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14.1.07

Shakespeare e l'omosessualizzazione dei testi

di Silvia Del Beccaro

Nato a Genova nel 1948, il comico Tullio Solenghi ha costituito in passato un trio di grande successo insieme ad Anna Marchesini e Massimo Lopez. Ha recitato sia in teatro che in televisione. Attualmente è impegnato ne "La bisbetica domata", la celebre commedia di William Shakespeare. Messo in scena da Matteo Tarasco, lo spettacolo è interpretato da una compagnia di soli uomini come accadeva ai tempi di Shakespeare: motivo in più per garantire il forte coinvolgimento comico della commedia, ma anche per riscoprire la misteriosa forza dei personaggi femminili shakespeariani, tutta la loro valenza contemporanea.

Come viene trattato il rapporto uomo-donna all’interno de “La bisbetica domata”?

Viene sicuramente rappresentato, in primo luogo, un rapporto di dominazione, che fa parte del gioco amoroso tra uomo e donna e che va dall’eros alla psiche Sicuramente è una storia d’amore, resa estrema dalla predominanza dell’uomo sulla donna. Ovviamente noi non parteggiamo per questa posizione; forse ai tempi di Shakespeare tutto ciò era più naturale, più quotidiano. Allora, però, non esistevano i movimenti femministi. Ecco perché ritengo che oggi questo atteggiamento risulti anacronistico. Allo stesso tempo, però, abbiamo voluto riproporre questo schema amoroso per aiutare a svelare “le cose dette e non-dette”, che esistono all’interno di un rapporto uomo-donna.

Lo stile di Shakespeare si basa sulla metafora in un continuo susseguirsi di immagini, che però non sono mai puro gioco ornamentale, ma la sostanza stessa del pensiero. Qual è la metafora più rilevante che compare ne “La bisbetica domata”?

È certamente quella del sogno. Nella ricostruzione dello spettacolo abbiamo tentato di recuperare l’originale “Bisbetica domata”, quell’opera shakespeariana che rientra nel ciclo delle commedie del teatro-nel-teatro. All’interno della storia si svolge un gioco, ai danni di un barbone, al quale viene fatto credere di esser divenuto un gran signore. Alla fine della vicenda, il barbone sarà risbattutto ai bordi della strada, ma alla fine gli rimarrà quello scherzo-sogno-immaginario-desiderio intrinseco di vivere al di sopra della banalità e dei lati oscuri della nostra vita quotidiana.

A parte qualche sommaria indicazione, ai tempi di Shakespeare era lo spettatore a dover immaginare o dedurre dall’azione e dalle parole del testo l’ambiente in cui la scena aveva luogo. Molti studiosi hanno sostenuto che l’assenza di scenografia positiva era sopperita dalla fervida immaginazione del pubblico elisabettiano. Lei crede che il pubblico odierno possa comportarsi allo stesso modo, ovvero possa dedurre spazio e luogo dell’azione solamente attraverso le parole del testo? O meglio, crede che gli spettatori odierni abbiano ancora la fantasia di una volta?

Penso che lo spettatore possa utilizzare la sua immaginazione se lo si mette in condizione di scatenarla. Nel caso di un regista voglia contestualizzare unìopera antica famosa sulla base dell’eco dei tempi moderni, allora la fantasia dello spettatore sarà legata. Nel nostro caso, invece, abbiamo cercato di attenerci il più possibile all’accezione di “recitare” secondo la lingua anglosassone. In inglese infatti “recitare” è tradotto in “to play”, che significa anche “giocare”. In questo modo abbiamo cercato di dare una nostra interpretazione all’opera, senza farci prevaricare dall’eco dei tempi attuali.

La scuola romantica elesse Shakespeare a modello assoluto e lo esaltava proprio perché nei suoi drammi mescolava il tragico e il comico, il serio e il ridicolo «come succede nella vita» (diceva l’autore). Lei crede che sia realmente così? Crede che la vita sia fatta della contrastata presenza fra il tragico e il comico, il serio e il ridicolo?

Assolutamente sì. Credo che il comico e il ridicolo facciano entrambi parte dell’ironia, ovvero quella lente di ingrandimento – o di rimpicciolimento – attraverso la quale poter guardare la vita e viverla senza lasciarci le penne.

La curiosità de “La bisbetica domata”, di cui è interprete, sta nel fatto che per protagonista vi sia una compagnia tutta al maschile, proprio come ai tempi di Shakespeare. Al giorno d’oggi, in particolare al nord, la compagnia più famosa composta da soli uomini è quella dei Legnanesi di Felice Musazzi. Vi sono delle sostanziali differenze, però, tra le due formazioni. La prima consiste nel fatto che essi propongono pezzi del loro repertorio personale, mentre voi portate in scena una commedia shakespeariana. Cos’altro però vi differenzia?

A prescindere dal fatto che Musazzi e i Legnanesi hanno segnato momenti importanti della mia formazione, credo sostanzialmente che differiamo per un particolare importante: loro giocano a fare la donna, mentre noi indossiamo solamente abiti femminili. Per il resto, dal punto di vista fisico, mostriamo capelli corti e recitiamo con voci maschili. Abbiamo preferito attenerci alla tradizione elisabettiana per rispetto del testo e per non farlo cadere in un travestimento. Questo è stato il primo ostacolo che abbiamo dovuto superare: cercare di non cadere in errore e di non far risultare il brano una “omosessualizzazione” dei personaggi. E nonostante gli attori siano tutti uomini, alla fine la magia di Shakespeare e le sue tematiche amorose riescono ad emergere, sempre.

Cambiando discorso, ho visto che nel suo curriculum ha debuttato in teatro nella stagione 1970- 71 con “Madre Courage” di Bertolt Brecht. Quest’anno si celebra il cinquantesimo anniversario della morte dell’autore ed al teatro Piccolo di Milano era in programma proprio “Madre Coraggio”, diretto da Robert Carsen. Vorrei sapere quanto è stato importante Brecht e quanto è stato rilevante questo spettacolo nella sua carriera artistica?

Brecht è stato fondamentale per la formazione di noi attori, nati e cresciuti in quell’epoca. Sicuramente Brecht rappresenta l’altra faccia della medaglia su cui è inciso Stanislavskij. Il primo diffondeva l’idea di un teatro “epico”, che impegnasse la mente e il cervello dello spettatore e che segnasse un distacco dal personaggio. Brecht esemplificava il suo concetto di teatro con un incidente stradale e con un passante che assisteva all’accaduto e raccontava agli altri ciò a cui aveva assistito. Brecht dunque parla di raccontare non di rifare o immedesimarsi. Tutto il contrario del metodo Stanislavskij, che ha influenzato la regia e la recitazione del teatro novecentesco. Brecht è stato fondamentale anche dal punto di vista drammaturgica: ha inserito tanto didascalismo e temi di tipo politico-sociale. Forse eccedo, ma era come se l’attore, interpretando Brecht, si impegnasse politicamente diventando quasi un militante. In ogni caso si sa che, inscenando Brecht, sia per quanto riguarda la regia sia per quanto concerne la recitazione, ci si impegna politicamente. Per quanto riguarda invece lo spettacolo “Madre Coraggio”, che dire… Ho molti ricordi legati a quel testo, ma sicuramente il fatto di aver recitato insieme a Lina Volonghi ha reso quell’eperienza ancora migliore. Posso dire che la Volonghi è stata come una madre per me, dal punto di vista teatrale; una tutor, così come lo è stato Alberto Lionello. Aver lavorato all’ombra di simili artisti ha significato molto nel corso della mia carriera.
Quale testo di quale autore vorrebbe maggiormente interpretare? Ovviamente secondo le sue preferenze teatrali…

Quello a cui stiamo lavorando: il “Tartufo” di Molière. Attraverso quest’opera, intendiamo portare in scena la metafora della censura e della lotta tra il potere e la creatività artistica. La nostra idea è di riuscire ad affrontare l’opera da un punto di vista storico-contestualizzante, inserendo anche la figura del Re Sole, colui il quale vietò espressamente la rappresentazione scenica del “Tartufo” di Molière.

3 commenti:

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