21.1.07

I sei principi-chiave del realismo politico

di Marco Apolloni

Lo studioso tedesco Max Weber fu il primo a parlare di un'etica della responsabilità e lo fece nel suo noto saggio intitolato La politica come professione (1919) in cui egli affermò che non ci poteva essere un'etica che non calcolava gli effetti e agiva pertanto di conseguenza. Diversamente lo studioso americano Hans Morgenthau invitò più ad una sorta di prudenza smisurata, poiché secondo lui gli effetti restavano difficilmente immaginabili tanto meno calcolabili. Il numero dei fattori d'imprevedibilità era talmente alto che non si potevano prevedere a medio-lungo termine gli effetti che si potevano verificare. Ossia, in definitiva, le previsioni politiche risultano un po' come le previsioni meteo: possono avere un raggio di previsione solo a breve termine – ammesso, poi, che ce l'abbiano. Dunque la geopolitica – disciplina che intende fare delle lucide e ponderate analisi politiche – non può avere anch'essa alcun carattere predittivo! Bensì essa si avvale di analisi puntuali, precise e determinate. Ragionare in termini geopolitici significa quindi escludere ogni forma d'ideologia ed, inoltre, escludere anche le spiegazioni mono-causali – come ad esempio: è vero che l'energia è una delle più importanti poste in gioco nel dibattito geopolitico odierno, pur tuttavia non è la sola, come sono convinti invece i mono-causalisti!
Secondo Morgenthau, nel suo saggio-manifesto del realismo politico intitolato Politica tra le nazioni, si possono rintracciare due diverse scuole di pensiero politico, che si sono scontrate e combattute fra di loro nel corso della storia. L'una profondamente convinta dell'ottimismo antropologico della natura umana e che esistono giusto sporadici gruppi di individui malvagi, i quali ostacolano la proliferazione della pace nel mondo. Questa corrente viene detta “idealista”. Essa ritiene, tra le altre cose, che vi siano leggi astratte universalmente valide, che favoriscono il perseguimento dei suoi nobili scopi di armonia cosmica. L'altra scuola invece è più scettica sulla natura umana ed è convinta appunto che il mondo sia sostanzialmente il prodotto dell'irrazionalità umana. Quest'ultima si prefigge come scopo di ripristinare nell'uomo, se non altro, un briciolo di assennatezza. Essa viene detta “realista”. Il suo scopo – non meno nobile di quello dell'altra scuola – intende perseguire il male minore, preferendolo di gran lunga al bene assoluto, che sa pressoché irrealizzabile. Qui di seguito elenchiamo, spiegandoli singolarmente, i sei principi-chiave del realismo politico...
1) La scuola realistica ritiene essenziale distinguere tra verità e opinione in materia politica, poiché ha la convinzione che, conoscendo la natura umana per quel che è realmente, si possano pertanto scovare delle leggi oggettive che la regolino. Conscio del fatto che la natura umana è pressoché rimasta immutata nel corso dei millenni, allora il realista è convinto che una teoria già in uso presso gli antichi non sia da considerarsi necessariamente superata. Ossia il realista non ha la benché minima presunzione di ritenere la modernità migliore del passato, anzi semmai è più persuaso del contrario. Difatti una teoria ancora oggi valida ed efficace per un realista è quella del balance of power, ovvero dell'equilibrio di potenza! Inoltre il realista è a conoscenza di un nesso causale esistente tra le scelte politiche di uno statista e le sue prevedibili conseguenze. Da tale schema il realista ne deduce quelli che potrebbero essere gli obiettivi intenzionalmente perseguiti dal suddetto statista – ammesso che costui sia una persona razionale, dunque capace di scegliere razionalmente. È proprio da questo tentativo di comprensione razionale, che si fondano le pretese del realista di ottenere una teoria generale, sia della politica estera che interna, il più plausibile possibile...
2) Chiodo fisso del realismo politico “è il concetto d'interesse definito in termini di potere”. Sia in politica estera che in politica interna ciascuna scelta dello statista sarebbe incomprensibile e, sopratutto, invisibile se non la si osservasse con la lente d'ingrandimento della potenza da questi volontariamente perseguita. Spesso e volentieri nelle scelte di un uomo politico ci si lascia ingannare da due effimere ragioni: dalle motivazioni e dalle preferenze ideologiche; ragioni queste, per un realista, del tutto secondarie e inefficaci se si vuol perseguire una buona politica, sia entro che fuori dei propri confini nazionali. Se pensiamo alle buone intenzioni insite in molti decisori politici nel corso della storia, non possiamo non tenere conto degli incalcolabili disastri da ciò derivati. Si pensi allo statista inglese Neville Chamberlain e alla sua lodevole politica di appeasement, nonostante le buone intenzioni dell'uomo la sua politica fu all'origine della catastrofe umana qual è stata la seconda guerra mondiale. Diversamente si pensi ad una figura molto più ambiziosa e – in un certo senso – anche più cinica, come l'altro statista inglese Winston Churchill. I suoi calcoli meramente razionali portarono a delle scelte politiche coraggiose e di maggiore levatura morale in politica estera, che fecero uscire vittoriosa l'Inghilterra dalla battaglia all'ultimo sangue contro il Terzo Reich nazista. D'altronde Marx ci vide giusto quando disse: “La strada per l'inferno è lastricata di buoni intenzioni”... Oppure si pensi ad un uomo moralmente ineccepibile, la cui virtuosità è tristemente passata alla storia, quale Robespierre. Le sue stesse virtù lo portarono a tagliar teste a tutti coloro che non gli erano pari, finanche a perderci la testa lui stesso – da ciò si è originata la seguente distinzione: le democrazie non tagliano le teste, semmai le contano... Questo per dire, in sostanza, come l'etica non sempre riesce a prevenire una cattiva politica, anzi talvolta n'è la causa scatenante. Perciò ecco qua che occorre rivendicare l'autonomia decisionale della politica e finalmente staccarla dall'etica, la cui sfera d'azione non può né deve più ingerire deliberatamente. Facendo con ciò tesoro del prezioso insegnamento del Presidente americano Abramo Lincoln, il quale per primo distinse il “dovere ufficiale” dai “desideri personali”, cioè il desiderabile dal possibile, ponendo maggiormente l'accento su quest'ultimo, per poi magari impegnarsi a fondo nell'inseguire la chimera del desiderio visceralmente connaturata a qualunque uomo. Per quel che riguarda invece le preferenze ideologiche bisogna assolutamente rifuggire dall'approccio demonologico. Evitando pertanto l'approccio banalmente semplicistico e perlopiù fallimentare avuto dall'America nei confronti del suo nemico storico, l'Unione Sovietica. Invece di fermarsi a comprendere a fondo le leve, intrinsecamente connaturate e capaci di dare una giustificazione alle decisioni del regime sovietico, i decisori americani con il maccartismo ritornarono ai tempi del Medio Evo e della caccia alle streghe – dove riduttivamente si credeva possibile estirpare alla radice il problema smascherando quale fosse la “fonte del male”. Peccato che così non è mai stato, prova ne fu il fatto che se non fosse stato per l'auto-implosione della superpotenza sovietica – l'unico impero ad essere collassato per cause naturali – ancora oggi staremo qui a vivere in prima persona la guerra fredda... Infine Morgenthau sostiene che la differenza che intercorre tra la politica internazionale ed una teoria razionale da essa derivata è la stessa che c'è tra una fotografia e un dipinto. Laddove la prima ritrae un qualcosa così come lo si può vedere ad occhio nudo, mentre il secondo cerca invece di scovare l'essenza che si cela in una determinata cosa. Perciò: “[...] il realismo politico vuole che la fotografia del mondo politico assomigli il più possibile al suo dipinto [...]”.
3) Avere interessi coincidenti è il principio regolante e determinante la concordia universale degli stati. Come ha mirabilmente stabilito Tucidide “l'identità d'interessi è il più sicuro legame tanto tra gli stati che tra gli individui”. Definizione questa poi ripresa e integrata da uomini del calibro di: Salisbury, George Washington, Max Weber. Interesse naturalmente definito – come vogliono i realisti – in termini di potere e del resto cos'è il potere se non quel preciso vincolo che sancisce, in una democrazia oppure in una dittatura, il dominio dell'uomo sull'uomo, scongiurando quindi pericolosi stati d'anarchia generale. Non a caso l'equilibrio di potere – come ben sapevano gli autori del Federalista (Hamilton, Madison, Jay) – è stato il principio fondativo che ha permesso e permette tutt'oggi ad una nazione variegata come gli Stati Uniti di far coesistere pacificamente diverse realtà statali, senza inutili spargimenti di sangue dovuti a sciagurate guerre intestine, che hanno invece dilaniato e percorso ininterrottamente la storia millenaria europea. Il realista è nemico dell'astrattismo sotto ogni forma, tuttavia il suo concreto e lucido pragmatismo non gli impedisce affatto di credere irrealizzabili determinati scenari, come ad esempio un possibile superamento del restrittivo modello odierno degli stati-nazione in entità più ampie e decisamente più consone alle insopprimibili esigenze di pacificazione universale. La ragione per cui il realista si distingue dall'idealista è unicamente nel modo in cui questi intende attuare quest'opportuno cambiamento, ovvero attraverso un concretissimo approccio diretto ed esclusivamente razionale ai problemi, mettendosi al riparo da certe improduttive derive astrattiste.
4) Il realismo politico non si rifiuta di adottare principi morali, soltanto cerca di filtrarli opportunamente, adeguandoli così alle esigenze contingenti, senza mai dimenticarsi un po' di sana prudenza. Difatti Morgenthau afferma: “L'etica astratta giudica un'azione in base alla sua conformità alla legge morale; l'etica politica giudica un'azione in base alle sue conseguenze politiche.”!
5) Il realista tenta in tutti i modi di scongiurare il “complesso del messia”, ovvero di giustificare i propri disegni e fini politici in un'ottica di benevolenza divina. Evitando i vaneggianti toni “da crociata” del tipo: se Dio è con me, chi può essermi contro? Distinguendo, dunque, verità e idolatria – così come si era distinto tra verità e opinione. Giustificare l'agire di un'altra nazione in termini d'interesse-potere può essere utile a rispettarne le decisioni politiche, in quanto stato tra gli stati che adotti una politica specifica, atta ad incrementare la sua potenza e il suo prestigio internazionale...
6) Infine, il realismo politico intende sancire l'autonomia della sfera politica dall'interferenza o ingerenza di altre sfere quali: l'economia, la giurisprudenza, la morale, eccetera... Infatti Morgenthau ci fornisce una definizione dettagliata del realista: “Egli ragiona in termini d'interesse definito come potere, come l'economista pensa in termini d'interesse definito come ricchezza, il giurista in termini di conformità delle azioni alle norme giuridiche, il moralista in termini di conformità delle azioni a principi morali.”! Il realista è dunque nemico di un approccio legalista ai problemi di politica estera – che gli impedisce di fare strappi alle proprie leggi – pur non essendo contro il diritto internazionale; sia come ad un approccio moralistico – che non sa scendere a compromessi con la logica del male minore – pur non essendo contro la morale stabilita; sia come ad un approccio economicista – che non riesce a vedere oltre i propri biechi interessi materiali – pur non essendo contro l'economia. Sfortunatamente troppe volte queste infauste ingerenze, nel corso della storia della politica estera degli stati, hanno prodotto nientemeno che catastrofi del tutto evitabili, ma che sono dipese da una voluta e cocciuta cecità auto-imposta dai singoli stati, che si sono così comportati come una persona che pur godendo del beneficio della vista decide coscientemente di bendarsi entrambi gli occhi, pur di non vedere più quel che gli sta accadendo intorno. Il realismo rifugge dalle esemplificazioni mono-causali, imperniate sulla logica ristretta della sola causa, bensì si prefigura come una teoria olistica, che tiene conto di tutte le dimensioni proprie dell'uomo: politiche, economiche, morali, religiose, eccetera, senza porre tuttavia l'accento su nessuna in particolare, bensì su tutte in generale... Ritornando al realismo polito, esso non traveste la politica cercando di darle a tutti i costi delle parvenze economiche, legali, morali, religiose, che in verità essa non ha affatto. Piuttosto si limita a presentarla così com'è realmente: sì impresentabile, però indispensabile per chiunque. In definitiva, per dirlo con il “sommo” Aristotele: l'uomo è prima di tutto un “animale politico”...

16.1.07

Guerre irachene

di Marco Apolloni

Dopo il successo della trilogia Guerre Stellari la premiata ditta “Bush senior & Bush junior” è lieta di presentarvi il successone megagalattico: Guerre irachene! I primi due episodi sono già andati in onda nelle principali emittenti televisive mondiali – su tutte Al Jazeera, che ne ha avuto l'esclusiva, insieme ai video (degni almeno di una nomination ai prossimi Mtv Music Awards) del redivivo “sceicco del terrore”. Assoluta segretezza pare vi sia invece sul terzo ed ultimo episodio di questa nuova saga intergalattica, che dovrebbe sciogliere finalmente gli interrogativi lasciati irrisolti dal secondo episodio. Non si sa ancora di preciso quando verrà girato, anche se trapelano già le prime indiscrezioni. Il titolo provvisorio è Il conflitto finale ed ha per sottotitolo Il trionfo della democrazia. Alcuni vociferano che il regista prescelto – non ci crederete – sia proprio lui: Mel Gibson. Pare che questi, dopo aver sbancato i botteghini di tutto il mondo con splatters in lingua originale quali The Passion e Apocalypto, anche in questa nuova pellicola avrà modo di cimentarsi nella sua specialità preferita, ovvero: la pornografia della violenza, roba che farebbe impallidire persino il “divin marchese”. La pornostar Cicciolina e il grande cineasta nostrano Tinto Brass hanno già protestato, minacciando il boicottaggio della prossima pellicola di Gibson se questa conterrà un solo contenuto violento. L'attrice ha inoltre aggiunto che intraprenderà – sulla scia dell'onorevole Marco Pannella – uno sciopero particolare cosiddetto: “sciopero della carne (dei volatili)”!
Com'è lecito attendersi, il film sarà girato esclusivamente in iracheno stretto e sarà commentato dalle tre voci fuori campo della Gialappa' s Band, che tradurranno grosso modo i profondissimi dialoghi, degni di capolavori intramontabili della filmografia come Via col vento – ma temiamo che il picco emotivo raggiunto dalla battuta finale “domani è un altro giorno” non verrà qui minimamente insidiato. C'è chi dice inoltre che Saddam risorgerà a furor di popolo in perfetto stile Beautiful – solo in questa soap, oltre alla Bibbia naturalmente, vengono fatti risorgere i morti –, dopo le proteste di alcune “casalingue” inviperite e fin troppo deluse dall'uscita di scena violenta del raìs, che queste reputavano il loro beniamino e il cui carisma veniva ritenuto quindi insostituibile – un po' come quello di Ridge Forrester...
In internet circolano già alcuni spezzoni del trailer originale. Su questo presunto trailer si vedono missili pseudo-deficienti, di nuovissima generazione, mentre colpiscono con la solita perizia chirurgica un gregge di pecore pascolanti, scambiato per un gruppo di terroristi camuffati, compiendo pertanto una truculenta strage di innocenti: le pecore, appunto! Peccato che il filmato – non si sa se fasullo o meno – duri appena sessanta secondi e non lasci trapelare altro. Riusciranno dunque i nostri eroi-marines (versione hi-tech dei “cavalieri jedi”) a radere al suolo, per l'ennesima volta, l'esotica Baghdad e ad abbattere nuovamente la statua di un resuscitato Saddam Hussein? Ai posteri l'ardua sentenza... Prossimamente sulle televisioni di tutto il mondo potrete vedere la resa dei conti finale : Guerre irachene – Episodio tre!
Parafrasando il titolo di un celebre film, interpretato dalla fenomenale accoppiata Benigni-Troisi: Non ci resta che piangere! Una volta ancora la realtà ha di gran lunga superato la finzione. Finora ho voluto farci sopra una risata, ma su questa seconda “sporca” guerra in Iraq, a dire il vero, c'è ben poco da ridere. Oramai infatti, cifre alla mano, siamo sulla buona strada per eguagliare l'altra disastrosa campagna militare americana di sempre: quel Viet(fottuto)Nam!
Che questa guerra non fosse una Blitzkrieg l'avevamo capito più o meno tutti – tranne gli ideologi neo conservatori seduti sugli scranni della Casa Bianca. Ma che addirittura arrivasse ad insidiare il primo posto della guerra in Vietnam e si posizionasse solidamente al secondo posto nella storia delle guerre americane, questo non era neanche lontanamente ipotizzabile. E pensare che all'origine del conflitto c'erano le fantomatiche e micidiali “armi di distruzione di massa”, anche se poi è venuto fuori che si trattava solo di una “bufala mediatica” organizzata dagli anglo-americani per scalzare un dittatore oramai divenuto troppo scomodo: Saddam. Anche se, ora come ora, dovremmo piuttosto parlare della “buon'anima” di Saddam, dato che una volta di più la superiorità etica americana si è rivelata degna della Cina comunista, legando il cappio al collo all'ex dittatore iracheno trasformandolo così da “carnefice” ad “agnellino sacrificale”. Una domanda mi sorge spontanea: ma è valsa davvero la pena quest'opera di esportazione di massa della democrazia nel suolo iracheno? Cioè, è ammissibile che essa sia venuta a costare, e tuttora costi, un “prezzo di sangue” tanto alto? E poi: a che pro? Invece che avere i sunniti al governo – ovvero degli islamici moderati – ora al potere ci sono gli sciiti – ovvero degli islamici più radicali – dietro ai quali si erge mastodontica l'ombra spettrale del regime di Teheran, che è calato come una spada di Damocle sopra le teste dell'attuale amministrazione statunitense.
Il dato più allarmante resta l'ostinata testardaggine dell'attuale presidente Bush jr. che nelle sue dichiarazioni pubbliche sembra avere – purtroppo – le idee molto chiare sul da farsi: “In Vietnam perdemmo perché abbandonammo la lotta”. Della serie: gli americani non molleranno mai e poi mai l'osso, altrimenti come faranno a salvaguardare gli interessi della Nazione, tra cui i giacimenti petroliferi iracheni? Quando ci sono di mezzo gli interessi americani è sempre la solita solfa: petrolio, petrolio, petrolio. È questa la parola d'ordine. Altro che esportare la democrazia; gli americani sono andati in Iraq per importare petrolio. Basta accendere la televisione per ammirare le performance di tracotanti analisti, che – da veri seguaci di Giuda Iscariota – svendono le loro opinioni per soli trenta denari, inventandosi la solita panzana della “guerra come prolungamento della politica con altre armi” in nome di un'insipida Realpolitik. Non c'è peggior spettacolo di vedere all'opera degli intellettuali venduti: offendono quei nobili ideali per cui la cultura, con la “C” maiuscola, si batte da sempre.
A parte questo c'è ben poco da salvare della cieca strategia imperialista americana. Invece che procurar da mangiare a chi ne ha più bisogno, come le popolazioni più povere del Pianeta, gli americani piuttosto le bombardano: eliminando così il problema alla radice. Ammazzandoli da piccoli, non devono poi preoccuparsi di combatterli da grandi. Paradossi a parte, la guerra in Iraq – è sotto gli occhi di tutti – invece che nuocere alla causa dei terroristi (a proposito di caccia ai fantasmi: chi si ricorda più di quel fantasma di Bin Laden? Il suo caso meriterebbe come minimo una puntata di Chi l'ha visto?) non ha fatto altro che giovare a questi ultimi, cavalcatori del malcontento dilagante delle masse affamate, dove essi fanno più proseliti che altrove. Infatti, c'è da aver paura di chi non ha nulla da perdere. Questi sì che sono i nemici peggiori...
In definitiva, è speranza largamente diffusa che le recenti elezioni americane di mid-term abbiano fatto aprire gli occhi agli americani sulla scottante “realtà dei fatti”, e cioè che: se si vuole esportare quel bene prezioso qual è la democrazia occorre mandare avanti gli operatori di pace, da non confondersi con l'eccentrica formula dei peace-keeping, ovvero militari in piena regola – con tanto di attrezzatura bellica al seguito: fucili, bombe, giubbotti antiproiettile, eccetera – travestiti però da pacifisti. È vero che al paradossale non vi è mai fine: ma da qui a reclamizzare gli ideali della democrazia a suon di cannonate, si spera che il passo non sia poi così breve. Fermo restando, naturalmente, quei casi in cui la presenza dei militari è reputata opportuna per salvaguardare la pace in teatri d'operazione particolarmente instabili – come il Medio Oriente – ed ha pertanto il beneplacito dell'Onu: unico Organismo transnazionale che dovrebbe stabilire la legittimità di “eccezionali” conflitti bellici (come nelle “eccezioni” della Serbia di Milosevic e dell'Afghanistan dei talebani) . È ora che gli Stati Uniti smettano di soprassedere alle risoluzioni Onu e contribuiscano in maniera determinante nella loro veste di potenza egemone, a rafforzare questo organismo troppo importante per essere snobbato.

14.1.07

Shakespeare e l'omosessualizzazione dei testi

di Silvia Del Beccaro

Nato a Genova nel 1948, il comico Tullio Solenghi ha costituito in passato un trio di grande successo insieme ad Anna Marchesini e Massimo Lopez. Ha recitato sia in teatro che in televisione. Attualmente è impegnato ne "La bisbetica domata", la celebre commedia di William Shakespeare. Messo in scena da Matteo Tarasco, lo spettacolo è interpretato da una compagnia di soli uomini come accadeva ai tempi di Shakespeare: motivo in più per garantire il forte coinvolgimento comico della commedia, ma anche per riscoprire la misteriosa forza dei personaggi femminili shakespeariani, tutta la loro valenza contemporanea.

Come viene trattato il rapporto uomo-donna all’interno de “La bisbetica domata”?

Viene sicuramente rappresentato, in primo luogo, un rapporto di dominazione, che fa parte del gioco amoroso tra uomo e donna e che va dall’eros alla psiche Sicuramente è una storia d’amore, resa estrema dalla predominanza dell’uomo sulla donna. Ovviamente noi non parteggiamo per questa posizione; forse ai tempi di Shakespeare tutto ciò era più naturale, più quotidiano. Allora, però, non esistevano i movimenti femministi. Ecco perché ritengo che oggi questo atteggiamento risulti anacronistico. Allo stesso tempo, però, abbiamo voluto riproporre questo schema amoroso per aiutare a svelare “le cose dette e non-dette”, che esistono all’interno di un rapporto uomo-donna.

Lo stile di Shakespeare si basa sulla metafora in un continuo susseguirsi di immagini, che però non sono mai puro gioco ornamentale, ma la sostanza stessa del pensiero. Qual è la metafora più rilevante che compare ne “La bisbetica domata”?

È certamente quella del sogno. Nella ricostruzione dello spettacolo abbiamo tentato di recuperare l’originale “Bisbetica domata”, quell’opera shakespeariana che rientra nel ciclo delle commedie del teatro-nel-teatro. All’interno della storia si svolge un gioco, ai danni di un barbone, al quale viene fatto credere di esser divenuto un gran signore. Alla fine della vicenda, il barbone sarà risbattutto ai bordi della strada, ma alla fine gli rimarrà quello scherzo-sogno-immaginario-desiderio intrinseco di vivere al di sopra della banalità e dei lati oscuri della nostra vita quotidiana.

A parte qualche sommaria indicazione, ai tempi di Shakespeare era lo spettatore a dover immaginare o dedurre dall’azione e dalle parole del testo l’ambiente in cui la scena aveva luogo. Molti studiosi hanno sostenuto che l’assenza di scenografia positiva era sopperita dalla fervida immaginazione del pubblico elisabettiano. Lei crede che il pubblico odierno possa comportarsi allo stesso modo, ovvero possa dedurre spazio e luogo dell’azione solamente attraverso le parole del testo? O meglio, crede che gli spettatori odierni abbiano ancora la fantasia di una volta?

Penso che lo spettatore possa utilizzare la sua immaginazione se lo si mette in condizione di scatenarla. Nel caso di un regista voglia contestualizzare unìopera antica famosa sulla base dell’eco dei tempi moderni, allora la fantasia dello spettatore sarà legata. Nel nostro caso, invece, abbiamo cercato di attenerci il più possibile all’accezione di “recitare” secondo la lingua anglosassone. In inglese infatti “recitare” è tradotto in “to play”, che significa anche “giocare”. In questo modo abbiamo cercato di dare una nostra interpretazione all’opera, senza farci prevaricare dall’eco dei tempi attuali.

La scuola romantica elesse Shakespeare a modello assoluto e lo esaltava proprio perché nei suoi drammi mescolava il tragico e il comico, il serio e il ridicolo «come succede nella vita» (diceva l’autore). Lei crede che sia realmente così? Crede che la vita sia fatta della contrastata presenza fra il tragico e il comico, il serio e il ridicolo?

Assolutamente sì. Credo che il comico e il ridicolo facciano entrambi parte dell’ironia, ovvero quella lente di ingrandimento – o di rimpicciolimento – attraverso la quale poter guardare la vita e viverla senza lasciarci le penne.

La curiosità de “La bisbetica domata”, di cui è interprete, sta nel fatto che per protagonista vi sia una compagnia tutta al maschile, proprio come ai tempi di Shakespeare. Al giorno d’oggi, in particolare al nord, la compagnia più famosa composta da soli uomini è quella dei Legnanesi di Felice Musazzi. Vi sono delle sostanziali differenze, però, tra le due formazioni. La prima consiste nel fatto che essi propongono pezzi del loro repertorio personale, mentre voi portate in scena una commedia shakespeariana. Cos’altro però vi differenzia?

A prescindere dal fatto che Musazzi e i Legnanesi hanno segnato momenti importanti della mia formazione, credo sostanzialmente che differiamo per un particolare importante: loro giocano a fare la donna, mentre noi indossiamo solamente abiti femminili. Per il resto, dal punto di vista fisico, mostriamo capelli corti e recitiamo con voci maschili. Abbiamo preferito attenerci alla tradizione elisabettiana per rispetto del testo e per non farlo cadere in un travestimento. Questo è stato il primo ostacolo che abbiamo dovuto superare: cercare di non cadere in errore e di non far risultare il brano una “omosessualizzazione” dei personaggi. E nonostante gli attori siano tutti uomini, alla fine la magia di Shakespeare e le sue tematiche amorose riescono ad emergere, sempre.

Cambiando discorso, ho visto che nel suo curriculum ha debuttato in teatro nella stagione 1970- 71 con “Madre Courage” di Bertolt Brecht. Quest’anno si celebra il cinquantesimo anniversario della morte dell’autore ed al teatro Piccolo di Milano era in programma proprio “Madre Coraggio”, diretto da Robert Carsen. Vorrei sapere quanto è stato importante Brecht e quanto è stato rilevante questo spettacolo nella sua carriera artistica?

Brecht è stato fondamentale per la formazione di noi attori, nati e cresciuti in quell’epoca. Sicuramente Brecht rappresenta l’altra faccia della medaglia su cui è inciso Stanislavskij. Il primo diffondeva l’idea di un teatro “epico”, che impegnasse la mente e il cervello dello spettatore e che segnasse un distacco dal personaggio. Brecht esemplificava il suo concetto di teatro con un incidente stradale e con un passante che assisteva all’accaduto e raccontava agli altri ciò a cui aveva assistito. Brecht dunque parla di raccontare non di rifare o immedesimarsi. Tutto il contrario del metodo Stanislavskij, che ha influenzato la regia e la recitazione del teatro novecentesco. Brecht è stato fondamentale anche dal punto di vista drammaturgica: ha inserito tanto didascalismo e temi di tipo politico-sociale. Forse eccedo, ma era come se l’attore, interpretando Brecht, si impegnasse politicamente diventando quasi un militante. In ogni caso si sa che, inscenando Brecht, sia per quanto riguarda la regia sia per quanto concerne la recitazione, ci si impegna politicamente. Per quanto riguarda invece lo spettacolo “Madre Coraggio”, che dire… Ho molti ricordi legati a quel testo, ma sicuramente il fatto di aver recitato insieme a Lina Volonghi ha reso quell’eperienza ancora migliore. Posso dire che la Volonghi è stata come una madre per me, dal punto di vista teatrale; una tutor, così come lo è stato Alberto Lionello. Aver lavorato all’ombra di simili artisti ha significato molto nel corso della mia carriera.
Quale testo di quale autore vorrebbe maggiormente interpretare? Ovviamente secondo le sue preferenze teatrali…

Quello a cui stiamo lavorando: il “Tartufo” di Molière. Attraverso quest’opera, intendiamo portare in scena la metafora della censura e della lotta tra il potere e la creatività artistica. La nostra idea è di riuscire ad affrontare l’opera da un punto di vista storico-contestualizzante, inserendo anche la figura del Re Sole, colui il quale vietò espressamente la rappresentazione scenica del “Tartufo” di Molière.

7.1.07

"I sotterranei" di Jack Kerouac

di Paolo Musano

E' significativo che questo libro, uscito per la prima volta in Italia nel 1960, sia arrivato alla venticinquesima edizione nella collana Universale Economica Feltrinelli. Segno che Henry Miller (“Tropico del Cancro”, “Tropico del Capricorno”) nella prefazione c'aveva preso in pieno. E non gli si può dare torto quando dice: «Credetemi, non c'è niente di pulito, non c'è niente di sano, nulla promette un'era di meraviglie- nulla tranne la parola. E l'ultima parola l'avranno probabilmente i Kerouac.» Fernanda Pivano (la più importante traduttrice della letteratura americana in Italia: se volete capire nel profondo la Beat Generation leggete i suoi saggi) nell'introduzione ci fa capire la maestria di Kerouac. Come tutti i grandi scrittori era un grande ascoltatore e osservatore: prendeva appunti in continuazione sul suo taccuino, dovunque si trovasse, e soprattutto registrava tutti i particolari più significativi con la sua prodigiosa memoria (i suoi amici lo soprannominarono per questo ‘Gran Ricordatore’, avvicinandolo a Proust). Con lo slang, che parlavano i giovani “hip” che frequentava, e il jazz, che ascoltava dal vivo nei locali fumosi di New York e San Francisco, è riuscito a creare una prosa che è musica. Il suo stile, la “prosodia bop”, si ispira alla scrittura automatica dei surrealisti, a Yeats, ma anche al be bop dei musicisti afro-americani e al buddismo zen. E' una scrittura che toglie il sigillo alla ragione (assimilando e superando le scoperte della psicoanalisi di Freud e di Reich), che avvince, che commuove, che arriva al nucleo essenziale delle cose. “I sotterranei”, al di là del titolo (che si riferisce agli hipsters “cool” che fanno da sfondo al romanzo) è la storia di un amore maledetto tra Jack Kerouac e ‘Mardou Fox’, una ragazza afro-americana tossicodipendente. Si dice che Kerouac abbia scritto l'intero libro in soli tre giorni, in una maratona simile a quelle leggendarie legate alla composizione delle varie versioni di “Sulla strada”.

1.1.07

Il sacrificio fondativo

di Marco Apolloni

L'elemento che hanno in comune le società umane è il sacrificio fondativo[1]. Si tratta di un omicidio collettivo di una vittima esemplare, un cosiddetto capro espiatorio, atto a spezzare il cerchio della ritualità e a placare così il circolo vizioso innescatosi con la violenza primigenia. Proprio tale meccanismo sacrificale rende possibile il salto qualitativo dal mito alla religione, ovvero dal rito al culto. All'origine infatti – in ciascuna società umana – vi è il mito, ossia quella fitta e intricata rete di storie che non sono altro che spiegazioni fantastiche di accadimenti reali. Ai primordi dell'umanità – quando cioè non si disponeva ancora degli attuali strumenti conoscitivi – le spiegazioni mitiche venivano credute, in mancanza di ragioni migliori a cui credere. Da sempre la curiosità insita nella natura umana ha fatto sì che l'uomo avesse bisogno di spiegazioni o suoi surrogati. Con l'avvento della filosofia, quindi della razionalità, il mito è passato automaticamente in secondo piano. La filosofia – che al pari della religione è da intendersi come un discorso sul logos[2] – ha privato di valore il mito. In sostanza, si potrebbe raffigurare lo stato pre-filosofico e pre-religioso come momento di ottenebramento per l'umanità, che ha cominciato a vedere solo con l'avvento messianico della filosofia e vuoi anche della religione. Il discorso sia filosofico che religioso si poggia infatti su fondamenti razionali, a differenza del discorso mitico che è altresì totalmente irrazionale. Ciononostante un periodo culturale pieno di fermenti, quale il Romanticismo, ha rivalutato l'esigenza di teorizzare una «nuova mitologia»[3]. A proposito del mito, occorre distinguere due diversi approcci: uno appunto romantico, che dà al mito un'importanza basilare e lo riconduce all'originario (origine che è la meta); e un altro invece illuministico, che rintraccia nel mito una spiegazione piuttosto rozza ai fenomeni naturali e ascrivibile a un'età umana di minorità, ovvero quando ancora il Medioevo della ragione oscurava le menti superstiziose di popolazioni perlopiù barbare. Malgrado questi due differenti approcci, una cosa almeno su cui sia romantici che illuministi concordavano era che la fase mitica fosse stata la prima per tutte le società umane.
Rimanendo entro l'ambito ristretto della civiltà occidentale, due sacrifici cruciali ne hanno gettato le fondamenta, e cioè: in ambito cristiano – dunque religioso – il sacrificio di Cristo; in ambito filosofico, invece, il sacrificio di Socrate. Tali sacrifici hanno infranto le catene che tenevano avvinta questa civiltà al mito e ai suoi meccanismi rituali, in cui la violenza veniva addotta a motivo di ricongiungimento con il divino offeso. Nella tradizione semitica, appunto, il sacrificio svolgeva questa funzione riconciliatoria. Basti sfogliare le pagine dell'Antico Testamento per appurare la ricorrenza di episodi sacrificali. In un simile scenario di violenza si erse mastodontico un falegname palestinese, Cristo appunto, che versando il suo sangue per una Nuova Alleanza pose fine al meccanismo rituale-sacrificale. Ma già prima di lui, ad Atene – culla della civiltà occidentale –, venne immolato un uomo di nome Socrate, che dedicò la sua vita ad interrogare i suoi concittadini alla ricerca di chi poteva dirsi “sapiente”. Così facendo, però, egli non fece altro che smascherare l'ignoranza altrui, non trovandone nemmeno uno degno di sì lusinghiero appellativo. Se uno poteva dirsi “sapiente”, secondo la Pizia – sacerdotessa di Apollo, che parlava per bocca del dio –, questi era Socrate stesso. Perciò il sapere di non sapere socratico divenne l'unica vera forma di sapienza. Ad ogni modo, l'umiltà sfacciata di Socrate non poteva risultare cosa gradita a quei suoi concittadini più meschini. Proprio la malignità di certi suoi concittadini segnò la sua irrefutabile condanna, che lui poté decidere di scontare o con l'esilio o con la pena capitale. Socrate, per non venire meno a tutti quei valori in cui aveva sempre creduto, scelse la morte piuttosto che la fuga dalla sua polis. Da questo nobile sacrificio Platone trasse lo spunto per teorizzare la sua Repubblica ideale, in cui nessun uomo giusto sarebbe più dovuto morire per colpa di leggi ingiuste. In estrema sintesi, esiste un nesso inscindibile che lega l'evento sacrificale alla fondazione della civiltà occidentale e come essa, d'altronde, anche di ogni altra civiltà umana.
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[1] Sull'importanza del tema sacrificale si rimanda alla lettura dell'opera omnia di R. Girard, autore che ha più indagato le implicazioni del sacrificio come momento fondativo delle civiltà umane.
[2] Parola questa dalle mille accezioni, tra cui: parola, discorso, ragione; tutti attributi questi della teologia cristiana, legati cioè alla divinità.
[3] Hölderlin, F., Scritti di estetica, Milano, 1996, p. 162.

23.12.06

Finanziaria 2007: giovani e anziani lavoreranno insieme

di Silvia Del Beccaro

Scatterà nel 2007 un nuovo progetto nazionale dedicato agli anziani. Si tratta del servizio civile per i pensionati, “perché gli anziani sono una risorsa e non una zavorra per la società” – come ha dichiarato Paolo Ferrero. Il ministro delle Politiche sociali, infatti, ha recentemente presentato un piano di lavoro, il cui obiettivo sarà quello di collegare tra loro le associazioni di volontariato formate da pensionati e renderle un tutt’uno: un gruppo omogeneo di milioni di persone, pronte a collaborare e ad organizzarsi insieme. “Come già avviene per il servizio civile dei ragazzi – ha spiegato il ministro – stiamo preparando progetti mirati. Proporremo nei prossimi mesi a duemila giovani napoletani di lavorare come volontari nei loro quartieri. Potremmo avanzare proposte simili anche ai pensionati”. La figura del nonno civico ormai è nota in tutta Italia: quell’anziano signore che sosta fuori dalle scuole e che aiuta i piccoli ad attraversare la strada e ad evitare i pericoli al di fuori dell’istituto scolastico, è diventata una figura di riferimento per tutte le famiglie, che vedono nei “nonni vigili” una fonte di sicurezza per i loro bambini. Oggi, consolidate simili figure, però, sarebbe giusto operare anche in altri ambiti. “Per il 2007 – rivela ai giornali il ministro del Lavoro, Cesare Damiano – abbiamo intenzione di affiancare i lavoratori prossimi alla pensione a dei giovani assunti part-time. In questo modo il lavoratore più anziano verrebbe retribuito in parte dall’azienda e in parte dallo Stato, col riconoscimento di insegnante di un corso di formazione professionale.
Tutto questo fa parte del progetto “patto tra generazioni” inserito nella Finanziaria, al quale abbiamo inizialmente stanziato 3 milioni di euro. Se l’esperimento funzionerà, siamo disposti ad aumentare la cifra per gli anni successivi”. Questa ed altre iniziative legate ai pensionati partiranno con degli esperimenti in aree circoscritte, per poi essere estesi a tutto il territorio italiano. Si pensa di promulgare perfino una legge nazionale. Intanto, però, si parla di un sito internet, che rientra fra i punti del piano, e che sarebbe messo a disposizione delle associazioni. “Non vogliamo sostituirci a ciò che già esiste e funziona – spiega Ferrero – e l’idea del sito ha proprio lo scopo di far conoscere a tutti le opportunità che esistono per creare una rete nazionale di associazioni e progetti”.

19.12.06

Verità e menzogna nell'odierno mondo televisivo

di Marco Apolloni
Quando si dice: “il potere del telecomando”! In effetti, il telecomando oltre ad essere uno strumento di potere all'interno dei nuclei familiari – solitamente il capo-famiglia è colui che detiene questa sorta di scettro ante litteram – è anche un notevole strumento di libertà. Basta infatti premere un misero pulsante per porre fine ai soliti scempi televisivi e al giorno d'oggi questo non è poco. Ma cosa fare se a dover premere quel pulsante sono dei minori o comunque degli individui per qualche motivo fragili? Da che mondo è mondo, di solito il proibizionismo, o comunque sia il proibire un determinato comportamento, ha sempre provocato una reazione opposta. Dunque secondo quest'ottica non appare granché efficace proibire certi programmi televisivi, ritenuti dagli esperti: diseducativi. Piuttosto miglior cosa sarebbe indirizzare su un giusto binario o in ogni caso fornire alcune chiavi di lettura, in modo tale da facilitare la visione di quei programmi considerati problematici. Appurato che il metodo proibizionista non funziona poiché è molto poco aderente alla realtà – quasi schizoide –, bisognerebbe provare a coltivare nei fanciulli una sorta di educazione negativa, ovvero quel metodo pedagogico che escogita di educare un fanciullo mediante l'esperienza diretta dei propri errori. In questo ha pienamente senso il celebre detto popolare secondo cui: sbagliando s'impara!
Teorico di quest'innovativo sistema educativo fu il ginevrino Jean-Jacques Rousseau, anche se all'atto pratico come padre non fu un altrettanto fulgido modello – non dimentichiamo infatti che lui abbandonò all'Enfants de France i suoi cinque figli, ma si sa: i buoni predicatori spesso sono i primi a razzolare male... Comunque quel che a noi importa non è tanto il Rousseau-padre, quanto il Rousseau-pedagogo. Nell'esplicare la sua concezione dell'educazione negativa, Rousseau nell'Emilio si serve di questo efficace esempio: racconta che il fanciullo protagonista di questo “romanzo di formazione”, rompe il vetro della finestra della sua camera, scagliandovi contro un masso; per questo l'educatore lo condanna a scontare sulla propria pelle tale monelleria, facendogli trascorrere tutta la notte in preda ai gelidi spifferi provenienti dalla finestra rotta. Svegliandosi la mattina – ammesso questi sia riuscito a chiudere occhio – avrà imparato qualcosa dall'esperienza negativa dell'errore commesso.
Tutto ciò per dire che: bisogna abituare il fanciullo all'odierna “giungla televisiva” – fitta di programmi davvero poco edificanti. Occorre che questi venga preparato dalle due autorità che dovrebbero tutelarne l'educazione. Ci riferiamo ai due sacri e inviolabili pilastri: in primis la famiglia e, in seconda battuta, la scuola. Entrambe queste autorità dovrebbero prendere per mano i fanciulli e vedere insieme a loro certi prodotti della cosiddetta “tv-spazzatura”, fornendo ad essi gli strumenti necessari di comprensione, senza imporre né tanto meno forzare alcuna presa di coscienza. Basta solo limitare i condizionamenti negativi visti come fattori esterni interferenti, per far sì che un giovane fanciullo cresca diventando un adulto maturo e pienamente coscienzioso. Nel dir ciò come dimenticare le terrificanti scene del capolavoro kubrickiano Arancia meccanica – tratto dall'omonimo romanzo di Anthony Burgess –, in cui al giovane protagonista Alex viene fatto il lavaggio del cervello da scienziati svitati, i quali decidono di curare il suo “teppismo cronico” con un originale metodo, ovvero facendogli vedere fino alla nausea una sequela di immagini sanguinolente e orripilanti, di barbari stupri, efferati omicidi e quant'altro possa venire partorito da una mente violenta. Proprio la violenza di queste immagini curerà la mente bacata del “povero” Alex, che addirittura si tramuterà da “lupo cattivo” in “agnellino indifeso”. Dicasi: il paradosso delle immagini, cioè esse possono curare e provocare l'effetto contrario.
Per riportare questo discorso ai giorni nostri, sarebbe una grande conquista pedagogica riuscire a portare i teen-ager di oggi a dire: “Accidenti quanto sono stupidi e menzogneri i reality show!”. Già perché la menzogna permea visceralmente grandi fette del mondo televisivo. E per di più programmi, appunto, come i reality vengono addirittura mandati in onda in prima serata, secondando pertanto la logica perversa degli ascolti. Mentre magari programmi di ben diversa levatura morale e culturalmente più sostanziosi vengono relegati in seconda o peggio ancora in terza serata. Comunque siamo arrivati a un punto tale che dir male dei reality è un po' diventato come sparare alla Croce Rossa! Essi sono nient'altro che la manifestazione più grottesca del kitsch – letteralmente: il cattivo gusto che, però, piace – imperante in televisione e seppur non andrebbero vietati – com'è stato detto occorre abituare infatti il pubblico, anche dei minori, a poter digerire qualsiasi immagine, per poterne così essere vaccinati a vita –, se non altro andrebbero ricollocati in una fascia oraria meno agevolante la visione di un pubblico pre-puberale. Di solito al cambio di governi succedono spesso delle specie di “rivoluzioni dei palinsesti televisivi”, ora con il centro-sinistra al governo aspettiamo e vediamo se ciò avverrà. Al momento attuale, questo provvidenziale cambio di rotta si fa ancora attendere e i soliti noti “insetti” continuano a infestare il vespaio televisivo del nostro Paese...

14.12.06

La febbre del... televisore!

di Silvia Del Beccaro
Che la tv influenzi nettamente i pensieri dei suoi spettatori, questo è risaputo. Ma che diventi addirittura spunto per atti osceni e violenze non è da sottovalutare.
Negli ultimi mesi vari centri di ricerca hanno ricevuto segnalazioni per scene di stupri, droga, alcool, omicidi, orge tra uomini travestiti da pupazzi animali, pratiche sadomaso e sette sataniche. Scene non raccontate, ma mostrate nella loro interezza in prima serata su Italia Uno – rete riconosciuta da sempre come la rete “dei ragazzi” – durante la serie del telefilm “C.S.I.” (Crime Scene Investigation).
Le denunce sono giunte dal Movimento Difesa del Cittadino al Comitato di applicazione del Codice di autoregolamentazione Tv e minori, insediato presso il Ministero delle Comunicazioni. “Nelle ore serali, quando le famiglie sono ancora a cena – ha detto Antonio Longo, presidente del Movimento Difesa del Cittadino – si deve assistere a scene come quelle sopra descritte. E pensare che prima dell’inizio del telefilm, appare soltanto una scritta di cinque secondi in cui si informa che il programma è riservato a un pubblico di soli adulti”.
Il caso di “C.S.I.” è solo un esempio di come la programmazione mediatica si sia trasformata nell’arco degli anni ma, soprattutto, di come la ricezione di questi messaggi sia mutata. L’allarme è stato lanciato da Adoc, Adusbef e Codacons che hanno dichiarato: “Basta con i reality e i programmi clonati. Occorre distribuire il canone che attualmente viene pagato dai cittadini alla Rai, in favore di quelle reti, anche private, che trasmettono programmi sociali e di servizio, in proporzione ai tempi di tv utile trasmessa”.
Il primato negativo è stato assegnato a Italia 1, nella programmazione per bambini e ragazzi; a Rai Uno invece il plauso dei genitori. Le maggiori proteste hanno riguardato non singoli film, ma la programmazione stabile in particolar modo di reality (La pupa e il secchione), cartoni animati (I Simpson) e telefilm (C.S.I. Miami). Non si è salvato nemmeno “Studio aperto”, per aver mostrato immagini senza veli. La programmazione migliore per i minori, invece, è risultata quella di Rai Uno che questa volta ha superato in gradimento Rai Tre grazie alla mini serie “Papa Luciani. Il sorriso di Dio” e al nuovo taglio di conduzione di “Affari tuoi”.
Finora abbiamo parlato di programmi tv, ma non è solo la televisione ad influenzare negativamente il comportamento di uno spettatore. Anche i libri, le canzoni o le riviste sono suoi complici.
Trevanian, ad esempio, nel suo romanzo “Il ritorno delle gru” ha dovuto auto-censurarsi per non essere considerato aizzatore di fantasie perverse nei lettori. Lo ammette lui stesso nelle note didascaliche, quando scrive: “In un libro precedente l’autore descriveva una pericolosa ascensione in montagna. Durante la trasformazione di tale romanzo in un insipido film, un giovane e brillante scalatore rimase ucciso. In un libro successivo l’autore illustrò un metodo per rubare dei quadri in qualsiasi ben protetto museo. Poco dopo la pubblicazione della versione italiana di questo libro, tre dipinti furono rubati a Milano con lo stesso identico metodo descritto, e due di essi rimasero irrimediabilmente mutilati”.
Lo spirito di emulazione è una brutta piaga sociale, che va affrontata con molta cautela. Questo desiderio di copiare, di imitare ciò che si vede in tv è sintomo di alcune lacune, in particolar modo psicologiche: avere una personalità debole, adorare qualcosa di inesistente o di troppo trasgressivo, sentirsi più forti agendo come degli irresponsabili, interpretare la vita come un gioco. Queste lacune, nella maggior parte dei casi, sono causate da una scarsa comunicazione all’interno della famiglia, come molti studiosi sostengono; ma soprattutto, occorre ammetterlo, sono causa dei messaggi che i mass media odierni lanciano alle loro “vittime”, giovani e non.
Sconfiggere l’emulazione non è facile. Dimostrare che si tratta di un mero comportamento infantile, è impresa assai ardua. Ma tutto è possibile. Trevanian, ad esempio, ha ammesso di dover censurare se stesso, per evitare che qualcuno prenda ispirazione dalle sue parole, fatte di pura immaginazione. Come lui, ciascuno dovrebbe attingere al proprio senso di responsabilità e tentare dunque di limitare i frequenti input di violenza provenienti dai mass media. Il fatto di proporre simili scene, continuamente, non fa altro che esaltare la fantasia dello spettatore, e lo invita ad annientare la routine quotidiana emulando quelli che lui considera “atti eroici”.
L’incapacità di distinguere tra realtà e finzione, poi, non fa altro che peggiorare tali situazioni. Finché i reality show non cesseranno di mostrare immagini fatte di demenza allo stato puro, senza dichiarare apertamente al pubblico che si tratta in ogni caso di mera finzione e che esistono sempre – e comunque – dei limiti da rispettare, lo spettatore si crederà padrone di fare quello che più lo aggrada. Ma in quel caso non si atterrà a dei limiti; le sue parole d’ordine saranno: nessuna regola, nessun codice di comportamento, nessuna barriera.
Perché purtroppo finché la verità sarà la prima vittima di questo mondo mediatico, che l’ha completamente annullata, lo spettatore non riuscirà a distinguere fra: falsità e verità, giusto e sbagliato, responsabilità e sconsideratezza. Questo discorso vale in generale per tutti, ma in particolare per la neotelevisione, che è stata creata appositamente per proporre anti-cultura e bugie. Contro ciò si sono mosse le associazioni Adoc, Adusbef e Codacons, che hanno annunciato l’intenzione di indire prossimamente uno sciopero generale degli utenti contro la “tv deficiente”, da attuare spegnendo per un’ora i televisori di tutta Italia.
Siamo sinceri, però. La programmazione televisiva è solo un appiglio al quale ci attacchiamo – e che attacchiamo – per giustificare una grave lacuna da parte nostra: la mancanza di una corretta “formazione mediatica”. Al giorno d’oggi bisognerebbe prima di tutto insegnare ad interpretare correttamente i messaggi (a volte subliminali) che la tv e gli altri “trasmettitori” ci inviano continuamente, giorno e notte, ventiquattro ore su ventiquattro. E forse, dopo questo primo passo, tutto sembrerà più facile.

5.12.06

Scorci di vita (aforismi, aneddoti e altro ancora)

di Marco Apolloni

Non è facile incontrare dei tipi poetici, tipi beat, tipi selvaggiamente rock & roll come Anaconda. Pur appartenendo ad un’altra generazione, lui non era poi così diverso dagli altri tipi della mia generazione. Del resto tutte le generazioni inseguono le stesse speranze, le stesse illusioni e le stesse vanità. Tutte le volte che ho avuto la fortuna di incontrare persone come lui, con le quali sentivo di viaggiare sulla stessa lunghezza d’onda, allora sì che mi sono sentito un po’ meno solo. In fondo credo abbiamo tutti un unico dovere: quello di farci compagnia a vicenda, avvertendo così un po' meno la dura asprezza di questo mondo, altrimenti fin troppo arido da sopportare. Tanti muscoli uniti a tanti buoni sentimenti facevano di Anaconda un buon diavolo. Per non parlare di quella sua aria tragica e malinconica, tutta squisitamente argentina, che ti trasmetteva al contempo la passione infinita e la struggente bellezza della sua terra ammaliante...
Nei gruppi rock che hanno composto la colonna sonora della mia vita, posti di tutto rispetto li occupano due gruppi che mi ha fatto conoscere lui: The Cult e The White Snake. E di questo gliene sarò sempre grato. Una vita senza musica mancherebbe di quel pizzico di nostalgia indispensabile per ricordarsi i momenti più belli del proprio passato. Poiché chi non riesce a lasciarsi trasportare sulle ali del ricordo - ascoltando della buona musica - è come se non avesse mai vissuto. Infatti, cos'è la vita di un uomo se non uno sterminato disco che va riempito giorno per giorno?
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Sono molto occupato per potermi dire libero.

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La conoscenza è salvezza!

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È il mistero che ci spinge a conoscere e il mistero di tutti i misteri è che non c'è nessun mistero.

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Come si fa a non credere in Dio, dico io, contemplando le sette bellezze di un cielo estivo: c'è da perdersi in tutto quell'azzurro sconfinato.

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Un vero amico loda in segreto e rimprovera in privato.

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Una volta in treno ho incontrato un vecchio. Era pieno di rughe e il fatto che in ognuna delle sue rughe vi fosse impressa la storia della sua vita mi elettrizzò tutto. Lì per lì il mio primo pensiero fu: chissà che razza di vita avrà mai vissuto un uomo di tale tempra. Chissà… So soltanto che mi sembrò proprio quel tipo d’uomo che ne aveva viste tante nel corso della sua turbolenta esistenza. Dietro ad ogni centimetro della sua pelle raggrinzita vi si leggeva qualche risvolto della sua vita. Datemi retta, la prossima volta che vi capiterà d'incrociare il vostro sguardo con quello di un vecchio: provate a leggervi dentro tutta la storia dell'umanità.

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Si muore una volta sola, per fortuna.

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Generalmente, più si è padroni e meno si è signori.

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Non lasciatevi ingannare dal mio cognome: Apolloni... Poiché il mio spirito è tutt'altro che apollineo. In me prevale il dionisiaco.

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Preferisco rivestire l’anima di libri che il corpo d'indumenti.

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Si possono dire molte più cose con un solo bacio che con mille parole.

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La bellezza non ha bisogno di giustificazioni. Qualunque bellezza si giustifica da sé!

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Preferisco il sublime al bello. Che cos’è il sublime, vi domanderete? Beh, il sublime è lo scintillio baluginante delle cose, la perla preziosa che si cela dietro ognuna di esse, quel che ci fa apprezzare l’essenza…

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L'artista è colui che riesce a racchiudere il mondo in una scintilla.

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Nietzsche, checché se ne dica, è stato il primo nazista della storia, ancor prima che venisse alla luce il nazismo stesso. Chi vuole andare oltre alla morale stabilita conduce l'uomo verso il baratro della violenza, che è all'ordine del giorno fra le bestie feroci. Siccome noi siamo uomini e non creature ferine, dopo una rilettura più attenta delle opere nietzschiane – andando oltre ad una prima spontanea adesione ad un pensiero, indubbiamente fra i più "esplosivi" mai concepiti – non possiamo non renderci conto che abbiamo bisogno della morale così come della politica, nonostante le limitazioni e gli arbitri da esse perpetrati. Questo per tenere unita la nostra già di per sé frammentata civiltà. Come diceva Kant: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me! Così sia...

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Per spezzare la catena della violenza il solo modo efficace è compiere un’azione sovrumana, reagendo perciò non violentemente alla violenza subita. Dicasi: “resistenza attiva”.

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Non decidiamo noi cosa essere, lo siamo e basta.

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“Tu vuoi mettere insieme il cazzo e il padre nostro, ecco quel che vuoi fare figliolo mio. Tu capisci, non è mica facile...”. Questa è stata la risposta che ha dato un parroco di provincia ad un mio amico, dopo che quest'ultimo gli aveva azzardato un parallelo tra il Partito comunista e la Chiesa cattolica.

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Siamo tutti ribelli nella misura in cui siamo tutti capaci di indignarci.

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I filosofi sono necessari alla stirpe umana, poiché altrimenti tutto sarebbe già svelato e nessuno quindi si prenderebbe più la briga di svelarlo.

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Il miglior metodo è non averne alcuno. Ciò significa fregarsene altamente delle convenzioni, stipulate solo per contenere entro certi limiti quel che è altresì incontenibile: lo spirito… Bisogna distinguere infatti uno scienziato da un creativo – geni, questi, entrambi indispensabili al genere umano –, poiché: se il primo necessita di “un metodo”, il secondo invece necessita di distruggere “il metodo”! L’uno si dà delle regole precise da rispettare, l’altro si dà delle regole altrettanto precise da infrangere.
L’anticonformismo – ossia quell’insofferenza congenita di chi non riesce a farsi vincolare dalle convenzioni – è il tratto distintivo di ciascun creativo. Il creativo, in realtà, deve e vuole andare al di là dei bastioni di Orione e creare mondi verosimili laddove questo mondo non è più sufficiente, in quanto troppo grigio oppure troppo ristretto. Emblematica, a tal proposito, è una scena del film L’attimo fuggente, in cui il professor Keating invita i suoi allievi a stracciare alcune pagine del loro libro di letteratura, scritte da un critico che ha l'assurda pretesa di spiegare l’universo composito della poesia con una serie di diagrammi matematici. Questo a voler dire che: tutto ciò che è poesia, infatti, esula la fredda e asettica ragione...

1.12.06

Commento alla "Lettera agli Ebrei"

di Marco Apolloni
La Lettera agli ebrei – ascrivibile alla tradizione paolina – è uno dei capolavori della letteratura neotestamentaria. Qui viene fatto un magnifico sunto del pensiero cristiano – in generale – e del pensiero paolino – in particolare. I tre punti cruciali che si possono facilmente individuare sono: 1) si ottiene la salvezza per mezzo della fede – e con il concorso della grazia, non già mediante le “opere morte”; 2) Cristo è il fautore di una Nuova Alleanza ben più salda della precedente, perché ancorata su promesse migliori – quali la vita e la beatitudine eterna; 3) i cristiani si considerano stranieri a questo mondo – per questo esistono delle similitudini tra il paolinismo e lo gnosticismo cristiano, vuoi per il disprezzo del corpo e vuoi anche per la svalutazione di questo mondo.
Cristo è innanzitutto (c 3): apostolo e sommo sacerdote, dunque nunzio e custode della fede professata fin dagli antichi padri e profeti d'Israele. Con la sola eccezione però che, a differenza di Mosè stimato a rango di fedele servitore, lui è invece il figlio della casata di Dio. Nel dir ciò, l'autore della lettera ricorre al seguente esempio: il costruttore della casa è superiore al padrone della stessa, in quanto è stato colui che l'ha progettata. Superiore a tutti è Dio (il quale è naturalmente: il Sommo Architetto!). Inoltre, qui viene detto come la casa è costituita da tutti coloro che perseverano nella fede. Di questi ne è stato fulgido esempio Abramo (c 11), il quale credendo ciecamente alla promessa divina si tuffò nell'ignoto, raccogliendone poi il frutto con Abramo, concepito insieme alla moglie Sara e appunto detto: “figlio della promessa”.
Si diceva della salvezza che viene attuata dalla fede – quindi si può dire come questa scenda “dall'alto”, per intercessione della grazia. L'autore della lettera si esprime in questi termini: “[...] È dunque riservato ancora un riposo sabatico per il popolo di Dio. Chi è entrato infatti nel suo riposo, riposa anch'egli dalle sue opere, come Dio dalle proprie. [...]” (Eb 4, 9-10). Il riposo sabatico che qui viene sotteso altro non è che il riposo di Dio il settimo giorno della sua creazione mondana – episodio questo riportato nella Genesi. Allo stesso modo coloro i quali avranno fede verrano esonerati dalle opere – queste ultime infatti da sole non bastano, la salvezza appunto non può venire procurata “dal basso” senza il requisito indispensabile: la fede stessa. Al Dio onniveggente nulla può sfuggire, egli è Occhio Vivente che tutto scruta e a cui, perciò, è inutile rendere conto, poiché sa scandagliare a fondo i sentimenti e i pensieri del cuore (Eb 4, 12- 13).
Agli inizi del c 5 viene introdotta la netta distinzione tra i sacerdoti precedenti e Cristo – sommo sacerdote. Essi erano stati plasmati nell'ignoranza e nell'errore, in quanto rivestiti di debolezza (Eb 5, 2). Qui l'autore usa lo stesso linguaggio gnostico-cristiano, precisamente valentiniano. Infatti nella distinzione valentiniana vi erano tre classi umane: ilici (o somatici, da soma = corpo) i quali costituivano appunto il gradino inferiore della discendenza umana; psichici (classe intermedia, da psiche = anima); pneumatici (da pneuma = spirito). Questa distinzione viene poi ripresa e ampliata nel c 6, dove si legge verso la fine che Gesù viene dalla stirpe di Melchìsedek e quindi sarà anch'egli sommo sacerdote per sempre. Melchìsedek sarà un nome che ricorrerà spesso da qui in avanti, come parallelo per testimoniare il grado di sacerdozio superiore – perché eterno – di Gesù, che sancirà una Nuova Alleanza, infrangendo pertanto la precedente, purtroppo fallace. Inoltre l'autore precisa come persino Abramo pagò la decima a Melchìsedek – designato come “re di giustizia” nonché “re di Salem (che vuol dire: di pace)”. Infatti si era soliti pagare la decima ai ministri del culto per il loro ufficio cultuale. Il gesto di Abramo, dunque, sta a significare il riconoscimento della superiorità di Melchìsedek, il quale viene detto: “[...] Egli è senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio e rimane sacerdote in eterno. [...]” (Eb 7,3). A tal proposito, l'autore intende ancorare alle antiche scritture, una volta di più, la venuta messianica del Figlio di Dio, come segno della nuova promessa escatologica, ossia: Gesù è venuto sì a lavare i peccati degli uomini, a patto che essi però abbiano fede in lui per essere salvati. Perciò Gesù fa legge a sé – alla maniera di Melchìsedek –, essendo lui il viatico alla nuova legge. Essa sancisce la Nuova Alleanza, che ci delinea la figura di un Dio non più vendicativo – come ci viene raffigurato nelle scritture veterotestamentarie –, bensì misericordioso: disposto a perdonare e a lavare la macchia indelebile del “peccato originale” che, fino al momento dell'estremo sacrificio compiuto da Gesù, pesò come un macigno nell'economia della salvezza umana. Per usare un linguaggio girardiano: Gesù, facendosi crocifiggere e morendo così per redimere gli uomini dai loro peccati, placa una volta per tutte l'immonda spirale della violenza dovuta al sacrificio rituale. Il suo sacrificio infatti, unico e definitivo, interrompe la ritualità dei sacrifici dell'Antica Alleanza, dove i sacerdoti – loro stessi imperfetti e per di più peccatori – cercavano invano di lavare i propri e altrui peccati sacrificando tori e capretti, poiché: “[...] Secondo la legge, infatti, quasi tutte le cose vengono purificate con il sangue e senza spargimento di sangue non esiste perdono. [...]” (Eb 9, 22). In virtù di ciò, la misericordia divina ha maturato il sacrificio catartico, cioè purificatorio, di Gesù. Questi segnò una decisiva linea di demarcazione, ovvero: prima di lui solo disperazione; dopo di lui, invece, solo la speranza di una vita ultraterrena – di gran lunga migliore di quella terrena.
Nel c 11 l'autore usa un'ulteriore immagine gnostica quando afferma: “[...] Per fede noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sì che da cose non visibili ha preso origine quello che non si vede. [...]” (Eb 11, 3). Quest'allusione infatti ritiene implicito che vi siano “altri mondi”. Con ciò afferma l'inferiorità di questa creazione mondana che è regno di Satana – il famigerato “angelo caduto” – oppure, secondo le oscure pagine del Vangelo di Giuda (di recente ritrovamento e ascrivibile alla tradizione gnostico-sethiana), frutto della creazione di un dio sanguinario-vendicativo e di un dio stolto, rispettivamente: Yaldaboath (riferimento, questo, non casuale al Dio ebraico: Yaweh) e Saklas. Sempre nel c 11 viene enunciato come i cristiani aspirino ad una patria celeste e perciò essi sono “stranieri e pellegrini sopra la terra” (Eb 11, 13). Seguendo questa linea di pensiero si arriva fino alla formulazione teorica della De civitate dei: opera questa, di un “paolinista radicale”, del calibro di Sant'Agostino, artefice del celebre motto “ama e fa ciò che vuoi”, che ci dà un'interpretazione a dir poco estremizzata del sacro comandamento “amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19, 18). Poi ancora in un altro prezioso passaggio del c 11 si afferma: “[...] Per fede Mosè, divenuto adulto, rifiutò di esser chiamato figlio della figlia del faraone, preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere per breve tempo del peccato. Questo perché stimava l'obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d'Egitto; guardava infatti alla ricompensa. [...]” (Eb 11, 24-26). Questa enunciazione presupporrebbe che l'autore fosse convinto della preesistenza divina di Cristo fin dalla fondazione del mondo – espressione questa che, peraltro, ricorre spesso in questa Lettera agli ebrei – e quindi anche fin dalla Luce della Genesi. In chiusura del c 11 vengono elencate tutte le tribolazioni e i maltrattamenti a cui dovettero soggiacere i paladini della fede dei quali “il mondo non era degno!” (Eb 11, 38). Nei vertiginosi cc finali 11-12 della Lettera l'autore sembra dare il meglio di sé e la retorica qui promanata è molto potente. L'aforisma che meglio racchiude la quintessenza di queste bellissime pagine – così ricche di pathos – è forse il seguente: “[...] Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! [...]” (Eb 13, 8). E così sia!