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4.1.09

"August Rush - La musica nel cuore" (2007)

di Marco Apolloni

L'esordiente regista irlandese Kirsten Sheridan, figlia d'arte – il padre Jim ha diretto, tanto per citare il suo miglior film, In the name of father (1993) –, con questa sua opera prima ci regala un riuscito film sentimental-musicale, ma non un musical vero e proprio. Il titolo originale della pellicola è August Rush, che italianizzato diventa La musica nel cuore. Essa si poggia tutta sulla superlativa interpretazione di cinque bravissimi attori, anzi sei. Freddie Highmore interpreta August Rush, il bambino prodigio della musica, che fugge nella Grande Mela per ritrovare i suoi genitori mai conosciuti. Keri Russell è Lyla Novacek, la madre nonché la bella violoncellista. Jonathan Rhys-Meyers indossa i panni di Chris Connelly, il padre nonché chitarrista-cantante d'indiscutibile valore. Terrence Howard si cimenta nel ruolo di Richard Jeffries, il coscienzioso assistente sociale, che permetterà la riunificazione di madre-padre-figlio. Infine, the last but not the least, Robin Williams, dopo La leggenda del re pescatore (1991), torna a ripopolare da vero istrione il sottobosco newyorkese cimentandosi nella parte di Wizard, l'antagonista che tenterà invano di guastare l'allegro quadretto familiare. Altra protagonista, seppur non in carne ed ossa, è la musica, nume tutelate di August. Musica intesa nella sua concezione più metafisica, come linguaggio trascendente che, quindi, trascende la materia stessa per ricondurci alla gloria dell'Altissimo e che è respiro cosmico. Come dice il piccolo August: “La musica è intorno a noi, non bisogna fare altro che ascoltarla…”.

Fra le chicche musicali, sparpagliate qua e là, va segnalata una versione acustica della suadente Moondance – ballads old style di Van Morrison, recentemente ripresa in versione swing da Micheal Bublé. Questa canzone funge da soundtrack dell'innamoramento tra Lyla e Chris, i quali sulle sue note si baciano e ardono di passione al lume di stelle, sopra i tetti di New York. Frutto della loro romantica notte d'amore è lo stesso August. A causa, però, del padre-padrone di Lyla, il bimbo appena nato viene messo in un orfanotrofio, dal quale lui solo a undici anni riuscirà a scappare, spiccando il volo sulle ali della sua musa ispiratrice. La sua abilità innata gli permette di sentire certe vibrazioni superiori e di trasformare ogni tipo di suono che lo circonda in musica dell'anima. Stupefacente, inoltre, è la sua subitanea capacità d'apprendimento e assimilazione. La prima volta che prende in mano una chitarra, senza conoscere un solo accordo, si cimenta in riff pazzeschi alla Eric Clapton. Idem con il pianoforte. Questo Mozart in erba si farà strada a suon di musica, in maniera del tutto casuale – la trama presenta tutti i connotati della fiaba, per ciò stesso risulta sospesa a metà tra finzione e realtà –, fino alla più prestigiosa Accademia musicale di New York. I suoi insegnanti sono talmente estasiati dal suo genuino talento da autodidatta, che gli propongono di suonare una sua rapsodia al consueto concerto di fine anno. Proprio in quest'occasione, dopo aver superato i rituali ostacoli propri di ciascun eroe in celluloide – che rispettano in pieno il già oliato meccanismo dell'intreccio narrativo –, August calamita a sé i suoi genitori.

Le sole note stonate del film sono: una scarsa caratterizzazione della fauna newyorkese e il finale non finito. Riguardo la prima stonatura ci si sarebbe dovuti soffermare maggiormente sulla marginalità degli orfani che abitano in un vecchio teatro abbandonato e son costretti a mendicare pochi spiccioli suonando qualche strumento al servizio di Wizard. In un flash momentaneo sembra d'assistere alla riproposizione post-moderna, ambientata nella metropoli che non dorme mai, della favola dickensiana Oliver Twist, seppur appena diversificata e riadattata ai giorni nostri. Circa la seconda stonatura la regista, per un eccessivo e ingiustificato timore di sembrare scontata, priva lo spettatore dello stucchevole, ma comunque gradito, abbraccio finale fra i tre protagonisti. In simili pellicole, del resto, è cosa buona e giusta mostrare piuttosto che lasciar immaginare il lieto fine. Checché ne dica certa critica prevenuta, la gente ha bisogno degli happy end. Ad essere sinceri, infatti, gli unici ad essere scontati – nel cinema come nella vita – sono i sadly end... 

2 commenti:

ariemma ha detto...

Tutte belle queste recensioni, come pure il sito. I miei complimenti!

Marco Apolloni ha detto...

Grazie, ricambio i tuoi complimenti per il tuo - ci ho dato un'occhiata veloce.
In bocca al lupo per la tua attività!

Marco