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16.3.07

"Febbre a 90°" di Nick Hornby

di Marco Apolloni

La parola "tifoso" deriva dal greco e indica “colui che è annebbiato”, ad esempio da una passione e che, dunque, non ci vede tanto bene. Nel libro che lo ha portato alla ribalta, Febbre a 90°, lo scrittore inglese Nick Hornby – afflitto da una vera e propria patologia del tifo – racconta alcuni aneddoti legati al suo passato-presente da tifoso, che chiariscono le dinamiche del tifo in una persona apparentemente normale – solo apparentemente però. Quand'era bambino lui andava ogni quindici giorni allo stadio per veder giocare l'Arsenal, la squadra del suo quartiere. Qui, all'uscita dallo stadio, veniva puntualmente malmenato da tifosi più grandi di lui, che gli rubavano la sciarpa e lo lasciavano accartocciato per terra. Tutto questo mentre i tifosi più civili e borghesi gli passavano tranquillamente affianco senza curarsi delle botte da lui prese. Con il suo stile originale, Hornby in questo libro ci trasporta in una sorta di dimensione parallela, facendoci soffrire e gioire con il protagonista della vicenda autobiografica. Esilarante è l'episodio in cui lui s'immagina di morire improvvisamente, tanto da non potere più assistere alla prossima vittoria sul campo della sua squadra del cuore, non sapere più come andrà a finire il campionato e chi lo vincerà. Questo sì che è il vero inferno per un tifoso...
Se tutti gli ultrà fossero come il protagonista di Febbre a 90°, il mondo del calcio sarebbe senz'altro meno violento. Siano benvenute le genuine passioni calcistiche, purché rimangano entro i limiti della civiltà. Diversa patologia del tifo è quella che si annida in certi soggetti problematici. Si tratta, perlopiù di adolescenti nel fisico eppure nella mente, i quali vengono attirati nella rete da abili pescatori di anime, che fanno leva sugli istinti peggiori covati in essi e che il più delle volte sono stipendiati da società di calcio. Queste ultime, infatti, spesso e volentieri sono le peggiori complici e invece di combattere le frange del tifo violento, le ritengono un valore aggiunto: il cosiddetto “fattore dodicesimo uomo”! Riconoscere questi capi-ultrà è piuttosto facile, basta gettare uno sguardo alle due curve di uno stadio, quando si avvistano due scemi girati da tutt'altra parte rispetto al campo da calcio, beh, quelli sono proprio loro. Manco fossero i Riccardo Muti degli stadi, questi reietti della società incitano alla violenza quei poveri “pischelli” che gli vanno dietro, al suono di tamburi triviali e cori anti-polizieschi. Di solito il coro più famigerato, che suona proprio come un canto di guerra è: “Gli vogliamo tanto bene alla polizia italiana / gli vogliamo tanto bene a quei figli di...” vi lasciamo immaginare il seguito.
Peccato poi che ogni tanto accadano episodi, magnificati da sua maestà la televisione – per la spettacolarizzazione degli episodi di violenza nel calcio vi rimandiamo all'articolo dell'antropologo francese Marc Augé, pubblicato su Repubblica di martedì 6 febbraio 2007 – come l'uccisione dell'ispettore Raciti, in quel di Catania. Come ci scappa il morto, ecco qua che l'opinione pubblica s'indigna – sempre a scoppio ritardato naturalmente. Taluni levano la loro voce nel coro di proteste e – armati di moralismo cattolico – vorrebbero sospendere i campionati addirittura per un intero anno. All'inizio sono quasi tutti d'accordo sulla sospensione dei campionati, poi chissà perché – “elimina gli interessi e otterrai un mondo più giusto” dicevano i nostri nonni – quando vengono a mancare gli introiti i vertici del calcio si coalizzano tutti nel dire: “Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto / chi ha dato, ha dato, ha dato / scurdámmoce 'o ppassato / simmo 'e Napule paisà” oppure, sulle note della buon'anima di Freddy Mercury: The show must go on...
In Italia del resto è sempre la solita storia. La politica pur volendo fare qualcosa di buono – appare emblematico il monito lanciato dal Ministro degli Interni Giuliano Amato, che ha invitato tutti a resistere alle pressioni economiche delle società di calcio quotate in borsa – non ci riesce, perché è schiava dei poteri forti, di chi ha cioè la pecunia e fa girare lo sporco mondo degli affari. E questi non possono fermarsi solo per colpa di un incidente di percorso. Già perché la morte dell'ispettore catanese, purtroppo, per molti è solo un episodio isolato e non altresì un fenomeno denotante una mancanza culturale di fondo. Poi sui giornali si sono lette le solite caterve di parole, chi invitava a seguire il modello inglese: rifare gli stadi con solo posti a sedere, così che i più facinorosi – non potendosi permettere di pagare l'onere del biglietto –, saranno costretti automaticamente a rimanere fuori dagli stadi. Soluzione pessima e pure un po' classista. Poco importa, infatti, di tutti quei poveri metalmeccanici, la stragrande “maggioranza silenziosa” del tifo, che va allo stadio solo per assistere ad uno spettacolo calcistico e non per dar addosso ai poliziotti...
Il problema che non si vuol vedere o che si vuol fare finta di non vedere è che la maggior parte degli ultrà non appartengono alla classe operaia, bensì molto spesso alle classi più abbienti e insospettabili – vedi alla voce: “figli di papà” – si abbuffano di coca o di ecstasy il sabato sera nelle discoteche, vestono Dolce & Gabbana, guidano una Mercedes Classe-A, hanno dieci telefonini per tasca. Insomma sono tutto tranne che dei poveretti, ma chissà perché, sono sempre questi ultimi che ci rimettono. Ritoccando appena le parole di una canzone di Lucio Battisti: “Tu chiamale se vuoi: ingiustizie”!

P.S: A proposito di violenza gratuita, ci è appena giunta notizia che la squadra più rappresentativa del calcio italiano, la capolista Inter, è uscita dalla Champions League con una “scazzotata” in italian style, a Valencia. Per fortuna che i calciatori dovrebbero essere i primi a dare il buon esempio...

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