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9.11.06

Paolo: un ebreo illuminato

di Marco Apolloni

Negli Atti degli apostoli (capitolo 10) si racconta la conversione del centurione Cornelio, “uomo pio e timorato di Dio” (10,2), a cui per volontà del Padreterno – e contrariamente ai rigidi precetti della legge mosaica – viene concesso il privilegio del battesimo, seppure egli sia un pagano e non un circonciso. L'episodio ha una funzione simbolica ben precisa, ossia delinea già le mire universaliste della religione cristiana che vuole prefigurarsi come culto, rivolto a tutti coloro i quali ripongono le loro speranze salvifiche in Cristo! Come si suol dire, in simili casi, Paolo tiene il piede in due staffe, e cioè: pur nascendo ebreo, egli fu anche cittadino romano – fatto dovuto, secondo le fonti storiche a nostra disposizione, al ruolo importante svolto dalla sua famiglia come appaltatrice di tende per l'esercito romano. Se si pensa, quindi, che il ruolo di evangelizzare i pagani venne affidato ad un pagano stesso, ecco che il disegno divino non può che apparirci di una logica inoppugnabile, ossia: chi meglio Paolo poteva convertire i pagani, lui intellettuale di prim'ordine oltre che fine conoscitore della cultura ellenica – non solo scriveva in greco, ma pensava pure con la stessa sottigliezza di un greco. Dunque, appare evidente come il solo uomo-ponte che poteva edificare un terreno fertile d'incontro tra due civiltà, quella ebraica e quella greco-romana – da sempre in perenne scontro fra di loro –, poteva essere solo lui. Paolo, per le succitate ragioni, cominciò così quell'opera minatoria che avrebbe poi portato secoli dopo a ribaltare le fondamenta dell'Impero romano, facendo pertanto del cristianesimo: inizialmente una religione bandita, successivamente una religione dominante.
L'episodio del centurione ci porta così alla controversia di Antiochia (capitolo 15) in cui Paolo si fa portavoce del diritto alla salvezza dei pagani che credono in Cristo. L'argomento all'ordine del giorno – poi mirabilmente ripreso in alcuni passaggi della Lettera ai romani – è quello della giustificazione della salvezza per mezzo della fede nel Salvatore, contrapposta invece alla giustificazione per mezzo delle opere. Qui si produce una netta spaccatura rispetto alle strette osservanze della legge mosaica, che viene appunto minimizzata da Paolo finanche subordinata alla venuta del Cristo, banditore della stessa legge oramai superata. In sostanza, Cristo si fa legge a sé! Il fatto che i pagani non fossero circoncisi nella carne – anche se nulla vieta che lo fossero nel cuore – appare del tutto insussistente per l'apostolo. Si può dire che Paolo, in questo senso, sia nemico di ogni culto puramente esteriore e che il suo spirito ardente confidi esclusivamente sulla fede verace dei cuori. Se quella cristiana, non a caso, è ritenuta una delle religioni più liberali nonché meno vincolanti, gran parte del merito lo dobbiamo all'operazione di sganciamento dell'apostolo nei confronti della precedente tradizione ebraica. In definitiva, Paolo pone l'accento sugli aspetti concernenti la fede in Cristo nell'assolvimento del piano soteriologico, ridimensionando nettamente la legge. Un po' come se lui incitasse i fedeli a ribellarsi ad una legge decaduta, dopo l'avvento messianico del Cristo. Emerge così tumultuosa tutta la portata innovativa e – per ciò stesso – rivoluzionaria del messaggio paolino. Il kerygma, la predicazione di Paolo è tutta ammantata da una Luce nuova e rigenerante: Cristo!
Nei capitoli 9, 10, 11 della Lettera ai Romani Paolo mette in guardia il popolo “eletto” ebraico nel credersi erroneamente fin troppo intoccabile dalla giustizia divina, che altresì non fa sconti a nessuno. I piani dell'Onnipotente, infatti, sono imperscrutabili per tutti, perciò occorre riporre in essi una fiducia totale. Come vi è stato dato, può anche darsi che vi sarà tolto; questo, in soldoni, è il preciso monito che egli fa al suo popolo, che rischia di smarrire la via. L'apostolo ritiene una grave ottusità: quella di non riconoscere la grazia concessa da Dio ai pagani, che possono – come ogni altro – beneficiare della salvezza in Cristo. Conta un'unica cosa: credere. Tutto il resto è vacuità!
Nella Lettera ai Galati vi si trovano gli stessi temi. Qui Paolo dice: “Mediante la legge, io sono morto alla legge” (Gal 2, 19). Più avanti ci viene delineata la figura di Cristo come colui che disgrega la legge e apporta nuovi valori. Infatti “se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano”. Lui non è venuto in mezzo a noi per ristabilire la legge, semmai per porvi fine e rimettere tutto in discussione, capovolgendo una morale proibizionista. Le catene dell'obbligo e della costrizione non hanno mai apportato alcun giovamento all'agire umano. Con il divieto non si ottiene nulla, se non l'effetto contrario: la trasgressione. Ammesso si possa parlare di legge per Cristo, questa è senz'altro la Legge dello Spirito! Mosè non ha fatto altro che preparare il terreno all'avvento di Cristo, il cui compito non è stato tanto quello di legiferare quanto indicare la retta via da seguire. Nel Vangelo di Maria – testo gnostico rinvenuto a Nag Hammadi, in Egitto, nel '46 – si riporta il seguente insegnamento del Maestro:

[...] Andate, dunque, e predicate il Vangelo del Regno. Non ho emanato alcun precetto all’infuori di quello che vi ho stabilito. Né vi ho dato alcuna legge come un legislatore, affinché non avvenga che siate da essa costretti. [...]

Il solo precetto irrinunciabile è “amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19, 18). Tutto il resto vien da sé! L'interpretazione estrema di questo precetto ci viene data da Sant'Agostino – paolino fino alla radice nonché altro “folgorato”, per così dire – il quale ha adottato come regola di condotta morale questa potente massima: “Ama e fa ciò che vuoi!”.
Sempre nella summenzionata lettera paolina alla comunità di Galazia, l'apostolo riporta che l'eredità non è ottenuta mediante la legge, bensì grazie alla promessa originaria che tutto trascende. Fino all'avvento di Cristo, la legge mosaica ha svolto il ruolo come “pedagogo” del popolo; poi però essa ha cessato automaticamente il suo regolare corso. Per Paolo occorre recidere il cordone ombelicale con la legge, poiché per salvarsi è sufficiente avere fede in Cristo. Grazie a ciò il cristianesimo si pone come alternativa religiosa all'ebraismo, circoscritto ad un solo popolo, poiché nella visione universalistica cristiana – per usare le parole di Paolo: “Non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3, 28).
Nei suoi scritti l'apostolo si rifà spesso a diversi episodi dell'Antico Testamento per rendere più convincenti e rafforzare i propri esempi. Come quando per discernere la funzione della legge e quella invece della fede, riporta l'esempio di Abramo il quale, proprio quando non ci sperava più, ottenne due figli: uno dalla schiava Agar, Ismaele, frutto della carne e della legge, che simboleggia la Gerusalemme terrena, cioè soggetta agli “elementi del mondo”; l'altro dalla moglie Sara, Isacco, frutto della promessa e della fede nella Parusia o Seconda Venuta del Cristo, simboleggiante invece la Gerusalemme celeste, dell'escatologia finale. In definitiva, si può dire che: chi vive nello Spirito, cammini anche secondo lo Spirito (Gal 5, 19), cosicché non inciampi nei desideri e nelle passioni biecamente carnali.
Paolo fu davvero un ebreo illuminato, sui generis, e passò come una folata di vento tra la sua gente, creando consensi ma anche dissensi – come spesso capita ai pensatori radicali come lui –, pur senza nulla togliere al ruolo cruciale da lui svolto per l'affermazione dell'intera cristianità. La sua figura infatti, all'interno della galassia cristiana, fu seconda solo a quella del suo Maestro-fondatore: Gesù Cristo!

1 commento:

The White Bunny ha detto...

Complimenti per quest'articolo, che riesce bene nel suo obiettivo: caratterizzare e far emergere il cristianesimo per le sue caretteritiche nuove e peculiari rispetto alla vecchia religione giudaica.

11In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. 12Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono. 13La Legge e tutti i Profeti infatti hanno profetato fino a Giovanni. 14E se lo volete accettare, egli è quell'Elia che deve venire. 15Chi ha orecchi intenda. (Matteo 11,11-15)

Anche questo controverso e spesso frainteso passo di Matteo è interessantissimo in merito a quanto stiamo sostenendo: Giovanni Battista è lo spartiacque tra vecchia e nuova alleanza, tra giudaismo e cristianesimo. con la vecchia allenza, basata essenzialmente sulla legge, il regno dei cieli "soffriva" violenza, e altrimenti non poteva essere dato che la legge è si giustizia, ma anche punizione, costrizione, mancanza di libertà. Gesù viene a portare la libertà, l'amore, la misericordia, il perdono. Salva il mondo dal peccato. In Matteo gli insegnamenti e le parabole che tendono a sottolineare la limitatezza l'imperfezione della Legge sono la stragrande maggioranza. Tantissimi gli ammonimenti a farisei sacerdoti e sadducei, ovvero agli uomini della Legge, e spesso portati con una crudezza e un'irruenza davvero forti.
nello stesso tempo però Gesù dichiara chiaramente in un passo che non è venuto ad abolire nessuna virgola della Legge: una cosa apparentemente in netta contraddizione con il resto del suo insegnamento.
In verità Gesù sa bene che se anche volesse l'uomo non potrebbe divenire puro spirito, e prescidere così dalla Legge. La legge rappresenta la carne, la limitatezza della natura umana. e senza affaticarsi tanto ad imporla essa si impone necessariamente da se nella esperienza della vita: prima o poi l'uomo si trova necessariamente a sbattere contro il muro della sua finitezza. Questo è anche, in parte, il significato del peccato originale.
L'uomo nella visione cristiana viene qundi ad essere un paradosso, una sintesi di contrari: di finito e infinito, necessità e possibilità, libertà e costrizione, giustizia e perdono, legge e amore. Tenere insieme con dignità queste forze opposte significa essere uomini. Si è uomini e figli di Dio rispondendo del selvaggio dolore che comporta avere in se questa assurda contraddizione.
Ecco dunque che il Cristianesimo è la fede della libertà, dell'amore, della misericordia e dello spirito, ma allo stesso tempo non dimentica la carne e tutto ciò che essa comporta. La carne non è vista necessariamente come qualcosa di negativo e contrapposto allo spirito: Gesù, figlio di Dio e Dio nello stesso tempo, si è fatto uomo, si è fatto carne, ha sofferto nella mente e nel corpo come uno qualsiasi di noi soffre nel tentativo assurdo e allo stesso tempo grandioso di tenere insieme gli opposti dell'essere. E tutto questo è ciò che propriamente ci rende uomini, e in quanto tali la più splendida e controversa creazione di Dio, da Lui prediletta sopra ogni altra, tanto che egli stesso si fece uomo e camminò su questo mondo.