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14.3.06

“Teologia della liberazione” di Gustavo Gutierrez

di Marco Apolloni

Gutierrez è un marxista? Forse, se consideriamo la sua “teologia della storia” come qualcosa che cerca di trasformare la società. Ma, in effetti, questa ipotesi non regge completamente. Gutierrez ha un differente approccio, più spiccatamente idealista, rispetto alla ben più realista filosofia marxiana.
Tuttavia, preferiamo non esprimerci subito su questi due diversi aspetti e intendiamo pertanto procedere per gradi, elaborando entrambe le ipotesi…

Prima ipotesi: Gutierrez è un marxista?

Gutierrez scrive:

Questo libro è un tentativo di riflessione, basata sul vangelo e sulle esperienze di uomini e donne impegnati nel processo di liberazione della terra, oppressa e sfruttata, dell’America Latina. È una riflessione teologica, nata dall’esperienza di sforzi comuni per abolire l’ingiusta situazione corrente e per costruire una società diversa, più libera e più umana.

Per comprendere meglio quanto appena affermato da Gutierrez, occorre analizzare un aspetto nascosto della Chiesa latino-americana, ovvero la sua corruzione e la povertà intrinseca, esaminando anche lo sporco e oscuro potere dei suoi governi nazionali.
La situazione di povertà nell’America Latina è veramente drammatica. Lo schema che segue mostra con chiarezza il livello di disuguaglianza che vige nella suddetta società: élite 5%; ceto medio 10%; ceto povero 85 %. A fronte di questi dati, risulta chiaro ammettere che, prima di una totale trasformazione della società, la popolazione latino-americana necessita più che altro di una trasformazione radicale della sua chiesa, corrotta.
Al riguardo, la cinematografia internazionale offre un bellissimo film diretto dal regista brasiliano Walter Salles e intitolato “I diari della motocicletta”. La pellicola racconta la vera storia del noto rivoluzionario argentino, Ernesto “Che” Guevara, prima che diventasse l’uomo-simbolo della rivoluzione cubana condotta da Fidel Castro. Nello specifico, la suddetta opera cinematografica è estremamente interessante perché narra il viaggio mistico del “Che” attraverso l’America Latina, in cui egli vide il grado di eccezionale povertà in cui versava tale popolazione. Ma più di tutto, intravide la fiamma lucente della rivoluzione ardere dentro le pupille scintillanti di questa gente. Non a caso, l’esclamazione finale che Ernesto rivolge ad Alberto Granado, suo fedele amico nonché compagno di quel memorabile viaggio avventuroso, fu: «C’è troppa ingiustizia a questo mondo».
A tal proposito, si può riprendere la seguente osservazione di Gutierrez:

In un continente come l’America Latina non si ha a che fare con dei non-credenti, bensì con delle non-persone. […] Perciò la questione non sarà come parlare di Dio in un mondo adulto, bensì come annunciarlo, in quanto Padre, in un mondo non-umano.

Un’altra tesi indiretta, che ci porta a definire Gutierrez un marxista, è legata al fatto che nel pensiero moderno non possiamo parlare di una dottrina specifica senza tenere conto del fenomeno culturale marxista.
Già altri pensatori, infatti, su tutti lo spiritualista Henri Bergson (teorico della “evoluzione creatrice”), possono venire collocati in quest’orbita marxista. Non a caso il grande pensatore italiano Antonio Gramsci concepì l’evoluzione creatrice bergsoniana come qualcosa di inscindibile dall’anello storico mancante del marxismo.
Esiste anche un illuminante poema, nel quale l’anima viene unita alla materia. Stiamo parlando di “Foglie d’Erba”, scritto dal famoso autore americano Walt Whitman, influenzato dalla lettura delle Sacre Scritture:

Farò i poemi della materia, poiché credo che siano i più spirituali poemi, e farò i poemi del mio corpo e della mortalità, poiché credo che così otterrò i poemi dell’immortalità e dell’anima.

Di conseguenza, se per Whitman è possibile unire questi due estremi opposti, perchè considerarlo inammissibile nel caso di Gutierrez? Il teologo peruviano, infatti, traspone il messaggio evangelico nella quotidiana situazione di oppressione dei popoli latino-americani. Quindi le sue argomentazioni riescono nel difficile intento – troppo spesso mancato dalla Chiesa ufficiale romana – di portare esempi concreti per combattere la povertà dilagante nello sfruttato continente sudamericano.

Come già espresso, la nostra intenzione è quella di indagare le invisibili connessioni fra la Moderna Teologia e il Marxismo, perché ciascuno è basilare per la sussistenza dell’altro. Infatti, mentre la prima intende studiare e possibilmente capire lo spirito assoluto, la seconda invece cerca di approfondire la materia assoluta. Questa è la loro principale ed essenziale distinzione.
Per usare le stesse parole di Gutierrez:

La teologia contemporanea in effetti si trova nel confronto diretto e fruttuoso con il marxismo e ciò è in larga misura dovuto all’influenza marxiana, secondo la quale il pensiero teologico, che cerca le proprie fonti, ha cominciato a riflettere sul significato della trasformazione di questo mondo e dell’azione umana nella storia.

Se leggiamo con attenzione il pensiero sopra citato, possiamo riconoscere che Gutierrez per molti aspetti viaggia sulla stessa lunghezza d’onda della weltanschuung marxista.
In un mondo moderno dove molti valori sono stati dimenticati, dunque, la metafora più appropriata corrisponde all’immagine evocata dal poeta Thomas Sterns Eliot nel suo capolavoro “La terra desolata”, che descrive un mondo privato dell’essenziale senso del sacro e in cui ogni cosa sembra ammessa.
In quest’opera vengono riscoperti molti preziosi valori religiosi che, anche per un ateo pensatore umanista, possono rappresentare un elemento indiscutibilmente prezioso. Parliamo anche di non-credenti perché pensiamo che chiunque creda, se non in Dio, almeno in una vita religiosa. Del resto, che cos’è la vita se non un misterioso dono, datoci dall’invisibile potere che governa le nostre esistenze, quale il Fato per gli antichi Greci o Dio per la teologia cristiana? A differenza delle filosofie neo-positiviste, noi crediamo nel progresso scientifico, indispensabile per uno corretto sviluppo del genere umano; ma non crediamo altresì in una scienza senza etica, necessaria per vivere in pienezza e in tranquillità le nostre responsabilità, in quanto uomini. Per questo motivo è importante credere in un’etica, cristiana o marxista che sia, per avere comunque qualche fondamento spirituale che guidi le nostre esistenze. Per quel che può valere, noi crediamo che un certo materialismo sia niente meno che uno spiritualismo sotterraneo. Ne è un esempio il sopra citato Walt Whitman.

Per capire meglio, ora, i collegamenti esistenti fra la filosofia di Marx e la teologia di Gutierrez, occorre però indagare anche il concetto marxiano di “escatologia”, che prevede una visione finalistica della storia, derivante dagli sviluppi della lotta di classe. È possibile paragonare infatti la redenzione cristiana del genere umano, nella storia, al sopra citato concetto escatologico.
Secondo la concezione messianica benjaminiana, vi è un Messia che infrange il continuum della storia, oltrepassando così le barriere dell’eterno ritorno dell’uguale nietzschiano ma prima di tutto cristiano. Basti pensare all’anomala filosofia di Basilide d’Alessandria, pensatore gnostico sconosciuto ai più. Il Messia, secondo la visione di Benjamin, è la figura catalizzatrice della lotta di classe; infatti, è proprio colui il quale permetterà l’insperata redenzione degli oppressi sugli oppressori. Le rivoluzioni per questo sono il “balzo di tigre” nonché il “freno d’emergenza” azionato per arrestare il cammino verso lo sfacelo della locomotiva umana. L’attimo in cui viene infranto il continuum della storia corrisponde al momento di avveramento della prassi marxiana, che da mera teoria si tramuta in pura azione.
Crediamo, quindi, che sia necessario costruire daccapo le fondamenta dell’intero apparato sociale, a fronte di un fattore basilare: se sei povero, assetato e affamato, puoi rubare e uccidere soltanto per un pezzo di pane o di carne. Infatti la povertà, in un certo senso, implica necessariamente la criminalità, e viceversa.
Sempre in merito al concetto di prassi, per dirlo con Gramsci, non conta tanto la sua definizione quanto il suo processo. Per capirci meglio, occorre comprendere il complesso e reversibile meccanismo della storia umana. Infatti, non dimentichiamoci che Marx è stato il degno continuatore del pensiero di Hegel ed ha ereditato da lui alcune importanti idee, tra cui il ruolo della storia sull’agire umano.
Lo storicismo hegeliano, però, con lui è diventato materialismo storico: in questo Marx fu ispirato dall’altro suo maestro, Feuerbach, autore controverso de “L’essenza del Cristianesimo”, un libro che mise a nudo un certo cristianesimo snaturato.
Nell’articolo “Per la critica della filosofia del diritto di Hegel”, Marx sostiene:

L’uomo crea la religione, non la religione l’uomo.

Qui e in altri scritti lui si distacca dalle tenui argomentazioni contro la religione cristiana adoperate da Feuerbach, accusato di non aver risolto la questione religiosa e – addirittura – di aver fatto sfociare la sua filosofia nella religione stessa. Il materialismo di Feuerbach viene amplificato all’ennesima potenza da Marx, la cui filosofia si propone di cambiare la società, con la discesa in campo dei filosofi nelle questioni concrete riguardanti il genere umano.
A conferma di quanto appena detto, nell’Undicesima Tesi su Feuerbach, Marx recita: «I filosofi hanno soltanto provato a capire il mondo; ora, però, occorre cambiarlo». Attraverso un messaggio “subliminale”, l’autore vuole comunicarci che è giunto il tempo dei cambiamenti: un tempo in cui tutto può diventare possibile; un tempo in cui i filosofi devono prendere parte al gioco e non solo osservarlo impassibili, magari cercando anche di lottare per raggiungere la vittoria.
Ritornando alla visione messianica, esiste l’ulteriore rischio di incorrere in terribili episodi sanguinari, quale fu il nazismo hitleriano che causò l’immane sciagura dell’Olocausto, in cui morirono milioni di persone: non solo ebrei, ma anche altre minoranze, come zingari, oppositori politici, handicappati e omosessuali.

Fra la concezione marxista della storia e quella esposta da Gutierrez esistono altri evidenti parallelismi, come in questo caso:

Riflettere (teologicamente) sulle basi della prassi storica della liberazione […] significa riflettere guardando all’azione che trasforma il presente. Ma non significa fare questo da una poltrona; piuttosto significa ricercare le radici in cui pulsa il battito della storia e illuminare la storia con le parole del Signore della Storia, che irreversibilmente è impegnato per condurre l’umanità verso il proprio adempimento.

E di nuovo Gutierrez:

Il Peccato compare, quindi, come l’alienazione fondamentale, la radice della situazione dell’ingiustizia e dello sfruttamento.

Il “peccato” è un impedimento per ottenere la vita eterna. Ma che cos’è esattamente la vita presente, se non un tipo di qualificazione ulteriore per la vita futura?
La Salvezza comincia proprio con la Creazione – sinonimo curioso con cui Gutierrez chiama la prassi marxiana –, ovvero la ri-costruzione di un mondo nuovo e possibilmente migliore. Ciò giustifica il collegamento intrinseco che esiste per Gutierrez fra il concetto di Salvezza e quello di Creazione, o meglio di Ri-Creazione; ma per ri-creare qualcosa occorre un’azione immediata, che attui il concetto cruciale di prassi.
A tal proposito, Gutierrez sostiene:

La salvezza non è qualcosa di sopramondano, rispetto a cui la vita attuale è soltanto una prova. La salvezza – la comunione degli esseri umani con Dio e con se stessi – è qualcosa che abbraccia tutta la realtà umana, la trasforma e la conduce alla relativa pienezza in Cristo.

La cosiddetta “teologia dell’evento” – o degli “atti della liberazione” – di Gutierrez è basata su questi due fondamentali presupposti teologici: il primo consiste nella singola vocazione alla Salvezza, secondo cui tutta la vita umana ha dei valori religiosi; il secondo consiste nella Salvezza stessa, che incorre direttamente nella Storia.
La priorità della prassi è un’idea cruciale nella filosofia di Marx così come nella teologia di Gutierrez. In questo senso l’irruzione dei poveri nella storia, predetta in tempi non sospetti dal filosofo tedesco, è stata una sorta di teologia dei “segni dei tempi” – così definita da Giovani XXIII e dal Consiglio Vaticano II –, significante la richiesta indispensabile della gente per soddisfare i propri bisogni basilari. La prassi della liberazione per Gutierrez significa: scuole, acqua pulita, sindacati, riforme agrarie, eccetera… Poiché, infatti, la trasformazione radicale della società implica che dobbiamo concretizzare le nostre vite a immagine e somiglianza dei nostri sogni.
Infatti, come disse il poeta beat Delmore Schwartz: «Nei sogni cominciano le responsabilità». Se combattiamo uniti per i nostri sogni, forse abbiamo qualche possibilità di creare e, allo stesso tempo, di salvare il nostro oppresso mondo, troppo spesso sottovalutato e trascurato.
Esiste anche un fantastico libro del filosofo tedesco Hans Jonas, intitolato “Il principio della responsabilità”, che tratta questo delicato argomento ed è un ottimo spunto per l’acquisizione della coscienza individuale, fondamentale per la vita quotidiana del singolo.
In merito alla liberazione, poi, Gutierrez afferma:

[…] La liberazione umana e lo sviluppo del regno sono entrambi orientati verso la completa comunione degli esseri umani, con Dio e con se stessi. Essi hanno lo stesso obiettivo, ma non seguono strade parallele e neppure convergenti. Lo sviluppo del regno è un processo che si presenta storicamente nella liberazione, nella misura in cui liberazione significa un adempimento umano più grande. Inoltre, possiamo dire che l’evento storico e politico della liberazione segna lo sviluppo del regno, non di tutta la salvezza.

Non sappiamo se nel suo lavoro Gutierrez sia colpevole o meno di far confluire il Regno di Dio in quello dell’azione umana. Ma la vera questione è riuscire a capire se la lotta per questo mondo prepari o no il terreno per il superiore messianico avvento del Regno dei Cieli. Teologicamente è giusto combattere: prima per guadagnarsi un posto nel mondo, poi per conquistare la propria salvezza celeste. In questo senso, se la teologia e la filosofia cominciassero a combattere unite per rendere migliore questo mondo, ciò sarebbe un buon segno per l’intero genere umano. O se non altro, esse potrebbero collaborare alla costruzione della “società perfetta” marxiana: più giusta, equanime e dignitosa per tutte le persone.
Perciò pensiamo che non sia così importante se alcuni pensatori marxisti, diversamente dalla teologia, non credono in un altro mondo metafisico. Purché però, nel frattempo, essi combattano tenacemente per questo mondo fisico, contro le differenze e contro le ingiustizie sociali. Ma la cosa più importante è che questi pensatori siano convinti delle infinite possibilità di miglioramento della propria perfettibile società.
Redenzione o lotta di classe: dunque, qual è la differenza? Noi non riusciamo a intravedere alcuna discrepanza effettiva, poiché infatti i loro scopi sono pressoché identici.

Seconda ipotesi: Gutierrez non è un marxista?

È impensabile non tener conto del fatto che Marx è essenzialmente un pensatore ateo, realista. Di conseguenza, nella sua visione, la natura divina è assolutamente assente, poiché per lui la dottrina religiosa si fonda tutta nella natura umana: per questo motivo, quando parliamo di dottrina marxista potremmo benissimo definirla una sorta di nuovo umanesimo.
In una famosa affermazione, Karl Barth dichiara: «L’uomo è la misura di tutte le cose, dacché Dio si è fatto uomo». Secondo la filosofia marxiana ciò è del tutto insussistente, perché la resurrezione di Gesù Cristo non è un processo che può essere storicamente dimostrato.
Credere o non credere a Cristo come un’entità ultraterrena è solamente “un atto di fede”. Infatti chi era Gesù se non un profeta, un uomo, con grandi ideali e un combattente per la nobile causa dell’umanità, morto per questo sulla croce?
A differenza del realismo marxiano, Gutierrez invece difende la sua posizione ecclesiastica e crede fermamente in Cristo in quanto divinità.

Oltre a ciò, esiste un secondo motivo per definire Gutierrez un pensatore non-marxista.
Ne “L’ideologia tedesca”, Marx scrive:

Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza.

Non crediamo che Gutierrez possa acconsentire completamente a tale presupposto: ovvero, che il cervello sia il vero luogo in cui risiede l’anima e che entrambi, allora, corrispondano allo stesso materiale organico umano. Per il teologo, infatti, la vita partecipa al rafforzamento della coscienza.
Quanto affermiamo è abbastanza intuitivo, leggendo il seguente passaggio tratto da “Teologia della liberazione”:

La liberazione dell’Egitto, collegata e coincidente con la creazione, aggiunge un elemento di importanza capitale: il bisogno ed il posto di partecipazione attiva umana nella costruzione della società assume il suo destino nella storia, e così il genere umano forgia se stesso.

In seguito, il teologo peruviano si sofferma sul fatto che l’uomo non è solo ma è compartecipe della natura divina nella sua propria creazione. Diversamente per Marx, l’uomo è il solo e unico artefice di se stesso.
Oltre a ciò, però, c’è un altro motivo che ci impedisce di definire Gutierrez un “marxista ortodosso”. L’idealismo di un teologo, qual è lui, è lontano anni luce dal realismo pragmatico della filosofia di Marx, il quale si è più volte espresso con toni sprezzanti sull’idealismo.
Perciò, a ben guardare, se consideriamo questa loro indiscutibile diversità di fondo, non potremmo definire Gutierrez un marxista. Tuttavia la forte portata innovatrice della sua “teologia della liberazione” – tralasciando alcuni dettagli meramente dottrinari – è indubbiamente influenzata dal pensiero di Marx e ripropone infatti, seppur in chiave teologica, delle importanti acquisizioni filosofiche marxiane. Perciò, ammettendo il paragone tra un’idealista-teologo e un realista-filosofo, allora sì potremmo dire che Gutierrez sia il massimo paladino di una certa, per così dire, “teologia marxista”…


(Questo scritto è stato originariamente compilato in lingua inglese, dunque, qui si è voluto opportunamente evitare d’infarcire il testo, con inesatte indicazioni bibliografiche e altrettanto inesatti riferimenti a piè pagina).

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