27.12.08

"Water horse – La leggenda degli abissi" (2007)

di Marco Apolloni

Water horse – del regista Jay Russell – è un film sui buoni sentimenti, animalista fino al midollo, che tocca con incisività il delicato tema del rapporto tra uomo e bestia. Mostrandoci degli uomini bestiali capaci di scempiaggini come le guerre e bestie invece dai risvolti umani. Altro tema affrontato è quello di un'amicizia tanto impossibile, quanto resa possibile dalla materia fiabesca qui trattata. Il film comincia con una giovane coppia di turisti che entra in un locale e viene adescata da un vecchio sconosciuto, uno del posto, il quale, come il protagonista del poemetto di S.T. Coleridge The rime of the ancient mariner si porta dentro una storia sensazionale, che sente di dover condividere. Il racconto del vecchio ci riporta ai tempi della seconda guerra mondiale, dove facciamo la conoscenza di Angus MacMorrow, un ragazzino problematico – traumatizzato dalla perdita del padre, avvenuta in guerra –, che un giorno rinviene sulle rive del lago di Loch Ness un uovo primitivo e decide di portarselo a casa. Qui all'insaputa della madre apprensiva – interpretata dalla molto british Emily Watson – Angus alleva la bestiola, sgusciata fuori nel frattempo, che ha tutta l'aria di essere un piccolo dinosauro e la cui voracità lo porta a cercar cibo ovunque si trovi. Angus quindi ribattezza la sua simpatica creatura con un nome d'arte: Crusoe. Intanto un reparto della Royal Army si acquartiera nella tenuta dei MacMorrow. Il raccomandato comandante della brigata, con la sua ottusa disciplina militaresca sconvolge i piani di Angus. Egli, però, aiutato dalla sorella maggiore e dal faccendiere nuovo arrivato nella casa, riesce fortunosamente a trasferire Crusoe nel lago. Nell’elemento acquatico, che gli è più proprio, Crusoe può crescere indisturbato e sviluppare la sua mole eccezionale. Crusoe si rivela infatti un drago marino, unico nel suo genere. La leggenda narra che creature simili ne nascono una per volta e che quando una di esse sta per morire deposita un uovo per perpetrare la specie. La fama di Crusoe, soprannominato il mostro di Loch Ness, si sparge fra gli abitanti del luogo, dove c'è chi presente la calamita turistica che una bestia simile potrebbe portare al loro piccolo villaggio, distinguendolo finalmente nelle mappe geografiche. La goccia che fa traboccare il vaso e spezza l'incantesimo di quiete è un'esercitazione militare, ovvero un bombardamento a tappeto nel lago, che minaccia la sopravvivenza di Crusoe. Questi, costretto a rifugiarsi negli abissi, s'inferocisce. Il finale, formato famiglia, è presto detto: e tutti vissero felici e contenti! Ad ogni modo, merito di questa pellicola strappalacrime, che potrebbe scoraggiare lo spettatore più avveduto vista la poca originalità della materia trattata – si è perso il conto delle trasposizioni cinematografiche girate sul presunto abitante del tal lago scozzese –, è quello d'intrattenere e far riflettere al tempo stesso, avvalendosi di una sapiente mistura composta da: spettacolari effetti speciali, efficace sceneggiatura e incantevole fotografia – quest'ultima facilitata anche dalla paradisiaca bellezza della location d'eccezione. Il viscerale animalismo del film, come accennato all'inizio, traspare dalla forte denuncia contro il maltrattamento delle povere bestie, che diventano feroci solo se provocate dalla sconfinata e deplorevole ferocia umana. Contestualizzando la pellicola all'oggi, come i fatti di cronaca c'insegnano, spesso dietro alle aggressioni dei cani – ad esempio – si cela la stoltezza dei padroni, che invece di trasmetter loro calore e affetto, li battono e affamano, rendendoli pertanto – contrariamente alla loro intrinseca natura – aggressivi. Film come questi ci riconnettono alla nostra dimensione più originaria. E, una volta tanto, dovrebbero ricordarci di essere sì uomini, ma prima di tutto animali anche noi; il che vuol dire creature fra le altre, le quali, avendo il prezioso dono della ragionevolezza, proprio per ciò dobbiamo farne uso per rispettare chi condivide la nostra stessa natura: animale...

16.12.08

Presentazione musicata "CineFilosofando", Sabato 13 Dicembre


Si è riassunto in due ore di piacevole approfondimento il dibattito fra cinema e filosofia, svoltosi sabato 13 dicembre nella biblioteca “Silvio Zavatti” di Civitanova Marche. In compagnia dello scrittore Marco Apolloni, intervenuto per presentare il suo libro “CineFilosofando” (Patti, 2008), i minuti sono trascorsi velocemente anche grazie all’intervallarsi di riflessioni filosofico-letterarie, letture interpretative ed esibizioni musicali. Ad accomunare questi tre elementi è stata in primis la cinematografia, che ha fatto da filo conduttore per tutto l’evento – basato per l’appunto sul testo portante “CineFilosofando”. «L’approccio di questo mio libro è fondamentalmente misto e prevede all’inizio di ogni saggio una breve recensione sintetica delle problematiche cruciali di ciascun film – ha spiegato l’autore –. Dopodiché segue l’analisi delle pellicole da un punto di vista più rigoroso, nella quale do soltanto delle pillole contenutistiche evitando così le lunghe citazioni di rito che i filosofi di solito tendono ad utilizzare». Per allietare ulteriormente il pubblico, durante la conferenza è stata inserita la partecipazione del cantautore Michele Serrani e del musicista Alberto Crucianelli, che si sono esibiti in un live fatto di sola chitarra acustica e basso. Sonorità, le loro, che hanno rievocato in questo particolare contesto quelle di cantautori come De Andrè e De Gregori e che hanno ben accompagnato le letture interpretative degli spettatori: Anna Maria Caldarola, Monia Ciminari, Emanuele Follenti, Sergio Fucchi, Chiara Rosati, Bruna Salvitti. Ovviamente la conferenza non sarebbe stata possibile senza la disponibilità dello staff bibliotecario e, in particolar modo, della direttrice Carla Mascaretti. Oltre al prezioso lavoro come moderatrice di Silvia Del Beccaro, giornalista nonché capo-redattrice del bimestrale “Impegno Sociale”. 
Sette i film trattati sia nelle letture che negli approfondimenti: “Ghost dog”, “Donnie Darko”, “L’ultima tentazione di Cristo”, “Il tredicesimo guerriero”, “Tristano & Isotta”, “La caduta”, “L’appartamento spagnolo”. Tutti film, questi, che racchiudono una propria parola chiave – a seconda, infatti, si parla di onore, sacrificio, eroismo, follia, coraggio, amor passione, amicizia – ma che tuttavia sono al contempo legati da un comun denominatore, e cioè: la vita è come un film. Non solo. L’excursus che l’autore effettua all’interno del suo testo invita a riflettere sulla possibile nascita dei futuri Stati Uniti d'Europa. Sulla base di questo spunto, il dibattito conclusivo ha assunto un carattere dialogico ed interattivo e in virtù di questo il pubblico presente è stato chiamato più volte a partecipare ponendo domande sul saggio, dando così vita ad una curiosa riflessione. È logico che passati divisi portino a futuri divisi? Oppure esiste un futuro comune a tutti i popoli europei, nonostante le differenze linguistiche? «Al giorno d’oggi ci vengono riproposti nuovi ed edificanti sogni, com’erano all’origine Roma caput mundi e l’Italia unita. Su tutti spicca uno per imponenza, ovvero l’Europa unita – ha risposto l’autore –. A molti questo sogno potrebbe sembrare una blasfemia. Un passato di soprusi inconfessabili e di guerre fratricide non sembrerebbe loro dar torto. Paradossalmente, però, le divisioni del nostro passato ci uniscono a maggior ragione in un connubio tanto inestricabile. E l’insopprimibile necessità di non ripetere gli errori fin qui commessi, ci induce a sperare di poter essere un giorno ancor più uniti sotto un’unica bandiera, quella europea». 

5.12.08

Presentazione musicata di "CineFilosofando" - Sabato 13 Dicembre


Un connubio di musica e cinema. Una fusione di discipline umanistiche. "CineFilosofando" raccoglie cinefili e storici, linguisti e filosofi. Perché il libro di Marco Apolloni non solo riporta alla luce pellicole più o meno note del panorama cinematografico, ma dà alle stesse un valore aggiunto, estrapolando e spiegando in maniera accessibile a tutti le tematiche portanti di ciascuna.

Lontano dai linguaggi utilizzati nelle Accademie, seppur sia uno studioso plurilaureato, l'autore fidardense Marco Apolloni racconta momenti salienti della storia dell'Occidente e della cultura europea analizzando accuratamente sette film.

Gli Stati Uniti d'Europa, si interroga l'autore, sono davvero possibili? E' logico e necessario che passati divisi portino a futuri divisi? Oppure esiste un futuro comune per tutti i popoli, nonostante le differenze linguistiche?

Su questi ed altri interrogativi il prossimo 13 dicembre – nuovo appuntamento marchigiano – l'autore rifletterà e si raffronterà con il pubblico, dialogando con esso ed instaurando un incontro dialogico, del tutto informale. Ma non solo. Naturalmente si parlerà di cinema, primo e vero protagonista dell'appuntamento civitanovese. L'incontro è previsto sabato 13 dicembre, ore 17.30, nella biblioteca comunale “S. Zavatti” di Civitanova Marche.

Sette i film che verranno presi in oggetto: "Ghost Dog", "Donnie Darko", "L’ultima tentazione di Cristo", "Il tredicesimo guerriero", "Tristano & Isotta", "La caduta", "L’appartamento spagnolo". Per ciascuna pellicola avrà luogo una riflessione storico-filosofico-letteraria, che verrà abbinata a momenti musicali inerenti a ciascuna pellicola e volti ad intrattenere il pubblico presente. L'allestimento musicale sarà a cura del cantautore Michele Serrani.

Proiezioni cinematografiche e musica daranno dunque vita ad un connubio piacevole, che mirerà in primo luogo a divertire il pubblico ma, al contempo, a farlo riflettere su quello che siamo, quello da cui veniamo e quello verso cui ci stiamo dirigendo...

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Per contattare direttamente l'autore: 333.3495829

Per informazioni: silandgreg@hotmail.com; www.noiperborei.blogspot.com

27.11.08

«I giardini della scrittura» – Riflessioni sul mito di Theuth del "Fedro" platonico

di Marco Apolloni

L'opera di Platone è costellata da miti. In particolare nel Fedro, dopo il mito dell'auriga e delle cicale, si accenna al mito di Theuth: corrispondente al nome della divinità egizia, fra le altre cose inventrice della scrittura. Si narra che Theuth si sia recata da re Thamus per presentargli le sue originali invenzioni. Sicché il re abbia espresso liberamente il proprio parere su ognuna di esse. Quando è stato il turno della scrittura, presentata da Theuth come l'arte del ricordare e del curare i mali che affliggono la memoria, Thamus fa notare come lui non dica il vero accecato dalla paternità della sua invenzione. Infatti il re sostiene che la scrittura non sia altro che una forma di dimenticanza e un invito alla pigrizia per i discepoli, piuttosto che essere una medicina per la loro memoria. Tali discepoli, a quel punto, invece che diventare «sapienti» diventeranno «saccenti». Diversi studiosi, tra cui Giovanni Reale, hanno veduto in questo passo un oscuro rimando alle dottrine non scritte di Platone. Da ciò si può dedurre la maggior preminenza da lui affidata all'oralità rispetto alla scrittura. Poiché la vera sapienza, a suo dire, si tramanda oralmente. In definitiva, la trasmissione di un sapere scritto ha un carattere assolutamente secondario rispetto alla vividezza della trasmissione orale e non può che restituirci soltanto uno sbiadito ricordo della realtà extra-corporea della nostra anima. Inoltre la scrittura ha in comune con la pittura la stessa incapacità di non rispondere se interrogata. Inutile perciò provare a interrogare uno scritto, che non gode del dono della parola – essa è lettera morta per dirlo con il filosofo francese Jacques Derrida. Dunque lo scritto così come il quadro ha sempre bisogno del suo autore, incapace com'è di aiutarsi da solo per difendere le proprie ragioni. A questo punto Platone tramite il suo alter ego, Socrate, propone un tipo di discorso pienamente auto-sufficiente, che si giustifica da sé e «che viene scritto nell'anima di chi apprende, che è capace di difendere se stesso, e che sa con chi deve parlare e con chi tacere.». Compito del vero sapiente è quello di scrivere nell'anima, in quanto solo in essa germoglieranno i semi della conoscenza. Per questo la scrittura svolge un ruolo prettamente ancillare ed è da considerarsi niente più di uno svago per i vecchi. Essi, appunto, si eserciteranno nei «giardini della scrittura» unicamente per dilettarsi nella fase tramontante della loro vita e al solo fine di rimembrare con dolce nostalgia i bei tempi andati, sì da poter riprovare l'antico brivido della giovinezza.

14.11.08

"Diario di uno scandalo" (2006)

di Marco Apolloni

Judi Dench e Cate Blanchett danno vita ad un dramma dalle tinte torbide. Barbara – la Dench – è un’insegnate attempata ed estremamente arcigna. Le sue uniche occupazioni consistono in prendersi cura di Porzia, la sua gatta, e redigere un meticoloso diario quotidiano: nel quale tiene il conto delle sue frustrazioni e degli episodi insignificanti che le succedono. La sua monotona routine viene spezzata un giorno quando nella sua scuola entra un’insegnante inesperta e molto più giovane di lei: Sheba – la Blanchett. Barbara dopo le iniziali incomprensioni sarà sempre più morbosamente attratta dalla liberale e fresca collega, tanto che le due diverranno presto amiche. Un episodio, però, catalizza la loro amicizia squilibrata: Barbara scopre Sheba intenta ad avere rapporti sessuali con un suo alunno quindicenne. Per lei l’episodio costituisce un ulteriore incentivo per spingersi ancora più in là nell’amicizia con la collega, facendo leva sul timore della sua vittima di venire esposta al pubblico dispregio. Sheba, infatti, teme si scateni un putiferio sulla sua apparentemente normale vita familiare. Lei è madre di due figli, di cui uno affetto dalla sindrome di down, e moglie di un marito più anziano e di vedute progressiste. Senza stare a raccontare il finale che – comunque – tiene bene la suspense, ciò che mi ha spinto a recensire questa pellicola è la sua indubbia originalità. Temo di non ricordare pellicole analoghe che indaghino così a fondo gli intricati meccanismi della psiche femminile. Nella fattispecie che trattino di omosessualità e pedofilia al femminile. A Barbara si addice a pennello l’identikit dell’insegnante bacchettona, che tuttavia scopre un’intimità assai tormentata. Le sue rigide convenzioni nascondono delle pulsioni viscerali latenti e proprio per questo potenzialmente più esplosive. La sua ruvidezza esteriore cela un’inusitata fragilità interiore. Del resto lei si accontenterebbe di poco, una manciata di carezze e un briciolo di compagnia per non trascorrere sola i giorni che le rimangono da vivere sulla terra. Anche Sheba presenta i connotati di un personaggio a dir poco complesso. La sua moderna pedofilia può essere rapportata a quella dell’antica Grecia, quando le mogli trascurate non si tiravano indietro nel rivaleggiare coi loro mariti libertini per assicurarsi le grazie e i favori dei bei giovinetti. Ma la pedofilia al femminile non ha nulla a che vedere con quella maschile. Sarà per il ruolo di passività occupato dalle donne nell’atto amoroso – esse, infatti, si lasciano penetrare e dunque fungono da ricettacolo per il membro maschile; sarà perché la sessualità femminile è un abisso ancora tutto da scoprire; sarà insomma per la dolcezza insita nel modo di fare l’amore delle donne; fatto sta che l’opinione pubblica tende di solito ad essere più conciliante quando si verificano casi di pedofilia al femminile, forse data anche la loro scarsa rilevanza statistica, e a mantenere un atteggiamento seppur ugualmente indignato, tuttavia più tollerante rispetto alla barbara pratica della pedofilia al maschile. Si potrebbe persino congetturare che le attenzioni di Sheba per un imberbe quindicenne siano da attribuire ad un suo perlopiù inconsapevole atto di ribellione nei confronti di una Natura matrigna che le ha donato un figlio anormale. In conclusione, a mio avviso, due sono i punti a favore del regista Richard Eyre: il primo, l’aver affidato il dipanarsi dell’intera vicenda filmica alla bravura di due attrici superlative – provenienti da due scuole di recitazione diverse: più minimale la Dench e più espressiva la Blanchett; il secondo, l’essersi affidato ad una sottile e psicologica sceneggiatura ad opera di Patrick Marber – già noto al grande pubblico per essere autore della pièce teatrale Closer, da lui poi riadattata in chiave cinematografica. Un consiglio a tutti gli amanti del cinema d’autore: Notes on a Scandal è un film assolutamente imperdibile. Potrebbe piacervi o meno, ma garantisco che al termine dell’ora e mezza di visione della pellicola avrete l’impressione di non aver sprecato il vostro tempo e di esservi arricchiti di ulteriori spunti per decifrare alcuni aspetti troppo spesso dimenticati o occultati della torbida natura umana.   

5.11.08

Mercoledì 5 Novembre - NO FEAR!

di Marco Apolloni

Oggi è un gran giorno per l'umanità! Barack Hussein Obama è il quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti d'America. Un afroamericano alla Casa Bianca. La realtà ha superato di gran lunga la fantasia hollywoodiana. Onore delle armi all'ex combattente ufficiale di marina, candidato repubblicano, John McCain. (Ora posso dirlo: per il suo passato eroico mi stava pure simpatico. Normalmente, se non ci fosse stato Obama, sono convinto che McCain sarebbe stato un buon Presidente degli Stati Uniti d'America.) Che Obama vincesse ci speravo proprio, lo confesso. Anche se, in fondo, temevo due cose: 1) che non sarebbe arrivato tutto intero al fatidico giorno; 2) che molti bianchi americani non l'avrebbero votato. Per fortuna i miei timori sono risultati infondati. Qualcosa è cambiato in America. Un vento democratico ha pervaso quello che è forse il paese più conservatore al mondo. Siamo realisti, la sinistra americana non è uguale a quella europea. Il professor Angelo Panebianco, celebre editorialista del Corsera, nelle sue illuminanti lezioni mi ha convinto di questo. Tuttavia, credo che il mio esimio professore non obietterebbe nulla se si dicesse che Barack Obama è un progressista. Tirando le somme, se quella di questa lunga e interminabile tornata elettorale – era dagli anni d'oro in cui lavoravo nelle discoteche che non tiravo le cinque di mattina – non può reputarsi una vittoria a tutti gli effetti delle sinistre europee, certamente però il fatto rappresenterà una dura batosta, a lungo andare, per tutte le destre conservatrici europee.

Del resto, con un Presidente così outsider e improbabile – come lui stesso ha voluto definirsi –, che ha saputo trionfare – la sua infatti non è stata una semplice vittoria, ma un autentico trionfo – grazie ad una campagna elettorale tutta basatasi sulla parola cambiamento, me ne aspetto delle belle. Una cosa è certa, il neo-eletto Presidente turberà, e non poco, le coscienze di non pochi lobbisti sia americani che non. Nei suoi splendidi discorsi, che ritengo studieranno i nostri figli un giorno e che sono già entrati nel nostro immaginario collettivo, Obama ha proclamato quella che sarà la sua guerra non al terrore – come il suo infantile predecessore seriamente convinto dell'esistenza del male assoluto –, bensì al privilegio in tutte le sue forme più abiette. Con Obama la nostra speranza, e quella anche evidentemente della stragrande maggioranza degli americani, che il divario fra ricchi e poveri si assottiglierà sempre più acquista una sua fondatezza. Dal mio canto, mi rendo perfettamente conto che il suo tanto agognato cambiamento avverrà per gradi, con grande lentezza e non senza dover scavalcare gigantesche barriere che gli si frapporranno nel suo difficile cammino da mister President. So molto bene, inoltre, che questo cambiamento non potrà avvenire se non mediante un estenuante processo di riforme. Ma dopo gli otto anni di buio profondo con Giorgino Bush, finalmente con Obama s'inizia ad intravedere una fioca luce in fondo al tunnel.

Il sogno del reverendo Martin Luther King ha preso corpo e anima con quest'uomo e ora si è finalmente realizzato. Ricordiamo le sue profetiche parole: “Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho un sogno, oggi!” (discorso pronunciato a Washington il 28 agosto 1963). Per festeggiare ho sparato nel mio stereo, a tutto volume, una canzone degli U2 a lui dedicata: Pride – In the name of love, da quel fine sperimentatore di sogni che è stato. Passeggiando per strada ieri e sentendo alcuni discorsi nei bar, ho avvertito tutt'intorno a me un'aria strana. Dentro di me ho pensato: “Forse è tutta qua l'essenza del cambiamento, in quest'aria diversa!”. Gente a cui non è mai importato un fico secco della politica nazionale, figuriamoci internazionale, ha iniziato per la prima volta a scaldarsi per un argomento non concernente il calcio, un rigore regalato ad una squadra, oppure una punizione assegnata ingiustamente da un arbitro. Da ciò ho avuto la precisa sensazione ieri di vivere un momento storico. Per la prima volta da quando sono nato mi sono sentito parte integrante della storia, che non può prescindere da una sola parola: cambiamento. Senza cambiamenti il nostro genere umano non sarebbe progredito, anche se in certi casi è regredito – si veda il periodo delle due guerre/carneficine mondiali del secolo scorso –, fino a diventare quello che è oggi. Per attuare dei cambiamenti a volte ci sono volute le rivoluzioni cruente; a volte, come questa, basta semplicemente un uomo coraggioso, il quale pur tenendo presente la fine fatta da altri due sognatori come lui, John e Bob Kennedy, ha voluto lo stesso andare avanti. In un commovente discorso a sostegno del marito, la nuova first lady Michelle Obama si è detta stanca di darla vinta alla paura. Come stanchi sono tutti gli americani di vedersi ammazzare chiunque voglia introdurre all'interno della loro società la benché minima forma di cambiamento. L'America ha già avuto fin troppi martiri per la sua nobile causa, troppi omicidi politici, neanche fosse una Repubblica delle banane qualsiasi. Fino ad oggi, e spero mai più in futuro, quella americana è stata una democrazia tenuta sotto scacco da assassini psicopatici. L'augurio che tutti gli americani, oggi, credo si staranno facendo è quello di vedere interrompersi quest'insensata striscia di sangue. Proprio per ciò mi sento d'augurare al nuovo Presidente americano di: sbagliare vivendo...

NO FEAR!




26.10.08

"CineFilosofando" in tour ad Ascoli Piceno

Il centro storico di Ascoli Piceno ha ospitato lo scorso sabato 25 ottobre una nuova tappa di “CineFilosofando in tour”, serie di incontri atti a spiegare le correlazioni esistenti fra discipline umanistiche (filosofia, letteratura e storia su tutte) e il meraviglioso universo cinematografico.
A fare da location per questo evento culturale è stata la Libreria Rinascita, distante pochi passi da piazza del Popolo. Il compito di moderare l'intervento dell'autore Marco Apolloni, scrittore e fondatore del blog NoIperborei, è spettato a Silvia Del Beccaro, capo-redattrice della rivista bimestrale “Impegno Sociale” (per la quale Apolloni svolge il ruolo di capo-sezione Cultura).
«Marco è un redattore in gamba e un autore decisamente promettente – ha dichiarato Silvia Del Beccaro –. Seppur sia ancora giovane d'età, è già riuscito ad affermarsi pian piano nel mondo dell'editoria con due saggi alle spalle e un romanzo in uscita. “CineFilosofando” in particolare ha suscitato particolare interesse, in tutta Italia, grazie anche alle competenze che l'autore vanta in ambito umanistico. Due lauree in Filosofia e un ruolo come capo-sezione Cultura presso la nostra rivista ne sono la riprova». La presentazione del libro si è svolta come una chiacchierata informale,
durante la quale si è venuto ad instaurare anche un rapporto dialogico col pubblico presente. I film non sono stati trattati seguendo l'ordine del libro, bensì i due relatori hanno ripercorso il filo comune che lega una pellicola all'altra, in particolar modo la costruzione dell'identità europea. «Attraverso le ere medievali, de “Il tredicesimo guerriero” e di “Tristano e Isotta”, passando per la seconda guerra mondiale, di cui si parla ne “La caduta” - ha aggiunto l'autore Marco Apolloni -, siamo giunti alla costruzione di una nostra identità occidentale. Non a caso il mio auspicio è che si creino prima o poi degli Stati Uniti d'Europa, in cui i Paesi non vengano più visti solamente come Nazioni dai passati divisi, bensì come un corpus unico legato da un futuro comune».

22.10.08

Martedì, 22 Ottobre - W i maestri! La scuola siamo noi

di Silvia Del Beccaro

Se getto uno sguardo al passato, i ricordi dei primi giorni di scuola sono ancora limpidi, nella mia mente. Ricordi di genitori che ti lasciano in mezzo ad altri bambini, perlopiù sconosciuti, ma che di lì a una settimana diventano i tuoi migliori amici. Ricordi di nuovi ambienti, nuovi modi di organizzare la tua vita in erba, le tue giornate di bambina. Ricordi di una maestra, una suora nel mio caso, che ti insegna tutte le materie - ginnastica e inglese escluse - e che ti cresce. 
La Ministra Gelmini ha espresso il desiderio di ristabilire il maestro unico. In fondo non credo sia del tutto sbagliato. Io sono cresciuta con questo metodo di insegnamento e non è stato poi così deleterio. La gravità vera però sta nel fatto che ogni governo debba per forza ripristinare le proprie abitudini ad ogni successione. Non importa se nel frattempo il mondo è andato avanti, se la scuola si è evoluta e se sono state necessarie delle manovre per cercare di adeguarsi ai tempi moderni. Tutti vogliono sempre e comunque recuperare le proprie proposte. E questo a discapito dei cittadini - in questo caso degli allievi, che pagano la loro cultura - e dei professori - che ci mangiano. 
Ripristinare oggi il maestro unico, ora che la scuola si è adeguata alle recenti riforme, sarebbe come dire ripristinare i vecchi 4/5 anni universitari dopo che la Moratti ha optato fortemente per i famosi 3+2.  Insomma... fare un passo indietro ad ogni governo è davvero logico e necessario? Per non parlare delle sezioni separate, di cui si è tanto discusso recentemente. Ghettizzare gli allievi significherebbe riesumare i tempi delle discriminazioni razziali e del ku klux klan. I tempi in cui i “nigger” (ndr. letteralmente “negri”) sui pullman dovevano sedere lontano dai “whites” (ndr. i cosiddetti “bianchi”). I famosi anni Trenta di Malcolm X, quando fu proprio un insegnante a stroncare il suo sogno adolescenziale dicendogli che diventare avvocato non era un obiettivo realistico per un negro. 
Conservare il passato, rimanere attaccati a ciò che è stato fatto dal proprio partito in precedenza, senza riconoscere i mutamenti adottati successivamente dalle varie linee di governo, significa non saper accettare il futuro. E negare l’avvento del futuro significa aver paura di fare del bene alla propria società. Occorre piuttosto guardare avanti, cercare di proporre delle novità per far sì che la propria Nazione possa progredire e camminare, a poco a poco, sulle proprie gambe. La scuola in primis deve essere, per l’appunto, un luogo di rinnovamento. Certo non potremo essere tutti dei professori Keating (ndr. L’attimo Fuggente), innovativi e geniali, ma se non altro possiamo cercare di risaltare quello che già abbiamo: ritornare al maestro unico e chiudere alcune specializzazioni universitarie significa togliere posti di lavoro, chiudere le SSIS senza disporre di un progetto alle spalle significa negare a giovani volenterosi la possibilità di esercitare una professione per la quale hanno studiato a lungo, separare i bambini stranieri da quelli italiani significa ricreare i ghetti - a partire dagli istituti, prima fonte di convivenza. E’ possibile allora tutto questo? Ma a che prezzo? Riflettiamo, gente, riflettiamo.

17.10.08

Venerdì, 17 Ottobre - Sociologia della piazza

di Marco Apolloni

Itinerari speciali

Trento ha un centro davvero delizioso, tipo: centrino da tavola. Non so se mi spiego. Però non chiedete mai informazioni ai trentini – si chiaman così gli abitanti di Trento, no? – se non volete perdervi in città. Ci sono parecchi vicoli angusti e antichi in questa suggestiva località alpina. Ma al mattino, quando ti svegli, non è niente male vederti le montagne attorno. È una strana sensazione, nuova per me, stimolante direi. Come ogni città montanara consimile, anche Trento dopo una certa ora chiude i battenti. Le uniche colonie notturne studentesche si rintanano in locali malfamati, stile: peggiori bettole di Caracas, oppure in locali oltremodo chic. Questi ultimi per la componente più in, della serie: tanto paga babbo. Decisamente non il mio target, più out che in. Il tanto paga babbo con me non attacca, a meno che non voglia finire bastonato da quelle manone d’orso del “mi babbo”. Poi di giorno la città si ripopola. La popolazione è piuttosto meticcia. Donne col velo spuntano da ogni angolo come i funghi finferli del sottobosco locale. (La comunità marocchina è talmente radicata che in certi momenti ti pare di stare a Marrakech, nel bel mezzo della Casbah.) Ciclisti in tutina si danno appuntamento presso la stazione degli autobus, a pochi passi da quella dei treni. Rasta provenienti da Bolzano sbucano dalla stazione ferroviaria. Centri sociali ci devono essere. Io non li ho visti, ma da qualche parte ci saranno senz’altro. Tracce che me l’hanno fatto pensare, a parte i suddetti rastoni, sono: scritte NO A BASI MILITARI sulle strisce bianche d’attraversamento pedonale; manifesti clandestini incitanti al FATE L’AMORE NON LA GUERRA disseminati un po’ in tutta la città, oltre ai rinomati PEACE & LOVE. Tra la fauna locale ho intravisto anche qualche potenziale bombarolo altoatesino – pur essendo in trentino – con minacciosa barba teutonica e chioma ingrigita fino alle ginocchia, del tipo: HANS CASTORP – chi non lo conosce si legga La montagna incantata di Thomas Mann. Per non parlare dei turisti, specialmente francesi, con quella loro pronuncia très jolie. Molte buzziche, a dire il vero. Perché quelle carine sono al 90% creole. Le francesi bone, di carnagione lattiginosa come la VIA LATTEA, sono rare quanto Brigitte Bardot e Catherine Deneuve. Ma che dire d’altro: TRIDENTUM è una città a portata d’uomo, "la Città del Concilio" come recita lo slogan agghiacciante dei dèpliants turistici. Una visitina se la merita, direi.

Cari saluti trentini,

Vostro umilissimo e reverendissimo

Inviato Sociale

(riverisco e bacio le mani!)

Consigliati speciali (molto easy e pure cheap)

Pizzeria da Andrea. Per chi vuol mangiarsi una buona pizza napoletana, sia al taglio che al piatto, fatta da un pizzaiolo partenopeo dòc, con tanto di: profumate foglioline di basilico, mozzarella di bufala campana e pummarola rustica San Marzano.

Döner Kebab. Per chi vuol farsi un paninozzo infarcito di questa specialità arabo-mussulmana, il marchio è di una multinazionale del settore – potete trovarlo ovunque, persino sotto casa vostra –, vero e proprio Mac Donald’s per gli amanti del genere MUCCA PAZZA; la bontà del posto l’ho intuita dall’odorino mica male che mi ha penetrato le narici e sarei quasi entrato a farmene uno anch’io, tanto mi solleticava le papille gustative, se solo non avessi visto tutto quel lardo colante, ogni volta che lo guardo m’attorciglia le budella dal disgusto.

Caffè Tridente. Per due motivi: 1) per il belvedere sulla sontuosa Fontana centrale; 2) per i bei davanzali attornianti, si va da una terza abbondante in su – per chi volesse cogliere l’assist

Ostello Giovane Europa. Con tanto di bagno in camera, annesso e connesso, roba da non crederci. Lenzuola pulite, poco importa se stracciate. Colazione inclusa, anche se colazione è una parola grossa in questo caso. Tutto compreso: 25 euro per una camera singola, che non è malvagio come prezzo. L’unica pecca è la tavola calda chiusa la domenica, giusto il giorno in cui sono andato io.

10.10.08

Venerdì 10 Ottobre – Anche i banchieri piangono (e, quel che è peggio, fanno piangere anche noi poveretti!)

di Marco Apolloni

Non so come voi abbiate vissuto quest’ultimo periodo di psico-drammi economici, ma a me è venuto il panico. Anche a causa delle recenti dichiarazioni del nostro – “mi consenta” – Cavaliere nazionale, in cui rassicura – come suo solito – tutti gli italiani, dicendo di non preoccuparsi. Al che io, se prima non mi preoccupavo, dopo la sua dichiarazione ho cominciato a preoccuparmi seriamente. Tutta ‘sta economia sparata in prima pagina mi ha travolto, devastato, frustrato. Anche perché giuro di non capirci un “acca” quando mi si mettono davanti termini come: asset, commercial papers, euribor, hedge found, rating, subprime, stagflazione, indice di patrimonializzazione, deflazione, banca d’affari e via discorrendo. Tutte parolacce, per i non addetti ai lavori come me. Ma visto che si parla sempre di quello, cioè di soldi/denaro/quattrini/cash/liquidità, pure chi come il sottoscritto non ci capisce molto è costretto, dalle contingenze del momento, a sforzarsi di capire. E io, in poche parole, mi sono sforzato – il mio impegno è da apprezzare. Bene o male un’idea me la sono fatta. Della serie: anche i banchieri piangono (e, quel che è peggio, fanno piangere anche noi poveretti!).
Il problema del denaro sta tutto nella sua astrattezza. Un mondo senza denaro è stato il più illustre auspicio di molti filosofi. Ne scelgo due a caso, due estremi, cioè uno di “destra” e un altro di “sinistra”: Oswald Spengler e Karl Marx. Entrambi vagheggiarono ardentemente un mondo senza denaro ed una società a tal punto evoluta da non averne più bisogno. Ah, se solo i sogni dei grandi filosofi potessero avverarsi, se solo questi non fossero talmente utopici… Persino i moderni “santoni” della new age – il cui sincretismo culturale convoglia un po’ tutte le più brillanti intuizioni filosofiche – auspicano il tramonto di un’economia basata sull’artifizio del denaro e la re-introduzione di un’economia più terrestre, basatasi sull’antico baratto insomma: tu dai una mollica di pane a me e io do una crosta di pane a te, per farla breve.
Ad oggi le mie competenze d’economia si limitano ad un esamino da tre crediti dato l’anno scorso, il cui argomento principale – voglio essere sincero – è stato il Faust di Goethe, che con l’economia c’entra quasi come la barriera corallina sulla catena dell’Himalaya… Però, sentendo alcune trasmissioni e leggendo allarmanti titoloni in prima pagina, ho giocoforza dovuto drizzare le mie antenne ricettive. Sempre più opinionisti – il cui numero è in continua impennata – stanno parlando di noi piccoli risparmiatori e dei nostri risparmi affidati ad autentici “masnadieri” del business, i quali s’arricchiscono sull’ignoranza di noialtri. Conosco un paio di tipi del genere, ve li raccomando… Ad alcune persone, a me care, costoro hanno consigliato all’epoca di acquistare titoli governativi argentini poiché avrebbero ottenuto un guadagno quasi garantito – insisto su quel “quasi”, ho imparato a diffidare di chi fa sperpero di simile approssimazione. Poi, come andò a finire, lo sappiamo tutti. Queste persone a causa dei loro cattivi consiglieri, oggi faticano ad arrivare alla fine del mese e si arrabattano tra una bolletta e l’altra da pagare, ma continuano imperterriti ad avere fiducia nel domani.
Fiducia, ecco un termine molto caro agli opinionisti summenzionati, che continuano a rivolgere solenni proclami circa l’indispensabile fiducia dei risparmiatori. Sin da quand’ero piccolo, mi è stato insegnato che la fiducia è una conquista quotidiana, che va meritata: non con le chiacchiere, ma coi fatti. “Fatti, non pugnette!” recita lo slogan di quel comico di Zelig. Ecco qua che io, misero e insignificante risparmiatore, come posso aver fiducia dei miei aguzzini, ossia di chi tenta in tutti i modi – ed in questo almeno c’entra il Faust di Goethe con l’economia – di vendere la mia anima al diavolo del guadagno? La domanda, riconoscerete, quanto meno è lecita. Le poche volte che sono entrato in banca, spintonato da mio padre – che ha la stoffa di un Fugger inside –, ho sempre fatto discorsi chiari coi miei interlocutori: “Intendiamoci, io non voglio guadagnare una lira con voialtri. Mi basta che alla fine dell’anno mi garantiate i miei quattro soldi. Ok?”. Questo perché il mio presupposto è che: sin dal nascita delle prime rudimentali banche – databile intorno al 2000-3000 a.C., ad opera dei Sumeri e Babilonesi – lo scopo delle medesime è sempre stato quello di spillar quattrini ai loro clienti, ovvero concedere prestiti per poi alzare il tiro e ricavarne dei succosi interessi. Ciò detto, secondo me, non ha molto senso: voler speculare con chi fa della speculazione un’arte. Altro che il 5% d’interessi, io sui miei risparmi preferisco lo 0%, ma che almeno mi venga garantito.
Garanzia, ecco un’altra parola che ricorre spesso in questo periodo. Tale parola, va detto, cessa di aver valore se le banche falliscono. Difatti se la tua banca fallisce, amen! Nel senso che: dai un bacio ai tuoi soldi… Persino il nostro habitué Ministro dell’economia ha ammesso che, ora come ora, rispetto alle banche sono più sicure le Poste italiane, il cui capitale sociale per il 70% è in mano al Governo e solo un ridotto 30% veicolato in depositi e prestiti misti. Risultato: un numero crescente di risparmiatori sta commutando i propri conti bancari in conti postali. Come se non bastasse, un altro dato rilevante concerne il trend al ribasso nell’acquisto di auto e moto. E si capisce: ottenere un mutuo agevolato di questi tempi è impresa assai ardua… Vista l’economia schizofrenica dell’ultimo periodo, la perenne instabilità dei mercati, il fantasma del fallimento calato come un falce sopra le banche, c’è solo un rimedio – badate bene, non cura – che ci rimane: quello di smetterla di fregarcene dell’economia, perché il solo modo per non finire in pasto ai “pescecani” del settore è sbalordirli con il nostro bagaglio di conoscenze acquisite. E a chi ci dovesse chiedere, ad esempio, cosa sia un asset, noi d’ora in poi dovremmo rispondere a colpo sicuro: “Termine inglese concernente i beni materiali e immateriali di un’impresa”. Della serie: “Tiè, beccate questa…”. La conoscenza è la sola cura all’ignoranza!