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25.9.06

Storia moderna: Genesi dell'idea di Europa (2/2)

Il Seicento

Fu l’epoca delle scoperte geografiche, che portarono scompiglio nella vita. Proseguiva la concezione di europeo quale barbaro e di nativo dominato quale buon selvaggio. Molti scrittori attaccarono le barbarie europee (equivalevano all’usura – “mangiare vivi gli uomini” – e alle continue rivolte) che non avevano nulla a che fare con la naturalezza del selvaggio. Era come paragonare il sanguinario europeo al mite pacifico indigeno: il fosco-brutto-dolente europeo contro il buono-lieto abitante del paradiso terrestre.
Montaigne si dichiarò “un polemico antieuropeo”, il quale elogiava i cannibali ed esaltava la vita selvaggia (genuina come un frutto della natura). Paragonò l’arte e le invenzioni europee (artificiose) alla natura, alla spontaneità e alla purezza del dominato. Lanciò continue frecciate contro le guerre civili francesi, senza dimenticare di attaccare anche l’assolutismo monarchico e le sperequazioni sociali. Questo per attaccare i civili europei che disprezzavano i barbari, solo per il loro aspetto che era diverso dai “costumi” europei. Montaigne avvisò in uno scritto i selvaggi, perché “i nostri commerci vi distruggeranno”. Diverse furono le conseguenze delle conquiste europee:

- schiavitù
- oro e metalli preziosi
- invasioni
- sottomissione
- trasporti/migrazioni
- malattie per le quali i dominati non avevano anticorpi

Montaigne paragonò le invasioni europee ad un macello, comparandolo ad un massacro di bestie, di infelici innocenti che sono stati sfruttati per la loro ignoranza. A detta sua, infatti, gli europei hanno più che altro sfruttato l’ignoranza indigenza per soddisfare la loro sete di lussuria, ingordigia e crudeltà.
Cosa accadde nei paesi dominati? Ebbe luogo un tentativo di civilizzazione, durante il quale vennero istituiti dei governi stabili (seguita dalla promulgazione di leggi) e dove la pastorizia fu affiancata all’agricoltura. Gli europei tentarono di modificare il mondo indigeno, rendendolo simile al loro, tentando di sviluppare una coscienza religiosa, un fenomeno di idolatria verso di loro e un nuovo modo di coltivare. Si arrivò dunque a dare vita ad una nuova civiltà, legata più al concetto di polis greca e dunque al vivere civile.
Ma civile era solo l’Europa (grazie alla sua vita di società, al progresso, ai mezzi di produzione e al gradi di istruzione)? No! Anche la Cina era altrettanto civile (organizzazione, arte, storia, artiglieria). Iniziò dunque una dura polemica contro l’Europa e contro le invenzioni, della razionalità e dell’artificiosità. Si tentò di imitare il passato (per la sua cultura, la sua bellezza, la sua sapienza, la sua purezza, la sua fede). L’Europa in questa epoca si presentava sotto due volti:

- splendore
- crisi

Si parlò di splendore vista l’evoluzione di tre grandi campi: scientifico, tecnico e artistico (arte barocca, letteratura, teatro). Ne furono alcuni esempi:

- per la scienza: Cartesio e Galileo
- per la tecnica: invenzioni come il cannocchiale, il microscopio e il barometro
- per l’arte: il barocco, la letteratura spagnola e francese, il teatro di Shakespeare

Si parlò invece di crisi perché si susseguirono numerose carestie, malattie (peste) e guerre. All’epoca cinquecentesca, il potere politico si presentava sotto tre forme:

- assolutismo: Francia, Russia, Svezia, Danimarca
- monarchia parlamentare: Inghilterra
- repubblica: Olanda.

Per quanto riguardava l’Italia nello specifico, si poteva vedere un paese in declino sui piani economico-sociale-politico:

- economico: ebbe luogo una crisi del commercio marittimo nel Mediterraneo e si sviluppò il latifondo al sud
- sociale: carestie, pestilenze, rivolte
- politico: gran parte della penisola era sotto la dominazione spagnola. Gli Stati italiani erano totalmente in crisi (repubblica di Venezia e Stato della Chiesa)

Le città italiane, francesi e germaniche avevano pressoché la medesima struttura: città sviluppata vs campagna arretrata. Diversi infatti erano i ruoli assunti nei due ambienti, fra i quali accrebbe il gap già esistente: progresso in città, agricoltura in campagna. Addirittura, la città sfruttava il lavoro della campagna. Iniziarono così numerose rivolte fra i due ambienti e si delinearono sempre più gli stili di vita economici, politici, morali e sociali:

- vita economica: agricoltura (campagna), industria e commercio (città)
- vita politica: organizzazione stabile dei poteri pubblici
- vita morale: si seguirono le norme della religione cristiana e le norme della tradizione scientifica dell’antichità
- vita sociale: il concetto di civiltà era pressoché legato ai costumi, al vestiario, alla conversazione e al brio di un popolo.

Il Settecento:

Fu chiamato “il secolo dei lumi”, caratterizzato proprio da un movimento culturale detto “Illuminismo”, che si propose di diffondere la luce della ragione applicata alla riflessione su:

- politica e società: Montesquieu espose la teoria della divisione dei poteri; Voltaire si rivelò sostenitore del dispotismo illuminato; Rousseau espose il principio della sovranità popolare.
- cultura: pubblicazione dell’enciclopedia, divulgazione del sapere, attenzione verso i mestieri e le tecniche.
- economia: Adam Smith si proclamò a favore del libero mercato.

In merito alla politica europea, invece, il panorama si mostrava diviso in due grandi avvenimenti:

- le guerre di successione (spagnola polacca, austriaca): posero fine al predominio spagnolo in Italia. Ad esse seguirono una forte crisi della Francia e la conquista di “primato internazionale” dell’Inghilterra (vide un aumento della popolazione con conseguente aumento della manodopera. Tutto ciò determinò la crescita di prodotti di manifattura, prodotti agricoli e scambi commerciali).
- le riforme: venne istituito un dispotismo illuminato in Prussia, Russia, Impero austriaco, Granducato di Toscana.

Con il passare del tempo, aumentò l’accumulo di grandi capitali da parte degli imprenditori e cresceva sempre più il divario fra essi e i loro operai. Ebbe così inizio la rivoluzione industriale, caratterizzata dall’utilizzo di nuove macchine e nuovi sistema di fabbrica. Si trattò di una rivoluzione tecnologica che comportò trasformazioni sociali ed economiche sempre più rapide, oltreché in continua evoluzione. Da quel momento la vita dell'uomo non fu più la stessa: vennero gradatamente modificati o cancellati usi e costumi radicati nel tempo; si aprirono tra i ceti sociali nuove tensioni che avrebbero condizionato il successivo sviluppo della storia.
A differenza del Seicento, il Settecento ripudiava il passato (inteso come splendore culturale). Preferiva piuttosto guardare al futuro e utilizzare una mentalità rivolta al progresso. Non a caso proseguirono le scoperte geografiche e si modificò anche il modo di scrivere in merito (resoconti più dettagliati).
Si fecero sempre più incisive le caratteristiche che differenziavano l’europeo dal non europeo, a partire nuovamente dalle differenze culturali, politiche, morali e di costume. Si dissolse però il vecchio ideale di cristianità e dunque di non-cristiano, al quale venne associata la nuova immagine dello straniero:

- indigeno americano: mito del paese lontano, vita selvaggia (esaltazione dello stato di natura da parte di Rousseau e battaglia contro le istituzioni
- cinese: saggio.

Proseguì la polemica contro l’Europa, dunque, iniziata nel Seicento; ma questa volta assunse un carattere diverso: era finalizzata a dare vitalità all’Europa. Due furono gli scrittori che si distinsero in questo periodo: Voltaire (che deprecava le cattive consuetudini europee in fatto di politica) e Rousseau. Con loro e con altri nacquero nuovi miti:

- Cina (saggia)
- Egitto
- Arabia

Alle polemiche antieuropee (che presero forma mediante le accuse contro la ragion di stato – aveva per conseguenze le guerre continue e i massacri di innocenti) si associarono spesso le polemiche antireligiose (conseguenza di essa fu il fanatismo).
Non a caso il Settecento fu una battaglia continua, in particolare a causa delle guerre di successione.

Cronologia di riferimento:

1733 – 48 (Polonia): si combatté la guerra di successione
1733 – 48 (Austria): si combatté la guerra di successione
1733 – 48 (Francia): combatté contro Austria e Inghilterra
1756 – 63 (Europa): Guerra dei 7 anni – Prussia e Inghilterra contro Francia e Austria
1773 (Russia): rivolta dei servi della gleba
1785 – 90 (Province Unite): sotto il potere dell’imperatore Giuseppe II, scoppiarono una serie di rivoluzioni
1789 – 99 (Francia): Rivoluzione francese
1789 – 99 (Europa): serie di coalizioni fra le potenze europee contro Parigi

Tuttavia, in un simile contesto di polemica, qualcuno tentò di azzardare una nuova ipotesi: Hazad affermò che fuori dall’Europa non esistevano esseri inferiori, bensì differenti. Con Hazard si iniziò dunque a concepire una possibile differenziazione piuttosto che una superiorità.
Anche nel campo della letteratura, si iniziò a preoccuparsi di come fosse vista l’Europa dal mondo esterno. Montesquieu (“Les Lettres Persianes”) si preoccupò di mostrare la Francia secondo gli occhi di colui che la osservava dalla Persia. Nelle sue “lettres persianes” Montesquieu delineò le differenze fra l’Europa (potere non illimitato e spesso repubblicano – esiste una monarchia ma non è così estesa come il sultanato – ciò comportava una maggiore libertà dei sudditi e un maggiore diritto del singolo) e gli altri Stati.
Fu proprio Montesquieu a elaborare una dottrina della ripartizione e dell’equilibrio dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario).
Tuttavia, esisteva anche un lato negativo della medaglia. L’Europa era mal vista all’interno dei rapporti internazionali per la ripugnanza estera verso le continue guerre, i metodi brutali di conquista, la ragion di stato.
A detta di Montesquieu questi mali europei erano il risultato di una cattiva applicazione della ragion di stato (corruzione). A differenza dell’Asia, dove mancavano alcune caratteristiche fondamentali europee (i costumi, la libertà delle donne, la socievolezza, l’esprit de la societé, il brio – marchio di fabbrica francese –, la febbre del lavoro e l’attività incessante data dalle invenzioni tecnologiche e scientifiche), e dove esistevano placidità e inerzia.
Altra pecca dell’Europa, sempre a detta di Montesquieu, fu la “troppa religione” (che condusse solamente al fanatismo); come soluzione lo scrittore propose la convivenza di più religioni sullo stesso territorio per sviluppare la tolleranza.
Ma mentre Montesquieu cercò di attenuare il suo anticlericalismo, Voltaire sviluppò un acre polemismo verso il cattolicesimo, il papismo e il cristianesimo. Mostrò insomma un’avversione di principio che investiva le fondamenta stesse dell’edificio cristiano. Un’avversione che si mescolava alla diffidenza nei confronti dello Stato e verso i suoi modi di applicazione del potere. Si trattò per lo più di un’ostilità rivolta a quei modi di governare simili alla monarchia assolutistica stile Luigi XIV. Voltaire perse dunque il senso divino della gloria e della potenza di Dio.

Cronologia di riferimento:

- 5 maggio 1789: convocazione degli Stati Generali, nascita dell’assemblea nazionale costituente (abolizione diritti feudali, uguaglianza giuridica, dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, costituzione)
- 14 luglio 1789: assalto alla Bastiglia. Sciolta l’assemblea costituente, venne eletta l’assemblea legislativa
- 20 aprile 1792: dichiarazione di guerra . Fu insediata la nuova assemblea attraverso una convenzione nazionale. Condanna a morte del re e abolizione della monarchia. Nascita della Repubblica.
- 1793-94: Comitato di salute pubblica. Dittatura rivoluzionaria (le potenze europee si coalizzarono contro la Francia. Nacque un tribunale rivoluzionario e venne scritta una nuova costituzione. Fenomeno dell’arruolamento di massa. Periodo del terrore. Ritorno al sistema liberale - terza costituzione. Si decide per il diritto di voto in base al censo. La borghesia è il nuovo ceto protagonista della storia francese.

In un contesto internazionale invece Voltaire recuperò alcune precedenti differenze tra mondo occidentale e mondo orientale (es. libertà contro dispotismo, attività incessante contro pigrizia, progresso contro tradizionalismo, vita di società contro melanconia). Introdusse invece il concetto di cosmopolitismo:

"Perché dovremmo trascurare popoli – come gli indiani del Gange – quando approfittiamo dei loro prodotti?"

In questo, Voltaire accusò l’Europa di essere retrograda ed esaltò invece la superiorità religiosa e morale della Cina, dove potemmo ritrovare solidi fondamenti morali.
A detta sua, l’Europa era inferiore moralmente alla Cina, anche se non si poteva negare il grado avanzato nel campo delle scienze e del progresso.
Di fatto erano stati gli altri Paesi ad aver inventato cose incredibili in campo scientifico (es. agli arabi si doveva l’algebra), ma l’Europa era stata più in gamba di tutti nello sviluppo di tali invenzioni. Era stata più veloce.
Al contrario Rousseau era avverso all’Europa propugnata da Montesquieu e da Voltaire. Non riservava ammirazione, anche se non misconosceva l’Europa come unità civile. Tuttavia ne ammetteva i difetti:

- rendere troppo uniforme la vita
- sacrificare l’originalità e la personalità delle singole parti

Il sistema europeo gli appariva come un vincolo sociale imperfetto, dal punto di vista politico. Di fatto lui auspicava ad un’organizzazione internazionale su base federale che trasformasse l’Europa in un vero corpo politico, solido e efficiente.
Era avverso anche ad un europeismo culturale, che non tenesse conto delle caratteristiche nazionali dei singoli Paesi, ed ad una standardizzazione della ragione.

Il concetto di nazione iniziò ad assumere un ruolo primario: essa venne di fatto intesa come volontà di coscienza e rivendicazione dei propri diritti (anche a costo di incrinare il senso di unità d’Europa). Ne fu un esempio l’Alfieri che scrisse le odi nazionali ed esaltò l’amor di patria, a differenza del cosmopolitismo. Si iniziò così a porre il problema del rapporto fra tutto (unità civile Europa che tutti ammettono) e singolo (patria). Divampò la passione nazionale, ma non si annullò il senso di unità europea. Finì il periodo in cui Europa equivaleva a cristianità, ma iniziò l’Europa dei filosofi, trascinati dall’odio per la religione. Per assurdo, però, solo la religione poteva ridestare l’Europa e rendere sicuri i popoli, ristabilendo così uno stato di pacificazione.
In merito al fenomeno chiamato nazionalismo, si vennero a creare due vie divergenti:

- i conservatori (timore che le passioni nazionali potessero mettere a soqquadro l’Europa precipitando nel caos)
- moderni (principio di solidarietà ed equilibrio fra gli stati. Si opposero alla preponderanza di uno solo per arrestare l’estendersi della sua influenza e forzarlo a rientrare nel diritto comune).

Cronologia di riferimento:

- 1815 – 1848: Metternich si oppose al duplice pericolo rappresentato dai princìpi rivoluzionari di libertà e di diritto dei popoli all’autodecisione, il diffondersi dei quali avrebbe arrecato danni soprattutto all'unità dello Stato multinazionale degli Absburgo.

Emerse a poco a poco la figura di Mazzini, il quale sognava una Giovine Italia – successivamente si verrà a creare anche una Giovine Europa. Egli intendeva esaltare l’idea di nazione/patria (quale singolo) ma pose la nazione in stretta connessione con l’umanità (intesa come Europa). Mazzini cercò dunque di salvaguardare allo stesso tempo i diritti dei singoli (nazioni) e i diritti della comunità (Europa). Il nazionalismo non ebbe solo effetti in Europa, bensì anche fuori dall’Europa.

Cronologia di riferimento:

- tra XVII e XVIII: si formarono colonie inglesi in America, con caratteristiche differenti a seconda di nord-centro-sud
- 1775: guerra tra Stati Uniti e Inghilterra
- 1776: dichiarazione di indipendenza
- 1787: costituzione degli Stati Uniti d’America, quale repubblica federale con la distinzione dei poteri legislativo (congresso), esecutivo (presidente) e giudiziario (guidici-corte suprema).
- 1791: si proclamarono i diritti dei cittadini, ma ne derivarono seri problemi per gli indiani e gli schiavi neri.

L’atteggiamento di Mazzini ebbe alcune forti ripercussioni:

- storicizzare i caratteri tipici della civiltà europea
- ricercare come si fossero venuti a creare i caratteri tipici, attraverso una storia millenaria ad opera di varie nazioni.

L’Ottocento


Età della Restaurazione: così venne chiamato il periodo che seguì la sconfitta di Napoleone, durante il quale le monarchie vincitrici tentarono di cancellare le conquiste della Rivoluzione francese, anche se la nuova organizzazione politica dell’Europa fu decisa dal Congresso di Vienna (1814-1815). Nell’Ottocento gli Stati Uniti accrebbero enormemente sia il loro territorio che la loro popolazione e i coloni si spostarono sempre più ad Ovest, nelle terre degli indiani.

Cronologia di riferimento:

- 1861 – 1865: la guerra di secessione tra Nord e Sud si risolse con la vittoria del Nord e con l’abolizione della schiavitù. Successivamente gli Stati Uniti divennero la maggiore potenza industriale del mondo.

L’espansionismo americano fu caratterizzato dal controllo dei punti strategici per il circuito mondiale dei trattati. Il colonialismo portò altre nazioni europee (prima fra tutti l’Inghilterra che per tutto l’Ottocento rimase la maggiore potenza mondiale) ad occupare e sfruttare vaste regioni dell’Africa e dell’Asia. A est invece iniziò ad imporsi una nuova potenza: il Giappone.
Intanto in Europa, Bismarck stava conducendo la Prussia a imporsi come Stato guida dell’unificazione tedesca, mentre l’impero austro-ungarico era in declino. Parigi invece era sconvolta da una nuova rivoluzione popolare.
Nella prima metà dell’Ottocento la coscienza europea si formò sulla base di un’esigenza delle unità e delle varietà al suo interno, ovvero tra Europa e nazioni. Vennero persino rielaborate le concezioni in merito alle epoche precedenti. Prima furono considerate “età delle barbarie e dell’oscurantismo”, mentre in seguito vennero definite “momenti di formazione dell’Europa moderna”, di cui si celebravano i trionfi. L’Europa infatti venne vista come un corpus che aveva:

- una propria personalità
- una propria individualità
- un proprio modo di organizzarsi da un punto di vista politico di tipo permanente

L’Europa finalmente assunse la forma di unità civile, anche se continuava a esistere una esaltazione della varietà nell’unità (tipica del romanticismo). Di fatto si credette che la civiltà europea potesse esistere solo in quanto erano esistite molte civiltà nazionali (ciascuna aveva qualcosa che altre non avevano). A questo proposito Machiavelli si scagliò contro tutti coloro che parlavano di trasformazione dell’Europa, indicando solo le diversità costituzionali che esistevano dal XVI secolo. Piuttosto Machiavelli esaltava una dottrina dell’equilibrio: una grande repubblica divisa in vari stati, tutti con uguali principi di diritto pubblico e di politica (sconosciuti nelle altre parti del mondo).
Fu proprio la differenziazione fra gli stati che diede vita ad un governo repubblicano, dove la feconda gara dei partiti aveva spronato le virtù dei singoli ad emergere e di fatto aveva dato vita ad un governo virtuoso. Gli ideali di libertà e di indipendenza nazionale furono sostenuti dal Romanticismo, il più grande movimento culturale di inizio secolo.

Cronologia di riferimento:

- 1789 – 99 (Europa): prime costituzioni
- 1796 – 99 (Francia): ascesa di Napoleone Bonaparte e campagna conquista dell’Italia e dell’Egitto
- 1799 (Francia): si concluse la Rivoluzione e iniziò ad ingrandirsi il potere personale di NB
- 1832 (Inghilterra): riforma del sistema politico britannico: si allargò la base elettorale, venne abolita la legislazione protettiva dei poveri e degli interessi degli agrari
- 1834 (Germania): unificazione: processo federativo fra Stati
- 1848 (Italia): prima guerra di indipendenza e rilancio del progetto unitario: stipulati accordi federali e progettualità democratica. Iniziava ad affacciarsi il socialismo
- 1848 (Francia): suffragio universale ma fallì il progetto democratico a causa di NB
- 1857 (Europa): prime manifestazioni di riscossa nazionale contro il colonialismo europeo.

Esisteva tuttavia uno Stato/nazione che aveva una missione: il diritto e il dovere di guidare gli altri. Secondo il Gioberti il primato doveva essere assegnato all’Italia, ma storicamente il primato fu assegnato alla Francia, per svariati motivi:

- socievolezza e simpatia
- capacità propagandistica
- sviluppo sociale
- cognizione intellettuale
- obiettivo di perfezionamento dell’umanità e società
completezza (vs Inghilterra che mirava allo sviluppo sociale, vs Italia che non era né speculativa né pratica, vs Spagna che era immobile)
- esprit de la société
- energia pratica.

"Se ci fosse al mondo una nazione dotata di spirito socievole, cuore aperto, gioia di vivere, gusto, facilità a comunicare i propri pensieri; che fosse vivace, simpatica, qualche volta imprudente, spesso indiscreta; che avesse oltre a ciò coraggio, generosità, franchezza, un certo senso dell'onore, non converrebbe cercar di ostacolare con le leggi le sue maniere, per non ostacolare le sue virtù."

La civiltà europea era dunque varia:

- principi di organizzazione sociale
- potere spirituale e temporale
- libertà europea vs immobilità della civiltà non-europea
- ricchezza
- elemento teocratico, monarchico, democratico, aristocratico
- esaltazione della gloria europea

Cronologia di riferimento:

- 1814 – 1815: Congresso di Vienna (equilibrio precedente alla rivoluzione francese)
- 1815 – 1831: con la Santa Alleanza (patto di reciproca assistenza), Austria-Prussia-Russia si accordarono contro la minaccia degli ideali rivoluzionari
- 1820 – 1831: l’Europa vide le prime rivoluzioni nazionali. Guidate dal movimento liberale, scoppiarono in Spagna, Italia, Grecia e Polonia. Solo la Grecia ottenne l’indipendenza
- 1821 - 1831: il fallimento dei moti aprì la strada a una riflessione politica: in che modo era opportuno realizzare la liberazione dell’Italia dagli stranieri? Si distinsero varie posizioni: monarchici e repubblicani, moderati e democratici, unitari e federalisti. Per diffondere le sue idee repubblicane e democratiche, Mazzini fondò la Giovine Italia
- 1848: insurrezioni. Sorsero in Europa nuovi governi nazionali e liberali. Gran parte delle rivolte furono schiacciate dalla repressione che fu particolarmente dura nel Lombardo-Veneto
- 1848: prima guerra di indipendenza in Italia, nella quale i patrioti appoggiarono l’azione di Carlo Alberto, re del Piemonte, che approfittò della favorevole situazione europea e dell’alleanza con la Francia per vincere la seconda guerra di indipendenza
- 1860 – 1861: impresa dei Mille guidata da Garibaldi, che permise la conquista del Mezzogiorno in Italia.
- 1866: terza guerra d’indipendenza con la quale l’Italia ottenne il Veneto. Roma fu tolta al pontefice e divenne la nuova capitale
- Ottocento: in molti paesi europei si diffuse la rivoluzione industriale. Il lavoro dell’uomo fu sostituito da quello della macchina. Nelle fabbriche di proprietà dei capitalisti si formò un nuovo ceto sociale: la classe operaia. Per difendere i propri diritti, gli operai delle fabbriche si riunirono in associazioni. Nacquero la prima associazione internazionale dei lavoratori e i primi partiti socialisti. Lo sfruttamento dei lavoratori salariati fu oggetto della riflessione di molti filosofi, tra cui Marx. Contro l’ipotesi della lotta di classe, la Chiesa propose la cooperazione fra lavoratori e capitalisti.

Si ricominciò a rivalutare la forza e la fecondità del pensiero religioso. L’Europa tornò ad essere un’Europa cristiana. Altra conseguenza di una tale “Europa unita” fu lo sviluppo di:

- una virtù
- una capacità di fare
- un’energia creatrice.

Storia moderna: Genesi dell'idea di Europa (1/1)

L’idea di Europa ha dovuto affrontare una lunga evoluzione nel corso della sua vita. La prima apparizione del termine "Europa" equivalse a difesa: l’europeo era colui che si differenziava dagli altri e doveva per l’appunto difendersi dagli attacchi esterni (es. invasione turca / religione protestante). Successivamente però il termine venne accostato sempre più alle espansioni ed iniziò ad equivalere ad offesa (es. invasioni europee / colonialismo / schiavitù).
Tra i precursori dell’europeismo si poté individuare la figura di Carlo V, dato il suo programma egemonico, anche se questa non fu esattamente la realtà. Infatti bisogna fare molta attenzione a non scambiare "egemonia" con "europeismo".

Cronologia di riferimento:

- 1438: l’Europa era quasi tutta sotto il regno degli Asburgo
- 1519: Carlo V venne eletto Imperatore di Spagna. Riprese la guerra per dare a Milano la funzione di cerniera fra la Spagna e la Germania (entrambe infatti risultavano sotto lo stesso regno).

Il Quattrocento:

Il Quattrocento venne definito il secolo delle monarchie nazionali, fatta eccezione per l’Italia che era ricca di signorie e principati: ovvero, organismi retti da un signore che governava come un sovrano. Si viveva nelle corti, ovvero palazzi lussuosi all’interno dei quali i signori si facevano promotori di cultura e protettori degli artisti. Uno di essi fu Lorenzo Magnifico, che nel 1478 venne eletto Signore di Firenze.
Alcune signorie riuscirono perfino ad espandersi:

- Ducato di Milano (Visconti e Sforza)
- Repubblica di Venezia (Medici)
- Repubblica di Firenze (Medici)
- Stato della Chiesa
- Regno di Napoli
- Ducato sabaudo (nato nel Quattrocento ai confini con Francia e Svizzera).

Dicevamo che il concetto di Europa si è formato secondo un punto di vista difensivo, ovvero: l’europeo era colui che si differenziava dagli altri e doveva difendersi dagli attacchi esterni (es. invasione turca o diffusione religione protestante). Le principali distinzioni fra europei e non europei furono le seguenti:

- romano/civile – barbaro
- cristiano – pagano/infedele.

Le differenziazioni si basavano su alcuni criteri fondamentali, primo fra tutti lo stile di vita (libertà occidentale vs dispotismo asiatico; modo di trattare le donne; concezione di famiglia).

Altre distinzioni vennero fatte sulla base di:

- caratteristiche fisiche
- istituzioni
- modi di vivere
- storie (Africa e Asia ebbero poche repubbliche e un principato, mentre l’Europa ebbe qualche monarchia e infinite repubbliche. Il che fece dell’Europa uno Stato con moltissime virtù).

Essere europei, all’epoca di Carlo V, significava avere determinati valori:

- spirito proprio dei gentiluomini, dell’antica cavalleria, del mondo feudale (per quanto riguardava le forme di governo)
- spirito proprio della religione.

Ma allo stesso tempo essere europei significava anche sentirsi superiori agli altri. E per altri si intendeva il mondo asiatico e il mondo antico. Si trattava di un processo di differenziazione relativo ai sistema di vita e all’educazione, alle consuetudini sociali e alle forme di civiltà, ai costumi, alla politica, all’organizzazione e allo spirito di libertà.
Si venne dunque a creare un concetto di Europa non puramente geografico (di fatto i limiti non erano ancora del tutto chiari) bensì piuttosto un concetto puramente culturale, morale e storico.
Semplificando, la valutazione venne fatta sulla base di due criteri:

- libertà: intesa come partecipazione alla vita pubblica occidentale che contrastava la tirannide asiatica (vivere secondo le leggi contro l’arbitrio despota)
- politica: intesa come autonomia europea contro il dominio del re (vivere secondo le leggi contro dispotismo).

Si rafforzò il senso di un’Europa moralmente e civilmente unita; la cultura invece era ancora pressoché legata al concetto di religione. Europa, infatti, coincideva ancora con cristianità. All’epoca esistevano due tipi di potere (due facce della stesa medaglia):

- religioso
- politico

E nacquero due tipi di rivalità politico-religiosa:

- pro/vs Roma
- occidente vs oriente: gli occidentali traevano spunto dall’organizzazione germanica (politicamente) e dai romani (moralmente); erano leali e onesti, erano degli eroi. Gli orientali invece erano furbi, infidi, adulatori, molli ed effeminati.

Successivamente, però, il concetto di Europa assunse un’accezione negativa. Man mano che i secoli scorrevano, la coscienza europea cambiava: da concetto di difesa a concetto di offesa ed espansione. Essere europeo corrispose a essere barbaro e conquistatore.
Nel Quattrocento iniziarono le maggiori conquiste europee. Il continente comprava (schiavi) e conquistava (nuove terre) il mondo. Nacque un nuovo modo di commerciare: marittimo. Furono ricercate nuove rotte e vennero sviluppate nuove tecnologie navali alla base della navigazione oceanica, che permise di raggiungere le terre lontane. Ne furono alcuni esempi:

- Circumnavigazione dell’Africa
- Scoperta dell’America (del Nord e del Sud)
- Circumnavigazione del resto del mondo.

Cronologia di riferimento:

- 1455: i portoghesi raggiunsero l’Africa e la conquistarono, rendendo schiavi i neri indigeni
- 1487 – 1521: conquista dei Nuovi Mondi: Brasile, Capo Buona Speranza, America, Regno arabo di Granada (gli abitanti ebrei furono costretti a convertirsi o a lasciare il paese).

Col passare del tempo si svilupparono sempre più le potenze coloniali (Spagna, Portogallo, Olanda, Inghilterra, Francia) che iniziarono a praticare il commercio triangolare fra Europa, Africa e America.

Il Cinquecento

Il Cinquecento fu l’epoca dell’humanae litterae, ovvero dello studio della letteratura e della cultura classica, greca e romana. Umanesimo fu il termine utilizzato per indicare il radicale rinnovamento durante il quale l’uomo moderno divenne protagonista della storia e prese consapevolezza delle sue capacità e della sua potenza, della sua posizione nel mondo, del suo nuovo rapporto con Dio e con la natura. Come il Rinascimento, l’Umanesimo (inteso anche come forma di espressione artistica) fu dapprima un movimento puramente italiano; poi però si estese a livello europeo; in particolare coinvolse Francia, Inghilterra e Germania.
L’idea di Europa venne sempre più associata al concetto di libertà e l’idea di Asia al concetto di dispotismo e di assoluta servitù. A questo proposito si fecero alcune distinzioni fra i popoli. Europeo era l’occidentale che si confrontava con l’asiatico; ma europeo era anche l’occidentale che si confrontava con il greco. Non a caso, all’epoca esistevano tre distinzioni:

- popoli dei paesi freddi e Europa
- popoli asiatici
- stirpe ellenica

L’Impero bizantino giocò un ruolo importante nella trasmissione della conoscenza classica al mondo islamico. La sua influenza più duratura, comunque, rimase la sua Chiesa. Il lavoro dei primi missionari bizantini diffuse la cristianità ortodossa tra le varie popolazioni slave – ed è ancora predominante tra queste e tra i Greci.

Cronologia di riferimento:

- 1526: l’impero di Carlo V venne minacciato dai turchi, che stavano attaccando Vienna ma avevano già occupato metà dell’Ungheria, permanentemente, durante la battaglia di Mohàcs (29 agosto). Così ebbe inizio la famosa conquista ottomana, durante la quale i turchi invasero l’Europa orientale (anche se nel 1453 avevano già conquistato Bisanzio, ovvero Costantinopoli)
- 1570: la Spagna venne sconfitta dai moriscos, ovvero musulmani sopravvissuti alla presa del regno di Granada. Nello stesso anno i turchi conquistarono Cipro.
- 1571: i veneziani e gli spagnoli si unirono nella lotta contro gli Ottomani e riuscirono a fermare l’avanzata nel Mediterraneo.
- 1572: massacro degli ugonotti durante la notte di San Bartolomeo (Parigi).

Oltre ai turchi, però, mentre Carlo V tentava di portare avanti la sua egemonia sull’Europa, esistevano altre due entità che minacciavano il suo obiettivo: la rivolta sociale e la riforma religiosa.
Il Cinquecento infatti fu il secolo delle riforme religiose, nate in seguito alla presa di coscienza della corruzione della chiesa. Due furono i grandi riformatori della storia:

- Lutero: alla sua contestazione si legò la lotta nazionale dei principi tedeschi contro Carlo V. Ne nacque una lunga guerra che si concluse con la pace di Costanza, la quale sancì la divisione della Germania in Stati cattolici e Stati protestanti.
- Calvino: i cui seguaci si diffusero in vaste zone, con nomi diversi (ugonotti, presbiteriani, puritani).

Tuttavia sopraggiunse una contraddizione: un barbaro (un invasore) poteva essere anche cristiano (caratteristica puramente europea).

Cronologia di riferimento:

- 1527: le truppe imperiali (ovvero i lanzichenecchi) scesero in Italia e invasero Roma che era in mano ai francesi. Il “sacco di Roma” sconvolse il mondo cattolico, a causa della violenza (simile ad uno stupro) arrecata alla città eterna.
- 1527: sacco di Roma (per il rispetto di Cristo permettono ai cristiani di sopravvivere, purché riconoscessero la supremazia del dominio)
- 1545-1563: alla riforma protestante la chiesa cattolica rispose convocando il Concilio di Trento che avviò la Controriforma: stabilì più chiaramente i principi della teologia; rese più precise le regole della disciplina; diede vita a nuove congregazioni.

Da un punto di vista politico, invece, si scatenò un violento confronto per il dominio che vide coinvolti alcuni Paesi:

- Italia
- Francia
- Germania-Spagna
- Inghilterra

Cronologia di riferimento:

- 1515 (Francia): Francesco I salì al trono. Si scontrò con Carlo V in ben tre guerre.
- 1519 (Germania-Spagna): Carlo V salì a capo del Regno
- 1556 (Germania-Spagna): Carlo V abdicò a favore di Filippo II (Spagna) e Ferdinando I (domini asburgici). Filippo II proseguì le guerre contro la Francia di Enrico II, che si susseguirono fino alla pace di Cateau-Cambrésis
- 1558 (Inghilterra): salì al trono Elisabetta I
- 1559: pace di Cateau-Cambrésis definisce gli accordi che posero fine alle guerre d’Italia e al conflitto tra gli Asburgo e la Francia
- 1559: iniziò la dominazione spagnola in Italia. Filippo II (Asburgo) combatté contro l’Inghilterra in una guerra che si concluse nel 1588 con la sconfitta della Invincibile Armada spagnola e con l’inizio del predominio inglese sui mari.

Tuttavia, la concezione di europeo/occidentale si trasformò: da difensivo divenne offensivo, per cui l’occidentale (europeo) divenne il barbaro e il nativo dominato divenne il buon selvaggio.

Cronologia di riferimento:

- 1518: venne conquistato il Messico, in cui abitavano gli atzechi di Montezuma
- 1531: Pizarro partì alla conquista dell’impero Inca (al posto del quale verrà creato il Viceregno del Perù).

18.9.06

"Il presente possibile" di Ugo Perone

Notturno il fiume delle ore scorre
dalla sua sorgente che è il domani eterno….
(Miguel de Unamuno)
[1]

di Paola Mancinelli

Abbiamo scelto come esergo questi versi di Unamuno per mettere in luce uno dei principali meriti di quest’ultima fatica del filosofo Ugo Perone, ovvero quello di dare una nuova grammatica al tempo, sia di ordine filosofico che antropologico. Egli, sviluppa così, il tratto più saliente della sua elaborazione ermeneutica iniziata già con Nonostante il soggetto, dove emerge tanto la necessaria slogatura di un pensiero che si trova, figlio di Poros e Penia, già iniziato, a riflettere sull’inizio, quanto i suoi passaggi rischiosi di una continua ripresa mai eguale, ove la triplice estasi temporale sottende lo sforzo d’esistenza.
Altrettanto ne Il presente possibile si affaccia l’ardua ed affascinante fatica del soggetto di pensare la propria storicità, dando al presente la connotazione del possibile dove confluiscono memoria e futuro quasi in una investitura del soggetto stesso, preso fra il suo nulla cosciente e l’eternità. Inutile dire quanto la teologia costituisca l’interlocutrice privilegiata della teoresi di Ugo Perone, forse proprio perché consente di rileggere il tempo come kairós, e l’esistenza come narratio, dunque implicata in una grammatica temporale entro le cui maglie si distende il pensiero, proprio a partire da una necessaria e gratuita relatio, giacché la sua iniziativa iniziata procede da un Dio che si narra.
Tuttavia, non vogliamo anticipare troppo le tematiche che rendono questo volumetto, pur agile, prezioso e denso. Anzi, daremo subito una presentazione che funga da orientamento per chi si accinga alla lettura.
I primi tre capitoli, rispettivamente: Drammaturgia del pensiero, Il presente come soglia, Etica del presente, sembrano scandire una fenomenologia ermeneutica in cui la finitudine, suo dato incontrovertibile, si dispieghi in una possibilità di senso nella storia, capace di attestarsi su di una trascendenza da sempre già là, e pur cercata da sempre, nello sbilanciamento, così che si possa usare una metafora, cara allo stesso filosofo torinese; quella dell’anca di Giacobbe.
Ci vorremmo soffermare proprio sul carattere di drama perché è quanto di più connota la semantica del tempo umano. Perone ricorre alle categorie husserliane di ritenzione e protensione, partendo quasi da una Strenge Wissenschaft che analizzi il tempo al microscopio, pur recuperando una Sinngebung del tutto inedita. Asserisce, infatti, l’allievo di Pareyson, che la ritenzione è una coda di cometa che trasforma l’ora dell’impressione originaria nell’ora dell’attualità ritenuta, implicando il trattenimento di ciò che si allontana; ecco dunque la reduplicazione memoriale dell’attimo. Ma si tratta di un sempre nuovo ora, un nunc stans che anticipa e si pluralizza. Tanto è vero che dovremmo parlare di un Zwischen den Zeiten, un tempo tra i tempi, un ispessimento della ritenzione che riscatta la caducità.
Qui, però, si raggiunge un climax che, a nostro avviso, completa, superandola, la prospettiva heideggeriana. Se, infatti,la frase tedesca Es gibt Zeit, da tradurre con si dà tempo, indica l’in-disponibilità del tempo come possibilità di manipolazione (Zuhandenheit), Perone sottolinea che questa stessa indisponibilità nasce dalla coscienza del tempo che si ha. Avere non sta, qui, tanto per possesso, quanto invece per l’attualizzazione anticipante di ciò che non c’è ancora: il futuro. Allora il tempo che si ha è il tempo che si è, la temporalità del nostro esser-ci cui è affidata la custodia dell’essere. Già Heidegger insegnava che “la temporalità si temporalizza originariamente a partire dal futuro”, così che la sua autenticità nasce dalla consegna al primato del non-ancora. Se tale temporalità rinvia ad un’ontologia dell’evento, Perone si chiede, tuttavia, quanto questo non costringa a fare i conti anche con una teologia dell’evento, come per esempio quella barthiana, dell’irruzione irrelata dell’alterità assoluta, ma anche se questa paradossale possibilità impossibile non si traduca,contro le stesse intenzioni di Barth, in un esito del tutto secolarizzato. L’interpellazione di Heidegger e di Barth costituisce un nuovo passaggio decisivo in quanto il primo si attesta su una sorta di pensiero gnomico, dell’attesa dell’ultimo Dio che si esplica a spese della cancellazione della trascendenza, sporgendosi dal confine dell’evento dell’essere. D’altra parte la metafora usata dal secondo, della tangente che tocca il cerchio mai toccandolo, per contrassegnare l’impossibile possibilità di Dio, non rischia forse di far precipitare tale evento nella notte dell’eguaglianza di tutti gli eventi, dando luogo a surrogati messianici? Vi è una via di uscita; l’intreccio di filosofia e teologia, il loro dialogo ineludibile che riesca a rimettere in movimento un pensiero oltre l’irrigidimento dell’opposizione.
Per questo, Perone ricorre ad una figura come quella della soglia, atta a contraddistinguere il presente con una inedita ricchezza di metafore che riecheggiano, altresì, retaggi neoebraici ed echi della mirabile poesia di Celan. La soglia è memoria dell’attraversato, dice Perone, e l’attesa di un valico, il tempo non mio, che pure è per me, lo spazio che non si abita ma che consente l’abitare, infine l’al di là nell’al di qua. Ed ecco, allora, che si è riconsegnati alla finitezza, al mistero dell’ek-sistere che implica un essere confrontati con un già là, uno sporgersi misterioso che ferisce,ma che, pure, rinvia ad una tenerezza ove è custodita questa stessa finitudine. La tenerezza è qui mistero ontologico, anzi, sentimento ontologico per eccellenza,come felicemente asserisce il filosofo torinese, che non traguarda la finitudine nel segno della morte, vi coglie, bensì, la sorprendente freschezza della vita, declinando altrimenti quel pensare come über-schreiten che immette sull’altrove rispetto alla caducità. Secondo il paradigma della lotta di Giacobbe con l’Angelo, questa tenerezza che rinvia alla ferita della finitudine nel suo sbilanciamento necessario e gratuito è la stessa che scandisce nel tempo il racconto di una origine sempre cercata, la narrazione di un mistero che supera e stupisce, l’avventura di una soggettività che si ritrova dopo uno smarrrirsi in quello stesso mistero.
Ecco spiegato perché dal capitolo IV al capitolo VII, Perone ripercorre Il racconto della filosofia fino ad approdare ad un’ Ermeneutica del positivo transitando attraverso Il racconto dell’io,della finitezza, del tempo. In queste tappe la rotta che conduce è ancora la narrazione come ermeneutica nella quale il pensiero è contrassegnato dalla meraviglia della scoperta e del riconoscimento, della trascendenza che lo rinvia alla sua identità.
Anselmo da un lato e Descartes dall’altro costituiscono i lembi di questo racconto. L’uno indicando l’anteriorità di un’esistenza, quella di Dio da sempre là, sottende lo sprofondarsi del pensiero nella natura di Dio per cogliervi l’esistenza come appartenenza originaria, per riconoscervi la verità di essa. Suggestivo è, a questo proposito, l’accostamento con la mirabile pagina del racconto lucano dei discepoli di Emmaus, ardenti dal desiderio dinanzi alla spiegazione delle Scritture da parte dello sconosciuto ospite,da ritrovare nel gesto della cena, colui che è veramente risorto. Così l’opera anselmiana è il racconto di una sorpresa: quella del ritrovamento da parte del pensiero di un’esistenza creduta, così che tale narratio, assolutamente temporale sia capax aeterni.
L’altro sottende nelle sue Meditationes il racconto dell’io, del suo esito verso il suo mondo e le rappresentazioni della mente, che fu l’esito stesso della modernità. Eppure attraverso questo capovolgimento in cui l’io vive l’estraneità a sé, fronteggiando il sé, si ha la perdizione ed il ritrovamento,poiché l’estraneità a sé è pur sempre possibilità di un incontro con un’alterità che è il proprio ipse. Un incontro che ha bisogno del tempo come topologia dell’io ove s’incrociano, fallendosi talora, vita e pensiero rinviando ad una sproporzione che assume il senso di un’eccedenza e che dice dell’atto di un incontro. Ecco dunque che la filosofia come dizione del tempo si trova dinanzi allo stupore della rivelazione,in cui hic et nunc è partecipe di un evento, ma in cui si attesta già su una soglia, quella della vita.


[1] Citazione contenuta in J. L. Borges, Storia dell’eternità, in Tutte le opere, vol II Mondadori, Milano 1984, p.523

16.9.06

"L'attimo fuggente" (1989)

di Marco Apolloni

Quello che Il giovane Holden è per la letteratura, L'attimo fuggente è per la cinematografia. Con la regia di Peter Weir e la superlativa interpretazione di un Robin Williams in forma smagliante, questa pellicola è diventata un vero cult nel suo genere (highschool movie). Chi di noi studenti non ha sognato di salire sui banchi di scuola, sfidando presidi ottusi, in difesa di professori dall'alto tasso d'umanità come Keating? Oltretutto, questo indimenticabile film ha segnato la liberazione di un'intera generazione di studenti.La storia, apparentemente molto lineare, bene o male la conosciamo tutti... In una rigida scuola ultra-conservatrice, piena di rampolli con genitori ultra-ambiziosi – la Weltham Accademy –, fa la sua spettacolare entrata in scena un professore di lettere fuori da ogni schema precostituito. Il primo giorno di lezione, generando lo stupore dei suoi increduli alunni, questi ordina alla classe di stracciare l’introduzione del loro libro di testo. In queste pagine incriminate, piene di assurdità e farneticazioni di vario genere, viene racchiusa l'essenza fragrante e indeterminata della poesia in una formula riduzionistica e altresì ben determinata.
Dopodiché Keating invita i suoi studenti a seguirlo nei corridoi. Qui lui li fa soffermare, in una scena memorabile, su alcune fotografie raffiguranti dei ragazzi in uniforme, proprio come loro: illustri frequentatori anch’essi in passato di quella rinomata scuola. In maniera recisa, il professor ricorda ai suoi discenti che la maggior parte di quei ragazzi nelle fotografie oramai sono diventati cibo per vermi. Quest'affermazione molto cruda ha però una funzione molto precisa, poiché dopo qualche istante Keating, fingendo una voce fantasmagorica, bisbiglia alle orecchie dei suoi ragazzi quello che poi diventerà il tormentone del film: “Carpe diem...”, ovvero cogliete l'attimo prima che l'attimo colga voi! In sostanza è questo l'insegnamento da lui impartito. Di lezione in lezione, il rivoluzionario professore – che ognuno avrebbe voluto avere come proprio docente, ma che purtroppo esiste solo nell'irrealtà parallela cinematografica – riuscirà a far breccia nei cuori dei propri alunni, iniziandoli alle sette bellezze della poesia e istigando in ognuno di essi la propria sopita “voce interiore”, che secondo il suo insegnamento: più tardi la si cerca e più c'è il rischio di non trovarla affatto! Le sue parole esatte sono: “Cercate nuove vie [...] Cercate la voce nascosta della vostra anima e non fermatevi finché non l’avrete trovata [...] Più tardi comincerete a cercarla e più rischierete di non trovarla”.
Questa benedetta “voce”, che tanto assiduamente va ricercata, altro non è che la propria creatività, ossia quel dono instillatoci dalla Divinità benefica per rendere meno opache le nostre esistenze e in modo da assaporarne appieno quel retrogusto amaro, ma in parte anche dolce. Succhiare il midollo della vita: questo è lo scopo che tenta di perseguire la poesia cantando la quintessenza della vita, fatta sì di splendore ma anche di miseria; eppure, ad ogni modo, sempre degna di essere vissuta. “Oh capitano, mio capitano” con questo verso di una celebre poesia di Walt Whitman – dedicata in morte all'eroico capitano Abramo Lincoln –, gli allievi sono soliti chiamare il professor Keating. Questi, poi, aiuterà a poco a poco a stimolare la fervida immaginazione dei ragazzi, che rifonderanno La setta dei poeti estinti – infatti il titolo originale della pellicola è: Dead poets society –, fondata dallo stesso Keating quand'era anch'egli uno studente di quella scuola; ove ci si riuniva clandestinamente in una caverna, proprio come dei massoni, per leggere ad alta voce le poesie proprie e altrui.
Cosicché essi sprigionarono la forza occulta della letteratura, facendone una cosa viva e non morta, non più fatta unicamente di ristrette convenzioni, ma anche e soprattutto del libero slancio creativo del singolo.
Keating con il suo modo di fare sprizza energia da ogni poro; oltretutto, aiuterà alcuni ragazzi della sua classe a superare i loro limiti; Knox a conquistare la sua bella; Todd a superare la sua timidezza cronica; e, infine, darà la forza necessaria a Neil per disubbidire a un padre che nessuno di noi vorrebbe mai avere, ovvero un padre che vorrebbe modellare il figlio a sua immagine e somiglianza, soffocandone la vena artistica – il figlio, difatti, sogna ardentemente di fare l'attore. Proprio Neil sarà il personaggio catalizzatore per quel che concerne l'epilogo drammatico della vicenda; spalleggiato dal suo professore, decide appunto di recitare nella parte di Puck in Sogno di una notte di mezz'estate, contro il volere paterno. L'incanto si spezza con il padre infuriato che, alla chiusura del sipario, riporta a casa il figlio rassegnato. La sera stessa Neil si toglie la vita con la rivoltella paterna. Naturalmente i decani della scuola trovano il loro “capro espiatorio” nel professor Keating, che viene allontanato dalla scuola per aver inculcato negli studenti idee bizzarre.
Proseguendo si vede Keating ritornare per l'ultima volta nella sua classe, a riprendere le sue cose. Qui ritrova tutti i suoi ragazzi in religioso silenzio. Quando quest'ultimo sta per andarsene, l'ex-timido Todd prende alla sprovvista tutti i suoi compagni e si alza in piedi sul banco, per omaggiare un grande professore ma sopratutto un grand’uomo come Keating, esclamando con la voce rotta dalla commozione: “Oh capitano, mio capitano”.

L’esempio di Todd troverà seguito negli alunni più devoti, commuovendo lo stesso Keating che, a modo suo, si prende la sua personale rivincita. Scena questa non solo epocale, ma – oserei dire – fra le più belle e folgoranti della storia del cinema! L'attimo fuggente, in definitiva, si può dire che abbia dato il via ad un filone sulla “ribellione studentesca”. Altre pellicole, infatti, hanno tentato di eguagliarne l'intensità emotiva – mi riferisco a: Il club degli imperatori, Will Hunting, Mona Lisa Smile –, pur non riuscendovi nell'intento poiché è quasi impossibile ripetere “miracoli filmici” del genere. Per concludere, come non menzionare, a parte la sceneggiatura favolosa – non ha caso con essa il film ha vinto l'Oscar per la Miglior Sceneggiatura Originale della Academy Awards –, una fotografia accurata alla Wim Wenders e una colonna sonora molto appropriata.

12.9.06

Filosofia “fai da te”

di Marco Apolloni

La filosofia è la ricerca instancabile della scintilla divina che risiede in ognuno di noi…

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Gli uomini che coltivano la terra sono quelli più a stretto contatto con il Senso vero e ultimo delle cose. La saggezza di uomini siffatti è quanto mai provvidenziale per noi poveri ignoranti sgobboni dei libri…

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In un mondo pieno di finzioni come questo, tanto vale chiudere gli occhi e sognare una volta per tutte, così da risparmiarsi una bruttura dopo l’altra e vivere completamente immersi nel proprio Grande Sogno: poiché ciascuno si merita il proprio…

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Il sapere è un’essenza profumata che inebria tutti quelli che l’incontrano durante il loro cammino. Io l’ho incontrato e mi sono lasciato contagiare da esso e da quella volta in poi mi ha pervaso tutto. Provatelo anche voi, lasciatevi contaminare dalla conoscenza che riempie i cuori, slarga le anime e rimargina le ferite aperte dell’agonizzante umanità. Fate attenzione però, state alla larga da quegli uccelli del malaugurio dei preti, ciò di cui voi siete a conoscenza è la Grande Menzogna, perciò guardatevi bene da essa. La vera “gnosis” – dal greco “conoscenza” – è stata volutamente occultata, cosicché gli Arconti che dominano su questa Terra – da loro gettata nello sconforto più totale e nelle nebbie dell’insipienza – venissero beffati e fosse preservato il mistero di tutti i misteri, e cioè che non c’è nessun mistero…

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S’impara a conoscere, non per dominare bensì per non essere dominati. E per contribuire alla liberazione dell’intero genere umano. Finché vi sarà un solo uomo oppresso dal giogo dell’ignoranza, tutti noi non potremo dirci davvero liberi: poiché o vinciamo tutti insieme o non vince nessuno…

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Quando non avremo più mete, sarà perché l’abisso ci avrà risucchiati nel suo vortice sprofondante. Le mete che ci prefiggiamo sono quel che ci fornisce un buon motivo per incamminarci di buona lena lungo il Sentiero dell’Eternità…

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L’Intelletto non “lì ‘ntel letto” – celebre espressione proveniente dal mio dolce e ondulato paesello natio – , ma vuol dire per l’esattezza ciò che di più di elevato e divino vi è nella nostra mente illuminata…

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Il pensiero è il Due in Uno, ossia le due entità costituenti: il soggetto pensante e l’oggetto pensato, che si fondono in un perfetto tutt’uno fino a formare la Monade, ch’è all’origine di qualunque filosofia…

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La conoscenza funziona tale e quale come un percorso ad ostacoli, ci si arriva sempre per gradi, ammesso che ci si arrivi, e non è mica detto. Dopodichè una volta percorso per intero il tortuoso ma luminoso Sentiero, ci si dovrebbe finalmente imbattere nella sconvolgente e fausthiana rivelazione finale: A-T-T-I-M-O! Ossia: “Bisogna cogliere l’attimo, prima che l’attimo colga noi”!

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Ma chi lo dice che la matematica non è un’opinione… La matematica non è mai stata il mio forte, ho sempre dato i numeri quando si trattava di giocare coi numeri e, a dire il vero, non mi sono mai spremuto più di tanto le meningi, per risolvere degli irrilevanti problemi che m’insegnassero a ragionare, quando ho sempre ragionato più che egregiamente con la mia testa, da solo e senza bisogno di triturare la mia asettica ragione, ma magari soltanto sfruttando la mia incandescente passione. Quindi quest’oscura e incomprensibile materia, per me, è sempre stata un’opinione – checché se ne dica – e la mia di opinione è che serve a ben poco, ammesso che non si voglia diventare ingegneri o tecnici-informatici o meccanici o architetti. In fatto di numeri credo bastino le tabelline, oltre il fatto che si sappiano fare tutte le più elementari operazioni di addizione, sottrazione, moltiplicazione, divisione e nient’altro! Per questo ero solito ripetere, alla mia simpaticissima professoressa del liceo, una citazione di Marco Tullio Cicerone, ogni volta che dovevo consegnarle un compito in bianco: “Meglio essere nel torto coi platonici, che nella ragione coi pitagorici”! Da quella prima volta che ho letto questa frase, ne sono rimasto fulminato e Cicerone è subito diventato uno dei miei miti adolescenziali, al secondo posto solo dopo il “Che”, forse, ma neanche…

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Filosofia e poesia hanno la stessa comunione d’intenti, ma divergono per i loro procedimenti: circolare, tortuoso, intellettivo – per la prima –, lineare, prezioso, intuitivo – per la seconda…

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È possibile una verità senza volontà? Per me no, se s’intende una volontà di vivere secondo il desiderio di essere se stessi e di compiere il proprio progetto di vita: poiché una vita senza progetto è una vita che non vale la pena di essere vissuta. Infatti la vita è progetto e non potrebbe essere altrimenti, a meno che non si scelga la via più facile del suicidio, ponendo fine al problema prima del tempo…

11.9.06

"L’amore politico" di Roberto Mancini

"Sulla via della nonviolenza con Gandhi, Capitini, e Levinas"
di Paola Mancinelli

Una suggestiva proposta filosofica è quella di Roberto Mancini, docente di Ermeneutica Filosofica presso l’Università di Macerata, il cui fascino consiste nell’aver correlato diverse fonti, non già proponendo una sintesi, ma cercando di mantenere la tensione dialogica,così che esse possono coabitare, secondo il valore etico del termine, dando forma ad una mondialità riscattata da possibili tentazioni di supremazia culturale.
Già il titolo ci sembra importante in quanto dice di un’eccedenza sulla scorta di una mancanza, facendo in modo che il filosofare mai pago del per se notum, divenga una sorta di freccia scoccata verso la sempre nuova possibilità del pensare. L’eccedenza nasce dall’intenzionalità politica assunta dalla parola amore, che traduce, in tal modo, una prassi di emancipazione e di responsabilità come legame ontologico in avanti, ovvero verso la generatività incessante dell’essere umano alla relazione con la verità; ma anche all’indietro, perché permette di riscattare la memoria delle vittime di violenze e guerre od oppressioni, così che esse non siano più mute, ma pienamente compartecipi di questo novum da pensare e da sperare. La mancanza, al contrario nasce dal fatto che il termine traduce la nonviolenza gandhiana. Qui va subito denunciata un’impotenza lessicale, che, dopo la svolta linguistica, denota una sorta di malattia ontologica: quella stessa che Levinas ha contrassegnato come pensiero della medesimezza, ossessionato dall’alterità per cui nutre una sorta di allergia. Si è normalmente fatto ricorso ad un termine negativo per identificare una categoria del tutto positiva. Ora, però, tale impotenza crea una nuova grammatica generativa non solo del filosofico ma dell’umano tout court
Mancini interpella Levinas in questo percorso ed il fatto che il filosofo ebreo-francese sia collocato alla fine dice, a nostro avviso, di come egli abbia invitato la filosofia a recuperare criticamente il suo inizio pensandolo altrimenti, ovvero in maniera da mantenere una tensione con l’altra sua fonte, quella ebraica; tuttavia la fedeltà al suo pensiero esige anche che questo altrimenti pensare si sviluppi fino a dialogare con istanze del tutto nuove.
Questo pensiero è quindi arrischiato sull’enigma della sua origine,ma senza malia dell’anamnesi; paradossalmente l’origine trova la sua coniugazione solo nel futuro, così che la sua topologia si estende sui due perni dell’immemoriale e della promessa, nonché su quello dell’oggi messianico e della visione fondata sulla speranza. C’è un filo rosso che lo percorre interamente, ed è quello della redenzione come il non-ancora che rende possibile questo coabitare; come scrive lo stesso filosofo maceratese a p. 69: “La vera visione è attesa della redenzione”. Voci della teologia politica e della speranza echeggiano all’unisono con quelle della teoria critica della Scuola di Francoforte, la cui convergenza è la possibilità di una coappartenenza all’Invisibile che non può non rigenerare anche quei rapporti e quelle ferite che hanno inferto dei colpi alla dignità umana ed al suo legame con la verità. Mancini, seguendo Gandhi, parla di una continuità con la propria storia interiore per cui chi è capace di nonviolenza non ha distrutto la propria infanzia e questo ha chiare assonanze evangeliche traducibili come prassi politica. C’è dell’altro, però, notevolissimo da un punto di vista filosofico,quanto di grande incidenza a livello antropologico. Questo pensiero ha perso il fondamento,intendendo per fondamento quell’ubi consistam incontrovertibile ed oggettivante refrattario al tempo umano ed alla relazione, eppure ha guadagnato una fondazione altrettanto incontrovertibile dal punto di vista epistemologico da ravvisare nell’eccedenza della speranza che permette di leggere la vita activa come agire simbolico ed intenzionale il cui riempimento di senso è dato proprio da quanto è sperato. Una fondazione, dunque, guadagnata ex post attraverso una suggestiva analogia trascendentale per cui l’ingiustizia e l’oppressione non devono poter essere l’ultima parola. La ricaduta antropologica è indubbia: la comunione dei volti come tensione escatologica che permette di pensare scenari di pace in nome della responsabilità, l’esperienza dell’essere sempre rigenerati alla Verità come possibile trasformazione interiore che mi fa essere testimone della sua eccedenza e mi convoca alla libertà dell’impegno in un mondo comune e liberato dal dominio, la certezza di un dover essere che interrompendo la chiusura del fenomenico schiude il già-non-ancora della sua redenzione. Riteniamo che Mancini ci offra una suggestiva pista per ripensare la politica come sogno di un mondo comune e di un possibile ordo amoris dove anche una categoria come la xeniteia diviene sua riserva critica e suo compimento.

8.9.06

"Basilide – la filosofia del Dio Inesistente", G. Biondi

di Marco Apolloni

“Non è vero che lo gnostico non creda in Dio, è vero che non crede nel mondo” G. Biondi (p. 271).

La crisi della modernità è ormai giunta al suo culmine, episodi come il crollo del muro di Berlino e l’attacco terroristico alle Due Torri, sono “segni dei tempi” molto significativi e potrebbero venire associati a certe derive di un pensiero sempre più “debole”, che hanno portato alle congetture di alcuni studiosi sulla fine sia della storia che della filosofia stessa. Al punto dove siamo arrivati ora, il successo, o meglio l’accumulo di capitale, è diventato l’unico metro di paragone per giustificare la bontà intrinseca della propria vita terrena e di riflesso anche quella, verosimilmente, ultraterrena. I segnali dell’odierna “deriva nichilista”, già molto prima di Nietzsche, ci furono inviati da autori come Sade e Balzac, che precorsero i tempi e in particolare il primo dei due, il cui ateismo viscerale fa letteralmente impallidire e sembrare fin troppo tenui certe accuse nietzschiane al cristianesimo secolarizzato e mistificato dall’apostolo Paolo. Secondo il “divin marchese”, infatti, della religione andrebbe conservata soltanto la bestemmia utile per raggiungere l’estasi sessuale…
Sin dal suo soppiantamento dell’Impero Romano d’Occidente, la religione cristiana si è prefigurata come sua diretta discendente – come giustamente ci ha fatto notare Dostoevskij. Estrapolando concetti rispettivamente platonici e aristotelici, quali di “bene trascendente” e di “atto puro”, il cristianesimo ha fondato una sua filosofia appunto detta “cristiana”. Difatti si pensi a tale significativa coincidenza, ossia non solo la religione cristiana subordinò la ragione alla rivelazione, ma anche il platonismo e il pitagorismo stessi. In questa dettagliata ricerca viene ricostruita mirabilmente la storia del concetto di Nous neoplatonico e neopitagorico, inteso meramente come Intelletto, poi sfociato nel Logos cristiano. Secondo l’allegoria basilidiana, il Cristo “celeste” è Intelletto stesso, che va discinto dal Gesù “terreno” sceso su di lui sotto forma di una colomba in occorrenza del battesimo sulle acque del Giordano. Secondo l’autore alessandrino, inoltre, questi non sarebbe mai morto sulla croce, bensì si sarebbe fatto “beffa” dei suoi carnefici e il suo involucro corporale, peraltro, sarebbe stato soggetto ad un cambio di “sembiante”, ovvero sostituito da Simone di Cirene. Per questo la complessa teologia basilidiana venne propriamente chiamata “docetica”. Cristo, dunque, secondo Basilide è sì della stessa ousia, o sostanza, del Padre ed inoltre è ad esso coesistente. Il suo ruolo è propriamente quello d’Intelletto intermediario e di “tramite” tra il Dio innominabile di cui è figlio e parte della sua filiazione intellettiva intrappolata nel mondo della materia, governato da un ottuso e ostacolante dio-arconte. Inoltre è il custode della verità ermetica, ch’è velamento e svelamento heideggeriano. Tale verità ermetica la si può cogliere soltanto mediante la propria facoltà intuitiva, dunque aveva visto giusto Heidegger a riconoscere il valore astronomico delle intuizioni dei poeti capaci di decifrare i “segni degli dèi”! Cristo, in effetti, è una sorta di Ermes, messaggero-nunzio del volere imperscrutabile del Padre suo e il suo tempo della venuta è quello paolino dell’unica volta, a differenza di quello dell’eterno ritorno nietzscheano. Il suo compito è quello di disseminare delle pillole di saggezza risveglianti il nostro sopito “demone interiore” – di cui il primo a parlarcene è stato lo stesso Platone per bocca di Socrate – e illuminanti la nostra umana condizione di elevatezza e quindi la nostra appartenenza ad un mondo ipercosmico…
Mentre a proposito del Dio Inesistente qui viene affermato: “Se Dio è davvero trascendente, allora trascende anche ogni nome e definizione” (p. 292). La tesi di questo libro, riprendendo e ampliando una certa concezione paolina, cerca di riporre maggiormente l’accento sullo spesso dimenticato concetto-chiave di “amore”, intendendo con esso quella forza trainante dell’agire umano, che oltrepassa di gran lunga persino la fede trasportatrice di montagne. Infine, però, la più scottante assunzione del libro è che il Vangelo giovanneo – vista la conoscenza esibita dal suo autore di diversi temi gnostici –, ci fa pensare ad un suo inserimento surrettizio nel corpus dei Vangeli canonici e tra l’altro la diversità anche stilistica, oltre a quella contenutistica, che emerge coi tre Vangeli sinottici avvalora tanto più tale verosimile ipotesi. La finalità precipua, in ultima istanza, di tale mistificazione potrebbe essere stata quella di sconfessare talune eresie – fra cui con tutta probabilità anche quella basilidiana –, che avrebbero potuto mettere in serio pericolo la Chiesa dei primordi. L’accuratezza di questa trattazione delucidante un maestro dello gnosticismo tanto oscuro come Basilide, va ancor più apprezzata se si considera il lavoro minuzioso sulle fonti indirette, perlopiù scarse, che trattano le tematiche della dottrina e della scuola basilidiana. Già perché i padri della Chiesa, nonché dell’eresiologia tra cui Giustino, Origene, Ireneo e Ippolito, si occuparono solo in via frammentaria dell’eresia di Basilide, poiché questi nel corso della sua vita non ambì a incarichi ufficiali di episcopato o addirittura di papato (come fecero invece Valentino e Marcione), dunque non minacciò mai concretamente lo strapotere della Chiesa di Roma. In ogni caso tra le dicerie che si sono sparse su questo controverso autore, la più duratura e pungente è senz’altro quella legata all’evocazione di Abrasax – da Abracadra – identificato erroneamente con il diavolo. Mentre, in realtà, dietro al suo nome si cela un cifrario criptico riconducibile al numero 365, pari al numero dei cieli inferiori da lui governati e di cui è “principe sommo” degli angeli, ai quali è affidato e sottoposto ciascun cielo inferiore, originatosi dall’accumulo panspermatico, che ha dato l’avvio alla fondazione primigenia di tutto l’esistente e così anche di quello squallido e degradato “ammasso mondano” ch’è il nostro mondo. La concezione basilidiana della genealogia mondana, cioè di questo mondo, infatti prevede tre distinte fasi: la katabolè, la ghénesis e la ktisis, ovvero la caduta o gettito iniziale del seme, la generazione delle parti filiali e arcontiche e, infine, la plasmazione dei cieli inferiori e della terra; plasmata appunto da un dio-arconte inferiore – quale potrebbe essere il dio ebraico Yaweh –, di cui noi siamo le creature a “immagine e somiglianza”. In definitiva: il dio di questo mondo – secondo questa precisa ottica – è un’impostore!
Il recente restauro del Vangelo perduto del discepolo-traditore (o almeno così è sempre stato dipinto dalla tradizione) Giuda Iscariota, distingue invece due divinità-arcontiche coalizzatesi nella plasmazione di questo mondo, ovvero Yaldaboath – che tra l’altro potrebbe essere ricondotto allo stesso Yaweh – “il dio sanguinario-vendicativo” e Saklas “il dio stolto”. Inoltre un altro elemento sconvolgente apportato da questo Vangelo è la discendenza ultraterrena del Cristo, che secondo l’autore gnostico-sethiano, è appunto discendente diretto di Seth, ossia il terzo figlio di Adamo ed Eva, avuto dopo il “fattaccio” tra Caino ed Abele. In alcune parti del Vangelo, Cristo è capace di “viaggi intergalattici” – per usare un’immagine meglio esplicativa della letteratura fantascientifica – e visita ripetutamente il reame celeste e beato di Barbelo, o della Pura Spiritualità, dal quale lui proviene. La sua venuta su questa terra, sempre secondo la linea interpretativa di questo Vangelo, è servita solo per risvegliare la sopita “scintilla divina” celata nei cuori di alcuni uomini pneumatici e intellettivi appartenenti all’originaria generazione che ha in sé l’ascendenza divina. Giuda in questo preciso disegno soteriologico, cioè salvifico e di liberazione dell’intero genere umano, è colui che squarcia il velo Maya dell’effimero e sacrificando la spoglia corporale del Salvatore, ne sprigiona lo spirito più autentico e lo riconduce nel luogo da dov’era venuto.
Diverse analogie e concordanze esistono, inoltre, con la concezione valentiniana degli eoni e la cosmologia angelica basilidiana. Addirittura, secondo una diffusa e plausibile ipotesi, la scuola alessandrina di Basilide ereditata ad Isidoro, confluì infine nella setta dei valentiniani. Per quest’ultima la caduta accidentale della Sophia, o Sapienza, ha instillato nei cuori di alcuni uomini una possibilità di elevazione-congiunzione (o ascesa, katabasis, ch’è il contrario di discesa, anabasis) con la superiore sfera divina-trascendentale. Dunque il Cristo altro non è stato che un ulteriore eone, venuto a noi per toglierci il velo dagli occhi e renderci partecipi della conoscenza e della Pienezza, o Pleroma, del Padre. Ad ogni modo, nella concezione valentiniana occorre distinguere ulteriormente tre tipologie di uomini: gli ilici, gli psichici e i pneumatici, per cui solo questi ultimi – che designano gli gnostici – possiedono quel barlume conoscitivo e sono in grado di discernere la verità-eclissata dalla menzogna-spacciata-per-vera. La setta valentiniana, tuttavia, disconobbe il numero 365 di Basilide, coincidente con l’angelo sommo Abrasax e che voleva ascrivere ad ogni cielo o entità angelica un nome e un numero, operando così un notevole ridimensionato e fermandosi all’esiguo numero di trenta ipostasi, come ci riferisce l’eresiologo Ippolito. Il neoplatonico Plotino, invece, prese soltanto le prime tre ipostasi basilidiane (la trinità teorizzata da Teofilo: Padre, Figlio e Spirito) e scartò tutte le altre per minor confusione, denunciando le eccessive moltiplicazioni operate dallo gnosticismo in genere e da Basilide in particolare, il quale fu fra tutti gli gnostici il più prolifico nell’assegnamento stesso delle ipostasi. Tale assunzione di Plotino venne a sua volta ripresa dai vari Padri della Chiesa susseguitesi nel corso dei secoli, tutti quanti denuncianti le innumerevoli complicazioni numeriche proprie dello gnosticismo. Un numero d’ipostasi consimile a quello basilidiano forse lo si avrebbe potuto riscontrare soltanto nel mancante Libro di Zoroastro
Rimanendo in tema, il pensiero di Basilide fu quindi in contrasto sì con la patristica che con il platonismo. Da quest’ultimo, sopratutto, si differenziò sostanzialmente nella connotazione negativa del demiurgo o arconte di questa terra, poiché questi – secondo Basilide e gli gnostici – era fin troppo legato alla materia, la quale veniva indicata come elemento costitutivo dell’imperfezione di questo mondo. Un tratto distintivo comune a tutti gli gnostici è che loro “non credono in questo mondo”, come ha avuto occasione di affermare il professor Biondi, e men che meno, dico io, al “dio di questo mondo”! Riportando una citazione del suo libro “la beatitudine consiste nella possibilità di essere liberi dal corpo e di non dover più subire ulteriori incarnazioni in peregrine vite” (p. 254). Qui senz’altro il pensiero basilidiano è debitore del neopitagorismo e dei culti orfici nel concetto di “mentensomatosi”. Inoltre alla maniera dei pitagorici anche Basilide prescisse ai suoi discenti un silenzio quinquennale. Oltretutto, aggiungerei io, il lettore più smaliziato non può non cogliere delle rilevanti analogie con molti culti o religioni orientali, tra cui induismo e buddismo. In particolare quest’ultimo che prevede una serie ininterrotta di reincarnazioni finché non si è pienamente assolti il proprio “debito karmico”: secondo cui tutto quel che di male facciamo ci ricade addosso. Proprio per colpa di tale debito rimaniamo nel samsara – che facendo un paragone con gli gnostici potrebbe essere l’“ammasso mondano”, ovvero questo mondo “di sotto” – e, pertanto, non possiamo raggiungere la condizione ideal-paradisiaca del nirvana, ossia il raggiungimento di una sorta di armonia cosmica o, per dirlo con Aristotele, di entelechia, cioè di comunione fra tutti gli enti…
La cosmogonia basilidiana, per così dire, prevede una germinazione monogenetica, ovvero si svolge attraverso la coppia maschile di Padre e Figlio, dunque viene estromessa in questa fase iniziale la componente femminile. A tal proposito si può affermare che non vi è una vera e propria matrice originaria associata a una genesi (ghénesis), ma diversamente una manifestazione (physis) dal nulla. Dopodiché si originano le due parti di “denso” e “sottile”, corrispondenti rispettivamente al Cristo – perciò già preesistente – e allo Spirito. Dalla terza parte di questa filiazione tripartita, la più imperfetta peraltro, vengono generati gli arconti o divinità inferiori – tra cui si colloca l’arconte plasmatore di questa terra. Essi a loro volta plasmano tutte le altre creature a loro sottomesse e da essi, quindi, ha inizio la vera opera di creazione, o di ktisis. Dopo la caduta o katabolè, il Dio inesistente – che ha scaturito dal nulla tutto l’esistente – provocherà l’apokatastasis finale, ossia la reintegrazione – o riunificazione – della sua filiazione tripartita. Apokatastasis che potrebbe anche intendersi come apocalisse, la cui fine però – secondo Basilide – altro non sarebbe che un ricominciamento, ovvero un ritorno all’origine. Benjamin nelle sue Tesi sulla Storia riporta una frase folgorante di Karl Kraus davvero emblematica: “L’origine è la meta”! Tra l’inizio e la fine di questo progetto soteriologico, si collocano i processi di generazione e di creazione. La chiave di tutto, a quanto pare, è nella nostra semenza. Dunque sembrerebbe essere un discepolo basilidiano il “sommo poeta” Dante Alighieri quando nella XXVI cantica infernale nel discorso di Ulisse ai suoi marinai fa dire a questi: “Fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtude e canoscenza”…
Secondo una certa chiave di lettura gnostica, questa celebre affermazione dantesca, potrebbe così venire interpretata: la “canoscenza”, ovvero la “conoscenza” stessa – in greco gnosi –, è ciò che può fornire la liberazione del nostro genere umano sottomesso a divinità inferiori, a loro volta sottomesse ad altre divinità superiori. Il nostro vantaggio su queste divinità schiave della loro stessa ignoranza è che noi umani siamo fatti di una diversa e migliore stoffa rispetto ad essi, poiché nelle profondità del nostro spirito noi conserviamo una particella infinitesimale di conoscenza, la “scintilla divina” appunto, che se opportunamente rinfocolata ci ricondurrà alla nostra discendenza oltremondana alla quale apparteniamo, e cioè: al regno spirituale di Barbelo. In noi vi è celata una natura adamantina, ovvero noi siamo i diretti discendenti dell’Adamas celeste, che volendo operare una congettura forzata è l’antecessore dello Ubermensch o Superuomo di Nietzsche, che anche in questo caso si rivela per quel ch’è stato, ovvero un gran divulgatore ma che di originale ebbe ben poco…
Per la setta dei Naasseni – in ebraico Nas vuol dire Serpente – il “peccato originale” compiuto da Eva fu un atto sacrosanto, di coraggio e di ribellione ad un dio altresì ingiusto e insensato. Merito della setta naassena è stato quello di risolvere la teologia ebraica in una sorta di antropologia divinizzatrice e fautrice dell’uomo immortale. Per essi Eva restituì l’Intelletto sottratto all’uomo da Yaldaboath o Yaweh, i due nomi del dio inferiore ebraico, e perciò insieme al suo compagno Abramo si mise sulla stessa scia del Salvatore, il quale sarebbe un’erede della stessa genia di Seth - loro terzo figlio. Inoltre essi trovarono il modo d’ingannare la morte, ch’era un retaggio del dio-arconte tiranno di questa terra. A questo proposito si può dire che questi furono i primi ad incamminarsi lungo il sentiero poco battuto dell’immortalità. In questa loro concezione i Naasseni si rifecero a Filone di Alessandria, il quale rifletté sulla differenza che occorreva tra l’uomo celeste e quello terrestre. Esiste una sottile linea di congiunzione infatti tra Adamas, l’uomo-androgino incorrotto e incorporeo – dunque né maschio né femmina, come già tratteggiato nel Simposio platonico –, e il nome cifrato Kaulakau, designante la sfera superiore e celestiale nell’accezione filoniana. Mentre Adamo rappresenta, sempre secondo Filone, l’uomo plasmato e di conseguenza corruttibile di questo mondo inferiore – ch’è un riflesso sbiadito dell’altro mondo superiore –, il cui nome in cifre è Saulasau e comprende appunto: sia l’uomo che il mondo materiale. Infine vi è Zeesar, il cristiano battezzato nelle acque del Giordano, il quale nonostante risieda nel mondo corrompibile, grazie ad un risanamento spirituale ed interiore è in grado di ascendere fino al cielo. Il corpo è per noi un intralcio e a questo proposito giunge propizia la morte, ch’è soltanto una separazione di sostanze, che permette il dischiudersi della nostra anima incommensurabile. La mortificazione del corpo, come ultima vestigia di questo fasullo mondo, è uno dei temi dominanti del pensiero di Basilide. Questo suo aspetto particolare emerge prorompente nella sua concezione dell’amore molto vicina a quella di San Paolo, secondo cui “tutto è permesso”, “ma non tutto edifica”. L’amore, o agape, basilidiano viene identificato in un sentimento puro e genuino, affrancato da qualunque desiderio carnale e concupiscente. Il desiderio è ciò, infatti, che ci vincola di più a questo mondo effimero e illusorio: è il cappio con il quale ci tengono impiccati le divinità arcontiche, quali angeli e potestà. I strumenti di tortura da essi adoperati sono le nostre appendici spiritiche che ci si attaccano “come la ruggine al ferro” fino a corroderci e risucchiarci interamente la nostra anima. Se non ci libereremmo dei nostri impellenti desideri terreni ci comporteremmo “come un pesce che voglia pascolare con le pecore sui monti” – frase questa attribuita da Ippolito allo stesso Basilide. Perciò ecco che quella del “matrimonio” si profila in quest’ottica, come una soluzione più che intelligente – alla maniera dell’apostolo Paolo –, poiché farebbe sì che noi uomini non verremmo presi dall’ossessione per le questioni biecamente carnali e cosicché riusciremmo a concentrarci prevalentemente su quelle altresì spirituali. Il basilidiano Isidoro rafforza la tesi del suo maestro, insistendo molto sulla “facoltà razionale” che dimora in noi e ci rammenta, in proposito, di padroneggiare la “creazione inferiore” che vi è in ognuno. In ultima analisi, possiamo dire che noi tutti siamo “alieni” a questo mondo…
Ritornando ad Abrasax, questi nella concezione basilidiana non era il dio ipercosmico, infatti sopra a lui “principe angelico” dei 365 cieli inferiori – che potrebbero venire detti anche ebdomadi – e delle 45 obdoadi, vi è il Dio Inesistente affiancato dal suo Figlio: Cristo o Intelletto, a seconda di come lo si voglia chiamare. Data la vastità e la complessità prefigurata dalla cosmologia basilidiana ecco che, in un certo senso, le scoperte di nuovi pianeti e nuove forme di vita da parte degli scienziati, non ci apparirebbero poi così pericolose da mettere a repentaglio l’intero apparato del nostro “credo”. Se, infatti, nel più aspro concilio teologico della storia della Chiesa tenutosi a Nicea nel 325 d. C., ove si scontrarono due differenti teologie, ma soprattutto due diverse visioni del mondo, Alessandria avesse avuto la meglio su Roma, probabilmente il cristianesimo che molti di noi oggi professano, sarebbe potuto essere sin da subito in rapporti decisamente meno conflittuali con la scienza stessa. Poiché c’è compatibilità tra gli insegnamenti gnostici, specialmente quelli basilidiani, e ciò che a poco a poco va scoprendo la scienza. Perciò chi scrive vi dice che secondo quest’ottica religiosa gnostica più che plausibile: la scienza a quest’ora sarebbe la migliore alleata della religione cristiana, invece che la sua più acerrima nemica. Tuttavia nel credo cosiddetto “niceano” sopravvissero, seppur velate tra le righe, molte assunzioni proprie dello gnosticismo. Tra tutte, infatti, si ammette la pre-esistenza di Cristo, il quale si afferma venne generato e non creato, dunque si pone maggiormente l’accento sul primo dei due termini e molti padri della Chiesa dovettero, a tal proposito, ammettere la generazione del Cristo a partire dalla Luce della Genesi. Inoltre, per appurare che lo gnosticismo è pervenuto fino a noi oggi, basti pensare a molti culti new age, i quali altro non sono che degli inverosimili miscugli sincretistici. Addirittura, quando sono andato per motivi di studio in Inghilterra, ho visto coi miei stessi occhi a Glastonbury – che viene considerata “la capitale mondiale” di queste nuove ed emergenti religioni –, una setta cristiano-buddista che adorava come suo Budda proprio Gesù Cristo. Oppure mi viene in mente la setta americana Scientology, che consta di una fitta rete capillare di chiese in tutto il mondo e i cui credenti secondo certe statistiche dovrebbero aggirarsi attorno ai settanta o ottanta milioni di unità, la quale non fa altro che rivisitare e rielaborare alcune nozioni già presenti in tutte le eresie condannate dalla Chiesa ufficiale di Roma, tra cui la principale di tutte anche perché la prima in assoluto, ossia lo gnosticismo. L’ideatore-mistificatore di questa influente setta scientologista, non a caso, prima di tramutarsi in profeta è stato uno scrittore di fantascienza. Già la fantascienza… La prossima volta che andate al cinema a vedere un film legato a questo filone, fate più attenzione e noterete la matrice comune “gnostica”, per così dire, del genere fantascientifico…
Mi sono concesso questo breve “excursus” proprio per costatare la grande attualità dello gnosticismo e per ciò stesso anche del pensatore Basilide, in quanto questi fu il padre dell’eresia gnostica-crisitiana, nonché anche il padre misconosciuto di tutta la filosofia cristiana, dato che quello che tutti considerano come il vero originatore dello gnosticismo, ovvero Simon Mago, non può definirsi a tutti gli effetti cristiano, poiché non riconobbe la divinità di Cristo. Tant’è vero che lui stesso si definì come l’incarnazione del Nous, o Intelletto divino, e pure oltretutto in base ad una contorta serie d’ipotesi di reincarnazioni punitive, scovò una certa Elena in un bordello di Tiro, la ripulì per bene e la fece passare per l’incarnazione stessa della ben più famigerata Elena di Troia, simboleggiante l'Intelligenza, o Ennoia. Tuttavia la storia, tribunale inappellabile degli accadimenti dell’umanità, ci ha impedito la conoscenza autentica e di prima mano del pensiero di Basilide. E come giustamente affermò Walter Benjamin nelle sue famose Tesi: la storia viene fatta dai vincitori e quindi c’è poca speranza che le figure dei grandi perdenti, ci vengano riconsegnate in tutta la loro squisita integrità, così come sono state realmente. Comunque, grazie a studiosi-interpreti raffinati come Graziano Biondi e alle loro amorevoli filtrazioni, delle nozioni cruciali del pensiero basilidiano ci sono state finalmente riconsegnate, cosicché la posterità possa meglio giudicare le proprie origini, le proprie radici ma, soprattutto, la propria storia poiché, parafrasando una celebre affermazione di Carlos Santayana: “Chi dimentica la storia è spesso condannato a ripeterla”... Per finire, uno degli insegnamenti che ho potuto ricavare - venendo a conoscenza del pensiero di Basilide - è il seguente: un Dio Inesistente si è fatto “beffe” di noi, lasciando che un dio-imperfetto plasmasse il nostro mondo altrettanto imperfetto, però ha insufflato in ciascuno di noi una flebile fiammella, grazie alla quale possiamo avere una possibilità di auto-salvazione, sviluppando l’Intelletto liberatore celato in ognuno di noi…

La conoscenza è salvezza!

7.9.06

"Sentieri interrotti. La sentenza di Nietzsche: Dio è morto”, di Martin Heidegger.

di Marco Apolloni

Heidegger esordisce citando l’episodio raccontato nella Gaia scienza, in cui l’uomo folle annuncia, nella più totale noncuranza dei propri simili, la morte di Dio. L’uomo folle di cui qui si fa cenno è Diogene, cioè quella figura chiarificatrice tenuta in gran conto da Nietzsche quando sentenzia “Dio è morto”! Di sicuro quando questi scrisse questo breve frammento, aveva bene in mente l’eccentrica figura di Diogene. Infatti pare che l’espressione da lui usata, “che sono ormai più le chiese se non le tombe e i sepolcri di Dio?”, rinvii direttamente ad una affermazione dello stesso Diogene, soprannominato non a caso “il Cinico” per la sua filosofia, professante il disprezzo di questo nostro effimero e caduco mondo. Dopodichè Heidegger enuncia la tesi di questo suo scritto: Dio è ormai un termine desueto riconducibile al vecchio e decrepito idealismo platonico, di cui Nietzsche – a suo avviso – sembra esserne stato il degno continuatore in epoca moderna. Ad ogni modo quando questi affermò provocatoriamente “Dio è morto”: il suo tentativo di allontanarsi dalla vuota Metafisica paragonabile ad un bellissimo guscio, però vuoto nel suo nucleo interno, fu tanto vano quanto lodabile nei proponimenti. La sua radicale trasvalutazione di tutti gli scialbi valori sepolcrali del Cristianesimo, da tempo talmente in putrefazione da appestare – con il suo riprovevole lezzo – l’intero Universo, portò però al massimo ad una riconversione di quei valori da lui tanto duramente sconfessati. La sua Genealogia della morale, parafrasando il titolo di una delle sue opere più fortunate, rovesciò sì la morale prestabilita cristiana – buona solo per i più deboli –, tuttavia secondo Heidegger la sua indagine rimase nel campo della morale. Proprio per questo motivo Nietzsche anche se ebbe l’indiscusso merito di criticare la vecchia Metafisica, ciò nondimeno non la esautorò del tutto e infatti potremmo considerarlo come “l’ultimo dei metafisici”, usando un’immagine fortemente romantica. L’impresa dunque prefissasi dall’allievo Heidegger fu quella di terminare il compito iniziato, ma non terminato, dal suo maestro Nietzsche. In definitiva Heidegger, con la sua costruttiva critica del pensiero di Nietzsche, fu colui il quale lo restituì alla filosofia. Ciò nonostante secondo Carnap e il suo circolo di pensatori neopositivisti, la filosofia heideggeriana non si discostò granché dalla Metafisica neoplatonica-nietzschiana vecchio stampo, che altresì si prefisse di voler abbattere. Difatti nel suo corrosivo scritto Il superamento della metafisica mediante l’analisi logica del linguaggio, questi arrivò persino a definire quella di Heidegger la filosofia de “il nulla che nulleggia”. A mio modesto avviso, la critica carnapiana pur avendo una parte di ragione, non calcolò un dato importante, e cioè: chiunque si dica “anti” qualcosa, non può in alcun modo prescindere da ciò di cui si dice “contro”. Ed è in virtù di ciò che Nietzsche, quando scrisse L’Anticristo, non prescindette nemmeno di una virgola dalla carismatica figura di Cristo ed anzi verosimilmente tale sua opera fu addirittura un colossale fraintendimento dei suoi intenti, che erano sì quelli di esaltare “quel giovane ebreo”, il cui messaggio autentico e genuino venne irrimediabilmente mistificato dall’apostolo Paolo… Il nichilismo per Heidegger è sempre stato lo “spettro” che ha avvolto tutta la storia occidentale. Il rischio del nichilismo è che, se preso alle sue estreme conseguenze, può fungere da dinamite, e cioè: è in grado di far saltare per aria tutto ciò con cui viene a contatto. Ammettendo che l’essenza del Nichilismo, come del resto dice la parola stessa latina nihil, è il nulla, allora ecco che viene disintegrato il concetto stesso di “essenza” che diverrebbe perciò in-essenziale, dal momento che se essa coincide con il mero nulla, non avrebbe più alcun senso che ci sia! Concetti come “colpa” e “castigo” spariscono dal vocabolario, se persino la morale più abietta e degradata viene capovolta, “tutto è lecito”, parafrasando un celebre passo de I fratelli Karamazov. La “deriva nichilista” sfocerebbe quindi in un insulso relativismo non solo culturale – che sarebbe il meno –, quanto esistenziale, ossia non importa quel che si faccia o che lo si faccia, importa solo che si vada contro la “morale da eunuchi” prefigurata dal Cristianesimo. In un certo senso lo stesso Cristianesimo paolino è l’anticamera del nichilismo, poiché persino Paolo ha proposto a suo modo un rovesciamento dei valori costituiti, vale a dire contrapponendo alle infamie di questa nostra vita terrena, le beatitudini di una vita celeste ove: a chi è stato sottratto “quaggiù”, gli verrà ampiamente restituito “lassù”… Il concetto di verità-giustizia in Nietzsche viene rappresentato dalla Volontà di Potenza stessa; mentre nell’apostolo Paolo è Dio. Difatti, credere nell’Onnipotente serve unicamente per rinfocolare la fiammella quasi spenta della nostra speranza in una vita ultraterrena, che ci renda merito dei nostri sacrifici terreni. In quanto esseri incompleti noi uomini abbiamo bisogno di sentirci colmati nel Pleroma (pienezza) del Padre. Taluni colmeranno questa loro esigenza insopprimibile elevando al rango di rapporti divini quelli che intercorrono con l’altro o il diverso da noi. Molto efficace è – a questo proposito – il forte assegnamento nei “rapporti umani” operato dal marxismo. La concezione heideggeriana di Verità prevede allo stesso tempo la compresenza del “velamento” e dello “svelamento”. Heidegger crede infatti che la Verità difficilmente può durare più a lungo di un scintillio; per usare una metafora molto ricorrente: essa è la foglia che viene piegata dal fruscio delle fronde, scoprendo cosicché un timido raggio di Sole baluginante, che poco dopo scompare così come misteriosamente era apparso. Dunque la Verità è sfuggevolezza: un momento prima la si tiene in pugno, un attimo dopo ecco che ci è di già fuggita via… Compito della teologia è preservare la Verità; compito, altresì, della filosofia è esattamente l’opposto, e cioè: quello di metterla continuamente in discussione, ribaltarla ogni volta, senza prender mai partito. La dimensione attorno alla quale ruota l’orbita del pensiero heideggeriano è quella della “riflessione”. Riflettere vuol dire, innanzitutto, cominciare ad interrogarsi sui problemi più cruciali della nostra tormentata Vita, la cui essenza è viverla! D’altronde per Heidegger è ben chiaro come noi esistiamo in funzione di qualcos’altro, ossia esistiamo-per-la-morte…

6.9.06

I luoghi del cinema

di Silvia Del Beccaro

A chi non gusterebbe ripercorrere i luoghi in cui sono stati girati i più grandi film nostrani? Territori che hanno fatto la storia del cinema e che, proprio grazie ad esso, sono diventati celebri. Ebbene Giulio Martini, critico cinematografico e giornalista Tg Rai, ha pensato di realizzare un volume contenente un itinerario turistico per i cinefili. Il prodotto è intitolato “I luoghi del cinema” ed è stato realizzato in collaborazione con il Touring Club Italiano.
«L’idea è nata parlando insieme ad alcuni amici, che hanno collaborato con me alla realizzazione del volume – spiega Martini –. Per tre anni abbiamo proposto questo progetto al Touring, che ha ceduto solamente poco tempo fa; a prodotto finito, però, i responsabili si sono detti estremamente soddisfatti e hanno deciso di pubblicarlo».
Raccogliere il materiale non è stato certo un compito facile: i film molto spesso ingannano, fanno credere che la pellicola sia stata ambientata in una determinata regione anche se l’ottanta per cento delle riprese è stato girato da tutt’altra parte.
«Molti degli spettatori che hanno visto il film su San Francesco (“Fratello Sole, Sorella Luna”) credono che esso sia stato girato interamente in Umbria – svela Giulio Martini –. Non sanno però che gran parte dei paesaggi sono toscani o marchigiani. La scena finale, addirittura, è stata ripresa a Monreale in Sicilia».
Ma questa è solo una delle tante piccole chicche del cinema nostrano che Martini ha svelato nel corso della presentazione. È stata presa di mira anche la Milano di una volta: quella tanto amata da attori e registi, tra cui ricordiamo in particolare Alberto Lattuada ma soprattutto il grande Luchino Visconti. Anche il capoluogo lombardo, infatti, nasconde dei segreti o delle perle rare, qualsivoglia chiamarle. In “Rocco e i suoi fratelli”, ad esempio, vengono presentati alcuni angoli di una città ormai completamente mutata: i Navigli colmi d’acqua e sgombri da macchine, una sede dell’Alfa Romeo dove oggi sorge parte della Fiera milanese, il ponte della Ghisolfa ancora privo di intrecci stradali, un vecchio distributore di benzina in viale Sabotino che ora si è volatilizzato.
La guida realizzata da Giulio Martini svela questi segreti e molto altro ancora. Pubblicata nei mesi scorsi, al costo di 18 euro, racconta il Belpaese attraverso le locations del cinema italiano più famoso: dalle risaie vercellesi di “Riso amaro” alla Romagna raccontata da Fellini, passando per la Napoli di Totò e di Massimo Troisi; dalla Torino del museo del cinema alla Roma da sempre grande set a cielo aperto.
Quella del Touring Club rappresenta l’unica guida esistente in Italia per viaggiare attraverso i film e per ammirare, allo stesso tempo, le bellezze naturali, storiche ed artistiche dei luoghi anche più nascosti, ovviamente sempre raccontati dal cinema. Il volume offre anche cartine tematiche con percorsi ed itinerari, regione per regione. Sono disponibili, inoltre, alcuni box dedicati ad attori, registi, film e festival. Il tutto è arricchito da un apparato iconografico ricco di foto di scena e di di paesaggi, nonché di locandine dei film.

5.9.06

Storia dei Sistemi filosofici (docente: professor Graziano Biondi, prima parte).

Appunti redatti, ampliati e arricchiti da Marco Apolloni

Avvertenza

Si ringrazia per la pubblicazione di questi appunti il professor Biondi. Naturalmente nella loro stesura ho prestato la massima fedeltà alle lezioni tenute dal mio “mentore”. Tuttavia in alcuni punti vi sono delle mie personali aggiunte, considerazioni, riflessioni e limature di varia natura. Comunque penso di aver reso nel miglior modo possibile il contenuto prezioso delle “entusiasmanti” lezioni del professore. Tale corso, per il sottoscritto, si è rivelato una miniera di riflessioni che mi hanno appassionato e avvicinato molto a certe tematiche proprie dello Gnosticismo, che troppo a lungo è rimasto oscurato dall’indifferenza dei più. Inoltre sono rimasto profondamente colpito di come il Cristianesimo sia divenuto così come oggi lo conosciamo, solo in virtù di agglutinamenti e commistioni con altre religioni o filosofie. A questo punto non mi resta che augurarvi buona lettura! Per finire mi auguro che essa vi induca a prestar minor fede a certi screditamenti di un capitolo del Cristianesimo, quale appunto quello gnostico, non ancora del tutto chiuso anche perché mai completamente aperto a dire il vero…

L’origine della Cristianità

La parola cristiano non è di origine cristiana, bensì greca. Da ciò ne consegue l’origine primariamente greca della nostra civiltà e non giudaico-cristiana, come altresì taluni erroneamente sostengono. Il cristianesimo non è una religione dell’essere, bensì del divenire. Infatti essere significa divenire vivi. A sua volta vivere vuol dire far all’amore insieme, e cioè: improvvisare una serie di baccanali in modo da banchettare gli uni con gli altri felicemente. La felicità stessa è per l’esattezza uno stato d’animo contagioso, che t’invade letteralmente lo spirito e per questo: proprio perché si è felici, si è pure oltretutto contagiosi. C’è differenza, però, tra felicità e beatitudine: chi è felice rimane comunque schiavo dei bisogni, mentre chi è beato non sente nemmeno il bisogno di soddisfarli…
Per un filosofo la religione cristiana è densa di simbolismi. In Gesù la Verità è la Vita stessa, tutto in lui viene massimamente interiorizzato. San Paolo, abile manipolatore dei contenuti del messaggio di Cristo – secondo Nietzsche –, si è creato perciò un proprio Cristianesimo, dando una libera e personale interpretazione dell’operato del Nazzareno. Secondo Nietzsche, Paolo si è inventato di sana pianta la concezione della morte intesa come sacrificio, influenzando dopodichè tutto il movimento cristiano a lui successivo. Nella concezione paolina è sottintesa la seconda venuta del Messia, che porrà fine a questo mondo terreno e con esso alla concezione stessa del tempo che noi conosciamo. Perciò, in definitiva, possiamo dire che il Cristianesimo potrebbe venir considerato una mera frottola paolina secondo Nietzsche. Questi sostiene, dunque, che l’apostolo Paolo pervertì il pensiero autentico del Messia, capovolgendone interamente i significati.
Il professor Biondi, altresì, è più persuaso che esso sia un’invenzione di Giustino a ridosso del Consiglio di Nicea del 325 (d. C.). Il concetto di preesistenza di Gesù per lui significa che egli è nato non dal ventre di Maria, ma molto prima nella Luce della Genesi. Una brevissima notazione: per gli antichi era il figlio, con la sua venuta alla luce, che deflorava la madre; la quale a sua volta era considerata vergine ancor prima che partorisse…
Chi siamo, cosa vogliamo, dove andiamo? Ci poniamo tutte queste strazianti domande esistenziali perché nelle profondità delle nostre viscere sentiamo già lo scollamento con la nostra esistenza che vediamo scapparci di mano irrefutabilmente, istante dopo istante.
Esiste una ben netta separazione tra la vita e la filosofia. Se la verità è vivere, la filosofia allora cos’è se non la ripetizione o il ripensamento stesso della vita? Dunque essa è un vero e proprio “modus vivendi”, per dirlo con Cicerone, o meglio ancora un “modo di vivere”. Non a caso proprio i nostri antichi padri greci impararono a vivere e filosofare insieme, ossia a “vivere filosofando”! La filosofia dunque è mera interpretazione di una parola già data “a priori”, ossia della parola “vita”. Da ciò ne deriva che la filosofia non è altro che l’ermeneutica della vita stessa. Secondo un mio aforisma: la filosofia è la ricerca instancabile della scintilla divina che risiede in ognuno di noi. In ultima analisi, il filosofo è colui che tenta invano di mediare tra la dimensione mortale e quella immortale, e facendo ciò pone la sua unica “obiezione” esistenziale, ossia per dirlo con Heidegger: il nostro esserci, ch’è un essere-per-la-morte…

La resurrezione e l’anima

Il primo dio morto e poi risorto della mitologia religiosa è il dio egizio Osiride, la cui evirazione ha coinciso con la perdita della sua potenza sessuale o virilità, che lo ha pertanto privato del dono superiore della fertilità, ossia di dare la vita.
San Paolo nomina il suo apparato dottrinario: esplicazione della vita. La questione della Resurrezione per lui è mera follia, vale a dire assoluta insensatezza. Ciò significa che non può esserci in termini razionali alcuna spiegazione dell’origine divina di Cristo. Ad ogni modo, però, la vera follia per lui consiste nel credersi creature di questo mondo, quando non lo siamo affatto. A testimonianza di questa sua ipotesi, egli sostiene che i nostri giorni in questo mondo stanno per giungere al termine.
È il sapere di non sapere socratico, che muove l’uomo verso la sapienza. Platone distingue tre gradi del conoscere: la scienza, l’opinione, l’ignoranza, ed ulteriormente altri quattro sottogradi, la geometria e la noia – per quel che riguarda il primo grado – , la credenza o fede e l’immaginazione – per quel che invece concerne il secondo grado – e – infine per quel che compete il terzo grado – ci s’immagina di credere in una visione pur non vedendo niente – vedere in questo caso vuol dire esattamente dimostrare. Difatti Dio ce lo immaginiamo, senza però averlo mai visto davvero. Dunque tale Entità superna è per noi quasi un fantomatico ologramma, ossia una proiezione mentale di qualcosa che non ha alcun fondamento reale! A tal proposito credere significherebbe sperare, perciò, nelle cose che non si vedono. Secondo questa concezione di derivazione platonica, l’opinione è un gradino assai modesto del sapere, inferiore alla scienza. Quindi Platone invita a non fidarsi delle opinioni, bensì a raggiungere il superiore gradino della scienza.
Valentino distingue: l’uomo somatico (il pagano, l’ebreo), l’uomo psichico (il cristiano), l’uomo pneumatico o spirituale (lo gnostico). Nella concezione gnostica valentiniana gli eoni personificavano le virtù platoniche. Il vescovo Valentino, fra l’altro, è stato uno dei padri fondatori dello Gnosticismo e addirittura per poco non divenne Papa. Difatti il soglio pontificio gli venne soffiato proprio all’ultimo dal vescovo Aniceto, il quale gli venne preferito unicamente per una mera scelta di carattere politico.
Secondo i Naasseni (da Nas, Serpente, si noti l’assonanza con Nous, Intelletto), un Dio come quello cristiano che nel Giardino dell’Eden ha deposto l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male, specificando però di non assaggiarne i frutti, è un Dio fondamentalmente ignorante. Dunque potremmo congetturare con un certo Gnosticismo che esso non è che un Dio inferiore! Poiché porre un simile comandamento – poi peraltro trasgredito da Eva, colpevole della caduta dell’umanità e macchiatasi pertanto del “peccato originale” – pur ben conoscendo l’animo umano, dal momento che lo ha plasmato Lui stesso, potrebbe interpretarsi come un chiaro ed esplicito invito alla trasgressione. Da che vi sono le leggi, l’uomo si è macchiato di trasgressioni. Perciò da che mondo è mondo le trasgressioni hanno sempre rappresentato il “gusto del proibito”, del quale il genere umano è sempre stato perversamente attratto e si è sempre cibato avidamente. Ecco dunque perché, secondo certi Vangeli gnostici, Gesù non voleva si emanasse a suo nome alcuna legge, che poi sarebbe stata puntualmente trasgredita. “Non vi è legge all’infuori della Via da me indicata” è come se ci avesse lasciato detto il Salvatore!
Coloro i quali dicono, “la verità è interpretazione”, si rifanno implicitamente ad una certa filosofia ermeneutica della quale in assoluto i primi precursori furono gli gnostici: “La verità non è venuta nuda a questo mondo, ma in simboli e in immagini” recita il Vangelo di Filippo, appartenente al corpus di testi gnostici ritrovati in un vaso di argilla presso Nag Hammadi in Egitto. A tal proposito Giustino Martire afferma che Gesù è come Ermes, ossia si è fatto interprete dei segni divini e perciò si è costituito come tramite tra l’umano e il divino. Difatti per lui “il filosofo è amico di Cristo”! È seguendo questo filone ermeneutico che si può risalire sino alla celeberrima affermazione nietzschiana: “Non esistono fatti, ma solo interpretazioni”. Dunque, in ultima analisi, il Cristianesimo stesso ci appare, sin dai suoi primordi, come un fittissimo reticolato di segni solo in apparenza indecifrabili, che possono venire altresì decriptati interpretando le oscure e intricate allegorie di Gesù…

L’insensata sapienza senza mistero

Secondo Heidegger vi sono quattro diverse possibilità di stare al mondo: l’amore, la colpa, la lotta e la morte. Prima del suo avvento solo in pochi consideravano Nietzsche un filosofo a tutti gli effetti. Egli afferma in sostanza che tutta la Metafisica precedente, da Platone a Nietzsche, non ha fatto altro che cicalare ininterrottamente di Dio, pur non avendone mai avuto alcuna diretta esperienza. Dunque lui ribattezza a questo proposito la Metafisica: Ontoteologia. Il Cristianesimo non è che una sorta di platonismo volgarizzato secondo l’Heidegger dei Sentieri Interrotti. Per Heidegger, inoltre, la grazia è la dimensione più consona al pensiero. Secondo lui, infatti, pensare significherebbe appunto ringraziare…
Nietzsche afferma che il Cristianesimo è essenzialmente esaltazione della sofferenza e arriva addirittura a definirlo una “morale da eunuchi”. Se il Cristianesimo appunto è resistito a così tanti attacchi, questo lo si deve innanzitutto alla sua grande capacità di sfornare martiri su martiri, i quali lo hanno sì reso tanto potente. Il successo della religione – come quella cristiana – è dovuto al fatto che essa promette a lungo termine, mentre di conseguenza l’insuccesso della politica è dovuto al fatto, invece, che essa promette a breve termine. Poco importa poi che entrambe promettano, ma non mantengano quanto promesso!
Secondo Platone mettiamo al mondo dei figli per sentirci immortali pur non essendolo, così per poterci illudere di poter rivivere in qualche modo in loro, carne e sangue della nostra carne e del nostro sangue! Per questo motivo noi siamo carenti di immortalità. Difatti ogniqualvolta parliamo del tempo, lo facciamo quasi sempre in maniera nostalgica, ovvero come di qualcosa che non potremmo mai possedere interamente. Ecco spiegato dunque perché noi abbiamo così bisogno di cogliere l’attimo, come espresse felicemente Orazio, ossia per assaporare meglio ogni nostro singolo e irripetibile istante, che ci rende tanto più estremo e definitivo ogni nostro gesto, che pertanto riecheggerà in eterno…
Il momento è quel determinato movimento del tempo in avanti. Attimo infatti deriva dalla traslitterazione della parola greca “atomos”. La dimensione dell’attimo è quindi abissale: un attimo corrisponde appunto ad un abisso. La visione paolina ci parla di un tempo limitato e perciò destinato a concludersi senza più ripetersi – non a caso s’intende l’uomo come essere finito. Alcuni fra i vivi addirittura non gusteranno neanche il sapore pestilenziale della morte – a detta sua –, in quanto verranno direttamente tratti in Cielo. Il tempo si sta a poco a poco accorciando secondo costui e questo può voler dire che lo schema del nostro travagliato mondo ha i giorni contati, e cioè: sta per finire, per cui dovremmo preoccuparci principalmente della nostra salvezza eterna, che nasce appunto da questa franca consapevolezza. Mentre la contrapposta visione nietzschiana ci propugna un tempo eternamente ripetibile, sempre uguale, che ha un andamento non tanto lineare quanto circolare. Anche se – a dire il vero – Nietzsche fu sì un gran divulgatore, seppur di originale ebbe ben poco. Infatti la concezione dell’eterno ritorno sembrerebbe averla ripresa, segretamente, da una certa concezione basilidiana e più in generale propria dei misteri egizi.
Dicesi escatologia quella concezione che presuppone la fine della storia, come quella paolina per l’appunto. Dietro le sue parole – sostiene profeticamente Paolo – si celano la Potenza e lo Spirito. Inoltre questi ci dice che la Sapienza di questo mondo è mera Follia, ossia assoluta insensatezza. Ed è proprio in virtù di ciò che lui vorrebbe spacciare per sensato tutto quel che è altresì profondamente insensato.
Simon Mago, alias Simone di Samaria, è stato anch’egli uno dei padri dello Gnosticismo. Per lui la grandezza di Dio, che risiede in ognuno di noi, è incarnata perfettamente nella nostra facoltà intellettiva. Questa ci viene data dall’unione della Sophia, la Sapienza, con il Nous, l’Intelletto. La sua bizzarra eresia – tra l’altro lui si dichiarò profeta superiore all’impostore Gesù – si rifaceva alla credenza che Elena di Troia si era incarnata dopo lunghe e peregrine reincarnazioni in un’altra Elena, prostituta in un bordello di Tiro, da lui ripulita e spacciata per l’incarnazione della Sophia stessa. Mentre egli stesso, secondo il suo preciso disegno, sarebbe stato l’incarnazione del Nous. Ireneo, vescovo di Lione, nella sua monumentale opera Contro le eresie, spacciò Simone per un falso profeta che portava al suo fianco una prostituta, facendola passare per l’eone caduto della Sophia. Simone pertanto – a maggior rigore – non potrebbe propriamente dirsi uno gnostico-cristiano, in quanto sconfessò appunto la divinità stessa di Cristo. Per costui, per giunta, il Dio biblico veniva visto come una sorta di Potenza oltremondana completamente sconosciuta e in questo, perlomeno, non si distaccò più di tanto dalla successiva visione di altri autori gnostici. Per essi infatti Dio non può essere conosciuto e per farsi conoscere si affida unicamente agli eoni, i quali sarebbero delle sue emanazioni…
Ci sono alcune parole di Gesù, pronunciate poco prima di patire il martirio, dai contenuti altamente simbolici ed evocativi, quali: “L’anima mia è triste fino alla morte”, oppure “Lo spirito è forte, ma il corpo è stanco” e via dicendo. Tali affermazioni richiamano implicitamente l’usuale dualità tra anima e corpo che rappresentò una vera e propria ossessione per i nostri savi antenati greci. Difatti non vi era greco che non affermava che l’anima si rivestiva nel corpo – tra cui gli gnostici. La fustigazione simboleggiava pertanto la necessità di liberarsi dai bisogni sempre più impellenti della carne. Il disprezzo della carne era ciò che contraddistingueva preliminarmente gli gnostici, ancor più dei cristiani ortodossi. Difatti, a questo proposito il professore afferma, interpretando un atteggiamento di Aleksej Karamazov incredulo di fronte a certe miserie umane: “non è vero che lo gnostico non creda in Dio, è vero che non crede nel mondo” (p. 271, Basilide. La filosofia del Dio Inesistente, Roma, 2005). La base dello Gnosticismo è dunque la seguente: non si può rendere partecipi i non-iniziati alle verità ultime, almeno finché tutte le cose non si compiranno e quindi verranno svelate per esplicito volere del Dio superiore. Prima di quel momento occorre subire, dissimulare, nascondere – ecco a cosa servono i misteri. Anche se come ha affermato giustamente sempre lo stesso mio professore, parafrasando il buon Plutarco: “Il mistero dei misteri è che non c’è nessun mistero” (p. 69, Basilide. La filosofia del Dio Inesistente, Roma, 2005).
Per San Paolo la questione della razionalità umana è poco più che una bazzecola, poiché il Mondo è destinato a perire e con esso la razionalità stessa, che non avrà più dunque alcun senso. L’amore per lui è in grado di cambiar faccia a questo mondo. Nel concetto stesso di amore infatti è contenuto in germe il più grande cambiamento rivoluzionario per l’intero genere umano. Il Dio del Cristianesimo, secondo questa controversa ottica paolina, ha scelto ciò che non è per rendere nullo e inconsistente ciò che è! Contro questa ferrea argomentazione logica si scaglia selvaggiamente Nietzsche, il quale è più orientato verso un’affermazione totale della virtù, senza se e senza ma. Per lui, appunto, tutto quel che alimenta la quantità di piacere – affermando cosicché la Volontà di Potenza, che altro non significa se non “volere di più” – è bene. Mentre invece tutto quel che alimenta la quantità di dispiacere è male e va pertanto immediatamente eliminato – dicasi “utilitarismo nietzschiano”! Dire Volontà di Potenza o Vita per Nietzsche è come dire la stessa cosa. Sia in Nietzsche che in Paolo vi è un sostanziale superamento del concetto di “io voglio”, poiché esso in realtà falsifica il volere più squisitamente autentico…
La traslitterazione del termine greco "kairos" indica: il tempo o momento propizio, e cioè: gradito, ovvero della grazia e perciò di cui rendere grazie. In Paolo si deve parlare di una sorta di reversibilità del tempo o di rivoluzione in senso letterale, ossia di un riavvolgimento del tempo su se stesso, sino a ritornare nel punto di non ritorno dal quale in realtà tutto è scaturito. Il Messia è colui che pur venendo assurto una volta in cielo, tuttavia ritornerà sui propri passi per redimere i più meritevoli! Heidegger, a tal proposito, ritiene che “venuta” si dica “presenza”. Perciò quando Aristotele parla di essenza intende dire esattamente presenza, a differenza di Paolo che intende altresì la venuta. Egli pertanto attende la venuta di chi è già stato, ossia: il Messia-Redentore. Non a caso vi sono diverse sfaccettature dell’espressione “rivoluzione”: una di queste potrebbe voler dire appunto revolvere, ossia tornare indietro; un’altra ancora, invece, potrebbe voler dire un “balzo di tigre” – come direbbe Walter Benjamin – che infranga cosicché il continuum della storia e consegua necessariamente uno stacco decisivo con un vecchio passato fatto di soprusi e di sfruttamenti dei più deboli. Tale concezione benjaminiana porta con sé un forte stampo messianico. Dunque in quest’ottica, in un certo senso marxista, Gesù è il “deus ex machina” che innesca la lotta di classe, la quale porti all’affrancamento degli oppressi dai loro oppressori. Questo cammino iniziato dal Salvatore verso l’emancipazione dai vessatori Arconti – i quali sono i padroni nefasti di questa nostra Terra schiavizzata e perciò disumanizzata – deve essere cominciato innanzitutto entro se stessi. Poiché solo chi si disarcionerà finalmente dalle catene dell’ignoranza, potrà così inerpicarsi lungo lo scosceso e tortuoso sentiero della vera “gnosis” – o conoscenza dal greco! Tale conoscenza ci renderà liberi, ossia ci permetterà di fuoriuscire da quella condizione di minorità dovuta all’ignoranza. In definitiva, più si sa e più si diventa liberi, pertanto: un uomo illuminato si porterà sempre dentro il Paradiso…

L’amore

L’apostolo Paolo sostiene che sia meglio sposarsi pur di quietare l’incalzante desiderio sessuale e non rimanerne così malauguratamente ossessionati per tutta la vita. “Il cristiano è colui che si fa tutto con tutti”, ci suggerisce lui nella Lettera ai Romani. La concezione paolina dell’identità dei cristiani, meglio dovremmo definirla più una specie di non-identità! A tal proposito lui sembra indicarci la Via per giungere al Signore senza però dare delle ben precise regole di condotta, specialmente di carattere sessuale, troppo fissative, poiché – e in questo le sue idee flirtano con un certo Gnosticismo – il nostro corpo è plasmato nell’errore, perciò è per sua stessa vocazione richiamato all’impurità e al peccato. Queste due caratteristiche costituiscono le parti più viscerali del nostro essere, che prima o poi si lascerà cadere in tentazione. Alla salvezza ultraterrena dunque non importa tanto come ci si arriva, l'importante è arrivarci attraversando mille ostacoli e perigliosi sentieri, perdendosi per poi ritrovarsi di errore in errore. La strada per il Paradiso è lastricata di buone intenzioni! Quello che conta è la genuinità del proprio animo al cospetto del Padreterno. L’amore qui corrisponderebbe all’agape platonico enunciato nel Simposio, che indicherebbe l’unione amichevole di quando ci si unisce per banchettare insieme.
Chi ama ha un rapporto erotico con la verità, cioè desidera quel che non può avere. L’eros riguarda infatti il desiderio di qualcosa d’irraggiungibile. Qualunque essere umano sa di dover morire – la morte purtroppo è la sola cosa certa di cui abbiamo nozione – e appunto per questo anela spasmodicamente all’immortalità mediante l’impulso sessuale, ch’è volontà o spinta di procreazione di un altro essere, il quale viva anche dopo che si è morti, cosicché si possa rivivere ogni istante in lui. I figli sono la seconda chance per ciascuno di noi. Marsilio Ficino afferma che l’agape e l’eros sono pressoché la stessa cosa. In vita noi ricerchiamo l’altra metà mancante di noi in modo che una volta riuniti si possa completare la propria rispettiva natura incompleta. Molto suggestivo per questo motivo è il racconto di Aristofane nel Simposio, dove descrive maschio e femmina come due esseri originariamente uniti in un solo essere androgino, tagliato in due metà separate solo in un secondo momento, poiché gli dèi preoccupati temevano che la sua potenza potesse rivaleggiare con la loro e che un giorno essi si sarebbero potuti rivoltare. Quindi queste due metà mutilate per tutta la loro vita vagolano senza una meta precisa di luogo in luogo, ricercando inconsapevolmente la propria metà perduta e dispersa chissà dove. Una volta trovatela, se mai si ha la fortuna di trovarla, ecco che si sente il bisogno di congiungersi con essa mediante l’atto sessuale, il cui svolgimento può determinare la procreazione di una nuova vita. In definitiva si potrebbe dire che chi non ha mai amato è come se non avesse mai vissuto veramente. Se non ci fosse l’amore noi saremmo come dei strumenti musicali non accordati, e cioè: suoneremmo una ben dissonante melodia e per di più di una tristezza incomparabile! Chi è capace di amare possiede invece un’anima grande: è l’Amore difatti che tutto comprende…
La concezione amorosa paolina non prevede affatto il concupire fine a se stesso. L’amore di Eva è proprio per questo estraneo a se stesso. Mentre quello del “dongiovanni” è proprio di chi possiede interamente se stesso e di chi ha pertanto un’alta considerazione di sé, così da riuscire estremamente persuasivo agli altri. Ossia chi è in pieno possesso di sé mira a possedere gli altri, magari usando l’arte subdola della seduzione che spesso coincide con quella dell’inganno – che vuol dire esattamente coprire ciò ch’è nudo. In ogni caso chi inganna maschera il proprio secondo fine, ossia la concupiscenza fine a se stessa! Nel godimento amoroso ci si perde in un’estasi squisita, che ci placa il terribile vulcano che ognuno si porta inconsapevolmente dentro. In ultima analisi ci si sente totalmente appagati, oltre che riconciliati con se stessi. Bisogna far all’amore tanto con il corpo, quanto con la mente: solo così si potrà godere appieno l’essenza di questa fusione alchemica di due materie spirituali, ove in germe vi è contenuto l’intero significato della vita umana, ch’è sì pienezza rinfrescante, ma soprattutto sofferenza stritolante. Dopo ogni orgasmo è come se si morisse, per poi rinascere a nuova vita. Facendo all’amore, inoltre, è come se si volesse ringraziare per la felicità ricevuta e complimentare per la passione sprigionata. Esso permette la fuoriuscita dal proprio sé di modo che ci si proietti nel sé universale…
Paolo dunque c’invita a non lasciarci frenare dagli irrefrenabili morsi della carne, anzi il rimedio per lui consiste proprio nel lasciarsi andare liberamente ad essi, in modo da non averne più preoccupazione: poiché non si dà alcuna importanza di ciò di cui non ci si preoccupa. Mentre chi ha continui sensi di colpa sul fare o non fare una determinata cosa, prima o poi finirà per averne l’ossessione a furia di rimuginarci sopra…
Le trasgressioni, come già detto, sono all’ordine del giorno dacché esistono le leggi. Il Serpente tentatore è come se dicesse ad Eva: “Se non ha mai provato quella mela, che aspetti a farlo, prima di dire che non ti piace, gustala, poi anche se non ti piacesse, almeno potrai dire di averla provata. Pensaci bene, non hai niente da perdere…”. Il Diavolo – la cui più grande astuzia consiste nel darci a credere che non esiste – è un gran tentatore, lusingatore, adulatore, in una parola: un gran seduttore. Altro che orribile aspetto è il suo, poiché il presupposto di chi è maestro nella seduzione è una gran avvenenza: il fascino è la sua nota distintiva, noi siamo affascinati da tutto quel che non riusciamo a spiegarci e questi se vuole sa essere davvero enigmatico. Ritornando alla figura del Serpente, va detto che nella complessa simbologia cristiana questi attorcigliato al crocefisso sta a significare “l’unione dei contrari”: Bene e Male. Infine secondo una certa esegesi biblica è Dio stesso a trasformarsi nel serpente seduttore-tentatore…
Secondo Paolo, infine, l’amore: tutto crede, tutto perdona, tutto spera, e cioè: tutto comprende; poiché la speranza abbraccia ogni cosa, ma soprattutto è speranza di una condizione migliore di quella che viviamo su questa Terra ed è per questo che dobbiamo aver fede nella speranza! Si spera sempre in ciò che non si vede e appunto: credere contro ogni speranza, oppure credere sperando contro ogni speranza, è precisamente l’“imperativo categorico” paolino. Egli ci ricorda continuamente di essere stranieri a questo mondo e di appartenere quindi al soprasensibile reame celeste. Secondo l’apostolo Paolo, quindi, il nostro “vero mondo” non è tanto “l’altro mondo”, bensì “il mondo che ha da venire”! In definitiva la forza dell’Amore è tale da rendere nullo tutto il resto, che perciò diviene superfluo. Esso è la legge universale che decreta l’ordine regolatore del Cosmo. L’amore paolino, ch’è soprattutto agape, esclude pertanto ogni forma di possesso. La sua enigmatica definizione dell’Amore recita: poiché esso non possiede nulla, possiede tutto quanto gli occorre…

La volontà di amare

Partiamo dal presupposto che si vive autenticamente solo se si è capaci di amare, allora chi ama: desidera, o meglio vuole ciò che ama. Il volere altro non vuole che possedere. La volontà dunque vuole ciò che non ha, mentre l’amore ha già quello che vuole. In un certo senso potremmo anche dire: chi molto vuole, molto ama; dunque, amare è volere e viceversa! Durante la nostra misera esistenza terrena noi soffriamo in continuazione come delle bestie, però in amore stravinciamo sempre!
Dove c’è Amore, non c’è bisogno di alcun comando. Ecco perché Cristo non volle legiferare: l’unico comandamento che lui ci ha dato – che poi in effetti non è un vero comandamento, quanto un’esigenza innata in ognuno – è quello di “amare il prossimo come se stessi”! San Paolo ribadisce più volte che chi ama, non dovrebbe amare troppo questo mondo. Egli infatti sostiene che noi non possiamo amare interamente questo mondo, dal momento che non vi apparteniamo.
Dire tempo e mondo per i greci significava dire la stessa e identica cosa, cambiavano solo alcune accezioni del termine. Il primo a dare al mondo l’accezione di ordine è stato Pitagora. Tale accezione pitagorica, venne poi ripresa anche da Platone. Per entrambi una superiore geometria doveva regolare i disordini di questo mondo. Risolvere il mondo in un ordine futuro che deve venire era oltretutto quanto prefissosi dall’apostolo Paolo. Per far ciò occorre realizzare il disegno divino, solo apparentemente incomprensibile. Realizzare deriva da “reale” e significa appunto questo, e cioè: diventare reale, rendere visibile, acquisire trasparenza…
L’“etica” di Cristo è una certa “prassi”, a cui secondo San Paolo dovremmo tutti attenerci per dirci davvero cristiani. Gesù in quanto fondazione o gettito (katabolè) o emanazione (probolè) del Padre: è il Verbo incarnatosi per svelare l’ascendenza divina di alcuni fra gli uomini e rendere manifesto il suo volere ipercosmico. Il Logos – che vuol dire discorso o linguaggio – è insito in Dio e quindi esisteva già prima della venuta del Salvatore, il quale lo ha semplicemente incarnato poiché si è fatto Parola vivente e Luce del mondo. Il suo messaggio è volutamente racchiuso in oscure parabole e detti, poiché si è voluto velare – in via del tutto precauzionale – a coloro i quali non ne sono degni: la Verità primigenia…