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6.3.07

"I fratelli Karamazov” di Fëdor Dostoevskij

di Marco Apolloni
D'accordo, leggere un'opera di Dostoevskij non è: né daper tutti. Diciamo che quando si parla del grande romanziere russo, ecco qua che come d'incanto il popolo dei lettori si spacca e si divide in due fazioni. In pratica fra coloro che non lo possono proprio soffrire – non che abbiano tutti i torti, leggere una qualunque sua opera non è la stessa cosa che mandare giù un bicchiere d'acqua, ciononostante per come la vedo io, costoro non sanno cosa si perdono – e coloro invece che, come il sottoscritto, ne vanno pazzi!
Vi dico subito che non ho intenzione di dilungarmi molto su questa controversia originatasi fra i lettori. Dirò solo che lo stile pomposo di Fëdor non è tanto godibile quanto quello, decisamente più spontaneo, di un Mark Twain. Ad ogni modo è pur vero che – per certi versi – è esistita e tuttora esiste una sorta di “guerra fredda” tra russi e americani, capace di coinvolgere persino l'ambito letterario. Mi limito giusto a dire che, quant'è vero che tutte le cose necessitano del proprio “contraltare”, lo stesso discorso vale anche per la letteratura russa e quella americana, le quali sono sì diverse ma non per questo divergenti.
Ma vengo ora a ciò che più m'interessa, ovvero recensire I fratelli Karamazov. Perché mi sento di doverlo fare? Potrei rispondere, non senza una certa banale posa intellettualistica: perché questo romanzo è una “pietra miliare” della letteratura universale. Ad essere sincero – e la sincerità in questi casi non è mai troppa – la ragione è un'altra. Se lo faccio è perché questo “assoluto capolavoro” è stato per me uno di quei pochi e rari libri – e io non leggo mai un libro a caso – che mi hanno fatto venire i lucciconi agli occhi. Calvino ha coniato l'espressione, forse più opportuna, per descrivere grandi classici come questo, e cioè: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”. Personalmente la penso anch'io allo stesso modo...
Innanzitutto, sappiate che tutti i luoghi comuni triti e ritriti circolanti sul conto di Dostoevskij sono immancabilmente veri, ossia che è: profondo, complesso, prolisso… e chi più ne ha più ne metta. Leggendo l'opera in questione, devo ammettere che in certi punti mi sono fatto prendere dall'entusiasmo, parteggiando – a seconda dei casi – per ognuno dei tre fratelli: il mistico Alëša, il nichilista Ivan e il selvaggio Mitja. Ognuno di loro, pur nella propria specifica diversità, resta indubitabilmente un Karamazov. E ciò diventa sinonimo di umanità, poiché in essi si rispecchiano le mille sfaccettature dell'animo umano. Sì capace di nobili slanci, ma anche dei più orrendi pensieri.
In queste intense pagine si trovano a cozzare due differenti weltanschuung: quella del più giovane dei tre fratelli, cioè Alëša, e quella del secondogenito Ivan. Mentre il primo – fedele discepolo dello starec Zosima – si contraddistingue per la sua incrollabile fede che non vacilla nemmeno di fronte alle brutture di questo mondo; il secondo, invece, si caratterizza in quanto “portabandiera” del nichilismo dilagante della sua epoca. Dunque quest'ultimo, a differenza dell'altro, dubita seriamente dell'esistenza dell'Onnipotente e per ciò stesso dell'avveramento anche della tanto paventata giustizia divina. Cosicché costui arriva addirittura ad affermare, con la virulenza tipica della disperazione, che “tutto è permesso” e, sempre seguendo la sua snaturata logica, che l'uomo-schiavo dovrebbe essere sostituito dal nuovo uomo-dio. In tale esempio dostoevskijano, i parallelismi con la filosofia dello Übermensch nietzschiano appaiono perlomeno evidenti! Grazie a quest'uomo del tutto rinnovato, conscio della propria limitatezza, Ivan spera di ridonare all'umanità quel barlume di libertà che essa ha ceduto all'immane fandonia della religione e, nello specifico, alla religione cristiana. Dicendo ciò, lui flirta con una certa cultura francese e in particolare con quanto già proclamato dagli enciclopedisti – Voltaire su tutti, pensatore che viene spesso tirato in ballo nel corso della narrazione –, che hanno fatto dell'ateismo il loro più grande motivo di vanto...
È qui, però, che interviene il mistico Alëša, il quale opera una netta cesura: tra la sua religione verace e quella invece atea diffusasi proprio in sede vaticana. Il suo ragionamento non fa una piega e a dir la verità non può non richiamarci alla mente il buon Rousseau, che seppe scagliarsi violentemente contro l'ateismo dell'epoca dei lumi. Il Ginevrino fu non a caso l'ideatore della “religione dei cuori” o “religione naturale”, ovvero di quel “culto interiore” che non ha nulla a che vedere con l'ingannevole “culto esteriore”. Quest'ultimo, in particolare, viene ripulito da tutte quelle bugie e da tutti quei castelli costruiti per aria dalla squallida retorica dei gesuiti. Il culto rousseauiano, in sostanza, si fonda unicamente sulla dedizione a quel Grande Mistero che tutti ci avvolge e del quale mai in nessun caso potremo venire a capo; solo inchinandoci ad esso la nostra anima turbata potrà ritrovare la pace perduta, in modo tale d'affrontare con animo più lieve quell'unico patrimonio di sofferenze che ci è stato concesso in sorte. Ritornando all'obiezione posta da Alëša ad Ivan, l'ateismo non si sarebbe mai originato se il messaggio del nostro Salvatore non fosse stato pervertito da quell'unica Istituzione corrotta e temporale che invece doveva farsene garante – ogni riferimento al Vaticano non è puramente casuale... Quindi ecco che, anche su questo punto assai controverso, le analogie tra il pensiero di Dostoevskij e quello di Nietzsche – autore dell'opera tanto citata quanto fraintesa, quale: La maledizione del cristianesimo, meglio nota come L'Anticristo – ci vengono messe ancor più in luce! Quanto appena detto è ciò che concerne i risvolti più prettamente filosofici di quest'opera karamazoviana. D'altronde è risaputo come lo scrittore russo abbia influito sotterraneamente – per richiamare il titolo di un'altra sua opera, quale: Memorie dal sottosuolo – su tanta parte del pensiero filosofico moderno. In primis sulla figura forse più carismatica e allo stesso tempo più enigmatica del medesimo, per l'appunto il pensatore tedesco Friedrich Nietzsche. In virtù di ciò è lecito affermare che Dostoevskij sia stato un originale pensatore in proprio, oltre che un grande precursore dal punto di vista stilistico del romanzo moderno – vedi il suo stile fluviale e a tratti sbadato, con periodi addirittura mezzi sconnessi, ma che proprio per questo motivo sono talvolta tanto più efficaci, poiché capaci di tenerti continuamente con il fiato sospeso durante la lettura. Chi ha letto la parte del processo a Mitja – accusato ingiustamente di “parricidio” – non può che sorridere leggendo i cosiddetti “legal-thriller” alla John Grisham, tanto questi ultimi sembrerebbero scritti da dilettanti in confronto. Tutta la vita brulicante e vibrante che viviamo quotidianamente la possiamo ritrovare impressa nelle opere dostoevskijane. Impensabili senza l'incredibile bagaglio conoscitivo tramandatoci dalla tragedia greca. Ecco qua, come vedete, tutti i nodi sono venuti al pettine. Un vero capolavoro dev'essere, innanzitutto, una summa di tutti i capolavori che lo hanno preceduto. I fratelli Karamazov è proprio questo, ovvero un condensato dell'intero patrimonio letterario dell'umanità. Del resto senza Dostoevskij, senza un simile “genio” sì degno “custode” di quest'immane patrimonio, ben misera cosa sarebbe il nostro genere umano e, sopratutto, senza mancherebbe uno dei suoi interpreti in assoluto più “imprescindibili”...

4 commenti:

Fabio ha detto...

"Grazie a quest'uomo del tutto rinnovato, conscio della propria limitatezza, Ivan spera di ridonare all'umanità quel barlume di libertà che essa ha ceduto all'immane fandonia della religione e, nello specifico, alla religione cristiana."


L'umanità non ha ceduto la propria libertà alla fandonia della religione, bensì è questa stessa religione, intesa come insieme di credenze, che ha concesso all'umanità una libertà eccessiva, una vera libertà della coscienza. La colpa della religione non è dunque quella di aver rapito la libertà agli esseri umani, ma proprio quella di avergliela ceduta per intero, quella libertà d'animo. L'uomo, secondo il pensiero d'Ivàn, è troppo debole per poter sopportare un simile opprimente peso, e per questo sbaglia, e seguita a sbagliare, nell'eternità. Per questo ci sono, e ci saranno sempre, gli affamati.
Ivàn non spera assolutamente di ridonare all'umanità una bellezza, intesa come univoca giustezza, che essa ha smarrito nel tempo: Ivàn spera, e in certi attimi crede anche, che davvero si possa sperare in questo. Alesa questo lo comprende bene, infatti glielo chiede dritto in faccia :"come fai a vivere con un simile tormento nell'animo? o lo risolvi, o tu t'ammazzi!" (le parole non sono esatte, ma il concetto è questo).

Se ti va possiamo continuare a parlarne. La mia email è zi_freddie@hotmail.com .
Un saluto

Escobar17 ha detto...

Caro Fabio,
rispondo in breve al tuo commento. Innanzitutto, ti ringrazio perché fa comunque piacere disquisire ogni tanto sui massimi sistemi. Premesso che non sono Dostoevskij, l'interpretazione che nella mia recensione ho dato di Ivan si basa su un assunto fondamentale: la comunanza d'idee tra due pensatori reazionari come Nietzsche e Dostoevskij. Ivan, infatti, a mio avviso rappresenta il lato oscuro del suo Autore; mentre Alesa ne è la voce - rousseauiana oserei dire - della sua assai tormentata coscienza. Leggere i dialoghi tra questi due fratelli, così diversi ma al contempo così simili, mi ha ricordato un po' le intense pagine della "Montagna incantata" - capolavoro manniano. Qui i personaggi in disputa per le loro idee sono Naphta, un nichilista, e Settembrini, un'umanista. Beh, sia Mann che Dostoevskij in queste loro due opere capitali, credo che abbiano portato a compimento la tentazione nichilista, sfociata nel primo in una salda e rigenerativa utopia democratica, nel secondo invece in un'ultra-cristianesimo di matrice ortodossa. L'unico ideale che sopravvive e mai destinato a tramontare è la speranza. Diò può pure esser morto - come ha detto Nietzsche e ha poi ribadito Heidegger - ma la speranza ancora no poiché è l'ultima a morire... Non so te, ma io mi auguro, dal profondo dell'anima, che essa non muoia mai, altrimenti non oso immaginare che ne sarà del nostro genere umano!

Signor C. ha detto...

Io credo che Ivan non sia una figura cosi protesa all'azione per sperare. Ivan e' "presa di coscienza", e questo dirotta ogni sforzo del pensiero all'analisi del passato. Il futuro, per Ivan, finisce, per cosi dire, "oggi".

Saluti,
kri

Escobar17 ha detto...

Ivan, per quel che ho capito io, è un nichilista: questo singifica che non crede molto nel progresso. Se ci atteniamo al suo nichilismo viscerale, per lui il futuro finisce davvero "oggi". Ma, considerando che Ivan non è che l'alter-ego del suo Autore, dietro la maschera nasconde il suo vero volto: quello di progressista ateo alla francese, un Voltaire contro tutto e tutti...

Ricambio i saluti,
Marco