5.2.09

Panem et circenses Vs. Ragnarök


di Marco Apolloni

Come hanno speso i loro ultimi soldi della campagna elettorale i due candidati alla Casa Bianca, il neo-eletto Barack Obama e l'onorevole sconfitto John McCain? Risposta: negli spot televisivi. Ergo: la televisione è il più potente strumento di potere delle odierne democrazie occidentali, Italia compresa. Vista la sua imprescindibilità, la TV è diventata lo specchio della nostra società. Dunque la domanda è la seguente: cosa filtra dal nostro tubo catodico e soprattutto quale spaccato d'Italia ci danno i programmi televisivi? In nome del politically correct semplificherò il panorama televisivo italiano distinguendolo in due correnti generali: una di centro-destra e l'altra di centro-sinistra. Della prima fanno parte programmi come i reality show: dall'Isola dei famosi alla Talpa, passando per il Grande Fratello; e trasmissioni di approfondimento sull'attualità: Porta a Porta e Matrix. Della seconda fanno parte invece programmi di satira: Parla con lei e Crozza Show (confinato, però, nel canale marginale de La7); e trasmissioni d'indagine sociale quali: Ballarò e Anno Zero, passando per L'Infedele (anch'esso posto nel confino de La7). Di sicuro ne ho dimenticata qualcuna, ma credo di avervi dato un'idea perlomeno approssimativa dell'odierno palinsesto televisivo italiano. Tralascio volutamente il discorso sul conflitto d'interessi, che quelli di sinistra non hanno risolto e che quelli di destra non hanno alcuna intenzione di risolvere. Malgrado i rapporti di Reporters sans frontières in materia di libertà di stampa parlino chiaro in proposito: stimandoci nella loro personale classifica alla stregua di una qualsiasi Repubblica delle Banane. Ad ogni modo, non è questo il luogo adatto per parlare di simili chimere. Restando coi piedi per terra, voglio qui limitarmi soltanto ad analizzare, come si suol dire, quel che passa il convento.

Siccome in Italia si leggono pochi libri o giornali – il più letto rimane sempre La Gazzetta dello Sport – e viceversa si guarda tanta televisione, ne consegue che il clima culturale o sotto-culturale, come preferite, nel nostro Paese è determinato dal potente mezzo televisivo. La TV dunque riflette, a seconda, sia gli umori dei monarchici elettori di centro-destra, sia quelli dei giacobini elettori di centro-sinistra.

I monarchici quando sentono parlare di crisi economica mondiale ammettono che la situazione è seria, ma che finché c'è il Cavaliere c'è speranza. I reality show che imperversano in televisione si prefiggono l'obiettivo di distrarre il popolino ed intrattenerlo. Volti noti e meno noti intasano il tubo catodico, dando vita ad individuali scenate di gelosia e a scene di delirio collettivo. Ironia della sorte capita che in alcuni di questi programmi, come L'isola dei famosi, vinca una “macchietta” professatasi comunista, come Vladimir Luxuria. Risultato: il famelico pubblico riceve il consueto panem et circenses, che dall'età dei Romani in poi è divenuto il metodo più infallibile con cui chi comanda tiene prudentemente a bada i bollori delle masse popolari. D'altra parte trasmissioni quali Porta a porta e Matrix si concentrano sempre più su fenomeni di costume o di cronaca nera (delitti di Cogne, Erba, Garlasco, Perugia, eccetera, non a caso in Italia l'unico genere letterario che si salva è il noir), toccando solo di striscio i grandi temi d'attualità (riforme, crisi, scioperi e via dicendo). L'umore degli elettori di centro-destra, influenzati dai loro programmi preferiti, è tendente ad un ottimismo di facciata, nonostante il carovita e la fatica che loro stessi fanno per scavalcare la soglia della  fatidica “terza settimana”. I giacobini al contrario quando gli si parla di crisi vengono punti sul vivo e con occhi spiritati danno fondo a tutta una sequela di previsioni apocalittiche. Nel dir ciò vengono imboccati dai vari Floris, Lerner e Santoro. Tempi di spada e di lupi si preannunciano per essi e come le popolazioni vichinghe attendevano il Ragnarök – equivalente del cristiano Giorno del Giudizio –, allo stesso modo gli elettori di centro-sinistra tornati alla prima fase del marxismo, quella messianica, attendono un Messia che lavi i peccati della televisione.

In conclusione, accantonando il mio giudizio sulla TV italiana – che, detto fra noi, non può che essere negativo –, a chi mi chieda cosa le manchi per spiccare il salto di qualità rispondo due cose soltanto: la prima è un po' più di equilibrio; la seconda – udite udite sto per dire una “parolaccia” – è un po' di sana Cultura con la C maiuscola...    

17.1.09

"Slumdog Millionaire" (2008)


di Marco Apolloni

Una grande firma di Repubblica (Federico Rampini) ha recentemente scritto un libro, L'impero di Cindia, dove parla del boom economico che sta investendo sia la Cina che l'India – da qui il curioso gioco di parole del titolo. Le due nascenti potenze orientali si candidano già, in un domani non troppo remoto, alla governance mondiale come sostitute dell'ormai tramontante potenza egemone statunitense.

Tenendo da parte la Cina, che con i giochi olimpici ha tenuto banco per tutta la passata estate, è il caso di prendere in rassegna una potenza silenziosa, ma che ha già azionato il pilota automatico tanto va di fretta, quale: l'India appunto. Il paese del Mahatma – Grande Anima in sanscrito – Gandhi, che nello scorso secolo grazie al suo carisma e al suo metodo non-violento è riuscito a conquistarsi una faticosa Indipendenza dalla madrepatria inglese.

Molti di voi forse già lo sapranno e per chi non lo sapesse mi pare questo un buon momento per saperlo: l'India, precisamente la Bollywood indiana produce un numero maggiore di film della Hollywood americana. Tra questi Slumdog Millionaire – il cui regista è però lo scozzese Danny Boyle, reso celebre dalla trasposizione cinematografica del romanzo di Irvine Welsh Trainspotting –, che racconta la storia di Jamal Malik, un diciottenne della baraccopoli di Mumbai, che per conquistare Latika, la donna della sua vita, decide di partecipare al gioco a premi il cui franchising è diffuso in tutto il mondo – da noi in Italia è conosciuto come Chi vuol esser milionario, con tanto d'identica musichetta in sottofondo. La trama è serrata e ricca di colpi di scena. Essa, inoltre, presenta un sapiente incastro: per ogni domanda del quiz il protagonista ripercorre mentalmente le tappe salienti che lo hanno condotto fino a quel momento.

Fra queste tappe vi è la sua infanzia difficile, durante la quale insieme all'inseparabile fratello Salim si guadagnava una manciata di rupie – la rupia è l'unità monetaria indiana – gestendo il business d'una latrina pubblica. C'è una scena particolare in cui Jamal viene rinchiuso da Salim, per dispetto, nella suddetta latrina e pur di procurarsi l'autografo del suo attore beniamino bollywoodiano – nel frattempo sceso dal suo elicottero privato – si cala negli escrementi e corre da lui così insudiciato. Altre due scene significative sono: la prima, quando la madre dei due bambini viene brutalmente accoppata da un gruppo di mussulmani in protesta – ricordo che l'India è l'ombelico delle religioni di tutto il mondo: la maggioranza indù, infatti, deve vedersela con numerose minoranze fra cui: quella mussulmana, cristiana e buddhista; la seconda, quando il protagonista ancora bambino e innocente assiste, sgomento, all'accecamento di un suo coetaneo per opera di un boss senza scrupoli, il quale raccoglie gli orfanelli della locale baraccopoli, per poi mandarli ad elemosinare per lui – la vittima viene mal ridotta nella convinzione che un bambino cieco, capace di cantare per strada con la sua suadente vocina la preghiera rituale al dio della buona sorte Ganesh, spilli più quattrini agli incuranti passanti di un qualsiasi bambino vedente, episodi del genere sono all'ordine del giorno nella frammentata e diseguale società indiana.

La cavalcata trionfale che porta Jamal a giocarsi la vincita finale non è però priva di ostacoli. Il velenoso conduttore televisivo messo in ombra dal ragazzo-prodigio – che ostenta sicurezza, rispondendo correttamente a tutte le sue domande – tenta in tutti i modi di ostacolarlo, prima consigliandolo erroneamente, poi addirittura facendolo interrogare dalla polizia locale – che non gli usa di certo le buone maniere. Tuttavia ogni tentativo dell'ispettore di polizia di piegare l'inflessibile volontà del ragazzo risulta vano. Egli infatti non può confessare ciò che non ha fatto, ovvero imbrogliare. Le risposte lui le sa perché, volente o nolente, le ha tutte vissute sulla sua pelle. La categoria della predestinazione si staglia prorompente nel finale. Non a caso il giovane è predestinato a vincere e a diventare perciò un milionario. Tutto questo perché: era scritto! Si segnala l'intonata colonna sonora di Allah Rakha Rahman, fra i più importanti compositori indiani. Immancabile è il balletto conclusivo, in perfetto stile bollywoodiano, dove personaggi e comparse danno vita ad una pittoresca coreografia tra i vagoni della Victoria Station di Mumbai. Che dire infine: se si sono realmente svegliati gli indiani, come sembra, il predominio di Hollywood ha ormai i giorni contati. L'ombra lunga di Bollywood è lì già che incombe...

4.1.09

"August Rush - La musica nel cuore" (2007)

di Marco Apolloni

L'esordiente regista irlandese Kirsten Sheridan, figlia d'arte – il padre Jim ha diretto, tanto per citare il suo miglior film, In the name of father (1993) –, con questa sua opera prima ci regala un riuscito film sentimental-musicale, ma non un musical vero e proprio. Il titolo originale della pellicola è August Rush, che italianizzato diventa La musica nel cuore. Essa si poggia tutta sulla superlativa interpretazione di cinque bravissimi attori, anzi sei. Freddie Highmore interpreta August Rush, il bambino prodigio della musica, che fugge nella Grande Mela per ritrovare i suoi genitori mai conosciuti. Keri Russell è Lyla Novacek, la madre nonché la bella violoncellista. Jonathan Rhys-Meyers indossa i panni di Chris Connelly, il padre nonché chitarrista-cantante d'indiscutibile valore. Terrence Howard si cimenta nel ruolo di Richard Jeffries, il coscienzioso assistente sociale, che permetterà la riunificazione di madre-padre-figlio. Infine, the last but not the least, Robin Williams, dopo La leggenda del re pescatore (1991), torna a ripopolare da vero istrione il sottobosco newyorkese cimentandosi nella parte di Wizard, l'antagonista che tenterà invano di guastare l'allegro quadretto familiare. Altra protagonista, seppur non in carne ed ossa, è la musica, nume tutelate di August. Musica intesa nella sua concezione più metafisica, come linguaggio trascendente che, quindi, trascende la materia stessa per ricondurci alla gloria dell'Altissimo e che è respiro cosmico. Come dice il piccolo August: “La musica è intorno a noi, non bisogna fare altro che ascoltarla…”.

Fra le chicche musicali, sparpagliate qua e là, va segnalata una versione acustica della suadente Moondance – ballads old style di Van Morrison, recentemente ripresa in versione swing da Micheal Bublé. Questa canzone funge da soundtrack dell'innamoramento tra Lyla e Chris, i quali sulle sue note si baciano e ardono di passione al lume di stelle, sopra i tetti di New York. Frutto della loro romantica notte d'amore è lo stesso August. A causa, però, del padre-padrone di Lyla, il bimbo appena nato viene messo in un orfanotrofio, dal quale lui solo a undici anni riuscirà a scappare, spiccando il volo sulle ali della sua musa ispiratrice. La sua abilità innata gli permette di sentire certe vibrazioni superiori e di trasformare ogni tipo di suono che lo circonda in musica dell'anima. Stupefacente, inoltre, è la sua subitanea capacità d'apprendimento e assimilazione. La prima volta che prende in mano una chitarra, senza conoscere un solo accordo, si cimenta in riff pazzeschi alla Eric Clapton. Idem con il pianoforte. Questo Mozart in erba si farà strada a suon di musica, in maniera del tutto casuale – la trama presenta tutti i connotati della fiaba, per ciò stesso risulta sospesa a metà tra finzione e realtà –, fino alla più prestigiosa Accademia musicale di New York. I suoi insegnanti sono talmente estasiati dal suo genuino talento da autodidatta, che gli propongono di suonare una sua rapsodia al consueto concerto di fine anno. Proprio in quest'occasione, dopo aver superato i rituali ostacoli propri di ciascun eroe in celluloide – che rispettano in pieno il già oliato meccanismo dell'intreccio narrativo –, August calamita a sé i suoi genitori.

Le sole note stonate del film sono: una scarsa caratterizzazione della fauna newyorkese e il finale non finito. Riguardo la prima stonatura ci si sarebbe dovuti soffermare maggiormente sulla marginalità degli orfani che abitano in un vecchio teatro abbandonato e son costretti a mendicare pochi spiccioli suonando qualche strumento al servizio di Wizard. In un flash momentaneo sembra d'assistere alla riproposizione post-moderna, ambientata nella metropoli che non dorme mai, della favola dickensiana Oliver Twist, seppur appena diversificata e riadattata ai giorni nostri. Circa la seconda stonatura la regista, per un eccessivo e ingiustificato timore di sembrare scontata, priva lo spettatore dello stucchevole, ma comunque gradito, abbraccio finale fra i tre protagonisti. In simili pellicole, del resto, è cosa buona e giusta mostrare piuttosto che lasciar immaginare il lieto fine. Checché ne dica certa critica prevenuta, la gente ha bisogno degli happy end. Ad essere sinceri, infatti, gli unici ad essere scontati – nel cinema come nella vita – sono i sadly end... 

27.12.08

"Water horse – La leggenda degli abissi" (2007)

di Marco Apolloni

Water horse – del regista Jay Russell – è un film sui buoni sentimenti, animalista fino al midollo, che tocca con incisività il delicato tema del rapporto tra uomo e bestia. Mostrandoci degli uomini bestiali capaci di scempiaggini come le guerre e bestie invece dai risvolti umani. Altro tema affrontato è quello di un'amicizia tanto impossibile, quanto resa possibile dalla materia fiabesca qui trattata. Il film comincia con una giovane coppia di turisti che entra in un locale e viene adescata da un vecchio sconosciuto, uno del posto, il quale, come il protagonista del poemetto di S.T. Coleridge The rime of the ancient mariner si porta dentro una storia sensazionale, che sente di dover condividere. Il racconto del vecchio ci riporta ai tempi della seconda guerra mondiale, dove facciamo la conoscenza di Angus MacMorrow, un ragazzino problematico – traumatizzato dalla perdita del padre, avvenuta in guerra –, che un giorno rinviene sulle rive del lago di Loch Ness un uovo primitivo e decide di portarselo a casa. Qui all'insaputa della madre apprensiva – interpretata dalla molto british Emily Watson – Angus alleva la bestiola, sgusciata fuori nel frattempo, che ha tutta l'aria di essere un piccolo dinosauro e la cui voracità lo porta a cercar cibo ovunque si trovi. Angus quindi ribattezza la sua simpatica creatura con un nome d'arte: Crusoe. Intanto un reparto della Royal Army si acquartiera nella tenuta dei MacMorrow. Il raccomandato comandante della brigata, con la sua ottusa disciplina militaresca sconvolge i piani di Angus. Egli, però, aiutato dalla sorella maggiore e dal faccendiere nuovo arrivato nella casa, riesce fortunosamente a trasferire Crusoe nel lago. Nell’elemento acquatico, che gli è più proprio, Crusoe può crescere indisturbato e sviluppare la sua mole eccezionale. Crusoe si rivela infatti un drago marino, unico nel suo genere. La leggenda narra che creature simili ne nascono una per volta e che quando una di esse sta per morire deposita un uovo per perpetrare la specie. La fama di Crusoe, soprannominato il mostro di Loch Ness, si sparge fra gli abitanti del luogo, dove c'è chi presente la calamita turistica che una bestia simile potrebbe portare al loro piccolo villaggio, distinguendolo finalmente nelle mappe geografiche. La goccia che fa traboccare il vaso e spezza l'incantesimo di quiete è un'esercitazione militare, ovvero un bombardamento a tappeto nel lago, che minaccia la sopravvivenza di Crusoe. Questi, costretto a rifugiarsi negli abissi, s'inferocisce. Il finale, formato famiglia, è presto detto: e tutti vissero felici e contenti! Ad ogni modo, merito di questa pellicola strappalacrime, che potrebbe scoraggiare lo spettatore più avveduto vista la poca originalità della materia trattata – si è perso il conto delle trasposizioni cinematografiche girate sul presunto abitante del tal lago scozzese –, è quello d'intrattenere e far riflettere al tempo stesso, avvalendosi di una sapiente mistura composta da: spettacolari effetti speciali, efficace sceneggiatura e incantevole fotografia – quest'ultima facilitata anche dalla paradisiaca bellezza della location d'eccezione. Il viscerale animalismo del film, come accennato all'inizio, traspare dalla forte denuncia contro il maltrattamento delle povere bestie, che diventano feroci solo se provocate dalla sconfinata e deplorevole ferocia umana. Contestualizzando la pellicola all'oggi, come i fatti di cronaca c'insegnano, spesso dietro alle aggressioni dei cani – ad esempio – si cela la stoltezza dei padroni, che invece di trasmetter loro calore e affetto, li battono e affamano, rendendoli pertanto – contrariamente alla loro intrinseca natura – aggressivi. Film come questi ci riconnettono alla nostra dimensione più originaria. E, una volta tanto, dovrebbero ricordarci di essere sì uomini, ma prima di tutto animali anche noi; il che vuol dire creature fra le altre, le quali, avendo il prezioso dono della ragionevolezza, proprio per ciò dobbiamo farne uso per rispettare chi condivide la nostra stessa natura: animale...

16.12.08

Presentazione musicata "CineFilosofando", Sabato 13 Dicembre


Si è riassunto in due ore di piacevole approfondimento il dibattito fra cinema e filosofia, svoltosi sabato 13 dicembre nella biblioteca “Silvio Zavatti” di Civitanova Marche. In compagnia dello scrittore Marco Apolloni, intervenuto per presentare il suo libro “CineFilosofando” (Patti, 2008), i minuti sono trascorsi velocemente anche grazie all’intervallarsi di riflessioni filosofico-letterarie, letture interpretative ed esibizioni musicali. Ad accomunare questi tre elementi è stata in primis la cinematografia, che ha fatto da filo conduttore per tutto l’evento – basato per l’appunto sul testo portante “CineFilosofando”. «L’approccio di questo mio libro è fondamentalmente misto e prevede all’inizio di ogni saggio una breve recensione sintetica delle problematiche cruciali di ciascun film – ha spiegato l’autore –. Dopodiché segue l’analisi delle pellicole da un punto di vista più rigoroso, nella quale do soltanto delle pillole contenutistiche evitando così le lunghe citazioni di rito che i filosofi di solito tendono ad utilizzare». Per allietare ulteriormente il pubblico, durante la conferenza è stata inserita la partecipazione del cantautore Michele Serrani e del musicista Alberto Crucianelli, che si sono esibiti in un live fatto di sola chitarra acustica e basso. Sonorità, le loro, che hanno rievocato in questo particolare contesto quelle di cantautori come De Andrè e De Gregori e che hanno ben accompagnato le letture interpretative degli spettatori: Anna Maria Caldarola, Monia Ciminari, Emanuele Follenti, Sergio Fucchi, Chiara Rosati, Bruna Salvitti. Ovviamente la conferenza non sarebbe stata possibile senza la disponibilità dello staff bibliotecario e, in particolar modo, della direttrice Carla Mascaretti. Oltre al prezioso lavoro come moderatrice di Silvia Del Beccaro, giornalista nonché capo-redattrice del bimestrale “Impegno Sociale”. 
Sette i film trattati sia nelle letture che negli approfondimenti: “Ghost dog”, “Donnie Darko”, “L’ultima tentazione di Cristo”, “Il tredicesimo guerriero”, “Tristano & Isotta”, “La caduta”, “L’appartamento spagnolo”. Tutti film, questi, che racchiudono una propria parola chiave – a seconda, infatti, si parla di onore, sacrificio, eroismo, follia, coraggio, amor passione, amicizia – ma che tuttavia sono al contempo legati da un comun denominatore, e cioè: la vita è come un film. Non solo. L’excursus che l’autore effettua all’interno del suo testo invita a riflettere sulla possibile nascita dei futuri Stati Uniti d'Europa. Sulla base di questo spunto, il dibattito conclusivo ha assunto un carattere dialogico ed interattivo e in virtù di questo il pubblico presente è stato chiamato più volte a partecipare ponendo domande sul saggio, dando così vita ad una curiosa riflessione. È logico che passati divisi portino a futuri divisi? Oppure esiste un futuro comune a tutti i popoli europei, nonostante le differenze linguistiche? «Al giorno d’oggi ci vengono riproposti nuovi ed edificanti sogni, com’erano all’origine Roma caput mundi e l’Italia unita. Su tutti spicca uno per imponenza, ovvero l’Europa unita – ha risposto l’autore –. A molti questo sogno potrebbe sembrare una blasfemia. Un passato di soprusi inconfessabili e di guerre fratricide non sembrerebbe loro dar torto. Paradossalmente, però, le divisioni del nostro passato ci uniscono a maggior ragione in un connubio tanto inestricabile. E l’insopprimibile necessità di non ripetere gli errori fin qui commessi, ci induce a sperare di poter essere un giorno ancor più uniti sotto un’unica bandiera, quella europea». 

5.12.08

Presentazione musicata di "CineFilosofando" - Sabato 13 Dicembre


Un connubio di musica e cinema. Una fusione di discipline umanistiche. "CineFilosofando" raccoglie cinefili e storici, linguisti e filosofi. Perché il libro di Marco Apolloni non solo riporta alla luce pellicole più o meno note del panorama cinematografico, ma dà alle stesse un valore aggiunto, estrapolando e spiegando in maniera accessibile a tutti le tematiche portanti di ciascuna.

Lontano dai linguaggi utilizzati nelle Accademie, seppur sia uno studioso plurilaureato, l'autore fidardense Marco Apolloni racconta momenti salienti della storia dell'Occidente e della cultura europea analizzando accuratamente sette film.

Gli Stati Uniti d'Europa, si interroga l'autore, sono davvero possibili? E' logico e necessario che passati divisi portino a futuri divisi? Oppure esiste un futuro comune per tutti i popoli, nonostante le differenze linguistiche?

Su questi ed altri interrogativi il prossimo 13 dicembre – nuovo appuntamento marchigiano – l'autore rifletterà e si raffronterà con il pubblico, dialogando con esso ed instaurando un incontro dialogico, del tutto informale. Ma non solo. Naturalmente si parlerà di cinema, primo e vero protagonista dell'appuntamento civitanovese. L'incontro è previsto sabato 13 dicembre, ore 17.30, nella biblioteca comunale “S. Zavatti” di Civitanova Marche.

Sette i film che verranno presi in oggetto: "Ghost Dog", "Donnie Darko", "L’ultima tentazione di Cristo", "Il tredicesimo guerriero", "Tristano & Isotta", "La caduta", "L’appartamento spagnolo". Per ciascuna pellicola avrà luogo una riflessione storico-filosofico-letteraria, che verrà abbinata a momenti musicali inerenti a ciascuna pellicola e volti ad intrattenere il pubblico presente. L'allestimento musicale sarà a cura del cantautore Michele Serrani.

Proiezioni cinematografiche e musica daranno dunque vita ad un connubio piacevole, che mirerà in primo luogo a divertire il pubblico ma, al contempo, a farlo riflettere su quello che siamo, quello da cui veniamo e quello verso cui ci stiamo dirigendo...

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Per contattare direttamente l'autore: 333.3495829

Per informazioni: silandgreg@hotmail.com; www.noiperborei.blogspot.com

27.11.08

«I giardini della scrittura» – Riflessioni sul mito di Theuth del "Fedro" platonico

di Marco Apolloni

L'opera di Platone è costellata da miti. In particolare nel Fedro, dopo il mito dell'auriga e delle cicale, si accenna al mito di Theuth: corrispondente al nome della divinità egizia, fra le altre cose inventrice della scrittura. Si narra che Theuth si sia recata da re Thamus per presentargli le sue originali invenzioni. Sicché il re abbia espresso liberamente il proprio parere su ognuna di esse. Quando è stato il turno della scrittura, presentata da Theuth come l'arte del ricordare e del curare i mali che affliggono la memoria, Thamus fa notare come lui non dica il vero accecato dalla paternità della sua invenzione. Infatti il re sostiene che la scrittura non sia altro che una forma di dimenticanza e un invito alla pigrizia per i discepoli, piuttosto che essere una medicina per la loro memoria. Tali discepoli, a quel punto, invece che diventare «sapienti» diventeranno «saccenti». Diversi studiosi, tra cui Giovanni Reale, hanno veduto in questo passo un oscuro rimando alle dottrine non scritte di Platone. Da ciò si può dedurre la maggior preminenza da lui affidata all'oralità rispetto alla scrittura. Poiché la vera sapienza, a suo dire, si tramanda oralmente. In definitiva, la trasmissione di un sapere scritto ha un carattere assolutamente secondario rispetto alla vividezza della trasmissione orale e non può che restituirci soltanto uno sbiadito ricordo della realtà extra-corporea della nostra anima. Inoltre la scrittura ha in comune con la pittura la stessa incapacità di non rispondere se interrogata. Inutile perciò provare a interrogare uno scritto, che non gode del dono della parola – essa è lettera morta per dirlo con il filosofo francese Jacques Derrida. Dunque lo scritto così come il quadro ha sempre bisogno del suo autore, incapace com'è di aiutarsi da solo per difendere le proprie ragioni. A questo punto Platone tramite il suo alter ego, Socrate, propone un tipo di discorso pienamente auto-sufficiente, che si giustifica da sé e «che viene scritto nell'anima di chi apprende, che è capace di difendere se stesso, e che sa con chi deve parlare e con chi tacere.». Compito del vero sapiente è quello di scrivere nell'anima, in quanto solo in essa germoglieranno i semi della conoscenza. Per questo la scrittura svolge un ruolo prettamente ancillare ed è da considerarsi niente più di uno svago per i vecchi. Essi, appunto, si eserciteranno nei «giardini della scrittura» unicamente per dilettarsi nella fase tramontante della loro vita e al solo fine di rimembrare con dolce nostalgia i bei tempi andati, sì da poter riprovare l'antico brivido della giovinezza.

14.11.08

"Diario di uno scandalo" (2006)

di Marco Apolloni

Judi Dench e Cate Blanchett danno vita ad un dramma dalle tinte torbide. Barbara – la Dench – è un’insegnate attempata ed estremamente arcigna. Le sue uniche occupazioni consistono in prendersi cura di Porzia, la sua gatta, e redigere un meticoloso diario quotidiano: nel quale tiene il conto delle sue frustrazioni e degli episodi insignificanti che le succedono. La sua monotona routine viene spezzata un giorno quando nella sua scuola entra un’insegnante inesperta e molto più giovane di lei: Sheba – la Blanchett. Barbara dopo le iniziali incomprensioni sarà sempre più morbosamente attratta dalla liberale e fresca collega, tanto che le due diverranno presto amiche. Un episodio, però, catalizza la loro amicizia squilibrata: Barbara scopre Sheba intenta ad avere rapporti sessuali con un suo alunno quindicenne. Per lei l’episodio costituisce un ulteriore incentivo per spingersi ancora più in là nell’amicizia con la collega, facendo leva sul timore della sua vittima di venire esposta al pubblico dispregio. Sheba, infatti, teme si scateni un putiferio sulla sua apparentemente normale vita familiare. Lei è madre di due figli, di cui uno affetto dalla sindrome di down, e moglie di un marito più anziano e di vedute progressiste. Senza stare a raccontare il finale che – comunque – tiene bene la suspense, ciò che mi ha spinto a recensire questa pellicola è la sua indubbia originalità. Temo di non ricordare pellicole analoghe che indaghino così a fondo gli intricati meccanismi della psiche femminile. Nella fattispecie che trattino di omosessualità e pedofilia al femminile. A Barbara si addice a pennello l’identikit dell’insegnante bacchettona, che tuttavia scopre un’intimità assai tormentata. Le sue rigide convenzioni nascondono delle pulsioni viscerali latenti e proprio per questo potenzialmente più esplosive. La sua ruvidezza esteriore cela un’inusitata fragilità interiore. Del resto lei si accontenterebbe di poco, una manciata di carezze e un briciolo di compagnia per non trascorrere sola i giorni che le rimangono da vivere sulla terra. Anche Sheba presenta i connotati di un personaggio a dir poco complesso. La sua moderna pedofilia può essere rapportata a quella dell’antica Grecia, quando le mogli trascurate non si tiravano indietro nel rivaleggiare coi loro mariti libertini per assicurarsi le grazie e i favori dei bei giovinetti. Ma la pedofilia al femminile non ha nulla a che vedere con quella maschile. Sarà per il ruolo di passività occupato dalle donne nell’atto amoroso – esse, infatti, si lasciano penetrare e dunque fungono da ricettacolo per il membro maschile; sarà perché la sessualità femminile è un abisso ancora tutto da scoprire; sarà insomma per la dolcezza insita nel modo di fare l’amore delle donne; fatto sta che l’opinione pubblica tende di solito ad essere più conciliante quando si verificano casi di pedofilia al femminile, forse data anche la loro scarsa rilevanza statistica, e a mantenere un atteggiamento seppur ugualmente indignato, tuttavia più tollerante rispetto alla barbara pratica della pedofilia al maschile. Si potrebbe persino congetturare che le attenzioni di Sheba per un imberbe quindicenne siano da attribuire ad un suo perlopiù inconsapevole atto di ribellione nei confronti di una Natura matrigna che le ha donato un figlio anormale. In conclusione, a mio avviso, due sono i punti a favore del regista Richard Eyre: il primo, l’aver affidato il dipanarsi dell’intera vicenda filmica alla bravura di due attrici superlative – provenienti da due scuole di recitazione diverse: più minimale la Dench e più espressiva la Blanchett; il secondo, l’essersi affidato ad una sottile e psicologica sceneggiatura ad opera di Patrick Marber – già noto al grande pubblico per essere autore della pièce teatrale Closer, da lui poi riadattata in chiave cinematografica. Un consiglio a tutti gli amanti del cinema d’autore: Notes on a Scandal è un film assolutamente imperdibile. Potrebbe piacervi o meno, ma garantisco che al termine dell’ora e mezza di visione della pellicola avrete l’impressione di non aver sprecato il vostro tempo e di esservi arricchiti di ulteriori spunti per decifrare alcuni aspetti troppo spesso dimenticati o occultati della torbida natura umana.   

5.11.08

Mercoledì 5 Novembre - NO FEAR!

di Marco Apolloni

Oggi è un gran giorno per l'umanità! Barack Hussein Obama è il quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti d'America. Un afroamericano alla Casa Bianca. La realtà ha superato di gran lunga la fantasia hollywoodiana. Onore delle armi all'ex combattente ufficiale di marina, candidato repubblicano, John McCain. (Ora posso dirlo: per il suo passato eroico mi stava pure simpatico. Normalmente, se non ci fosse stato Obama, sono convinto che McCain sarebbe stato un buon Presidente degli Stati Uniti d'America.) Che Obama vincesse ci speravo proprio, lo confesso. Anche se, in fondo, temevo due cose: 1) che non sarebbe arrivato tutto intero al fatidico giorno; 2) che molti bianchi americani non l'avrebbero votato. Per fortuna i miei timori sono risultati infondati. Qualcosa è cambiato in America. Un vento democratico ha pervaso quello che è forse il paese più conservatore al mondo. Siamo realisti, la sinistra americana non è uguale a quella europea. Il professor Angelo Panebianco, celebre editorialista del Corsera, nelle sue illuminanti lezioni mi ha convinto di questo. Tuttavia, credo che il mio esimio professore non obietterebbe nulla se si dicesse che Barack Obama è un progressista. Tirando le somme, se quella di questa lunga e interminabile tornata elettorale – era dagli anni d'oro in cui lavoravo nelle discoteche che non tiravo le cinque di mattina – non può reputarsi una vittoria a tutti gli effetti delle sinistre europee, certamente però il fatto rappresenterà una dura batosta, a lungo andare, per tutte le destre conservatrici europee.

Del resto, con un Presidente così outsider e improbabile – come lui stesso ha voluto definirsi –, che ha saputo trionfare – la sua infatti non è stata una semplice vittoria, ma un autentico trionfo – grazie ad una campagna elettorale tutta basatasi sulla parola cambiamento, me ne aspetto delle belle. Una cosa è certa, il neo-eletto Presidente turberà, e non poco, le coscienze di non pochi lobbisti sia americani che non. Nei suoi splendidi discorsi, che ritengo studieranno i nostri figli un giorno e che sono già entrati nel nostro immaginario collettivo, Obama ha proclamato quella che sarà la sua guerra non al terrore – come il suo infantile predecessore seriamente convinto dell'esistenza del male assoluto –, bensì al privilegio in tutte le sue forme più abiette. Con Obama la nostra speranza, e quella anche evidentemente della stragrande maggioranza degli americani, che il divario fra ricchi e poveri si assottiglierà sempre più acquista una sua fondatezza. Dal mio canto, mi rendo perfettamente conto che il suo tanto agognato cambiamento avverrà per gradi, con grande lentezza e non senza dover scavalcare gigantesche barriere che gli si frapporranno nel suo difficile cammino da mister President. So molto bene, inoltre, che questo cambiamento non potrà avvenire se non mediante un estenuante processo di riforme. Ma dopo gli otto anni di buio profondo con Giorgino Bush, finalmente con Obama s'inizia ad intravedere una fioca luce in fondo al tunnel.

Il sogno del reverendo Martin Luther King ha preso corpo e anima con quest'uomo e ora si è finalmente realizzato. Ricordiamo le sue profetiche parole: “Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho un sogno, oggi!” (discorso pronunciato a Washington il 28 agosto 1963). Per festeggiare ho sparato nel mio stereo, a tutto volume, una canzone degli U2 a lui dedicata: Pride – In the name of love, da quel fine sperimentatore di sogni che è stato. Passeggiando per strada ieri e sentendo alcuni discorsi nei bar, ho avvertito tutt'intorno a me un'aria strana. Dentro di me ho pensato: “Forse è tutta qua l'essenza del cambiamento, in quest'aria diversa!”. Gente a cui non è mai importato un fico secco della politica nazionale, figuriamoci internazionale, ha iniziato per la prima volta a scaldarsi per un argomento non concernente il calcio, un rigore regalato ad una squadra, oppure una punizione assegnata ingiustamente da un arbitro. Da ciò ho avuto la precisa sensazione ieri di vivere un momento storico. Per la prima volta da quando sono nato mi sono sentito parte integrante della storia, che non può prescindere da una sola parola: cambiamento. Senza cambiamenti il nostro genere umano non sarebbe progredito, anche se in certi casi è regredito – si veda il periodo delle due guerre/carneficine mondiali del secolo scorso –, fino a diventare quello che è oggi. Per attuare dei cambiamenti a volte ci sono volute le rivoluzioni cruente; a volte, come questa, basta semplicemente un uomo coraggioso, il quale pur tenendo presente la fine fatta da altri due sognatori come lui, John e Bob Kennedy, ha voluto lo stesso andare avanti. In un commovente discorso a sostegno del marito, la nuova first lady Michelle Obama si è detta stanca di darla vinta alla paura. Come stanchi sono tutti gli americani di vedersi ammazzare chiunque voglia introdurre all'interno della loro società la benché minima forma di cambiamento. L'America ha già avuto fin troppi martiri per la sua nobile causa, troppi omicidi politici, neanche fosse una Repubblica delle banane qualsiasi. Fino ad oggi, e spero mai più in futuro, quella americana è stata una democrazia tenuta sotto scacco da assassini psicopatici. L'augurio che tutti gli americani, oggi, credo si staranno facendo è quello di vedere interrompersi quest'insensata striscia di sangue. Proprio per ciò mi sento d'augurare al nuovo Presidente americano di: sbagliare vivendo...

NO FEAR!