Lo ammetto, in materia di libri non sono proprio uno sciovinista. Ma stavolta, con Caos calmo di Sandro Veronesi, mi son dovuto ricredere. È un libro piuttosto voluminoso, in teoria scoraggiante già a priori, anche se - leggicchiando il retro della copertina e dando una sfogliata furtiva all'opera in questione - ti fa sperare di trovarvi qualcosa per cui valga la pena leggerlo. La trama lineare e originale si dipana per 450 pagine senza mai annoiare il lettore - che del resto è il requisito essenziale per qualsiasi libro che si rispetti. Un padre di mezza età si ritrova dalla sera alla mattina a dover badare da solo alla sua bambina, a causa della morte improvvisa e inaspettata della sua compagna. Per farlo lui adotterà una tecnica davvero particolare: il primo giorno di rientro a scuola dopo le vacanze estive promette alla figlia di aspettarla fino al suono della campanella lì fuori, in modo da rimanerle più vicino e non farla sentire troppo sola. La figlioletta basita, accetta e schizza in classe. Passa un giorno, due, tre, quattro e questo papà eccentrico di nome Pietro Paladini ci prende l'abitudine e non si scolla più dal suo personale angolino, da cui osserva il brulichio della vita intorno a lui. Si ritaglia questo posticino nel mondo perché è sbalordito di non riuscire a soffrire per la perdita della compagna, con la quale peraltro si sarebbe dovuto sposare a breve. Sofferenza, invece, che egli vede riversarsi addosso da una lunga sequela di personaggi, i quali gli confessano le loro più inconfessate paure e angosce esistenziali. Una cognata già con due figli a carico a cui badare e messa incinta per la terza volta consecutiva da un tipo con cui è stata una notte e via e che quindi non potrà mai essere un padre modello. Cognata con la quale, peraltro, Pietro era finito a letto prima ancora di conoscere la sorella di lei, che sarebbe poi diventata la madre di sua figlia. Vi sono due stranissimi colleghi di lavoro: il kafkiano Piquet ed il gesuitico Enoch. Il primo più fulminato di una lampadina, ha una giovane amante, bella, che lo fa uscire dai gangheri con frasi sconnesse e volgari per poi subito dopo correggersi e negare l'accaduto. Il secondo si licenzia in tronco dalla compagnia perché non condivide le ragioni della fusione, che sta per abbattersi sulla loro azienda; perciò decide di rifugiarsi in una sperduta missione in Zimbabwe. Oltre ai suddetti personaggi, durante la sosta ad oltranza nella sua monovolume Pietro dovrà fare i conti con un'avvenente ragazza - che come unica occupazione fa spinning ogni mattina - e con la madre di un ragazzo affetto dalla “sindrome del cromosoma in più” - a cui Pietro regalerà delle piccole soddisfazioni salutandolo ogni volta coi fari lampeggianti della sua auto. C’è infine un altro vedovo, un perfetto sconosciuto, anch’egli di origine romana come Pietro, che lo invita per un'abbuffata di pastasciutta a casa sua e gli rivela tutta la sua comprensione, visto che pure lui ha dovuto affrontare la perdita della moglie. Azzeccata e funzionante in ogni minimo dettaglio è la lunga scena di “sesso africano” tra Pietro ed Eleonora Simoncini, magnate dell'industria dolciaria svizzera alla quale Pietro aveva salvato la vita il giorno in cui venne a mancare Lara, la sua compagna. Riassumendo, Caos calmo è un libro che consiglio caldamente di leggere. Arrivato all'ultima riga dell'ultima pagina mi è venuto in mente un paragone lusinghiero sull'autore: si potrebbe dire che Sandro Veronesi è il Nick Hornby italiano, solo molto più bravo di Hornby. In effetti, a pensarci bene, per ogni bel libro straniero che comprate ce n'è uno italiano altrettanto bello, che merita qualche quattrino di fiducia in più. (ndr. Dal romanzo è stato tratto il film di Antonello Grimaldi, interpretato da Nanni Moretti ed Isabella Ferrari - rispettivamente Pietro Paladini ed Eleonora Simoncini - vincitore di tre David di Donatello.) Il libro della settimana : “Il circolo dei nichilisti”.
Un romanzo sui “beati” anni universitari. Di Marco Apolloni.
12.6.08
Recensione "Caos calmo"
Lo ammetto, in materia di libri non sono proprio uno sciovinista. Ma stavolta, con Caos calmo di Sandro Veronesi, mi son dovuto ricredere. È un libro piuttosto voluminoso, in teoria scoraggiante già a priori, anche se - leggicchiando il retro della copertina e dando una sfogliata furtiva all'opera in questione - ti fa sperare di trovarvi qualcosa per cui valga la pena leggerlo. La trama lineare e originale si dipana per 450 pagine senza mai annoiare il lettore - che del resto è il requisito essenziale per qualsiasi libro che si rispetti. Un padre di mezza età si ritrova dalla sera alla mattina a dover badare da solo alla sua bambina, a causa della morte improvvisa e inaspettata della sua compagna. Per farlo lui adotterà una tecnica davvero particolare: il primo giorno di rientro a scuola dopo le vacanze estive promette alla figlia di aspettarla fino al suono della campanella lì fuori, in modo da rimanerle più vicino e non farla sentire troppo sola. La figlioletta basita, accetta e schizza in classe. Passa un giorno, due, tre, quattro e questo papà eccentrico di nome Pietro Paladini ci prende l'abitudine e non si scolla più dal suo personale angolino, da cui osserva il brulichio della vita intorno a lui. Si ritaglia questo posticino nel mondo perché è sbalordito di non riuscire a soffrire per la perdita della compagna, con la quale peraltro si sarebbe dovuto sposare a breve. Sofferenza, invece, che egli vede riversarsi addosso da una lunga sequela di personaggi, i quali gli confessano le loro più inconfessate paure e angosce esistenziali. Una cognata già con due figli a carico a cui badare e messa incinta per la terza volta consecutiva da un tipo con cui è stata una notte e via e che quindi non potrà mai essere un padre modello. Cognata con la quale, peraltro, Pietro era finito a letto prima ancora di conoscere la sorella di lei, che sarebbe poi diventata la madre di sua figlia. Vi sono due stranissimi colleghi di lavoro: il kafkiano Piquet ed il gesuitico Enoch. Il primo più fulminato di una lampadina, ha una giovane amante, bella, che lo fa uscire dai gangheri con frasi sconnesse e volgari per poi subito dopo correggersi e negare l'accaduto. Il secondo si licenzia in tronco dalla compagnia perché non condivide le ragioni della fusione, che sta per abbattersi sulla loro azienda; perciò decide di rifugiarsi in una sperduta missione in Zimbabwe. Oltre ai suddetti personaggi, durante la sosta ad oltranza nella sua monovolume Pietro dovrà fare i conti con un'avvenente ragazza - che come unica occupazione fa spinning ogni mattina - e con la madre di un ragazzo affetto dalla “sindrome del cromosoma in più” - a cui Pietro regalerà delle piccole soddisfazioni salutandolo ogni volta coi fari lampeggianti della sua auto. C’è infine un altro vedovo, un perfetto sconosciuto, anch’egli di origine romana come Pietro, che lo invita per un'abbuffata di pastasciutta a casa sua e gli rivela tutta la sua comprensione, visto che pure lui ha dovuto affrontare la perdita della moglie. Azzeccata e funzionante in ogni minimo dettaglio è la lunga scena di “sesso africano” tra Pietro ed Eleonora Simoncini, magnate dell'industria dolciaria svizzera alla quale Pietro aveva salvato la vita il giorno in cui venne a mancare Lara, la sua compagna. Riassumendo, Caos calmo è un libro che consiglio caldamente di leggere. Arrivato all'ultima riga dell'ultima pagina mi è venuto in mente un paragone lusinghiero sull'autore: si potrebbe dire che Sandro Veronesi è il Nick Hornby italiano, solo molto più bravo di Hornby. In effetti, a pensarci bene, per ogni bel libro straniero che comprate ce n'è uno italiano altrettanto bello, che merita qualche quattrino di fiducia in più. (ndr. Dal romanzo è stato tratto il film di Antonello Grimaldi, interpretato da Nanni Moretti ed Isabella Ferrari - rispettivamente Pietro Paladini ed Eleonora Simoncini - vincitore di tre David di Donatello.) 29.5.08
I marciapiedi di Firenze
Se c'è una cosa che detesto del mio paesello natio quella è senza dubbio la rapidità con cui si diffondono le cattive notizie. Non c'è paesano/a che non tenga il computo delle morti giornaliere, tanto basta affacciarsi o fare una capatina dai propri vicini di casa per essere informati in tempo reale. Per non dire delle malattie. Meglio non ammalarsi mai dalle mie parti, se non si vuol essere seppelliti prima del tempo. L'altro giorno ho incontrato un tizio per strada che mia madre dava già per spacciato. Al che incuriosito dalle insinuazioni materne e siccome lo conosco da una vita, mi permetto di chiedergli come sta e mi sento immediatamente rispondere: “Mai stato meglio, perché?”. A quel punto avevo due opzioni davanti a me, o spifferare le voci che mi ero sentito raccontare da mia madre facendola passare per una “casalingua” di quelle incorreggibili oppure glissare dicendo che mi era venuto così spontaneo informarmi sullo stato di salute di un vecchio conoscente dopo tanto tempo che non lo vedevo. Alla fine, come potrete facilmente immaginare, scelsi questa seconda opzione, salvando la reputazione materna. Il caso di quest'uomo è all'ordine del giorno a "xxx" (n.d.r. lo chiamerò così per mantenere l'anonimato), dove basta farsi sgamare in un ospedale a fare esami un tantino sofisticati per vedersi diagnosticate, non dai medici ma dai propri compaesani, malattie alquanto improbabili e tutte guarda caso letali. Dico sul serio. Francamente non so voi, ma a me questo continuo impicciarsi delle faccende altrui mi fa montare su tutte le furie. Se devo essere sincero preferisco di gran lunga il grigio anonimato delle città, dove a nessuno importa del computo dei morti e degli ammalati, perché altrimenti ciascuno si rivolgerebbe una pistola alla tempia e non esiterebbe a far fuoco.Se stessimo a dare retta a tutte le disgrazie che ci potrebbero capitare a questo mondo, che badate bene non è niente affatto come pretendeva Leibniz "il migliore dei mondi possibili", cesseremmo di vivere in pace. Ma questo nelle città non può succedere, perché ognuno corre per sbrigare le proprie faccende, chiuso nel suo idilliaco tran tran quotidiano fatto sì di caos metropolitano, ma per parafrasare lo scrittore Sandro Veronesi trattasi pur sempre di un “caos calmo” quasi familiare e rassicurante, dove ognuno ci si può beatamente ritrovare o rifugiare. Con ciò non voglio dire che mi stanno bene situazioni tipo quelle che si verificano nei marciapiedi delle più grandi metropoli del mondo, dove si muore per strada quasi come se niente fosse. I passanti vanno e vengono incuranti del barbone che credono addormentato ma che è in realtà morto stecchito chissà da quanto tempo e del quale le autorità di polizia se ne accorgono solo dopo che il cadavere comincia ad emanare un sospetto odore dolciastro. Casi del genere non li raccomando a nessuno. Tanto meno casi-limite come quelli che si prefigurano a Firenze, dove degli amministratori un po' “bischeri” pretenderebbero che i mendicanti si amputassero i loro arti inferiori per occupare meno spazio nei marciapiedi e non far inciampare i noncuranti passanti. Quanto meno, però, se mi permettete rivendico quel briciolo di cinismo e di anonimato che solo nelle grandi realtà metropolitane si può ottenere. Lì sì che si trapassa indisturbati e in punta di piedi, quasi come se non si volesse dar troppo disturbo a chi ci vive accanto e che sarebbe invece scaraventato nel peggior sconforto se lo venisse a sapere subito proprio come accade nei paesetti. Almeno di questo, a mio avviso, le città possono vantarsi: il prender congedo da parte di chi ci abita senza far notizia, in maniera del tutto naturale e riservata. Per concludere: vi ricordate il tizio che mia madre dava già per spacciato e a cui chiesi come stesse? Beh, da quella volta in poi quando m'incontra prima di rivolgermi la parola si dà sempre una toccatina precauzionale, non si sa mai, casomai gli facessi qualche altra strana domanda...
Post Scriptum: Il novanta per cento della popolazione mondiale (me compreso) è ansiosa e teme che calpestando la mattonella sbagliata s'inneschi una catastrofica reazione-a-catena. Oggi nonostante possiamo vantare un numero maggiore di sicurezze rispetto a ieri, paradossalmente ci sentiamo sempre più insicuri. L'incremento esponenziale della tecnica ha prodotto un conseguente incremento dell'ansietà: più si ha e più si vorrebbe avere. Malgrado gli sforzi disumani compiuti dalla scienza è appurato che, finché non verrà svelato il segreto della vita eterna, parlare di sicurezza assoluta per gli uomini è assolutamente proibito. Ci preoccupiamo, ci teniamo occupati per dimenticarci le nostre angosce, che altrimenti ci stringerebbero nella loro morsa soffocante, impedendoci di vivere appieno la nostra vita. Se c'è una cosa che davvero ci spaventa, quella è senza dubbio di rimanere da soli coi nostri pensieri. Non sapremmo resistere un minuto di seguito, tanto ci spaventeremmo solo all'idea.
14.5.08
13.5.08
Sul grande schermo, la storia di Primo Carnera
Torna a casa Renzo Martinelli. Ancora una volta. Come il figliol prodigo. Torna qui dove tutto è iniziato, dove ancora vive parte della sua famiglia, dove i suoi vecchi compagni di banco lo attendono in occasione di ogni nuova anteprima. L’avevamo lasciato con «Il mercante di Pietre» risalente al 2005 ed ora il regista cesanese è tornato per commentare la sua ultima pellicola, proiettata sabato scorso in anteprima italiana al cineteatro Excelsior. «Carnera – The walking mountain» è un film improntato sulla figura dell’omonimo pugile, Primo Carnera, vissuto agli inizi del Novecento. Diversi i parallelismi fra Martinelli e Carnera che emergono colloquiando a tu per tu con il regista: l’attaccamento alle origini, l’orgoglio di essere italiani, la profonda credenza in valori come quello familiare. Sia il regista che il pugile sono entrambi contrassegnati da forti legami con il loro vissuto. «La mia famiglia conta molto per me – spiega Renzo Martinelli –. Ho una moglie e tre figli che mi porto sempre dietro e con i quali cerco di spendere il maggiore tempo possibile, quando non sono occupato con un film. Ho un forte attaccamento alle mie radici. Il fatto stesso di tornare a Cesano ogni volta che esce un mio film lascia intendere quanto io tenga alla mia città».«Carnera – The walking mountain» rievoca la storica figura di Primo Carnera, pugile nato il 25 ottobre 1906 a Sequals, un paese in provincia di Pordenone, e scomparso nel 1967. Nella pellicola di Renzo Martinelli si scoprono tutti i lati, più o meno nascosti, del carattere ma soprattutto della vita dell’atleta nostrano: l’ascesa, la popolarità, il titolo mondiale, il matrimonio, i figli. Gli alti e i bassi di una carriera che non fu certo tutta rosea. «Ciò che mi ha stupito e ispirato di questo personaggio è una frase che lui era solito dire. Carnera ripeteva che la sconfitta è tale solo se non ci si rialza dal tappeto. Credo che questa sia anche una splendida metafora di vita, che lui stesso ha saputo mettere in pratica. Carnera ha sacrificato se stesso e la sua vita per far star bene i suoi figli e permettere loro di avere una carriera futura. Entrambi non a caso hanno completato gli studi».
La particolarità di questo film è che è stato girato tutto in inglese, come altre pellicole di Martinelli, nonostante siano presenti diversi attori italiani. Lo stesso protagonista Andrea Iaia, due metri d’altezza per 126 chili, è di origini pugliesi. Ma allora a cosa è dovuta l’idea di girare un film in lingua? «Questione di mercato – replica semplicemente il regista –. Se produci una pellicola in lingua inglese puoi proporla ai mercati internazionali. Se la giri solamente in italiano riduci le tue possibilità da dieci ad una».
5.5.08
Castelfidardo, è ancora successo per "CineFilosofando"
Si è conclusa il 28 aprile a Castelfidardo la prima tranche di interventi del ventiquattrenne fidardense Marco Apolloni, studioso di filosofia che ha scelto proprio la regione natia, le Marche, per iniziare a presentare il suo primo saggio intitolato CineFilosofando ed edito Kimerik. Dopo l’inaugurazione a Civitanova Marche, città paterna dell’autore, Marco Apolloni è approdato nella sua Città, alla presenza di autorità locali – fra cui l’assessore alla Cultura Moreno Giannattasio – e cinefili. Nonostante si stessero tenendo in contemporanea altre conferenze in città, la serata ha riscosso un soddisfacente successo di pubblico. Ospitato presso la Sala della Musica dell’“On Stage Club” di via Soprani, locale gestito da Giampiero Bartolini, l’incontro ha richiamato a sé una quarantina di spettatori, accorsi per scoprire come la filosofia possa essere accostata alla cinematografia, creando un connubio piacevole per i “non addetti ai lavori” – coloro che non sono esperti di filosofia ma che in qualche modo possono esserne attratti mediante l’analisi di un film.
La presentazione fidardense è stata inaugurata dall’assessore Giannattasio, il quale – dopo i consueti ringraziamenti ai presenti – ha tenuto a sottolineare l’importanza di una serata come questa, in cui ad essere protagonista è un ragazzo di Castelfidardo impegnato nella Cultura – con la C maiuscola. «Sono lieto di poter presentare questa sera il libro di un giovane della nostra Città – ha dichiarato –, il cui saggio accosta piacevolmente la filosofia alla cinematografia». Ringraziamenti a parte, è seguita la proiezione di un breve video introduttivo ed esplicativo, teso a creare la giusta atmosfera, in cui sono state racchiuse le scene più significative di ogni pellicola trattata nel saggio. Così a prendere la parola è stata Paola Mancinelli, anch’essa fidardense e nota studiosa di filosofia – ricercatrice presso l’Università di Macerata e professoressa presso un liceo di Recanati. Il ruolo della moderatrice, in occasione della presentazione, è stato quello di intrattenere un rapporto dialogico con l’autore, per introdurre le tematiche affrontate. «Io ho improntato la presentazione in modo dialogico proprio per dare più spazio all’autore – ha spiegato la moderatrice –. Quindi gli ho fatto una serie di domande, in modo che lui potesse rispondere e spiegare la motivazione di questo saggio così appassionato e in qualche modo così originale». La conversazione fra i due, essendo entrambi amanti della filosofia, non ha potuto sottrarsi alla citazione di nomi noti quali Martin Heidegger o René Girard, rispettivamente presi a esempio per parlare de La caduta e Ghost Dog – il primo – e Tristano & Isotta – il secondo. «Ho preso in considerazione sette pellicole e ciascuna di esse affronta una tematica particolare – ha dichiarato Marco Apolloni –. Nonostante ciò, però, tutte e sette rispettano un medesimo adagio e cioè che la vita è come un film. È proprio questo il minimo comun denominatore che ho trovato in ciascuna pellicola. I film come la vita, infatti, hanno una stessa struttura narrativa: un inizio, uno svolgimento e purtroppo anche una fine». Un tema altrettanto importante è sicuramente quello sacrificale, presente in Ghost Dog, La caduta, L’ultima tentazione di Cristo e Donnie Darko.
Ma CineFilosofando non si limita a questi due denominatori. Il saggio di Marco Apolloni racchiude molto di più: è coraggio, è follia, è amore, è onore, è amicizia, è speranza. Sentimenti, questi, che toccano – a volte marginalmente, a volte in maniera più profonda – quasi tutti e sette i film trattati: Ghost Dog, Donnie Darko, L’ultima tentazione di Cristo, Il tredicesimo guerriero, Tristano & Isotta, La caduta, L’appartamento spagnolo. «Mantenendo il filone da me introdotto ed affermando dunque che la vita come un film, credo che il nostro passato, la nostra civiltà e la nostra storia non vadano abbandonati. “Chi dimentica la storia spesso è condannato a ripeterla”, per usare il filosofo messicano Carlos Santayana, o per dirla con Mark Twain “la storia non si ripete ma spesso fa rima”. A volta è una rima spiacevole, ma altre volte può darci dei preziosi suggerimenti per impostare un futuro diverso e per coltivare quella che è un’idea giusta come può essere l’Europa unita. Invito dunque tutti quanti ad avere una visione più ottimistica di quella che è la nostra civiltà». Il libro di Marco Apolloni è in vendita presso la Libreria Aleph di Castelfidardo, sita in via Matteotti 12.
29.4.08
Ratzinger in "Spe Salvi": critica i moralisti, attacca i politici
Una forte critica ai moralisti, un esplicito attacco ai politici, una cruda contestazione alla massificazione, un inno alla libertà. Si potrebbe riassumere così, in poche parole, l’intervento di don Stefano Alberto, docente di “Introduzione alla Teologia” presso l’università Cattolica di Milano, invitato a Cesano Maderno da Comunione e Liberazione per commentare la lettera enciclica “Spe Salvi” del Sommo Pontefice Benedetto XVI. Don Alberto ha dato vita ad un’ampia riflessione sulla relazione tra i concetti di fede e speranza nel mondo odierno, dove la prima altro non è che «la speranza stessa, che trasforma e sorregge la vita di ciascuno di noi. In un momento così travagliato per la vita del nostro Paese, minacciato soprattutto da un deficit di fiducia nel proprio futuro, l’incontro di stasera vuole essere un’occasione per imparare nuovamente in che cosa consista la nostra speranza, per riscoprire una fede “performativa” che cioè trasforma e sorregge la vita». Ecco allora che emerge la figura di Cristo filosofo – tratta da un’immagine incisa su un sarcofago, che ritrae Cristo con in mano un bastone da viandante – e pastore – iconografia dell’arte romana. Filosofo, in quanto sa insegnare l'arte di essere uomo in modo retto; pastore, in quanto conosce la via che passa per la valle della morte ed è colui che anche sulla strada dell'ultima solitudine cammina a fianco del cristiano, guidandolo e sorreggendolo. Per raccontare la genesi dell’enciclica elaborata dal Pontefice, don Alberto si è avvalso di citazioni teologiche e filosofiche, richiamando all’attenzione dei presenti nomi del passato come Auguste Comte o Sant’Agostino. Talvolta criticandoli – accusando Comte di sentirsi il nuovo Papa – talvolta avvalendosene – utilizzando Sant’Agostino per spiegare lo stato di confusione decisionale che l’uomo vive quotidianamente –, l’ospite ha poi orientato il suo discorso su quattro quesiti: cos’è un mondo senza speranza; qual è lo stretto nesso tra fede e speranza; come questo nesso è stato messo in crisi e quali sono le conseguenze; qual è la stoffa della speranza cristiana. «Stiamo vivendo un tempo in cui i nostri politici possono avvalersi di mandati esplorativi, mentre noi non possiamo fare altrettanto con la nostra esistenza. Dobbiamo giocarla infatti fino in fondo e rischiarla veramente». Il commento all’enciclica ha poi posto una questione importante sull’esistenza stessa dell’uomo. Don Alberto ha dichiarato che il presente, anche se faticoso, può essere vissuto ed accettato, ma solo a due condizioni: che conduca ad una meta e che questa meta sia così grande da giustificarne il percorso. Dunque la vita di un cristiano ha un inizio – ovvero il presente seppur tribolato e fragile – e un futuro. Compare dunque come elemento distintivo il fatto che i cristiani abbiano un futuro: non è che sappiano nei particolari ciò che li attende, ma sanno nell'insieme che la loro vita non finisce nel vuoto. «Questo grazie all’incontro performativo con Dio. Prima della sua venuta, infatti, non esisteva una meta. I pagani vivevano senza conoscere la propria origine e di conseguenza vivevano senza sapere il loro futuro». Per alimentare la suddetta tesi, don Alberto ha poi ripreso le parole di Benedetto XVI: “In nihil ab nihilo quam cito recidimus”, ovvero “Nel nulla, dal nulla quanto presto ricadiamo”. Ma qual è dunque il futuro dei cristiani? Don Alberto ha risposto che la vita dell’uomo terminerà in una giustizia ultima, riconosciuta come compenetrazione fra “giustizia” e “grazia”. «Se fosse solo “giustizia”, ci sarebbe da morire di paura. Se fosse solo “grazia”, tutto ciò che avremmo vissuto diventerebbe irrilevante. Fortunatamente non si tratta di “giudizio”, in quanto questo concetto non esiste più; c’è ancora qualche moralista che ne parla, ma per fortuna si nasconde». Il discorso di don Alberto si è infine concluso con un inno alla libertà di pensiero e di parola, invitando i presenti ad ignorare quei programmi tv e quei politici che insistono nel dire cosa un uomo debba o non debba fare, poiché «la vita è la nostra ed è un’esperienza unica e irripetibile».
25.4.08
"CineFilosofando" a Castelfidardo.
Comune di Castelfidardo
Biblioteca Comunale
presenta
“CineFilosofando – La vita è come un film”
Presentazione del libro di Marco Apolloni
LUNEDI 28 APRILE 2008
Ore 21.15
Sala della Musica c/o “OnStage Club”
Via Soprani, 16 - Castelfidardo (Ancona)
Modera: Paola Mancinelli
Per informazioni: 338.4497603; e-mail: silandgreg@hotmail.com
Lunedì 28 aprile, alle ore 21.15, il locale “OnStage Club” di via Soprani 16 a Castelfidardo (An) ospiterà la presentazione del libro CineFilosofando (2008, Kimerik Edizioni) di Marco Apolloni. Dopo la soddisfacente presentazione di Civitanova Marche, questa seconda tappa del tour divulgativo del ventiquattrenne fidardense toccherà dunque la sua Città, Castelfidardo, da cui Marco Apolloni proviene. «Sono ormai diversi anni che vivo fuori casa per motivi di studio, ma devo ammettere che il mio cuore è sempre rimasto qui – svela l’autore –. Forse è anche per questo che l’idea di ritornare a casa, per presentare il mio libro davanti a un pubblico amico mi fa provare una sensazione bellissima». La serata prevedrà la partecipazione di Paola Mancinelli, studiosa fidardense che per la serata indosserà le vesti di moderatrice.
CineFilosofando un saggio anticonvenzionale a cavallo fra cinema e letteratura, che analizza sette film in maniera scorrevole e soprattutto evitando ogni riferimento puramente tecnico. Si tratta infatti di un testo che – a dispetto di quanto possa far intuire il titolo – è accessibile a tutti, in particolar modo a coloro che si ritengono dei veri e propri amanti della cinematografia in senso lato. Attraverso gli occhi di uno spettatore attento e al tempo stesso curioso di scovare sempre nuovi particolari, l’autore Marco Apolloni tenta di recensire le sette pellicole dando una spiegazione umanistica di esse, ricollegando i sette film alle rispettive epoche – dal Medioevo e l’era dei vichinghi all’epoca nazista e all’era odierna – e filosofie di vita – ad esempio, il sacrificio del samurai e il sacrifico messianico per il bene dell’umanità.
I sette film analizzati sono più o meno noti al grande pubblico e comprendono sia pellicole storiche che recenti realizzazioni. Ghost Dog, Donnie Darko, L’ultima tentazione di Cristo, Il tredicesimo guerriero, Tristano & Isotta, La caduta, L’appartamento spagnolo: sono tutti film conosciuti, per un motivo o per l’altro. Il primo parla di un samurai dei nostri tempi con le movenze di un rapper; il secondo tratta l’avventurosa esperienza dei viaggi nel tempo; il secondo il terzo racconta la storia di un dio che si è fatto uomo ed è morto per lavare i peccati degli uomini; il quarto è ambientato nelle lande brumose del nord in un’epoca buia, il Medioevo; il quinto riguarda una delle storie d’amore più famose, nonché tra le più tormentate di tutti i tempi; il sesto racchiude – per dirlo con Hannah Arendt – la «banalità del male» del Novecento, il nazismo; infine il settimo rappresenta un inno all’europeismo.
19.4.08
Successo per la presentazione di "CineFilosofando" a Civitanova Marche
15.4.08
Monnezzopoli, ovvero “il cimitero dell'amor patrio”
Dopo Moggiopoli e Vallettopoli eccoci al cospetto di un nuovo fenomeno ad alta risonanza mediatica: Monnezzopoli. Fino a qualche giorno fa mi ero detto di lasciar perdere e di non seguire la corrente, scribacchiando l'ennesimo articoletto di protesta e d'indignazione su quanto sta avvenendo nella martoriata Campania. Ma ora non ci sto più. Ci hanno messo di mezzo persino la mia benamata mozzarella di bufala. Non riesco a sopportare in silenzio un simile disumano affronto. Se devo essere onesto con voi, cari lettori, io sono cresciuto a pane e mozzarella, rigorosamente di bufala campana e mo' adesso mi sento dire che è pericolosa e che non la si può più mangiare. Ditemi voi ma che c'azzecca quella povera bufala con la diossina? Semmai c'azzeccano quei “bufali” degli allevatori, ma questo è un altro paio di maniche. Come se non bastasse la “grancassa” televisiva ha ricominciato a sputar veleno, riproponendoci l'oramai stantio polpettone della mucca pazza. Dico io, sarà che 'sti giornalisti benedetti si son bevuti il cervello a furia di mangiarsi hamburger tra una diretta televisiva e l'altra. Il prossimo passo da parte loro, non ci sarebbe da meravigliarsene, sarà quello di portarsi una mucca durante il tg e macinarla seduta stante davanti a milioni di malcapitati telespettatori. Dopodiché imbandiranno una tavola e via di bistecche, con Bisteccone in primis a capeggiare il cosiddetto “magna magna” giornalistico. Rizzo e Stella subito a dar fondo alla loro verve polemica cominceranno a stendere l'ennesimo trattatello best seller intitolandolo di nuovo La casta, stavolta dei giornalisti, dove per non essere politicamente scorretti si premurano di non auto-censurarsi da soli, loro che di mestiere fanno guarda caso i giornalisti – vale a dire: il mestiere più raccomandato che ci sia, a cui segue a ruota quello del politico. Ci manca solo il ritorno dell'aviaria e poi la frittata è fatta – il più sarà mangiarsela.Frittate a parte, il caso-Campania è un affare serio, senza scherzi. Tutti che vogliono crocifiggere quel “verginello” di Bassolino, ma suvvia siamo seri: può un solo capro espiatorio c'entrare con tutta quella montagna di rifiuti che sta deturpando in saecula saeculorum l'immagine della regione Campania e con essa dell'Italia intera, da Bolzano ad Oristano? Personalmente non ci credo. Quel che credo è che abbiamo toccato l'apice della follia, il punto di non ritorno, oltre il quale peggio non si può neppure immaginare. Il “nuovo” – si fa per dire – Presidente del Consiglio Berlusconi ha giurato solennemente durante un suo comizio pre-elettorale, che se il popolo italiano lo avesse eletto per la terza volta su cinque allora lui per prima cosa avrebbe decentrato a Napoli il Suo governo democraticamente eletto. Al solo sentir nominare la capitale sudista alcuni suoi alleati sono montati su tutte le furie. Un tizio, in particolare, con la bava alla bocca peggio di un cane-rabbioso ha minacciato d'imbracciare i fucili per dare una lezione di quelle che non si dimenticano a quei meridionali di m... Nel frattempo un altro alleato un tal Lombardo, di nome ma non di fatto, ha viceversa mobilitato un esercito di vespri siciliani armati di cannoli in segno di protesta pacifista contro i mastini della guerra nordici, minacciando il blocco totale dell'esportazione dolciaria. Mentre lo zio Walter ha modificato per l'occasione il suo celebre motto da “si può fare” a “non si può più fare”, con gran gioia dei cittadini campani che con un’azione camorristica gli hanno giustiziato il neo facciale. “Big” Giuliano invece è stato avvistato – difficile non vederlo – fra i cumuli di spazzatura in cerca di preservativi usati, intento a raccogliere prove lampanti di omicidi impuniti di embrioni in tutta la Campania e chiedendo giustizia a San Clementino, protettore di tutti i Mastella. Casini alle prese con un corso d'aggiornamento in Vaticano sul catechismo di Santa Romana Chiesa ha gridato al complotto “veltrusconiano”, dicendo che quello dei rifiuti campani è la riprova dell'inciucio ordito dai due Signori del Male: “Veltru” e “Sconi”. Bertinotti non si pronuncia anche perché volete mettere per uno con la “r” alla francese come la sua non è mica una passeggiata pronunciare la parola vigliacca e traditrice: “rrr...ifiuti”. La Santanchè – che molti di voi si chiederanno non a torto “ma chi è?” – aveva promesso di risolvere la questione monnezza se fosse stata eletta Primo Ministro femmina della storia fascista, ops volevo dire repubblicana, eliminando l'elemento inquinante alla radice, gli immigrati, e applicando la formula vincente: “NIENTE IMMIGRATI = NIENTE INQUINAMENTO”. In tutto ciò l'unico ad aver taciuto è stato Fini, affetto da una sindrome sconosciuta soprannominata “bossingite”. La sua prognosi – dicono – è riservata, nel senso che i medici si riservano di porre fine all'accanimento terapeutico e se l'onorevole non darà segni di ripresa gli verrà definitivamente staccata la spina. A nulla sembra valere la musicoterapia propinatagli da un suo amico di vecchia data un tal Storace, che per farlo risvegliare dal coma profondo in cui è immerso gli somministra in massicce dosi quotidiane la compilation del ventennio, tra cui la canzone preferita del Gianfranchino bambino dal titolo esotico: Faccetta nera. A coordinare il De profundis su Monnezzopoli si è levata la voce argentina di George Napolitain, di nome e pure di fatto, che con il forte senso delle istituzioni che da sempre lo contraddistingue ha decretato: “Quello dei rifiuti in Campania è il cimitero dell'amor patrio”. Sante parole, monsieur le Président...
Postfazione della redazione: Trattandosi di una satira, nulla di quanto detto nei virgolettati (“”) corrisponde a vere dichiarazioni dei personaggi citati. Quanto contenuto all'interno dell'articolo non corrisponde all'opinione della redazione ed è frutto della fervida fantasia dell'autore. Vi preghiamo di scusarlo ma evidentemente la diossina contenuta nelle mozzarelle di bufala – di cui si è abbuffato – gli ha dato di volta il cervello.
6.4.08
“La vita è come un film”
presenta
“La vita è come un film”
Presentazione del libro CineFilosofando
DOMENICA 13 APRILE 2008
Ore 18.00
Libreria “Arcobaleno”
Corso Umberto I, 180 - Civitanova Marche (Macerata)
«Sono fiero di questa mia pubblicazione – dichiara l’autore al riguardo –, che raccoglie in gran parte materiale già abbozzato nel sito internet di mia creazione, NoIperborei, che nel variegato panorama della rete ha già riscosso un discreto successo. Naturalmente l’idea di raggrupparlo in un testo organico mi è stata suggerita dai numerosi commenti scaturiti dai visitatori virtuali. Perciò mi sono detto: “Perché non proporlo?”. La casa editrice Kimerik si è dimostrata subito disponibile e ne sono stato lusingato. Inoltre il fatto di poter presentare il mio libro a Civitanova Marche è per me motivo di soddisfazione, in quanto è la città da cui proviene la mia famiglia paterna e per motivi affettivi sono molto legato ad essa. Ringrazio dunque la Libreria “Arcobaleno” per avermi offerto la possibilità di iniziare il mio “tour” divulgativo proprio qui».
I sette film analizzati sono più o meno noti al grande pubblico e comprendono sia pellicole storiche che recenti realizzazioni. Ghost Dog, Donnie Darko, L’ultima tentazione di Cristo, Il tredicesimo guerriero, Tristano & Isotta, La caduta, L’appartamento spagnolo: sono tutti film conosciuti, per un motivo o per l’altro. Il primo parla di un samurai dei nostri tempi con le movenze di un rapper; il secondo tratta l’avventurosa esperienza dei viaggi nel tempo; il terzo racconta la storia di un dio che si è fatto uomo ed è morto per lavare i peccati degli uomini; il quarto è ambientato nelle lande brumose del nord in un’epoca buia, il Medioevo; il quinto riguarda una delle storie d’amore più famose, nonché tra le più tormentate di tutti i tempi; il sesto racchiude – per dirlo con Hannah Arendt – la «banalità del male» del Novecento, il nazismo; infine il settimo rappresenta un inno all’europeismo. Insomma, in queste pellicole si affrontano tematiche di una tale densità contenutistica, che a volte si sono tralasciati – volutamente – certi aspetti nondimeno interessanti di ognuna; ma ciò solo per favorire il disegno di più ampio respiro dell’opera. Tutti e sette i saggi, però, intrattengono fra loro un proficuo rapporto intertestuale, ossia condividono un “comune denominatore” e rispondono al medesimo adagio: la vita è come un film...
