Gabriele è un giovane studente universitario che inizia a scoprire il vero mondo solo intorno ai vent'anni, quando decide di abbandonare “l'utero materno” e avventurarsi nella splendida Urbino. Si iscrive alla facoltà di Filosofia, dove scopre un'umanità dai caratteri variegati. Uno su tutti, però, spicca: un certo senso di nichilismo, di pessimismo cosmico insomma, che prende sempre più piede fra i giovani, disillusi del mondo che li ospita e li circonda. Durante i suoi tre anni universitari a Urbino, intervallati da un anno erasmus in Inghilterra, Gabriele si raffronta con personaggi curiosi e bizzarri, che rendono l'idea – in maniera a dir poco stupefacente – della gioventù odierna. Uno psicologo buddista, un gruppo di musicisti metallari, un cameriere, un artista circense: con loro il protagonista formerà: Il circolo dei nichilisti. Insieme affronteranno peripezie, avventure e disavventure, esperienze che li condurranno ad essere degli adulti coscienti.Il libro della settimana : “Il circolo dei nichilisti”.
Un romanzo sui “beati” anni universitari. Di Marco Apolloni.
14.4.10
Studente universitario
Gabriele è un giovane studente universitario che inizia a scoprire il vero mondo solo intorno ai vent'anni, quando decide di abbandonare “l'utero materno” e avventurarsi nella splendida Urbino. Si iscrive alla facoltà di Filosofia, dove scopre un'umanità dai caratteri variegati. Uno su tutti, però, spicca: un certo senso di nichilismo, di pessimismo cosmico insomma, che prende sempre più piede fra i giovani, disillusi del mondo che li ospita e li circonda. Durante i suoi tre anni universitari a Urbino, intervallati da un anno erasmus in Inghilterra, Gabriele si raffronta con personaggi curiosi e bizzarri, che rendono l'idea – in maniera a dir poco stupefacente – della gioventù odierna. Uno psicologo buddista, un gruppo di musicisti metallari, un cameriere, un artista circense: con loro il protagonista formerà: Il circolo dei nichilisti. Insieme affronteranno peripezie, avventure e disavventure, esperienze che li condurranno ad essere degli adulti coscienti.7.4.10
Un viaggio attraverso la realtà giovanile odierna
Il circolo dei nichilisti è un viaggio attraverso la realtà giovanile odierna, che si confronta quotidianamente con un mondo a cui lei non sente di appartenere. I “nuovi giovani” vedono intorno a loro solo desolazione, guerra, tristezza, isolamento e tentano disperatamente di trovare nuovi stimoli per reagire ad essa, invano. È a questo punto che la storia, per ciascuno, prende una piega diversa: c'è chi trova la spinta giusta, grazie ad un viaggio, per continuare a sperare; c'è chi invece si rifugia in una cultura che non gli appartiene ma che lui sente propria, come il buddismo; c'è chi, ancora, sceglie di scomparire e lasciarsi trasportare dalle “ombre oscure”. E c'è infine chi sceglie di assaggiare esperienze sessuali concrete per comprendere il vero significato dell'amore, immancabile sentimento nella vita di ciascuno. Tutto il romanzo si snoda attraverso le note di una suggestiva e alquanto variegata colonna sonora, che racchiude Simple Minds, Red Hot Chili Peppers, The Clash, Beatles e molti altri artisti. Componente musicale decisamente immancabile, per un viaggio lungo e avventuroso qual è: Il circolo dei nichilisti.3.4.10
Iniziativa pasquale: un libro nell'uovo
Stanchi delle solite sorprese dentro l'uovo? I soliti gingilli vi hanno stufato? Noi abbiamo un'idea per voi: perché non provate a regalare o regalarvi un libro?30.3.10
"Il circolo dei nichilisti" di Marco Apolloni (Giraldi Editore, Bologna, 2010)
Gabriele è un giovane studente universitario che inizia a scoprire il vero mondo solo intorno ai vent'anni, quando decide di abbandonare “l'utero materno” e avventurarsi nella splendida Urbino. Si iscrive alla facoltà di Filosofia, dove scopre un'umanità dai caratteri variegati. Uno su tutti, però, spicca: un certo senso di nichilismo, di pessimismo cosmico insomma, che prende sempre più piede fra i giovani, disillusi del mondo che li ospita e li circonda. Durante i suoi tre anni universitari a Urbino, intervallati da un anno erasmus in Inghilterra, Gabriele si raffronta con personaggi curiosi e bizzarri, che rendono l'idea – in maniera a dir poco stupefacente – della gioventù odierna. Uno psicologo buddista, un gruppo di musicisti metallari, un cameriere, un artista circense: con loro il protagonista formerà “il circolo dei nichilisti”. Insieme affronteranno mille peripezie, mille avventure, mille esperienze che li condurranno ad essere degli adulti coscienti.
“Il circolo dei nichilisti” è un viaggio attraverso la realtà giovanile odierna, che si confronta quotidianamente con un mondo a cui lei non sente di appartenere. I “nuovi giovani” vedono intorno a loro solo desolazione, guerra, tristezza, isolamento e tentano disperatamente di trovare nuovi stimoli per reagire ad essa, invano. È a questo punto che la storia, per ciascuno, prende una piega diversa: c'è chi trova la spinta giusta, grazie ad un viaggio, per continuare a sperare; c'è chi invece si rifugia in una cultura che non gli appartiene ma che lui sente propria, come il buddismo; c'è chi, ancora, sceglie di scomparire e lasciarsi trasportare dalle “ombre oscure”. E c'è infine chi sceglie di assaggiare esperienze sessuali concrete per comprendere il vero significato dell'amore, immancabile sentimento nella vita di ciascuno. Tutto il romanzo si snoda attraverso le note di una suggestiva e alquanto variegata colonna sonora, che racchiude Simple Minds, Red Hot Chili Peppers, The Clash, Beatles e molti altri artisti. Componente musicale decisamente immancabile, per un viaggio lungo e avventuroso qual è: “Il circolo dei nichilisti”.
8.11.09
Le due vite di un Premier

23.9.09
Totò - Racconto

Com’era bello accarezzarlo… al tatto rimaneva soffice come un guanciale. Poi quant’era saputo… peggio della peggiore pettegola del mio paese. A dir la verità, gli diedi un nome maschile ma francamente non ebbi mai la certezza dell’autenticità del suo sesso. Non seppi mai se fosse un pappagallo o una pappagalla. Ma la smania di volerlo chiamare a tutti i costi come il mio eroe mundial mi sopraffece a tal punto, che non m’importò mai nulla di sapere se fosse un lui o una lei. Di certo non gli diedi mai possibilità di provare la sua mascolinità. Se ne restò sempre solo e in disparte nella sua gabbia, accessoriata come un hotel a quattro stelle. Aveva ogni tipo di comfort: dalla tavoletta a forma di surf per rifinirsi il becco, all’altalena mignon sulla quale si divertiva rimanendo a penzoloni per ore e ore davanti alla tv. Come mi avevano consigliato quelli del negozio di animali, gli cambiavo puntualmente l’acqua ogni settimana e il cibo ogni paio di giorni. Ecco, il cibo… se posso fare un rimprovero al mio Totò era la sua concezione, come dire, fin troppo libertina della pulizia. Spesso gli succedeva di defecare sul suo stesso mangime; sicché lui, noncurante, si mangiava ripetutamente i suoi stessi escrementi, senza nemmeno accorgersene.
Una volta rischiò persino di rompersi l’osso del collo. Avevo da poco finito di vedere l’ennesima puntata delle Tartarughe Ninja e, complice una strisciante sonnolenza dovuta all’abbondante pranzo, mi addormentai come un piombo sul divano. A un certo punto, non so in quale stadio della fase REM – non il gruppo musicale –, fui svegliato da un cinguettio che si stava facendo sempre più fioco, della serie “ip” neanche “cip”. Preoccupato mi precipitai da Totò per controllare cosa stesse combinando. Il furbo si era cacciato nei guai, da solo, e cadendo dalla sua altalena era rimasto incastrato nella griglia metallica che mia madre gli aveva posto, con tanto di carta da forno attaccata, per non sporcare la sua gabbia luccicante. Nel divincolarsi era pure riuscito a ferirsi una zampa.
Io lì per lì, vedendolo sanguinante, andai in panico. Poi un lampo di sensatezza m’illuminò sul da farsi. Corsi fuori a chiamare mio padre che stava facendo dei lavori in giardino, come ogni Domenica. Subito, vedendomi agitato e tremante, mi disse di calmarmi. Volle che gli spiegassi cosa mi avesse sconvolto tanto. Trovai la forza per raccontargli l’accaduto:
“Babbo, babbo… Totò è caduto. È rimasto impigliato in fondo alla gabbia ed ora sanguina. Ho tanta paura… corri corri!” strillai impazzito.
“Vedrai che tutto si sistemerà, ora però calmati. Andiamo a vedere cos’ha combinato stavolta la bestia…” mi rassicurò lui. Smontò dalla sua macchina-falciatrice e insieme salimmo le scale.
Con calma olimpica, alla sua maniera, mio padre risolse tutto. Prese delicatamente tra il suo indice e il pollice la zampetta incastrata del pappagallo e la fece passare sopra alle maglie della griglia, così da liberarlo del tutto. Cauterizzò bene la ferita, inumidendola con dell’acqua ossigenata e un pezzetto di cotone. Il contatto bruciante con quella sostanza gli fece emettere un “cip” più potente del solito ma da lì capimmo che Totò, nonostante l’incidente, aveva la pellaccia più dura del cuoio e se la sarebbe cavata. Poi, per stare più tranquilli, lo portammo ugualmente dal veterinario che richiuse la ferita con della penicillina e dimise il paziente senza troppe smancerie. Ma che spavento…
Ricordo come fosse ieri la prima volta che pronunciò il mio nome. Era la vigilia di Natale. C’eravamo io, babbo, mamma e nonna. Stavamo tutti e quattro seduti sul divano, davanti alla televisione. All’appello mancava solo nonno. All’epoca non capivo ancora perché lui adoperasse sempre la stessa scusa per non stare con noi la sera della vigilia. Nonna mi diceva sempre:
“È andato a giocare a carte con gli amici, sai com’è fatto. Che vuoi farci…”.
E io le credevo. Ingenuo. Del resto cosa si può pretendere da un bambino di sette anni, che crede tanto ciecamente nel Natale.
Quell’anno, però, il vecchio filibustiere lappone si fece attendere e non poco. A mezzanotte passata avevo quasi perso la speranza di vederlo varcare la soglia di casa. E pensare tutte quelle lettere che gli avevo scritto. Tutte rigorosamente senza francobollo, che nella mia credulità dovevano essere spedite in Finlandia, a Rovaniemi. A mezzanotte e due minuti cominciai a guardare sconsolato l’orologio a pendolo, che inesorabile – come al solito – segnava l’incedere del tempo, senza che del signor Babbo Natale si fosse vista traccia. A mezzanotte e cinque grondavo già lacrime. Al che mia nonna, preveggente, andò in cameretta con la scusa di fare una misteriosa telefonata ad un’amica per i consueti auguri natalizi. Miracolosamente, a mezzanotte e sette minuti sentii il campanello suonare. Feci una corsa a perdifiato per controllare chi fosse alla porta, seguito dal resto della famiglia.
“Oh oh oh, buon Natale!” disse lo sconosciuto vestito di rosso, con una lunga barba bianca e un sacco pieno di strenne gettato dietro la schiena, lievemente inarcata per sostenerne il peso.
Io con gli occhi ancora umidi, ma finalmente felice, morivo dalla voglia di ricevere il malloppo di doni promessi e fu così che abbracciai dalla contentezza le ginocchia scricchiolanti di quello strano Babbo Natale – seppur quello scricchiolio, non capivo bene perché, mi suonasse familiare. La scusa che accampò per il suo sensibile ritardo fu davvero memorabile. Disse, testuali parole:
“Non ho trovato posto per parcheggiare le mie renne. Poi ho tentato di passare per il caminetto, ma ormai l’età e la pancia – fece cenno toccandosela – non sembrano più permettermelo. Ora, però, eccomi qua a portare regali o carbone a Marco. Sei tu Marco, vero? Allora, ti sei comportato bene quest’anno? Dì la verità…”.
Io, all’udire la parola tanto temuta (: carbone), rimasi impietrito e provai ad addurre una qualche plausibile scusa, dicendo:
“Ho fatto il bravo, lo giuro! Lo chieda pure a loro…” e indicai i miei familiari.
Nel frattempo Babbo Natale – che stranamente non parlava finlandese, e non solo intendeva benissimo il nostro idioma ma lo parlava pure correntemente – entrò nel soggiorno e depositò sopra il tavolo il pesante fardello, pieno di chissà quali mercanzie.
“Allora, come si è comportato il ragazzo? È stato giudizioso?” chiese rivolto alla famiglia.
Tutti fecero “sì” con la testa e io potei tirare un sospiro di sollievo. La scampai bella pure quell’anno. Lui, a quel punto, estrasse un pacchetto gigantesco coperto da una sgargiante carta-regali color rosso natalizio e addobbato con un elegante nastro giallo dorato. Mentre me lo porgeva, come fosse la cosa più preziosa al mondo, mi disse:
“Tieni il tuo regalo. Sulla lettera, se ricordo bene, c’era scritto che volevi o tanti regali piccoli oppure uno solo però bello grosso. Io mi sono permesso di scegliere la seconda opzione e ti ho portato il regalo più grande. Gli altri sono andati ai bambini meno fortunati di te, come mi avevi scritto. Mi raccomando Marco, fai il bravo e vedi di non far arrabbiare il nonno…”.
Mia nonna subito andò a tappargli la bocca, prima che l’incauto Santa Claus si lasciasse scappar detto qualcos’altro di troppo. Lui per tutta risposta imprecò in una maniera a me familiare:
“Ma por la Madon…” ma si tappò la bocca da solo, accortosi dell’involontaria gaffe commessa. Quell’ultima frase, sfuggitagli, avrebbe dovuto insospettirmi ma Totò decise d’intromettersi a modo suo:
“Cip cip… Marco… cip cip… Marco…”.
Fu quanto riuscì a dire il mio pappagallo, ma bastò a ravvivare il sacro fuoco del Natale che arde segreto nel cuore d’ogni bambino. Totò quella sera salvò l’intera sceneggiata. Io, infatti, non m’insospettii minimamente e continuai a credere, ancora per qualche altro anno, alla magia del Natale. Fui talmente preso a far le feste al pappagallo, capace finalmente di pronunciare il mio nome, che non volli capire altro. Alla mia momentanea incapacità d’intendere, inoltre, contribuì anche il mio stato tale di euforia messomi addosso dal regalo appena ricevuto: un bellissimo elicottero d’assalto dei G.I. Joe, che montai e smontai più volte quella sera. Ci andai persino a dormire con quella miniatura d’elicottero, tanto non volevo staccarmene un solo istante. Quello fu, io credo, uno dei momenti più felici della mia infanzia e Totò ne fu il principale artefice.
Ma il ricordo di Totò per me non è solo legato a momenti belli e spensierati, come quel Natale. Pochi mesi dopo – era ancora inverno e il giardino appariva ricoperto da un solido strato di ghiaccio –, rientrando da scuola feci la mia prima esperienza con la morte. Trovai, infatti, Totò stecchito nella sua gabbia. Il suo temperamento tropicale, evidentemente, non ce l’aveva fatta ad uniformarsi ai gelidi venti dei Balcani, che d’inverno non danno requie alle città costiere bagnate dal Mar Adriatico, come la mia. È stata un’esperienza davvero travolgente, che di solito capita intorno ad una precisa età, ovvero: l’età dei primi anni di scuola. Anni in cui un barlume di ragione comincia ad insinuarsi nella coscienza dei bambini, che dolenti o nolenti prendono sempre maggiore confidenza con la vita e con il suo mistero ultimo. Questa presa di coscienza per ciascuno sancisce il taglio definitivo del cordone ombelicale che l’ha tenuto, in certo senso, avvinto all’utero materno. Con essa finisce l’età dell’oro, che dura ahimè troppo poco per tutti. L’età in cui non si vede più in là dei propri passi corti, che mano a mano s’allungano e ci fanno prendere coscienza della nostra meta finale, uguale per tutti. Dicesi: la “democrazia” della morte, o “’a livella” come disse il grande Principe Antonio De Curtis, il cui nome d’arte – guarda caso – era proprio Totò. Un nome, un destino – si direbbe. Altro che coincidenze: e chi ci crede più nelle coincidenze, nemmeno gli scienziati, immagino. Esistono solo quelle che lo psichiatra e psicanalista svizzero Carl Gustav Jung definì felicemente coincidenze significative. Totò, il calciatore; Totò, l’attore; Totò, il pappagallo. Uno splendido triangolo sincronico che, a distanza di così tanto tempo, mi fa meglio comprendere l’intricato mosaico della mia vita.
Feci un funerale in pompa magna, al mio caro ed estinto Totò. Ci mancava solo Elton John a far scorrere le sue dita formicolanti sul piano ed intonare Candle in the wind (all’epoca non ancora scritta) per definire regali quelle esequie. Lo seppellii in giardino, riponendo il suo esanime corpicino nella prima scatola vuota di scarpe che trovai in sgabuzzino. Presi la pala e scavai una buca profonda quanto bastò per adagiarvi la scatola e il suo prezioso contenuto. All’evento accorse tutto il vicinato, messo in allerta dai miei strani traffici con quella pala più alta di me. Rimasero a dir poco increduli, non appena s’avvidero che mi ero preso tutto quel disturbo per un piccolo pappagallo. Solo io potevo sapere ciò che stavo facendo. Quello non era un animale qualsiasi. Era il mio Totò, il mio primo amico vero. Non ci dicemmo mai granché, noi due. A pensarci bene lui mi chiamò una sola volta per nome: quella vigilia di Natale. Ma la nostra comunicazione era talmente intima da non aver bisogno delle parole, come si conviene solo ai più grandi amici. Goodbye, mio piccolo amico. Questa canzone è anche un po’ per te…
And it seems to me you lived your life
Like a candle in the wind
Never fading with the sunset
When the rain set in
[...]
Your candle's burned out long before
Your legend ever will
15.9.09
Che – L'argentino e Che – Guerriglia (2008)

Che – L'argentino e Che – Guerriglia sono in realtà un unico film spezzato in due per esigenze più commerciali che altro (presumo). Si tratta di una pellicola complessa, non per tutti, che ha il piglio lento e citazionista di un documentario. Rende bene l'idea di mostrare il precipitare degli eventi rivoluzionari con in sottofondo la voce fuori campo dei Diari e degli Scritti del Che. Manca però un nucleo narrativo centrale e forte. A tratti, inoltre, difetta di lacunosità. Nel senso che dà per presupposte troppe cose e non bastano alcuni flashback messi qua e là per riempire dei significativi buchi biografici. Va bene il pout-pourri di azione condito da realistiche immagini dei combattimenti – nella prima parte a Cuba e nella seconda, invece, in Bolivia –, però il salto temporale che va dalla presa di Santa Clara all'estrema avventura nella giungla boliviana appare francamente troppo forzato. Secondo me sarebbe stato più logico e anche più apprezzato dalla platea sviluppare la storia del suo secondo matrimonio con l'agguerrita rivoluzionaria Aleida March. Il Che di Steven Soderbergh non ha tempo per smancerie e passa da un'azione all'altra quasi quanto il Che storico. Tuttavia nell'economia della trama del film un pizzico di vita bucolica non avrebbe guastato. Ne sapeva qualcosa il buon Tolstoj, liberamente citato durante la prima parte della pellicola (sotto riporto la citazione in questione), che nell'architettare il suo più universale capolavoro Guerra e pace ha saputo miscelare alla crudezza delle gesta pugnaci, la dolcezza delle scene idilliache di vita familiare. Molto più romantico in questo senso è il giovanilistico e donchisciottesco Diari della motocicletta (2004) di Walter Salles. In poche parole alle quattro ore e passa dell'epopea guevariana diretta da Soderbergh manca quel “di più” che ci si aspetta dai grandi film, pur rimanendo sempre degnamente un po' sopra la media – grazie anche alla maiuscola interpretazione di Benicio Del Toro, favorito soprattutto da una somiglianza fisica davvero impressionante. Più che l'utopia rivoluzionaria vera e propria – citata a sprazzi, in maniera disomogenea e quasi a casaccio – del guerrigliero Guevara, Soderbergh ci ha mostrato – volutamente o meno chiedetelo a lui – l'avventura umana di uomo sicuramente non comune, capace di grandi scelte e come tale degno di rispetto persino da chi non ne condivide le idee politiche. Sono uscito dalla sala con la non ben definita impressione di aver ammirato un dipinto ben fatto nell'insieme, ma privo di uno “sfondo” incisivo. É proprio questo “sfondo” mancante che non permette al film, secondo me, di spiccare il volo. Anche se, a sua evidente discolpa, va detto che di fronte ad un soggetto talmente carismatico nella realtà è quasi fisiologico che la sua trasposizione nella fiction sia nettamente svantaggiata. In quest'impresa che oserei definire “titanica” di mettere in piedi un Che in celluloide, il “duo” Soderbergh e Del Toro perlomeno non ne esce con le ossa rotte. E visto il soggetto, non è poco...
“Nel campo della guerra, la forza delle truppe è [...] il prodotto della massa per qualcosa d'altro, per non si sa quale incognita x. […] È, questa x, lo spirito delle truppe, vale a dire il maggiore o minor desiderio di battersi e di esporre se stessi al pericolo, sentito da tutti gli uomini che compongono quelle truppe, indipendentemente dal fatto che questi uomini si trovino a battersi sotto il comando di genii o di non genii, in tre o in due linee di schieramento, armati di randelli o fucili che sparino trenta colpi al minuto. Gli uomini che sentiranno maggiore il desiderio di battersi, sempre riusciranno a porsi nelle condizioni migliori, più favorevoli alla lotta. (L., Tolstoj, Guerra e pace, Milano, 2008, p. 1237)”
22.6.09
“Coraline e la porta magica”
“Coraline e la porta magica”, adattamento del romanzo “Coraline” di Neil Gaiman, è un film d’animazione prodotto dalla Laika H.E., realizzato con la tecnica stop-motion, accompagnato dalle musiche del compositore Bruno Coulais, e diretto dal regista di Tim Burton “The Nightmare before Christmas”, Henry Selick.Coraline è una bimbetta dai capelli blu, acuta e coraggiosa, tutta pelle, ossa e curiosità. Il suo nome giusto è quello sbagliato: Caroline un giorno corse così forte nella mente di Gaiman che le sue dita inciamparono sulla tastiera; come il tempo nei sogni, la velocità dei pensieri talvolta capovolge le cose. L’abitudine per “Caroline” fa sbuffare Coraline, dopo tutto, chi sa dire dov’è l’errore? Non è “giusta” anche l’eccezione per il solo fatto che esiste? “E’ vero anche il contrario”, direbbe l’ironia poco ironica di Groucho Marx. Il suo nome sbagliato è quello giusto!
Con papà e mamma si trasferisce nell’Oregon, in una grande e vecchia casa, situata in una valle caliginosa e prosperosa di alberi arruffati. I suoi genitori scrivono infaticabili al computer, per riviste di giardinaggio, pur detestando tale pratica; “scrivete di terra e odiate la terra” appunta loro Coraline, ciondolando nel suo impermeabile giallo, traboccante di entusiasmo per la pioggia che scende e il giardino che s’ammorbidisce in fango. In quella casa così ampia non c’è spazio per giocare insieme, né tempo per inventare merende gustose: Coraline si sente come una stanza trascurata, una vita in scena, ma senza riflettori.
Miss Spink e Miss Forcible, abbondanti in forme ed esuberanza, inattendibili ermeneute di fondi di thé, moleste quanto le loro appiccicose caramelle secolari, sono due attrici in pensione che collezionano cani imbalsamati, tutti in fila in una specie di santuario, a sfoggiare alette d’angelo molto grottesche e tutt’altro che serafiche. Non sono i soli vicini, c’è anche Mr. Bobinski, che dice di allenare topi ballerini a comporre spettacoli musicali, e un ragazzino dall’aspetto moscio e cascante ma dal carattere estremamente inventivo, seguito da un gatto nero e spigoloso, complice delle sue avventure.
Una notte un topino di Mr. Bobinski apre a Coraline la strada per un mondo altro, attraverso una porticina della sala, di giorno impenetrabile ed enigmatica, e tutto sommato murata e deludente. Dall’altra parte Coraline vive la perfezione dei desideri: un'Altra Madre e un Altro Padre, identici ai suoi veri genitori, se non fosse che al posto degli occhi hanno due grossi bottoni neri, la inondano di attenzioni e farciscono di delizie, promettendole eterna felicità.
Solo un prezzo è da scontare per non uscire dal paradiso e giocare per sempre nel paese dei balocchi: non è un divieto, nessun albero del Bene e del Male, solo due bottoni, da cucirsi addosso.
Presto Coraline vive il disinganno: l’Altra Madre fabbrica pupazzi con i quali poter spiare il mondo reale e prender nota dei suoi difetti, attraverso i loro occhi-bottone; allo stesso modo di una bambola costruisce un mondo su misura, dal vestito a pennello, imbottito con la pienezza della perfezione, tenuto insieme da legami forti. Presto, però, l’imbastitura non regge, il panno si sgualcisce, tutto si sgonfia, e rovescia come un calzino. Tutti sono coinvolti e incatenati ad un mondo finto, solo Coraline, affrontandolo, ha lo sguardo libero e vigilante di chi trova ciò che vuole e, in fondo, aveva solo smarrito.
Il difetto dov’é? Nel mondo perfetto. L’Altra Madre è incapace di amare. L’ “altro” è l’incapacità del “questo”, l’incapacità si trasforma in odio e l’odio in volontà di onnipotenza, ma la volontà di onnipotenza dell’odio è potenza della distruzione, anche di ciò che esso crea. Solo la reale autenticità dell’amore, quell’amore sovente manchevole, insufficiente, incostante, disattento, pigro o maldestro, inesperto o pasticcione, orgoglioso e testardo, debole e indeciso, sempre pronto a rifarsi ma anche a fallire, senza misura o senza entusiasmo, indolenzito dall’abitudine e troppo facile a lasciare anziché resistere, quell’amore troppo umano da essere “divino” o forse divino proprio perché “umano”, può essere il costo di una vita perfetta, in quanto compiuta nel nostro realizzare noi stessi in esso come volontà di potenza, che vuole ciò che può, e per questo costruisce anziché distruggere.
Siamo prudenti, allora, a quel che desideriamo, e, prima di chiedere, esaminiamo in noi stessi ciò di cui davvero abbiamo bisogno per essere felici, ché altrimenti anche la risposta più impeccabile e incontrovertibile può scoprirsi insoddisfacente, e vera anche al suo contrario.
5.6.09
“Ken Park” (2002)

“Ken Park” è un adolescente assomigliante a Rosso Malpelo, il cui altro soprannome è “krap”, “merda”. Il film si apre con lui che arriva allo skate-park e si suicida sparandosi un colpo in testa. Verso la fine veniamo a sapere dai suoi amici, che dietro al suo gesto estremo si cela il “movente” di una gravidanza indesiderata della sua ragazza. La pellicola si chiude proprio con lo sguardo di Ken perso in siderali lontananze, che inebetito non sa rispondere alla sua ragazza che gli chiede: se è contento che sua madre lo avesse fatto nascere. Risposta difficile, questa, soprattutto alla luce di quanto si viene svolgendo durante la narrazione filmica. Infatti nell'assistere sgomenti alla routine degli altri quattro co-protagonisti: Tate, Shawn, Claude e Peaches; la risposta alla domanda se valesse o meno la pena di nascere è un po' la chiave per capire la “periferia emotiva” di questi ragazzi, annoiati e svuotati, i quali contrappongono alla loro smania incessante di vivere l'incapacità di adattarsi in una società reprimente.
I famigliari di questi ragazzi, a ben guardarli sembrano molto più scossi di loro. Spiegabili perciò ci paiono i comportamenti eccentrici, che per reazione-difesa questi adolescenti problematici esprimono. Tutti tranne due: 1) il suicidio di Ken; 2) l'atto inaudito compiuto dall'esasperato Tate, che in preda ad un raptus omicida accoltella mortalmente i suoi nonni. Per gli altri tre rimasti ne risulta un ritratto efficace di una generazione ben oltre il nichilismo e la perdita dei valori. Poiché, a dire il vero, essi un valore dimostrano di averlo – valore, questo, di chiara ispirazione libertina –, e cioè: vivere appieno la loro disinibita sessualità attraverso la scoperta del loro corpo-strumento. In materia sessuale: il loro unico freno morale vuole essere non avere alcun “freno morale”! Concezione, questa, che lambisce l'edonismo più sfrenato. Con il termine “edonismo” s'intende comunemente quel complesso di dottrine ruotanti attorno al principio di “piacere”. Laddove altre dottrine filosofiche, invece, individuano nel “bene” oppure nella “felicità” i loro principi basilari. Il “piacere” che intendono loro è principalmente “carnale” e solo indirettamente “spirituale”: poiché per essi star bene con il loro “corpo” equivale a star bene con il loro “spirito”.
Riassumendo, dei cinque protagonisti: due sono senz'altro “negativi”, in quanto l'uno distruttivo per se stesso (Ken) e l'altro per gli altri (Tate); gli altri tre risultano invece “positivi” (Shawn-Claude-Peaches); il “trio” che, non a caso, nella parte finale della pellicola si esibisce in un triangolo sessuale travalicante il confine della pornografia. In un dialogo denso di significati e riferimenti culturali per bocca di Claude viene esposta quella che è la loro filosofia esistenziale, riassumibile con un capovolgimento del celebre detto cartesiano tramutato per l'occasione in: “Coito ergo sum”! Il loro obiettivo dichiarato è l'attuazione di una società utopica formata da uomini e donne pienamente appagati/e. Secondo loro ciò può essere l'unico antidoto contro il veleno che sta uccidendo la nostra società occidentale: sessualmente troppo repressa. “Società utopica” è la loro, dove la sola merce di scambio consentita è il “piacere” nella sua totale accezione fisica-metafisica. Una società dove è il sesso a farla da padrona, fondata sull'assunto matematico secondo cui: + SESSO = - FRUSTRAZIONE!
In definitiva, il merito più grande di questa pellicola – diretta dal regista Larry Clark – è di non essere scontata. In tempi di magra come questi, direi, ci possiamo accontentare...
16.5.09
Castelli di sabbia, castelli di rabbia
Saranno trascorsi almeno quindici anni da quando, in vacanza sul lungomare pugliese, costruivo castelli di sabbia insieme a mia madre e mio padre. Forse anche qualche anno di più. Poco importa. Ho nei ricordi la vivida immagine di quei giorni, “quando la vita era più facile e si potevano mangiare anche le fragole”, canta Vasco Rossi. Quando un secchiello diventava nelle mie mani una gru precisa, affidabile, impeccabile. E la sabbia era la mia calce, il mio cemento armato col quale realizzavo splendidi, a miei occhi, castelli di sabbia che poi, la notte, il mare si sarebbe portato via. Io costruivo, lui distruggeva. Io ricostruivo e lui ridistruggeva. Per me era un gioco. La sabbia intendo. Mi divertivo a realizzare forme diverse: sirene, angeli, piramidi. Nelle mie mani la sabbia prendeva vita e sul lungomare nascevano forme nuove, costruzioni mai viste che nei miei occhi di bambina apparivano incrollabili ma che poi, in fondo, a mia insaputa, non avrebbero visto l’alba del giorno succesivo. Oggi, quindici anni più tardi, qualcuno ha ancora l’ardire di costruire castelli di sabbia, nelle città, nelle cosiddette metropoli italiane. Ma anche nei piccoli borghi storici. Come l’Aquila, recentemente colpita da violente scosse sismiche, che hanno messo a nudo la città, mostrandone le fragilità. Case, più che castelli, fatte di sabbia. E dietro ad esse, “burattini edili” di cartapesta mossi dal solo denaro. L’Italia si è mossa. L’Italia si è sentita viva e solidale. Ecco l’Italia che vogliamo. Nei volontari della protezione civile, nei soccorritori della Croce Rossa, nelle migliaia di angeli italiani che - come nel film Il cielo sopra Berlino - hanno vigilato e tuttora continuano a vigilare sui terremotati abruzzesi. La storia si ripete, dunque. Dopo l’Umbria, di qualche anno fa, ora è toccato all’Abruzzo. Una tragedia che si poteva risparmiare? Forse sì. E non tanto per le avvisaglie che il geologo aveva lanciato. Forse sarebbe stato meglio fermare le mani di quei costruttori che, in maniera conscia, hanno eretto nelle città quegli stessi castelli di sabbia che io formavo sulla spiaggia. In barba a quelli che vi sarebbero poi andati andati ad abitare. In barba all’onestà. Oggi quei castelli non sono più castelli di sabbia, ma sono castelli di rabbia. La rabbia e lo sgomento di persone che non hanno più niente. La rabbia e lo sgomento di persone che, sperano, soffrono, sognano e si disperano ma tutto sommato continuano a vivere. Nel bene e nel male.Dentro i colpevoli, fuori i nomi / o' terremoto' ... / 'fanculo l'onore e l'omertà”. (“Dimmi il nome”, Litfiba)