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4.4.06

I cavalieri che fecero l'impresa: a tu-per-tu con Pupi Avati

Recensione-intervista di Silvia Del Beccaro


Cinque ragazzi. Le cinque dita di una mano. Cinque vite che si intrecciano casualmente, accomunate da un unico segreto: il desiderio di recuperare il Santo Lino, nascosto a Tebe in Grecia da alcuni traditori del Re di Francia che lo venerano in forma eretica. Solo loro cinque lo possono ritrovare; solo loro possono portare a compimento questa Impresa. Perché loro sono i Prescelti. È l’inizio di una nuova avventura, ambientata nel 1271, che condurrà questi cavalieri alla nascita di un’amicizia affettuosa e, poi, ad un tragico, eroico destino. In occasione di una passata proiezione, Pupi Avati (regista, produttore, sceneggiatore della pellicola) ha raccontato come è nata l'idea di realizzare “I cavalieri che fecero l’impresa”.
«Certo del fatto che questo film non sarebbe mai stato prodotto, decisi di scrivere il romanzo (n.d.r che poi venne pubblicato dalla Mondadori), perché almeno attraverso la scrittura qualcosa della mia idea sarebbe arrivato. Il fatto di essere appagato a livello editoriale fece sì che io incominciassi a crederci. Così il romanzo è diventato film. Un film d’avventura, tecnicamente anche molto difficile. Non è stato facile lavorare con cavalli, cascatori, spade, specialmente nelle scene di battaglia. “I cavalieri che fecero l’impresa” è stata sicuramente la realizzazione più difficile della mia vita, la più faticosa ma anche la più ambiziosa».
In che modo ha aiutato gli attori a dare il meglio di sé, per calarsi nella parte?
Ho suggerito loro di immaginare di essere le cinque dita di una mano. Ogni dito ha una sua funzione, ma è la mano nella totalità che conta. E così dovevano essere loro: solidali e umili, sia nei riguardi dell’impresa sia del film. Inoltre bisogna amare molto gli attori, dimostrare loro affetto, come mi disse una volta De Sica. Solo così potranno dare il meglio di loro stessi.
Ha da raccontarci qualche aneddoto particolare sui protagonisti del film?
Gli attori si sono talmente calati nella parte che alla fine, anche fuori dal set, si chiamavano con i nomi dei personaggi da loro interpretati. Erano diventati molto affiatati. Addirittura, quando un giorno ho cacciato dal set uno degli attori di cui non faccio il nome, gli altri sono venuti a chiedermi di farlo ritornare. Io comunque lo avrei richiamato subito, perché sono uno che fa le cose ma poi si pente subito. È stato bello però vedere quanto erano diventati uniti. Ma la cosa più divertente sta nel fatto che dopo le riprese, nonostante l'affiatamento, ognuno è tornato al proprio paese e nessuno si è più visto né sentito con gli altri, se non due mesi dopo in occasione del doppiaggio.
Cosa deve avere, secondo Lei, un attore straordinario?
Deve avere un’esperienza di vita molto forte, che passa attraverso la sofferenza. Dietro di sé deve avere una vita complicata. L’attore straordinario non ha frequentato solo scuole di teatro, ma piuttosto ha imparato dalla sofferenza, sua o della famiglia, che ha prodotto in lui fragilità, allegria, pianto. E tutto questo trasparare attraverso lo sguardo, che è la cosa più importante per un attore. Tanto per citare un grande del cinema italiano: Carlo Delle Piane.
Con quale attore, tra quelli che hanno recitato nei Suoi numerosi film, vorrebbe lavorare nuovamente e con chi invece vorrebbe iniziare una nuova collaborazione?
Devo dire che con quasi tutti gli attori che hanno lavorato con me, ho avuto un bel rapporto. Non sapreisceglierne uno in particolare. Un attore col quale avrei voluto lavorare era Alberto Sordi. Ho detto la stessa cosa di Mastroianni, ma sfortunatamente, quando sono riuscito ad avere in mano il copione giusto, purtroppo è scomparso.
Tra tutti i film che ha diretto, invece, ce n'è uno in particolare che non Le è piaciuto molto o del quale vorrebbe addirittura distruggere la pellicola?
Io sono un po’ equidistante da tutto quello che ho fatto, perché assomiglia in modo preoccupante a quello che sono stato io; quindi, tutti i film che ho girato mi rammentano la persona che ero, con tutti i miei difetti, i prezzi pagati, le mode di quel momento. Diciamo che mi definisco un misto di tenerezza e di giudizio severo, di distacco ma anche di crescita. Per questo motivo potrei scegliere di rifare tutti i miei film - e questo comporterebbe la grande opportunità di ritornare ragazzo - oppure lasciarli intatti. Chissà... Un giorno vedremo!

5 commenti:

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Anonimo ha detto...

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Anonimo ha detto...

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Fenice_82 ha detto...

Grazie a te per il complimento... Visitaci spesso!