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7.11.06

Lo sfruttamento nei centri commerciali

di Silvia Del Beccaro
Correva l’anno 2001. Era il mese di settembre e Morgana (per motivi di privacy la chiameremo con questo nome) entrava a far parte del team di un grosso centro commerciale brugherese. “Sono contenta di aver dato una buona impressione – dichiara in una testimonianza, pubblicata sul sito www.vivereacomo.com – e che il fatto di avere trentasette anni non abbia precluso il mio rientro nel mondo lavorativo. Mi assumono… Evviva!”. Morgana stentava a crederci. La sua felicità era immensa, ma non sapeva che da quel momento in poi la sua vita avrebbe preso una brutta piega. Sarebbe stata costretta a lavorare ore e ore in cassa in piedi, senza nemmeno uno sgabello su cui sedersi; avrebbe dovuto affrontare “casse di punizioni”, più precisamente la “cassa 35” dove il lavoratore è costretto a guardare ininterrottamente il muro; sarebbe stata obbligata a presenziare in orari straordinari indotti. “Sono stata assunta con un contratto part-time in apprendistato e dopo un mese sono stata licenziata. Il loro motivo? Non ero adatta a quel tipo di lavoro”. Assunta in panetteria, Morgana svolgeva mansioni di diverso genere: dalle pulizie alle casse. Ha lavorato per un mese facendo un totale di 196 ore, con turni giornalieri anche di dieci ore. “Senza contare la loro fissazione di timbrare il cartellino quattordici minuti prima di iniziare e quattordici minuti dopo aver finito” aggiunge. Morgana è stata licenziata direttamente dai responsabili del centro commerciale, per cui non ha subito gravi forme di terrorismo psicologico. Viceversa, coloro che hanno manifestato l’intenzione di dimettersi, hanno subito alcune ritorsioni. “Ricordo un ragazzo che da responsabile venne declassato e si trovò a lavorare nel reparto ortofrutticolo e poi in cassa. Lo sballottavano da una parte all’altra, dopo averlo umiliato e trattato come un idiota. Ho visto anche delle colleghe che pulivano in ginocchio le basi delle casse, nonostante l’ipermercato fosse aperto. Poi quando si formavano le code dei carrelli, pieni di spesa, venivano richiamate in cassa così come si trovavano, con camici rossi sporchi e mani nere. Sudate e imbarazzate, riprendevano così il loro lavoro”. Ma non c’è da stupirsi. Le condizioni di sfruttamento nei centri commerciali sono ben note ai sindacati, i quali ancora oggi, nel 2006, faticano ad operare in posti simili. “Quello delle catene alimentari è un settore disgraziato – spiega Domenico Guerriero, segretario Ficams Cgil Brianza – perché vige un clima di terrore perenne. Le persone hanno paura, vivono aggrappate al loro lavoro e temono che rivolgendosi a noi possano subire delle ripercussioni da parte dei loro capi”. Basti pensare che la recente conquista epica dei sindacati, nei confronti di alcuni centri commerciali, è consistita nell’ottenere uno sgabello per le cassiere, su cui sedersi durante i turni lavorativi. “Figuriamoci se dovessimo incontrarci per una contrattazione di secondo livello – afferma ironicamente Guerriero –. Il fatto è che sono pochi quelli che si iscrivono ai sindacati. Si tratta per lo più di mosche bianche che oltretutto, per paura di farsi scoprire, non si presentano neppure alle assemblee da loro richieste”. Anche Morgana, nel suo piccolo, ha tentato di ribellarsi a questa situazione, facendo addirittura causa al centro commerciale. Le due parti si sono incontrate in tribunale, dove ovviamente i responsabili del centro hanno negato tutto. “I cartellini timbrati erano spariti per magia, andati persi” confessa Morgana. “Sono avvilita per il modo in cui riescono a prendersi gioco della giustizia. E nessuno può farci nulla”. Stando alle sue parole, i suoi ex capi le avrebbero proposto mille euro per mettere tutto a tacere, ma lei ha rifiutato. La sua speranza ora è quella di riuscire a trovare dei testimoni per denunciare la situazione; ma a detta sua è una missione impossibile, perché nessun dipendente andrebbe apertamente contro il proprio datore di lavoro.

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