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11.2.07

"Non bussare alla mia porta"

di Paolo Musano

Innanzitto due parole sul regista, Wim Wenders. È il mio preferito. Come sempre succede, l’ho scoperto per caso qualche anno fa, passando su Rete4 in seconda serata: mi ritrovai a guardare “Al di là delle nuvole”, un omaggio a Michelangelo Antonioni che dirige assieme a lui, con sguardo visionario, un cast prestigioso attraverso quattro storie parallele che si incontrano alla fine del film proprio nella figura di un regista, interpretato da John Malcovich. Da allora, comunque, il mio rapporto con il regista tedesco si è decisamente consolidato.
Qualche nota biografica: ha studiato arte ed è anche fotografo. Nei suoi film, quindi, è molto importante la fotografia; si può dire che sono le immagini che cominciano a raccontarci una storia. Anche la colonna sonora è fondamentale (c’è solo un altro grande regista, americano, che dedica altrettanta cura alle musiche: Cameron Crowe). È un amante del rock. Non sono casuali le collaborazioni con gli U2 (Bono ha scritto per lui anche “Million Dollar Hotel”).
Per quanto riguarda l’aspetto creativo, preferisce avere un autore o uno sceneggiatore, perché, altrimenti, scrivendo da solo, non riesce a distaccarsi dalla materia del soggetto (in “Faraway so close” è successo questo).


Ma ora veniamo a noi. Un famoso attore di western, girando un film, si accorge che si sta autodistruggendo. Vizioso, egoista e dedito agli eccessi, capisce di essersi perso, di non sapere chi è, di aver sacrificato qualcosa. Così lascia il set, facendo perdere le tracce. Dopo trent’anni ritorna nella sua città natale, Butte, va a trovare la madre che a stento lo riconosce e scopre di avere due figli. Attraverso di loro ritroverà le radici e rimetterà insieme la sua vita andata in pezzi.

La fotografia, come in quasi tutti i film di Wim Wenders, è spettacolare. I paesaggi del West si trasformano nella desolazione malinconica di Butte. Questo mutamento degli elementi è già una chiave per capire quello che sta succendendo nell’anima tormentata del protagonista, Howard Spense.

Howard Spense è interpretato magnificamente da Sam Shepard, che non solo è un bravissimo attore, ma è anche uno scrittore, probabilmente uno dei più grandi scrittori di teatro contemporanei. Il suo personaggio ci mostra subito le sue debolezze, per questo suscita nello spettatore prima simpatia, poi compassione. Quando si rende conto che è diventato la caricatura di se stesso, allora si può dire che, togliendosi la maschera che credeva incollata alla sua faccia, comincia a vivere davvero. La sua parabola della star in declino dovrebbe essere presa molto sul serio da tutta quella schiera di vip che si lascia prendere nella morsa dell’avidità e dell’egoismo.
Quello di Tim Roth è il personaggio più interessante. L’uomo in nero, freddo e serio, incaricato di stanare e riportare al set il confuso e capriccioso Haward Spense, rivela un umorismo involontario che non può non far breccia nello spettatore. Alla fine anche lui depone la sua maschera, dimostrando di non essere un superficiale. Anzi diventa un filosofo quando, durante il viaggio di ritorno in macchina, espone ad Howard la sua personale teoria sul mondo: il mondo è davvero un brutto posto. Dalla notte dei tempi, non è cambiato niente, perciò è necessario tagliare il più possibile le influenze esterne (si sospetta, però, che dopo aver osservato l’addio [che è più un arrivederci] struggente di Haward ai suoi due figli, anche dentro di lui sia cambiato qualcosa).

Da ogni grande film cerco di imparare qualcosa, di trarre una lezione. In questo, come in tutte le storie “di formazione”, ci vedo la rappresentazione di un cammino spirituale. Un uomo che crede di avere tutto (o peggio, di poter avere tutto), si ritrova con un pugno di mosche: quanto spesso succede? E perché si arriva a quel punto? Non è per niente facile trovare il bandolo della matassa, ma bisogna accettare il fatto che, a volte, perdersi è l’unico modo per ritrovarsi.

2 commenti:

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