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7.9.06

"Sentieri interrotti. La sentenza di Nietzsche: Dio è morto”, di Martin Heidegger.

di Marco Apolloni

Heidegger esordisce citando l’episodio raccontato nella Gaia scienza, in cui l’uomo folle annuncia, nella più totale noncuranza dei propri simili, la morte di Dio. L’uomo folle di cui qui si fa cenno è Diogene, cioè quella figura chiarificatrice tenuta in gran conto da Nietzsche quando sentenzia “Dio è morto”! Di sicuro quando questi scrisse questo breve frammento, aveva bene in mente l’eccentrica figura di Diogene. Infatti pare che l’espressione da lui usata, “che sono ormai più le chiese se non le tombe e i sepolcri di Dio?”, rinvii direttamente ad una affermazione dello stesso Diogene, soprannominato non a caso “il Cinico” per la sua filosofia, professante il disprezzo di questo nostro effimero e caduco mondo. Dopodichè Heidegger enuncia la tesi di questo suo scritto: Dio è ormai un termine desueto riconducibile al vecchio e decrepito idealismo platonico, di cui Nietzsche – a suo avviso – sembra esserne stato il degno continuatore in epoca moderna. Ad ogni modo quando questi affermò provocatoriamente “Dio è morto”: il suo tentativo di allontanarsi dalla vuota Metafisica paragonabile ad un bellissimo guscio, però vuoto nel suo nucleo interno, fu tanto vano quanto lodabile nei proponimenti. La sua radicale trasvalutazione di tutti gli scialbi valori sepolcrali del Cristianesimo, da tempo talmente in putrefazione da appestare – con il suo riprovevole lezzo – l’intero Universo, portò però al massimo ad una riconversione di quei valori da lui tanto duramente sconfessati. La sua Genealogia della morale, parafrasando il titolo di una delle sue opere più fortunate, rovesciò sì la morale prestabilita cristiana – buona solo per i più deboli –, tuttavia secondo Heidegger la sua indagine rimase nel campo della morale. Proprio per questo motivo Nietzsche anche se ebbe l’indiscusso merito di criticare la vecchia Metafisica, ciò nondimeno non la esautorò del tutto e infatti potremmo considerarlo come “l’ultimo dei metafisici”, usando un’immagine fortemente romantica. L’impresa dunque prefissasi dall’allievo Heidegger fu quella di terminare il compito iniziato, ma non terminato, dal suo maestro Nietzsche. In definitiva Heidegger, con la sua costruttiva critica del pensiero di Nietzsche, fu colui il quale lo restituì alla filosofia. Ciò nonostante secondo Carnap e il suo circolo di pensatori neopositivisti, la filosofia heideggeriana non si discostò granché dalla Metafisica neoplatonica-nietzschiana vecchio stampo, che altresì si prefisse di voler abbattere. Difatti nel suo corrosivo scritto Il superamento della metafisica mediante l’analisi logica del linguaggio, questi arrivò persino a definire quella di Heidegger la filosofia de “il nulla che nulleggia”. A mio modesto avviso, la critica carnapiana pur avendo una parte di ragione, non calcolò un dato importante, e cioè: chiunque si dica “anti” qualcosa, non può in alcun modo prescindere da ciò di cui si dice “contro”. Ed è in virtù di ciò che Nietzsche, quando scrisse L’Anticristo, non prescindette nemmeno di una virgola dalla carismatica figura di Cristo ed anzi verosimilmente tale sua opera fu addirittura un colossale fraintendimento dei suoi intenti, che erano sì quelli di esaltare “quel giovane ebreo”, il cui messaggio autentico e genuino venne irrimediabilmente mistificato dall’apostolo Paolo… Il nichilismo per Heidegger è sempre stato lo “spettro” che ha avvolto tutta la storia occidentale. Il rischio del nichilismo è che, se preso alle sue estreme conseguenze, può fungere da dinamite, e cioè: è in grado di far saltare per aria tutto ciò con cui viene a contatto. Ammettendo che l’essenza del Nichilismo, come del resto dice la parola stessa latina nihil, è il nulla, allora ecco che viene disintegrato il concetto stesso di “essenza” che diverrebbe perciò in-essenziale, dal momento che se essa coincide con il mero nulla, non avrebbe più alcun senso che ci sia! Concetti come “colpa” e “castigo” spariscono dal vocabolario, se persino la morale più abietta e degradata viene capovolta, “tutto è lecito”, parafrasando un celebre passo de I fratelli Karamazov. La “deriva nichilista” sfocerebbe quindi in un insulso relativismo non solo culturale – che sarebbe il meno –, quanto esistenziale, ossia non importa quel che si faccia o che lo si faccia, importa solo che si vada contro la “morale da eunuchi” prefigurata dal Cristianesimo. In un certo senso lo stesso Cristianesimo paolino è l’anticamera del nichilismo, poiché persino Paolo ha proposto a suo modo un rovesciamento dei valori costituiti, vale a dire contrapponendo alle infamie di questa nostra vita terrena, le beatitudini di una vita celeste ove: a chi è stato sottratto “quaggiù”, gli verrà ampiamente restituito “lassù”… Il concetto di verità-giustizia in Nietzsche viene rappresentato dalla Volontà di Potenza stessa; mentre nell’apostolo Paolo è Dio. Difatti, credere nell’Onnipotente serve unicamente per rinfocolare la fiammella quasi spenta della nostra speranza in una vita ultraterrena, che ci renda merito dei nostri sacrifici terreni. In quanto esseri incompleti noi uomini abbiamo bisogno di sentirci colmati nel Pleroma (pienezza) del Padre. Taluni colmeranno questa loro esigenza insopprimibile elevando al rango di rapporti divini quelli che intercorrono con l’altro o il diverso da noi. Molto efficace è – a questo proposito – il forte assegnamento nei “rapporti umani” operato dal marxismo. La concezione heideggeriana di Verità prevede allo stesso tempo la compresenza del “velamento” e dello “svelamento”. Heidegger crede infatti che la Verità difficilmente può durare più a lungo di un scintillio; per usare una metafora molto ricorrente: essa è la foglia che viene piegata dal fruscio delle fronde, scoprendo cosicché un timido raggio di Sole baluginante, che poco dopo scompare così come misteriosamente era apparso. Dunque la Verità è sfuggevolezza: un momento prima la si tiene in pugno, un attimo dopo ecco che ci è di già fuggita via… Compito della teologia è preservare la Verità; compito, altresì, della filosofia è esattamente l’opposto, e cioè: quello di metterla continuamente in discussione, ribaltarla ogni volta, senza prender mai partito. La dimensione attorno alla quale ruota l’orbita del pensiero heideggeriano è quella della “riflessione”. Riflettere vuol dire, innanzitutto, cominciare ad interrogarsi sui problemi più cruciali della nostra tormentata Vita, la cui essenza è viverla! D’altronde per Heidegger è ben chiaro come noi esistiamo in funzione di qualcos’altro, ossia esistiamo-per-la-morte…

4 commenti:

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