ben oltre il nichilismo e la perdita dei valori. Poiché, a dire il vero, essi un valore dimostrano di averlo – valore, questo, di chiara ispirazione libertina –, e cioè: vivere appieno la loro disinibita sessualità attraverso la scoperta del loro corpo-strumento. In materia sessuale: il loro unico freno morale vuole essere non avere alcun “freno morale”! Concezione, questa, che lambisce l'edonismo più sfrenato. Con il termine “edonismo” s'intende comunemente quel complesso di dottrine ruotanti attorno al principio di “piacere”. Laddove altre dottrine filosofiche, invece, individuano nel “bene” oppure nella “felicità” i loro principi basilari. Il “piacere” che intendono loro è principalmente “carnale” e solo indirettamente “spirituale”: poiché per essi star bene con il loro “corpo” equivale a star bene con il loro “spirito”.

Riassumendo, dei cinque protagonisti: due sono senz'altro “negativi”, in quanto l'uno distruttivo per se stesso (Ken) e l'altro per gli altri (Tate); gli altri tre risultano invece “positivi” (Shawn-Claude-Peaches); il “trio” che, non a caso, nella parte finale della pellicola si esibisce in un triangolo sessuale travalicante il confine della pornografia. In un dialogo denso di significati e riferimenti culturali per bocca di Claude viene esposta quella che è la loro filosofia esistenziale, riassumibile con un capovolgimento del celebre detto cartesiano tramutato per l'occasione in: “Coito ergo sum”! Il loro obiettivo dichiarato è l'attuazione di una società utopica formata da uomini e donne pienamente appagati/e. Secondo loro ciò può essere l'unico antidoto contro il veleno che sta uccidendo la nostra società occidentale: sessualmente troppo repressa. “Società utopica” è la loro, dove la sola merce di scambio consentita è il “piacere” nella sua totale accezione fisica-metafisica. Una società dove è il sesso a farla da padrona, fondata sull'assunto matematico secondo cui: + SESSO = - FRUSTRAZIONE!

In definitiva, il merito più grande di questa pellicola – diretta dal regista Larry Clark – è di non essere scontata. In tempi di magra come questi, direi, ci possiamo accontentare...

16.5.09

Castelli di sabbia, castelli di rabbia

di Silvia Del Beccaro

Saranno trascorsi almeno quindici anni da quando, in vacanza sul lungomare pugliese, costruivo castelli di sabbia insieme a mia madre e mio padre. Forse anche qualche anno di più. Poco importa. Ho nei ricordi la vivida immagine di quei giorni, “quando la vita era più facile e si potevano mangiare anche le fragole”, canta Vasco Rossi. Quando un secchiello diventava nelle mie mani una gru precisa, affidabile, impeccabile. E la sabbia era la mia calce, il mio cemento armato col quale realizzavo splendidi, a miei occhi, castelli di sabbia che poi, la notte, il mare si sarebbe portato via. Io costruivo, lui distruggeva. Io ricostruivo e lui ridistruggeva. Per me era un gioco. La sabbia intendo. Mi divertivo a realizzare forme diverse: sirene, angeli, piramidi. Nelle mie mani la sabbia prendeva vita e sul lungomare nascevano forme nuove, costruzioni mai viste che nei miei occhi di bambina apparivano incrollabili ma che poi, in fondo, a mia insaputa, non avrebbero visto l’alba del giorno succesivo. Oggi, quindici anni più tardi, qualcuno ha ancora l’ardire di costruire castelli di sabbia, nelle città, nelle cosiddette metropoli italiane. Ma anche nei piccoli borghi storici. Come l’Aquila, recentemente colpita da violente scosse sismiche, che hanno messo a nudo la città, mostrandone le fragilità. Case, più che castelli, fatte di sabbia. E dietro ad esse, “burattini edili” di cartapesta mossi dal solo denaro. L’Italia si è mossa. L’Italia si è sentita viva e solidale. Ecco l’Italia che vogliamo. Nei volontari della protezione civile, nei soccorritori della Croce Rossa, nelle migliaia di angeli italiani che - come nel film Il cielo sopra Berlino - hanno vigilato e tuttora continuano a vigilare sui terremotati abruzzesi. La storia si ripete, dunque. Dopo l’Umbria, di qualche anno fa, ora è toccato all’Abruzzo. Una tragedia che si poteva risparmiare? Forse sì. E non tanto per le avvisaglie che il geologo aveva lanciato. Forse sarebbe stato meglio fermare le mani di quei costruttori che, in maniera conscia, hanno eretto nelle città quegli stessi castelli di sabbia che io formavo sulla spiaggia. In barba a quelli che vi sarebbero poi andati andati ad abitare. In barba all’onestà. Oggi quei castelli non sono più castelli di sabbia, ma sono castelli di rabbia. La rabbia e lo sgomento di persone che non hanno più niente. La rabbia e lo sgomento di persone che, sperano, soffrono, sognano e si disperano ma tutto sommato continuano a vivere. Nel bene e nel male.


Dentro i colpevoli, fuori i nomi / o' terremoto' ... / 'fanculo l'onore e l'omertà”. (“Dimmi il nome”, Litfiba)

23.4.09

Bilancio Festival '09

di Marco Apolloni (Autore anche di un nuovo blog

Se il Festival di San Remo diventa la succursale di Amici vuol dire che un “male oscuro” sta affliggendo la nostra nazione. Di che male sto parlando? Il “mal di audience”, ovvero come fare tutto per distruggere la qualità artistica della canzone italiana, a favore della “cultura da massaia”. Senza peraltro nulla togliere alle suddette, che non me ne vorranno se le critico nella loro eccentrica veste di giudici inappellabili dell'arte nostrana. Il problema di fondo non è tanto che il Festival di San Remo sia stato vinto da un ex parrucchiere sardo, pur sempre con una bella voce – gliene ne do atto. Piuttosto è “come” lui sia riuscito a spuntarla nella kermesse canora che ha dell'inquietante. La sua canzone, sì orecchiabile – per carità –, presenta un testo che sembra scritto da un bambino di terza elementare, con un vocabolario personale – per usare un eufemismo – abbastanza “limitato”. Con ciò non vorrei essere equivocato e soprattutto non vorrei passare per ammiratore segreto dei testi di Battiato – anche se per me è un genio –, però non posso nemmeno dire di essere un fan di Povia – giustamente preso in giro da quei furboni della Gialappa's. Chissà per quale strana coincidenza, ma appena il Festival scende un po' di livello eccolo subito spuntare come un fungo quanto meno nel podio – se non da vincitore, quasi. Dopo la canzone dei bambini – l'unica salvabile – e quella del piccione, quest'anno il cantautore milanese s'è cimentato in quella del gay, con tanto di esposizione di mega cartelloni – stile Gay Pride – durante l'esibizione. Ho gradito invece la canzonetta di Arisa, vincitrice della sezione dedicata ai giovani, che al primo ascolto ho subito battezzato “vincente”. Non a caso la sua Sincerità è già diventata un tormentone. L'unica pecca di questa promettente ragazza genovese è il suo personaggio che, “to be honest”, mi sa un po' di costruito...  
Non che l'anno prima le cose fossero andate meglio, qualitativamente parlando. Non essendo critico musicale, ma modesto scribacchino, nella mia critica – che spero troviate costruttiva – faccio riferimento soltanto alla lacunosità dei testi. A proposito: chi di voi ha più sentito parlare, dopo la vittoria al Festival dell'anno scorso, del mitico Giò Di Tonno? Bah, sfido chiunque a darmene notizia. Starà cantando al matrimonio del suo migliore amico? Oppure si starà esibendo alla Sagra del Pesce di Montesilvano? Chissà... In compenso la sua partner canora: Lola Ponce, si limita a mostrarsi nella sua tenuta déshabillé in Mai dire Grande Fratello e ad essere puntualmente presa per i fondelli dall'istrionico Mago Forest. Insomma pare essersi sistemata nello showbiz nazional-popolare. Mi aspetto solo che fra qualche anno la chiameranno a sostituire Alessia Marcuzzi nella conduzione del reality più trash del panorama televisivo mondiale, poi sì che ne avrà fatta di strada... 
Volendo ampliare l'angolo visuale sul Festival di quest'anno vorrei toccare la nota ancor più dolente dei grandi ospiti, cantanti o showman che siano stati. Del Noce non si è smentito neppure stavolta, estraendo dal suo libretto paga due nomi su tutti, mi riferisco: all'oramai arrugginito Roberto Benigni e alla patinata Annie Lennox – più bella oggi che vent'anni fa. Lo “showman” Benigni, diciamocelo, ce l'ha un po' fracassati con le sue solite boiate sul Cavaliere. Anche se, di questi tempi, ti si leva la voglia di far battute sulla “rottamata” sinistra: la gente vuole ridere, mica piangere! Ma riconoscerete anche voi che, per quanto il soggetto stra-usato del nostro anziano Presidente del Consiglio, sì è vero che si presta molto bene a del facile umorismo ed anzi egli stesso pare cimentarsi volentieri nel genere, però francamente non se ne può proprio più. Quasi che ho trovato più divertente il Cavaliere con l'ultima sua frecciatina dedicata al “bello e abbronzato” neo Presidente in carica degli States – ho solo detto “quasi” però. Tornando al Robertone nazionale, va detto che, da quando ha incominciato a far film cervellotici – da Pinocchio in poi tanto per intenderci – e a portare in tour la Divina Commedia, mi pare che abbia un po' perso l'antica verve, quella che lo rendeva il più esplosivo comico italiano. Del resto, si sa, un Oscar in certi casi può darti di volta il cervello. (Come la maledizione del Pallone d'Oro, secondo cui: chi lo vince, poi, comincia a giocare da schifo!) Sola attenuante per il comico toscano può esser stata la mancanza dei genitali di Baudo, per lui evidentemente fin troppo stimolanti... (A proposito: “Pippo torna, ci sei mancato!”.) La “cantante” Lennox invece, il fatto che sia brava nessuno lo mette in dubbio, ma del resto questo lo sapevamo. Infatti quante volte era già venuta al Festival: tre o quattro? Boh, confesso di aver perso il conto. Parafrasando una tua meravigliosa canzone: “Why Annie sei ritornata a San Remo?”. Per presentare in anteprima la tua nuova collection? O per i bambini malati e bisognosi di cure dell'Africa? Se è per il secondo motivo sei ampiamente scusata e, anzi, come redattore di Impegno Sociale mi scuso io con te per averne dubitato. 
Conclusa la parentesi “grandi ospiti”, non resta ancora molto da dire su quest'edizione decisamente sfortunata del Festival della canzone italiana. Come direbbero a Roma: “Aridatece Moro...”! «Pensa prima di sparare / Pensa prima di dire e di giudicare prova a pensare / Pensa che puoi decidere tu / Resta un attimo soltanto un attimo di più / Con la testa fra le mani / Ci sono stati uomini che sono morti giovani / Ma consapevoli che le loro idee / Sarebbero rimaste nei secoli come parole iperbole / Intatte e reali come piccoli miracoli / Idee di uguaglianza idee di educazione / Contro ogni uomo che eserciti oppressione / Contro ogni suo simile contro chi è più debole / Contro chi sotterra la coscienza nel cemento / Pensa...». Queste parole, combinate con l'abilità vocale del bravo cantante, formano secondo me una bella canzone. Altro che La forza mia... Quindi l'appello che faccio ai telespettatori per il Festival dell'anno prossimo, sulle del summenzionato cantautore romano è: Pensate / Prima di votare e di giudicare / Pensate che potete decidere voi...                  

(Articolo apparso sullla rivista bimestrale Impegno Sociale, numero marzo-aprile 2009. Dello stesso Autore leggi anche: http://viverefilosofando.blogosfere.it/)

30.3.09

Inaugurazione blog professionale “Vivere Filosofando”

di Marco Apolloni

Vivere Filosofando

Cari “Iperborei”, è con grande soddisfazione che vi annuncio l'apertura del mio blog professionale intitolato “Vivere Filosofando” e interamente dedicato alla filosofia e all'attualità filosofica, con “Blogosfere”: la più importante piattaforma italiana per blog professionali, che ha in atto fra l'altro una prestigiosa partnership con “Il Sole 24 Ore”. Perciò v'invito tutti a frequentare e leggere i miei post filosofici, che riflettono e rifletteranno sui nostri tempi difficili, nei quali è sempre più necessario intraprendere sfide coraggiose. Naturalmente saranno ben accetti i vostri commenti, perché – come ben saprete – il sale di ogni blog è la sua assoluta democrazia e capacità di far interagire fra loro le persone, creando – altrimenti impossibili – connessioni d'idee.

Quale autore e fondatore del blog “NoIperborei”, ormai giunto al suo quarto anno di vita, voglio ringraziare tutti i miei compagni di cammino, siano essi: coautori, commentatori, assidui od occasionali visitatori. A tutti voi voglio dire semplicemente che la novità del mio nuovo blog professionale “Vivere Filosofando” non interromperà la vecchia avventura di “NoIperborei”, che andrà ugualmente avanti e che conterà ogni tanto su qualche mio contributo – oltre ai consueti di Silvia e Paolo e di altri nuovi amici che ci hanno espresso la loro volontà di collaborare con noi. Questa precisazione mi è sembrata doverosa nei confronti di chi, vecchi e nuovi visitatori, si aspetta un blog filosofico, quando in realtà “NoIperborei” subirà una lieve modifica nella linea editoriale, anche se si continuerà seppur indirettamente a parlare di filosofia, che in quanto cristallizzazione della vita, è imprescindibile indipendentemente da qualunque argomento si tratti.

Con l'augurio, quindi, di poter interagire presto con voi sia in “Vivere Filosofando” che in “NoIperborei” vi mando un caloroso saluto virtuale, augurandovi una buona navigazione (e lettura)!

16.3.09

"No line on the horizon" (U2)... Simply: "Magnificent"!


di Marco Apolloni

Magnificent! Non credo ci sia aggettivo migliore per descrivere il nuovo album degli U2: No line on the horizon, che richiama peraltro il titolo di una superlativa traccia dello stesso. Questi maestri indiscussi del panorama rock contemporaneo, a distanza di cinque anni dalla loro ultima fatica in studio, sono finalmente tornati a parlare per mezzo della loro potente musica. Oltre a rimanere un autentico miracolo creativo la musica degli U2 è conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo per essere testimonial d'importanti campagne umanitarie. Quella che ha avuto fin qui maggiore risonanza mediatica è stata portata avanti dal vocalist Bono Vox. Essa riguarda la cancellazione del debito contratto dai Paesi poveri con quelli ricchi. Ciò testimonia a pieno quanto la musica possa fare – volendolo fortemente – per aiutare le popolazioni vessate da piaghe quali: malattie e miserie. Il che non è molto, ma neppure poco di questi tempi.
Al suo ritorno da un viaggio iniziatico fatto in Etiopia alcuni anni fa, insieme a sua moglie Ali, Bono ha confessato – in una fluviale intervista al magazine Rolling Stone del Gennaio 2006 – di aver attraversato una profonda crisi di coscienza. É da qui, infatti, che prende le mosse il suo infaticabile “impegno sociale”. Nel corso di questi anni esso lo ha portato a negoziare con i potenti della Terra, in nome dei “senza voce”. Ovvero: di quegli individui considerati “ultimi fra gli ultimi” e proprio per questo abbandonati al loro infausto destino. Anche una apparentemente insulsa puntura d'insetto può risultare loro fatale. Quando basterebbero dei comunissimi medicinali, che si possono acquistare persino nei supermercati da noi, a salvare le loro vite. L'avvolgente melodia di Crumbs from your table – track del penultimo album della band irlandese: How to dismantle an atomic bomb – si riferisce appunto alle briciole dei Paesi ricchi che basterebbero, da sole, a sfamare i Paesi poveri. Finché esisterà l'estrema povertà – è convinto Bono – vorrà dire che l'umanità non si sarà ancora scrollata di dosso l'estrema stupidità.
Non è un caso se la canzone più mistica in assoluto degli U2, quale Where the streets have no name, sia nata proprio durante quel significativo soggiorno in Etiopia. Canzone, questa, che riecheggia siderali lontananze e un fantomatico deserto dell'anima, che conduce dritto fino a Dio. Ci è impossibile comprendere i testi delle canzoni degli U2 al di fuori delle evocative parole del “libro dei libri”: la Bibbia. La fede è stato il “faro” che ha illuminato la genesi e l'ascesa musicale nonché spirituale di questi quattro musicisti. Ha dell'incredibile come essi dopo tutti questi anni vadano ancora d'amore e d'accordo, e riescano nel non facile compito di catturare il più vivo interesse del pubblico. Tutto questo senza mai cedere alle stringenti logiche del mercato – un disco ogni quattro o cinque anni è la loro media odierna, relativamente bassa rispetto a quella di molti altri gruppi.
Se c'è un pregio, infatti, che possiamo attribuire a questi quattro saggi uomini – prima che musicisti – è quello di non esser mai scaduti nella banalità. Chi considera “decadente” il loro percorso artistico significa che è un pessimo intenditore d'arte. Nella parabola di ogni artista vi possono essere varie fasi, ma nessuna di esse può considerarsi superiore o inferiore all'altra. I parametri sportivi, ad esempio, esulano completamente da quelli artistici. I soli criteri qui valevoli sono quelli estetici: di “bello” e di “brutto”. Così come esiste solo un'arte bella e un'arte brutta, lo stesso può dirsi di una branca dell'arte qual è la musica. Vale a dire: esistono soltanto belle canzoni e brutte canzoni. E, poco ma sicuro: la maggior parte dei brani degli U2 appartengono di diritto alla prima categoria. Per quanto concerne il loro ultimo album: almeno per dieci/undicesimi è composto da belle o – com'è più opportuno definirle – magnifiche canzoni... Non ascoltarlo sarebbe un delitto!

Alcuni links utili:

(espunto dalla rivista "Impegno Sociale", numero Marzo-Aprile 2009)

2.3.09

Train de vie (1998)

di Marco Apolloni

Forse molti non sapranno che Roberto Benigni per la realizzazione del suo film premio Oscar La vita è bella (1997) si sia ispirato a Radu Mihaileanu e alla sua originale pellicola Train de vie. Il regista rumeno, di origine ebraica, inviò il soggetto del “matto” – protagonista del suo film – a Benigni, il quale non si disse interessato per poi, subito dopo, estrarre dal cilindro il suo capolavoro assoluto. Mihaileanu, mostrandosi fine conoscitore dell'ironia dolce-amara del suo popolo, affronta un tema delicato e al tempo stesso straziante come la Shoah con tocco lieve e il meno possibile pedante o didascalico. Un po' come lo stesso Benigni, solo che lui ci è arrivato prima – pur vedendosi costretto a posporre la realizzazione del suo progetto.
Allietata dalla “zingaresca” colonna di Goran Bregovic, la vicenda si svolge in un piccolo shtetl: villaggio ebreo dell'Est europeo. Nella prima scena vediamo Schlomo, il matto del villaggio, che corre a perdifiato per avvertire i suoi compaesani dell'imminente arrivo dei nazisti. Quando tutti non sanno che fare, all'improvviso Schlomo, sorprendendo tutti, ha un'idea geniale: l'auto-deportazione dell'intero villaggio. Il suo piano consiste nell'acquistare un treno, scegliere quelli fra loro che hanno più dimestichezza con la cultura e la lingua tedesca e, dopo averli travestiti da finti nazisti, sperare di passarla liscia e prendersi gioco dei veri nazisti, tirando dritti con il loro “treno fantasma” fino in Palestina, via Russia. Questo piano apparentemente strampalato, in realtà, risulta essere la loro unica alternativa per sottrarsi ai lager nazisti. Il finale non è affatto scontato.
Ne fuoriesce un film corale, in cui ci s'immedesima con i bizzarri personaggi, tutti azzeccati, i quali in fuga verso la loro Terra Santa danno vita a godibili e rocamboleschi episodi, che coinvolgono e al contempo fanno riflettere nella giusta maniera lo spettatore. Ecco il loro identikit... Schlomo, la cui saggezza è racchiusa in questa sua perla “Forse Dio ha creato l'uomo... ma l'uomo ha sicuramente creato Dio per inventare se stesso”, confessa di aver voluto fare il rabbino del villaggio, ma visto che il posto era già occupato da un altro si è accontentato di fare il matto. Il vero rabbino al contempo, in una scena davvero memorabile, prega il buon Dio d'Israele di salvare donne, bambini e “già che c'è” anche i vecchi – lui compreso. Mordechai è un fabbricante di legname, scelto nel mazzo per fare il comandante nazista suo malgrado, parte per cui tutti lo detestano nonostante lui lo faccia solo per il bene della collettività. Yossi è il “nerd” del villaggio, perennemente attaccato alla sottana della madre, instauratore d'una cellula bolscevica nel treno e fomentatore di una velleitaria rivolta. Esther, la bella di turno, oggetto delle brame di Yossi, è in cerca del grande amore e si concede al figlio di Mordechai – anch'egli bolscevizzatosi strada facendo – cui Esther impartisce un prezioso insegnamento: un paio di zinne valgono tutti i Marx e i Lenin del mondo...
Forse il più bel film sulla Shoah: brillante, leggero e, soprattutto, riflessivo.


Esempio d'umorismo yiddish:

Schmecht (il germanista): Lo yiddish è una parodia del tedesco con dentro l'umorismo...
Mordechai: Ma i tedeschi lo sanno che facciamo la parodia della loro lingua? Non saranno in guerra per questo?
(Articolo tratto dalla Rivista di Arte, Cultura e Società: L'Aperitivo Illustrato, Numero 24, Febbraio 2009)

23.2.09

Next (2007)

di Marco Apolloni

Tratto dal racconto di Philip K. Dick The Golden Man, Next diretto da Lee Tamahori è un godibile blockbuster. L'uno è un buon racconto, l'altro un buon film. Salvo che: il genere fantascientifico rende più al chiuso nelle sale buie del cinematografo, dove lo spettatore viene maggiormente coinvolto dagli effetti speciali, che rendono quella che è la visione di uno scrittore una materia non più astratta, ma rappresentata visivamente, dunque viva e pulsante. Perciò anche qui siamo davanti ad uno di quei casi, come tutte le altre pellicole fantascientifiche, dove il film è migliore del racconto che l'ha ispirato, senza nulla togliere a quest'ultimo. Pensare anticipatamente, predire il futuro – per quanto immediato e ravvicinato come può fare il nostro eroe Cris Johnson – è motivo di grande fascinazione. Dick nelle pagine del suo racconto abbozza l'idea che un uomo/animale dotato di un simile potere preveggente possieda il vantaggio o svantaggio, a seconda, di presentire la propria morte, dunque volendo di accettarla visto che sa che accadrà. A ben pensare: ogni morte è certa, lo sappiamo tutti – nostro malgrado –, ma sapere esattamente come si svolgerà l'intero film della propria vita è qualcosa di estremamente avvilente, ci toglierebbe il gusto della sorpresa e soprattutto ci priverebbe della forza titanica di combattere sino all'ultimo per cambiare la propria sorte. Titanismo insito in ogni agire umano e che sottende il tentativo proprio di ciascun uomo di elevarsi al di sopra della propria mortale condizione umana. Wisdom, direttore della divisione nordamericana della DCA – sorta di FBI cacciatrice di mutanti potenzialmente pericolosi – nonché uno dei protagonisti della novella dickiana, si rende conto meglio dei suoi colleghi dell'incredibile pericolosità in cui incorrerebbe la razza umana nel caso brulicassero tanti Cris Johnson. Essa sola ed unica artefice del proprio destino, nel bene e nel male, andrebbe presto a scomparire e subentrerebbe una razza più abietta di persone con appiccicata la loro data di scadenza, manco si trattasse dei cartoni del latte. Tema, questo, già espresso in un romanzo dickiano quale Ma gli androidi sognano pecore elettriche? – da cui è stata tratta la visionaria trasposizione cinematografica Blade Runner del maestro Ridley Scott. L'interrogativo che si pone Dick è: se i poteri di Cris possono giovare o nuocere all'umanità; la risposta che viene delineata sia dalla pagina scritta che dai fotogrammi filmici propende più per la seconda ipotesi. Il Cris del regista Tamahori, che non è diciottenne, non è bello come un dio greco – non ce ne voglia il pur piacente Nicolas Cage che lo interpreta –, né tanto meno ricoperto d'alcuna patina d'oro e che in definitiva è decisamente più umanizzato rispetto al divinizzato Cris dello scrittore Dick, mostra proprio la sua grande sofferenza interiore nel vivere la sua condizione di super-eroe privilegiato. Cliché, questo, che appartiene un po' a tutta la filmografia hollywoodiana che trae la sua ispirazione dai super-eroi dei fumetti della Marvel & Comics, da Superman a Spiderman, tutti ragazzi problematici, che avvertono come un fardello i loro super-poteri come anche il Cristo gnostico di Scorsese di The last temptation. I mutanti come Cris se si riproducessero a dismisura, pericolo che avverte molto bene il direttore Wisdom, creerebbero una nuova razza di apatici, i quali trascorrerebbero i loro giorni vivendo schiacciati dal peso dell'inanità, sapendo tutto ciò che gli accadrà dal giorno della loro nascita fino a quello del loro trapasso definitivo. Una razza simile sarebbe disumana nel senso che sarebbe privata dell'essenza stessa della vita umana, che consiste in un'incessante scoperta quotidiana che noi tutti possiamo fare solo vivendo. Per quanto scontato possa sembrare il segreto svelato della Vita è vivere. Semplicemente e soltanto: vivere!

(Articolo tratto dalla Rivista di Arte, Cultura e Società: L'Aperitivo Illustrato, Numero 23, Gennaio 2009)

5.2.09

Panem et circenses Vs. Ragnarök


di Marco Apolloni

Come hanno speso i loro ultimi soldi della campagna elettorale i due candidati alla Casa Bianca, il neo-eletto Barack Obama e l'onorevole sconfitto John McCain? Risposta: negli spot televisivi. Ergo: la televisione è il più potente strumento di potere delle odierne democrazie occidentali, Italia compresa. Vista la sua imprescindibilità, la TV è diventata lo specchio della nostra società. Dunque la domanda è la seguente: cosa filtra dal nostro tubo catodico e soprattutto quale spaccato d'Italia ci danno i programmi televisivi? In nome del politically correct semplificherò il panorama televisivo italiano distinguendolo in due correnti generali: una di centro-destra e l'altra di centro-sinistra. Della prima fanno parte programmi come i reality show: dall'Isola dei famosi alla Talpa, passando per il Grande Fratello; e trasmissioni di approfondimento sull'attualità: Porta a Porta e Matrix. Della seconda fanno parte invece programmi di satira: Parla con lei e Crozza Show (confinato, però, nel canale marginale de La7); e trasmissioni d'indagine sociale quali: Ballarò e Anno Zero, passando per L'Infedele (anch'esso posto nel confino de La7). Di sicuro ne ho dimenticata qualcuna, ma credo di avervi dato un'idea perlomeno approssimativa dell'odierno palinsesto televisivo italiano. Tralascio volutamente il discorso sul conflitto d'interessi, che quelli di sinistra non hanno risolto e che quelli di destra non hanno alcuna intenzione di risolvere. Malgrado i rapporti di Reporters sans frontières in materia di libertà di stampa parlino chiaro in proposito: stimandoci nella loro personale classifica alla stregua di una qualsiasi Repubblica delle Banane. Ad ogni modo, non è questo il luogo adatto per parlare di simili chimere. Restando coi piedi per terra, voglio qui limitarmi soltanto ad analizzare, come si suol dire, quel che passa il convento.

Siccome in Italia si leggono pochi libri o giornali – il più letto rimane sempre La Gazzetta dello Sport – e viceversa si guarda tanta televisione, ne consegue che il clima culturale o sotto-culturale, come preferite, nel nostro Paese è determinato dal potente mezzo televisivo. La TV dunque riflette, a seconda, sia gli umori dei monarchici elettori di centro-destra, sia quelli dei giacobini elettori di centro-sinistra.

I monarchici quando sentono parlare di crisi economica mondiale ammettono che la situazione è seria, ma che finché c'è il Cavaliere c'è speranza. I reality show che imperversano in televisione si prefiggono l'obiettivo di distrarre il popolino ed intrattenerlo. Volti noti e meno noti intasano il tubo catodico, dando vita ad individuali scenate di gelosia e a scene di delirio collettivo. Ironia della sorte capita che in alcuni di questi programmi, come L'isola dei famosi, vinca una “macchietta” professatasi comunista, come Vladimir Luxuria. Risultato: il famelico pubblico riceve il consueto panem et circenses, che dall'età dei Romani in poi è divenuto il metodo più infallibile con cui chi comanda tiene prudentemente a bada i bollori delle masse popolari. D'altra parte trasmissioni quali Porta a porta e Matrix si concentrano sempre più su fenomeni di costume o di cronaca nera (delitti di Cogne, Erba, Garlasco, Perugia, eccetera, non a caso in Italia l'unico genere letterario che si salva è il noir), toccando solo di striscio i grandi temi d'attualità (riforme, crisi, scioperi e via dicendo). L'umore degli elettori di centro-destra, influenzati dai loro programmi preferiti, è tendente ad un ottimismo di facciata, nonostante il carovita e la fatica che loro stessi fanno per scavalcare la soglia della  fatidica “terza settimana”. I giacobini al contrario quando gli si parla di crisi vengono punti sul vivo e con occhi spiritati danno fondo a tutta una sequela di previsioni apocalittiche. Nel dir ciò vengono imboccati dai vari Floris, Lerner e Santoro. Tempi di spada e di lupi si preannunciano per essi e come le popolazioni vichinghe attendevano il Ragnarök – equivalente del cristiano Giorno del Giudizio –, allo stesso modo gli elettori di centro-sinistra tornati alla prima fase del marxismo, quella messianica, attendono un Messia che lavi i peccati della televisione.

In conclusione, accantonando il mio giudizio sulla TV italiana – che, detto fra noi, non può che essere negativo –, a chi mi chieda cosa le manchi per spiccare il salto di qualità rispondo due cose soltanto: la prima è un po' più di equilibrio; la seconda – udite udite sto per dire una “parolaccia” – è un po' di sana Cultura con la C maiuscola...