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22.2.07

Ermeneutica filosofica - Il mito / 1

di Marco Apolloni

Il mito – secondo la definizione dataci dall'Encyclopédie – è storia favolosa di dèi, semidèi ed eroi, ma è anche tutto ciò che è connesso con la religione e la simbologia pagana. Gli illuministi si avvicinavano al mito come dei filologi e si accontentavano di analizzarlo freddamente; diversamente i romantici assegnavano al mito una forte valenza esperienziale e si appagavano soltanto di viverlo – e di bere dalla sua fonte vitale (Kerényi). Secondo Kerényi la Venere del Botticelli è un esempio di epifania o esperienza del mito. Infatti secondo lui nel mito l'uomo subisce l'epifania dell'essere, ovvero l'esperienza di qualcosa che travalica ogni umana comprensione. Gli illuministi credevano, quindi, che conoscere i miti aiutasse e facilitasse la conversazione. Chiunque non avesse miti da raccontare era da considerarsi un parvenue privo del benché minimo esprit – che era appunto la componente più apprezzata nei salotti parigini. Conoscere i miti, inoltre, era ritenuto un requisito necessario per chiunque operasse in ambito estetico (poeti, scultori, pittori, musicisti). Infatti si credeva che la vasta materia mitologica stimolasse la fantasia estetica degli artisti. Dicesi: principio di riduzione allegorica – teorizzato da Evemero di Messene, discepolo platonico ed esponente della scuola cirenaica. Per gli illuministi, perciò, tutti i miti non erano altro che un tentativo di ricostruire l'origine dell'umanità. Essi erano semplicemente delle “escrescenze favoliste” riconducibili, però, ad una componente fattuale (quale ad esempio: la guerra di Troia...). Gli illuministi, inoltre, credevano che l'uomo avesse sempre amato arricchire con decorazioni rococò fatti altresì disadorni. Perciò i miti non erano altro che delle incrostazioni di accadimenti naturali (Strabone). Il termine “mito” – sempre per gli illuministi – è strettamente intrecciato con il termine “favola”. Non a caso le tre accezioni del termine fabula sono sempre state: la prima, mito; la seconda, apologo; la terza, finzione oppure intreccio. Il mito, in estrema sintesi, raccontava qualcosa che era al confine oppure sulla soglia della storia; solo che esso aggiungeva qualche elemento fantastico-favolistico alla storia stessa per abbellirla. A conti fatti per gli illuministi: il mito rappresentava il sonno della ragione, che verrà poi – per fortuna – risvegliata dalla filosofia. Essi erano pienamente convinti che i miti provenissero dall'oscuro Oriente – sede dello spirito originario – in contrapposizione al luminoso Occidente – sede, invece, dello spirito raziocinante. In definitiva credevano che il mito fosse un discorso allegorico e pertanto viziato dall'errore o dal fraintendimento. Già, perché allegoria, vuol dire: dire altro. Infine gli illuministi ritenevano necessario decifrare i miti, cioè spogliarli della loro veste erronea, affinché questi potessero istruire simbolicamente. Essi erano fedeli al motto voltairiano per cui: “La verità è una, la menzogna è molteplice”! In definitiva: se l'allegoria era la via privilegiata dagli illuministi per accedere al mito, diversamente per i romantici questa via d'accesso era costituita dal simbolo.
Bacone nella sua opera Della sapienza degli antichi afferma che il mito sia essenzialmente una produzione mitopoietica – cioè auto-producente dei linguaggi – dunque frutto dell'ingegno dei poeti. Lui ritiene, inoltre, che il mito sia propriamente nascondimento di una conoscenza misterica che deve essere tenuta segreta ai non-iniziati. Il segreto è il non-detto, ossia ciò che è assolutamente indicibile e l'etimologia stessa sta ad indicare ciò che è “separato”. Per Bacone tre sono le facoltà umane: la prima, la memoria connessa alla storia; la seconda, la fantasia connessa alla poesia; la terza, la ragione connessa alla filosofia. Naturalmente tutto sotto la supervisione della scienza: regina di tutte le materie. La scienza con Bacone fuoriesce dall'alambicco dell'alchimista e si fa pubblica, ossia gli esiti degli esperimenti vengono messi in piazza, così che anche l'uomo comune – o order man – potrà beneficiarne. In ultima analisi: per Bacone lo scienziato è il "negromante del sapere"; da qui deriva il celebre motto baconiano: “Sapere è potere”!
Dimentichiamo per vivere, perché altrimenti ricordare ci costerebbe troppo. Attraverso i ricordi proviamo nostalgia per l'impossibilità del nostro passato. Per questo la dimenticanza può essere vissuta come un'esperienza totalizzante e travalicante: esperienza dell'immemoriale o dell'abisso! Nella poesia hölderliniana Eleusi, che trae la sua ispirazione dai misteri eleusini – mangiare il pane e bere il vino –, ambientata sul lago di Bienne – dove Rousseau compone le sue fantasticherie – viene ripreso il topos notturno proprio dei romantici. Qui Hölderlin descrive un'unione trascendentale tra Cerere e Dioniso, che è anche immersione panica nel Tutto della Natura. L'ultima parola viene lasciata al silenzio, simboleggiante l'indicibile che viene racchiuso nella parola “mistero”. Questo è un esempio di poesia mitica poiché, come in ogni mito che si rispetti, anche qui vi è in ultima battuta qualcosa che sfugge a qualunque comprensione razionale, evapora come l'essenza stessa del mito. L'originario – cioè il mito – è assolutamente indicibile. Ciononostante la speranza di dire l'originario rimane ugualmente, parafrasando Eliot: “noi non fummo sconfitti perché continuammo a tentare”. Solo coltivando le parole abbiamo mantenuto viva la speranza di dire l'originario. I poeti sono coloro che osano più di tutti, tentando l'impossibile e mettendosi perciò sulle tracce dell'indicibile, che loro vogliono finalmente sconfiggere con la convinzione che: la vita avrà sempre una parola da opporre alla morte! In Eleusi il messaggio è chiaro: il mistero deve essere preservato. Il mistero qui ha lo scopo di custodire gelosamente il mito originario. Poco importa poi se: il mistero di tutti i misteri è che non c'è nessun mistero. In definitiva il mistero ha solo una funzione protettiva del mito. Per dirla tutta: il mistero è l'involucro esterno che ha lo scopo di proteggere il nucleo interno del mito originario. L'origine è di chi ha una meta...
La meta finale che si prefigge il mito è la liberazione dalle catene degli assolutismi, su tutti lo Stato. Vedi, per questo, lo studio Hegel segreto di Jacques D'Hondt e in particolare Il più antico programma sistematico dell'idealismo tedesco la cui paternità è stata attribuita ad Hegel. Qui le idee del giovane Hegel ci appaiono in netta controtendenza con il cliché che noi tutti abbiamo di lui: un filosofo restauratore al servizio dello Stato. Addirittura arriverà a dire che lo Stato dovrà estinguersi – sembra già delinearsi la “società perfetta” marxiana, che appunto esigeva come requisito indispensabile l'abolizione dello Stato. Hegel vede dunque nello Stato l'ostacolo che più intralcia l'avveramento dell'utopica pace democratica, preconizzata da Kant. Inoltre lui affronta la questione di fondare una “mitologia della ragione” o una “nuova mitologia”, il cui scopo precipuo è appunto quello di rendere il popolo più razionale e i filosofi più sensibili. Hegel affida ai poeti il compito più alto nel far sì che tutto ciò si avveri. Dunque i poeti sono i veri mediatori tra l'umano e il divino e, per giunta, mantengono viva la speranza dell'avvento di un nuovo Messia – dicesi messianismo hegeliano – , il quale redimerà l'umanità tutta instaurando così il Reich Gott o Regno di Dio. Nel frattempo Hegel si augura – in una lettera a Schelling – che “le nostre mani non rimangano oziose”. Questa salvezza verrà condotta sulle ali della bellezza – intesa come comprensione della totalità delle idee – poiché solo questa potrà salvare l'umanità! Secondo Lukàcs il giovane Hegel ci dà già un'anticipazione di profonda critica sociale e anti-borghese, poi radicalizzatisi ancor di più con Marx – almeno in questo, fedele discepolo hegeliano. A tal proposito, suonano inquietanti le affinità di questo Hegel con il Robespierre del famigerato grido a la mort a la mort con cui questi metteva a morte chi era meno virtuoso di lui. Infatti anche il “virtuoso” Robespierre – peraltro finito vittima della sua stessa eccedente virtù – non vedeva granché di buon occhio la macchina statale, che si serviva degli individui come degli ingranaggi. Questi, in sostanza, vedeva nello Stato una sorta di “cimitero” delle libertà individuali. In questa concezione dello Stato-macchina – sorta di Leviatano hobbesiano – Robespierre fu ispirato dal filosofo ginevrino Jean-Jacques Rousseau. Robespierre, infatti, si sentì sempre un rousseauiano convinto!
Sulle sfortunate applicazioni storiche dei principi libertari ed egalitari di fratellanza universale, la Rivoluzione francese ne fu la più fulgida riprova. Come recitano le parole profetiche di Danton, salito anch'egli sul patibolo per volontà dell'ex-amico Robespierre: “La rivoluzione divora i suoi figli”! In poche parole essa fu la riprova di come fosse bello, a parole, pronunciarsi per una società più giusta; davanti alla prova dei fatti, però, qualcosa – chissà perché – ha sempre vacillato, venendo a mancare irrefutabilmente. Questo, la storia, ce lo ha puntualmente e ciclicamente insegnato – si pensi ancora alla rivoluzione bolscevica d'ottobre, degna erede di quella francese, e a tutti i vari tentativi falliti oppure zoppicanti di applicazione del socialismo reale in nome del motto giacobino “un altro mondo è possibile”. Le ingerenze dell'etica nella politica – nonostante le buone intenzioni di partenza – non hanno fatto altro che nuocere più di quanto abbiano giovato. Partire da tali assunti non vuol dire, però, negare l'intrinseca bontà e veridicità degli ideali professati dalla Rivoluzione del '89, semmai piuttosto intende diffidare dal ragionare eccessivamente per schemi astratti e di cominciare a poggiare la propria riflessione su una politica meno con gli occhi bendata e perciò più realista. Piuttosto dovremmo fare tesoro dell'insegnamento di un “imprescindibile” rivoluzionario argentino dello scorso secolo, che aveva meglio di tutti capito e centrato appieno il problema dicendo: “Siamo realisti, vogliamo l'impossibile”!
In definitiva, la ferrea volontà marxiana – secondo cui non bisognava accontentarsi di spiegare il mondo, ma cercare altresì di trasformalo – era già contenuta in nuce nella bildung, paideia o formazione originaria dei tre giovani tubinghesi, studiosi di teologia: Hegel, Hölderlin, Schelling. La “nuova mitologia”, fortemente voluta da questi tre, auspicava nientemeno che il ritorno al mito originario vero e proprio. Questa, perciò, rovesciava completamente la precedente concezione illuminista del mito inteso come “regresso”. D'altronde la parola stessa “rivoluzione” significa appunto revolvere e cioè ritornare indietro, ovvero alla dimensione originaria. Non a caso fino al giorno d'oggi si è tramandata, di generazione in generazione, la nuova concezione del mito operata dal Romanticismo: mito inteso come “ritorno all'origine”, all'Esperia – luogo della mitologia greca, dov'erano custodite le mele d'oro – e soprattutto all'originarietà del linguaggio, ovvero quel momento in cui il “vero” si manifesta e in cui gli dèi ci inviano i loro “segni” per intercessione dei poeti. Questi, infatti, più che parlarci sono parlati dalle Muse, divinità custodi della memoria. Non è un caso se un mitologo del pari di Otto e un filosofo del pari di Heidegger, al culmine della loro maturità intellettuale, abbiano intuito la stessa cosa, vale a dire: l'assoluta centralità del linguaggio come evento fondativo della verità. Per chiarire meglio tutto ciò, soffermiamoci un attimo su Rousseau...
Nella Lettera sugli spettacoli il ginevrino ci dà l'immagine di un popolo ritornato all'ingenuità primitiva, che danza felicemente – ed è dimentico di sé – attorno ad un totem, che niente è all'infuori di un simbolo – anche se taluni razionalisti-illuministi, molto grossolanamente, lo definirebbero un feticcio. Questa danza propiziatoria e festante attorno ad un simbolo totemico non è che il rito, il cui scopo è quello di preservare il mito. Per Rousseau, in particolare, l'importanza della “festa” nei popoli primitivi ricorda un po' i riti orgiastici dionisiaci così come ci vengono filtrati da Nietzsche. Anche qui vi è una folla festante, che compie un rito per rinverdire il mito originario. Dunque è a ciò che mirano quei momenti di “estasi collettiva”, quali le feste, che con il rito consolidano quel patrimonio più inestimabile per noi tutti: il mito dell'essere!
Il sacrificio rituale assurge alla stessa funzione del rito, cioè ri-fonda di continuo il mito originario mediante l'evento sacrificale. Ogni società è scaturita da una violenza primigenia, ovvero ciascuna società viene fondata con un sacrificio originario. Dicesi: violenza del fondamento. Dunque, volendo fare uno scioglilingua: la violenza del fondamento è il fondamento stesso della violenza! Si pensi all'indiano urone, ovvero il “selvaggio” per antonomasia, abitatore della landa selvaggia ora nota come Quèbec – ovvero la regione più estesa dell'attuale Canada di madrelingua francese. La mitologia degli uroni consisteva in un vero e proprio “bagno di sangue”, in cui venivano compiute efferatezze e nefandezze d'ogni sorta. Questa era molto emblematica per dipingere l'inaudita violenza del mito...
Il sacrificio di Socrate vibrò il colpo ferale al mito in Occidente. Lui viene sacrificato sull'altare delle idee per cui ha vissuto, perciò decide di non fuggire e di non sottrarsi così alla giustizia della sua città, che lui stesso ha contribuito a plasmare in veste di cittadino. Tale sacrificio è alla base della fondazione cruenta della filosofia occidentale, che ha poi ri-fondato l'intera nostra civiltà in chiave anti-sacrificale e anti-mitologica. Il Cristianesimo si è originato allo stesso modo della filosofia greca, cioè attraverso il sacrificio fondativo di Cristo, che ha posto fine all'eterna ripetizione del sacrificio rituale. Questi meccanismi di “capro espiatorio”, per dirlo utilizzando il lessico di René Girard, sono fondamentali per interrompere il “circolo vizioso” e spezzare così la catena rituale del sacrificio. In questo modo vengono interrotti i legami con il passato mitico ed essenzialmente violento. Del resto la storia del pensiero occidentale ha sancito il trionfo dei pensatori monisti o monoteisti – dell'unico principio, secondo cui “tutto è uno”, Galimberti lo ha definito il “monoteismo della ragione” – sui pensatori pluralisti o politeisti – dei più principi, secondo cui “tutto è molteplice”. Posto in altri termini: la teologia monista ha superato la mitologia pluralista. In ultima analisi, il mito è lo scatenamento delle potenze ctonie – o divinità femminili – della terra. Il “circolo ermeneutico” è quanto più si avvicina al cerchio formato dal mito. Esso potrebbe venire rappresentato dal Caradrio, animale mitico che divora tutto, ma che lo evacua simultaneamente. Il suo divorare è un evacuare – o meglio un trapassare continuo – simboleggiante un desiderio insaziabile di conoscenza. Diversamente dal Caradrio, l'ermeneuta ha il compito non di assimilare tutto – sinonimo questo d'ignoranza poiché la vera saggezza sta appunto nel saper discernere –, bensì di scovare le pepite d'oro – e con esse la versione autentica del mito – dalle acque torbide del fiume – inquinato dalle versioni inautentiche del mito stesso.

1 commento:

Anonimo ha detto...

devo leggere stampando ma intanto ti dedico un antico detto:
"le terre immobili fuggono e scorrono per chi va con le acque. le acque scorrono e fuggono per chi risiede saldamente nelle terre immobili"

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ciao, stef