
Il libro della settimana : “Il circolo dei nichilisti”.
Un romanzo sui “beati” anni universitari. Di Marco Apolloni.
22.10.08
Martedì, 22 Ottobre - W i maestri! La scuola siamo noi

17.10.08
Venerdì, 17 Ottobre - Sociologia della piazza
di Marco Apolloni
Itinerari speciali
Trento ha un centro davvero delizioso, tipo: centrino da tavola. Non so se mi spiego. Però non chiedete mai informazioni ai trentini – si chiaman così gli abitanti di Trento, no? – se non volete perdervi in città. Ci sono parecchi vicoli angusti e antichi in questa suggestiva località alpina. Ma al mattino, quando ti svegli, non è niente male vederti le montagne attorno. È una strana sensazione, nuova per me, stimolante direi. Come ogni città montanara consimile, anche Trento dopo una certa ora chiude i battenti. Le uniche colonie notturne studentesche si rintanano in locali malfamati, stile: peggiori bettole di Caracas, oppure in locali oltremodo chic. Questi ultimi per la componente più in, della serie: tanto paga babbo. Decisamente non il mio target, più out che in. Il tanto paga babbo con me non attacca, a meno che non voglia finire bastonato da quelle manone d’orso del “mi babbo”. Poi di giorno la città si ripopola. La popolazione è piuttosto meticcia. Donne col velo spuntano da ogni angolo come i funghi finferli del sottobosco locale. (La comunità marocchina è talmente radicata che in certi momenti ti pare di stare a Marrakech, nel bel mezzo della Casbah.) Ciclisti in tutina si danno appuntamento presso la stazione degli autobus, a pochi passi da quella dei treni. Rasta provenienti da Bolzano sbucano dalla stazione ferroviaria. Centri sociali ci devono essere. Io non li ho visti, ma da qualche parte ci saranno senz’altro. Tracce che me l’hanno fatto pensare, a parte i suddetti rastoni, sono: scritte NO A BASI MILITARI sulle strisce bianche d’attraversamento pedonale; manifesti clandestini incitanti al FATE L’AMORE NON LA GUERRA disseminati un po’ in tutta la città, oltre ai rinomati PEACE & LOVE. Tra la fauna locale ho intravisto anche qualche potenziale bombarolo altoatesino – pur essendo in trentino – con minacciosa barba teutonica e chioma ingrigita fino alle ginocchia, del tipo: HANS CASTORP – chi non lo conosce si legga La montagna incantata di Thomas Mann. Per non parlare dei turisti, specialmente francesi, con quella loro pronuncia très jolie. Molte buzziche, a dire il vero. Perché quelle carine sono al 90% creole. Le francesi bone, di carnagione lattiginosa come la VIA LATTEA, sono rare quanto Brigitte Bardot e Catherine Deneuve. Ma che dire d’altro: TRIDENTUM è una città a portata d’uomo, "la Città del Concilio" come recita lo slogan agghiacciante dei dèpliants turistici. Una visitina se la merita, direi.
Cari saluti trentini,
Vostro umilissimo e reverendissimo
Inviato Sociale
(riverisco e bacio le mani!)
Consigliati speciali (molto easy e pure cheap)
Pizzeria da Andrea. Per chi vuol mangiarsi una buona pizza napoletana, sia al taglio che al piatto, fatta da un pizzaiolo partenopeo dòc, con tanto di: profumate foglioline di basilico, mozzarella di bufala campana e pummarola rustica San Marzano.
Döner Kebab. Per chi vuol farsi un paninozzo infarcito di questa specialità arabo-mussulmana, il marchio è di una multinazionale del settore – potete trovarlo ovunque, persino sotto casa vostra –, vero e proprio Mac Donald’s per gli amanti del genere MUCCA PAZZA; la bontà del posto l’ho intuita dall’odorino mica male che mi ha penetrato le narici e sarei quasi entrato a farmene uno anch’io, tanto mi solleticava le papille gustative, se solo non avessi visto tutto quel lardo colante, ogni volta che lo guardo m’attorciglia le budella dal disgusto.
Caffè Tridente. Per due motivi: 1) per il belvedere sulla sontuosa Fontana centrale; 2) per i bei davanzali attornianti, si va da una terza abbondante in su – per chi volesse cogliere l’assist…
Ostello Giovane Europa. Con tanto di bagno in camera, annesso e connesso, roba da non crederci. Lenzuola pulite, poco importa se stracciate. Colazione inclusa, anche se colazione è una parola grossa in questo caso. Tutto compreso: 25 euro per una camera singola, che non è malvagio come prezzo. L’unica pecca è la tavola calda chiusa la domenica, giusto il giorno in cui sono andato io.
10.10.08
Venerdì 10 Ottobre – Anche i banchieri piangono (e, quel che è peggio, fanno piangere anche noi poveretti!)
Non so come voi abbiate vissuto quest’ultimo periodo di psico-drammi economici, ma a me è venuto il panico. Anche a causa delle recenti dichiarazioni del nostro – “mi consenta” – Cavaliere nazionale, in cui rassicura – come suo solito – tutti gli italiani, dicendo di non preoccuparsi. Al che io, se prima non mi preoccupavo, dopo la sua dichiarazione ho cominciato a preoccuparmi seriamente. Tutta ‘sta economia sparata in prima pagina mi ha travolto, devastato, frustrato. Anche perché giuro di non capirci un “acca” quando mi si mettono davanti termini come: asset, commercial papers, euribor, hedge found, rating, subprime, stagflazione, indice di patrimonializzazione, deflazione, banca d’affari e via discorrendo. Tutte parolacce, per i non addetti ai lavori come me. Ma visto che si parla sempre di quello, cioè di soldi/denaro/quattrini/cash/liquidità, pure chi come il sottoscritto non ci capisce molto è costretto, dalle contingenze del momento, a sforzarsi di capire. E io, in poche parole, mi sono sforzato – il mio impegno è da apprezzare. Bene o male un’idea me la sono fatta. Della serie: anche i banchieri piangono (e, quel che è peggio, fanno piangere anche noi poveretti!).Il problema del denaro sta tutto nella sua astrattezza. Un mondo senza denaro è stato il più illustre auspicio di molti filosofi. Ne scelgo due a caso, due estremi, cioè uno di “destra” e un altro di “sinistra”: Oswald Spengler e Karl Marx. Entrambi vagheggiarono ardentemente un mondo senza denaro ed una società a tal punto evoluta da non averne più bisogno. Ah, se solo i sogni dei grandi filosofi potessero avverarsi, se solo questi non fossero talmente utopici… Persino i moderni “santoni” della new age – il cui sincretismo culturale convoglia un po’ tutte le più brillanti intuizioni filosofiche – auspicano il tramonto di un’economia basata sull’artifizio del denaro e la re-introduzione di un’economia più terrestre, basatasi sull’antico baratto insomma: tu dai una mollica di pane a me e io do una crosta di pane a te, per farla breve.
Ad oggi le mie competenze d’economia si limitano ad un esamino da tre crediti dato l’anno scorso, il cui argomento principale – voglio essere sincero – è stato il Faust di Goethe, che con l’economia c’entra quasi come la barriera corallina sulla catena dell’Himalaya… Però, sentendo alcune trasmissioni e leggendo allarmanti titoloni in prima pagina, ho giocoforza dovuto drizzare le mie antenne ricettive. Sempre più opinionisti – il cui numero è in continua impennata – stanno parlando di noi piccoli risparmiatori e dei nostri risparmi affidati ad autentici “masnadieri” del business, i quali s’arricchiscono sull’ignoranza di noialtri. Conosco un paio di tipi del genere, ve li raccomando… Ad alcune persone, a me care, costoro hanno consigliato all’epoca di acquistare titoli governativi argentini poiché avrebbero ottenuto un guadagno quasi garantito – insisto su quel “quasi”, ho imparato a diffidare di chi fa sperpero di simile approssimazione. Poi, come andò a finire, lo sappiamo tutti. Queste persone a causa dei loro cattivi consiglieri, oggi faticano ad arrivare alla fine del mese e si arrabattano tra una bolletta e l’altra da pagare, ma continuano imperterriti ad avere fiducia nel domani.
3.10.08
Venerdì 3 Ottobre - Cronache dei baronati universitari
Dicesi baronati universitari il sistema clientelare vigente all’interno delle università italiane. Chi sono i baroni – nel senso dispregiativo del termine – delle suddette università? Delle sotto-specie di professori, poiché tutto fanno fuorché fare il loro mestiere con correttezza e trasparenza. Vorrei raccontarvi una storia che mi ha visto protagonista in negativo, nel senso che per me è finita male.Mi trovavo la scorsa settimana su al nord per un concorso di dottorato. Francamente non volevo andarci, per un mucchio di ragioni. Non voglio sembrarvi il solito “vittimista”, che prima mette le mani avanti solo per non fare dopo brutta figura. È proprio che io – non mi chiedete come o perché – sapevo già chi sarebbe passato in questo dottorato. Sarà che sono un sensitivo, inconsapevole di esserlo. Sarà che possiedo una sfera di cristallo da qualche parte nella mia testa, che mi ha permesso di decifrare gli oscuri eventi futuri. Chissà… o forse, più semplicemente, sarà che sono un incrollabile empirista, che fa tesoro della propria esperienza per interpretare i comportamenti poco chiari di chi gli sta intorno. Non lo so, non chiedetemelo. Una cosa, però, la so quasi per certo. Il concorso a cui ho preso parte è stata una rocambolesca messa in scena. Certo, non ne ho le prove, ma quanti colpevoli sono a piede libero perché non si trovano stracci di prove da imputargli contro? Tanti, troppi anche.
Stranamente in commissione vi erano tre professori, ognuno proveniente da un’università diversa. Altrettanto stranamente sono passati due candidati per ognuno di questi professori incriminati. Sarà stato un caso, una coincidenza oppure una combine in piena regola. Chi lo sa. Sta di fatto, però, che due di questi candidati – di cui non discuto le capacità intellettuali – li conoscevo bene e sapevo che erano “sponsorizzati” da alcuni membri influenti delle gerarchie di facoltà. Prima di dare fuoco alle polveri, come si suol dire, ossia prima d’iniziare la prova scritta, parlando con un paio di colleghi, mi sono scappati detti i due nominativi sicuri – quelli insicuri eravamo io e altri due – che secondo le mie previsioni ce l’avrebbero fatta ad accedere al dottorato. Magia delle magie, il mio pronostico si rivelò azzeccato. Lì per lì ho pensato: “Sarà il caso che mi dia all’Enalotto, visto che azzecco i nomi chissà che non vi riesca pure con i numeri…”.
L’esame scritto è filato via liscio. È stata sorteggiata una delle tre buste – sembrava di stare in qualche trasmissione televisiva, del tipo: scegli la busta giusta. È uscito un tema – che naturalmente, come sfiga vuole, c’entrava ben poco con quello che ci aspettavamo tutti, o quasi tutti – insisto su quel quasi. Ci sono state date due buste, una grande e una piccina, un foglietto, un paio di fogli a righe, una penna anti-sofisticazione uguale per tutti. Sulla busta piccola ci hanno detto d’infilarci il foglietto con tanto di nome, cognome e data di nascita, e di sigillarla, inserendola poi nella busta grande insieme ai fogli scritti, a sua volta debitamente suggellata. Tutto ciò per trasparire l’aura di massima imparzialità dei commissari giudicanti. Peccato che per ogni regola esista sempre l’eccezione che serve ad aggirarla. Basta un nonnulla, infatti, per far saltare tutto il sistema, come ad esempio: avvertire un professore della commissione con quale incipit si è voluto iniziare il proprio scritto; o magari, fare un minuscolo scarabocchio identificativo a bordo pagina; per non parlare della calligrafia talmente diversa e così particolare per ognuno, che può benissimo essere riconosciuta da chiunque. Se proprio si volessero fare le cose per bene, si dovrebbe far scrivere tutti al computer, così almeno si renderebbe più ardua la vita a certi imbroglioni patentati…
A questo punto chiunque potrà pensare di me: “È arrivato il solito deluso, che per problemi di acidità e ripicca incomincia a sparlare di tutto e tutti, sputando sulla minestra che voleva mangiare pure lui.”. Il che, lo confesso, potrebbe essere più che verosimile se solo chi vi parlasse fosse davvero interessato a venire ammesso in qualche dottorato. Tuttavia, personalmente, non ci tengo a fare il precario a vita e ad essere in balia di loschi figuri, che a seconda di come gli gira decidono delle tue sorti. Iniziare e concludere un dottorato, in realtà, se non ti dai parecchio da fare a tirare leccate a destra e a manca, quasi certamente non ti servirà a prendere in consegna qualche cattedra universitaria, una volta nominato ricercatore. Resta il fatto, però, che a me non importa una sega di questa stramaledetta ammissione. Ciononostante – e ciò non è una contraddizione – ho voluto sperimentare di persona – della serie: sbatterci proprio il muso frontalmente – alcune risapute dicerie. Il mio tentativo di spuntarla in un dottorato di ricerca è voluto essere un esperimento sociologico, che qui lo dico e non lo nego è stato solo il primo di una lunga serie, visto che sono più che mai persuaso a ritentare in futuro – fino ad esaurimento nervoso.
Come ogni buon sociologo che si rispetti, pur non essendolo io stesso – tutto ciò che finisce in “ologo”, compreso “soci-ologo”, non m’interessa affatto –, ho individuato un ambito d’indagine e quindi ora non faccio altro che sgobbare sodo sul campo. Come fanno i sociologi di professione, inoltre, anch’io ho cercato di aiutarmi non solo con le parole, ma anche con i numeri, precisamente con alcune statistiche. Fra le tante, ne basti una – a titolo esemplificativo: ho calcolato che vi sono per me, candidato privo di raccomandazioni ai piani alti del Palazzo, più probabilità di vendere un milione di copie del mio romanzo, prossimamente in uscita, che venire selezionato in un concorso di dottorato. Come spiegazione pseudo-razionale – ad una statistica che di razionale ha ben poco – ho trovato che nonostante il calcolo numerico mi dia una possibilità su venti di accedere al dottorato, mentre per la vendita di un milione di esemplari del mio romanzo il rapporto è sfavorevolmente uno a un milione, il mio calcolo morale mi dice esattamente il contrario. Tale conteggio trae lo spunto da un episodio significativo – uno di molti –, che mi è stato raccontato e che più mi ha colpito, in assoluto, per la sua sorprendente assurdità. Vi avverto: siete liberi di non crederci, neppure io ci credo tuttora o almeno non voglio crederci…
Il protagonista è un importante professore ordinario di un’università italiana. Costui seleziona i suoi candidati in base a quanto sfacchinino per lui e per la moglie. Nel senso che se tu vuoi essere scelto come suo “dottorando” devi reggere dei ritmi infernali – tipo quelli della segretaria tuttofare protagonista del film Il diavolo veste prada, tanto per capirci. Devi… lavargli la macchina il sabato o la domenica. Portare due volte a settimana la moglie a far la spesa o commissioni varie – tipo in banca, in posta, in giro per negozi a far compere, eccetera. Rispondere alle e-mail dei suoi “laureandi”, nonché leggere le tesi di laurea dei medesimi e riferirne poi il contenuto nientemeno che al boss in persona. Allacciargli la cravatta, con il doppio nodo come piace a lui. Servirgli il caffè d’orzo, regolarmente in tazza grande, nel suo studiolo privato. Fargli la barba tutte le sacrosante mattine. Gestire i suoi appuntamenti clandestini con le sue amanti-studentesse, poco modello ma molto modelle – che per un trenta e lode nel loro curriculum studiorum sono ben disposte a sottomettersi nella posizione canonica del “missionario”. Infine, proprio in-fine, il requisito indispensabile per diventare un suo “cane di razza” è redigere le bibliografie dei suoi libri. Qui il candidato-schiavo dovrà citare dettagliatamente ogni singola pubblicazione del suo mentore, senza dimenticarsi neppure un solo articolo apparso in qualche rivista specialistica – e siccome stiamo parlando di un professorone ordinario “cariatide” vantante una carriera accademica trentennale –, vi assicuro che c’è un bel po’ di roba da ricordarsi…
Non possedendo i suddetti requisiti mi sono subito persuaso che forse quella del “dottorando” fosse una professione non adatta a me. Allergico ad ogni forma di sottomissione come sono, penso proprio che al posto del candidato sopra descritto avrei… Rotto i finestrini della sua macchina invece che pulirglieli. Azzoppato la moglie così non si sarebbe mossa da casa. Insultato via mail i suoi “laureandi”, cestinando i file contenenti le loro tesi del cazzo – ho detto cazzo?! Scusate, chiedo venia. Stretto volutamente forte il nodo della sua dannata cravatta. Sputato sul suo caffè d’orzo, correggendolo alla mia maniera. Usato il machete per fargli la barba, ferendolo ripetutamente. Filmato i suoi incontri “a luci rosse” con le studentesse-squillo, mettendo poi i video su YouTube. E, dulcis in fundo, avrei inserito per protesta nelle sue bibliografie indicazioni errate, quali: Siffredi, R., Io e lui, Edizioni Cazzi Dritti, Pornolandia, 2023. Oppure mi sarei sbizzarrito ad elencare tutti i numeri di Topolino, Tex, Dylan Dog, Corto Maltese e così via. (Del resto, io aborro le bibliografie. Credo siano un inutile perdita di tempo. Se vuoi citare il libro di qualcuno lo metti in nota, punto. Conosco certi filosofi, che sembrano dare più importanza ai loro riferimenti bibliografici, che ai contenuti delle loro opere. Uno di questi è stato buono a dire ad un suo “laureando” capace di scrivergli cento pagine di bibliografia, che comunque non andava bene ed era ancora troppo superficiale. Figuriamoci cos’avrebbe detto a me, che di norma nei miei scritti non supero le tre pagine di bibliografia. Non sono molto lontano dal vero se dico che mi avrebbe fucilato seduta stante, o peggio ancora bocciato! Sarà… ma io prediligo, quando scrivo, dare più importanza a quanto vado dicendo, che a quanti libri riesco a citare esibendo tutta la mia smodata paraculaggine…). Vale per i "dottorandi" il motto dantesco: "Abbandonate ogni speranza voi che entrate..."!
26.9.08
Venerdì 26 Settembre - Impronte digitali. Do you remember Goebbels?
Italia, in un futuro non troppo lontano...
Il suo visino sporco di terra e bruciato dal sole si era rabbuiato, non appena gli avevano dato la notizia, non voleva saperne di farsi accompagnare in Caserma. Voleva giocare con la sua nuova amica, Maia, per cui aveva appena raccolto un ciuffo di margheritine. Ma papà e mamma erano irremovibili: “Niente storie, dobbiamo andare, se no questi ci rimandano a far la fame in Romania”.
***
Erano romeni di etnia rom, suo padre e sua madre, e in linea teorica lo era anche lui. Solo che Florian era nato e cresciuto in Italia, precisamente a Roma: originariamente ribattezzata caput mundi e adesso governata da uno sbiadito esemplare della razza dei Cesari. Da sette anni si erano trasferiti nel Belpaese, che di bello ormai aveva solamente il nome. Tanti anni quanti ne aveva il piccolo Florian, che da quando stava nel pancione materno si era abituato a respirare la frizzante aria romana. Roma di maggio... uno spettacolo! Il cielo era terso quel giorno e il sole ardeva alto in cielo. Fosse stato per lui se ne sarebbe rimasto volentieri al campo, dove tutto sommato non viveva poi così male.
Nonostante la giovanissima età, gli altri bambini avevano già imparato a rispettarlo. Da quella volta che si era preso a calci e pugni con un ragazzino più grande di tre anni, ruzzolando per terra e facendosi valere come combattente nato. D'altronde se sei cresciuto in un campo rom e a tre anni ti mostrano già i primi trucchetti per derubare la gente, portandoti in spalla sui binari della stazione Termini, impari presto che la vita non è tutta rosa e fiori. Impari a cavartela da solo. Ma che ne sanno i bambini italiani, con la loro pancia piena, dei loro coetanei rom meno fortunati che invece devono imparare a farsi valere senza l'ausilio di mamma e papà...
Una volta nella roulotte di un suo cugino Florian vide uno strumento che credeva appartenere al mondo incantato di Narnia, non avendolo mai visto né tanto meno toccato prima in vita sua: era una playstation lucidata a puntino per l'occasione. Quando Florian prese in mano il joystick, le sue dita quasi tremarono al contatto con quei pulsanti scintillanti. Indescrivibile fu l'emozione del suo primo goal a Fifa, il gioco preferito da tutti gli amanti del calcio su console. Lo segnò Del Piero, il suo idolo. Sopra al letto aveva perfino attaccato il poster del giocatore juventino, con la casacca zebrata e i ricciolini svolazzanti dei suoi migliori vent'anni. Quante lattine vuote aveva spiaccicato nel tentativo di provare il famoso goal “alla Del Piero”. Era solito posizionarle su un muretto e poi tentare di colpirle con un pallone sdrucito che aveva trovato, un giorno, per strada. Appena lo aveva visto, senza pensarci neppure un attimo se l'era infilato subito sotto la maglietta portandoselo in roulotte. Era l'oggetto più prezioso che aveva e lo custodiva gelosamente, come fosse il tesoro più ambito dei Caraibi. Ma ora nella gerarchia delle priorità della sua vita, il calcio era passato in secondo piano. In primo si era saldamente ancorata Maia, la ragazzina di nove anni con sangue gitano che viveva anche lei nel campo rom. Due tizzoni ardenti al posto degli occhi, capelli lunghi e lisci color dell'ebano. Florian impazziva ogni volta che se la trovava davanti. I primi tempi non riusciva nemmeno a spiccicar parola quando l'incontrava. Poi un giorno si fece avanti lei, mentre lui era troppo indaffarato a prendere a calci il suo pallone. La loro divenne presto un'amicizia sincera. Un paio di volte andarono a vedere insieme dei films sdolcinati in un piccolo cinema di periferia. Naturalmente il biglietto per loro era omaggio, visto che s'intrufolavano furtivi facendola in barba al gestore troppo concentrato nello strappare i biglietti dei paganti.
Di scuola neanche a parlarne. Sia lei che lui, però, si divertivano a vedervi uscire i loro coetanei romani: li trovavano così buffi con i loro zainetti stracolmi di libri, che pesavano quasi più di loro. Florian e Maia, invece, col cavolo si sognavano di andare a scuola. Per di più avrebbero dovuto fare cinque chilometri a piedi ogni sacrosanta mattina per raggiungere l'istituto scolastico più vicino. A nulla servirono i continui incontri con quelli dei servizi sociali, che per convincerli elargivano caramelle e cioccolatini. A loro non serviva la “carota” dei servizi sociali, né tanto meno il “bastone” delle forze dell'ordine. Bensì occorrevano loro i pulmini promessi da quelli del Comune, bravi a parole ma asini patentati quando si trattava di attuare i loro bei proponimenti. Far fare cinque chilometri a piedi sotto l'acqua e il gelo, in inverno, oppure sotto al caldo e al sole schiacciasassi, in primavera, non serviva da incentivo per la già scarsa smania di studio dei bambini del campo. Con la camicia c'è chi ci nasce e chi no: e questi ultimi difficilmente nel corso della loro vita avranno modo d'indossare ciò che non hanno.
***
“È inutile spingermi, tanto io non vengo” ripeteva il piccolo puntando i piedi con tigna. Papà Victor fu così costretto a fare il suo dovere di capofamiglia, tanto ingiusto quanto spesso ineluttabile: prese energicamente a ceffoni l'amato, ma disubbidiente figlioletto. Dall'espressione sofferente del suo volto sembrava disgustato di quel che aveva appena fatto.
“Basta così” furono le sole parole che riuscì a pronunciare Maria, guardando il marito con sguardo comprensivo. Anche lei, del resto, sapeva bene che il marito aveva fatto ciò che era giusto per loro tre.
Intanto Florian si era accasciato a terra, rannicchiandosi in una posizione fetale. Non aveva la forza di piangere e soprattutto non voleva dar spettacolo, vista la folla che si era assiepata lì attorno per assistere a quella straziante scenata familiare. Nel viso portava i segni impressigli dal volere paterno e in cuor suo non sentiva di dover biasimare suo padre. Anche lui si rendeva conto della necessità di quelle botte. Suo padre, in fondo, aveva agito per il loro bene... Florian alla fine dovette cedere e non oppose più alcuna resistenza quando papà e mamma lo trascinarono di peso nella sgangherata Cinquecento, con la targa pericolante e appiccicata dietro con lo scotch. Al loro arrivo in Caserma furono accolti dall'appuntato Corelli, che fece loro cenno di seguirlo. Li condusse nell'ufficio del comandante in capo, dove papà Victor appose la sua firma quasi stenografata nel punto indicatogli con il dito dal comandante. Dopodiché l'appuntato, senza tanti preamboli, eseguì gli ordini del suo superiore e prese con forza la mano del piccolo, che accennò appena ad una mezza reazione, subito placata da un'occhiataccia del padre. Quei “carambolieri” – come li avevano ribattezzati al campo – non meritavano la soddisfazione di vederlo umiliato. Sicché, dopo l'iniziale reticenza, Florian distese i suoi lineamenti e con un sorrisino enigmatico si lasciò prendere l'impronta delle dita, senza far storie, con dignità. Nonostante il Governo italiano, capace di un simile barbaro provvedimento, avesse in quel modo tentato di strappargliela.
Do you remember Goebbels?
24.9.08
Mercoledì 24 Settembre – Vota Silvia, vota Silvia, vota Silvia!
di Silvia Del Beccaro22.9.08
Lunedì 22 Settembre – Sul Ministero della “pubblica distruzione”
Oggi vorrei parlarvi di una tragedia tutta italiana. Vorrei parlarvi della Scuola italiana. Immagino quello che starete pensando e me ne rattristo. Vi assicuro che non è mia intenzione sparare sulla croce rossa. Come sport non mi è mai piaciuto e, a dire il vero, non vi ho mai aderito. Ma come saprete bene, c’è sempre una prima volta per tutto nella vita. Navigando in rete negli ultimi giorni sono rimasto allibito nel vedere quanti post[1] sono stati sprecati sull’Istituzione più scalcinata che ci ritroviamo in Italia. Un’Istituzione che ha dovuto subire ad ogni cambio di Governo, una nuova invasione barbarica che deliberatamente l’ha saccheggiata privandola della sua anima profonda. Pur essendo politicamente schierato, in materia scolastica non mi faccio problemi a sputare veleno a destra e a manca – anche se più a destra che a manca, ad essere sincero.Ponete il caso di un pischello come me, che ha conseguito da poco una laurea specialistica in filosofia – materia che già di per sé non ti garantisce il “pane”, men che meno il “companatico” – e che vorrebbe imboccare la via “infernale” – a giudicare dagli eventi degli ultimi giorni – dell’insegnamento nei licei[2]. Tu pischello, incalzato dai tuoi genitori previdenti – che non ne potevano più di sponsorizzare i tuoi studi – e messo in allerta dalle notizie allarmanti che hai letto sui giornali – vedi alla voce SSIS[3] – ti decidi a fare una telefonata sconsolata agli alieni del Ministero. Alieni perché tu provi a chiamarli una, due, tre, quattro, cinque volte e niente. Dall’altra parte della cornetta il telefono squilla a vuoto. Al che tu, visibilmente incazzato, non ne puoi più, vorresti rinunciare ma poi chi li sente i tuoi sponsor… Allora provi e riprovi e… No, non è possibile: c’è vita su Marte! Una ragazza dalla voce umana, incredibile a dirsi, e pure simpatica – chi l’avrebbe mai detto all’interno del Ministero della “pubblica distruzione” – ti aggiorna sullo stato delle cose. Sarà pure simpatica ‘sta tipa, ma quello che ha da dirti ti affossa il morale sotto le suole delle scarpe. Ti senti ripetere un: “Sono spiacente, ma al momento non posso dirle con certezza se e quando la situazione si risolverà. L’unico consiglio che posso darle è controllare periodicamente il sito aggiornato – sì, ha detto proprio la fatidica parola, aggiornato – del nostro Ministero. Quando si saprà qualcosa di più preciso, vedrà che verrà inserito nel sito”. Tu, a questo punto, cerchi di farle compassione e tenti di sollecitarle i buoni sentimenti: tentativo riuscito! T’illudi che forse la simpatia è reciproca e allora lei ti fa: “Ascolti, prima di Aprile-Maggio prossimi la situazione non dovrebbe cambiare. Dovrà attendere quella data per chiedere di venire inserito nella graduatoria della Terza fascia – e che roba è, ti chiedi, ma sorvoli perché pendi dalle sue labbra e vuoi che continui –, in ogni caso potrà sempre tentare di far domanda diretta al singolo dirigente scolastico della singola scuola e non è detto che non le assegnino qualche supplenza”.
In sostanza, ti metti a disposizione dei presidi, confezioni il tuo bel C.V.[4] nella speranza di lasciarli a bocca aperta. E così fai, cominciando da quei presidi che conosci meglio, anche qui nella speranza – quante speranze per un mestiere già disperato in partenza – che siano più propensi degli altri a farsi impressionare dai tuoi titoli. Il più onesto di questi presidi, il tuo ex preside del liceo, ti dice chiaro e tondo: “Vedrò quello che potrò fare, ma non voglio illuderti. Questo Ministro non si sa bene che intenzioni abbia con voi giovani leve. La situazione è questa: le assunzioni sono bloccate più o meno dall’era della pietra, per quest’anno dovremmo ancora attenerci alle graduatorie del Ministero, poi pare, dall’aria che tira, che dall’anno prossimo ciascun Istituto potrà arruolare i propri docenti con un sistema davvero innovativo: a chiamata! Sai cosa significherebbe? Creare nei licei lo stesso e identico sistema clientelare dei Baronati universitari. Sono piuttosto preoccupato, non te lo nego. Se così fosse sarebbe la fine della trasparenza e l’inizio di una meritocrazia particolare, che più che alla bravura di un insegnante mira alle simpatie personali del preside. Bah…”.
Ora lasciamo perdere questo presunto pischello, trattandosi del sottoscritto. Il quesito che mi pongo è: cosa diamine balena in testa alla Ministra Gelmini, che da vera avvocatessa sono sicuro saprà far fronte ai dilemmi di un Ministero - che, in fin dei conti, c’entra con il suo precedente mestiere un po’ come i cavoli a merenda. Mi rimane il sospetto che dietro ai tagli da lei annunciati – oltre alle SSIS, si veda anche quella curiosa riproposizione del “maestro unico” alle elementari – ci sia lo zampino del commercialista più ricco e famoso d’Italia. E chi se non lui, il “nuovo” – anche se suona un po’ come un eufemismo – Ministro dell’economia: Giulio Trimon’ – come direbbero alcuni miei amici pugliesi.
Beh, Cuba ci è arrivata. Noi no. I cubani si procurano il loro approvvigionamento energetico, scambiando – coi loro alleati strategici – dottori e insegnanti per il petrolio. Noi in Italia, tutt’al più, potremmo scambiare veline e calciatori per avere qualche misero barile di “oro nero”… Un Paese che non fa nessun affidamento sulla Scuola e, di riflesso, sulla Cultura, è un Paese ridotto male ed è quasi “alla frutta”, in un certo senso. Ma come stupirci di tutto ciò, visto che il nostro sempiterno Presidente del Consiglio ha più volte dichiarato in pubblico che sono anni che non legge un libro. Lui che, in fondo, è solo il più grande “magnate” dell’industria editoriale italiana. Dettagli a parte, quel che conta è che mi candido a diventare uno scrittore in un Paese dove non si leggono libri, o dove quelli che leggono libri sono diventati una minoranza tale per cui sono pure meno dei Testimoni di Geova. E come se non bastasse, visto che - come mi ha detto il mio ex preside - non si può vivere di sola “gloria”, per di più s’è “letteraria”, mi accingo ad intraprendere una carriera come insegnante liceale talmente in salita da fare sembrare una passeggiata in lieve pendenza la scalata dell’Everest... Ma io, impavido – più di Mel Gibson nei panni dell’eroe scozzese William Wallace in Braveheart –, voglio crederci lo stesso poiché se una cosa ho appreso nella mia vita è che: se non credi in te stesso è vano sperare che ci creda qualcun altro…
21.9.08
Domenica 21 Settembre - Olimpiadi cinesi ed elezioni americane

Non so se la “Cina è più vicina” adesso, ma di certo è meno lontana... Cosa ci rimarrà della kermesse olimpica cinese? Forse gli otto ori dell'americano Micheal Phelps, per gli amici Fishman – dopo Batman e Superman consiglio a quelli della Marvel & Comics d'inventarsi anche un fumetto in onore di quest'uomo pesce discendente diretto degli Atlantidi –, che da soli eguagliano le medaglie auree della nostra pur valente Italia. Forse la stoccata decisiva con cui nel fioretto femminile individuale la nostra esperta Valentina Vezzali si è assicurata il suo ennesimo trionfo. Forse le carrellate di medaglie d'oro vinte dagli atleti bionici cinesi – e non ce ne voglia un altro atleta bionico tale Oscar Pistorius. O forse ci rimarrà lo stravagante balletto del giamaicano Usain Bolt, due ori e due rispettivi records del mondo intascati nei 100 e nei 200 metri piani (senza contare l'oro della staffetta maschile sempre nei 100), atleta dalle potenzialità infinite ribattezzato non a caso “il padre del vento”, dopo “il figlio del vento” Carl Lewis. Non so voi, ma a me queste Olimpiadi non sono dispiaciute.
Qualche settimana fa mi è capitato di leggere un trafiletto apparso sul settimanale “A” (di Anna) dove il direttore del Giornale Mario Giordano, cavalcando l'onda di proteste, ha letteralmente sparato a zero sugli scheletri nell'armadio della Cina – pena di morte, diritti umani violati, annichilimento della cultura tibetana, inquinamento globale, concorrenza economica sleale, eccetera. D'accordo con Lei, egregio direttore, tutte le cose dette sul conto della Cina vanno benissimo e rispecchiano, per la gran parte, il vero. Già da quando i telegiornali a reti unificate - diverse settimane prima dell'inizio dei Giochi - si arrovellavano sul dilemma amletico se far sfilare o meno la nostra delegazione olimpica nella cerimonia d'apertura, mi son sempre chiesto: “Ma che c'entra lo sport con 'sto benedetto Tibet?!”. I tibetani possono pure avere tutte le ragioni del mondo – come le hanno del resto, badate bene – ma una cosa è quello che può fare lo sport e ben altra invece quella che potrebbe – ma che poi non fa quasi mai – la politica. Perciò ho apprezzato con piacere le parole sensate del Presidente del nostro Comitato olimpico Giovanni Petrucci, che ha opportunamente ribadito il concetto e rinfrescato le idee ai più duri di orecchie. Lo sport, oltre ad essere palestra di vita ed usato sin dall'antichità per plasmare l'uomo totale – inestimabile a tal riguardo è il detto latino: mens sana in corpore sano –, non può spingersi oltre la sua sfera di competenza. È pressoché inutile, oltre che inutilmente rischioso, cedergli il testimone in affari ben più grandi, che coinvolgono delicati equilibri geopolitici internazionali. In una parola, lo sport non ha le carte in regola per occuparsi delle gravi questioni di politica estera. Protestare è un diritto-dovere di qualunque uomo o atleta che vuol così facendo dare un segnale inequivocabile. Ma complotti o boicottaggi per rovinare quella che dovrebbe essere la più grande festa sportiva mondiale, qual è un’Olimpiade – nell'antichità addirittura si fermavano le guerre fra gli Stati con il pretesto dei Giochi olimpici –, si sarebbe rivelata una colossale idiozia. Per fortuna alla fine ha prevalso il buon senso, malgrado i soliti “bastian contrari”. Come cantava Freddy Mercury: The show must go on... Tibet o non Tibet. E così è stato, infatti.

Coi Giochi olimpici di Pechino è oramai andata in archivio anche la nostra Estate, rovente come al solito. E a quanto si legge – un po' in tutte le colonne dei più noti quotidiani nazionali: ancor più “rovente” sarà il prossimo autunno. Il conto alla rovescia sta per partire. Il Governo ha in mente di varare parecchi decreti – c'è addirittura chi annuncia il ritorno della benamata Ici, vecchio “cavallo di battaglia” delle nostre celeberrime campagne elettorali. Nel frattempo si spera che l'Opposizione, dopo il varo dell'esperimento anglosassone del “Governo ombra”, non vari anche “l'Opposizione ombra”, perché più “ombra” di così verrebbe notte... Intanto nel più civilizzato e conservatore Paese del mondo, gli Stati Uniti, sta dilagando la “obamite”, malattia neuro-degenerativa che paralizza tutte le sinapsi “razziste” americane. L'ultima speranza dei Repubblicani è riposta nel senatore “osso duro” John McCain – il miglior salvagente possibile dopo i due mandati del cowboy texano “W” Bush. Per chi non ne conoscesse la storia: ex eroe di guerra pluridecorato, che nelle carceri di “ferro” – in tutti i sensi – del Viet“fottuto”Nam seppe resistere a torture sia fisiche che psicologiche ad opera dei vietcong. I sondaggi sembrano oscillare – come un pendolino impazzito – tra i due candidati. Ma se c'è un consiglio che noi italiani abbiamo sperimentato sulla nostra pelle e che possiamo dare ai nostri amici “a stelle e strisce” è proprio quello di non fidarsi troppo dei sondaggi. Chiunque sarà il vincitore speriamo sia migliore del suo disastroso predecessore... (Anche se: I support Barack Obama!)
20.9.08
Sabato 20 Settembre - Lady Trivella
La signora Sarah Palin, candidata alla Vicepresidenza nel Paese più potente del mondo, da vera irriducibile repubblicana ha le idee ben chiare su come non-risolvere lo stato d'inquinamento del Pianeta. Per sopperire alla crisi energetica – vista l'oramai stabile impennata dei prezzi del petrolio –, in qualità di Governatrice dell'Alaska la Palin si è resa disponibile a trivellare il territorio del proprio amato Stato – fiore all'occhiello oltre che paradiso faunistico degli Stati Uniti d'America – alla ricerca di chissà quale fantomatica Eldorado petrolifera... La ricetta della signora Palin appare chiara: aumentano i consumi? No problem! Ecco servita come portata speciale “'a trivella” – come direbbero a Napoli. Il nostro Pianeta sta per terminare le proprie risorse energetiche naturali? No problem! Lady Trivella Palin si è già infilata la tutina e il caschetto pronta a spremere come un limone il Pianeta da quel fottuto democratico qual è. Madre Natura è democratica, secondo la Palin, lo sapevate? Come se non bastasse la sua vena anti-ecologista, c'è pure dell'altro nella signora Palin. In una storica gaffe, rispondendo alla domanda di una giornalista sull'intervento militare della Russia in Georgia, lei si è detta subito pronta – in caso venisse eletta insieme a John McCain – a dichiarare guerra al nemico “rosso” (anche se di rosso gli ci sono rimaste solo le matrioske).
I venti repubblicani che spirano da oltreoceano non sembrano ben auguranti. Anche se si è trattato di una terribile gaffe – e chissà che non contenga una pur infinitesimale particella di verità...
Intanto gira voce che la crisi georgiana sia stata escogitata ad hoc per favorire un candidato – facile intuire quale – in vista delle prossime elezioni presidenziali americane. Fonti russe affermano di aver trovato all'interno di un commando delle forze speciali georgiane un passaporto molto “sospetto” di un cittadino americano... Magari si tratta del solito bluff, magari no. Quello che persino un neonato potrebbe capire è che se il candidato repubblicano venisse eletto il mondo intero correrebbe il rischio di ripiombare nell'incubo di una nuova, ancor più sottile e psicologica, “guerra fredda”. Scenari del genere mi fanno venire la pelle d'oca. Tanto è inutile, i membri del partito repubblicano – seppur della caratura morale di McCain, il cui eroismo è risaputo – hanno nel loro Dna il vizio di dar la “caccia alle streghe”. La parola “maccartismo”, come anche del resto la parola “armi di distruzione (o distrazione) di massa”, non vi dice niente? Intanto diverse organizzazioni razziste americane, che si rifanno al fantasma dello “Zio Adolfo”, sono sulle tracce – come i segugi dietro all'osso – del candidato democratico, nonché “speranza nera” di milioni di persone nel mondo, Barack Obama: la cui stoffa del Predicatore è impressa in tutti coloro che hanno avuto occasione di assistere alle sue performance oratorie. Nei suoi discorsi mi ricorda incredibilmente il tono gospel del reverendo Martin Luther King...
Alla resa dei conti, ci auguriamo che Obama scampi alla fine cruenta dei Kennedy e vinca le prossime elezioni, ricacciando al mittente l'ondata conservatrice spirante dai gelidi ghiacci dell'Alaska. Per quanto vogliamo fare i distaccati, noialtri europei, ho il timore che dovremmo ancora interessarci a lungo agli affari americani. Almeno finché i nostri Paesi europei non staccheranno le loro lingue appiccicose dal “culo” della super-potenza americana, da quei fini “Americadipendenti” quali sono.
Concludo questo mio primo giorno da blogger con una chicca di Einstein, che una volta interrogato sull'utilizzo di nuove armi in un'ipotetica Terza guerra mondiale rispose pressapoco che non sapeva con quali armi potesse essere combattuta questa guerra ma che – in caso fosse scoppiata – sapeva per certo con quali armi sarebbe stata combattuta la Quarta: con le clave di pietra!
P.S: La Storia è maestra-di-vita o maestra-di-niente? Io sostengo la prima ipotesi, anche se conservo seri dubbi sulla seconda, vista l'incredibile e sempre imprevedibile dose d'idiozia umana...
[1] Una malattia silenziosa e strisciante di nome “uomo”, che lentamente ma inesorabilmente lo sta soffocando, riducendolo ad una poltiglia di piogge acide, buchi dell'ozono, uragani, terremoti/maremoti, eccetera.