3.4.07

Riflessione sul tragico: Che cos'è il destino per l'uomo greco?

di Marco Apolloni

Che cos'è il destino per l'uomo greco? È il contrappeso alla propria libertà, o meglio è la capacità di resistere alla propria ineluttabilità. Da ciò si origina la tragedia, che è un aperto scontro tra la libertà dell'uomo e l'ineluttabilità del suo destino. L'uomo infatti può ribellarsi al proprio destino oppure accettarlo e farsene una ragione. Nietzsche definiva quest'ultimo atteggiamento: “amor fati”. Proprio da quest'oscuro e insondabile sentimento tragico della vita, lui intuì il carattere pessimista dei greci. Secondo Nietzsche appunto nell'incondizionata accettazione del proprio destino consiste la nostra maggiore felicità, intesa come liberazione da un destino il cui peso altrimenti ci schiaccerebbe! Noi aspiriamo alla libertà poiché non riusciamo a possederla del tutto. Il nostro paradosso è questo: ci muoviamo in tutte le direzioni, pur sapendo che alla fine non arriveremo da nessuna parte... “Neppure Zeus al suo fato può sfuggire” fa dire Eschilo al suo Prometeo incatenato. In Eschilo il destino rappresenta la soglia ignota che l'uomo non può varcare. La Dike (Giustizia) punisce l'uomo che osa oltrepassare i limiti impostigli dal suo fato imperscrutabile. Da ciò ne deriva che: per vivere bene occorre vivere secondo le leggi della necessità! La tragedia per l'uomo coincide con la scoperta del proprio infausto e soverchiante destino. Terribile è la conoscenza – non a caso secondo i tragici greci: il dolore era il principale strumento conoscitivo –, perciò quasi sarebbe meglio non conoscere affatto.
In Sofocle, Edipo proprio perché ha tanto sofferto viene beato!
In Euripide, invece, il conflitto non è più tra l'io e il destino oppure tra l'io e il divino, bensì tra gli uomini e le loro passioni “umane troppo umane” direbbe Nietzsche. Nelle Baccanti, lui ci presenta una femminilità come autentica “alcova” in cui dimorano le passioni umane più irrefrenabili, rappresentata appunto dalle Baccanti, e in contrapposizione una mascolinità come sede della ragione, rappresentata invece da Penteo. Questi nella tragedia tenta invano d'impedire la diffusione del culto dionisiaco a Tebe e come risarcimento ottiene di venire fatto a pezzi dalle Baccanti, che nel loro momentaneo invasamento lo scambiano per un leone. A ben poco valgono, poi, le lacrime di sua madre Agave: certamente non a ridarle il figlio ucciso. Questa tragedia euripidea segna il trionfo del dionisiaco, seppur nella sua accezione negativa, inteso come trionfo dell'irrazionalità! Divertente è quell'aneddoto secondo cui a Euripide toccò morire, a seconda delle versioni, o sbranato da una muta di cani inferociti o fatto a pezzi – come Penteo – da un gruppo di donne invasate.
Laddove la tragedia rappresenta le sublimi ed eroiche passioni contrastanti dell'animo umano, Nietzsche accusa Euripide di aver annichilito lo spirito tragico dei greci e di aver introdotto surrettiziamente nella tragedia lo spirito raziocinante socratico. È vero poi che il Nietzsche “adulto” diventa acerrimo nemico del cristianesimo – e ne darà prova infatti nella sua opera imprescindibile L'anticristo –, ciononostante sin dai suoi inizi letterari si può già intravedere una ferma condanna di quelle fasi preparatorie del cristianesimo tra cui: il platonismo ma, prima ancora, il socratismo! Socrate viene da lui percepito come una sorta di “assillo” che lo perseguiterà per il resto dei suoi giorni ma di cui, tuttavia, non riuscì mai del tutto a liberarsi.
Pohlenz muove sostanzialmente tre critiche alla visione nietzscheana della grecità antica: la prima, troppo pessimismo eroicizzato; la seconda, troppa importanza data al ruolo giocato dalla musica nell'origine della tragedia attica, in gran parte dovuto alle influenze wagneriane e tardo-romantiche del “giovane” Nietzsche – mentre la musica in realtà aveva un ruolo soltanto accessorio e ornamentale, egli dà invece maggiore preminenza alla componente visiva e infatti ritiene che quella greca sia essenzialmente una “cultura della visione”; infine, la terza, contesta a Nietzsche il suo pessimismo di fondo sui greci, che non gli permette di riconoscere il rovescio della medaglia della tragedia, che è altresì la commedia. Mentre dalla prima – secondo Aristotele – scaturiscono le “passioni del pianto”, dalla seconda invece scaturiscono le “passioni del riso”. Ma le une non possono darsi senza le altre e sono indissolubilmente legate fra loro da un sottile quanto inestricabile filo comune. Proprio per questo: un comico è anche un po' tragico e, viceversa, un tragico è anche un po' comico...

Civiltà greco-latina: la poetica dei greci / 3

(corso tenuto dal professor Giuseppe Girgenti)
Appunti, considerazioni, riflessioni

di Marco Apolloni

La poesia nella civiltà greca si caratterizza in tre fasi: prima fase, poesia epica antica (Omero, Esiodo); seconda fase, poesia elegiaca; terza fase, poesia drammatica. In merito a quest'ultima vi sono due opere imprescindibili: una di un contemporaneo, Aristotele, intitolata La poetica; un'altra di un postero, Nietzsche, intitolata La nascita della tragedia.
Tesi di Nietzsche: il sentimento tragico della vita è la caratteristica peculiare dell'uomo greco. Tale sentimento è determinato dal conflitto incessante tra la libertà umana e la necessità del fato ineluttabile. Dunque esiste una sola via d'uscita: “l'amor fati”! Tesi questa riconducibile agli stoici, i quali desideravano anch'essi assecondare il loro destino, senza opporvisi minimamente. Da ciò ne consegue l'equazione: Grecità = Pessimismo!
Tesi di Aristotele: la tragedia – nata da un insopprimibile esigenza religiosa, culto di Dioniso – è imitazione di uomini nobili, laddove la commedia invece è imitazione di uomini più spregevoli. La prima suscita le “passioni del pianto”, la seconda invece le “passioni del riso”. Senza l'una non può necessariamente darsi nemmeno l'altra, poiché l'arte è imitazione della vita e della vita fanno parte entrambe queste passioni ed entrambe queste categorie di uomini – siano essi nobili oppure spregevoli.
Attraverso il teatro, che svolge una funzione sia paidetica, cioè educativa, che terapeutica, i cittadini della polis imparano mediante la purificazione dalle passioni negative, dicesi: catarsi. Quindi, in definitiva: per i greci andare a teatro è l'equivalente del nostro andare a messa la domenica, oggi...
Sulla scia aristotelica si colloca la tesi di Pohlenz: nettamente contrapposta a quella di Nietzsche, che vede nell'equazione Grecità = Pessimismo uno schema fin troppo riduttivo. La tragedia intesa come pessimismo ha un suo preciso rovescio della medaglia, che consiste nella commedia intesa altresì come ottimismo. Piuttosto si potrebbe definire il pessimismo dei greci come il limite invalicabile del loro ottimismo, oltre il quale non era dato accedere. Quindi, in definitiva: senza la commedia non vi sarebbe neppure la tragedia!
I poeti drammatici rivaleggiano fra di loro come degli “agoni” olimpionici e questa genuina competizione ha luogo nelle loro rappresentazioni teatrali. La prima, in assoluto, di cui si conserva memoria è quella tenutasi al Teatro di Dioniso ad Atene nel 534 a.c.
Il termine “dramma (drammatico)” deriva dal verbo “drán” che significa: “agire”. Dunque il drama propriamente inteso sta a significare un'azione scenica detta: “rappresentazione” o anche “messa in scena” e di cosa se non di un'azione? La tragedia così come la commedia, dunque, appare come un'imitazione di un'azione – ovvero: mimesi di una prassi. Questa è scritta per venire inscenata dagli attori e non per venire narrata dagli aedi o dai rapsodi.
Il dolore per i greci è fonte d'inestimabile conoscenza. Non a caso, se in Eschilo s'impara attraverso la sofferenza, viceversa in Sofocle la conoscenza produce sofferenza.

2.4.07

Geopolitica americana Vs. Geopolitica europea

di Marco Apolloni

Occorre distinguere la tradizione geopolitica europea machiavellico-realista da quella americana messianico-idealista. Questo non vuol dire che alcuni padri della patria americana fossero totalmente sforniti di una certa visione realista; basti ricordare statisti del calibro di Hamilton e Washington, fino ad arrivare ai giorni nostri a Kissinger – la cui origine tedesca è testimonio di una visione geopolitica prettamente europea. Ne L'impero che non c'è lo studioso americano David Polansky afferma proprio che la nazione americana è stata fondata sull'anti-machiavellismo, o meglio sul diniego del modo di fare politica tipicamente europeo. Gli americani sin dalla loro gloriosa fondazione si sono sempre sentiti una “eccezione”. La Provvidenza – forte è il carattere spirituale di questa giovane nazione, colonizzata originariamente da schiere di puritani emigrati dalla Madrepatria inglese – li ha infatti collocati in una posizione di comodo, lontani geograficamente dagli atavici conflitti europei, e ha dato ad essi un territorio immenso sul quale espandersi e proliferare, diventando così una nazione fieramente indipendente.
Proprio alla luce del carattere eccezionalista, di cui si sentono investiti gli americani, possono essere comprese le loro due opposte tensioni. Una all'isolazionismo, mirabilmente espressa dalla dottrina Monroe dal nome dell'omonimo Presidente, il quale voleva che gli americani si occupassero solo delle faccende americane, lasciando agli europei le loro faccende ed estendeva la sfera d'influenza degli Stati Uniti oltre all'America settentrionale anche all'America centro-meridionale – già prefigurata, oltretutto, dal famoso monito del primo Presidente George Washington – il cui succo può essere così reso: non immischiatevi nelle guerre europee poiché la nostra missione è più elevata.
Un'altra invece jeffersoniana – dal nome del Presidente Thomas Jefferson – inneggiante invece ad uno spiccato interventismo per affermare la sicurezza democratica in tutto il globo terracqueo, poiché ovunque vi fosse stato un nemico della democrazia costui sarebbe stato anche un nemico degli Stati Uniti, che minacciava la sicurezza interna della nazione.
Questa seconda tensione ebbe tra i suoi più autorevoli esponenti – nel bene e nel male – il Presidente Woodrow Wilson, ovvero il decisore dell'intervento americano nel primo conflitto mondiale. Intervento, questo, risolutivo che assestò la batosta finale alla smisurata arroganza della Germania guglielmina – che aveva raggiunto il suo culmine con l'affondamento del mercantile Lusitania. Dal nome del Presidente Wilson si originò la cordata dei wilsoniani, attualmente riconoscibili nei cosiddetti “neoconservatori” – ovvero espressione della contestata amministrazione Bush jr., che con una presunzione tutta idealistica sta rispondendo agli attentati di quel maledetto 11 Settembre, con la complessa e potenzialmente interminabile guerra al terrorismo internazionale. Anche se, a dire il vero, la guerra dichiarata al terrorismo ha una sua “ragione d'essere” eminentemente geopolitica. Essa è figlia della necessità propria degli Stati Uniti di ri-consolidarsi come potenza mondiale egemone. Non contrattaccare dopo l'abominevole attacco del 11/9 sarebbe stato percepito in tutto il mondo più che come un atto di generosa misericordia dell'America, come un segnale invece di debolezza. Dunque la guerra in Afghanistan, prima, e in Iraq, poi, rientrano nel segno di un'unica e unilaterale dimostrazione di forza – alla faccia di chi voleva l'America come una potenza in declino –, oltre a servire come preciso monito ai cosiddetti “regimi canaglia” – Iran e Siria su tutti. Gli Stati Uniti, dunque, nonostante siano la potenza incontrastata “numero uno” vogliono a tutti i costi essere la potenza “numero uno plus”. Sta di fatto, però, che l'America oggi – come l'omonimo titolo di un film del regista americano Robert Altman – è molto meno potente di quanto non fosse stata prima dell'undici Settembre. Altrimenti non sarebbero spiegabili certe libertà prese da alcuni suoi alleati. Emblematica è stata in quest'ottica la dichiarazione franco-tedesca, ribattezzata Chirac-Schroeder, contro l'intervento militare in Iraq.
Indubbiamente alcuni errori commessi in passato dagli Stati Uniti, hanno contribuito in misura rilevante a determinare l'attuale situazione di caos. Fu proprio la grossolana logica de “il nemico del mio nemico è mio amico”, che portò gli Stati Uniti ad appoggiare i guerrieri estremisti talebani nella lotta per l'indipendenza dell'Afghanistan, contro l'allora unica minaccia sovietica. Guerra questa che riveste un'importanza geopolitica cruciale, in quanto si mantenne con un piede ancora nella guerra fredda e l'altro nella guerra di oggi al terrorismo.
Ma ritorniamo alle strategie del Presidente Wilson... L'idealismo wilsoniano-americano ha già mostrato i suoi notevoli punti dolenti, vedi il disastro geostrategico del tentativo – miseramente fallito – di conciliare le potenze uscite vincitrici dal primo conflitto mondiale. Tale fallimento innescò poi, come tutti sappiamo, l'inevitabile quanto inesorabile avvento sulla scena politica tedesca, di Adolph Hitler, la cui follia imperialista trascinò l’intero mondo nel baratro del secondo e – ancor più cruento – conflitto mondiale. Chissà che una maggiore prudenza e un pizzico in più di sano pragmatismo da parte di Wilson avrebbero potuto, forse, scongiurare un epilogo talmente drammatico. Ciò non significa però, attribuire la colpa dei disastrosi accadimenti successivi al Presidente Wilson, pur tuttavia le sue responsabilità oggettive furono e restano pressoché indubitabili. A tal proposito, estremamente intuitiva si rivelò Margaret Thatcher, ex Primo Ministro inglese, nel dire che: “Gli Stati Uniti sono figli della loro filosofia, mentre noi europei siamo figli della nostra storia” – malauguratamente sanguinosa, bisogna riconoscere, ma pur sempre “maestra di vita” (per dirlo con Cicerone).
Cercando di tirare le somme si può benissimo tracciare uno schema ideal-tipico sul modo di pensare americano. Innanzitutto, va detto, l'approccio politico degli americani è decisamente universalistico. Lo stesso Jefferson parlava di obblighi morali inderogabili per gli americani; oppure si pensi allo scrittore Melville, quando si riferiva all'America come alla Nuova Gerusalemme. D'altronde la costituzione americana – indirettamente influenzata dal pensiero politico di Locke e di Montesquieu – si rivolge indistintamente a tutti gli uomini liberi capaci di riconoscersi nei suoi alti e nobili principi. Troppo spesso questo universalismo americano viene però frainteso dagli europei come una sorta di moralismo ipocrita. Un'altra caratteristica del modo di pensare americano è che: gli americani non si impegnano facilmente nei conflitti, ma quando lo fanno diventano irriducibili. Proprio per questo il cittadino-medio americano muove guerra ad un altro paese solo se si tratta di combattere il cattivo di turno, sia esso: Guglielmo II, Hitler, Milosevich o Saddam. Anche l'ottimismo antropologico di cui è profondamente intrisa la cultura americana si risolve, nelle decisioni politiche dell'America, in un'eccentrica forma di sperimentalismo. Chiaro esempio di questo sperimentalismo “all'americana” è l'operazione di esportazione della democrazia in teatri altamente instabili, che l'attuale amministrazione repubblicana sta portando avanti con esiti diremmo “poco fortunati” – per usare un eufemismo. Secondo l'ottica americana: l'umanità è perfettibile a patto che venga, per così dire, americanizzata, cioè venga ri-plasmata ad immagine e somiglianza dell'America.
Tra americani ed europei, in definitiva, vi è una notevole diversità, che emerge in maniera ancor più evidente nell'ultimo conflitto iracheno. Inoppugnabili dati sociologici c'insegnano che: mentre il soldato americano segue il modello John Rambo e combatte in Iraq, con la convinzione di essere un paladino delle forze del bene in lotta contro le forze del male; il soldato inglese è molto più accorto, “prudenza” sembra essere la sua parola d'ordine e, sopratutto, se non altro gli sono state date le nozioni più elementari per meglio orientarsi sul difficile terreno di scontro iracheno, a differenza dei sprovveduti marines americani i quali hanno invaso un paese nemico senza avere la benché minima cognizione di causa su quel che sarebbe stato il dopo-Saddam – responsabilità, questa, più che altro da imputare ai loro generali e ancor meglio ai “falchi” di Washington. L'incapacità tutta americana di pensare al mondo esterno – percepito come un'entità spaventevole e insidiosa – è qualcosa di strettamente connaturato alla natura stessa dell'essere-americano. Basti pensare che l'attuale Presidente Bush jr., prima di ereditare lo scettro paterno, ebbe occasione di maturare un'effettiva esperienza del mondo basatasi soltanto su due mini-viaggi, compiuti nel confinante stato del Messico. Dato questo che dovrebbe farci non poco riflettere sulle percezioni che ha del mondo un americano-medio – peraltro ben rappresentato dal suo attuale Presidente.
Il caso del diverso modo di rapportarsi dei soldati inglesi rispetto a quelli americani nel difficile teatro d'operazione iracheno, rivela un modo di pensare squisitamente europeo. In definitiva, l'approccio europeo è molto più storico. Può sembrare addirittura che: mentre gli americani parlano chiaro, gli europei balbettano. Questo timore reverenziale degli europei è imputabile al fatto che essi sono – come già detto – figli della loro storia. Per le sue sanguinose guerre e difficoltà d'ogni sorta, la storia dell'Europa ha insegnato moltissimo ai suoi stessi abitanti e, soprattutto, ha insegnato loro ad essere realisti e non pessimisti – anche se il realismo può essere facilmente scambiato per pessimismo, pur trattandosi di ben altra cosa. Dunque il realismo degli europei ha fatto sì che essi si rivelassero, oggi, molto più cauti e prudenti sulle questioni politiche davvero cruciali. In una parola, l'atteggiamento europeo – nettamente contrapposto a quello americano – è nemico di ogni sperimentalismo. Per gli europei sperimentare è vietato. Del resto gli europei sanno bene che: “Chi dimentica la storia è condannato a ripeterla” – parafrasando il filosofo messicano Carlos Santayana.
Nei rapporti tra Europa (con particolare riguardo all'Italia, per ovvi motivi sciovinisti) e Stati Uniti, il patto di Yalta (febbraio '45) sancì la spartizione dell'Europa tra le due super-potenze uscite vincitrici dalla seconda guerra mondiale, in virtù del quale: l'Europa orientale divenne un protettorato dell'Unione Sovietica, mentre l'Europa occidentale divenne un protettorato degli Stati Uniti. L'Italia aderì al patto atlantico (NATO), pur con alcune sue specificità interne (PCI). Difatti in Italia si riconoscono due tendenze dominanti in politica estera: una filo-americana legata alla DC e un'altra invece filo-sovietica legata al PCI. Quindi i rapporti tra Italia e Stati Uniti si sono sin da subito contraddistinti sotto il segno dell'ambiguità. Non solo i comunisti ma anche alcuni democristiani non vedevano granché di buon occhio l'Italia come protettorato statunitense. A dimostrazione che, malgrado tutto, vi erano più affinità tra un italiano e un russo, che non tra un italiano e un americano. Generalmente nelle dinamiche della Prima Repubblica quando c'era un ministro della difesa filo-americano, se ne metteva uno all'opposto filo-sovietico (o filo-arabo).
Il Presidente francese Charles De Gaulle fu il primo a parlare apertamente di un'Europa unita, dall'Atlantico agli Urali. Alla lunga l'atteggiamento strafottente degli Stati Uniti venne sempre più mal digerito dagli alleati europei. Essi, perciò, cominciarono presto a stancarsi di lavare i panni sporchi dell’alleato americano. Dal punto di vista americano, infatti, l'Europa è sempre stata niente più che un “albero di ciliegie”, dal quale cogliere: ciliegie buone ed altre meno buone. Per questo alcuni hanno ribattezzato questo tipo di politica come: “cogli la ciliegia”. Occorre precisare, però, che per l'attuale amministrazione neoconservatrice in Europa non ci sono più ciliegie da cogliere. Tant’è che per gli americani l'Europa intesa come unità politica neppure esiste – è giusto una costruzione fragile, al pari di un castello di sabbia, destinata pertanto a crollare poiché priva di fondamenta sufficientemente solide –, anche se esistono gli europei. Difatti, ora come ora, l'Europa sembra essere la summa di molteplici punti di vista divergenti. Il trattato di Maastricht – all'indomani della scomparsa di un mondo bipolare – costituì una spinta propulsiva verso l'attuazione di un disegno paneuropeista, oltre ad essere un tentativo concreto di coordinare gli sforzi dei singoli paesi, incanalandoli in un unico sforzo comunitario. Per inciso, in Italia Tangentopoli sarebbe stata impensabile in uno scenario di guerra fredda. Con l'avvento della Seconda Repubblica in Italia scompaiono formalmente – tranne alcune rare e frammentarie sacche di resistenza, capeggiate da alcuni irriducibili – sia i comunisti interni che esterni. Ciò coincide anche con un tempestivo cambio di segno nei rapporti con gli alleati americani. A ben guardare, lo stato di protettorato americano ha fatto più male che bene all’Italia. Ad ogni modo, questo non può e non deve servire da scusante per la pochezza della politica estera italiana – e, perché no, anche di quella interna. All'origine di tutto, sta l'impossibilità della classe dirigente italiana di riconoscere ed attuare delle direttive comuni cosiddette “bipartisan”. Come se l'Italia non fosse mai uscita dalla guerra civile – perché di questo si trattò – del biennio glorioso ('43-'45) della guerra partigiana contro il nemico nazi-fascista. Oltre a questi problemi di natura storica, se ne deve sommare un altro, ossia l'incapacità di fondo del nostro paese di ragionare in termini soggettivi – semmai solo di vincoli esterni. L'atteggiamento tipico dell'Italia in politica estera potrebbe venire così tradotto: voler restare coi piedi in due staffe. Tali problemi, però, sono principalmente dovuti al mancato intercambio generazionale della nostra ormai avvizzita classe dirigente. Basti vedere il modo in cui i principali decisori politici della Prima Repubblica, oltre a godere – a quanto pare – dell'elisir di lunga vita, si sono avvinghiati alla poltrona del potere, insediandosi persino fra le fila della Seconda Repubblica – a testimonio della veridicità del riuscito motto andreottiano secondo cui: “Il potere logora chi non ce l'ha”. Non essendo avvenuto questo ricambio generazionale tanto agognato, come si può anche solo sperare che nella nostra politica – sia estera che interna – possa cambiare qualcosa? È vero che la speranza è l'ultima a morire, ma anche ad essa vi è un termine.

26.3.07

Sacco e Vanzetti: omicidio di due innocenti

di Silvia Del Beccaro

Sembra una storia come tante altre quella di Bartolomeo – piemontese – e Nicola – pugliese. All’inizio del Novecento decisero di lasciare l’Italia alla volta di quella che, allora, era la terra promessa: l’America. Per raggiungerla i due giovani italiani – il primo pescivendolo e il secondo calzolaio – fecero un lungo viaggio. Sbarcarono a 17 anni nella Boston del 1908, senza conoscersi, senza neppure sapere perché ci fossero andati. Erano soltanto due "dego", come chiamavano con disprezzo gli italiani, due immigrati senza permesso, due extra-americani andati a inquinare con le loro abitudini, la loro religione e le loro idee pericolose una grande nazione. "Dove potevo andare? Cosa potevo fare?" scriveva Vanzetti. "Quella era la Terra promessa. Il treno della sopraelevata passava sferragliando e non rispondeva niente. Le automobili e i tram passavano oltre senza badare a me." Sicché lui e Sacco, ciascuno per conto proprio, dovettero cominciar subito a questuare un lavoro qualsiasi, a qualsiasi paga - per non crepare di fame. Sacco, che in Italia aveva fatto il calzolaio, trovò un posto in una fabbrica di calzature a Milford (Massachusetts). Si sposò e andò a stare in una casa con giardino. Ebbe un figlio, Dante, e una figlia, Ines. Lavorava sei giorni la settimana, dieci ore al giorno. Trovava anche il tempo per prendere parte a dimostrazioni indette da operai che chiedevano un salario più alto e condizioni di lavoro più umane e così via; per tali cause teneva discorsi e dava contributi in denaro. Fu arrestato, a causa di tali attività, nel 1916. Vanzetti non aveva un mestiere e quindi lavorava qua e là: in trattorie, in una cava, in un'acciaieria, in una fabbrica di cordami. Era un avido studioso e lesse Marx, Darwin, Hugo, Gor'kij, Tolstoj, Zola e Dante. Nel 1916 guidò uno sciopero contro la fabbrica di cordami, la “Plymouth Cordage Company”. Era sulle liste nere dei datori di lavoro, sicché per sopravvivere si mise a fare il pescivendolo per conto proprio. In quell’anno Sacco e Vanzetti si conobbero a fondo. Entrambi contestavano la brutalità del padronato, secondo il quale pochi sovrintendenti controllavano lo spreco di milioni di vite, nella speranza di far soldi. Era chiaro per loro, anche, che l'America sarebbe presto intervenuta. Non volevano esser costretti a lavorare in siffatte fabbriche in Europa, quindi si unirono a un gruppo di anarchici italo-americani. Il 5 maggio 1920 Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti vengono arrestati, perché nei loro cappotti nascondevano armi e volantini inneggianti all’anarchia. Dopo tre giorni sono accusati dell'omicidio di una guardia giurata e di un cassiere durante la rapina di South Braintree, un sobborgo di Boston. I due hanno un alibi di ferro, prove testimoniali a loro favore e addirittura la confessione del vero assassino, un detenuto accusato di un altro omicidio: eppure non c'è niente da fare, sono giudicati colpevoli. Il mondo intero si mobilita, nascono comitati per la liberazione degli innocenti, arrivano appelli dall'Italia. Nulla da fare. Sacco e Vanzetti furono condannati alla sedia elettrica.


Il colpevole era un famigerato ladro e assassino a nome Celestino Madeiros, condannato per un altro delitto. All’approssimarsi della fine, Madeiros confessò di esser lui l'autore degli omicidi per cui Sacco e Vanzetti erano stati condannati a morte. Perché? "Ho visto la moglie di Sacco venirlo a trovare coi figli, e mi hanno fatto pena, quei figlioli" disse. […]Per secondo toccò a Sacco. Dei tre, era l'unico che avesse famiglia. L'attore chiamato a interpretarlo dovrà dar vita a un uomo molto intelligente che, non essendo ben padrone dell'inglese, né molto bravo a esprimersi, non poteva fidarsi di dire alcunché di complicato ai testimoni, mentre lo assicuravano alla sedia elettrica."Viva l'anarchia" disse. "Addio, moglie mia, figli miei, e tutti i miei amici" disse. "Buonasera, signori" disse poi. "Addio, mamma" disse. Era un calzolaio, costui. Le luci della prigione si abbassarono tre volte. Per ultimo toccò a Vanzetti. Si sedette da sé sulla sedia, dove già erano morti Madeiros e Sacco, prima che gliel'ordinassero. Cominciò a parlare ai testimoni prima che gli dicessero che era libero di farlo. Anche per lui l'inglese era la seconda lingua, ma ne era padrone. Ascoltate: "Desidero dirvi," disse, "che sono innocente. Non ho commesso nessun delitto, ma qualche volta dei peccati, sì. Sono innocente di qualsiasi delitto, non solo di questo, ma di ogni delitto. Sono innocente". Faceva il pescivendolo, al momento dell'arresto. "Desidero perdonare alcune persone per quello che mi hanno fatto" disse. Le luci della prigione si abbassarono tre volte.

Riprendere tra le mani le immagini di quei due giovani emigranti – spinti dalla speranza di poter vivere in un mondo migliore – non significa fare un viaggio nel passato dell'America, ma nel presente di tutti. Significa rivivere, nella Boston del 1921, pagine di cronaca già viste in merito all’emergenza immigrati che incessantemente coinvolge il nostro Paese. Significa avere un’occasione in più per riflettere sull’ingiustizia, sui pregiudizi e su chi davvero eravamo. Non ci sono molte differenze tra i migranti di allora e quelli odierni. "I centri di accoglienza degli immigrati di allora ricordano molto quelli di oggi in Italia" pronunciò Fabrizio Costa, regista di una recente fiction sui due anarchici; questo è solo un esempio che ci fa capire, ancora una volta, cosa vivono gli immigrati attuali quando arrivano in Italia. Quella di Sacco e Vanzetti è una storia che può ripetersi anche oggi: solo che noi italiani, questa volta, stiamo dall’altra parte della barricata.

22.3.07

"Quando gli albanesi eravamo noi" di Gian Antonio Stella

di Marco Apolloni

Italiani popolo di santi, poeti, navigatori e... di emigranti! Quando gli albanesi eravamo noi, questo è il sottotitolo di un libro davvero istruttivo del giornalista Gian Antonio Stella. Mai un titolo è riuscito a catturare meglio, nell'immaginario di noi italiani di oggi dalla memoria corta, una verità storica spesso taciuta, occultata, ma non per questo meno vera. Colpa di questa mancanza di memoria nel nostro Paese è talvolta dovuta proprio agli stessi emigranti, che una volta tornati nel suolo natio hanno nascosto ai loro figli le fatiche indicibili e le sofferenze patite all'estero. Non c'è famiglia italiana che non vanti fra le sue fila almeno un proprio familiare emigrato in America, Australia o nei vicini Paesi europei, in cerca di miglior fortuna. In un secolo di storia tra il 1876 e il 1976 ben 27 milioni di italiani sono emigrati all'estero. Di solito chi decideva di emigrare non aveva nulla da perdere e per questo giocava la carta del tutto per tutto. Nei Paesi ospitanti i nostri connazionali non sono stati accolti sempre a braccia aperte, quasi mai anzi. Basterebbe andarsi a riguardare qualche copia d'archivio del New York Times di allora, per vedere come i titoli dell’epoca sono gli stessi che oggi leggiamo tutti i giorni sul nostro Corriere della Sera. L'Italia era vista come un “bel Paese” abitato però da “brutta gente”. Forse qualcuno di voi non lo saprà, ma il primo attentato terroristico nella storia della Grande Mela non è stato quello binladiano alle Twin Towers, bensì quello di un italiano che fece saltare in aria Wall Street, causando 33 morti e 200 feriti. E che dire della mafia che ci ha guadagnato la triste nomea di “pizza, spaghetti e... mafia”. Se ci mettiamo, poi, il carico di briscola apportato dalla filmografia hollywoodiana, con pellicole che sponsorizzano lo stereotipo dell'italiano-uomo-d'onore come Il Padrino, ecco qua che è difficile per noi cancellarne le tracce.
Oggi si fanno tanti bei discorsi sull'identità nazionale. Un popolo senza una identità sua propria, non potrà mai dirsi tale. Quale sarebbe, allora, l'identità italiana di oggi? Quella di abili imprenditori o creativi stilisti, oppure quella dei nostri avi, che con le pezze nel sedere e il sacco in spalla si sono imbarcati alla ricerca del Nuovomondo – titolo, peraltro, di una recente pellicola. Diceva Mark Twain: “La storia non si ripete, ma spesso fa rima”. Questo sembrerebbe essere il caso dell'Italia, dove la storia sembra aver fatto più di una rima. Lo stesso risentimento covato verso quest'orda di invasori, veniva riservato ai nostri avi emigranti. La xenofobia, ovvero la paura del diverso, è un sentimento talvolta inconsapevole di cui, chi più chi meno, tutti ne abbiamo dato prova almeno una volta nella vita. Se poi, però, nascono movimenti politici che per prender voti si appigliano sulle paure ancestrali della popolazione autoctona, ecco qua che questo è il sintomo di un malessere diffuso. Stiamo parlando della Lega nord, partito che nel nostro Paese sembrerebbe richiamarsi a quei principi di razzismo e di superiorità della razza – nel tal caso non la razza ariana, bensì padana, si noti la rima –, i cui echi inquietanti risuonano ancora oggi – vedi alla voce lager nazisti. Il fascismo, in tutte le sue plurime sfaccettature, ha una qualità indiscutibile, cioè quella di mutare forma e adeguarsi allo ZeitgeistSpirito dei Tempi. Come dire, non esisterà più il partito fascista in Italia, ma comunque il fenomeno fascista si è mantenuto lo stesso vivo e vegeto, seppur in altre forme – peraltro ben amalgamatesi in quel “polpettone” fatto di impasti e rimpasti, quale si è ormai ridotta la politica italiana...
Per fortuna bravi giornalisti che fanno bene il loro mestiere, come Gian Antonio Stella, ci rinfrescano la memoria con saggi indispensabili, che andrebbero integrati nelle scuole come “antidoto” al “veleno” xenofobo. A scanso d'equivoci, essere consapevoli del nostro passato mafioso, non dovrebbe farci dedurre che dovremmo pertanto accettare con lassismo le mafie importate, oggi, nel nostro Paese. Piuttosto questa consapevolezza dovrebbe innanzitutto sensibilizzarci su di un tema, sempre più attuale e che lo sarà sempre di più; poiché da questo tema dipende il nostro futuro sviluppo economico-sociale. Basterebbe sentire gli imprenditori nostrani, che dovrebbero chiudere le loro fabbriche se non avessero lavoratori stranieri disposti a fare quei lavori più degradanti, oramai snobbati dai lavoratori italiani. Prima capiremmo che l'immigrazione – quella buona e sana, fatta di padri di famiglia motivati a dare un futuro migliore ai loro figli, da distinguere da una cattiva e criminosa – è una fonte d'inestimabile ricchezza, prima faremmo un piacere a noi stessi e al nostro Paese. Oltretutto, soluzioni isolazioniste – quali possono essere ad esempio: barricarsi all'interno dei propri ristretti confini nazionali – vanno oramai considerate come degli anacronismi storici, che andrebbero ampiamente superati; che lo vogliamo o meno, la storia sembra già aver deciso per noi: stiamo andando incontro a società multirazziali e multiculturali. Perciò, tanto vale adeguarsi. A cominciare dallo smettere di discriminare i nostri immigrati, se non altro per non offendere la memoria dei nostri avi emigranti.
Chiudiamo con la dedica, molto bella e significativa, con cui il giornalista Gian Antonio Stella apre il suo libro L'orda – Quando gli albanesi eravamo noi (Rizzoli, pp. 288, euro 17): «A mio nonno Toni “Cajo”, che mangiò pane e disprezzo in Prussia e Ungheria, e sarebbe schifato dagli smemorati che sputano oggi su quelli come lui»…

19.3.07

“Factotum” (Edizione Feltrinelli ‘Le Nuvole’: 2 dvd + libro)

di Paolo Musano

Negli anni ’70 Charles Bukowski era considerato ancora uno scrittore underground, pochi lo conoscevano e alcuni di questi non lo consideravano neanche uno scrittore. Anche negli Stati Uniti, il suo paese, era difficile trovare i suoi libri. A New York non c’erano. Bisognava fare un salto alla City Lights di Lawrence Ferlinghetti a San Francisco per trovare un suo romanzo in vetrina. Una ventina d’anni dopo la situazione era cambiata. In Italia la Feltrinelli cominciava a far conoscere le sue opere. Io e molti giovani della mia età lo si leggeva a scuola, sotto banco, clandestinamente, assieme ai fumetti di Dylan Dog. Adesso Charles Bukowski è un autore “di culto”. Ne sono stati riconosciuti i pregi anche come poeta. Le sue liriche hanno liberato la Poesia dall’Accademia, ringiovanendola e facendola respirare, come avevano fatto qualche secolo prima Rimbaud e Whitman. Come romanziere è stato il maestro del grottesco. Nei suoi racconti ha messo a nudo, onestamente e spietatamente, un’umanità afflitta e sfortunata, dandole la voce che le spettava. Di sicuro il vecchio “Hank” è stato uno degli scrittori più influenti del Novecento, ma il suo spettro non si è limitato ad abbracciare la letteratura, ha sfiorato anche il mondo della musica. Ha ispirato Tom Waits e Bono (dopo l’89, quando gli U2 con “Rattle and hum” si innamorarono e resero omaggio all’America, negli anni ’90 della svolta elettronica e della Zoo Tv, le letture di Bono e di Edge erano Carver e Bukowski: quest’ultimo è citato sia in “Achtung Baby” che in “Zooropa” [nell’album, “Dirty day” è dedicata ad Hank]), come anche la canzone d’autore italiana.

Il primo dvd del cofanetto contiene il film “Factotum” di Bent Hamer, con Matt Dillon, Lili Taylor e Marisa Tomei, tratto dall’omonimo romanzo di Charles Bukowski. E’ il terzo film tratto da un’opera del vecchio Buk e probabilmente il più riuscito, dopo “Storie di ordinaria follia” con Ben Gazzara e “Barfly” con Mickey Rourke. Sebbene, per quanto tendente al flaccido e trasandato, Matt Dillon sia troppo bello per essere un Henry Chinaski credibile, è comunque bravissimo e supera di molte misure Mickey Rourke, che nel film precedente riusciva a essere solo pateticamente goffo. Gli sguardi, la mimica, le movenze e il portamento di Dillon sono ben studiati e di grande effetto: il suo personaggio sembra prendersi tremendamente sul serio, ma è solo un bluff, infatti poco dopo viene fuori la sua enorme carica comica. I ghigni di Matt Dillon sono irresistibili, danno leggerezza e spessore al suo personaggio, che risulta da subito simpatico e affascinante. Brave anche Lili Taylor nel trasmettere lo squallore di un rapporto che si regge quasi unicamente sulla bottiglia e Marisa Tomei con i suoi sguardi allucinati e le sue pose da gatta morta. Il film scorre bene e, tra una risata e un nodo alla gola, regala momenti di autentica poesia, che quasi sempre coincidono con le citazioni dei versi di Bukowski. Il finale, ad esempio (anche se non dovrei raccontarlo ;), è di grande suggestione: Chinaski è da solo in un locale notturno, davanti a lui una ragazza bellissima si esibisce in uno spogliarello, mentre in sottofondo risuonano le parole di una delle più belle poesie scritte dal vecchio Hank… Ascoltatele con attenzione e fatele echeggiare dentro di voi. Non sono rivolte solo agli aspiranti scrittori, ma a tutti i giovani di belle speranze…

Il secondo dvd, da solo, vale l’acquisto dell’intero cofanetto. Contiene “Born into this”, un bellissimo e raro film documentario di John Dullaghan sulla vita di Charles Bukowski, dove vedrete lo scrittore protagosta dei suoi reading leggendari, con frigorifero carico di birre al seguito, di interviste esilaranti e commoventi e di un violento litigio in diretta con Linda (la sua ultima moglie ed erede di tutte le sue opere, comprese quelle inedite che usciranno negli anni a venire: già, ci aspettano ancora altre poesie, racconti e romanzi del vecchio sporcaccione…). Ci sono anche le testimonianze di amici e conoscenti, più o meno famosi. Tra i vip: Tom Waits, Bono e Sean Penn (uno degli amici più intimi dello scrittore). E’ divertente anche il racconto di Enrico Franceschini, un giornalista che è stato tra i pochi fortunati italiani, oltre a Fernanda Pivano, ad aver incontrato Buk, dopo aver scovato il suo appartamento di San Pedro a Los Angeles, alla fine di una lunga e picaresca traversata del continente americano, consumata in gioventù con un gruppo di amici intellettuali che inseguivano il sogno, leggendo Kerouac (e naturalmente Buk)… Nel libro si possono leggere i dettagli di quest’incontro straordinario e indimenticabile per dei giovani che allora si trovarono a farsi una birra e a chiacchierare con il loro mito letterario.

La scelta del libro allegato, salvo il raccontino di Enrico Franceschini, è molto discutibile. Il volumetto contiene anche dieci racconti di Bukowski: “La più bella donna della città”, “Tre donne”, “25 barboni cenciosi”, “Vita e morte all’ospedale dei poveri”, “Un’amabile storia d’amore”, “Un matrimonio di rito Zen”, “Troppo sensibile”, “Violenza carnale”, “O con amore o niente” e “Pazzia notturna per le strade”, tratti da “Storie di ordinaria follia”. Sarebbe stato meglio includere “Factotum”, il romanzo da cui è tratto il film (ma la Feltrinelli non ne possiede i diritti) o tutt’al più “Il capitano è fuori a pranzo” (che è citato più volte nel film), una raccolta di alcune pagine del diaro compilato (su mac: gli ultimi anni il personal computer della Apple aveva sostituito la vecchia macchina da scrivere) da Bukowski fino a pochi giorni prima che tirasse le cuoia. Tutto sommato, questo cofanetto è molto più di una chicca da fan. I due dvd, il film come il documentario, meritano uno spazio in videoteca. Per chi non conosce Bukowski, è anche un modo per avvicinarsi a lui, sfatando molti stereotipi e cominciando ad avere un’idea della sua prosa. Le passioni di Hank si contavano sulle dita di una mano: la scrittura, la musica classica, l’alcol, le donne e le corse dei cavalli, ma la pasta dell’uomo era anche altro. Lo si capisce da alcuni passaggi dei suoi racconti o romanzi e da alcuni versi delle sue poesie, quanta saggezza e profondità c’era in questo bardo dei derelitti, che conosceva bene la sofferenza (la sua adolescenza fu terribile: una gravissima acne lo segnò anche nell’anima) e che, in fondo, tra una sbronza e una scopata, cercava quello che cercano tutti: un po’ di pace e un po’ d’amore…

16.3.07

"Febbre a 90°" di Nick Hornby

di Marco Apolloni

La parola "tifoso" deriva dal greco e indica “colui che è annebbiato”, ad esempio da una passione e che, dunque, non ci vede tanto bene. Nel libro che lo ha portato alla ribalta, Febbre a 90°, lo scrittore inglese Nick Hornby – afflitto da una vera e propria patologia del tifo – racconta alcuni aneddoti legati al suo passato-presente da tifoso, che chiariscono le dinamiche del tifo in una persona apparentemente normale – solo apparentemente però. Quand'era bambino lui andava ogni quindici giorni allo stadio per veder giocare l'Arsenal, la squadra del suo quartiere. Qui, all'uscita dallo stadio, veniva puntualmente malmenato da tifosi più grandi di lui, che gli rubavano la sciarpa e lo lasciavano accartocciato per terra. Tutto questo mentre i tifosi più civili e borghesi gli passavano tranquillamente affianco senza curarsi delle botte da lui prese. Con il suo stile originale, Hornby in questo libro ci trasporta in una sorta di dimensione parallela, facendoci soffrire e gioire con il protagonista della vicenda autobiografica. Esilarante è l'episodio in cui lui s'immagina di morire improvvisamente, tanto da non potere più assistere alla prossima vittoria sul campo della sua squadra del cuore, non sapere più come andrà a finire il campionato e chi lo vincerà. Questo sì che è il vero inferno per un tifoso...
Se tutti gli ultrà fossero come il protagonista di Febbre a 90°, il mondo del calcio sarebbe senz'altro meno violento. Siano benvenute le genuine passioni calcistiche, purché rimangano entro i limiti della civiltà. Diversa patologia del tifo è quella che si annida in certi soggetti problematici. Si tratta, perlopiù di adolescenti nel fisico eppure nella mente, i quali vengono attirati nella rete da abili pescatori di anime, che fanno leva sugli istinti peggiori covati in essi e che il più delle volte sono stipendiati da società di calcio. Queste ultime, infatti, spesso e volentieri sono le peggiori complici e invece di combattere le frange del tifo violento, le ritengono un valore aggiunto: il cosiddetto “fattore dodicesimo uomo”! Riconoscere questi capi-ultrà è piuttosto facile, basta gettare uno sguardo alle due curve di uno stadio, quando si avvistano due scemi girati da tutt'altra parte rispetto al campo da calcio, beh, quelli sono proprio loro. Manco fossero i Riccardo Muti degli stadi, questi reietti della società incitano alla violenza quei poveri “pischelli” che gli vanno dietro, al suono di tamburi triviali e cori anti-polizieschi. Di solito il coro più famigerato, che suona proprio come un canto di guerra è: “Gli vogliamo tanto bene alla polizia italiana / gli vogliamo tanto bene a quei figli di...” vi lasciamo immaginare il seguito.
Peccato poi che ogni tanto accadano episodi, magnificati da sua maestà la televisione – per la spettacolarizzazione degli episodi di violenza nel calcio vi rimandiamo all'articolo dell'antropologo francese Marc Augé, pubblicato su Repubblica di martedì 6 febbraio 2007 – come l'uccisione dell'ispettore Raciti, in quel di Catania. Come ci scappa il morto, ecco qua che l'opinione pubblica s'indigna – sempre a scoppio ritardato naturalmente. Taluni levano la loro voce nel coro di proteste e – armati di moralismo cattolico – vorrebbero sospendere i campionati addirittura per un intero anno. All'inizio sono quasi tutti d'accordo sulla sospensione dei campionati, poi chissà perché – “elimina gli interessi e otterrai un mondo più giusto” dicevano i nostri nonni – quando vengono a mancare gli introiti i vertici del calcio si coalizzano tutti nel dire: “Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto / chi ha dato, ha dato, ha dato / scurdámmoce 'o ppassato / simmo 'e Napule paisà” oppure, sulle note della buon'anima di Freddy Mercury: The show must go on...
In Italia del resto è sempre la solita storia. La politica pur volendo fare qualcosa di buono – appare emblematico il monito lanciato dal Ministro degli Interni Giuliano Amato, che ha invitato tutti a resistere alle pressioni economiche delle società di calcio quotate in borsa – non ci riesce, perché è schiava dei poteri forti, di chi ha cioè la pecunia e fa girare lo sporco mondo degli affari. E questi non possono fermarsi solo per colpa di un incidente di percorso. Già perché la morte dell'ispettore catanese, purtroppo, per molti è solo un episodio isolato e non altresì un fenomeno denotante una mancanza culturale di fondo. Poi sui giornali si sono lette le solite caterve di parole, chi invitava a seguire il modello inglese: rifare gli stadi con solo posti a sedere, così che i più facinorosi – non potendosi permettere di pagare l'onere del biglietto –, saranno costretti automaticamente a rimanere fuori dagli stadi. Soluzione pessima e pure un po' classista. Poco importa, infatti, di tutti quei poveri metalmeccanici, la stragrande “maggioranza silenziosa” del tifo, che va allo stadio solo per assistere ad uno spettacolo calcistico e non per dar addosso ai poliziotti...
Il problema che non si vuol vedere o che si vuol fare finta di non vedere è che la maggior parte degli ultrà non appartengono alla classe operaia, bensì molto spesso alle classi più abbienti e insospettabili – vedi alla voce: “figli di papà” – si abbuffano di coca o di ecstasy il sabato sera nelle discoteche, vestono Dolce & Gabbana, guidano una Mercedes Classe-A, hanno dieci telefonini per tasca. Insomma sono tutto tranne che dei poveretti, ma chissà perché, sono sempre questi ultimi che ci rimettono. Ritoccando appena le parole di una canzone di Lucio Battisti: “Tu chiamale se vuoi: ingiustizie”!

P.S: A proposito di violenza gratuita, ci è appena giunta notizia che la squadra più rappresentativa del calcio italiano, la capolista Inter, è uscita dalla Champions League con una “scazzotata” in italian style, a Valencia. Per fortuna che i calciatori dovrebbero essere i primi a dare il buon esempio...

12.3.07

Forrest Gump (1994)

di Marco Apolloni

“Corri Forrest, corri!”. Vedendo questo film è cosa difficile non lasciarsi coinvolgere dalle corse a capofitto del protagonista, Forrest – interpretato da un Tom Hanks strepitoso –, ex paraplegico con un Q.I. di qualche punto inferiore alla media, ma che sprigiona una sensibilità e un'umanità semplicemente disarmanti. Di fronte ad ogni problema impellente della vita, lui ha preso l'abitudine di correrci sopra, perché correre lo aiuta a vivere. Sembra che il “Boss” mentre scriveva una canzone epica, inno d'intere generazione, quale Born to run, avesse in mente proprio Forrest: Nato per correre...
In questo film il regista Robert Zemeckis si supera, raccontandoci una storia dai sentimenti forti, che è una rivisitazione del “sogno americano”. La morale è la seguente: tutti possono avere una chance nella vita! Attraverso gli occhi di un personaggio un po' particolare, Forrest, Zemeckis ci mostra una significativa panoramica della storia recente americana. Cresciuto a Greenbow, in Alabama – Stato del profondo sud degli Stati Uniti, nonché luogo dove il traghettamento verso una società multietnica viene vissuto con molteplici difficoltà –, Forrest viene educato da un'amorevole madre, rimasta sola dopo l'abbandono del marito. Questa farà di tutto per non far mancare niente al suo pargolo. Una bambina sveglia, Jenny, capirà la ricchezza interiore di Forrest e gli darà perciò la sua amicizia. Grazie a lei Forrest riacquisterà l'uso delle gambe e in un episodio denso di pathos verrà incitato a fuggire dalla fitta sassaiola di alcuni suoi dispettosi coetanei, a cui proprio non va giù il suo handicap. Jenny rimarrà sempre la stella-fissa, baluginante nell'universo immaginario di Forrest, ma al contempo sempre sfuggente e un passo davanti a lui.
La definizione migliore per Forrest è idiota-intelligente. Idiota perché la sua intelligenza limitata è sia un difetto ma, sopratutto, anche il suo più grande pregio. Più che pensare lui è capace di sentire ed è con il potere del sentimento che riesce a catturare la stima e l'affetto di chiunque incontra. Seduto su una panchina, nella stazione degli autobus di Savannah, Forrest riunisce attorno a sé un casuale uditorio, a cui racconterà le mille peripezie della sua vita avventurosa. Abbinando modi di dire ad episodi fantastici che lo hanno visto protagonista. Tant'è che vedendolo, così a prima vista, nessuno ci scommetterebbe che gli siano davvero successi. I suoi cavalli di battaglia sono: “Mia mamma diceva sempre: la vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita”, “Stupido è chi lo stupido fa” e così via. Ascoltando il racconto di Forrest veniamo a sapere che, suo malgrado e senza nemmeno rendersene conto, lui è stato una star del football all'università – sfruttando le sue doti di gran corridore –, un eroe di guerra, un campione di ping-pong e, in ultimo, un miliardario inconsapevole.
Qui ci vengono presentati personaggi memorabili quali: il “Tenente Dan” e l'inseparabile compagno d'armi di Forrest, “Bubba”. Quest'ultimo, un omone nero con due buffissime e spropositate labbra, non fa che parlargli di gamberi. Tant'è che alla fine riuscirà persino a convincere un esausto Forrest a mettersi in società con lui nel commercio dei gamberi, dopo la guerra nel Viet(fottuto)nam, promettendogli soldi a palate. Il povero “Bubba”, però, non vivrà abbastanza per vedere realizzato il suo ambizioso progetto. Così di punto in bianco Forrest, non avendo nient'altro di meglio da fare, con il suo inguaribile ottimismo comincia a lavorare sodo per mettersi nel commercio dei gamberi. Dopo i prevedibili fallimenti iniziali, il suo giro d'affari si allarga a macchia d'olio. A dargli una mano ci pensa il “Tenente Dan” in persona, menomato delle gambe ma non della sua tenacia di soldato e munito ancora di due braccia possenti. Questi, tra l'altro, deve la sua vita a Forrest che lo ha salvato da morte certa nella giungla vietnamita, caricandoselo in spalla e portandolo in salvo – nonostante sulle prime gli opporrà non poche resistenze, finanche maledicendolo per averlo salvato. Parte dei proventi ottenuti con il commercio dei gamberi, Forrest li darà alla madre di “Bubba”, dimostrando così grande generosità .
Al termine del suo lungo racconto, Forrest scopre di aver aspettato invano l'autobus e viene a sapere che il posto dove si trova Jenny, il “grande amore” della sua vita, è a pochi isolati da lì. Quindi si ricongiunge con lei, che gli racconta di essere molto malata e in compenso gli svela di aver concepito insieme a lui un bellissimo bambino – e pure molto intelligente: “Forrest jr.”. Dopo qualche tempo, Jenny morirà, pagando cara una vita piena di eccessi. Ad ogni modo lei trapassa con la consapevolezza di aver lasciato il suo unico figlio in buone mani, alle cure di un padre un po' goffo ma senz'altro speciale: Forrest... Al termine della toccante pellicola, non vi basteranno un pacco intero di fazzoletti per asciugarvi le lacrime: potete scommetterci!
Vincitore di sei statuette, è un film completo sotto tutti gli aspetti. Una regia-capolavoro di Robert Zemeckis. Un'interpretazione sopra le righe di Tom Hanks – mai così in forma. Una colonna sonora indimenticabile – a riprova del fatto che tutti i bei films hanno un altrettanto bella colonna sonora –, ricca di belle canzoni d'annata (California dreamin' dei The Mamas and the Papas, All along the Watchtover di Jimi Hendrix, Sweet home Alabama dei Lynyrd Skynyrd, poi ancora canzoni dei The Doors, The Beach Boys e tante altre ancora) commista ad una musica da suite, sapientemente architettata da quell'istrione di Alan Silvestri – uno che ci sa fare, già autore della soundtrack di Ritorno al futuro. Una storia originale e commovente. Ed infine una sceneggiatura, come si suol dire: con le “contro-palle”. Ecco a voi una pietra miliare della storia del cinema, ecco a voi, signori e signore: Forrest Gump...

6.3.07

"I fratelli Karamazov” di Fëdor Dostoevskij

di Marco Apolloni
D'accordo, leggere un'opera di Dostoevskij non è: né daper tutti. Diciamo che quando si parla del grande romanziere russo, ecco qua che come d'incanto il popolo dei lettori si spacca e si divide in due fazioni. In pratica fra coloro che non lo possono proprio soffrire – non che abbiano tutti i torti, leggere una qualunque sua opera non è la stessa cosa che mandare giù un bicchiere d'acqua, ciononostante per come la vedo io, costoro non sanno cosa si perdono – e coloro invece che, come il sottoscritto, ne vanno pazzi!
Vi dico subito che non ho intenzione di dilungarmi molto su questa controversia originatasi fra i lettori. Dirò solo che lo stile pomposo di Fëdor non è tanto godibile quanto quello, decisamente più spontaneo, di un Mark Twain. Ad ogni modo è pur vero che – per certi versi – è esistita e tuttora esiste una sorta di “guerra fredda” tra russi e americani, capace di coinvolgere persino l'ambito letterario. Mi limito giusto a dire che, quant'è vero che tutte le cose necessitano del proprio “contraltare”, lo stesso discorso vale anche per la letteratura russa e quella americana, le quali sono sì diverse ma non per questo divergenti.
Ma vengo ora a ciò che più m'interessa, ovvero recensire I fratelli Karamazov. Perché mi sento di doverlo fare? Potrei rispondere, non senza una certa banale posa intellettualistica: perché questo romanzo è una “pietra miliare” della letteratura universale. Ad essere sincero – e la sincerità in questi casi non è mai troppa – la ragione è un'altra. Se lo faccio è perché questo “assoluto capolavoro” è stato per me uno di quei pochi e rari libri – e io non leggo mai un libro a caso – che mi hanno fatto venire i lucciconi agli occhi. Calvino ha coniato l'espressione, forse più opportuna, per descrivere grandi classici come questo, e cioè: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”. Personalmente la penso anch'io allo stesso modo...
Innanzitutto, sappiate che tutti i luoghi comuni triti e ritriti circolanti sul conto di Dostoevskij sono immancabilmente veri, ossia che è: profondo, complesso, prolisso… e chi più ne ha più ne metta. Leggendo l'opera in questione, devo ammettere che in certi punti mi sono fatto prendere dall'entusiasmo, parteggiando – a seconda dei casi – per ognuno dei tre fratelli: il mistico Alëša, il nichilista Ivan e il selvaggio Mitja. Ognuno di loro, pur nella propria specifica diversità, resta indubitabilmente un Karamazov. E ciò diventa sinonimo di umanità, poiché in essi si rispecchiano le mille sfaccettature dell'animo umano. Sì capace di nobili slanci, ma anche dei più orrendi pensieri.
In queste intense pagine si trovano a cozzare due differenti weltanschuung: quella del più giovane dei tre fratelli, cioè Alëša, e quella del secondogenito Ivan. Mentre il primo – fedele discepolo dello starec Zosima – si contraddistingue per la sua incrollabile fede che non vacilla nemmeno di fronte alle brutture di questo mondo; il secondo, invece, si caratterizza in quanto “portabandiera” del nichilismo dilagante della sua epoca. Dunque quest'ultimo, a differenza dell'altro, dubita seriamente dell'esistenza dell'Onnipotente e per ciò stesso dell'avveramento anche della tanto paventata giustizia divina. Cosicché costui arriva addirittura ad affermare, con la virulenza tipica della disperazione, che “tutto è permesso” e, sempre seguendo la sua snaturata logica, che l'uomo-schiavo dovrebbe essere sostituito dal nuovo uomo-dio. In tale esempio dostoevskijano, i parallelismi con la filosofia dello Übermensch nietzschiano appaiono perlomeno evidenti! Grazie a quest'uomo del tutto rinnovato, conscio della propria limitatezza, Ivan spera di ridonare all'umanità quel barlume di libertà che essa ha ceduto all'immane fandonia della religione e, nello specifico, alla religione cristiana. Dicendo ciò, lui flirta con una certa cultura francese e in particolare con quanto già proclamato dagli enciclopedisti – Voltaire su tutti, pensatore che viene spesso tirato in ballo nel corso della narrazione –, che hanno fatto dell'ateismo il loro più grande motivo di vanto...
È qui, però, che interviene il mistico Alëša, il quale opera una netta cesura: tra la sua religione verace e quella invece atea diffusasi proprio in sede vaticana. Il suo ragionamento non fa una piega e a dir la verità non può non richiamarci alla mente il buon Rousseau, che seppe scagliarsi violentemente contro l'ateismo dell'epoca dei lumi. Il Ginevrino fu non a caso l'ideatore della “religione dei cuori” o “religione naturale”, ovvero di quel “culto interiore” che non ha nulla a che vedere con l'ingannevole “culto esteriore”. Quest'ultimo, in particolare, viene ripulito da tutte quelle bugie e da tutti quei castelli costruiti per aria dalla squallida retorica dei gesuiti. Il culto rousseauiano, in sostanza, si fonda unicamente sulla dedizione a quel Grande Mistero che tutti ci avvolge e del quale mai in nessun caso potremo venire a capo; solo inchinandoci ad esso la nostra anima turbata potrà ritrovare la pace perduta, in modo tale d'affrontare con animo più lieve quell'unico patrimonio di sofferenze che ci è stato concesso in sorte. Ritornando all'obiezione posta da Alëša ad Ivan, l'ateismo non si sarebbe mai originato se il messaggio del nostro Salvatore non fosse stato pervertito da quell'unica Istituzione corrotta e temporale che invece doveva farsene garante – ogni riferimento al Vaticano non è puramente casuale... Quindi ecco che, anche su questo punto assai controverso, le analogie tra il pensiero di Dostoevskij e quello di Nietzsche – autore dell'opera tanto citata quanto fraintesa, quale: La maledizione del cristianesimo, meglio nota come L'Anticristo – ci vengono messe ancor più in luce! Quanto appena detto è ciò che concerne i risvolti più prettamente filosofici di quest'opera karamazoviana. D'altronde è risaputo come lo scrittore russo abbia influito sotterraneamente – per richiamare il titolo di un'altra sua opera, quale: Memorie dal sottosuolo – su tanta parte del pensiero filosofico moderno. In primis sulla figura forse più carismatica e allo stesso tempo più enigmatica del medesimo, per l'appunto il pensatore tedesco Friedrich Nietzsche. In virtù di ciò è lecito affermare che Dostoevskij sia stato un originale pensatore in proprio, oltre che un grande precursore dal punto di vista stilistico del romanzo moderno – vedi il suo stile fluviale e a tratti sbadato, con periodi addirittura mezzi sconnessi, ma che proprio per questo motivo sono talvolta tanto più efficaci, poiché capaci di tenerti continuamente con il fiato sospeso durante la lettura. Chi ha letto la parte del processo a Mitja – accusato ingiustamente di “parricidio” – non può che sorridere leggendo i cosiddetti “legal-thriller” alla John Grisham, tanto questi ultimi sembrerebbero scritti da dilettanti in confronto. Tutta la vita brulicante e vibrante che viviamo quotidianamente la possiamo ritrovare impressa nelle opere dostoevskijane. Impensabili senza l'incredibile bagaglio conoscitivo tramandatoci dalla tragedia greca. Ecco qua, come vedete, tutti i nodi sono venuti al pettine. Un vero capolavoro dev'essere, innanzitutto, una summa di tutti i capolavori che lo hanno preceduto. I fratelli Karamazov è proprio questo, ovvero un condensato dell'intero patrimonio letterario dell'umanità. Del resto senza Dostoevskij, senza un simile “genio” sì degno “custode” di quest'immane patrimonio, ben misera cosa sarebbe il nostro genere umano e, sopratutto, senza mancherebbe uno dei suoi interpreti in assoluto più “imprescindibili”...

1.3.07

"L’Anticristo - Maledizione del Cristianesimo", di Friedrich Nietzsche, Milano, 2004.

di Marco Apolloni

Secondo Nietzsche il Cristianesimo è il capro espiatorio: la causa prima, nonché ultima, di tutti i mali dell’umanità. Lui deriva la concezione dell’idiotismo di Gesù da Dostoevskij. Mentre da Tolstoj deriva, invece, la concezione dell’anarchismo del Cristianesimo. Nel Cristianesimo paolino la venuta del Regno dei Cieli innescherà la rivalsa degli oppressi ai danni dei loro oppressori privi di scrupoli. Il capovolgimento dei ruoli può venire interpretato oltretutto in chiave marxiana come l’attuazione della tanto agognata lotta di classe, che rovescerà i ruoli girandoli a vantaggio degli svantaggiati – per così dire – e cioè: i poveri diventeranno ricchi (anche s'è presumibilmente implicito si tratti di un diverso tipo di ricchezza da quella materiale), gli infermi diventeranno dei corridori (nel vero senso della parola), i morti risorgeranno dai loro sepolcri (un po’ come la famosa Araba Fenice capace di rigenerarsi dalle proprie ceneri) e via dicendo. Segnando così l’inizio di un mondo sopramondano. Peccato, però, che lo stesso Paolo non ci dica quando ciò avverrà effettivamente, nel frattempo non ci resta che crogiolarci nella snervante attesa e rinviare all’infinito questa eterna promessa mancata, che a quanto pare costituisce il fondamento stesso del Cristianesimo.
In questo senso ha provato a fare qualcosa di concreto soltanto il marxismo, seppur con gli esiti disastrosi dovuti ad un’eccessiva applicazione del socialismo reale, ossia rovesciando un’aristocrazia corrotta per instaurare cosicché una classe dirigente parimenti corrotta. Qui, perciò, si rinnova la spinosa questione della differenza sostanziale che caratterizza e distingue la religione dalla politica, cioè la prima promette a lungo termine; la seconda, diversamente, promette a breve termine. Questa forse è la ragione della maggior persistenza nel corso dei millenni dell’una rispetto all’altra. In pratica, conviene maggiormente non apporre una scadenza precisa alle proprie promesse, onde evitare che esse vengano puntualmente disattese.
Il filosofo classico, secondo Nietzsche, non era altro che un prete un po’ meno troglodita, ma proprio per questo ancor più ipocrita, nonché accidioso e cioè colui che vuoi per ignavia di cuore o vuoi per altro, pur sapendo quale è la via giusta da percorrere, preferisce tuttavia prendere la scorciatoia più conveniente. Nietzsche si sente “inattuale” per i suoi tempi, cioè in pratica a suo modo di vedere i suoi contemporanei non sono ancora pronti a recepire la portata fortemente innovatrice delle sue “dinamitarde” sentenze! L’idealista per lui è pure ipocrita. Questi, difatti, non lascia mai le cose così come stanno, ma vuole sempre rigirarle come più gli conviene.
A conti fatti di lui tutto si può dire tranne che sia stato un nichilista, semmai un’umanista non interamente compreso. Seppur indubbiamente egli è stato un grande studioso del nichilismo, ma solo perché così ebbe almeno modo di riscontrare le crepe dei vecchi valori, che professavano una “morale da eunuchi” come appunto quella cristiana. Al solo fine di operare un vero e proprio capovolgimento dei valori: in nome di una Volontà di Potenza prestabilita, che altresì tende ad affermare e non a negare la vita stessa, ossia ad incrementarla piuttosto che decrementarla. Perciò la religione cristiana viene da lui vista essenzialmente come decadènce. Oltretutto non si può minimamente capire il suo pensiero senza tener conto del marasma interiore che lo sconquassava tutto e caratterizzò nel corso dei suoi giorni il suo temperamento a dir poco focoso. “Solo chi ha un caos dentro di sé può generare una stella danzante” disse nello Zarathustra. Questo in sintesi potrebbe dirsi il motto della sua tribolata esistenza. Il Caos primordiale di cui ciascuno di noi è Figlio e che pertanto ciascuno di noi si porta dentro volente o nolente, è quel che paradossalmente c’induce a ricercare spasmodicamente un ordine superiore improponibile, ma che ci è però indispensabile anche solo per dare una rotta precisa alle nostre utopiche mete!
Il suo maestro indiscusso fu senz’ombra di dubbio Schophenauer, con il quale lui era d’accordo nello squarciare il cosiddetto “velo Maya”, caratterizzante il lato effimero delle nostre illusorie esistenze. La differenza sostanziale tra di loro, però, è da ricercarsi nel fatto che mentre Nietzsche cerca di affermare una volontà positiva e attiva, il suo magister sviluppò invece una volontà negativa e passiva. Per Nietzsche, infatti, quel che ci procura piacere accresce la virtù, liberando di conseguenza tutto il proprio potenziale umano inespresso. La Volontà di Potenza stessa altro non è che “forza plastica”, ovvero espressione di una vitalità incondizionata e disarcionata da ogni impedimento di sorta. Fosse dipeso da lui si sarebbe dovuti far ritorno ai fasti riecheggianti dell’antica e arcadica Grecia, apollinea e dionisiaca, culla della civiltà più luminosa di cui si abbia memoria.
In materia religiosa lui elogia il “codice di Manu” come a significare, che in altre religioni, diversamente da quella cristiana, la figura della donna non è poi vista come artefice del peccato primigenio, bensì ella è idealizzata fortemente fino a venire identificata come portatrice del valore più sacro di tutti, quale appunto quello di ri-creare la vita. Infatti – secondo questo codice, ma anche secondo una certa non trascurabile letteratura gnostica – la donna simboleggia la fusione con la spiritualità divina. Mentre l’uomo, altresì, sarebbe strettamente legato alla sua personale dimensione carnale, dunque anche terrena. A riprova di tutto ciò vi è il “peccatum originale” commesso da Eva, che secondo una certa connotazione positiva potrebbe star precisamente a simboleggiare l’insaziabile curiosità o sete di conoscenza propria della femmina. Questa spinta conoscitiva di Eva, infatti, che vuole venire a parte dei segreti dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male, simboleggia proprio la spasmodica tensione propria di ciascuno ad oltrepassare i confini della propria bieca dimensione umana, fino a congiungersi con quella divina, altresì proibita da un Dio-Arconte, presumibilmente inferiore al Dio ineffabile e inesistente, di cui costituisce soltanto una brutta copia, secondo una certa linea di pensiero propria dello Gnosticismo!
Non a caso il nome Eva significa Vita, dunque, da ciò dovrebbe conseguire il binomio tipico donna-vita, ossia la donna è colei da cui viene promanata la vita stessa. In ultima analisi, noi uomini siamo il frutto di una generazione psichica e non pneumatica come il Cristo discinto da Gesù e inteso meramente come Intelletto divino, e perciò: abbiamo passione delle cose e questo significa che abbiamo sofferenza delle stesse. Il nostro problema insormontabile è che troppo spesso ci dimentichiamo di scovare la “scintilla divina” che è in ognuno di noi, pur di rimanere attaccati alle nostre dolorose affezioni legate a questo mondo ingannevole e sfuggevole, vivendo pertanto offuscati dalle nebbie dell’ignoranza, ch’è ignoranza della vera gnosis – dal greco conoscenza!