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29.1.07

Corsivi filosofici - Lo spirito del capitalismo e il destino della tecnica

di Marco Apolloni

Alcune considerazioni sull'intervento tenuto dal filosofo Emanuele Severino al Teatro Manzoni di Monza l'11 Gennaio 2007, nel corso della rassegna culturale “Abitatori del tempo”.

Il capitalismo è il perno economico e sociale attorno a cui ruota la nostra civiltà e fa esercizio di potere. Ma se la potenza esercita un irresistibile ascendente su tutti gli uomini, figuriamoci sui capitalisti! Sarebbe profondamente sbagliato vedere nel capitalismo un mera forma di pragmatismo, poiché esso è molto di più: è una vera e propria filosofia di vita, un'originale visione del mondo e degli uomini che vi dimorano. E i capitalisti? Sono nientemeno che degli uomini liberi e intraprendenti, governati unicamente dalla ragione. Secondo quest'ottica particolare, dunque, il rivoluzionario è un “puro folle” che nega l'evidenza empirica del capitalismo.


(n.d.r. Qui non mi trovo granché d'accordo con Severino. Non credo che il capitalismo sia una scienza così esatta e, pur ammettendolo, temo che il bagno di sangue delle rivoluzioni sia stato - purtroppo - necessario per lavar via le brutture di certi esasperati sistemi dispotici. Questo naturalmente è un paradosso... Non mi sognerei neppure lontanamente di auspicare una rivoluzione ai giorni nostri. In passato le rivoluzioni sono state degli eventi scioccanti provocati però da eventi ancor più scioccanti, quali appunto i regimi dispotici. Dunque in quest'ottica storica le rivoluzioni - a mio parere - sono state non dico giustificabili, badate bene, ma perlomeno comprensibili. In questo la penso allo stesso modo dello scienziato Isaac Newton : "Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria"! Ovvero: "Ad ogni abominevole azione del dispotismo corrisponde una reazione uguale e contraria - e altrettanto abominevole - della rivoluzione"!)

La parola ethos significa luogo, dimora. Dunque l'espressione “etica del capitalismo” sta per: luogo dove il capitalismo dimora. Il nodo cruciale è che il capitalismo con il suo sistema di produzione senza freni sta distruggendo il pianeta. Un grande economista (Joseph Schumpeter) ha affermato che il capitalismo in realtà non può essere criticato su basi scientifiche, semmai sociologiche. L'errore di Marx fu quello di operare invano una critica scientifica, cioè razionale, del capitalismo – anche se va naturalmente precisato che, per Marx, la scientificità era un concetto assai vasto. La verità però è ben diversa da quanto egli afferma, poiché per questi esistevano dei “nessi necessari”, dicasi: sorta di pensiero teologico marxiano – tutto, dunque, fuorché scientifico. Difatti, accettando certe premesse odierne è dimostrato come non sussistano più dei “nessi necessari”, ammesso e non concesso che siano mai esistiti prima.
Paradossalmente, in un contesto dove i nemici del capitalismo sono molti, il capitalismo è il peggior nemico di se stesso. Occorre procedere ad una definizione precisa di “nemico”: il nemico è una forza estranea che ha la pretesa di subordinare i tuoi scopi ai suoi. Rapportando questo concetto al capitalista: la società non è un'opera di beneficenza.


(n.d.r: Pur rispettando questo sacrosanto principio, non vedo perché uno Stato non possa limitare le possibilità di chi vive e gode del superfluo, come i capitalisti appunto, e fregarsene altamente di chi si fracassa la schiena ogni giorno per sfamare i proprio cari, facendo duri lavori non da tutti e, malgrado ciò, percependo salari fin troppo miseri. Compito di uno Stato pienamente responsabile e autocosciente – a mio avviso – è far sì che ciascun suo cittadino viva del necessario e il resto, il superfluo cioè, venga ripartito – com'è giusto d'altronde – fra i più meritevoli. Ciò non presuppone alcuna forma di comunismo, bensì una semplice forma d'umanità, tanto più elementare in una civiltà come la nostra che si richiama ai nobili valori di carità e di pietà del cristianesimo...)


Nell'opera del sociologo Max Weber, intitolata L'etica protestante, il successo – inteso come l'incremento dei propri averi terreni – è un segno tangibile della benevolenza divina.


(n.d.r: Poco importa se nei Vangeli si leggono molteplici episodi in cui la ricchezza dello spirito non viene affatto commisurata in termini di ricchezza materiale. Certo si potrebbe obiettare a questa mia semplice constatazione che i Vangeli sono spesso e volentieri contraddittori, quindi se in alcuni punti sembrano assegnare punti a favore dei più poveri, in altri invece sono i ricchi a sembrare più accreditati. Tuttavia non credo sia questo il punto. Piuttosto credo che la ragionevolezza umana si renda conto benissimo da sola che tanti poveri non fanno comodo a nessuno, compreso ai più ricchi. Mi sembra una cosa ovvia auspicare una ripartizione più equa degli averi fra tutti i ceti di una popolazione, abbienti e non. Non mi sembra vi sia niente di deprecabile nel parteggiare per un incremento della equità nonché della giustizia sociale. A pensarci bene non è poi così utopico pretendere che: anche i poveri ridano ogni tanto o no?)


Il capitalismo ha tra i suoi scopi precipui l'uso dei beni prodotti, pertanto il suo scopo principale è il consumo. Dunque è necessario che un prodotto sia consumabile, altrimenti non avrebbe alcun senso produrlo. Si fabbrica soltanto ciò che si può vendere – lo scopo definisce già un'azione, direbbe Aristotele. Contraria è l'opinione espressa sia dal cristianesimo che dal marxismo, i quali si sono entrambi posti il problema di soppiantare il capitalismo


(n.d.r: Anche qui, a mio parere, occorre operare una dovuta precisazione. È vero che il cristianesimo non vede di buon occhio l'accumulo di capitali e lo sperpero di tante preziose risorse per il genere umano, però trovo quanto meno bizzarro il modo in cui nel corso della storia la Chiesa abbia fatto di tutto per scoraggiare l'accumulo dei capitali: a parole, però, perché nei fatti si è preoccupato più di custodire gelosamente i tesori papali. Inoltre la spiccata ambiguità della Chiesa, per quel che concerne la ricchezza materiale, è stata ben dimostrata dall'atteggiamento assunto dai peggiori despoti della storia universale, i quali hanno assicurato la propria salvezza ultraterrena facendo assolvere i propri peccati mondani dai ministri della Chiesa. E associandosi a questa istituzione spirituale hanno accresciuto a dismisura la propria dispotica istituzione temporale...).


Cambiare lo scopo di un'azione sottende trasformarla, snaturarla, farla diventare qualcos'altro. Se il capitalismo dunque cambia la sua essenza – che è il profitto – cessa di esistere, poiché diventerebbe qualcosa di diverso; quindi non sarebbe più la stessa cosa. La scienza ci sta sempre più persuadendo che il capitalismo sia uno dei principali responsabili degli sconvolgimenti climatici che stanno avvenendo sulla terra e che ci fanno temere scenari a dir poco “apocalittici” in un futuro prossimo


(n.d.r: Sulla scia di quanto suggeritoci dal grande maestro, occorrerebbe quindi magari modificare certe componenti sregolate del capitalismo, che sfrutta ciecamente le risorse limitate del nostro pianeta senza presupporre minimamente le conseguenze disastrose di quel che sta facendo. Però ciò non vi sembra in aperta contraddizione con la natura stessa del capitalismo, che non vuole avere limiti davanti a sé? Non a caso i capitalisti ortodossi sono da molti creduti senza scrupoli. Perciò, in definitiva, pretendere che il capitalismo si auto-limiti da sé ci sembra quasi un assurdo. Ecco che a questo punto il bisogno che qualcuno intervenga e diriga la fantomatica mano invisibile teorizzata da Adam Smith. Questo ruolo di correttore delle anomalie capitaliste altri non potrebbe essere che uno Stato in grado di esercitare i suoi poteri in completa autonomia. Uno Stato, insomma, che non sia soltanto il prolungamento delle proprie multinazionali; perché se così fosse non sarebbe altro che un pessimo Stato, impotente e perciò del tutto superfluo...).


Occorre operare una netta distinzione tra capitalismo e tecnica. Quest'ultima non è – come erroneamente si pensa – l'ancella di chicchessia, tanto meno del capitalismo. Anzi, semmai è il capitalismo che ha fatto della tecnica il suo dio pagano. “Dio è la prima tecnica e la tecnica è l'ultimo Dio” – sostiene Severino. La tecnica oltretutto esclude le esclusioni, inventa di continuo – a differenza del capitalismo che si limita a vendere ciò che già esiste, ma che tuttavia non si possiede totalmente – ed include tutto il plausibile, ossia essa ha le antenne perennemente rizzate per captare il minimo segnale di apertura, di novità, di cambiamento. La tecnica è “volontà di potenza” assolutamente disarcionata, che nel suo volere instancabile, si potrebbe dire non voglia altro che se stessa! In definitiva il capitalismo non possiede la tecnica, semmai ne è posseduto a sua volta. Citando un passo dei Vangeli: “Salverà la propria anima chi la perderà”. Ed è esattamente ciò che pretende di fare il capitalismo, rimettendosi nelle mani della divinità pagana della tecnica e dicendo ad essa: sia fatta la “tua” volontà. Il capitalismo quindi non fa che vendere la propria anima al demonio della tecnica, manifestando la propria totale impotenza.


(n.d.r: L'insegnamento che se ne può ricavare è: solo chi prima si perde, può poi ritrovarsi...)


Il futuro e il passato non sono meno reali del presente. Ogni istante sta perché è eterno. Dunque ogni singolo istante non è che il manifestarsi dell'eterno.


(n.d.r: Noi abitiamo il presente, viviamo in funzione del futuro, senza per questo tralasciare la meta che è l'origine, ovvero: il nostro passato, che è lì fisso davanti a noi e che ciononostante si allontana gradualmente all'orizzonte. Premettendo quindi la simultaneità di questi tre elementi costitutivi della nostra temporalità: passato-presente-futuro, possiamo dire che ogni nostro agire umano ha senso solo se lo si proietta in un'ottica utopica futura, che sia poggiata su solide basi, quali quelle costituitesi nel passato. Prima o poi, io credo, persino le scienze cosiddette matematiche – su tutte la fisica quantistica – dimostreranno come sia possibile trovare un punto di congiunzione che connetta passato-presente-futuro, permettendo forse persino la realizzazione di fantomatici viaggi nel tempo, attualmente possibili solo nella letteratura o nella filmografia fantascientifica, ma non per questo pressoché irrealizzabili in un ipotetico quanto vicino futuro. Tale punto di congiunzione è quel che un umanista chiama: istante infinito, che pesa come un macigno sulle nostre esistenze individuali rendendole pertanto degne di essere vissute...)



Severino è uno dei pochi filosofi italiani che vi siano rimasti in circolazione e si distingue da tutti quegli studiosi di filosofia – tra le due categorie intercorre una bella differenza. La sua logica raffinata è solo apparentemente contraddittoria. Difatti non bisogna lasciarsi ingannare dal modo in cui questi, da buon filosofo, gioca abilmente sulle diverse sfumature di significato delle singole parole. Ogni suo intervento si struttura all'interno del circolo ermeneutico: domanda-risposta-domanda, dove la domanda conclusiva non fa che porre sotto una nuova luce la questione cruciale: riflettere sulla nostra drammatica ma nondimeno titanica condizione umana...

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