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23.1.07

Il rapporto tra follia e normalità ne "La Stanza Bianca" di Don DeLillo

di Silvia Del Beccaro

Che cos'è la follia? O forse sarebbe meglio domandarsi, prima: che cos'è la normalità? Il filo che tiene legati questi due universi è sottilissimo e mai come ne "La Stanza Bianca" Don DeLillo è riuscito a trasmettermi questa certezza. Chi è lo psichiatra e chi il folle nella vita di tutti i giorni? L'uno è colui che si mostra apparentemente "normale" e che vive in un universo che lo porterà, prima o poi, certamente alla pazzia: stress, angosce, paure, ansie, incertezze... Un vortice di frenesie ci sta travolgendo tutti quanti e, pian piano, ci sta annientando. L'altro, il diverso instabile, è colui che ha deciso di creare un mondo proprio in cui vivere, utilizzando la sua immaginazione fervida, che lo inganna e gli fa credere che tutto intorno a lui sia reale.
La commedia grottesca di DeLillo affronta un po' questo delicato rapporto. Il primo atto si svolge in una stanza d’ospedale, presentando un intrico di personaggi inquietanti che entrano ed escono dalla scena. I ruoli si rovesciano di continuo, fino a non capire più chi sia il paziente e chi il medico, chi il matto evaso silenziosamente dal reparto psichiatrico Arno Klein e chi lo psichiatra che lo cura. Tutto si confonde agli occhi dello spettatore, che, messo di fronte a continui sviluppi e colpi di scena, comincia a porsi eterne e irrisolte domande sul senso della vita. Rimane però il costante quesito su chi possa essere il medico e chi il paziente...
La barriera che separa i due universi, quello della normalità e quello della pazzia, è estremamente fragile e molto spesso impercettibile. Già, perchè in fondo (per dirla citando Coehlo): “Tutti in un modo o nell’altro siamo folli”. Parliamoci chiaro, che mondo sarebbe senza follia? Occorre un po' di pepe nella vita, un minimo di stranezza, di particolarità! Ma soprattutto occorre immaginazione: questa nostra cruda realtà, infatti, dev'essere messa in contrasto di tanto in tanto con la fantasia, attraverso la quale riusciamo ad avere una visione diversa del mondo, costruita sulla base dei nostri desideri e delle nostre speranze.

Il concetto di "visione differente del mondo" è ben espressa nel secondo atto de "La Stanza Bianca". Ci troviamo in un edificio che i protagonisti credono (e fanno credere allo spettatore) sia un motel. In scena: un letto matrimoniale e un televisore che fa da sfondo, quasi sempre acceso (interpretato da un'attrice che indossa una camicia di forza). Una giovane coppia, Gary e Lynette, è alla ricerca disperata di una compagnia teatrale fantasma, che recita in luoghi e orari non precisati, e i cui spettacoli abbiano effetti miracolosi, per chi ha la fortuna di vederla. Si tratta della leggendaria compagnia degli Arno Klein (non a caso il nome è lo stesso del reparto psichiatrico).
Ma il motel sarà davvero un motel? O si tratta di qualcos'altro? Eppure i protagonisti sembrano essere convinti della loro versione. Insomma, sembrano davvero "normali"! Allora, cosa li differenzia dagli altri (per esempio dagli spettatori che seguono la loro vicenda)? L'estro, la vivacità, la spensieratezza? Ma, riflettendo, non sono forse queste caratteristiche comuni, che si addicono ad ognuno di noi? E allora torniamo al quesito iniziale: chi è veramente il folle tra di noi? Ai posteri l'ardua sentenza su questo circolo vizioso.
“La stanza bianca” dello scrittore italo-americano Don DeLillo è una commedia dallo humour angosciante. La messinscena monzese si è svolta in maggio al Teatro Binario 7 ed è stata diretta da Corrado Accordino. Protagonisti tredici attori monzesi che, formatisi nel corso degli ultimi anni sotto la guida del loro regista, costituiscono il nucleo originario di una nuova realtà teatrale territoriale.

3 commenti:

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Anonimo ha detto...

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