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5.11.08

Mercoledì 5 Novembre - NO FEAR!

di Marco Apolloni

Oggi è un gran giorno per l'umanità! Barack Hussein Obama è il quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti d'America. Un afroamericano alla Casa Bianca. La realtà ha superato di gran lunga la fantasia hollywoodiana. Onore delle armi all'ex combattente ufficiale di marina, candidato repubblicano, John McCain. (Ora posso dirlo: per il suo passato eroico mi stava pure simpatico. Normalmente, se non ci fosse stato Obama, sono convinto che McCain sarebbe stato un buon Presidente degli Stati Uniti d'America.) Che Obama vincesse ci speravo proprio, lo confesso. Anche se, in fondo, temevo due cose: 1) che non sarebbe arrivato tutto intero al fatidico giorno; 2) che molti bianchi americani non l'avrebbero votato. Per fortuna i miei timori sono risultati infondati. Qualcosa è cambiato in America. Un vento democratico ha pervaso quello che è forse il paese più conservatore al mondo. Siamo realisti, la sinistra americana non è uguale a quella europea. Il professor Angelo Panebianco, celebre editorialista del Corsera, nelle sue illuminanti lezioni mi ha convinto di questo. Tuttavia, credo che il mio esimio professore non obietterebbe nulla se si dicesse che Barack Obama è un progressista. Tirando le somme, se quella di questa lunga e interminabile tornata elettorale – era dagli anni d'oro in cui lavoravo nelle discoteche che non tiravo le cinque di mattina – non può reputarsi una vittoria a tutti gli effetti delle sinistre europee, certamente però il fatto rappresenterà una dura batosta, a lungo andare, per tutte le destre conservatrici europee.

Del resto, con un Presidente così outsider e improbabile – come lui stesso ha voluto definirsi –, che ha saputo trionfare – la sua infatti non è stata una semplice vittoria, ma un autentico trionfo – grazie ad una campagna elettorale tutta basatasi sulla parola cambiamento, me ne aspetto delle belle. Una cosa è certa, il neo-eletto Presidente turberà, e non poco, le coscienze di non pochi lobbisti sia americani che non. Nei suoi splendidi discorsi, che ritengo studieranno i nostri figli un giorno e che sono già entrati nel nostro immaginario collettivo, Obama ha proclamato quella che sarà la sua guerra non al terrore – come il suo infantile predecessore seriamente convinto dell'esistenza del male assoluto –, bensì al privilegio in tutte le sue forme più abiette. Con Obama la nostra speranza, e quella anche evidentemente della stragrande maggioranza degli americani, che il divario fra ricchi e poveri si assottiglierà sempre più acquista una sua fondatezza. Dal mio canto, mi rendo perfettamente conto che il suo tanto agognato cambiamento avverrà per gradi, con grande lentezza e non senza dover scavalcare gigantesche barriere che gli si frapporranno nel suo difficile cammino da mister President. So molto bene, inoltre, che questo cambiamento non potrà avvenire se non mediante un estenuante processo di riforme. Ma dopo gli otto anni di buio profondo con Giorgino Bush, finalmente con Obama s'inizia ad intravedere una fioca luce in fondo al tunnel.

Il sogno del reverendo Martin Luther King ha preso corpo e anima con quest'uomo e ora si è finalmente realizzato. Ricordiamo le sue profetiche parole: “Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho un sogno, oggi!” (discorso pronunciato a Washington il 28 agosto 1963). Per festeggiare ho sparato nel mio stereo, a tutto volume, una canzone degli U2 a lui dedicata: Pride – In the name of love, da quel fine sperimentatore di sogni che è stato. Passeggiando per strada ieri e sentendo alcuni discorsi nei bar, ho avvertito tutt'intorno a me un'aria strana. Dentro di me ho pensato: “Forse è tutta qua l'essenza del cambiamento, in quest'aria diversa!”. Gente a cui non è mai importato un fico secco della politica nazionale, figuriamoci internazionale, ha iniziato per la prima volta a scaldarsi per un argomento non concernente il calcio, un rigore regalato ad una squadra, oppure una punizione assegnata ingiustamente da un arbitro. Da ciò ho avuto la precisa sensazione ieri di vivere un momento storico. Per la prima volta da quando sono nato mi sono sentito parte integrante della storia, che non può prescindere da una sola parola: cambiamento. Senza cambiamenti il nostro genere umano non sarebbe progredito, anche se in certi casi è regredito – si veda il periodo delle due guerre/carneficine mondiali del secolo scorso –, fino a diventare quello che è oggi. Per attuare dei cambiamenti a volte ci sono volute le rivoluzioni cruente; a volte, come questa, basta semplicemente un uomo coraggioso, il quale pur tenendo presente la fine fatta da altri due sognatori come lui, John e Bob Kennedy, ha voluto lo stesso andare avanti. In un commovente discorso a sostegno del marito, la nuova first lady Michelle Obama si è detta stanca di darla vinta alla paura. Come stanchi sono tutti gli americani di vedersi ammazzare chiunque voglia introdurre all'interno della loro società la benché minima forma di cambiamento. L'America ha già avuto fin troppi martiri per la sua nobile causa, troppi omicidi politici, neanche fosse una Repubblica delle banane qualsiasi. Fino ad oggi, e spero mai più in futuro, quella americana è stata una democrazia tenuta sotto scacco da assassini psicopatici. L'augurio che tutti gli americani, oggi, credo si staranno facendo è quello di vedere interrompersi quest'insensata striscia di sangue. Proprio per ciò mi sento d'augurare al nuovo Presidente americano di: sbagliare vivendo...

NO FEAR!




21.9.08

Domenica 21 Settembre - Olimpiadi cinesi ed elezioni americane

di Marco Apolloni

Non so se la “Cina è più vicina” adesso, ma di certo è meno lontana... Cosa ci rimarrà della kermesse olimpica cinese? Forse gli otto ori dell'americano Micheal Phelps, per gli amici Fishman – dopo Batman e Superman consiglio a quelli della Marvel & Comics d'inventarsi anche un fumetto in onore di quest'uomo pesce discendente diretto degli Atlantidi –, che da soli eguagliano le medaglie auree della nostra pur valente Italia. Forse la stoccata decisiva con cui nel fioretto femminile individuale la nostra esperta Valentina Vezzali si è assicurata il suo ennesimo trionfo. Forse le carrellate di medaglie d'oro vinte dagli atleti bionici cinesi – e non ce ne voglia un altro atleta bionico tale Oscar Pistorius. O forse ci rimarrà lo stravagante balletto del giamaicano Usain Bolt, due ori e due rispettivi records del mondo intascati nei 100 e nei 200 metri piani (senza contare l'oro della staffetta maschile sempre nei 100), atleta dalle potenzialità infinite ribattezzato non a caso “il padre del vento”, dopo “il figlio del vento” Carl Lewis. Non so voi, ma a me queste Olimpiadi non sono dispiaciute. 

Qualche settimana fa mi è capitato di leggere un trafiletto apparso sul settimanale “A” (di Anna) dove il direttore del Giornale Mario Giordano, cavalcando l'onda di proteste, ha letteralmente sparato a zero sugli scheletri nell'armadio della Cina – pena di morte, diritti umani violati, annichilimento della cultura tibetana, inquinamento globale, concorrenza economica sleale, eccetera. D'accordo con Lei, egregio direttore, tutte le cose dette sul conto della Cina vanno benissimo e rispecchiano, per la gran parte, il vero. Già da quando i telegiornali a reti unificate - diverse settimane prima dell'inizio dei Giochi - si arrovellavano sul dilemma amletico se far sfilare o meno la nostra delegazione olimpica nella cerimonia d'apertura, mi son sempre chiesto: “Ma che c'entra lo sport con 'sto benedetto Tibet?!”. I tibetani possono pure avere tutte le ragioni del mondo – come le hanno del resto, badate bene – ma una cosa è quello che può fare lo sport e ben altra invece quella che potrebbe – ma che poi non fa quasi mai – la politica. Perciò ho apprezzato con piacere le parole sensate del Presidente del nostro Comitato olimpico Giovanni Petrucci, che ha opportunamente ribadito il concetto e rinfrescato le idee ai più duri di orecchie. Lo sport, oltre ad essere palestra di vita ed usato sin dall'antichità per plasmare l'uomo totale – inestimabile a tal riguardo è il detto latino: mens sana in corpore sano –, non può spingersi oltre la sua sfera di competenza. È pressoché inutile, oltre che inutilmente rischioso, cedergli il testimone in affari ben più grandi, che coinvolgono delicati equilibri geopolitici internazionali. In una parola, lo sport non ha le carte in regola per occuparsi delle gravi questioni di politica estera. Protestare è un diritto-dovere di qualunque uomo o atleta che vuol così facendo dare un segnale inequivocabile. Ma complotti o boicottaggi per rovinare quella che dovrebbe essere la più grande festa sportiva mondiale, qual è un’Olimpiade – nell'antichità addirittura si fermavano le guerre fra gli Stati con il pretesto dei Giochi olimpici –, si sarebbe rivelata una colossale idiozia. Per fortuna alla fine ha prevalso il buon senso, malgrado i soliti “bastian contrari”. Come cantava Freddy Mercury: The show must go on... Tibet o non Tibet. E così è stato, infatti. 

Coi Giochi olimpici di Pechino è oramai andata in archivio anche la nostra Estate, rovente come al solito. E a quanto si legge – un po' in tutte le colonne dei più noti quotidiani nazionali: ancor più “rovente” sarà il prossimo autunno. Il conto alla rovescia sta per partire. Il Governo ha in mente di varare parecchi decreti – c'è addirittura chi annuncia il ritorno della benamata Ici, vecchio “cavallo di battaglia” delle nostre celeberrime campagne elettorali. Nel frattempo si spera che l'Opposizione, dopo il varo dell'esperimento anglosassone del “Governo ombra”, non vari anche “l'Opposizione ombra”, perché più “ombra” di così verrebbe notte... Intanto nel più civilizzato e conservatore Paese del mondo, gli Stati Uniti, sta dilagando la “obamite”, malattia neuro-degenerativa che paralizza tutte le sinapsi “razziste” americane. L'ultima speranza dei Repubblicani è riposta nel senatore “osso duro” John McCain – il miglior salvagente possibile dopo i due mandati del cowboy texano “W” Bush. Per chi non ne conoscesse la storia: ex eroe di guerra pluridecorato, che nelle carceri di “ferro” – in tutti i sensi – del Viet“fottuto”Nam seppe resistere a torture sia fisiche che psicologiche ad opera dei vietcong. I sondaggi sembrano oscillare – come un pendolino impazzito – tra i due candidati. Ma se c'è un consiglio che noi italiani abbiamo sperimentato sulla nostra pelle e che possiamo dare ai nostri amici “a stelle e strisce” è proprio quello di non fidarsi troppo dei sondaggi. Chiunque sarà il vincitore speriamo sia migliore del suo disastroso predecessore... (Anche se: I support Barack Obama!) 

20.9.08

Sabato 20 Settembre - Lady Trivella

di Marco Apolloni

La signora Sarah Palin, candidata alla Vicepresidenza nel Paese più potente del mondo, da vera irriducibile repubblicana ha le idee ben chiare su come non-risolvere lo stato d'inquinamento del Pianeta. Per sopperire alla crisi energetica – vista l'oramai stabile impennata dei prezzi del petrolio –, in qualità di Governatrice dell'Alaska la Palin si è resa disponibile a trivellare il territorio del proprio amato Stato – fiore all'occhiello oltre che paradiso faunistico degli Stati Uniti d'America – alla ricerca di chissà quale fantomatica Eldorado petrolifera... La ricetta della signora Palin appare chiara: aumentano i consumi? No problem! Ecco servita come portata speciale “'a trivella” – come direbbero a Napoli. Il nostro Pianeta sta per terminare le proprie risorse energetiche naturali? No problem! Lady Trivella Palin si è già infilata la tutina e il caschetto pronta a spremere come un limone il Pianeta da quel fottuto democratico qual è. Madre Natura è democratica, secondo la Palin, lo sapevate? Come se non bastasse la sua vena anti-ecologista, c'è pure dell'altro nella signora Palin. In una storica gaffe, rispondendo alla domanda di una giornalista sull'intervento militare della Russia in Georgia, lei si è detta subito pronta – in caso venisse eletta insieme a John McCain – a dichiarare guerra al nemico “rosso” (anche se di rosso gli ci sono rimaste solo le matrioske).
I venti repubblicani che spirano da oltreoceano non sembrano ben auguranti. Anche se si è trattato di una terribile gaffe – e chissà che non contenga una pur infinitesimale particella di verità...
Intanto gira voce che la crisi georgiana sia stata escogitata ad hoc per favorire un candidato – facile intuire quale – in vista delle prossime elezioni presidenziali americane. Fonti russe affermano di aver trovato all'interno di un commando delle forze speciali georgiane un passaporto molto “sospetto” di un cittadino americano... Magari si tratta del solito bluff, magari no. Quello che persino un neonato potrebbe capire è che se il candidato repubblicano venisse eletto il mondo intero correrebbe il rischio di ripiombare nell'incubo di una nuova, ancor più sottile e psicologica, “guerra fredda”. Scenari del genere mi fanno venire la pelle d'oca. Tanto è inutile, i membri del partito repubblicano – seppur della caratura morale di McCain, il cui eroismo è risaputo – hanno nel loro Dna il vizio di dar la “caccia alle streghe”. La parola “maccartismo”, come anche del resto la parola “armi di distruzione (o distrazione) di massa”, non vi dice niente? Intanto diverse organizzazioni razziste americane, che si rifanno al fantasma dello “Zio Adolfo”, sono sulle tracce – come i segugi dietro all'osso – del candidato democratico, nonché “speranza nera” di milioni di persone nel mondo, Barack Obama: la cui stoffa del Predicatore è impressa in tutti coloro che hanno avuto occasione di assistere alle sue performance oratorie. Nei suoi discorsi mi ricorda incredibilmente il tono gospel del reverendo Martin Luther King...
Alla resa dei conti, ci auguriamo che Obama scampi alla fine cruenta dei Kennedy e vinca le prossime elezioni, ricacciando al mittente l'ondata conservatrice spirante dai gelidi ghiacci dell'Alaska. Per quanto vogliamo fare i distaccati, noialtri europei, ho il timore che dovremmo ancora interessarci a lungo agli affari americani. Almeno finché i nostri Paesi europei non staccheranno le loro lingue appiccicose dal “culo” della super-potenza americana, da quei fini “Americadipendenti” quali sono.
Concludo questo mio primo giorno da blogger con una chicca di Einstein, che una volta interrogato sull'utilizzo di nuove armi in un'ipotetica Terza guerra mondiale rispose pressapoco che non sapeva con quali armi potesse essere combattuta questa guerra ma che – in caso fosse scoppiata – sapeva per certo con quali armi sarebbe stata combattuta la Quarta: con le clave di pietra!

P.S: La Storia è maestra-di-vita o maestra-di-niente? Io sostengo la prima ipotesi, anche se conservo seri dubbi sulla seconda, vista l'incredibile e sempre imprevedibile dose d'idiozia umana...


[1] Una malattia silenziosa e strisciante di nome “uomo”, che lentamente ma inesorabilmente lo sta soffocando, riducendolo ad una poltiglia di piogge acide, buchi dell'ozono, uragani, terremoti/maremoti, eccetera.

8.3.08

"Yes, we can..."

di Marco Apolloni

Ci risiamo. Il 13 e 14 aprile prossimi noi italiani verremo di nuovo chiamati alle urne: per eleggere un nuovo governo. La parola “nuovo” – declinata anche con altri sinonimi: “novità”, “innovazione”, “nuovo inizio” e chi più ne ha più ne metta – sembrerebbe essere il tema più rovente di quest'ennesima campagna elettorale che si prospetta – strano ma vero – più pacata ma anche più serena del solito. Dopo i “bollori” misti a “malumori” delle ultime elezioni – che si sono portate dietro strascichi polemici a non finire –, nessuno ci avrebbe più sperato in un clima più “raffreddato”, più – come piace tanto a noi scribapolitically correct. Buona parte del merito di questo raffreddamento complessivo va data – e glielo riconoscono anche i suoi avversari politici – a Walter Veltroni, “giovane” – per quanto uno può esserlo a cinquant'anni – leader del Partito Democratico. I soliti schemi triti e ritriti che hanno percorso negli ultimi decenni la politica italiana: comunisti Vs. anti-comunisti; fascisti Vs. anti-fascisti; berlusconiani Vs. anti-berlusconiani; Guelfi Vs. Ghibellini; eccetera... sembrerebbero essere oramai acqua passata. Siamo onesti: probabilmente Veltroni perderà le prossime elezioni. Questo traghettatore ante-litteram ci ha condotti al di là dei vecchi schemi della politica nostrana. Poco importa che il suo motto: “Sì, si può fare...” che suona quasi come un mantra per il popolo dei democratici italiani sia una rivisitazione presa a prestito dal leader democratico americano – in corsa per la Casa Bianca – Barack Obama. Certo l'inglese: “Yes, we can...” suona di gran lunga più affascinante. Come del resto decisamente più carismatica è la figura di Obama: primo candidato di colore nella storia della più grande democrazia del mondo, quarantenne di belle speranze, nonché oratore trascinante dall'incontenibile piglio lincolniano-kennedyiano. Tuttavia, con quel viso sereno e quella parlata pacata che lo ha fatto diventare il bersaglio preferito di certa satira – esilarante è il crozziano verso: “Pacatamente ma anche serenamente...” –, Walter Veltroni si presenta come l'unica sostanziale novità delle prossime elezioni. Non crediamo che, per l'ovvietà appena detta, ce ne vorrà male il leader del Partito delle Libertà: Silvio Berlusconi, che parte con il più largo vantaggio statistico di sempre e che proprio una novità non può dirsi, dato che si ricandida a Capo del Governo per la quinta volta consecutiva. D'altro canto, però, a Berlusconi occorre riconoscere l'apprezzabile disponibilità a cogliere l'assist lanciatogli dal suo sportivo avversario – per la prima volta si può parlare infatti di “avversari” e non di “nemici” fra quella marmaglia rissosa di politicanti, ci sembra un sogno. Per la prima volta, sin dalla sua fondazione, l'Italia sembrerebbe aver capito che con le coalizioni eterogenee e la demonizzazione assoluta dell'avversario politico di strada ne abbiamo fatta ben poca. Risultato: la Spagna ci ha superato in materia di crescita economica e la Grecia, fino a poco tempo fa lontanissima, oramai ci è quasi alle calcagna. Dopo batoste simili e dopo ondate di anti-politica o attacchi libreschi trasversali – vedi il fenomeno editoriale: La casta –, la nostra classe politica sembrerebbe aver messo finalmente la testa a posto. È presto per dirlo con certezza, ma i buoni segnali – almeno quelli e fidatevi è pur sempre qualcosa – parrebbero esserci tutti. Per il resto, staremo a vedere. A quanto pare, la prima vittima illustre mietuta dall'ondata-elezioni c'è già stata ed è la frammentazione. Mai più partitini che ricatteranno i grandi partiti. Mai più tanti piccoli Mastella che terranno in ostaggio intere coalizioni, minacciando di disintegrarle a seconda di come gli gira. Mai più ad inciuci di ogni genere... Vogliamo un Paese più stabile e dei politici capaci di assumersi le loro responsabilità. Crediamo di aver patito anche troppo per i nostri deficit strutturali. Certo se ambo le parti si fossero pure accordate sul fare insieme una nuova e migliore legge elettorale... (Siamo sinceri, sarebbe stato esigere troppo da Berlusconi.) Ad ogni modo, resta il fatto che due nuovi Grandi Partiti si delineano nel, fin qui troppo frastagliato, arcipelago politico italiano. Due nuovi ed omogenei partiti capaci di fare la voce grossa nel nostro dissestato Paese, in grado di mettere in riga quell'assurda sequela dei: “No, non si può fare...”. Tutti insieme, destrorsi e sinistrorsi, in preda alla dilagante ventata di “obamite” dobbiamo unirci in un coro unanime di: “Sì, si può fare...”. Sì, possiamo e dobbiamo cambiare in meglio l'Italia. “Yes, we can...”!