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10.1.08

"Il Gladiatore", scontri corpo-a-corpo nelle arene

di Silvia Del Beccaro

Nel mondo antico dopo una battaglia si era soliti sacrificare i prigionieri di guerra in onore dei comandanti uccisi. Era anche abitudine sacrificare gli schiavi ai funerali di persone di rango. Ma a quei tempi questi venivano forniti di armi e spinti a difendersi, uccidendo gli uomini ai quali era stato ordinato di uccidere loro. Dall’evoluzione di questo sacrificio brutale sorse gradualmente il fenomeno dei combattimenti tra gladiatori, coi quali la morte divenne divertimento di massa. Dapprima le contese furono disputate accanto alla pira funeraria o nei pressi di un sepolcro, ma con il passare del tempo – poiché l’interesse per il combattimento si stava distaccando dal suo contesto esplicitamente religioso – le lotte si spostarono prima nel Foro, poi nel Circo e infine negli anfiteatri. Fecero la loro comparsa gli allenatori di schiavi, mentre alcuni aristocratici e uomini politici cominciarono a mantenere intere compagnie di gladiatori. Gli scontri imminenti erano organizzati e pubblicizzati a gran voce e gli spettacoli, della durata di tre giorni, crebbero in numero e popolarità. I gladiatori provenivano da tutte le province dell’impero romano1. Inizialmente si trattava di avversari sconfitti nelle guerre di conquista dei Romani, che si erano rifiutati di riconoscere la loro autorità e con questo atteggiamento avevano perso il posto nella società. I prigionieri venivano perlopiù venduti come schiavi, giustiziati o costretti a uccidersi l’un l’altro, mentre un numero ristretto veniva indirizzato alla scuola gladiatoria per essere addestrato ai combattimenti nell’arena2. Spesso erano criminali condannati, che speravano di prolungare la propria vita o di conquistarsi la libertà – nel caso in cui fossero divenuti dei campioni. A volte invece diventavano gladiatori anche uomini liberi, che però avevano perso tutto.
Questo è il caso di Massimo Decimo Meridio3, protagonista del film epico Il Gladiatore diretto da Ridley Scott e interpretato dall’attore australiano Russell Crowe – perfetto nella parte. La storia del generale che diventò schiavo, lo schiavo che diventò gladiatore, il gladiatore che sfidò l’imperatore.

«Il mio nome è Massimo Decimo Meridio, comandante delle armate del Nord, generale delle Legioni Felix, Leale servo del vero imperatore Marco Aurelio, padre di un figlio ucciso, marito di una moglie uccisa, ed avrò la mia vendetta in questa vita o nell’altra.»4


Chi veniva condannato a entrare in una scuola di gladiatori diventava così membro di una “famiglia”. Egli sapeva che in tal modo avrebbe subordinato la sua persona al prestigio della scuola e che avrebbe dovuto abbandonare ogni desiderio di privacy5. La recluta, infatti, entrava in un mondo completamente diverso, regolato non dai criteri e dalle norme della società civile, ma dalle leggi della caserma. Questo percorso formativo ricorda molto l’aghōghē spartana, anche se i gladiatori – una volta terminato l’addestramento per l’obiettivo finale – sarebbero dovuti entrare nelle arene e, sotto gli occhi del pubblico, riprodurre ciò che gli stessi romani avevano fatto ovunque nel mondo: combattere all’ultimo sangue6. Secondo quanto scrisse Petronio, i gladiatori prestavano un giuramento, che recitava: «Giuriamo, secondo la formula detta da Eumolpo, di sopportare la morte per fuoco, catene, frusta e spada; così come di eseguire ogni altro suo comando; da veri gladiatori ci sottomettiamo anima e corpo al nostro padrone». Agli occhi di molti quei rozzi combattenti apparivano spaventosi: condannati per cui non esisteva più alcuna salvezza, schiavi senza dignità. Ma perfino coloro che definivano i gladiatori come esseri spregevoli non poterono non riconoscere che il loro comportamento nell’arena fosse più che dignitoso. I gladiatori si battevano tenacemente. Per loro era arrivato il momento di mettere in pratica quanto appreso durante il lungo addestramento: alternare attacco e difesa, fare finte, parare e schivare i colpi, concentrarsi sui punti vulnerabili dell’avversario, colpire a sorpresa7. Cambiarono i tempi ma non cambiò il coraggio dunque. Perché se gli spartani venivano addestrati a morire con dignità, lo stesso principio valeva per i gladiatori – questa rimarrà una costante anche nei secoli a venire.

«Alla fine noi siamo tutti uomini morti, purtroppo non possiamo scegliere quando ma… possiamo decidere come incontrare la fine, in modo da essere ricordati come uomini.»8


In quanto a coraggio Massimo Decimo Meridio ricorda molto William Wallace9, il prode condottiero scozzese col kilt di Braveheart, interpretato da uno smagliante Mel Gibson. Anche se dal punto di vista cinematografico Il Gadiatore offre un non so che in più di sentimentale, di adrenalinico, di esaltante che lo pone sopra ogni altra pellicola appartenente a questo genere: un misto fra historical e action movie. Più d’azione che storico, in effetti, vista la mole di errori “storici” operati dal regista e dalla sua troupe e data altresì la verosimiglianza delle scene di scontri. Il Gladiatore non ruota solo intorno ad una grande figura del passato – che ricorda molto il coraggioso Spartaco – bensì racconta di mondi appartenenti a un’altra era, utilizzando un tono decisamente romanzato. Il film infatti intende mostrare una caratteristica in particolare: l’eroismo di colui che morì da giusto per difendere i suoi ideali, anche se sarebbe meglio dire il suo ideale: Roma. Roma antica. Roma impero. Roma caput mundi. Roma condottiera. Roma vittoriosa. Roma giusta. Questo lato della città, sì moralesco, emerge tuttavia solamente alla fine della pellicola. Nei minuti che precedono la rivelazione finale, infatti, il regista preferisce mostrare il vero volto di Roma: non condottiero bensì corrotto; non filosofico bensì cruento; non “giusta imperatrice” bensì “scacchiera dei giochi di potere”.
Per ciò che concerne il lato più pratico e combattivo de Il Gladiatore, invece, si potrebbero rielaborare diversi parallelismi con 300 di Zack Snyder, mettendone a confronto inquadrature e sceneggiature. Primo fra tutti il costante richiamo all’Ade. Il legionario comandante in carica Massimo Decimo Meridio più volte, nelle sue incitazioni alla battaglia, rimarca nella mente dei suoi uomini l’idea degli Inferi rilasciando affermazioni come: «Al mio via, scatenate l’inferno» o ancora «Ciò che facciamo in vita riecheggia nell’eternità». Frasi, queste, che inneggiano a forza e onore, due caratteristiche che a Sparta regnavano sovrane. Non è un caso dunque se anche in 300 re Leonida, ben conscio della loro imminente ma coraggiosa disfatta10, ricorda ai suoi uomini di fare un’abbondante colazione perché «stasera ceneremo nell’Ade». Quest’idea della morte associata al valore umano e ad un eventuale sacrificio in nome della propria patria11 appare dunque in 300 così come ne Il Gladiatore, dove – in un dialogo fra l’imperatore morente Marco Aurelio e il comandante del suo esercito Massimo Decimo Meridio – quest’ultimo rivela di credere ancora in Roma. «Roma è la legge […] Ho una bella casa, vale la pena combattere per essa » afferma con convinzione, seppur non abbia mai visto la sua città – e tutto ciò che ne consegue12. Prosegue poi dicendo «.Io servirò sempre Roma» lasciando intendere che sarà disposto a morire per essa, in ogni circostanza.
Un simile scenario di morte, sempre legato al coraggio, seppur totalmente privo di patriottismo, riemerge nel discorso introduttivo di Proximo13 che si rivolge ai suoi combattenti descrivendo la scena del loro possibile decesso nell’arena.

«Il vostro trapasso avverrà con questo suono (applaude). Gladiatori, io vi saluto.»14

Essere gladiatore significava dunque andare incontro alla morte con coscienza. Significava vivere con la costante presenza di una spada di Damocle calata sulla propria esistenza e continuare comunque a combattere con onore e coraggio, sino alla fine dei propri giorni.

«In fine dei conti dobbiamo tutti morire […] Andate e morite con onore […] Noi mortali non siamo che ombre e polvere […]»15


Il dialogo iniziale fra Massimo e Marco Aurelio si conclude poi con un’invocazione16 dell’aiuto di coloro che per i greci erano gli Efori ma che per i romani sono i sacri antenati, ovvero coloro ai quali ci si rivolge per chiedere supporto in un momento decisivo della propria esistenza. Nel caso di Massimo Decimo Meridio è la scelta di divenire futuro protettore di Roma, una volta scomparso l’imperatore. Scelta difficile, questa, per un uomo che sogna di tornare dalla sua famiglia ed iniziare con essa una nuova esistenza – non più guerrigliera ma contadina – e che invece di essere reso libero si trova a dover rispondere ad una nuova chiamata del suo imperatore, che gli rivela di averlo amato come «il figlio che non ha mai avuto» poiché considerato da tutti il condottiero ideale, colui che dispone di tutte le quattro caratteristiche necessarie per essere definito tale: saggezza, giustizia, fermezza e temperanza (le quattro virtù platoniche).
Tuttavia Massimo non farà in tempo a dare una risposta a Marco Aurelio e sarà così costretto a scappare dai soldati del principe Commodo17 che, geloso per l’amore che suo padre nutriva nei confronti del comandante e timoroso di perdere il trono appena conquistato con l’omicidio, tenta in tutti i modi di farlo uccidere. Una volta raggiunta la sua abitazione – non senza aver prima patito fame, sete e ferite – Massimo si troverà di fronte ad un brutale genocidio, che ha avuto per protagonisti sua moglie e il figlio. Questo scatenerà un inferno nel cuore del comandante romano, che cadrà al suolo privo di sensi e, ancora incosciente, verrà raccolto da terra da alcuni uomini non ben inquadrati. Si ritroverà così in una gabbia di legno insieme ad altri schiavi, come un animale, venduto anch’egli a Proximo come gladiatore18. Dopo un periodo di allenamento, arriva per Massimo il giorno del giudizio terreno: il primo incontro nell’arena. La folla scalpitante siede negli spalti e incita alla più brutale delle violenze. Sangue è la parola d’ordine che gli spettatori rivolgono costantemente ai gladiatori, associato ovviamente a quella di morte.
In questo contesto, totalmente distante dalla sua vita precedente da legionario, Massimo verrà denominato Ispanico e non rivelerà mai la sua identità se non al termine di un lungo e cruento scontro ludico al Colosseo, dal quale uscirà come sempre vincitore. Tolto l’elmo che usava come maschera per nascondere il suo volto, si troverà di fronte al principe Commodo al quale giurerà personale vendetta.

«Il tempo degli onori presto sarà finito per te, principe.»19

Ribellandosi al volere del neo-imperatore Commodo20 e lasciando in vita il suo avversario, Massimo conquista sempre più la fiducia del popolo – che lo rinomina Massimo “il misericordioso” – e di conseguenza conquista la sua libertà da Proximo. Sarà tuttavia una libertà effimera, che riguarderà perlopiù l’abbandono del suo titolo di “schiavo” e altresì il suo riconoscimento in quanto “uomo”. Il gladiatore infatti non diverrà mai totalmente libero dal punto di vista fisico. Prima schiavo di Proximo, poi prigioniero di Commodo, troverà la sua morte sul campo di battaglia: il Colosseo. Ma se non altro il suo trapasso avverrà da uomo libero nell’animo, che ha sacrificato la propria esistenza per mettere a punto la sua vendetta personale nei confronti di Commodo, mandante della strage della sua famiglia.
Posto a principio di tutto l’onore, associato inevitabilmente all’idea di coraggio, un secondo chiaro rimando alla pellicola di Zack Snyder può essere riscontrato nella modalità iniziale dei combattimenti fra gladiatori. Come i soldati spartani di Leonida, infatti, che si trovano a combattere secondo il modello della testuggine proteggendosi l’un l’altro, ne Il Gladiatore non l’esercito romano bensì gli schiavi combattenti utilizzano questa tecnica di copertura. Il primo ingresso dei “guerrieri” di Proximo in un’arena si rivela disastroso. I più penalizzati sono i primi ad entrare, costretti a subire una doppia beffa: gli attacchi a sorpresa dei nemici, già posizionati sul campo di battaglia, e la luce abbagliante del sole, studiata appositamente per impedire una visuale chiara ai gladiatori. Nonostante qualche incertezza iniziale e una prima disorganizzazione, dovuta alla mescolanza di stili e di atleti presenti nell’arena, tuttavia la seconda parte del combattimento ha un lieto fine. La testuggine prevale. Solo combattendo uniti infatti riescono a sopravvivere. Naturalmente le altre battaglie che animano il film – sia precedenti che successive a quel momento – non hanno nulla a che fare con la metodologia greca e con lo stile “a blocco” degli spartani. Le prime inquadrature infatti mostrano uno scontro fra l’esercito legionario e i bruti nordici: disorganizzati e impulsivi, principianti in confronto agli esperti combattenti romani. La scena di combattimento dura alcuni minuti, ma è di certo la più efficace girata negli ultimi anni. Supera di gran lunga scene – già viste e riviste – come quelle di King Arthur o Troy21, offrendo quel pizzico di realismo in più che era venuto a mancare nelle pellicole precedenti. In guerra tutto è concesso, si è soliti dire. E proprio a questo motto si rifanno molte scene di combattimento. Armi e colpi di qualunque genere vengono utilizzati negli scontri fra gladiatori: pugni, gomitate, spazzate, catene, mazze, lance, spade, coltelli. Ma non solo. Gli animali sono una seconda costante di questi giochi pericolosi: soprattutto tigri e leoni. In contrasto con i film epici contemporanei, come ha spiegato lo stesso regista, le scene di combattimento de Il Gladiatore implicano scontri ravvicinati con le daghe, che hanno richiesto coreografie complesse e lunghe sedute di prova per assicurare agli attori la totale sicurezza. Il maestro di combattimenti Nicholas Powell è lo stesso che ha lavorato precedentemente in Braveheart.
Massimo Decimo Meridio morirà dissanguato per colpa di un colpo a tradimento, sferratogli dal principe Commodo22, il quale – da vero codardo – lo ferirà con una coltellata nel fianco prima di fargli indossare l’armatura. Lo scontro fra i due naturalmente si svolgerà all’interno dello splendido scenario del Colosseo. Massimo contro Commodo. Uno scambio continuo di colpi. Due leoni che si affrontano per la preda. La libertà da un lato e il potere corrotto dall’altro. Naturalmente il bene trionferà. Ma il trapasso di Massimo, l’Ispanico, predestinato alla morte, avverrà sulle note della celebre musica di Lisa Gerrard, Now we are free, emozionante ed esaltante allo stesso tempo poiché loda il coraggio di quello schiavo che divenne il liberatore di Roma.


***


1 Meijer F., Un giorno al colosseo (traduzione di Claudia Di Palermo), Bari, Laterza, ottobre 2006, pag. 26
2 Meijer F., Un giorno al colosseo (traduzione di Claudia Di Palermo), Bari, Laterza, ottobre 2006, pag. 26
3 Personaggio tratto dal film Il Gladiatore.
4 Dal film Il Gladiatore. Le parole sono pronunciate proprio da Massimo Decimo Meridio.
5 Meijer F., Un giorno al colosseo (traduzione di Claudia Di Palermo), Bari, Laterza, ottobre 2006, pag. 36
6 Meijer F., Un giorno al colosseo (traduzione di Claudia Di Palermo), Bari, Laterza, ottobre 2006, pag. 116
7 Meijer F., Un giorno al colosseo (traduzione di Claudia Di Palermo), Bari, Laterza, ottobre 2006, pp. 137-138
8 Dal film Il Gladiatore. Le parole sono pronunciate da Proximo, padrone dei gladiatori.
9 Patriota scozzese che guidò i suoi connazionali alla ribellione contro l'occupazione della Scozia da parte degli Inglesi.
10 In principio alla guerra delle Termopili.
11 Anche se talvolta si tratta più di un fragile ideale che non di una realtà certa.
12 Chiara allusione alla corruzione che stava infestando la caput mundi.
13 L’anziano padrone e allenatore dei gladiatori, interpretato da un grande Oliver Reed.
14 Dal film Il Gladiatore.
15 Dal film Il Gladiatore.
16 Da parte del comandante.
17 Subentrato al padre per diritto di successione.
18 Personaggio onnipresente nelle arene in occasione di spettacoli ludici, chiamato a combattere contro altri uomini o bestie feroci.
19 Dal film Il Gladiatore.
20 Commodo aveva mostrato “pollice basso” al termine di un incontro. Ciò avrebbe significato la morte di un combattente dell’arena. Viceversa il gesto del “pollice alto” significava donare la grazia.
21 Dove gli scontri di massa vigono all’ordine del giorno.
22 Interpretato da Joaquin Phoenix.

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