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19.8.08

Un viaggio a Paris...

di Marco Apolloni

Dici Parigi e ti vengono in mente un sacco di cose. La città più romantica del mondo - prima o dopo la nostra Venezia? -, la ville lumière, la Tour Eiffel, Montmartre, gli Champs-Élysées, Montparnasse, il Louvre, Notre-Dame e potrei andare avanti fino a domattina. E invece - mentre davanti a me si srotolavano i chilometri di asfalto che separano l'aeroporto Charles De Gaulle dal mio albergo di Boulogne - il primo dettaglio saltatomi agli occhi, a parte i conigli selvatici di cui sono invasi i boschi parigini, sono state le mobilie abbandonate sotto i ponti. Queste formavano delle specie di scalcinati appartamenti all'addiaccio, indubbiamente poco confortevoli, abitati dai clochards. Ovvero: creature in carne ed ossa del sottosuolo parigino, che di giorno si mimetizzano fra la massa indistinta dei passanti e di notte trovano ristoro in simili rifugi improvvisati - ma se non altro arredati con gusto. La cosa curiosa è che sotto questi ponti si può trovare di tutto: biciclette appese all'ingiù che fungono da lampadari astratti, lavatrici abbandonate - o perlomeno quel che ne rimane, visto che assomigliano più a degli "scheletri" di lavatrici - e materassi sbudellati con le piume che fuoriescono da tutte le parti. Il primo paragone che mi viene in mente è il film La leggenda del Re pescatore (1991), dove uno squinternato Robin Williams interpreta il ruolo di un homeless ex professore di storia medievale, uscito di senno dopo la morte violenta della sua fidanzata. Questo Lancillotto dei nostri giorni affronta la giungla metropolitana newyorkese come fosse un mondo fatato, mettendo in atto una goffa ricerca del Santo Graal, che prevede anche la sconfitta di un drago cattivo - rappresentante i suoi incubi ricorrenti...
Spinto dalla curiosità chiesi spiegazioni al mio autista franco-algerino, che non fece altro che confermarmi l'idea che mi ero già fatto su quelle abitazioni per senza tetto. Prima di avere il tempo di ritornarmene a sedere, questo simpatico "Caronte" non rinunciò a lanciarmi una frecciatina, facendo un accenno alle immagini televisive sull'immondizia di Napoli - che apparivano indelebili su tutti i telegiornali francesi, dando un'immagine neanche troppo inverosimile dell'Italia ridotta ad un cumulo di rifiuti tossici. Al che io scossi la testa sconsolato, punto sul vivo nel mio orgoglio italico. Nel prosieguo del mio soggiorno parigino mi è capitato anche di assistere alla raccolta "poco differenziata" di monetine nella fontana del Louvre - dove i turisti esausti si sedevano per trovare un po' di sollievo e frescura. Il protagonista di quest'impresa era un francese forse alcolista forse tossicodipendente ma di sicuro ben organizzato, scalzo e con i pantaloni tirati in su. Con l'abilità consumata di un cercatore di pepite d'oro e le movenze collaudate di un automa, tuffava le sue dita nella pozzanghera d'acqua in cerca di qualche monetina, scartando con stizza tutte quelle da 1, 2 o 5 centesimi. Solo in qualche rara occasione riusciva ad estrarre qualche pezzo da 1 euro e, con gesto furtivo, lo riponeva nelle tasche. Come un cane attaccato al suo osso, lui era attaccato a quei pochi spiccioli che gli permettevano a malapena di sopravvivere. Clochards a parte, Parigi mi ha comunque offerto tantissimi altri spunti. Ad essere sincero, quel che più mi rimarrà dentro della capitale francese, al di là dei pinnacoli gotici di Notre-Dame, dei trecento e passa scalini per raggiungere la guglia del Sacré-Coeur o della vista mozzafiato che si gode in cima alla Tour Eiffel, saranno i ponti parigini. Scherzando ho sempre detto che con la mia laurea in filosofia, che so benissimo non essermi granché utile, sarei finito prima o poi sotto i ponti o Under the bridge - come cantano i Rhcp. Morale: finita questa laurea, ho deciso di prenderne un'altra, magari in Ingegneria. Così facendo, almeno, potrò evitarmi lo sgradevole inconveniente di diventare anch'io un inquilino dei ponti...

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