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3.4.07

Riflessione sul tragico: Che cos'è il destino per l'uomo greco?

di Marco Apolloni

Che cos'è il destino per l'uomo greco? È il contrappeso alla propria libertà, o meglio è la capacità di resistere alla propria ineluttabilità. Da ciò si origina la tragedia, che è un aperto scontro tra la libertà dell'uomo e l'ineluttabilità del suo destino. L'uomo infatti può ribellarsi al proprio destino oppure accettarlo e farsene una ragione. Nietzsche definiva quest'ultimo atteggiamento: “amor fati”. Proprio da quest'oscuro e insondabile sentimento tragico della vita, lui intuì il carattere pessimista dei greci. Secondo Nietzsche appunto nell'incondizionata accettazione del proprio destino consiste la nostra maggiore felicità, intesa come liberazione da un destino il cui peso altrimenti ci schiaccerebbe! Noi aspiriamo alla libertà poiché non riusciamo a possederla del tutto. Il nostro paradosso è questo: ci muoviamo in tutte le direzioni, pur sapendo che alla fine non arriveremo da nessuna parte... “Neppure Zeus al suo fato può sfuggire” fa dire Eschilo al suo Prometeo incatenato. In Eschilo il destino rappresenta la soglia ignota che l'uomo non può varcare. La Dike (Giustizia) punisce l'uomo che osa oltrepassare i limiti impostigli dal suo fato imperscrutabile. Da ciò ne deriva che: per vivere bene occorre vivere secondo le leggi della necessità! La tragedia per l'uomo coincide con la scoperta del proprio infausto e soverchiante destino. Terribile è la conoscenza – non a caso secondo i tragici greci: il dolore era il principale strumento conoscitivo –, perciò quasi sarebbe meglio non conoscere affatto.
In Sofocle, Edipo proprio perché ha tanto sofferto viene beato!
In Euripide, invece, il conflitto non è più tra l'io e il destino oppure tra l'io e il divino, bensì tra gli uomini e le loro passioni “umane troppo umane” direbbe Nietzsche. Nelle Baccanti, lui ci presenta una femminilità come autentica “alcova” in cui dimorano le passioni umane più irrefrenabili, rappresentata appunto dalle Baccanti, e in contrapposizione una mascolinità come sede della ragione, rappresentata invece da Penteo. Questi nella tragedia tenta invano d'impedire la diffusione del culto dionisiaco a Tebe e come risarcimento ottiene di venire fatto a pezzi dalle Baccanti, che nel loro momentaneo invasamento lo scambiano per un leone. A ben poco valgono, poi, le lacrime di sua madre Agave: certamente non a ridarle il figlio ucciso. Questa tragedia euripidea segna il trionfo del dionisiaco, seppur nella sua accezione negativa, inteso come trionfo dell'irrazionalità! Divertente è quell'aneddoto secondo cui a Euripide toccò morire, a seconda delle versioni, o sbranato da una muta di cani inferociti o fatto a pezzi – come Penteo – da un gruppo di donne invasate.
Laddove la tragedia rappresenta le sublimi ed eroiche passioni contrastanti dell'animo umano, Nietzsche accusa Euripide di aver annichilito lo spirito tragico dei greci e di aver introdotto surrettiziamente nella tragedia lo spirito raziocinante socratico. È vero poi che il Nietzsche “adulto” diventa acerrimo nemico del cristianesimo – e ne darà prova infatti nella sua opera imprescindibile L'anticristo –, ciononostante sin dai suoi inizi letterari si può già intravedere una ferma condanna di quelle fasi preparatorie del cristianesimo tra cui: il platonismo ma, prima ancora, il socratismo! Socrate viene da lui percepito come una sorta di “assillo” che lo perseguiterà per il resto dei suoi giorni ma di cui, tuttavia, non riuscì mai del tutto a liberarsi.
Pohlenz muove sostanzialmente tre critiche alla visione nietzscheana della grecità antica: la prima, troppo pessimismo eroicizzato; la seconda, troppa importanza data al ruolo giocato dalla musica nell'origine della tragedia attica, in gran parte dovuto alle influenze wagneriane e tardo-romantiche del “giovane” Nietzsche – mentre la musica in realtà aveva un ruolo soltanto accessorio e ornamentale, egli dà invece maggiore preminenza alla componente visiva e infatti ritiene che quella greca sia essenzialmente una “cultura della visione”; infine, la terza, contesta a Nietzsche il suo pessimismo di fondo sui greci, che non gli permette di riconoscere il rovescio della medaglia della tragedia, che è altresì la commedia. Mentre dalla prima – secondo Aristotele – scaturiscono le “passioni del pianto”, dalla seconda invece scaturiscono le “passioni del riso”. Ma le une non possono darsi senza le altre e sono indissolubilmente legate fra loro da un sottile quanto inestricabile filo comune. Proprio per questo: un comico è anche un po' tragico e, viceversa, un tragico è anche un po' comico...

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